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2020-08-23
Inter da pazzi, Conte ha le valigie in mano
Antonio Conte (Ansa)
Concediamoci un po' di filosofia spicciola: il calcio italiano è il trionfo della follia raziocinante. Punto d'incontro tra il Dionisiaco - il caos, i colpi di scena, l'imprevisto - e l'apollineo - la sfida in campo, la rappresentazione della partita con le sue regole e il suo spettacolo. Due allenatori che, bene o male, hanno portato a casa risultati, lasciano le panchine delle rispettive squadre. Maurizio Sarri e Antonio Conte. Sarri è approdato alla Juventus con la promessa di regalare a Torino vittorie e bel «giuoco», come si usava dire in casa Milan e oggi in casa Monza. Ha vinto lo scudetto, consuetudine noiosa per i bianconeri, ed è stato esonerato. Era nell'aria. Sarri con l'ambiente bianconero non ha mai legato, complice la diversità di vedute su come intendere la vita e le sue appendici estetiche. L'eliminazione in Champions League ha dato il colpo di grazia alle sue speranze. Antonio Conte è invece arrivato all'Inter accompagnato dal fardello di timori e aspettative che la sua fama di allenatore assolutista, esperto nel condizionamento mentale dei calciatori, portava in dote. Si è battuto come un leone per ottenere alcuni nomi in rosa per lui indispensabili come Romelu Lukaku e Nicolò Barella, manifestando già a inizio stagione perplessità per una campagna acquisti, a suo dire, non coerente con le ambizioni di un club deciso a tornare a sedersi nei salotti buoni d'Europa. Ha però ottenuto i migliori risultati di sempre per i nerazzurri dall'era post Mourinho. Un secondo posto in campionato a un punto dalla capolista, una finale di Europa League in cui la sconfitta patita 3-2 contro il Siviglia rappresenta soltanto il verdetto sfortunato di un confronto condizionato da episodi. Ma anche per lui, salvo colpi di scena, l'addio pare imminente.
Nel suo caso, la scelta sarebbe spontanea, una decisione da usare come leva per forzare la trattativa in corso da mesi: «Farò delle riflessioni a mente fredda ed è giusto che le faccia anche il presidente dopo che gli avrò comunicato quello che penso. Non faccio marcia indietro», afferma. Tradotto: Conte non è soddisfatto del rapporto con la società. Si dice che con il direttore sportivo Piero Ausilio i rapporti non siano idilliaci e che Beppe Marotta, ad interista, mantenga una linea di condotta dorotea, che non soddisfa un sergente come il tecnico salentino. Le richieste sembrano essere piuttosto esplicite: carta bianca per la prossima stagione sulla lista della spesa dei giocatori da comprare e sulla loro gestione. L'allenatore pretenderebbe un ruolo non distante da quello manageriale tipico della Premier League e intenderebbe calcare la mano con la famiglia Zhang - proprietaria della squadra - per diventare plenipotenziario nella guida tecnica della barca nerazzurra. Se una vittoria in Europa League gli avrebbe consentito di sedersi al tavolo della discussione con un coltello impugnato dalla parte del manico, è possibile che la sconfitta faccia rivolgere la lama direttamente verso il suo cuore. Massimiliano Allegri è già stato contattato a scopo cautelativo (dicono le voci, gli verrebbe offerto un contratto triennale). Gli Zhang non avrebbero però intenzione di esonerare Conte in modo unilaterale. Se le controparti decidessero di non continuare assieme, per lui sarebbe pronta una buonuscita e una rescissione consensuale dell'oneroso accordo (12 milioni di euro netti a stagione).
Di certo le voci che accostano il fuoriclasse Leo Messi alla maglia interista non facilitano la permanenza dell'allenatore sulla panchina milanese. Il tecnico leccese è un assolutista manicheo, quanto a scelte di uomini con cui comporre la sua rosa d'elezione. La presenza ingombrante di un catalizzatore come Messi - sulla falsariga di quel che rappresenta Cristiano Ronaldo per la Juventus - rischierebbe di far saltare i meccanismi operai che pretende da ogni uomo in campo. Conte Lo ha dimostrato ai tempi dei campionati europei - dove ha trasformato un'Italia dalla stoffa mediocre in seta purissima - e nelle precedenti esperienza alla guida di Juventus e Chelsea. Non che Conte mal digerisca i campioni. Purché siano funzionali ai suoi orizzonti progettuali e coerenti con una visione tattica delineata. Per intenderci: un attaccante come Lukaku, autore quest'anno di 34 gol come Ronaldo il Fenomeno nella sua prima stagione ai tempi dell'Inter di Massimo Moratti, è stato da lui imposto come condizione indispensabile. E forse Lukaku ha accettato di venire a Milano proprio perché suggestionato dalla possibilità di lavorare con un mentore che lo ha sempre cercato.
