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2020-08-23
Inter da pazzi, Conte ha le valigie in mano
Antonio Conte (Ansa)
Concediamoci un po' di filosofia spicciola: il calcio italiano è il trionfo della follia raziocinante. Punto d'incontro tra il Dionisiaco - il caos, i colpi di scena, l'imprevisto - e l'apollineo - la sfida in campo, la rappresentazione della partita con le sue regole e il suo spettacolo. Due allenatori che, bene o male, hanno portato a casa risultati, lasciano le panchine delle rispettive squadre. Maurizio Sarri e Antonio Conte. Sarri è approdato alla Juventus con la promessa di regalare a Torino vittorie e bel «giuoco», come si usava dire in casa Milan e oggi in casa Monza. Ha vinto lo scudetto, consuetudine noiosa per i bianconeri, ed è stato esonerato. Era nell'aria. Sarri con l'ambiente bianconero non ha mai legato, complice la diversità di vedute su come intendere la vita e le sue appendici estetiche. L'eliminazione in Champions League ha dato il colpo di grazia alle sue speranze. Antonio Conte è invece arrivato all'Inter accompagnato dal fardello di timori e aspettative che la sua fama di allenatore assolutista, esperto nel condizionamento mentale dei calciatori, portava in dote. Si è battuto come un leone per ottenere alcuni nomi in rosa per lui indispensabili come Romelu Lukaku e Nicolò Barella, manifestando già a inizio stagione perplessità per una campagna acquisti, a suo dire, non coerente con le ambizioni di un club deciso a tornare a sedersi nei salotti buoni d'Europa. Ha però ottenuto i migliori risultati di sempre per i nerazzurri dall'era post Mourinho. Un secondo posto in campionato a un punto dalla capolista, una finale di Europa League in cui la sconfitta patita 3-2 contro il Siviglia rappresenta soltanto il verdetto sfortunato di un confronto condizionato da episodi. Ma anche per lui, salvo colpi di scena, l'addio pare imminente.
Nel suo caso, la scelta sarebbe spontanea, una decisione da usare come leva per forzare la trattativa in corso da mesi: «Farò delle riflessioni a mente fredda ed è giusto che le faccia anche il presidente dopo che gli avrò comunicato quello che penso. Non faccio marcia indietro», afferma. Tradotto: Conte non è soddisfatto del rapporto con la società. Si dice che con il direttore sportivo Piero Ausilio i rapporti non siano idilliaci e che Beppe Marotta, ad interista, mantenga una linea di condotta dorotea, che non soddisfa un sergente come il tecnico salentino. Le richieste sembrano essere piuttosto esplicite: carta bianca per la prossima stagione sulla lista della spesa dei giocatori da comprare e sulla loro gestione. L'allenatore pretenderebbe un ruolo non distante da quello manageriale tipico della Premier League e intenderebbe calcare la mano con la famiglia Zhang - proprietaria della squadra - per diventare plenipotenziario nella guida tecnica della barca nerazzurra. Se una vittoria in Europa League gli avrebbe consentito di sedersi al tavolo della discussione con un coltello impugnato dalla parte del manico, è possibile che la sconfitta faccia rivolgere la lama direttamente verso il suo cuore. Massimiliano Allegri è già stato contattato a scopo cautelativo (dicono le voci, gli verrebbe offerto un contratto triennale). Gli Zhang non avrebbero però intenzione di esonerare Conte in modo unilaterale. Se le controparti decidessero di non continuare assieme, per lui sarebbe pronta una buonuscita e una rescissione consensuale dell'oneroso accordo (12 milioni di euro netti a stagione).
