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2022-01-10
Nicolae Paulescu e la scoperta (controversa) dell'insulina
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Nel riquadro Nicolae Paulescu (Getty Images)
Nicolae Paulescu, medico e fisiologo rumeno, fu quasi dimenticato fino all’inizio del terzo millennio. La sua figura riemerse tra le polemiche a Parigi alla fine dell’agosto 2003. In quei giorni nella capitale francese era in corso il congresso mondiale dei diabetologi e durante lo svolgimento dei lavori era prevista l’inaugurazione di un busto di Paulescu, in qualità di scopritore dell’insulina. L’annuncio scatenò una forte polemica che finì sulla stampa nazionale per l’opposizione dell’associazione Simon Wiesenthal. La cerimonia fu annullata ed il busto mai svelato per il passato antisemita del medico romeno, morto nel 1931 prima che gli orrori dell’olocausto segnassero la storia del secolo breve.
Nicolae Paulescu era nato nel 1869 a Bucarest. Studente modello in medicina, si trasferì a Parigi nel 1888 dove fu scelto come assistente dai luminari della scienza medica Lancereaux e Dastre. Durante la permanenza nella capitale francese, da sempre legata a doppio filo alla Romania, Paulescu ottenne le specializzazioni in biochimica e scienze naturali. Specializzato nella cura della tiroide e della ghiandola pituitaria, più tardi iniziò a rivolgere i sui studi scientifici sul pancreas. Tornato a Bucarest nel 1901 dove ottenne la cattedra presso l’università, fu autore di importanti pubblicazioni medico-scientifiche sull’ipofisi e un trattato di medicina in tre volumi pubblicato a Parigi dall’ex mentore Lancereaux. Proprio nel 3° volume dell’opera erano contenute le basi di una delle scoperte terapeutiche più importanti del secolo, raccolte nella frase «gli studi sperimentali di uno di noi (Paulescu ndr) sembrano indicare che una delle secrezioni interne al pancreas abbiano un ruolo nella formazione del glicogeno epatico». Furono Lancereaux e Paulescu ad indicare il pancreas come principale organo coinvolto nella patogenesi del diabete.
La scoperta del medico romeno prese forma tra il 1914 e il 1916, quando la ricerca si concentrò sull’isolamento delle secrezioni pancreatiche, un passo da gigante a pochi anni dalla scoperta delle funzioni epatiche e della glicogeni. Fino ad allora la medicina si era basata sulle teorie del diciassettesimo secolo che avevano solamente associato il glucosio concentrato nelle urine dei pazienti diabetici, sino ad allora destinati alla morte. Per Paulescu, una volta individuato l’organo all’origine della malattia, la chiave di volta sarebbe stata l’analisi patofisiologica delle secrezioni pancreatiche isolate. Per raggiungere i primi risultati ci vollero 14 anni di ricerche. Nel 1907 il medico già scrisse sulla funzione del pancreas come organo capace di secernere sostanze sia all’interno che all’esterno, la cui alterazione era riscontrabile nella maggioranza dei pazienti diabetici esaminati. Durante le ricerche arrivò alla conclusione che fossero le secrezioni interne a determinare la comparsa della malattia. Gli studi sui cani diabetici confermarono le ipotesi. In seguito all’asportazione del pancreas, gli animali sviluppavano un sensibile aumento di sete e di appetito, direttamente proporzionale ad una perdita ponderale che portava rapidamente alla morte per cachessia. La risposta agli esperimenti andava delineandosi: l’assimilazione degli zuccheri in seguito inviati al fegato tramite vena portale avveniva grazie alle secrezioni interne al pancreas, sulle quali si concentrarono gli studi di Paulescu. Altra scoperta a cui arriverà nei lunghi anni di studi sul pancreas porterà alla odierna concezione della complessità metabolica della malattia diabetica, nota come squilibrio complessivo dell’assorbimento e della trasformazione non solo dei carboidrati (come fino ad allora si pensava) ma anche di lipidi e proteine. I segnali di questo scompenso erano visibili durante gli esperimenti e sui pazienti diabetici con segni evidenti a carico di tessuti, urine e sangue. Segno che le secrezioni interne della ghiandola erano fondamentali per garantire l’equilibrio naturale di tali sostanze presenti nel metabolismo umano e animale. All’inizio degli anni Venti il medico romeno arrivò alla sperimentazione terapeutica partendo dall’isolamento dell’ormone pancreatico per poterlo somministrare ai pazienti diabetici. Era il 1921, e quello che Paulescu intendeva iniettare era l’insulina. Le successive pratiche su animali ne dimostrarono l’efficacia, con effetti evidenti sui valori metabolici: ipoglicemia in caso di somministrazione della «pancreina» (come la battezzò inizialmente Paulescu) in cani non-diabetici e riequilibrio dei valori nei cani sottoposti ad asportazione del pancreas.