La diatriba alimenta un dibattito vecchio come il pallone. Quanto conta un allenatore per un club blasonato? Il compianto Franco Rossi, maestro di giornalismo, sosteneva che l'allenatore migliore fosse quello che si limita a fare pochi danni. Detta aristotelicamente: la squadra è sostanza, il tecnico è accidente. Ma con Antonio Conte, se si ragiona così, non si comincia nemmeno un discorso. E le sue parole dopo la sconfitta col Siviglia risuonano chiare: «Mi vogliono regalare Messi? Solo io so quanto ho dovuto faticare per farmi prendere Lukaku, fidatevi. A tutto c'è un limite e devo capire dove arriva il mio». Complemento a esternazioni precedenti, dopo il successo in casa dell'Atalanta: «Non è stato riconosciuto il mio lavoro e quello dei calciatori, abbiamo avuto scarsissima protezione da parte del club».
Il mister è anche vittima di una maxitruffa da oltre 30 milioni di euro
Non è un periodo fortunato per l'allenatore dell'Inter Antonio Conte. Dopo il secondo posto in campionato a un solo punto dalla Juventus e dopo la sconfitta in finale di Europa League contro il Siviglia, l'ex tecnico dei bianconeri e del Chelsea si ritrova da due mesi a cercare di recuperare 30 milioni di euro di un investimento andato (evidentemente) male, tra una presunta truffa dove compaiono anche alcuni documenti falsi di Hsbc, tra le più importanti banche di investimento nel mondo. Per di più Hsbc, estranea alla vicenda, non è un istituto di credito qualunque. È molto conosciuto nel mondo del calcio, anche perché dal 2008 al 2018 è stato advisor il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e in corsa per diventare amministratore della Lega nel 2018 ci fu anche Marzio Perrelli, ex Goldman Sachs nonché ex Ceo di Hsbc Italia e ora vicepresidente di Sky Sport. La storia arriva da Londra. A darne conto sono due sentenze della corte commerciale inglese. La prima è del 17 luglio, l'altra più recente di agosto, ovvero un'ingiunzione di pagamento a carico di Massimo Bochicchio, classe 1966, investitore italiano di stanza in Inghilterra, titolare di molteplici società di investimento. Bochicchio ha avuto un passato in Hsbc, tra il 2006 e il 2012, alla divisione Global Banking & Markets. Poi, a quanto si evince dal curriculum, si è messo in proprio. Il giudice inglese Dave Foxton nella sentenza del 17 luglio spiega nel dettaglio i fatti. In pratica gli otto ricorrenti alla corte commerciale di Londra - oltre a Conte ce ne sono altri sette tra cui la Superb Sport Limited - si sarebbero resi conto lo scorso anno di essere finiti in una truffa che Bochicchio avrebbe portato avanti tramite la sua società Kidman.
In base agli accordi, infatti, il manager italiano aveva promesso investimenti fruttuosi, ad alto rendimento. Dopo un tira e molla durato mesi, gli otto si aspettavano un pagamento di 33,1 milioni di euro entro il 30 giugno 2020. Non sono arrivati. Così nell'estate di quest'anno Conte e gli altri hanno provato almeno a riavere le somme investite negli anni passati. Ma Bochicchio non paga. Gli imputati decidono così di inviare una mail il 7 luglio ma scoprono persino che l'indirizzo è falso. Secondo il giudice le prove sono evidenti. In pratica Bochicchio li aveva convinti dell'investimento in Kidman perché collegata e garantita da Hsbc. Lo stesso istituto di credito ha spiegato a processo di non aver alcun ruolo in questa società né di avere alcun tipo di collegamento tramite le sue controllate. Sempre a processo lo stesso Bochicchio ha smentito il coinvolgimento di Hsbc. Ma è stato proprio Antonio Conte a portare al giudice un documento che sembrava arrivasse dalla banca d'investimento, pezzo di carta che poi si è rivelato falso. Proprio su questo si fonda la sentenza della corte commerciale inglese che ha verificato come il denaro che era stato affidato a Bochicchio era stato investito in altri modi e non come promesso.