Di certo le voci che accostano il fuoriclasse Leo Messi alla maglia interista non facilitano la permanenza dell'allenatore sulla panchina milanese. Il tecnico leccese è un assolutista manicheo, quanto a scelte di uomini con cui comporre la sua rosa d'elezione. La presenza ingombrante di un catalizzatore come Messi - sulla falsariga di quel che rappresenta Cristiano Ronaldo per la Juventus - rischierebbe di far saltare i meccanismi operai che pretende da ogni uomo in campo. Conte Lo ha dimostrato ai tempi dei campionati europei - dove ha trasformato un'Italia dalla stoffa mediocre in seta purissima - e nelle precedenti esperienza alla guida di Juventus e Chelsea. Non che Conte mal digerisca i campioni. Purché siano funzionali ai suoi orizzonti progettuali e coerenti con una visione tattica delineata. Per intenderci: un attaccante come Lukaku, autore quest'anno di 34 gol come Ronaldo il Fenomeno nella sua prima stagione ai tempi dell'Inter di Massimo Moratti, è stato da lui imposto come condizione indispensabile. E forse Lukaku ha accettato di venire a Milano proprio perché suggestionato dalla possibilità di lavorare con un mentore che lo ha sempre cercato.
La diatriba alimenta un dibattito vecchio come il pallone. Quanto conta un allenatore per un club blasonato? Il compianto Franco Rossi, maestro di giornalismo, sosteneva che l'allenatore migliore fosse quello che si limita a fare pochi danni. Detta aristotelicamente: la squadra è sostanza, il tecnico è accidente. Ma con Antonio Conte, se si ragiona così, non si comincia nemmeno un discorso. E le sue parole dopo la sconfitta col Siviglia risuonano chiare: «Mi vogliono regalare Messi? Solo io so quanto ho dovuto faticare per farmi prendere Lukaku, fidatevi. A tutto c'è un limite e devo capire dove arriva il mio». Complemento a esternazioni precedenti, dopo il successo in casa dell'Atalanta: «Non è stato riconosciuto il mio lavoro e quello dei calciatori, abbiamo avuto scarsissima protezione da parte del club».
Il mister è anche vittima di una maxitruffa da oltre 30 milioni di euro
Non è un periodo fortunato per l'allenatore dell'Inter Antonio Conte. Dopo il secondo posto in campionato a un solo punto dalla Juventus e dopo la sconfitta in finale di Europa League contro il Siviglia, l'ex tecnico dei bianconeri e del Chelsea si ritrova da due mesi a cercare di recuperare 30 milioni di euro di un investimento andato (evidentemente) male, tra una presunta truffa dove compaiono anche alcuni documenti falsi di Hsbc, tra le più importanti banche di investimento nel mondo. Per di più Hsbc, estranea alla vicenda, non è un istituto di credito qualunque. È molto conosciuto nel mondo del calcio, anche perché dal 2008 al 2018 è stato advisor il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e in corsa per diventare amministratore della Lega nel 2018 ci fu anche Marzio Perrelli, ex Goldman Sachs nonché ex Ceo di Hsbc Italia e ora vicepresidente di Sky Sport. La storia arriva da Londra. A darne conto sono due sentenze della corte commerciale inglese. La prima è del 17 luglio, l'altra più recente di agosto, ovvero un'ingiunzione di pagamento a carico di Massimo Bochicchio, classe 1966, investitore italiano di stanza in Inghilterra, titolare di molteplici società di investimento. Bochicchio ha avuto un passato in Hsbc, tra il 2006 e il 2012, alla divisione Global Banking & Markets. Poi, a quanto si evince dal curriculum, si è messo in proprio. Il giudice inglese Dave Foxton nella sentenza del 17 luglio spiega nel dettaglio i fatti. In pratica gli otto ricorrenti alla corte commerciale di Londra - oltre a Conte ce ne sono altri sette tra cui la Superb Sport Limited - si sarebbero resi conto lo scorso anno di essere finiti in una truffa che Bochicchio avrebbe portato avanti tramite la sua società Kidman.