Nei mesi della scoperta di Paulescu, a migliaia di chilometri di distanza in Nord America, si ebbe eco dei suoi studi sul pancreas. Lo testimonierebbero alcune lettere inviate al medico da colleghi americani, mentre altri studiosi negherebbero ogni nozione degli studi di Paulescu. Su questo punto, la conoscenza o meno dell’opera del romeno, si basa il giallo che seguirà nell’assegnazione dei riconoscimenti ufficiali per quella grandiosa scoperta in campo medico. All’università di Toronto i due scienziati Frederick Grant Banting e John J.R. Macleod si erano dedicati anch’essi allo studio degli enzimi pancreatici e i risultati delle loro sperimentazioni sui cani furono praticamente gli stessi di Paulescu, il quale tuttavia pubblicò per primo gli articoli scientifici sulla scoperta dell’insulina sugli Archives Internationals de Physiologie di Parigi nell’agosto del 1921. La storia darà ragione ai due canadesi, che furono insigniti del Nobel per la medicina per l’anno 1922 e ai quali fu attribuita in toto la scoperta della cura del diabete per mezzo dell’insulina. A nulla varranno le istanze successivamente presentate alla commissione dallo stesso Nicolae Paulescu, nonostante il deposito del brevetto a Bucarest per l’estrazione e la produzione della «pancreina». Il medico, dopo il disconoscimento internazionale, finirà in una spirale negativa alla quale contribuirà in maniera decisiva il pensiero antisemita che Petrescu aveva maturato nella Romania d’inizio secolo, dove le teorie di cospirazioni giudaiche e di attacco al cattolicesimo circolavano da anni. Paulescu si diede alla metà degli anni Venti all’attività politica, con la fondazione della Lega per la Difesa Cristiano-Nazionale, della quale fu co-fondatore Alexandru Cuza, un ex socialista affascinato in seguito dalle teorie sull’arianesimo del conte francese Arthur de Gobineau, che mischiavano l’antisemitismo tradizionale dei cristiano-ortodossi con un’interpretazione razziale dell’ebraismo, definito in seguito «cristiano-razzismo». Il partito di Paulescu e Cuza, diventato in seguito Lega per la Difesa Nazionale, annoverò nella sezione giovanile il futuro «Capitanul» della Guardia di Ferro fondata nel 1927, Corneliu Zelea Codreanu. Gli scritti antisemiti di Nicolae Paulescu e il suo attacco di stampo nazionalista alla «intellighenzia» francofila rumena, contribuiranno ad eclissare totalmente l’opera medico-scientifica tra le più importanti del Ventesimo secolo. Non vedrà, Paulescu, l’ascesa di Hitler in Germania, l’Olocausto, la guerra. E neppure la fine del suo ammiratore Codreanu, giustiziato nel 1938 dalle forze di re Carlo II dopo il golpe al quale prese parte anche il futuro dittatore romeno Ion Antonescu. Nicolae Petrescu muore di cancro a Bucarest il 17 luglio 1931. Come l’ombra della guerra e dell’olocausto era scesa sull’Europa, così una coltre impenetrabile, conseguenza degli scritti politici e filosofici violentemente antisemiti di Paulescu, racchiuse per sempre nella tomba del tempo i meriti scientifici del pioniere della cura del diabete.
