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2024-01-07
Cuore e fortuna: l’Inter ha tutto per il titolo
Davide Frattesi esulta dopo la rete del 2-1 contro il Verona (Ansa)
La calza nerazzurra della befana somiglia a quella indossata da Sophia Loren nel siparietto con Marcello Mastroianni in Ieri, oggi e domani ma, anziché far da preludio a invitanti sollazzi amorosi, porta in dote il titolo di campione d’inverno con 48 punti. Una bella alternativa. In buona parte dei casi, significa scudetto. Gli indizi ci sono tutti: l’Inter ha battuto ieri a San Siro l’Hellas Verona 2-1, risultato rocambolesco, considerato che la partita è finita al 101° minuto, gli scaligeri hanno sbagliato un rigore allo scadere, e il secondo gol interista è stato viziato da un fallo a inizio azione non visto dal Var. In parole povere: agli uomini di Simone Inzaghi, oltre a un indubbio valore sul campo, sta venendo incontro la buona sorte, e quando incappi in una stagione in cui ti gira tutto bene, nessuna vetta è preclusa. Peccato per il Verona, agghindato da Babbo Natale fuori tempo massimo. Troppi regali concessi ai padroni di casa durante un match che avrebbero potuto pareggiare se non avessero sperperato il penalty. A guardar le formazioni in campo, con gli ospiti già privi di Terracciano, accasato ormai al Milan, spicca un’evidenza: l’Inter schiera Pavard, Barella, Mkhytarian, Calhanoglu, in avanti torna Lautaro Martinez, c’è Thuram, in panchina i rimpiazzi si chiamano Frattesi, De Vrij, Dimarco. Insomma, è una delle poche compagini italiane sane e attrezzate con una rosa ricca di possibilità, capace di competere su più fronti. Per intenderci, il Milan, squadra laureata in scienze infermieristiche, tutte quelle carte in mano non le ha, pur avendo speso molto in campagna acquisti. Il primo tempo mostra la superiorità nerazzurra, concretizzata dal gol di Lautaro Martinez al minuto 13. Thuram scambia con l’armeno Mkhytarian - artista del pallone dal guizzo creativo e dall’arguzia tattica, proveniente da un paese in cui la strategia, specie bellica, è strumento di fede e sopravvivenza - che serve al bomber argentino un manicaretto. Martinez non sbaglia, infila il portiere Montipò ed è 1-0. Il Verona non alza barricate, prova a ribattere con piglio bisbetico. Il bosniaco Djuric salta, anticipa di testa Dumfries e Pavard, ma non indirizza a dovere, rendendo la palla preda di Sommer. Poi, nella ripresa, il finimondo. Batti e ribatti con occasioni da ambo i lati, tante sostituzioni con un Arnautovic sperperatore di diverse occasioni ghiotte. Ma è il Verona a colpire. Minuto 73: assist di Duda per il neo entrato Henry, che tocca la palla con il ginocchio, segnando il gol del pareggio e mandando fuori giri Acerbi e Sommer. Gli scaligeri ci credono. Alimentano il forcing. Tra i loro ranghi esordisce pure Charlys Matheus Lima Pontes, classe 2004, in luogo di Tomáš Suslov. I nerazzurri non tremano. Si arriva al 93°. Il neo entrato Frattesi sfrutta una ribattuta di Montipò e realizza il vantaggio per i suoi. Ma la rete è viziata da una gomitata del compagno di squadra Bastoni ai danni del povero Duda. Grandi proteste veronesi anche a fine gara, il gol sarebbe da annullare, ma il Var Nasca non se ne avvede. Non finisce così. Al novantottesimo viene assegnato un rigore al Verona per un calcio in area di Darmian su Magnani. Si incarica Henry di tirarlo. La sfera finisce sciaguratamente sul palo, l’Inter vince e i veronesi si leccano le ferite di un’occasione d’oro buttata alle ortiche. Gli interisti si preparano ad accogliere Tajon Buchanan nel migliore dei modi: canadese di madre giamaicana, classe 1999, andrà a rimpiazzare l’infortunato Cuadrado sulle fasce. Proviene dal Club Bruges, Beppe Marotta lo ha acquistato per 7 milioni di euro più 3 di bonus, facendogli firmare un contratto fino al 2028 da 1,5 milioni di euro netti. Si cerca pure un attaccante, in attesa di ingaggiare il forte centrocampista trentenne Piotr Zielinski dal Napoli a fine stagione. La squadra di Inzaghi