In base agli accordi, infatti, il manager italiano aveva promesso investimenti fruttuosi, ad alto rendimento. Dopo un tira e molla durato mesi, gli otto si aspettavano un pagamento di 33,1 milioni di euro entro il 30 giugno 2020. Non sono arrivati. Così nell'estate di quest'anno Conte e gli altri hanno provato almeno a riavere le somme investite negli anni passati. Ma Bochicchio non paga. Gli imputati decidono così di inviare una mail il 7 luglio ma scoprono persino che l'indirizzo è falso. Secondo il giudice le prove sono evidenti. In pratica Bochicchio li aveva convinti dell'investimento in Kidman perché collegata e garantita da Hsbc. Lo stesso istituto di credito ha spiegato a processo di non aver alcun ruolo in questa società né di avere alcun tipo di collegamento tramite le sue controllate. Sempre a processo lo stesso Bochicchio ha smentito il coinvolgimento di Hsbc. Ma è stato proprio Antonio Conte a portare al giudice un documento che sembrava arrivasse dalla banca d'investimento, pezzo di carta che poi si è rivelato falso. Proprio su questo si fonda la sentenza della corte commerciale inglese che ha verificato come il denaro che era stato affidato a Bochicchio era stato investito in altri modi e non come promesso.
Il manager avrebbe a questo punto dovuto - entro la fine di luglio - saldare il suo debito. Non lo ha fatto neanche questa volta. A questo punto è arrivata l'ingiunzione di pagamento. E Bochicchio si è visto congelare il patrimonio da 61,4 milioni di dollari, tra proprietà di lusso a Miami, in Italia e Londra. Tra queste c'è la lussuosa casa in Holland Park dove ha vissuto Conte ai tempi del Chelsea e dove è rimasto il fratello Gianluca che è stato consulente dello stesso Bochicchio in Tiber Capital. Sono stati bloccati anche i conti correnti in Regno Unito, in Credit Suisse e in Hsbc. Rischia il sequestro dei beni se non ottempera al decreto ingiuntivo. Tra questi devono essere versati 6,5 milioni di sterline a Palesa Sarl, una società in Lussemburgo e 30,6 milioni di euro proprio a Conte.
La truffa sarebbe stata portata avanti anche con prospetti falsi della stessa Kidman, con mirabolanti ipotesi di rendimento.
Non c'è solo Conte tra i truffati illustri. Anche la filantropa Leona Koenig, fondatrice dell'Imfoundation for children, sostiene di essere stata ingannata da Bochicchio. Gli aveva fatto credere che la società facesse parte di Hsbc. Ha bruciato 3,9 milioni di euro.
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Altro sfogo del tecnico dopo la sconfitta in finale col Siviglia: ringrazia i tifosi e parla già da ex. Massimiliano Allegri il preferito per la successione. La stagione è stata comunque da record, anche grazie agli uomini scelti da lui. Ma ci sono divergenze con i manager, pure su Lionel Messi.Il mister è anche vittima di una maxitruffa da oltre 30 milioni di euro. È stato raggirato, assieme ad altri Vip, da un promotore con falsi documenti di banca Hsbc. La corte di Londra gli ha dato ragione.Lo speciale comprende due articoli. Concediamoci un po' di filosofia spicciola: il calcio italiano è il trionfo della follia raziocinante. Punto d'incontro tra il Dionisiaco - il caos, i colpi di scena, l'imprevisto - e l'apollineo - la sfida in campo, la rappresentazione della partita con le sue regole e il suo spettacolo. Due allenatori che, bene o male, hanno portato a casa risultati, lasciano le panchine delle rispettive squadre. Maurizio Sarri e Antonio Conte. Sarri è approdato alla Juventus con la promessa di regalare a Torino vittorie e bel «giuoco», come si usava dire in casa Milan e oggi in casa Monza. Ha vinto lo scudetto, consuetudine noiosa per i bianconeri, ed è stato esonerato. Era nell'aria. Sarri con l'ambiente bianconero non ha mai legato, complice la diversità di vedute su come intendere la vita e le sue appendici estetiche. L'eliminazione in Champions League ha dato il colpo di grazia alle sue speranze. Antonio Conte è invece arrivato all'Inter accompagnato dal fardello di timori e aspettative che la sua fama di allenatore assolutista, esperto nel condizionamento mentale dei calciatori, portava in dote. Si è battuto come un leone per