Il manager avrebbe a questo punto dovuto - entro la fine di luglio - saldare il suo debito. Non lo ha fatto neanche questa volta. A questo punto è arrivata l'ingiunzione di pagamento. E Bochicchio si è visto congelare il patrimonio da 61,4 milioni di dollari, tra proprietà di lusso a Miami, in Italia e Londra. Tra queste c'è la lussuosa casa in Holland Park dove ha vissuto Conte ai tempi del Chelsea e dove è rimasto il fratello Gianluca che è stato consulente dello stesso Bochicchio in Tiber Capital. Sono stati bloccati anche i conti correnti in Regno Unito, in Credit Suisse e in Hsbc. Rischia il sequestro dei beni se non ottempera al decreto ingiuntivo. Tra questi devono essere versati 6,5 milioni di sterline a Palesa Sarl, una società in Lussemburgo e 30,6 milioni di euro proprio a Conte.
La truffa sarebbe stata portata avanti anche con prospetti falsi della stessa Kidman, con mirabolanti ipotesi di rendimento.
Non c'è solo Conte tra i truffati illustri. Anche la filantropa Leona Koenig, fondatrice dell'Imfoundation for children, sostiene di essere stata ingannata da Bochicchio. Gli aveva fatto credere che la società facesse parte di Hsbc. Ha bruciato 3,9 milioni di euro.
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Altro sfogo del tecnico dopo la sconfitta in finale col Siviglia: ringrazia i tifosi e parla già da ex. Massimiliano Allegri il preferito per la successione. La stagione è stata comunque da record, anche grazie agli uomini scelti da lui. Ma ci sono divergenze con i manager, pure su Lionel Messi.Il mister è anche vittima di una maxitruffa da oltre 30 milioni di euro. È stato raggirato, assieme ad altri Vip, da un promotore con falsi documenti di banca Hsbc. La corte di Londra gli ha dato ragione.Lo speciale comprende due articoli. Concediamoci un po' di filosofia spicciola: il calcio italiano è il trionfo della follia raziocinante. Punto d'incontro tra il Dionisiaco - il caos, i colpi di scena, l'imprevisto - e l'apollineo - la sfida in campo, la rappresentazione della partita con le sue regole e il suo spettacolo. Due allenatori che, bene o male, hanno portato a casa risultati, lasciano le panchine delle rispettive squadre. Maurizio Sarri e Antonio Conte. Sarri è approdato alla Juventus con la promessa di regalare a Torino vittorie e bel «giuoco», come si usava dire in casa Milan e oggi in casa Monza. Ha vinto lo scudetto, consuetudine noiosa per i bianconeri, ed è stato esonerato. Era nell'aria. Sarri con l'ambiente bianconero non ha mai legato, complice la diversità di vedute su come intendere la vita e le sue appendici estetiche. L'eliminazione in Champions League ha dato il colpo di grazia alle sue speranze. Antonio Conte è invece arrivato all'Inter accompagnato dal fardello di timori e aspettative che la sua fama di allenatore assolutista, esperto nel condizionamento mentale dei calciatori, portava in dote. Si è battuto come un leone per ottenere alcuni nomi in rosa per lui indispensabili come Romelu Lukaku e Nicolò Barella, manifestando già a inizio stagione perplessità per una campagna acquisti, a suo dire, non coerente con le ambizioni di un club deciso a tornare a sedersi nei salotti buoni d'Europa. Ha però ottenuto i migliori risultati di sempre per i nerazzurri dall'era post Mourinho. Un secondo posto in campionato a un punto dalla capolista, una finale di Europa League in cui la sconfitta patita 3-2 contro il Siviglia rappresenta soltanto il verdetto sfortunato di un confronto condizionato da episodi. Ma anche per lui, salvo colpi di scena, l'addio pare imminente. Nel suo caso, la scelta sarebbe spontanea, una decisione da usare come leva per forzare la trattativa in corso da mesi: «Farò delle riflessioni a mente fredda ed è giusto che le faccia anche il presidente dopo che gli avrò comunicato quello che penso. Non faccio marcia indietro», afferma. Tradotto: Conte non è soddisfatto del rapporto con la società. Si dice che con il direttore sportivo Piero Ausilio i rapporti non siano idilliaci e che Beppe Marotta, ad interista, mantenga una linea di condotta dorotea, che non soddisfa un sergente come il tecnico salentino. Le richieste sembrano essere piuttosto esplicite: carta bianca per la prossima stagione sulla lista della spesa dei giocatori da comprare e sulla loro gestione. L'allenatore pretenderebbe un ruolo non distante da quello manageriale tipico della Premier League e intenderebbe calcare la mano con la famiglia Zhang - proprietaria della squadra - per diventare plenipotenziario nella guida tecnica della barca nerazzurra. Se una vittoria in Europa League gli avrebbe consentito di sedersi al tavolo della discussione con un coltello impugnato dalla parte del manico, è possibile che la sconfitta faccia rivolgere la lama direttamente verso il suo cuore. Massimiliano Allegri è già stato contattato a scopo cautelativo (dicono le voci, gli verrebbe offerto un contratto triennale). Gli Zhang non avrebbero però intenzione di esonerare Conte in modo unilaterale. Se le controparti decidessero di non continuare assieme, per lui sarebbe pronta una buonuscita e una rescissione consensuale dell'oneroso accordo (12 milioni di euro netti a stagione). Di certo le voci che accostano il fuoriclasse Leo Messi alla maglia interista non facilitano la permanenza dell'allenatore sulla panchina milanese. Il tecnico leccese è un assolutista manicheo, quanto a scelte di uomini con cui comporre la sua rosa d'elezione. La presenza ingombrante di un catalizzatore come Messi - sulla falsariga di quel che rappresenta Cristiano Ronaldo per la Juventus - rischierebbe di far saltare i meccanismi operai che pretende da ogni uomo in campo. Conte Lo ha dimostrato ai tempi dei campionati europei - dove ha trasformato un'Italia dalla stoffa mediocre in seta purissima - e nelle precedenti esperienza alla guida di Juventus e Chelsea. Non che Conte mal digerisca i campioni. Purché siano funzionali ai suoi orizzonti progettuali e coerenti con una visione tattica delineata. Per intenderci: un attaccante come Lukaku, autore quest'anno di 34 gol come Ronaldo il Fenomeno nella sua prima stagione ai tempi dell'Inter di Massimo Moratti, è stato da lui imposto come condizione indispensabile. E forse Lukaku ha accettato di venire a Milano proprio perché suggestionato dalla possibilità di lavorare con un mentore che lo ha sempre cercato. La diatriba alimenta un dibattito vecchio come il pallone. Quanto conta un allenatore per un club blasonato? Il compianto Franco Rossi, maestro di giornalismo, sosteneva che l'allenatore migliore fosse quello che si limita a fare pochi danni. Detta aristotelicamente: la squadra è sostanza, il tecnico è accidente. Ma con Antonio Conte, se si ragiona così, non si comincia nemmeno un discorso. E le sue parole dopo la sconfitta col Siviglia risuonano chiare: «Mi vogliono regalare Messi? Solo io so quanto ho dovuto faticare per farmi prendere Lukaku, fidatevi. A tutto c'è un limite e devo capire dove arriva il mio». Complemento a esternazioni precedenti, dopo il successo in casa dell'Atalanta: «Non è stato riconosciuto il mio lavoro e quello dei calciatori, abbiamo avuto scarsissima protezione da parte del club».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inter-da-pazzi-conte-ha-le-valigie-in-mano-2647061408.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-mister-e-anche-vittima-di-una-maxitruffa-da-oltre-30-milioni-di-euro" data-post-id="2647061408" data-published-at="1598128630" data-use-pagination="False"> Il mister è anche vittima di una maxitruffa da oltre 30 milioni di euro Non è un periodo fortunato per l'allenatore dell'Inter Antonio Conte. Dopo il secondo posto in campionato a un solo punto dalla Juventus e dopo la sconfitta in finale di Europa League contro il Siviglia, l'ex tecnico dei bianconeri e del Chelsea si ritrova da due mesi a cercare di recuperare 30 milioni di euro di un investimento andato (evidentemente) male, tra una presunta truffa dove compaiono anche alcuni documenti falsi di Hsbc, tra le più importanti banche di investimento nel mondo. Per di più Hsbc, estranea alla vicenda, non è un istituto di credito qualunque. È molto conosciuto nel mondo del calcio, anche perché dal 2008 al 2018 è stato advisor il presidente del Coni, Giovanni Malagò, e in corsa per diventare amministratore della Lega nel 2018 ci fu anche Marzio Perrelli, ex Goldman