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2022-08-04
Nuovi dati dall’Inghilterra. Boom di morti under 40 nei mesi della vaccinazione
Dei 500 morti under 40 di troppo, scomparsi in Italia durante i mesi caldi della campagna di vaccinazione, nessuno parla più. L’interrogazione al ministro Roberto Speranza, depositata dal deputato leghista Claudio Borghi, è rimasta senza risposta. E non sono state ancora chiarite le cause dei decessi di quei giovani: suicidi? Malattie trascurate a causa della pandemia? Malori improvvisi? Provocati, eventualmente, dal medicinale di Pfizer, o dalla cattiva sorte?
Intanto, nuovi dati allarmanti arrivano da Oltremanica. Lo vogliamo chiarire subito, visto che sono stati cavalcati da qualche testata di dubbia affidabilità: essi non costituiscono la prova maestra che il vaccino anti Covid abbia stroncato frotte di malcapitati. Rimane comunque un punto fermo: quando subentrano patenti anomalie statistiche, le autorità dovrebbero drizzare le antenne.
Un pingue cruscotto cui attingere è quello dell’Office for national statistics - in pratica, l’Istat londinese. Esaminando la panoramica dei morti per tutte le cause da gennaio 2021 a gennaio 2022, nella fascia d’età 18-39 anni, si scopre che il tasso di mortalità ogni 100.000 abitanti risultava quasi sempre più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati. La forbice più ampia riguardava la fetta di popolazione che aveva ricevuto due dosi da almeno 21 giorni: a settembre 2021, tra costoro si contavano 125,9 decessi ogni 100.000 persone, contro i 46,8 tra i non vaccinati. Un tasso più elevato del 169%. Il picco è stato però raggiunto lo scorso novembre: 33,4 morti ogni 100.000 abitanti tra i non vaccinati, contro 107 tra i vaccinati con due punture. Il 220,4% in più.
È importante sottolineare che non ci troviamo dinanzi a cifre assolute, bensì a un tasso calcolato su 100.000 individui: dunque, non vale la vecchia obiezione del paradosso statistico, quell’illusione attribuibile al fatto che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, in tutti i Paesi occidentali.
Alla fine, in media, in Inghilterra, chi ha ricevuto il doppio shot, tra gennaio 2021 e gennaio 2022, ha avuto il 91,4% in più di probabilità di morire rispetto ai renitenti all’iniezione. D’altronde, il farmaco anti Covid protegge dal Sars-Cov-2, non dagli altri milioni di insidie che possono attentare alla vita umana. La questione essenziale diventa capire da cosa dipenda il gigantesco divario.
Gli under 40 inoculati potrebbero essere stati in parte uccisi proprio dal virus - un fallimento del medicinale che doveva schermarli, se così fosse. Oppure, nel bel mezzo di una pandemia che ha sovraccaricato gli ospedali, potrebbero essere rimasti vittime di altre malattie trascurate dal sistema sanitario: esami rinviati e terapie saltate, purtroppo, ammazzano. Altrimenti, bisognerebbe pensare a pure fatalità: i vaccinati hanno goduto di più vita sociale, quindi sono stati più esposti, ad esempio, a sinistri stradali. La quarta ipotesi - la più inquietante - è che il vaccino abbia giocato un ruolo in quelle morti; e il fatto che i più falcidiati fossero i soggetti inoculati due volte, a meno di un mese dalla seconda iniezione, sarebbe un indizio in quella direzione. In effetti, le miocarditi - potenzialmente fatali - colpiscono soprattutto dopo che è stato completato il ciclo di vaccinazione.
Il metodo per esplorare meglio questo scenario esiste: bisogna verificare qual è la situazione dei disturbi cardiaci nel Paese in esame. Ci aiutano le informazioni diffuse dal West Midlands ambulance service university Nhs foundation trust, in seguito a una richiesta formale di accesso agli atti presentata in Inghilterra.
Risultato: il numero di chiamate di soccorso per problemi al cuore, negli anni 2021 e 2022, è costantemente superiore a quello del periodo precedente (2017-2019; per quest’anno, i dati si fermano a marzo). Curiosamente, nella popolazione under 30, quella che ha iniziato più tardi a vaccinarsi in massa, l’incremento è scattato ad aprile 2021 e la tendenza si è mantenuta fino al termine delle rilevazioni. Per quanto concerne il 2022, già cinque mesi fa erano stati registrati quasi altrettanti casi che nel 2017. Strano, no? Eppure, sono osservazioni coerenti con quelle effettuate in Israele. Lì, come aveva rivelato uno studio uscito su Nature, nei mesi della campagna vaccinale, c’era stato un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, nella fascia d’età 16-40 anni.