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Illustre cattedratico di Bucarest, scoprì la terapia contro il diabete nel 1922. Il suo convinto antisemitismo base della sua attività politica ne determinò l oblìo. Il Nobel di quell'anno andò a due scienziati canadesi, alimentando i dubbi sulla paternità della più grande scoperta della medicina del Ventesimo secolo. Nicolae Paulescu, medico e fisiologo rumeno, fu quasi dimenticato fino all’inizio del terzo millennio. La sua figura riemerse tra le polemiche a Parigi alla fine dell’agosto 2003. In quei giorni nella capitale francese era in corso il congresso mondiale dei diabetologi e durante lo svolgimento dei lavori era prevista l’inaugurazione di un busto di Paulescu, in qualità di scopritore dell’insulina. L’annuncio scatenò una forte polemica che finì sulla stampa nazionale per l’opposizione dell’associazione Simon Wiesenthal. La cerimonia fu annullata ed il busto mai svelato per il passato antisemita del medico romeno, morto nel 1931 prima che gli orrori dell’olocausto segnassero la storia del secolo breve. Nicolae Paulescu era nato nel 1869 a Bucarest. Studente modello in medicina, si trasferì a Parigi nel 1888 dove fu scelto come assistente dai luminari della scienza medica Lancereaux e Dastre. Durante la permanenza nella capitale francese, da sempre legata a doppio filo alla Romania, Paulescu ottenne le specializzazioni in biochimica e scienze naturali. Specializzato nella cura della tiroide e della ghiandola pituitaria, più tardi iniziò a rivolgere i sui studi scientifici sul pancreas. Tornato a Bucarest nel 1901 dove ottenne la cattedra presso l’università, fu autore di importanti pubblicazioni medico-scientifiche sull’ipofisi e un trattato di medicina in tre volumi pubblicato a Parigi dall’ex mentore Lancereaux. Proprio nel 3° volume dell’opera erano contenute le basi di una delle scoperte terapeutiche più importanti del secolo, raccolte nella frase «gli studi sperimentali di uno di noi (Paulescu ndr) sembrano indicare che una delle secrezioni interne al pancreas abbiano un ruolo nella formazione del glicogeno epatico». Furono Lancereaux e Paulescu ad indicare il pancreas come principale organo coinvolto nella patogenesi del diabete. La scoperta del medico romeno prese forma tra il 1914 e il 1916, quando la ricerca si concentrò sull’isolamento delle secrezioni pancreatiche, un passo da gigante a pochi anni dalla scoperta delle funzioni epatiche e della glicogeni. Fino ad allora la medicina si era basata sulle teorie del diciassettesimo secolo che avevano solamente associato il glucosio concentrato nelle urine dei pazienti diabetici, sino ad allora destinati alla morte. Per Paulescu, una volta individuato l’organo all’origine della malattia, la chiave di volta sarebbe stata l’analisi patofisiologica delle secrezioni pancreatiche isolate. Per raggiungere i primi risultati ci vollero 14 anni di ricerche. Nel 1907 il medico già scrisse sulla funzione del pancreas come organo capace di secernere sostanze sia all’interno che all’esterno, la cui alterazione era riscontrabile nella maggioranza dei pazienti diabetici esaminati. Durante le ricerche arrivò alla conclusione che fossero le secrezioni interne a determinare la comparsa della malattia. Gli studi sui cani diabetici confermarono le ipotesi. In seguito all’asportazione del pancreas, gli animali sviluppavano un sensibile aumento di sete e di appetito, direttamente proporzionale ad una perdita ponderale che portava rapidamente alla morte per cachessia. La risposta agli esperimenti andava delineandosi: l’assimilazione degli zuccheri in seguito inviati al fegato tramite vena portale avveniva grazie alle secrezioni interne al pancreas, sulle quali si concentrarono gli studi di Paulescu. Altra scoperta a cui arriverà nei lunghi anni di studi sul pancreas porterà alla odierna concezione della complessità metabolica della malattia diabetica, nota come squilibrio complessivo dell’assorbimento e della trasformazione non solo dei carboidrati (come fino ad allora si pensava) ma anche di lipidi e proteine. I segnali di questo scompenso erano visibili durante gli esperimenti e sui pazienti diabetici con segni evidenti a carico di tessuti, urine e sangue. Segno