Sachs nonché ex Ceo di Hsbc Italia e ora vicepresidente di Sky Sport. La storia arriva da Londra. A darne conto sono due sentenze della corte commerciale inglese. La prima è del 17 luglio, l'altra più recente di agosto, ovvero un'ingiunzione di pagamento a carico di Massimo Bochicchio, classe 1966, investitore italiano di stanza in Inghilterra, titolare di molteplici società di investimento. Bochicchio ha avuto un passato in Hsbc, tra il 2006 e il 2012, alla divisione Global Banking & Markets. Poi, a quanto si evince dal curriculum, si è messo in proprio. Il giudice inglese Dave Foxton nella sentenza del 17 luglio spiega nel dettaglio i fatti. In pratica gli otto ricorrenti alla corte commerciale di Londra - oltre a Conte ce ne sono altri sette tra cui la Superb Sport Limited - si sarebbero resi conto lo scorso anno di essere finiti in una truffa che Bochicchio avrebbe portato avanti tramite la sua società Kidman. In base agli accordi, infatti, il manager italiano aveva promesso investimenti fruttuosi, ad alto rendimento. Dopo un tira e molla durato mesi, gli otto si aspettavano un pagamento di 33,1 milioni di euro entro il 30 giugno 2020. Non sono arrivati. Così nell'estate di quest'anno Conte e gli altri hanno provato almeno a riavere le somme investite negli anni passati. Ma Bochicchio non paga. Gli imputati decidono così di inviare una mail il 7 luglio ma scoprono persino che l'indirizzo è falso. Secondo il giudice le prove sono evidenti. In pratica Bochicchio li aveva convinti dell'investimento in Kidman perché collegata e garantita da Hsbc. Lo stesso istituto di credito ha spiegato a processo di non aver alcun ruolo in questa società né di avere alcun tipo di collegamento tramite le sue controllate. Sempre a processo lo stesso Bochicchio ha smentito il coinvolgimento di Hsbc. Ma è stato proprio Antonio Conte a portare al giudice un documento che sembrava arrivasse dalla banca d'investimento, pezzo di carta che poi si è rivelato falso. Proprio su questo si fonda la sentenza della corte commerciale inglese che ha verificato come il denaro che era stato affidato a Bochicchio era stato investito in altri modi e non come promesso. Il manager avrebbe a questo punto dovuto - entro la fine di luglio - saldare il suo debito. Non lo ha fatto neanche questa volta. A questo punto è arrivata l'ingiunzione di pagamento. E Bochicchio si è visto congelare il patrimonio da 61,4 milioni di dollari, tra proprietà di lusso a Miami, in Italia e Londra. Tra queste c'è la lussuosa casa in Holland Park dove ha vissuto Conte ai tempi del Chelsea e dove è rimasto il fratello Gianluca che è stato consulente dello stesso Bochicchio in Tiber Capital. Sono stati bloccati anche i conti correnti in Regno Unito, in Credit Suisse e in Hsbc. Rischia il sequestro dei beni se non ottempera al decreto ingiuntivo. Tra questi devono essere versati 6,5 milioni di sterline a Palesa Sarl, una società in Lussemburgo e 30,6 milioni di euro proprio a Conte. La truffa sarebbe stata portata avanti anche con prospetti falsi della stessa Kidman, con mirabolanti ipotesi di rendimento. Non c'è solo Conte tra i truffati illustri. Anche la filantropa Leona Koenig, fondatrice dell'Imfoundation for children, sostiene di essere stata ingannata da Bochicchio. Gli aveva fatto credere che la società facesse parte di Hsbc. Ha bruciato 3,9 milioni di euro.
Contingente italiano sbarcato nella baia di Suda, isola di Creta (Getty Images)
Era il 28 maggio 1896 quando tre navi da guerra gettarono l’ancora nella baia di Suda, sull’isola di Creta. Una delle tre batteva la bandiera della Regia Marina italiana. Era l’incrociatore «Piemonte», sotto la guida del comandante Alfonso de Orestis e del capitano in seconda Paolo Thaon di Revel, futuro Capo di Stato Maggiore durante la Grande Guerra e in seguito ministro della Marina. A poca distanza dal «Piemonte» si trovavano la corazzata francese «Neptune» e la «Hood», corazzata della Royal Navy britannica. Perché quelle tre imbarcazioni si trovavano laggiù? I motivi sono da ricercare nella storia dell’isola di Creta, all’epoca dei fatti governata dall’impero Ottomano, che l’aveva strappata al dominio veneziano nel 1669.