Un problema simile è emerso in Scozia, dove, stando al database di Public health Scotland, rispetto alla media storica 2018-2019, nel periodo 2021-2022, si sono moltiplicati le richieste di soccorso e gli interventi d’urgenza per patologie cardiovascolari, miocarditi incluse, nelle persone di età compresa tra 15 e 44 anni. In alcune settimane, si sono raggiunti addirittura picchi del +117%. Colpa del vaccino? Del Covid? Del cibo spazzatura divorato a quintali durante il lockdown? Sarebbe bello accertarlo. Fosse solo per zittire i complottisti…
Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena
Ci siamo. Allo Spallanzani scaldano i motori per inoculare gli infettati dal Monkeypox (Mpx). Una circolare del ministro della Salute, Roberto Speranza, è già uscita, con indicazione di possibili quarantene e l’annuncio di «apposite indicazioni sulla strategia di vaccinazione in Italia contro il vaiolo delle scimmie», che saranno fornite «con successiva pubblicazione». L’attesa si fa grande, qualche timore comincia a serpeggiare anche se la campagna anti Covid ha talmente logorato i cittadini da spingere molti a brandire i forconi, pur di non sottostare a nuovi diktat vaccinali.
Facciamo il punto. I casi di Mpx in Italia risultano attualmente 505 e riguardano quasi esclusivamente uomini (le donne contagiate sono solo 4). Il direttore generale per la prevenzione, Gianni Rezza, scrive nella circolare che «principalmente» sono stati colpiti nel mondo «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», però poi si affretta a precisare che questo vaiolo «può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con le lesioni o oggetti condivisi». Non sia mai che altri circoli gay si offendano, o che qualche maschio pensi di essere al sicuro perché va solo con le donne.
L’Oms ha dichiarato il vaiolo delle scimmie un’emergenza sanitaria globale, ma nei 78 Paesi dove sono stati segnalati casi, i morti sarebbero 5 in Africa, 2 in Spagna, 1 in Brasile. Non è che ci stiamo preoccupando troppo per una malattia dalla letalità così bassa? Speranza vuole identificare al più presto i contatti stretti dei contagiati, che vanno tracciati sul posto di lavoro, tra i passeggeri con i quali abbiano condiviso più di quattro ore di viaggio sui mezzi di trasporto, nelle scuole e negli asili, solo per citare alcune delle situazioni da passare allo scanner.
Chi lo farà, non si sa. Il personale sanitario è già troppo collassato, per preoccuparsi del tracciamento di persone venute a contatto con omosessuali. Deve fare i conti con medici e infermieri che mancano all’appello perché sospesi, e nei reparti, nelle sale chirurgiche c’è pure l’emergenza ignorata delle infezioni ospedaliere, che nel 2003 provocarono 18.668 decessi, raddoppiati nel 2016 quando se ne registrarono 49.301.
Curiosa, tanta agitazione per l’Mpx, mentre nessun allarme è rivolto ai casi di tubercolosi. Non sono affatto pochi, nel nostro Paese erano 3.346 nel 2019 ma il ministero della Salute è così poco preoccupato dell’incidenza che nemmeno aggiorna i dati sul sito di Epicentro. Eppure la Tbc è una malattia infettiva e contagiosa, nelle nostre «città metropolitane l’incidenza è fino a quattro volte maggiore rispetto alla media nazionale e il numero dei casi di tubercolosi resistente ai farmaci è in progressivo aumento», segnala l’Università La Sapienza di Roma.
Ben 2.336 persone (il 69,8%) dei casi totali segnalati in Italia (e nei Paesi non endemici, ricorda Epicentro, un caso è considerato un focolaio), presentava una Tbc polmonare. Più della metà dei malati di tisi conteggiati nel 2019 era di origine straniera e il nostro era «l’unico tra i Paesi Eu/Eea che ha riportato una frequenza di casi nuovi di Tbc più elevata tra le femmine rispetto ai maschi». Qualcuno ricorda circolari relative ad allarmi tubercolosi?
Lo scorso marzo, nell’annunciare il «Tb day 2022. Ritorno al futuro», convegno organizzato a Pavia per ricordare la scoperta del bacillo di Koch in una delle culle della tisiologia nazionale, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha dichiarato che «nel 2020, durante la pandemia Covid-19, i decessi per tubercolosi nel mondo sono aumentati», che «le affinità tra Covid-19 e tubercolosi sono molte», come il fatto che si tratti di malattie contagiose e che si diffondono per via aerea. «Altrettanto importanti sono però le diversità», sottolineava. «La mortalità nella tubercolosi è più alta, così come molto più esteso è il suo periodo d’incubazione». Aggiungeva che il Covid-19 si diffonde in maniera molto più veloce della Tbc «ma soprattutto gode di una “percezione” collettiva elevatissima instaurata dai grandi mezzi di comunicazione, mentre la tubercolosi sembra essere “dimenticata”, anche a livello diagnostico, con conseguente calo nei finanziamenti per la ricerca».
Le due righe finali sarebbero da far leggere al ministro Speranza e a quanti adesso agitano lo spettro del vaiolo delle scimmie: «Ancora oggi, 140 anni dopo la scoperta del bacillo responsabile, si muore percentualmente più di tubercolosi che di Covid-19».
