True
2022-08-04
Nuovi dati dall’Inghilterra. Boom di morti under 40 nei mesi della vaccinazione
Dei 500 morti under 40 di troppo, scomparsi in Italia durante i mesi caldi della campagna di vaccinazione, nessuno parla più. L’interrogazione al ministro Roberto Speranza, depositata dal deputato leghista Claudio Borghi, è rimasta senza risposta. E non sono state ancora chiarite le cause dei decessi di quei giovani: suicidi? Malattie trascurate a causa della pandemia? Malori improvvisi? Provocati, eventualmente, dal medicinale di Pfizer, o dalla cattiva sorte?
Intanto, nuovi dati allarmanti arrivano da Oltremanica. Lo vogliamo chiarire subito, visto che sono stati cavalcati da qualche testata di dubbia affidabilità: essi non costituiscono la prova maestra che il vaccino anti Covid abbia stroncato frotte di malcapitati. Rimane comunque un punto fermo: quando subentrano patenti anomalie statistiche, le autorità dovrebbero drizzare le antenne.
Un pingue cruscotto cui attingere è quello dell’Office for national statistics - in pratica, l’Istat londinese. Esaminando la panoramica dei morti per tutte le cause da gennaio 2021 a gennaio 2022, nella fascia d’età 18-39 anni, si scopre che il tasso di mortalità ogni 100.000 abitanti risultava quasi sempre più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati. La forbice più ampia riguardava la fetta di popolazione che aveva ricevuto due dosi da almeno 21 giorni: a settembre 2021, tra costoro si contavano 125,9 decessi ogni 100.000 persone, contro i 46,8 tra i non vaccinati. Un tasso più elevato del 169%. Il picco è stato però raggiunto lo scorso novembre: 33,4 morti ogni 100.000 abitanti tra i non vaccinati, contro 107 tra i vaccinati con due punture. Il 220,4% in più.
È importante sottolineare che non ci troviamo dinanzi a cifre assolute, bensì a un tasso calcolato su 100.000 individui: dunque, non vale la vecchia obiezione del paradosso statistico, quell’illusione attribuibile al fatto che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, in tutti i Paesi occidentali.
Alla fine, in media, in Inghilterra, chi ha ricevuto il doppio shot, tra gennaio 2021 e gennaio 2022, ha avuto il 91,4% in più di probabilità di morire rispetto ai renitenti all’iniezione. D’altronde, il farmaco anti Covid protegge dal Sars-Cov-2, non dagli altri milioni di insidie che possono attentare alla vita umana. La questione essenziale diventa capire da cosa dipenda il gigantesco divario.
Gli under 40 inoculati potrebbero essere stati in parte uccisi proprio dal virus - un fallimento del medicinale che doveva schermarli, se così fosse. Oppure, nel bel mezzo di una pandemia che ha sovraccaricato gli ospedali, potrebbero essere rimasti vittime di altre malattie trascurate dal sistema sanitario: esami rinviati e terapie saltate, purtroppo, ammazzano. Altrimenti, bisognerebbe pensare a pure fatalità: i vaccinati hanno goduto di più vita sociale, quindi sono stati più esposti, ad esempio, a sinistri stradali. La quarta ipotesi - la più inquietante - è che il vaccino abbia giocato un ruolo in quelle morti; e il fatto che i più falcidiati fossero i soggetti inoculati due volte, a meno di un mese dalla seconda iniezione, sarebbe un indizio in quella direzione. In effetti, le miocarditi - potenzialmente fatali - colpiscono soprattutto dopo che è stato completato il ciclo di vaccinazione.
Il metodo per esplorare meglio questo scenario esiste: bisogna verificare qual è la situazione dei disturbi cardiaci nel Paese in esame. Ci aiutano le informazioni diffuse dal West Midlands ambulance service university Nhs foundation trust, in seguito a una richiesta formale di accesso agli atti presentata in Inghilterra.