La composizione etnico-religiosa dell’isola fece da volano nei due secoli di dominazione della Sacra Porta. La maggioranza della popolazione era di origini greche e di religione cristiano-ortodossa mentre la minoranza dominante era musulmana. Gli attriti tra le due comunità cretesi aumentarono con la sollevazione della Grecia, a cui seguì l’indipendenza dopo i moti del 1821. Il malcontento dei cristiani esplose più volte negli anni, come nel caso della rivolta del 1866-1869, terminata con il massacro della popolazione filoellenica. Per il timore di un’espansione della protesta ai Balcani, il governo turco concesse una serie di riforme e pose a capo dell’isola un cristiano, Alexander Kharatheodori. La svolta non servì tuttavia a lenire le gravi tensioni etniche e religiose perché i musulmani dell’isola non accettarono la guida di un cristiano e iniziarono una serie di violenze contro la popolazione. L’11 maggio 1896 si perpetrò il massacro dei cristiani di Canea e anche ad Heraklion vi furono scontri, saccheggi e omicidi. I nuovi disordini di Creta attirarono l’attenzione delle diplomazie europee, già in allarme nei confronti dell’impero turco per il massacro degli Armeni di Anatolia del 1895. L’equilibrio nel Mediterraneo era a rischio. Fu soprattutto quest’ultimo aspetto a mettere in moto le diplomazie francesi, inglesi ed italiane per un intervento diretto formalmente a proteggere i propri connazionali residenti a Creta. Per l’Italia guidata da Antonio di Rudinì, la crisi cretese si mostrò come un’occasione imperdibile, dopo la sconfitta coloniale di Adua, per mantenere il ruolo di potenza nell’area del Mediterraneo e per proteggere gli interessi economici messi a rischio dalle tensioni tra Atene e la Sublime Porta. L’intervento a tre, discusso per l’Italia dal ministro della Marina Benedetto Brin, rappresentò una sorta di alleanza militare di peacekeeping ante litteram.
Dalla rada di Suma, le navi della coalizione europea inviarono uomini con le lance con compiti di deterrenza e di recupero dei connazionali che chiedevano protezione. Il compito di gestire le operazioni di terra dell’equipaggio del «Piemonte» fu affidato a Thaon di Revel. Nei giorni successivi, nonostante la presenza delle navi estere e la pressione diplomatica, la situazione a Creta non parve migliorare. Si temette da subito un’escalation anche per l’atteggiamento del governo di Atene, deciso a dare una spallata alla situazione di Creta fomentando l’insurrezione, in vista di una futura annessione dell’isola. Per le continue violenze tra le fazioni, anche se l’arrivo delle navi estere placò momentaneamente gli animi di fronte alle artiglierie e alle armi caricate sulle lance, fu deciso un rafforzamento della presenza della Regia Marina. Nel mese di giugno giunse a Creta la «Vesuvio», incrociatore comandato dal Capitano Umberto De La Tour, seguita dalla «Liguria», dall’«Etna» e dalla «Morosini». Nei primi mesi del 1897 la situazione dell’isola non parve migliorare. Fu la premessa per la formazione di una prima coalizione internazionale, chiamata in inglese «Admiral’s Squadron» (squadrone degli ammiragli) che incluse anche la Russia, la Germania e l’Austria-Ungheria. A capo della forza navale fu posto il viceammiraglio italiano Felice Napoleone Canevaro, già organico alla Marina sarda e in seguito parte della spedizione di Garibaldi. Nato da una famiglia ligure originaria di Zoagli, Canevaro era il più anziano dei comandanti dello squadrone internazionale. Il suo ruolo fu estremamente delicato, in quanto la situazione geopolitica vedeva un’opinione pubblica europea favorevole ai greci e all’annessione di Creta, ma i governi volevano evitare un crollo degli Ottomani causato da una guerra civile. Fu necessario dunque proteggere, per così dire, i musulmani assediati nelle città costiere e contenere la ribellione dei greci ortodossi nell’entroterra dell’isola, continuamente alimentati dall’appoggio logistico di Atene.