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Picchi di decessi tra gli inoculati con due dosi (fino al 220% in più rispetto ai renitenti). Da Londra alla Scozia, impennata delle chiamate d’emergenza per disturbi cardiaci.Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena. Una circolare del dicastero annuncia isolamento dei contatti degli infetti e linee guida per l’immunizzazione. Un panico assente nel caso di malattie ben più letali, come la Tbc.Lo speciale contiene due articoli.Dei 500 morti under 40 di troppo, scomparsi in Italia durante i mesi caldi della campagna di vaccinazione, nessuno parla più. L’interrogazione al ministro Roberto Speranza, depositata dal deputato leghista Claudio Borghi, è rimasta senza risposta. E non sono state ancora chiarite le cause dei decessi di quei giovani: suicidi? Malattie trascurate a causa della pandemia? Malori improvvisi? Provocati, eventualmente, dal medicinale di Pfizer, o dalla cattiva sorte?Intanto, nuovi dati allarmanti arrivano da Oltremanica. Lo vogliamo chiarire subito, visto che sono stati cavalcati da qualche testata di dubbia affidabilità: essi non costituiscono la prova maestra che il vaccino anti Covid abbia stroncato frotte di malcapitati. Rimane comunque un punto fermo: quando subentrano patenti anomalie statistiche, le autorità dovrebbero drizzare le antenne. Un pingue cruscotto cui attingere è quello dell’Office for national statistics - in pratica, l’Istat londinese. Esaminando la panoramica dei morti per tutte le cause da gennaio 2021 a gennaio 2022, nella fascia d’età 18-39 anni, si scopre che il tasso di mortalità ogni 100.000 abitanti risultava quasi sempre più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati. La forbice più ampia riguardava la fetta di popolazione che aveva ricevuto due dosi da almeno 21 giorni: a settembre 2021, tra costoro si contavano 125,9 decessi ogni 100.000 persone, contro i 46,8 tra i non vaccinati. Un tasso più elevato del 169%. Il picco è stato però raggiunto lo scorso novembre: 33,4 morti ogni 100.000 abitanti tra i non vaccinati, contro 107 tra i vaccinati con due punture. Il 220,4% in più. È importante sottolineare che non ci troviamo dinanzi a cifre assolute, bensì a un tasso calcolato su 100.000 individui: dunque, non vale la vecchia obiezione del paradosso statistico, quell’illusione attribuibile al fatto che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, in tutti i Paesi occidentali. Alla fine, in media, in Inghilterra, chi ha ricevuto il doppio shot, tra gennaio 2021 e gennaio 2022, ha avuto il 91,4% in più di probabilità di morire rispetto ai renitenti all’iniezione. D’altronde, il farmaco anti Covid protegge dal Sars-Cov-2, non dagli altri milioni di insidie che possono attentare alla vita umana. La questione essenziale diventa capire da cosa dipenda il gigantesco divario. Gli under 40 inoculati potrebbero essere stati in parte uccisi proprio dal virus - un fallimento del medicinale che doveva schermarli, se così fosse. Oppure, nel bel mezzo di una pandemia che ha sovraccaricato gli ospedali, potrebbero essere rimasti vittime di altre malattie trascurate dal sistema sanitario: esami rinviati e terapie saltate, purtroppo, ammazzano. Altrimenti, bisognerebbe pensare a pure fatalità: i vaccinati hanno goduto di più vita sociale, quindi sono stati più esposti, ad esempio, a sinistri stradali. La quarta ipotesi - la più inquietante - è che il vaccino abbia giocato un ruolo in quelle morti; e il fatto che i più falcidiati fossero i soggetti inoculati due volte, a meno di un mese dalla seconda iniezione, sarebbe un indizio in quella direzione. In effetti, le miocarditi - potenzialmente fatali - colpiscono soprattutto dopo che è stato completato il ciclo di vaccinazione. Il metodo per esplorare meglio questo scenario esiste: bisogna verificare qual è la situazione dei disturbi cardiaci nel Paese in esame. Ci aiutano le informazioni diffuse dal West Midlands ambulance service university Nhs foundation trust, in seguito a una richiesta formale di accesso agli atti presentata in Inghilterra. Risultato: il numero di chiamate di soccorso per problemi al cuore, negli anni 2021 e 2022, è costantemente superiore a quello del periodo precedente (2017-2019; per quest’anno, i dati si fermano a marzo). Curiosamente, nella popolazione under 30, quella che ha iniziato più tardi a vaccinarsi in massa, l’incremento è scattato ad aprile 2021 e la tendenza si è mantenuta fino al termine delle rilevazioni. Per quanto concerne il 2022, già cinque mesi fa erano stati registrati quasi altrettanti casi che nel 2017. Strano, no? Eppure, sono osservazioni coerenti con quelle effettuate in Israele. Lì, come aveva rivelato uno studio uscito su Nature, nei mesi della campagna vaccinale, c’era stato un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, nella fascia d’età 16-40 anni.Un problema simile è emerso in Scozia, dove, stando al database di Public health Scotland, rispetto alla media storica 2018-2019, nel periodo 2021-2022, si sono moltiplicati le richieste di soccorso e gli interventi d’urgenza per patologie cardiovascolari, miocarditi incluse, nelle persone di età compresa tra 15 e 44 anni. In alcune settimane, si sono raggiunti addirittura picchi del +117%. Colpa del vaccino? Del Covid? Del cibo spazzatura divorato a quintali durante il lockdown? Sarebbe bello accertarlo. Fosse solo per zittire i complottisti…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inghilterra-boom-morti-under40-vaccinazione-2657803753.