Risultato: il numero di chiamate di soccorso per problemi al cuore, negli anni 2021 e 2022, è costantemente superiore a quello del periodo precedente (2017-2019; per quest’anno, i dati si fermano a marzo). Curiosamente, nella popolazione under 30, quella che ha iniziato più tardi a vaccinarsi in massa, l’incremento è scattato ad aprile 2021 e la tendenza si è mantenuta fino al termine delle rilevazioni. Per quanto concerne il 2022, già cinque mesi fa erano stati registrati quasi altrettanti casi che nel 2017. Strano, no? Eppure, sono osservazioni coerenti con quelle effettuate in Israele. Lì, come aveva rivelato uno studio uscito su Nature, nei mesi della campagna vaccinale, c’era stato un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, nella fascia d’età 16-40 anni.
Un problema simile è emerso in Scozia, dove, stando al database di Public health Scotland, rispetto alla media storica 2018-2019, nel periodo 2021-2022, si sono moltiplicati le richieste di soccorso e gli interventi d’urgenza per patologie cardiovascolari, miocarditi incluse, nelle persone di età compresa tra 15 e 44 anni. In alcune settimane, si sono raggiunti addirittura picchi del +117%. Colpa del vaccino? Del Covid? Del cibo spazzatura divorato a quintali durante il lockdown? Sarebbe bello accertarlo. Fosse solo per zittire i complottisti…
Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena
Ci siamo. Allo Spallanzani scaldano i motori per inoculare gli infettati dal Monkeypox (Mpx). Una circolare del ministro della Salute, Roberto Speranza, è già uscita, con indicazione di possibili quarantene e l’annuncio di «apposite indicazioni sulla strategia di vaccinazione in Italia contro il vaiolo delle scimmie», che saranno fornite «con successiva pubblicazione». L’attesa si fa grande, qualche timore comincia a serpeggiare anche se la campagna anti Covid ha talmente logorato i cittadini da spingere molti a brandire i forconi, pur di non sottostare a nuovi diktat vaccinali.
Facciamo il punto. I casi di Mpx in Italia risultano attualmente 505 e riguardano quasi esclusivamente uomini (le donne contagiate sono solo 4). Il direttore generale per la prevenzione, Gianni Rezza, scrive nella circolare che «principalmente» sono stati colpiti nel mondo «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», però poi si affretta a precisare che questo vaiolo «può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con le lesioni o oggetti condivisi». Non sia mai che altri circoli gay si offendano, o che qualche maschio pensi di essere al sicuro perché va solo con le donne.
L’Oms ha dichiarato il vaiolo delle scimmie un’emergenza sanitaria globale, ma nei 78 Paesi dove sono stati segnalati casi, i morti sarebbero 5 in Africa, 2 in Spagna, 1 in Brasile. Non è che ci stiamo preoccupando troppo per una malattia dalla letalità così bassa? Speranza vuole identificare al più presto i contatti stretti dei contagiati, che vanno tracciati sul posto di lavoro, tra i passeggeri con i quali abbiano condiviso più di quattro ore di viaggio sui mezzi di trasporto, nelle scuole e negli asili, solo per citare alcune delle situazioni da passare allo scanner.
Chi lo farà, non si sa. Il personale sanitario è già troppo collassato, per preoccuparsi del tracciamento di persone venute a contatto con omosessuali. Deve fare i conti con medici e infermieri che mancano all’appello perché sospesi, e nei reparti, nelle sale chirurgiche c’è pure l’emergenza ignorata delle infezioni ospedaliere, che nel 2003 provocarono 18.668 decessi, raddoppiati nel 2016 quando se ne registrarono 49.301.
Curiosa, tanta agitazione per l’Mpx, mentre nessun allarme è rivolto ai casi di tubercolosi. Non sono affatto pochi, nel nostro Paese erano 3.346 nel 2019 ma il ministero della Salute è così poco preoccupato dell’incidenza che nemmeno aggiorna i dati sul sito di Epicentro. Eppure la Tbc è una malattia infettiva e contagiosa, nelle nostre «città metropolitane l’incidenza è fino a quattro volte maggiore rispetto alla media nazionale e il numero dei casi di tubercolosi resistente ai farmaci è in progressivo aumento», segnala l’Università La Sapienza di Roma.
Ben 2.336 persone (il 69,8%) dei casi totali segnalati in Italia (e nei Paesi non endemici, ricorda Epicentro, un caso è considerato un focolaio), presentava una Tbc polmonare. Più della metà dei malati di tisi conteggiati nel 2019 era di origine straniera e il nostro era «l’unico tra i Paesi Eu/Eea che ha riportato una frequenza di casi nuovi di Tbc più elevata tra le femmine rispetto ai maschi». Qualcuno ricorda circolari relative ad allarmi tubercolosi?