che le secrezioni interne della ghiandola erano fondamentali per garantire l’equilibrio naturale di tali sostanze presenti nel metabolismo umano e animale. All’inizio degli anni Venti il medico romeno arrivò alla sperimentazione terapeutica partendo dall’isolamento dell’ormone pancreatico per poterlo somministrare ai pazienti diabetici. Era il 1921, e quello che Paulescu intendeva iniettare era l’insulina. Le successive pratiche su animali ne dimostrarono l’efficacia, con effetti evidenti sui valori metabolici: ipoglicemia in caso di somministrazione della «pancreina» (come la battezzò inizialmente Paulescu) in cani non-diabetici e riequilibrio dei valori nei cani sottoposti ad asportazione del pancreas. Nei mesi della scoperta di Paulescu, a migliaia di chilometri di distanza in Nord America, si ebbe eco dei suoi studi sul pancreas. Lo testimonierebbero alcune lettere inviate al medico da colleghi americani, mentre altri studiosi negherebbero ogni nozione degli studi di Paulescu. Su questo punto, la conoscenza o meno dell’opera del romeno, si basa il giallo che seguirà nell’assegnazione dei riconoscimenti ufficiali per quella grandiosa scoperta in campo medico. All’università di Toronto i due scienziati Frederick Grant Banting e John J.R. Macleod si erano dedicati anch’essi allo studio degli enzimi pancreatici e i risultati delle loro sperimentazioni sui cani furono praticamente gli stessi di Paulescu, il quale tuttavia pubblicò per primo gli articoli scientifici sulla scoperta dell’insulina sugli Archives Internationals de Physiologie di Parigi nell’agosto del 1921. La storia darà ragione ai due canadesi, che furono insigniti del Nobel per la medicina per l’anno 1922 e ai quali fu attribuita in toto la scoperta della cura del diabete per mezzo dell’insulina. A nulla varranno le istanze successivamente presentate alla commissione dallo stesso Nicolae Paulescu, nonostante il deposito del brevetto a Bucarest per l’estrazione e la produzione della «pancreina». Il medico, dopo il disconoscimento internazionale, finirà in una spirale negativa alla quale contribuirà in maniera decisiva il pensiero antisemita che Petrescu aveva maturato nella Romania d’inizio secolo, dove le teorie di cospirazioni giudaiche e di attacco al cattolicesimo circolavano da anni. Paulescu si diede alla metà degli anni Venti all’attività politica, con la fondazione della Lega per la Difesa Cristiano-Nazionale, della quale fu co-fondatore Alexandru Cuza, un ex socialista affascinato in seguito dalle teorie sull’arianesimo del conte francese Arthur de Gobineau, che mischiavano l’antisemitismo tradizionale dei cristiano-ortodossi con un’interpretazione razziale dell’ebraismo, definito in seguito «cristiano-razzismo». Il partito di Paulescu e Cuza, diventato in seguito Lega per la Difesa Nazionale, annoverò nella sezione giovanile il futuro «Capitanul» della Guardia di Ferro fondata nel 1927, Corneliu Zelea Codreanu. Gli scritti antisemiti di Nicolae Paulescu e il suo attacco di stampo nazionalista alla «intellighenzia» francofila rumena, contribuiranno ad eclissare totalmente l’opera medico-scientifica tra le più importanti del Ventesimo secolo. Non vedrà, Paulescu, l’ascesa di Hitler in Germania, l’Olocausto, la guerra. E neppure la fine del suo ammiratore Codreanu, giustiziato nel 1938 dalle forze di re Carlo II dopo il golpe al quale prese parte anche il futuro dittatore romeno Ion Antonescu. Nicolae Petrescu muore di cancro a Bucarest il 17 luglio 1931. Come l’ombra della guerra e dell’olocausto era scesa sull’Europa, così una coltre impenetrabile, conseguenza degli scritti politici e filosofici violentemente antisemiti di Paulescu, racchiuse per sempre nella tomba del tempo i meriti scientifici del pioniere della cura del diabete.
Edizione anni Sessanta del Raid motonautico Pavia-Venezia (© 2026 RAID PAVIA VENEZIA)
Il fiume, al posto dell’asfalto. Il teatro, la Pianura bagnata dal Ticino e dal grande Po, fino alla Laguna veneta. Lungo i 414 chilometri di tragitto sulle acque dal 1929 si corre ancora oggi una delle più appassionanti gare di motonautica, arrivata alla sua 73ma edizione nel 2026. Il Raid Pavia-Venezia è anche la competizione più lunga del mondo in acque interne.