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vaiolo-spunta-lipotesi-quarantena" data-post-id="2657803753" data-published-at="1659567913" data-use-pagination="False"> Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena Ci siamo. Allo Spallanzani scaldano i motori per inoculare gli infettati dal Monkeypox (Mpx). Una circolare del ministro della Salute, Roberto Speranza, è già uscita, con indicazione di possibili quarantene e l’annuncio di «apposite indicazioni sulla strategia di vaccinazione in Italia contro il vaiolo delle scimmie», che saranno fornite «con successiva pubblicazione». L’attesa si fa grande, qualche timore comincia a serpeggiare anche se la campagna anti Covid ha talmente logorato i cittadini da spingere molti a brandire i forconi, pur di non sottostare a nuovi diktat vaccinali. Facciamo il punto. I casi di Mpx in Italia risultano attualmente 505 e riguardano quasi esclusivamente uomini (le donne contagiate sono solo 4). Il direttore generale per la prevenzione, Gianni Rezza, scrive nella circolare che «principalmente» sono stati colpiti nel mondo «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», però poi si affretta a precisare che questo vaiolo «può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con le lesioni o oggetti condivisi». Non sia mai che altri circoli gay si offendano, o che qualche maschio pensi di essere al sicuro perché va solo con le donne. L’Oms ha dichiarato il vaiolo delle scimmie un’emergenza sanitaria globale, ma nei 78 Paesi dove sono stati segnalati casi, i morti sarebbero 5 in Africa, 2 in Spagna, 1 in Brasile. Non è che ci stiamo preoccupando troppo per una malattia dalla letalità così bassa? Speranza vuole identificare al più presto i contatti stretti dei contagiati, che vanno tracciati sul posto di lavoro, tra i passeggeri con i quali abbiano condiviso più di quattro ore di viaggio sui mezzi di trasporto, nelle scuole e negli asili, solo per citare alcune delle situazioni da passare allo scanner. Chi lo farà, non si sa. Il personale sanitario è già troppo collassato, per preoccuparsi del tracciamento di persone venute a contatto con omosessuali. Deve fare i conti con medici e infermieri che mancano all’appello perché sospesi, e nei reparti, nelle sale chirurgiche c’è pure l’emergenza ignorata delle infezioni ospedaliere, che nel 2003 provocarono 18.668 decessi, raddoppiati nel 2016 quando se ne registrarono 49.301. Curiosa, tanta agitazione per l’Mpx, mentre nessun allarme è rivolto ai casi di tubercolosi. Non sono affatto pochi, nel nostro Paese erano 3.346 nel 2019 ma il ministero della Salute è così poco preoccupato dell’incidenza che nemmeno aggiorna i dati sul sito di Epicentro. Eppure la Tbc è una malattia infettiva e contagiosa, nelle nostre «città metropolitane l’incidenza è fino a quattro volte maggiore rispetto alla media nazionale e il numero dei casi di tubercolosi resistente ai farmaci è in progressivo aumento», segnala l’Università La Sapienza di Roma. Ben 2.336 persone (il 69,8%) dei casi totali segnalati in Italia (e nei Paesi non endemici, ricorda Epicentro, un caso è considerato un focolaio), presentava una Tbc polmonare. Più della metà dei malati di tisi conteggiati nel 2019 era di origine straniera e il nostro era «l’unico tra i Paesi Eu/Eea che ha riportato una frequenza di casi nuovi di Tbc più elevata tra le femmine rispetto ai maschi». Qualcuno ricorda circolari relative ad allarmi tubercolosi? Lo scorso marzo, nell’annunciare il «Tb day 2022. Ritorno al futuro», convegno organizzato a Pavia per ricordare la scoperta del bacillo di Koch in una delle culle della tisiologia nazionale, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha dichiarato che «nel 2020, durante la pandemia Covid-19, i decessi per tubercolosi nel mondo sono aumentati», che «le affinità tra Covid-19 e tubercolosi sono molte», come il fatto che si tratti di malattie contagiose e che si diffondono per via aerea. «Altrettanto importanti sono però le diversità», sottolineava. «La mortalità nella tubercolosi è più alta, così come molto più esteso è il suo periodo d’incubazione». Aggiungeva che il Covid-19 si diffonde in maniera molto più veloce della Tbc «ma soprattutto gode di una “percezione” collettiva elevatissima instaurata dai grandi mezzi di comunicazione, mentre la tubercolosi sembra essere “dimenticata”, anche a livello diagnostico, con conseguente calo nei finanziamenti per la ricerca». Le due righe finali sarebbero da far leggere al ministro Speranza e a quanti adesso agitano lo spettro del vaiolo delle scimmie: «Ancora oggi, 140 anni dopo la scoperta del bacillo responsabile, si muore percentualmente più di tubercolosi che di Covid-19».
Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
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Dal 28 al 30 marzo Parma ospita Eos European outdoor show ’26, la fiera italiana più importante di caccia, tiro sportivo e outdoor. Dopo le edizioni veronesi, l’evento si presenta con padiglioni rinnovati, campi prova armi e oltre 350 espositori, promettendo tre giorni di novità per appassionati e operatori del settore.