Per mantenere il controllo, non era più sufficiente presidiare i porti con le navi: si rendeva necessaria una forza di sbarco per ristabilire l’ordine e gettare le basi di un’amministrazione controllata dalle potenze europee. Il 4 febbraio 1897 da Catania un piroscafo di linea caricò il primo contingente italiano che avrebbe dovuto sbarcare sull’isola di Creta, guidato dal colonnello Vincenzo Garioni e composto da uomini del 1° Battaglione del 36° Reggimento fanteria «Forlì», di unità dell’artiglieria da montagna e da Carabinieri i quali, comandati dal capitano Federico Craveri, avrebbero dovuto assumere il compito di garantire l’ordine pubblico nel quadro di una gendarmeria internazionale. Anche la Marina aumentò in quel frangente la presenza a Creta, dal momento che i greci inviarono navi da guerra con l’intenzione di annettere l’isola con un colpo di mano. A Suna si unirono altre navi della Regia Marina tra cui il «Ruggiero di Lauria» e l’incrociatore «Stromboli». Il corpo di spedizione italiano raggiunse le 3.000 unità, sbarcando a Creta e stabilendosi nella zona di influenza assegnata dalla coalizione internazionale, la parte orientale dell’Isola. Il primo scontro a fuoco si verificò il 13 febbraio 1897 nei pressi de La Canea, quando i militari italiani, Carabinieri e fanti, furono fatti bersaglio di cecchini filogreci. Guidati dal tenente De Mandato, furono in grado di respingere l’assalto. Il 36° Fanteria fu invece impegnato presso la cittadina di Hierapietra, dove i ribelli cercavano di tagliare le forniture idriche degli assediati. Anche a Candia, l’odierna Heraklion, gli italiani furono coinvolti nei duri scontri tra cristiani e musulmani, intervenendo frequentemente per scongiurare i linciaggi tra le due fazioni. Nell’entroterra i fanti e i Carabinieri (ai quali si affiancarono poi i bersaglieri comandati dal tenente colonnello Achille Brusati) furono spesso impegnati in azioni di controguerriglia e rastrellamento contro le bande di briganti ed irregolari sparse per l’isola.
La situazione geopolitica internazionale accelerò la risoluzione della questione cretese. Nell’aprile 1897 scoppiò in Tessaglia la guerra tra impero Ottomano e Grecia, che si concluse in soli 30 giorni con la sconfitta netta di Atene, che si vide costretta a ritirare le truppe da Creta durante il breve conflitto e vide sfumare le prospettive di annessione. Francia, Gran Bretagna ed Italia decisero così le sorti dell’isola al tavolo delle trattative. Fu scelta una mediazione: mentre formalmente Creta sarebbe rimasta turca, sarebbe stata retta da un governo autonomo sotto la guida del principe Giorgio, nipote del re di Grecia e del quale faceva parte anche il futuro premier Eleutherios Venizelos. La transizione avvenne con la coalizione internazionale ancora sull’isola, dove scoppiarono ancora per lughi mesi violenti tumulti. Fu proprio il più grave a determinare il ritiro definitivo dei turchi da Creta. Il 25 agosto 1898 a Candia i musulmani massacrarono centinaia di cristiani. Tra le vittime 17 soldati britannici e il vice console inglese. La reazione fu durissima. La stessa regina Vittoria chiese una punizione esemplare e i musulmani furono disarmati in soli 4 giorni. 17 capi della rivolta furono impiccati in pubblico, mentre le potenze Francia e Italia si unirono a Londra pretendendo dal Sultano il ritiro totale da Creta. Le ultime truppe ottomane lasciarono l’isola alla fine di novembre del 1898, mettendo fine a due secoli e mezzo di dominio turco. Parte del contingente internazionale rimase per garantire l’ordine pubblico e addestrare la gendarmeria del nuovo governo cretese fino al 1906, mentre i Carabinieri fino al 1914.
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«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde nel Financial Stability Review – è il bollettino sull’andamento dell’economia che l’Eurotower pubblica due volte l’anno – manda a dire all’Italia di non esagerare con i sostegni a famiglie ed imprese per calmierare gli effetti del caro energia, perché stimoli fiscali finirebbero «mettere ulteriormente sotto pressione i conti pubblici di alcuni Paesi dell’area euro altamente indebitati» e fare alzare lo spread. Quindi Giorgia Meloni è bene non si faccia illusioni anche perché sempre la Lagarde, alla richiesta avanzata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti di una flessibilità del Patto di stabilità legata al caro energia, ha seccamente risposto: «Ci sono delle regole e quelle si rispettano. Semmai in Europa è importante agire tutti insieme». Ma per ora non s’è fatto nulla.