Lo scorso marzo, nell’annunciare il «Tb day 2022. Ritorno al futuro», convegno organizzato a Pavia per ricordare la scoperta del bacillo di Koch in una delle culle della tisiologia nazionale, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha dichiarato che «nel 2020, durante la pandemia Covid-19, i decessi per tubercolosi nel mondo sono aumentati», che «le affinità tra Covid-19 e tubercolosi sono molte», come il fatto che si tratti di malattie contagiose e che si diffondono per via aerea. «Altrettanto importanti sono però le diversità», sottolineava. «La mortalità nella tubercolosi è più alta, così come molto più esteso è il suo periodo d’incubazione». Aggiungeva che il Covid-19 si diffonde in maniera molto più veloce della Tbc «ma soprattutto gode di una “percezione” collettiva elevatissima instaurata dai grandi mezzi di comunicazione, mentre la tubercolosi sembra essere “dimenticata”, anche a livello diagnostico, con conseguente calo nei finanziamenti per la ricerca».
Le due righe finali sarebbero da far leggere al ministro Speranza e a quanti adesso agitano lo spettro del vaiolo delle scimmie: «Ancora oggi, 140 anni dopo la scoperta del bacillo responsabile, si muore percentualmente più di tubercolosi che di Covid-19».
Continua a leggereRiduci
Picchi di decessi tra gli inoculati con due dosi (fino al 220% in più rispetto ai renitenti). Da Londra alla Scozia, impennata delle chiamate d’emergenza per disturbi cardiaci.Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena. Una circolare del dicastero annuncia isolamento dei contatti degli infetti e linee guida per l’immunizzazione. Un panico assente nel caso di malattie ben più letali, come la Tbc.Lo speciale contiene due articoli.Dei 500 morti under 40 di troppo, scomparsi in Italia durante i mesi caldi della campagna di vaccinazione, nessuno parla più. L’interrogazione al ministro Roberto Speranza, depositata dal deputato leghista Claudio Borghi, è rimasta senza risposta. E non sono state ancora chiarite le cause dei decessi di quei giovani: suicidi? Malattie trascurate a causa della pandemia? Malori improvvisi? Provocati, eventualmente, dal medicinale di Pfizer, o dalla cattiva sorte?Intanto, nuovi dati allarmanti arrivano da Oltremanica. Lo vogliamo chiarire subito, visto che sono stati cavalcati da qualche testata di dubbia affidabilità: essi non costituiscono la prova maestra che il vaccino anti Covid abbia stroncato frotte di malcapitati. Rimane comunque un punto fermo: quando subentrano patenti anomalie statistiche, le autorità dovrebbero drizzare le antenne. Un pingue cruscotto cui attingere è quello dell’Office for national statistics - in pratica, l’Istat londinese. Esaminando la panoramica dei morti per tutte le cause da gennaio 2021 a gennaio 2022, nella fascia d’età 18-39 anni, si scopre che il tasso di mortalità ogni 100.000 abitanti risultava quasi sempre più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati. La forbice più ampia riguardava la fetta di popolazione che aveva ricevuto due dosi da almeno 21 giorni: a settembre 2021, tra costoro si contavano 125,9 decessi ogni 100.000 persone, contro i 46,8 tra i non vaccinati. Un tasso più elevato del 169%. Il picco è stato però raggiunto lo scorso novembre: 33,4 morti ogni 100.000 abitanti tra i non vaccinati, contro 107 tra i vaccinati con due punture. Il 220,4% in più. È importante sottolineare che non ci troviamo dinanzi a cifre assolute, bensì a un tasso calcolato su 100.000 individui: dunque, non vale la vecchia obiezione del paradosso statistico, quell’illusione attribuibile al fatto che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, in tutti i Paesi occidentali. Alla fine, in media, in Inghilterra, chi ha ricevuto il doppio shot, tra gennaio 2021 e gennaio 2022, ha avuto il 91,4% in più di probabilità di morire rispetto ai renitenti all’iniezione. D’altronde, il farmaco anti Covid protegge dal Sars-Cov-2, non dagli altri milioni di insidie che possono attentare alla vita umana. La questione essenziale diventa capire da cosa dipenda il gigantesco divario. Gli under 40 inoculati potrebbero essere stati in parte uccisi proprio dal