Dal 28 al 30 marzo Parma sarà il punto di riferimento per chi vive di caccia, tiro sportivo e outdoor. Eos European outdoor show 2026 si prepara a un’edizione che promette di alzare ancora l’asticella, puntando su novità, spazi più funzionali e un’offerta pensata sia per gli appassionati sia per gli operatori del settore.
Il cambio di collocazione nel calendario, a fine marzo, viene presentato come un vantaggio soprattutto per il mondo del turismo venatorio. A fare da cornice sarà Fiere di Parma, che si presenta con un quartiere fieristico rinnovato: tre grandi padiglioni su un unico livello (3, 5 e 6), due ingressi, viabilità migliorata, ristorazione, servizi e ampi parcheggi. Parma, del resto, è facile da raggiungere: dista poco più di un’ora da Milano, Bologna, Verona e Brescia. E porta con sé quasi 80 anni di esperienza fieristica. Una delle carte vincenti dello spostamento a Parma è la possibilità di provare le armi: all’esterno dei padiglioni sarà allestito un campo temporaneo con 13 linee di tiro per testare le novità della canna liscia. Per pistole e carabine, invece, saranno attive navette verso il Tiro a Segno Nazionale di Parma, a circa sette minuti, con linee a 10, 25, 50 e 100 metri. Molte aziende metteranno a disposizione i modelli più recenti, e anche le federazioni di tiro inviteranno i visitatori a cimentarsi con il bersaglio e con diverse discipline.
La fiera è organizzata per aree tematiche: armi, munizioni e accessori per caccia, tiro e outdoor nei padiglioni 5 e 6; associazioni venatorie e federazioni di tiro ancora al 6; lo shopping nel padiglione 3. Gli espositori superano quota 350, con molte nuove presenze rispetto alle edizioni precedenti. In totale, si parla di 60.000 metri quadrati da percorrere, con un’offerta ampia sia per chi cerca viaggi venatori sia per chi vuole acquistare attrezzature e prodotti specializzati.
Eos Show si conferma così come la principale fiera italiana dedicata a caccia, tiro sportivo e outdoor, settori in cui l’Italia vanta un’eccellenza riconosciuta sul piano tecnico, organizzativo e produttivo. Dopo quattro edizioni di successo, Fiere di Parma punta a dare al salone un respiro ancora più internazionale: è in programma un progetto di incoming che dovrebbe portare a Parma circa 250 operatori stranieri da oltre 100 Paesi e 170 giornalisti da tutto il mondo, in collaborazione con le aziende del settore e con le associazioni di categoria, ANPAM e Consorzio Armaioli Italiani.
Nel padiglione 5 ci sarà anche lo spazio di Fondazione Una che, in occasione dei suoi dieci anni, allestirà un’area dedicata alla degustazione di piatti a base di selvaggina, preparati da chef di rilievo. «Fiere di Parma ha un’esperienza ventennale nei grandi eventi di pubblico dedicati anche al settore outdoor», ha spiegato l’amministratore delegato Antonio Cellie, sottolineando come gli spazi, la posizione e la collaborazione con le associazioni siano elementi chiave per far crescere una manifestazione che punta a un ruolo di primo piano in Europa.
Intanto, i numeri dei biglietti venduti online fanno pensare a un’affluenza elevata. L’acquisto anticipato conviene: il biglietto costa 16 euro, 12 per i gruppi da dieci persone, contro i 25 euro alla cassa. Sono già disponibili anche gli abbonamenti da due giorni (30 euro) e da tre giorni (42). L’ingresso è gratuito per i minori di 12 anni, per le forze dell’ordine e per le persone con disabilità con accompagnatore.
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Christine Lagarde (Ansa)
Per anni Francoforte ha condotto una silenziosa ma costante guerra al contante. Tassi negativi, limiti ai pagamenti cash, retorica sulla tracciabilità e sulla lotta all’evasione: il messaggio era chiaro, il futuro è digitale. E il futuro, puntualmente, è arrivato. Secondo i dati della stessa Bce, nell’Eurozona la quota di pagamenti in contanti è scesa dal 79% del 2016 al 52% del 2024. Nei Paesi Bassi il cash vale appena il 22% delle transazioni, in Finlandia il 27%. Anche negli Stati tradizionalmente affezionati alle banconote, come Italia (55% dei consumi si paga digitalmente) e Germania, la tendenza è al ribasso. I cittadini hanno fatto quello che le istituzioni chiedevano: hanno digitalizzato i propri pagamenti.
Il problema, scopre ora la Bce, è che quella digitalizzazione parla soprattutto americano. Visa e Mastercard dominano le carte, Apple Pay e Google Pay presidiano i wallet, le infrastrutture critiche non sono europee. Lo ha ammesso apertamente Piero Cipollone, membro del consiglio della Banca centrale europea: in 13 Paesi dell’area euro i cittadini dipendono esclusivamente da circuiti internazionali per i pagamenti al dettaglio. La sovranità monetaria, improvvisamente, diventa una questione geopolitica. Così nasce l’urgenza dell’euro digitale. Non più solo innovazione, ma «autonomia strategica». Christine Lagarde lo ripete: è «più necessario che mai». Ma vista l’insistenza e la situazione sfuggita di mano, ci si chiede: l’euro digitale è solo un mezzo di pagamento o è uno strumento di potere? Oggi il contante è l’unica forma di moneta pubblica direttamente garantita dalla Banca centrale. Se il contante scompare, la Bce perde il contatto diretto con i cittadini e resta mediata dalle banche commerciali e dai circuiti privati. L’euro digitale ricrea quel legame, ma in forma elettronica. Non è difficile intravedere l’interesse istituzionale dietro l’operazione. Anche perché se Francoforte perdesse il controllo sulla moneta, addio sogni di gloria per la moneta unica e, soprattutto, rischi di attacchi finanziari.