Era il 9 giugno 1929 quando lungo le sponde del Ticino di fronte alla Società Canottieri Pavia si riunì una folla di curiosi e appassionati, attratti dall’iniziativa di cimento nautico promossa dall’ingegnere napoletano Vincenzo Balsamo, appassionato di motonautica. Sul pelo dell’acqua, 24 barche a motore di vario tipo e configurazione, entro e fuoribordo. I piloti e i motoristi erano tutti dilettanti appassionati, molti dei quali soci della Lega Navale di Milano. Il via di primo mattino, per evitare il buio nell’ultima parte del tragitto che avrebbe costretto a sospendere la gara fino al giorno successivo. Scomparse alla vista degli spettatori pavesi tra le scie e il fumo dei motori, i natanti fecero tappe cronometrate lungo un percorso che toccava il Ponte della Becca sul Ticino, Piacenza, L’Isola Serafini, Cremona, Zibello, Revere, Pontelagoscuro e nell’ultimo tratto attraverso le conche della Volta Grimana e di Cavanella d’Adige fino alla Laguna e a Venezia. In 10 arrivarono al traguardo, di cui solo alcuni nella serata del 9 giugno. A vincere la prima edizione del Raid Pavia Venezia fu il pavese Ettore Negri, alla guida di un fuoribordo con motore da 644cc fabbricato negli Usa dalla Elto (l’antenata della Evinrude). Con appena 20 cv di potenza, Negri spinse il motoscafo fino a toccare la media di oltre 40 km/h fino a Cavanella Po (abbassata poi a 35 per effetto delle soste forzate alle conche) coprendo i 414 chilometri in appena 11 ore e 38 minuti. Dietro di lui Franco Mazzotti, secondo classificato in 12 ore e 22 minuti alla guida di un «cruiser» entrobordo da 80 cv, giunto quasi un’ora dopo Negri a causa dei numerosi incagliamenti dovute alle secche che penalizzavano gli scafi più grandi. Altri tre concorrenti tagliarono il traguardo prima delle 20, ora di chiusura dei controlli della prima giornata. Gli altri 5 giunsero a Venezia il giorno seguente, dopo aver passato la notte sulle rive del Po. Conclusero la gara il primo giorno anche due adolescenti su fuoribordo «piccolo» con motore Johnson da 350cc, il diciottenne Castiglioni e il sedicenne Meregatti. Poco dopo le 23.00 del secondo giorno, la gara riservò un’ulteriore sorpresa. Nella Laguna illuminata solo dal chiarore della Luna comparve il motoscafo pilotato da una donna, Franci Balboni, pioniera della motonautica al femminile. Sporca e bruciata dal sole, si unì alle celebrazioni a notte inoltrata.
Il successo e l’eco sulla stampa dell’impresa fece sì che questa diventasse un appuntamento annuale, interrotto solamente negli anni della guerra. Nelle edizioni anni Trenta diversi furono i concorrenti illustri, mentre il progresso della tecnica in campo motonautico aggiunse la categoria degli idroscivolanti, veri e propri missili lanciati sul pelo dell’acqua. I tempi di percorrenza tra le due città furono più che dimezzati a poco più di 5 ore. Anche Vito Mussolini, figlio del Duce, partecipò nel 1936 in coppia con il principe Ruspoli. Figura epica di quelle edizioni fu il conte torinese Teofilo «Theo» Rossi di Montelera, figura di gentleman aristocratico campione di bob e di motonautica (suo fu il record di velocità di 113 km/h raggiunto nel 1933 sul lago di Bracciano). La competizione riprese soltanto nel 1952 dopo la lunga parentesi bellica, con edizioni sempre più orientate alla velocità che negli anni 70-80, protagonista il padovano conte Antonio Petrobelli, campione di motonautica che nel 1984 fece registrare l’impressionante media di oltre 187 km/h che nel 1989 egli stesso superò, raggiungendo i 198,868 km/h. Petrobelli perderà la vita nelle stesse acque della Pavia-Venezia, quando durante la prova di uno scafo nel 1994 perse il controllo mentre correva ad oltre 200 km/h nei pressi di Pontelagoscuro. Aperta anche alle moto d’acqua dall’edizione 2001. Nel 2025 il muro dei 200 km/h di media è abbattuto dal campione Guido Cappellini, che vince la gara alla media di 207,260 km/h.
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Maurizio Belpietro analizza l'operato di Giuseppe Conte durante l'emergenza sanitaria e la sua incredibile ascesa politica. Tra le anomalie della gestione Covid, i contratti milionari distribuiti senza motivazione e il silenzio dei grandi media, emerge un quadro preoccupante e di fronte alle richieste di trasparenza richieste dalla Commissione Covid, l’ex Premier risponde con una pioggia di querele per diffamazione.