si tutela: sa che, considerata la necessità di rifinanziare il suo debito con le banche, dovrà probabilmente cedere un pezzo pregiato della sua boutique di atleti, forse Barella, e prende precauzioni allestendo un reparto mediano con nuovi talenti integri. Sull’altra sponda del Naviglio nel mercato di gennaio si puntella una difesa funestata dagli infortuni. In arrivo il versatile ventunenne Filippo Terracciano dal Verona. L’accordo con il club gialloblù è stato trovato con una parte fissa da circa 4,5 milioni, più uno di bonus, il giocatore è un jolly arretrato impiegabile sia come terzino, sia come centrale. Oltre a lui, torna all’ovile Matteo Gabbia, richiamato dal prestito al Villareal. Giocatori di prospettiva, non fenomeni, in attesa di recuperare la sfilza di indisponibili. In casa Napoli è arrivato Pasquale Mazzocchi dalla Salernitana per 3 milioni di euro, per lui tre anni e mezzo di contratto con opzione per il quarto. Sarà il vice Di Lorenzo, ma anche un’alternativa possibile a Mario Rui. Aurelio De Laurentiis è ingolosito pure da Lazar Samardzic e Radu Dragusin. Il centrocampista dell’Udinese ha già attirato su di sè gli occhi di diverse italiane: la Juventus era interessata, l’Inter la scorsa estate, è andata vicino ad acquistarlo. Per il difensore del Genoa è pronta un’offerta che contempla l’inserimento di Ostigard sul piatto assieme a 15 milioni. Attenzione però all’insidia del Tottenham, a sua volta interessato al genoano. La Roma saluta il direttore sportivo Tiago Pinto, che considera finito il suo ciclo e saluterà a febbraio. Sulla sponda juventina, al di là delle trattative papabili e della mano esperta di Giuntoli, Max Allegri ha trovato il suo nuovo gioiello: il turco Kenan Yildiz, classe 2005, se non disperde il suo potenziale, potrebbe diventare il bomber in più, magari al posto dell’incostante - e ora cedibile - Moise Kean.
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Vittoria 2-1 col Verona ma il gol di Frattesi è viziato da una gomitata di Bastoni, poi l’Hellas sbaglia il rigore del pari nel recupero. Nerazzurri campioni d’inverno davanti alla Juve, pronti a lanciare la novità Buchanan. Anche le altre cercano colpi di mercato. La calza nerazzurra della befana somiglia a quella indossata da Sophia Loren nel siparietto con Marcello Mastroianni in Ieri, oggi e domani ma, anziché far da preludio a invitanti sollazzi amorosi, porta in dote il titolo di campione d’inverno con 48 punti. Una bella alternativa. In buona parte dei casi, significa scudetto. Gli indizi ci sono tutti: l’Inter ha battuto ieri a San Siro l’Hellas Verona 2-1, risultato rocambolesco, considerato che la partita è finita al 101° minuto, gli scaligeri hanno sbagliato un rigore allo scadere, e il secondo gol interista è stato viziato da un fallo a inizio azione non visto dal Var. In parole povere: agli uomini di Simone Inzaghi, oltre a un indubbio valore sul campo, sta venendo incontro la buona sorte, e quando incappi in una stagione in cui ti gira tutto bene, nessuna vetta è preclusa. Peccato per il Verona, agghindato da Babbo Natale fuori tempo massimo. Troppi regali concessi ai padroni di casa durante un match che avrebbero potuto pareggiare se non avessero sperperato il penalty. A guardar le formazioni in campo, con gli ospiti già privi di Terracciano, accasato ormai al Milan, spicca un’evidenza: l’Inter schiera Pavard, Barella, Mkhytarian, Calhanoglu, in avanti torna Lautaro Martinez, c’è Thuram, in panchina i rimpiazzi si chiamano Frattesi, De Vrij, Dimarco. Insomma, è una delle poche compagini italiane sane e attrezzate con una rosa ricca di possibilità, capace di competere su più fronti. Per intenderci, il Milan, squadra laureata in scienze infermieristiche, tutte quelle carte in mano non le ha, pur avendo speso molto in campagna acquisti. Il primo tempo mostra la superiorità nerazzurra, concretizzata dal gol di Lautaro Martinez al minuto 13. Thuram scambia con l’armeno Mkhytarian - artista del pallone dal guizzo creativo e dall’arguzia