Il progetto dell’euro digitale, nella pratica, prevede un portafoglio digitale con un tetto di circa 3.000 euro, collegato automaticamente al conto bancario tramite un meccanismo «a cascata»: se il saldo non basta, si attinge al conto; se supera il limite, l’eccedenza torna in banca. Una soluzione presentata come prudente per evitare fughe di depositi. Eppure il rischio resta evidente. Se milioni di cittadini spostassero anche solo una parte dei loro risparmi verso una passività diretta della Bce, le banche vedrebbero ridursi i depositi, cioè la materia prima con cui finanziano famiglie e imprese. Meno depositi, meno credito. Meno credito, meno crescita. Secondo Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Socgen, ciò comporterebbe anche un’espansione del bilancio della Bce, che dovrebbe impiegare le nuove passività acquistando titoli di alta qualità, in primis titoli di Stato. In altre parole, l’euro digitale potrebbe tradursi in un aumento strutturale degli acquisti di debito pubblico, proprio mentre l’istituto centrale cerca di ridurre il proprio intervento sui mercati.
C’è, poi, il nodo dei costi. La Bce ha parlato di circa 5 miliardi per l’adeguamento del sistema bancario. Ma le stime circolate nel settore sono molto più elevate: almeno 18 miliardi per le banche, tra investimenti tecnologici, compliance, integrazione dei sistemi e gestione operativa. Una cifra che difficilmente resterà confinata nei bilanci degli istituti. In un settore già gravato da requisiti patrimoniali stringenti e margini sotto pressione, è prevedibile che una parte rilevante di questi costi venga trasferita su famiglie e imprese, sotto forma di commissioni o minori servizi.
E la privacy? Ovvio che i pagamenti saranno tracciati. Dall’Eurotower giurano e spergiurano che i tracciamenti resteranno anonimi. Anche in Grecia, in effetti, era anonimo il limite di prelevamento ai bancomat, circa 20 euro al giorno, per imporre la troika e la ricetta lacrime e sangue. Anonimo, insomma, non significa innocuo. Ma vuol dire che si possono colpire popolazioni intere, tipo magari quelle di un Paese a caso che non ratifica il Mes, il famoso fondo salva-Stati… A inizio settimana la maggioranza degli eurodeputati ha votato due risoluzioni a favore dell’euro digitale nella doppia forma immaginata da Bce e Commissione Ue, invitando implicitamente a scartare ogni ipotesi alternativa come quella avanzata dal relatore al regolamento, Fernando Navarrete Rojas. Capite? L’Europarlamento ha votato contro il relatore… L’eurodeputato iberico ha chiesto apertamente: «Abbiamo davvero bisogno dell’euro digitale? Una soluzione a quale problema esattamente?». Si capisce che la questione, allora, non è solo tecnologica. A Francoforte hanno solo paura di contare sempre meno, non padroneggiando più il denaro, al punto che - novità citata dal quotidiano tedesco Handelsblatt - Christine Lagarde chiede pure un indebitamento congiunto permanente sotto forma di eurobond e propone, inoltre, che tutti i cittadini dell’Unione europea abbiano un conto di risparmio pensionistico obbligatorio. Lo scrive in una lettera inviata ai leader e ai capi di Stato e di governo della Ue. Secondo quanto trapelato, il rapporto della Bce inizia affermando che «l’Europa può raggiungere una crescita maggiore, diventare più resiliente e rafforzare la propria autonomia politica e il proprio livello di prosperità attraverso un’azione congiunta coordinata e decisa». Il tutto attraverso «unione dei risparmi e degli investimenti» e… «euro digitale». Ora manca solo che impongano di pagare le pensioni in euro digitali…
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Giorgia Meloni (Ansa)
Il vertice informale dei capi di governo, che si terrà oggi in Belgio nel castello di Alden Biesen, può essere inquadrato con una similitudine: affidare a Ursula von der Leyen, Enrico Letta e Mario Draghi soluzioni per migliorare la competitività della Ue è come affidare al capocantiere la ristrutturazione della vostra abitazione. Dimenticandosi che è lo stesso che vi aveva chiesto le chiavi di casa, promettendovi di riconsegnarvela più bella di prima, ma ve l’ha devastata.
La Von der Leyen è il presidente della Commissione che all’inizio del suo primo mandato ha varato il Green deal che ha azzoppato mezza industria continentale seppellendola sotto burocrazia e regole e inseguendo il mito della coesistenza tra competitività e decarbonizzazione. Di Enrico Letta ricordiamo ancora con un brivido di paura i 300 giorni del suo governo tra 2013 e 2014, con il Pil in calo rispettivamente del 1,9% e 0,4%. Di Mario Draghi non possiamo scordare la lettera dell’agosto 2011 al governo Berlusconi, con l’intimazione ad attuare una serie di misure di politica economica che fecero precipitare il Paese in anni di recessione e stagnazione, interrotti solo dalla ripresa post Covid. Per non parlare del famoso «pace o condizionatore acceso?», quando era capo del governo; abbiamo spento i condizionatori (e le fabbriche, con il gas oltre i 300 €/mwh nel 2022) senza ottenere la pace.