Nel bollettino della Bce ci sono altre pessime notizie. Ammette la Lagarde che il sistema bancario ha tenuto, ma ci sono rischi di deterioramento del credito – dunque lo sa anche lei che l’economia rallenta – e a fronte di questa impennata d’inflazione l’11 giugno lei rialzerà i tassi. Al contrario di quello che fa la Federal Reserve che li tiene fermi o li abbassa perché sa che in tempi di guerra bisogna far bere il cavallo. È del tutto ovvio che Christine Lagarde dice e fa solo ciò che interessa alla Germania, ma qualcuno deve avvertirla che non tutti godono del suo stipendio. La signora si mette in tasca 726.000 euro l’anno, ma il suo stipendiuccio è soggetto a rivalutazione di circa il 5% annuo come tutti i «dipendenti» del sistema europeo. Allo stipendio base di 430.000 euro assomma 130.000 euro di missione a cui si aggiungono quest’anno 140.000 d’indennità e 26.000 euro di recupero dell’inflazione. Lei ha bisogno solo di stimoli per frequentare la toelette perché la signora che guadagna cinque volte il presidente della Fed ha la paga base rivalutata automaticamente e la piglia anche se da quattro anni la Bce (spera di tornare in utile quest’anno) è in rosso.
Bene fa Matteo Salvini a metterla alla berlina affermando: «La Bce invita a fare attenzione ai singoli éaesi a non spendere troppo per il caro energia: “Mi raccomando Italia, non aiutare troppo le famiglie”. Questa è fuori dal mondo, dal buonsenso e dall’attualità. Avanti con il suicidio tenendo conto di cinque Paesi dell’Ue che comprano petrolio dalla Russia e della Bce che non risponde a niente e nessuno». Come illustrava ieri Il Sole 24 Ore, Francia in testa, Ungheria, Bulgaria e la tanto celebrata Spagna regno delle rinnovabili continuano a comprare gas a mano franca da quel cattivone di Vladimir Putin.
Oltretutto Christine Lagarde, se da una parte fa infuriare chi campa di uno stipendio fisso, anche sul piano tecnico fa un errore madornale. Non dare sostegno ai redditi significa precipitare l’Europa e l’Italia in particolare in stagflazione, che è la peggiore pestilenza economica. Se non sostieni i redditi blocchi la domanda, se blocchi la domanda non fai aumentare il Pil. Per questa via si condanna l’Europa all’immobilismo.
A «governare» l’economia e a dire ai cittadini che devono stringere la cinghia ci sono altre due dame di denari. La prima è Ursula von der Leyen che di allentare il Patto di stabilità non ne vuole sapere, anche perché lei ha un misero salario di 40.000 euro lordi al mese che si rivaluta con un meccanismo automatico applicato a tutti i funzionari dell’Ue. La presidente della Commissione è passata da circa 28.400 euro nel 2020 ai 40.860 di oggi. La terza dama di denari è la direttrice del Fondo monetario internazionale. Kristalina Goergevia – stipendio annuo esentasse di 660.000 euro – che ieri ha pubblicato il suo report sull’Italia e scrive: «La recente riduzione generalizzata delle accise su diesel e benzina dovrebbe essere sostituita da trasferimenti monetari mirati alle famiglie più vulnerabili». Si vede che non fa la spesa perché non ce la fa a capire che se il trasporto costa troppo si scarica sui cartellini dei prezzi. La Goergevia ci fa sapere che «le misure per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia dovrebbero essere neutrali rispetto al bilancio, e qualsiasi nuova spesa, compresa quella per la difesa, dovrebbe essere interamente compensata per salvaguardare la sostenibilità fiscale». I rimedi: non mandare la gente in pensione e rendere più efficiente la spesa pubblica contenendola perché «l’elevato livello di debito dell’Italia e la spesa per l’invecchiamento limitano le opzioni per stimolare la crescita». Parola delle tre Parche con Ursula come Cloto che fila, Kristalina-Lachesi che sorteggia chi deve morire e Christine-Atropo che taglia il filo. Alla francese viene bene ricordare Maria Antonietta. Al popolo voleva offrire le brioche; finì che le tagliarono non il filo, ma la testa.
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