ottenere alcuni nomi in rosa per lui indispensabili come Romelu Lukaku e Nicolò Barella, manifestando già a inizio stagione perplessità per una campagna acquisti, a suo dire, non coerente con le ambizioni di un club deciso a tornare a sedersi nei salotti buoni d'Europa. Ha però ottenuto i migliori risultati di sempre per i nerazzurri dall'era post Mourinho. Un secondo posto in campionato a un punto dalla capolista, una finale di Europa League in cui la sconfitta patita 3-2 contro il Siviglia rappresenta soltanto il verdetto sfortunato di un confronto condizionato da episodi. Ma anche per lui, salvo colpi di scena, l'addio pare imminente. Nel suo caso, la scelta sarebbe spontanea, una decisione da usare come leva per forzare la trattativa in corso da mesi: «Farò delle riflessioni a mente fredda ed è giusto che le faccia anche il presidente dopo che gli avrò comunicato quello che penso. Non faccio marcia indietro», afferma. Tradotto: Conte non è soddisfatto del rapporto con la società. Si dice che con il direttore sportivo Piero Ausilio i rapporti non siano idilliaci e che Beppe Marotta, ad interista, mantenga una linea di condotta dorotea, che non soddisfa un sergente come il tecnico salentino. Le richieste sembrano essere piuttosto esplicite: carta bianca per la prossima stagione sulla lista della spesa dei giocatori da comprare e sulla loro gestione. L'allenatore pretenderebbe un ruolo non distante da quello manageriale tipico della Premier League e intenderebbe calcare la mano con la famiglia Zhang - proprietaria della squadra - per diventare plenipotenziario nella guida tecnica della barca nerazzurra. Se una vittoria in Europa League gli avrebbe consentito di sedersi al tavolo della discussione con un coltello impugnato dalla parte del manico, è possibile che la sconfitta faccia rivolgere la lama direttamente verso il suo cuore. Massimiliano Allegri è già stato contattato a scopo cautelativo (dicono le voci, gli verrebbe offerto un contratto triennale). Gli Zhang non avrebbero però intenzione di esonerare Conte in modo unilaterale. Se le controparti decidessero di non continuare assieme, per lui sarebbe pronta una buonuscita e una rescissione consensuale dell'oneroso accordo (12 milioni di euro netti a stagione). Di certo le voci che accostano il fuoriclasse Leo Messi alla maglia interista non facilitano la permanenza dell'allenatore sulla panchina milanese. Il tecnico leccese è un assolutista manicheo, quanto a scelte di uomini con cui comporre la sua rosa d'elezione. La presenza ingombrante di un catalizzatore come Messi - sulla falsariga di quel che rappresenta Cristiano Ronaldo per la Juventus - rischierebbe di far saltare i meccanismi operai che pretende da ogni uomo in campo. Conte Lo ha dimostrato ai tempi dei campionati europei - dove ha trasformato un'Italia dalla stoffa mediocre in seta purissima - e nelle precedenti esperienza alla guida di Juventus e Chelsea. Non che Conte mal digerisca i campioni. Purché siano funzionali ai suoi orizzonti progettuali e coerenti con una visione tattica delineata. Per intenderci: un attaccante come Lukaku, autore quest'anno di 34 gol come Ronaldo il Fenomeno nella sua prima stagione ai tempi dell'Inter di Massimo Moratti, è stato da lui imposto come condizione indispensabile. E forse Lukaku ha accettato di venire a Milano proprio perché suggestionato dalla possibilità di lavorare con un mentore che lo ha sempre cercato. La diatriba alimenta un dibattito vecchio come il pallone. Quanto conta un allenatore per un club blasonato? Il compianto Franco Rossi, maestro di giornalismo, sosteneva che l'allenatore migliore fosse quello che si limita a fare pochi danni. Detta aristotelicamente: la squadra è sostanza, il tecnico è accidente. Ma con Antonio Conte, se si ragiona così, non si comincia nemmeno un discorso. E le sue parole dopo la sconfitta col Siviglia risuonano chiare: «Mi vogliono regalare Messi? Solo io so quanto ho dovuto faticare per farmi prendere Lukaku, fidatevi. A tutto c'è un limite e devo capire dove arriva il mio». 