Da questo punto di vista sarà molto interessante misurare concretamente il possibile attrito tra il nuovo asse Roma-Berlino e la linea dettagliata ieri dalla stessa Von der Leyen, che ha parlato davanti all’Europarlamento in plenaria a Strasburgo e, a distanza di poche ore, ad Anversa per il tradizionale summit annuale degli industriali europei. Per sommi capi la linea della Commissione è questa: ampia deregolamentazione e semplificazione, apertura a grandi mercati internazionali (Mercosur, India, Messico, Indonesia) attraverso accordi di libero scambio, eliminazione delle barriere all’interno del mercato unico, unione del mercato dei capitali. Il tutto spinto dalla necessità di «fare presto» - che, per esperienza diretta, noi italiani sappiamo bene quanto sia diverso da «fare bene» - e dalla minaccia di andare avanti con chi ci sta. Cioè attivare la cosiddetta «cooperazione rafforzata», con un minimo di nove Stati aderenti, come già accaduto di recente in occasione delle garanzie per il prestito all’Ucraina.
Nemmeno una parola sugli Eurobond, su cui si era speso proprio due giorni fa Emmanuel Macron intervenendo su numerosi quotidiani europei. Un’idea, nemmeno così originale, che i tedeschi avevano prontamente respinto al mittente, cosa che fanno regolarmente da anni e che la loro Corte costituzionale non farebbe mai passare, tanti e tali sono i paletti che ha già posto in occasione dell’iniziativa una-tantum del Next Generation Eu. La posizione di Macron è peraltro comprensibile, considerato il modesto o nullo spazio di manovra offerto dal bilancio francese che, nonostante mesi di trattative e tentativi di contenimento, nel 2026 è previsto attestarsi al 5% di deficit/Pil e con una traiettoria di debito/Pil fuori controllo. Meno comprensibile è che, in Italia, Elly Schlein e Giuseppe Conte si siano subito precipitati ieri a sostenere questa causa persa.
Con queste premesse, e con le presidenziali francesi del 2027 già in vista e Macron fuori gioco, è normale che il Cancelliere Friedrich Merz abbia cercato una sponda con il presidente Giorgia Meloni. Per quanto le soluzioni - a trazione tedesca - siano per definizione da prendere con le pinze, l’accordo con l’Italia sulla possibilità di restituire poteri agli Stati nazionali pare cozzare con il famigerato «federalismo pragmatico» accentratore di Draghi, e può costituire un tentativo promettente di allentare la morsa di potere della Commissione.
Il cui presidente, ieri, si è ben guardata dal precisare che le «ricette» presentate servirebbero a correggere i frutti avvelenati del suo precedente mandato di presidente. Invece, ha addirittura accusato gli Stati membri di essere i colpevoli delle complicazioni perché spesso le direttive Ue sono state recepite aggiungendo regole, obblighi o controlli più severi di quelli minimi richiesti dalle Ue. Insomma, cornuti e mazziati. La Von der Leyen ha annunciato la proposta per il cosiddetto «ventottesimo regime»: come leggete anche qui sotto, si tratta di un corpo di regole applicabile uniformemente a qualsiasi impresa stabilita nei 27 Paesi, per costituirsi, finanziarsi, gestire le crisi. Decenni di stratificazione di diritto commerciale, civile, fallimentare, tipici di ogni Stato membro, all’improvviso messi da parte per consentire l’accesso a un nuovo corpo di regole tutto da scrivere in poche settimane. Non osiamo nemmeno immaginare la confusione che ne deriverà: altro che semplificazione.
Mani (quasi) libere sugli aiuti di Stato, con la scusa dei progetti «green» e grande attenzione per la spesa pubblica che privilegerà prodotti europei. Due misure protezioniste molto care a Berlino, che però mandano in soffitta anni di retorica sulle virtù del libero mercato. Attenzione riservata anche al sistema di scambio delle quote di CO2, con la promessa di restituire all’industria quei proventi. Pochi ripensamenti sul fronte delle energie rinnovabili, ma focus sull’interconnessione delle reti, anche questo un tema su cui Berlino e Parigi potrebbero non essere d’accordo.
L’industria italiana potrebbe trarne dei vantaggi, ma è meglio non illudersi troppo: i tedeschi ovviamente privilegeranno i loro interessi.