virus - un fallimento del medicinale che doveva schermarli, se così fosse. Oppure, nel bel mezzo di una pandemia che ha sovraccaricato gli ospedali, potrebbero essere rimasti vittime di altre malattie trascurate dal sistema sanitario: esami rinviati e terapie saltate, purtroppo, ammazzano. Altrimenti, bisognerebbe pensare a pure fatalità: i vaccinati hanno goduto di più vita sociale, quindi sono stati più esposti, ad esempio, a sinistri stradali. La quarta ipotesi - la più inquietante - è che il vaccino abbia giocato un ruolo in quelle morti; e il fatto che i più falcidiati fossero i soggetti inoculati due volte, a meno di un mese dalla seconda iniezione, sarebbe un indizio in quella direzione. In effetti, le miocarditi - potenzialmente fatali - colpiscono soprattutto dopo che è stato completato il ciclo di vaccinazione. Il metodo per esplorare meglio questo scenario esiste: bisogna verificare qual è la situazione dei disturbi cardiaci nel Paese in esame. Ci aiutano le informazioni diffuse dal West Midlands ambulance service university Nhs foundation trust, in seguito a una richiesta formale di accesso agli atti presentata in Inghilterra. Risultato: il numero di chiamate di soccorso per problemi al cuore, negli anni 2021 e 2022, è costantemente superiore a quello del periodo precedente (2017-2019; per quest’anno, i dati si fermano a marzo). Curiosamente, nella popolazione under 30, quella che ha iniziato più tardi a vaccinarsi in massa, l’incremento è scattato ad aprile 2021 e la tendenza si è mantenuta fino al termine delle rilevazioni. Per quanto concerne il 2022, già cinque mesi fa erano stati registrati quasi altrettanti casi che nel 2017. Strano, no? Eppure, sono osservazioni coerenti con quelle effettuate in Israele. Lì, come aveva rivelato uno studio uscito su Nature, nei mesi della campagna vaccinale, c’era stato un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, nella fascia d’età 16-40 anni.Un problema simile è emerso in Scozia, dove, stando al database di Public health Scotland, rispetto alla media storica 2018-2019, nel periodo 2021-2022, si sono moltiplicati le richieste di soccorso e gli interventi d’urgenza per patologie cardiovascolari, miocarditi incluse, nelle persone di età compresa tra 15 e 44 anni. In alcune settimane, si sono raggiunti addirittura picchi del +117%. Colpa del vaccino? Del Covid? Del cibo spazzatura divorato a quintali durante il lockdown? Sarebbe bello accertarlo. Fosse solo per zittire i complottisti…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inghilterra-boom-morti-under40-vaccinazione-2657803753.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vaiolo-spunta-lipotesi-quarantena" data-post-id="2657803753" data-published-at="1659567913" data-use-pagination="False"> Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena Ci siamo. Allo Spallanzani scaldano i motori per inoculare gli infettati dal Monkeypox (Mpx). Una circolare del ministro della Salute, Roberto Speranza, è già uscita, con indicazione di possibili quarantene e l’annuncio di «apposite indicazioni sulla strategia di vaccinazione in Italia contro il vaiolo delle scimmie», che saranno fornite «con successiva pubblicazione». L’attesa si fa grande, qualche timore comincia a serpeggiare anche se la campagna anti Covid ha talmente logorato i cittadini da spingere molti a brandire i forconi, pur di non sottostare a nuovi diktat vaccinali. Facciamo il punto. I casi di Mpx in Italia risultano attualmente 505 e riguardano quasi esclusivamente uomini (le donne contagiate sono solo 4). Il direttore generale per la prevenzione, Gianni Rezza, scrive nella circolare che «principalmente» sono stati colpiti nel mondo «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», però poi si affretta a precisare che questo vaiolo «può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con le lesioni o oggetti condivisi». Non sia mai che altri circoli gay si offendano, o che qualche maschio pensi di essere al sicuro perché va solo con le donne. L’Oms ha dichiarato il vaiolo delle scimmie un’emergenza sanitaria globale, ma nei 78 Paesi dove sono stati segnalati casi, i morti sarebbero 