Inter da pazzi, Conte ha le valigie in mano
Antonio Conte (Ansa)
  • Altro sfogo del tecnico dopo la sconfitta in finale col Siviglia: ringrazia i tifosi e parla già da ex. Massimiliano Allegri il preferito per la successione. La stagione è stata comunque da record, anche grazie agli uomini scelti da lui. Ma ci sono divergenze con i manager, pure su Lionel Messi.
  • Il mister è anche vittima di una maxitruffa da oltre 30 milioni di euro. È stato raggirato, assieme ad altri Vip, da un promotore con falsi documenti di banca Hsbc. La corte di Londra gli ha dato ragione.

Lo speciale comprende due articoli.

Concediamoci un po’ di filosofia spicciola: il calcio italiano è il trionfo della follia raziocinante. Punto d’incontro tra il Dionisiaco – il caos, i colpi di scena, l’imprevisto – e l’apollineo – la sfida in campo, la rappresentazione della partita con le sue regole e il suo spettacolo. Due allenatori che, bene o male, hanno portato a casa risultati, lasciano le panchine delle rispettive squadre. Maurizio Sarri e Antonio Conte. Sarri è approdato alla Juventus con la promessa di regalare a Torino vittorie e bel «giuoco», come si usava dire in casa Milan e oggi in casa Monza. Ha vinto lo scudetto, consuetudine noiosa per i bianconeri, ed è stato esonerato. Era nell’aria. Sarri con l’ambiente bianconero non ha mai legato, complice la diversità di vedute su come intendere la vita e le sue appendici estetiche. L’eliminazione in Champions League ha dato il colpo di grazia alle sue speranze. Antonio Conte è invece arrivato all’Inter accompagnato dal fardello di timori e aspettative che la sua fama di allenatore assolutista, esperto nel condizionamento mentale dei calciatori, portava in dote. Si è battuto come un leone per ottenere alcuni nomi in rosa per lui indispensabili come Romelu Lukaku e Nicolò Barella, manifestando già a inizio stagione perplessità per una campagna acquisti, a suo dire, non coerente con le ambizioni di un club deciso a tornare a sedersi nei salotti buoni d’Europa. Ha però ottenuto i migliori risultati di sempre per i nerazzurri dall’era post Mourinho. Un secondo posto in campionato a un punto dalla capolista, una finale di Europa League in cui la sconfitta patita 3-2 contro il Siviglia rappresenta soltanto il verdetto sfortunato di un confronto condizionato da episodi. Ma anche per lui, salvo colpi di scena, l’addio pare imminente.

Nel suo caso, la scelta sarebbe spontanea, una decisione da usare come leva per forzare la trattativa in corso da mesi: «Farò delle riflessioni a mente fredda ed è giusto che le faccia anche il presidente dopo che gli avrò comunicato quello che penso. Non faccio marcia indietro», afferma. Tradotto: Conte non è soddisfatto del rapporto con la società. Si dice che con il direttore sportivo Piero Ausilio i rapporti non siano idilliaci e che Beppe Marotta, ad interista, mantenga una linea di condotta dorotea, che non soddisfa un sergente come il tecnico salentino. Le richieste sembrano essere piuttosto esplicite: carta bianca per la prossima stagione sulla lista della spesa dei giocatori da comprare e sulla loro gestione. L’allenatore pretenderebbe un ruolo non distante da quello manageriale tipico della Premier League e intenderebbe calcare la mano con la famiglia Zhang – proprietaria della squadra – per diventare plenipotenziario nella guida tecnica della barca nerazzurra. Se una vittoria in Europa League gli avrebbe consentito di sedersi al tavolo della discussione con un coltello impugnato dalla parte del manico, è possibile che la sconfitta faccia rivolgere la lama direttamente verso il suo cuore. Massimiliano Allegri è già stato contattato a scopo cautelativo (dicono le voci, gli verrebbe offerto un contratto triennale). Gli Zhang non avrebbero però intenzione di esonerare Conte in modo unilaterale. Se le controparti decidessero di non continuare assieme, per lui sarebbe pronta una buonuscita e una rescissione consensuale dell’oneroso accordo (12 milioni di euro netti a stagione).

Di certo le voci che accostano il fuoriclasse Leo Messi alla maglia interista non facilitano la permanenza dell’allenatore sulla panchina milanese. Il tecnico leccese è un assolutista manicheo, quanto a scelte di uomini con cui comporre la sua rosa d’elezione. La presenza ingombrante di un catalizzatore come Messi – sulla falsariga di quel che rappresenta Cristiano Ronaldo per la Juventus – rischierebbe di far saltare i meccanismi operai che pretende da ogni uomo in campo. Conte Lo ha dimostrato ai tempi dei campionati europei – dove ha trasformato un’Italia dalla stoffa mediocre in seta purissima – e nelle precedenti esperienza alla guida di Juventus e Chelsea. Non che Conte mal digerisca i campioni. Purché siano funzionali ai suoi orizzonti progettuali e coerenti con una visione tattica delineata. Per intenderci: un attaccante come Lukaku, autore quest’anno di 34 gol come Ronaldo il Fenomeno nella sua prima stagione ai tempi dell’Inter di Massimo Moratti, è stato da lui imposto come condizione indispensabile. E forse Lukaku ha accettato di venire a Milano proprio perché suggestionato dalla possibilità di lavorare con un mentore che lo ha sempre cercato.

La diatriba alimenta un dibattito vecchio come il pallone. Quanto conta un allenatore per un club blasonato? Il compianto Franco Rossi, maestro di giornalismo, sosteneva che l’allenatore migliore fosse quello che si limita a fare pochi danni. Detta aristotelicamente: la squadra è sostanza, il tecnico è accidente. Ma con Antonio Conte, se si ragiona così, non si comincia nemmeno un discorso. E le sue parole dopo la sconfitta col Siviglia risuonano chiare: «Mi vogliono regalare Messi? Solo io so quanto ho dovuto faticare per farmi prendere Lukaku, fidatevi. A tutto c’è un limite e devo capire dove arriva il mio». Complemento a esternazioni precedenti, dopo il successo in casa dell’Atalanta: «Non è stato riconosciuto il mio lavoro e quello dei calciatori, abbiamo avuto scarsissima protezione da parte del club».


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