«Registrare un’impresa? In 48 ore». Un’altra promessa campata per aria
Il molto annunciato ventottesimo regime ipotizzato dall’Unione europea per le imprese sta per arrivare. «Il mese prossimo proporremo il ventottesimo regime: si chiamerà Eu Inc, un insieme unico e semplice di regole che si applicherà senza soluzione di continuità in tutta l’Unione, in modo che le imprese possano operare molto più facilmente in tutti gli Stati membri», ha detto ieri Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria, nel corso del dibattito sulla competitività. Gli imprenditori potranno «registrare una società in qualsiasi Stato membro entro 48 ore, online», mentre il nuovo regime legale «consentirà operazioni transfrontaliere senza intoppi e permetterà una rapida liquidazione in caso di fallimento di un’impresa».L’iniziativa era già stata presentata al forum di Davos il 20 gennaio scorso, ma ora Von der Leyen l’ha annunciata al Parlamento europeo. Si parla di ventottesimo regime perché si tratta di un gruppo di regole che si aggiungerà ai 27 sistemi giuridici nazionali esistenti nell’Unione e che le imprese potrebbero liberamente scegliere, optando per questo nuovo regime. Pensato per le aziende di nuova costituzione, dovrebbe essere aperto anche a quelle già esistenti, anche se ancora non si conoscono i dettagli.Il progetto, proposto da un think tank e ripreso dai rapporti su mercato unico e competitività di Enrico Letta e Mario Draghi, è già noto. Le tasse e le leggi sul lavoro resterebbero nazionali, mentre il livello aziendale diventerebbe comune ai 27 Paesi membri dell’Unione. Il rapporto Letta, in realtà, proponeva una massiccia unificazione del diritto commerciale e societario, del diritto fallimentare, del lavoro, dei mercati finanziari, bancario e della fiscalità d’impresa. Un’impresa titanica e destinata al fallimento. Draghi, più prudentemente, proponeva una cooperazione rafforzata solo su alcuni aspetti (fiscale, societario, fallimentare). Va detto che esistono già due ventottesimi regimi, quello della società europea e quello della società cooperativa europea, assai poco diffusi e ormai superati.Del resto, l’Ue non ha competenza per la costituzione di nuovi tipi di imprese, essendo questo argomento di competenza degli Stati. Il Consiglio, però, può promuovere azioni specifiche «per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine», secondo l’articolo 352 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ne consegue che il ventottesimo regime dovrà essere sancito con un Regolamento del Consiglio che dovrà essere approvato con l’unanimità degli Stati membri, dopo trilogo con Parlamento e Commissione. Percorso molto lungo e accidentato.Si tratterebbe, in realtà, di un regime armonizzato per la registrazione digitale, il riconoscimento transfrontaliero e gli standard di governance e finanziamento, mentre le questioni fiscali, del lavoro e della responsabilità resterebbero nel livello nazionale.Le parole di Von der Leyen sul diritto fallimentare che regolerebbe le Eu Inc, però, aprono diversi interrogativi. Non è chiaro, ad esempio, come si possa conciliare una procedura fallimentare «europea» con le protezioni sociali legate al privilegio dei crediti verso i dipendenti dell’azienda fallita, istituto del diritto fallimentare nazionale. Più ancora, la questione fiscale resta indeterminata. Se i regimi fiscali restano quelli nazionali, aprire una società è già molto conveniente in Olanda o in Estonia, ad esempio, e non si vede il vantaggio di costituire un nuovo regime giuridico non territoriale. Si tratta solo di uno snellimento burocratico? Se è così, l’enfasi sul progetto Eu Inc appare a dire poco eccessiva. Se, invece, prima o poi il nodo fiscale verrà al pettine, il rischio è che si crei una sorta di area franca fiscale, che dovrà essere più conveniente dei regimi nazionali per essere attrattiva, altrimenti il tutto perde di senso. Ma è molto difficile che gli Stati vogliano perdere entrate fiscali. Neppure è chiaro come sarebbero trattati i rapporti contrattuali con imprese nei regimi nazionali ed anche sul diritto del lavoro occorre prestare attenzione, poiché esso è regolato sempre dalle norme del luogo in cui l’attività di svolge. Il ventottesimo regime fornirà una sorta di scudo sulle normative del lavoro? Lo vedremo, ma la sensazione è che la Eu Inc nasca soprattutto per le start-up tecnologiche e per le relative necessità di raccolta dei fondi e di finanziamento. L’idea sembra più essere quella di scimmiottare il capitalismo americano, fatta di venture capital e fondi di investimento che non hanno particolari vincoli o obblighi legali. I singoli Stati hanno normative particolari e diverse su come sono regolate le stock option, ad esempio, o i requisiti patrimoniali dei fondi e delle società, le partecipazioni azionarie, o la concessione di azioni ai dipendenti. Un regime che uniformi questi diversi sistemi sarebbe ben vista dagli investitori. La Eu Inc, cioè, sembra pensata più per favorire i flussi finanziari verso imprese tecnologiche incorporate in Europa, per competere con le start-up americane o cinesi, che non per dare fiato al mercato unico o alla competitività.Al di là della fattibilità di questa nuova Eu Inc, comunque, vi è a monte un problema che riguarda la responsabilità delle imprese nei confronti dello stato. Nel caso di un ventottesimo regime pervasivo, e non limitato alle questioni di finanziamento, sarebbero le aziende a scegliere il regime giuridico a loro applicabile, con ciò scegliendo anche quali rapporti avere con la società circostante, fatta di lavoratori, clienti, ambiente. La Apple europea del futuro nata nel ventottesimo regime, per capirsi, alle leggi di quale Stato risponderà?
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