5 in Africa, 2 in Spagna, 1 in Brasile. Non è che ci stiamo preoccupando troppo per una malattia dalla letalità così bassa? Speranza vuole identificare al più presto i contatti stretti dei contagiati, che vanno tracciati sul posto di lavoro, tra i passeggeri con i quali abbiano condiviso più di quattro ore di viaggio sui mezzi di trasporto, nelle scuole e negli asili, solo per citare alcune delle situazioni da passare allo scanner. Chi lo farà, non si sa. Il personale sanitario è già troppo collassato, per preoccuparsi del tracciamento di persone venute a contatto con omosessuali. Deve fare i conti con medici e infermieri che mancano all’appello perché sospesi, e nei reparti, nelle sale chirurgiche c’è pure l’emergenza ignorata delle infezioni ospedaliere, che nel 2003 provocarono 18.668 decessi, raddoppiati nel 2016 quando se ne registrarono 49.301. Curiosa, tanta agitazione per l’Mpx, mentre nessun allarme è rivolto ai casi di tubercolosi. Non sono affatto pochi, nel nostro Paese erano 3.346 nel 2019 ma il ministero della Salute è così poco preoccupato dell’incidenza che nemmeno aggiorna i dati sul sito di Epicentro. Eppure la Tbc è una malattia infettiva e contagiosa, nelle nostre «città metropolitane l’incidenza è fino a quattro volte maggiore rispetto alla media nazionale e il numero dei casi di tubercolosi resistente ai farmaci è in progressivo aumento», segnala l’Università La Sapienza di Roma. Ben 2.336 persone (il 69,8%) dei casi totali segnalati in Italia (e nei Paesi non endemici, ricorda Epicentro, un caso è considerato un focolaio), presentava una Tbc polmonare. Più della metà dei malati di tisi conteggiati nel 2019 era di origine straniera e il nostro era «l’unico tra i Paesi Eu/Eea che ha riportato una frequenza di casi nuovi di Tbc più elevata tra le femmine rispetto ai maschi». Qualcuno ricorda circolari relative ad allarmi tubercolosi? Lo scorso marzo, nell’annunciare il «Tb day 2022. Ritorno al futuro», convegno organizzato a Pavia per ricordare la scoperta del bacillo di Koch in una delle culle della tisiologia nazionale, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha dichiarato che «nel 2020, durante la pandemia Covid-19, i decessi per tubercolosi nel mondo sono aumentati», che «le affinità tra Covid-19 e tubercolosi sono molte», come il fatto che si tratti di malattie contagiose e che si diffondono per via aerea. «Altrettanto importanti sono però le diversità», sottolineava. «La mortalità nella tubercolosi è più alta, così come molto più esteso è il suo periodo d’incubazione». Aggiungeva che il Covid-19 si diffonde in maniera molto più veloce della Tbc «ma soprattutto gode di una “percezione” collettiva elevatissima instaurata dai grandi mezzi di comunicazione, mentre la tubercolosi sembra essere “dimenticata”, anche a livello diagnostico, con conseguente calo nei finanziamenti per la ricerca». Le due righe finali sarebbero da far leggere al ministro Speranza e a quanti adesso agitano lo spettro del vaiolo delle scimmie: «Ancora oggi, 140 anni dopo la scoperta del bacillo responsabile, si muore percentualmente più di tubercolosi che di Covid-19».
Emmanuel Macron con il presidente ruandese Paul Kagame durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo memoriale dedicato alle vittime del genocidio ruandese del 1994 (Ansa)
A 32 anni dal genocidio ruandese, Macron inaugura a Parigi un memoriale insieme a Kagame e rilancia il dialogo con Kigali. Un gesto che si inserisce nel tentativo francese di recuperare peso politico nel continente, mentre cresce la diffidenza africana verso Parigi.
La settimana scorso il presidente francese Emmanuel Macron ha inaugurato a Parigi un memoriale in ricordo delle vittime del genocidio del Ruanda. Alla cerimonia era presenta anche il presidente ruandese Paul Kagame che ha portato in Francia anche il ministro degli Esteri per una serie di bilaterali. All’evento, l’inquilino dell’Eliseo ha dichiarato che questo monumento rappresenta il culmine di una lunga e paziente ricerca della verità, ma senza una diretta ammissione di una responsabilità francese in una delle più grandi tragedie della storia africana.