tattica, proveniente da un paese in cui la strategia, specie bellica, è strumento di fede e sopravvivenza - che serve al bomber argentino un manicaretto. Martinez non sbaglia, infila il portiere Montipò ed è 1-0. Il Verona non alza barricate, prova a ribattere con piglio bisbetico. Il bosniaco Djuric salta, anticipa di testa Dumfries e Pavard, ma non indirizza a dovere, rendendo la palla preda di Sommer. Poi, nella ripresa, il finimondo. Batti e ribatti con occasioni da ambo i lati, tante sostituzioni con un Arnautovic sperperatore di diverse occasioni ghiotte. Ma è il Verona a colpire. Minuto 73: assist di Duda per il neo entrato Henry, che tocca la palla con il ginocchio, segnando il gol del pareggio e mandando fuori giri Acerbi e Sommer. Gli scaligeri ci credono. Alimentano il forcing. Tra i loro ranghi esordisce pure Charlys Matheus Lima Pontes, classe 2004, in luogo di Tomáš Suslov. I nerazzurri non tremano. Si arriva al 93°. Il neo entrato Frattesi sfrutta una ribattuta di Montipò e realizza il vantaggio per i suoi. Ma la rete è viziata da una gomitata del compagno di squadra Bastoni ai danni del povero Duda. Grandi proteste veronesi anche a fine gara, il gol sarebbe da annullare, ma il Var Nasca non se ne avvede. Non finisce così. Al novantottesimo viene assegnato un rigore al Verona per un calcio in area di Darmian su Magnani. Si incarica Henry di tirarlo. La sfera finisce sciaguratamente sul palo, l’Inter vince e i veronesi si leccano le ferite di un’occasione d’oro buttata alle ortiche. Gli interisti si preparano ad accogliere Tajon Buchanan nel migliore dei modi: canadese di madre giamaicana, classe 1999, andrà a rimpiazzare l’infortunato Cuadrado sulle fasce. Proviene dal Club Bruges, Beppe Marotta lo ha acquistato per 7 milioni di euro più 3 di bonus, facendogli firmare un contratto fino al 2028 da 1,5 milioni di euro netti. Si cerca pure un attaccante, in attesa di ingaggiare il forte centrocampista trentenne Piotr Zielinski dal Napoli a fine stagione. La squadra di Inzaghi si tutela: sa che, considerata la necessità di rifinanziare il suo debito con le banche, dovrà probabilmente cedere un pezzo pregiato della sua boutique di atleti, forse Barella, e prende precauzioni allestendo un reparto mediano con nuovi talenti integri. Sull’altra sponda del Naviglio nel mercato di gennaio si puntella una difesa funestata dagli infortuni. In arrivo il versatile ventunenne Filippo Terracciano dal Verona. L’accordo con il club gialloblù è stato trovato con una parte fissa da circa 4,5 milioni, più uno di bonus, il giocatore è un jolly arretrato impiegabile sia come terzino, sia come centrale. Oltre a lui, torna all’ovile Matteo Gabbia, richiamato dal prestito al Villareal. Giocatori di prospettiva, non fenomeni, in attesa di recuperare la sfilza di indisponibili. In casa Napoli è arrivato Pasquale Mazzocchi dalla Salernitana per 3 milioni di euro, per lui tre anni e mezzo di contratto con opzione per il quarto. Sarà il vice Di Lorenzo, ma anche un’alternativa possibile a Mario Rui. Aurelio De Laurentiis è ingolosito pure da Lazar Samardzic e Radu Dragusin. Il centrocampista dell’Udinese ha già attirato su di sè gli occhi di diverse italiane: la Juventus era interessata, l’Inter la scorsa estate, è andata vicino ad acquistarlo. Per il difensore del Genoa è pronta un’offerta che contempla l’inserimento di Ostigard sul piatto assieme a 15 milioni. Attenzione però all’insidia del Tottenham, a sua volta interessato al genoano. La Roma saluta il direttore sportivo Tiago Pinto, che considera finito il suo ciclo e saluterà a febbraio. Sulla sponda juventina, al di là delle trattative papabili e della mano esperta di Giuntoli, Max Allegri ha trovato il suo nuovo gioiello: il turco Kenan Yildiz, classe 2005, se non disperde il suo potenziale, potrebbe diventare il bomber in più, magari al posto dell’incostante - e ora cedibile - Moise Kean.
George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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