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Dopo il secondo posto in campionato a un solo punto dalla Juventus e dopo la sconfitta in finale di Europa League contro il Siviglia, l'ex tecnico dei bianconeri e del Chelsea si ritrova da due mesi a cercare di recuperare 30 milioni di euro di un investimento andato (evidentemente) male, tra una presunta truffa dove compaiono anche alcuni documenti falsi di Hsbc, tra le più importanti banche di investimento nel mondo. Per di più Hsbc, estranea alla vicenda, non è un istituto di credito qualunque. È molto conosciuto nel mondo del calcio, anche perché dal 2008 al 2018 è stato advisor il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e in corsa per diventare amministratore della Lega nel 2018 ci fu anche Marzio Perrelli, ex Goldman Sachs nonché ex Ceo di Hsbc Italia e ora vicepresidente di Sky Sport. La storia arriva da Londra. A darne conto sono due sentenze della corte commerciale inglese. La prima è del 17 luglio, l'altra più recente di agosto, ovvero un'ingiunzione di pagamento a carico di Massimo Bochicchio, classe 1966, investitore italiano di stanza in Inghilterra, titolare di molteplici società di investimento. Bochicchio ha avuto un passato in Hsbc, tra il 2006 e il 2012, alla divisione Global Banking & Markets. Poi, a quanto si evince dal curriculum, si è messo in proprio. Il giudice inglese Dave Foxton nella sentenza del 17 luglio spiega nel dettaglio i fatti. In pratica gli otto ricorrenti alla corte commerciale di Londra - oltre a Conte ce ne sono altri sette tra cui la Superb Sport Limited - si sarebbero resi conto lo scorso anno di essere finiti in una truffa che Bochicchio avrebbe portato avanti tramite la sua società Kidman. In base agli accordi, infatti, il manager italiano aveva promesso investimenti fruttuosi, ad alto rendimento. Dopo un tira e molla durato mesi, gli otto si aspettavano un pagamento di 33,1 milioni di euro entro il 30 giugno 2020. Non sono arrivati. Così nell'estate di quest'anno Conte e gli altri hanno provato almeno a riavere le somme investite negli anni passati. Ma Bochicchio non paga. Gli imputati decidono così di inviare una mail il 7 luglio ma scoprono persino che l'indirizzo è falso. Secondo il giudice le prove sono evidenti. In pratica Bochicchio li aveva convinti dell'investimento in Kidman perché collegata e garantita da Hsbc. Lo stesso istituto di credito ha spiegato a processo di non aver alcun ruolo in questa società né di avere alcun tipo di collegamento tramite le sue controllate. Sempre a processo lo stesso Bochicchio ha smentito il coinvolgimento di Hsbc. Ma è stato proprio Antonio Conte a portare al giudice un documento che sembrava arrivasse dalla banca d'investimento, pezzo di carta che poi si è rivelato falso. Proprio su questo si fonda la sentenza della corte commerciale inglese che ha verificato come il denaro che era stato affidato a Bochicchio era stato investito in altri modi e non come promesso. Il manager avrebbe a questo punto dovuto - entro la fine di luglio - saldare il suo debito. Non lo ha fatto neanche questa volta. A questo punto è arrivata l'ingiunzione di pagamento. E Bochicchio si è visto congelare il patrimonio da 61,4 milioni di dollari, tra proprietà di lusso a Miami, in Italia e Londra. Tra queste c'è la lussuosa casa in Holland Park dove ha vissuto Conte ai tempi del Chelsea e dove è rimasto il fratello Gianluca che è stato consulente dello stesso Bochicchio in Tiber Capital. Sono stati bloccati anche i conti correnti in Regno Unito, in Credit Suisse e in Hsbc. Rischia il sequestro dei beni se non ottempera al decreto ingiuntivo. Tra questi devono essere versati 6,5 milioni di sterline a Palesa Sarl, una società in Lussemburgo e 30,6 milioni di euro proprio a Conte. La truffa sarebbe stata portata avanti anche con prospetti falsi della stessa Kidman, con mirabolanti ipotesi di rendimento. Non c'è solo Conte tra i truffati illustri. Anche la filantropa Leona Koenig, fondatrice dell'Imfoundation for children, sostiene di essere stata ingannata da Bochicchio. Gli aveva fatto credere che la società facesse parte di Hsbc. Ha bruciato 3,9 milioni di euro.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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