Macron ha parlato di un impero che non vuole falsificare la storia e che cerca la verità con l’obiettivo del conseguimento della pace. Una mossa indubbiamente tardiva, sono stati necessari 32 anni per arrivare a questo, ma che ha tutta l’aria di una precisa manovra politica di Parigi in estrema difficoltà. Il Ruanda aveva lungamente accusato la comunità internazionale di essere stata complice con la sua palese indifferenza dei tre mesi più drammatici del piccolo paese della Regione dei Grandi Laghi. «La Francia si trovava in una posizione unica per osservare ed agire, impendendo un genocidio che come tutti gli altri non ha fatto che negare per decenni. Troppi anni sono stati necessari perché si rendesse conto del suo ruolo nel causare ulteriore sofferenza e su alcuni punti non abbiamo ancora trovato un consenso e difficilmente lo troveremo», ha detto Kagame davanti ad una folla di giornalisti. Allo stesso tempo l’uomo forte di Kigali ha riconosciuto gli sforzi di Parigi, che nessuna altra nazione ha fatto fino ad oggi.
Il genocidio era iniziato il 6 aprile 1994, quando l'aereo del presidente Juvénal Habyarimana fu abbattuto, uccidendo il leader che, come la maggior parte dei ruandesi, era di etnia Hutu e la colpa ricadde sulla minoranza Tutsi. Milizie irregolari Hutu, spalleggiate da polizia ed esercito, cominciarono il massacro, con le armi acquistate proprio dalla Francia. Il tentativo di riconciliazione storica con il Ruanda rientra in un quadro di riposizionamento in Africa che Macron sta insistentemente tentando da tempo. Il crollo della Francafrique e del controllo economico e politico che questo impero neocoloniale garantiva ai francesi, pesa come un macigno sulle casse statali ed ormai le truppe francesi sono ridotte ad un presenza minimale in Gabon e nella strategica base di Gibuti.
In tutta l’Africa occidentale, storico baluardo francofono, negli ultimi anni sono state decine le manifestazioni per chiedere l’allontanamento dei militari transalpini che, complice anche l’arrivo di giunte militari legate a Mosca, ha perso il controllo dell’intero Sahel. Il governo francese ha provato ad arginare questa emorragia di consenso organizzando per la prima volta in Africa il vertice annuale con le nazioni del continente, scegliendo fra l’altro una nazione anglofona come il Kenya. Proprio in occasione del meeting di Nairobi, Macron ha parlato del processo di restituzione delle opere d’arte africane sottratte negli anni dalla Francia anche grazie a una nuova legge che facilita questo percorso a ritroso. Il processo di restituzione era in realtà iniziato nel 2017, rimanendo poco più che simbolico, perché dopo nove anni sono soltanto una decina le opere d’arte tornate in Africa. Nel 2019, l'allora primo ministro Edouard Philippe aveva restituito la spada di El Hadj Omar al presidente senegalese Macky Sall durante una cerimonia, mentre l’anno seguente i tesori reali di Abomey era tornati in Benin. Quest’anno la Francia ha restituito alla Costa d’Avorio il tamburo parlante Djidji Ayokwe, prelevato nel 1916, ma si tratta sempre di oggetti minori. Macron, anche in vista della fine del suo mandato il prossimo anno, sta provando ad accelerare, ma gli africani non hanno più nessuna fiducia in Parigi, come dimostra anche il successo del Piano Mattei del governo italiano.
Continua a leggereRiduci
Prosegue la campagna sulla sicurezza stradale della Polizia di Stato. In un video diffuso sui canali social istituzionali, il pilota Kimi Antonelli invita soprattutto i più giovani a rispettare le regole della circolazione. «Se qualcuno vuole andare forte, lo faccia in pista, dove esistono circuiti per sfogarsi», afferma Antonelli, ricordando che l’eccesso di velocità sulle strade può mettere in pericolo non solo chi guida, ma anche tutti gli altri utenti. Il messaggio richiama inoltre l’importanza di rispettare limiti, precedenze e norme di sicurezza.
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
Continua a leggereRiduci
iStock
Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
Continua a leggereRiduci