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2022-08-04
Nuovi dati dall’Inghilterra. Boom di morti under 40 nei mesi della vaccinazione
Dei 500 morti under 40 di troppo, scomparsi in Italia durante i mesi caldi della campagna di vaccinazione, nessuno parla più. L’interrogazione al ministro Roberto Speranza, depositata dal deputato leghista Claudio Borghi, è rimasta senza risposta. E non sono state ancora chiarite le cause dei decessi di quei giovani: suicidi? Malattie trascurate a causa della pandemia? Malori improvvisi? Provocati, eventualmente, dal medicinale di Pfizer, o dalla cattiva sorte?
Intanto, nuovi dati allarmanti arrivano da Oltremanica. Lo vogliamo chiarire subito, visto che sono stati cavalcati da qualche testata di dubbia affidabilità: essi non costituiscono la prova maestra che il vaccino anti Covid abbia stroncato frotte di malcapitati. Rimane comunque un punto fermo: quando subentrano patenti anomalie statistiche, le autorità dovrebbero drizzare le antenne.
Un pingue cruscotto cui attingere è quello dell’Office for national statistics - in pratica, l’Istat londinese. Esaminando la panoramica dei morti per tutte le cause da gennaio 2021 a gennaio 2022, nella fascia d’età 18-39 anni, si scopre che il tasso di mortalità ogni 100.000 abitanti risultava quasi sempre più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati. La forbice più ampia riguardava la fetta di popolazione che aveva ricevuto due dosi da almeno 21 giorni: a settembre 2021, tra costoro si contavano 125,9 decessi ogni 100.000 persone, contro i 46,8 tra i non vaccinati. Un tasso più elevato del 169%. Il picco è stato però raggiunto lo scorso novembre: 33,4 morti ogni 100.000 abitanti tra i non vaccinati, contro 107 tra i vaccinati con due punture. Il 220,4% in più.
È importante sottolineare che non ci troviamo dinanzi a cifre assolute, bensì a un tasso calcolato su 100.000 individui: dunque, non vale la vecchia obiezione del paradosso statistico, quell’illusione attribuibile al fatto che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, in tutti i Paesi occidentali.
Alla fine, in media, in Inghilterra, chi ha ricevuto il doppio shot, tra gennaio 2021 e gennaio 2022, ha avuto il 91,4% in più di probabilità di morire rispetto ai renitenti all’iniezione. D’altronde, il farmaco anti Covid protegge dal Sars-Cov-2, non dagli altri milioni di insidie che possono attentare alla vita umana. La questione essenziale diventa capire da cosa dipenda il gigantesco divario.
Gli under 40 inoculati potrebbero essere stati in parte uccisi proprio dal virus - un fallimento del medicinale che doveva schermarli, se così fosse. Oppure, nel bel mezzo di una pandemia che ha sovraccaricato gli ospedali, potrebbero essere rimasti vittime di altre malattie trascurate dal sistema sanitario: esami rinviati e terapie saltate, purtroppo, ammazzano. Altrimenti, bisognerebbe pensare a pure fatalità: i vaccinati hanno goduto di più vita sociale, quindi sono stati più esposti, ad esempio, a sinistri stradali. La quarta ipotesi - la più inquietante - è che il vaccino abbia giocato un ruolo in quelle morti; e il fatto che i più falcidiati fossero i soggetti inoculati due volte, a meno di un mese dalla seconda iniezione, sarebbe un indizio in quella direzione. In effetti, le miocarditi - potenzialmente fatali - colpiscono soprattutto dopo che è stato completato il ciclo di vaccinazione.
Il metodo per esplorare meglio questo scenario esiste: bisogna verificare qual è la situazione dei disturbi cardiaci nel Paese in esame. Ci aiutano le informazioni diffuse dal West Midlands ambulance service university Nhs foundation trust, in seguito a una richiesta formale di accesso agli atti presentata in Inghilterra.
Risultato: il numero di chiamate di soccorso per problemi al cuore, negli anni 2021 e 2022, è costantemente superiore a quello del periodo precedente (2017-2019; per quest’anno, i dati si fermano a marzo). Curiosamente, nella popolazione under 30, quella che ha iniziato più tardi a vaccinarsi in massa, l’incremento è scattato ad aprile 2021 e la tendenza si è mantenuta fino al termine delle rilevazioni. Per quanto concerne il 2022, già cinque mesi fa erano stati registrati quasi altrettanti casi che nel 2017. Strano, no? Eppure, sono osservazioni coerenti con quelle effettuate in Israele. Lì, come aveva rivelato uno studio uscito su Nature, nei mesi della campagna vaccinale, c’era stato un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, nella fascia d’età 16-40 anni.
Un problema simile è emerso in Scozia, dove, stando al database di Public health Scotland, rispetto alla media storica 2018-2019, nel periodo 2021-2022, si sono moltiplicati le richieste di soccorso e gli interventi d’urgenza per patologie cardiovascolari, miocarditi incluse, nelle persone di età compresa tra 15 e 44 anni. In alcune settimane, si sono raggiunti addirittura picchi del +117%. Colpa del vaccino? Del Covid? Del cibo spazzatura divorato a quintali durante il lockdown? Sarebbe bello accertarlo. Fosse solo per zittire i complottisti…
Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena
Ci siamo. Allo Spallanzani scaldano i motori per inoculare gli infettati dal Monkeypox (Mpx). Una circolare del ministro della Salute, Roberto Speranza, è già uscita, con indicazione di possibili quarantene e l’annuncio di «apposite indicazioni sulla strategia di vaccinazione in Italia contro il vaiolo delle scimmie», che saranno fornite «con successiva pubblicazione». L’attesa si fa grande, qualche timore comincia a serpeggiare anche se la campagna anti Covid ha talmente logorato i cittadini da spingere molti a brandire i forconi, pur di non sottostare a nuovi diktat vaccinali.
Facciamo il punto. I casi di Mpx in Italia risultano attualmente 505 e riguardano quasi esclusivamente uomini (le donne contagiate sono solo 4). Il direttore generale per la prevenzione, Gianni Rezza, scrive nella circolare che «principalmente» sono stati colpiti nel mondo «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», però poi si affretta a precisare che questo vaiolo «può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con le lesioni o oggetti condivisi». Non sia mai che altri circoli gay si offendano, o che qualche maschio pensi di essere al sicuro perché va solo con le donne.
L’Oms ha dichiarato il vaiolo delle scimmie un’emergenza sanitaria globale, ma nei 78 Paesi dove sono stati segnalati casi, i morti sarebbero 5 in Africa, 2 in Spagna, 1 in Brasile. Non è che ci stiamo preoccupando troppo per una malattia dalla letalità così bassa? Speranza vuole identificare al più presto i contatti stretti dei contagiati, che vanno tracciati sul posto di lavoro, tra i passeggeri con i quali abbiano condiviso più di quattro ore di viaggio sui mezzi di trasporto, nelle scuole e negli asili, solo per citare alcune delle situazioni da passare allo scanner.
Chi lo farà, non si sa. Il personale sanitario è già troppo collassato, per preoccuparsi del tracciamento di persone venute a contatto con omosessuali. Deve fare i conti con medici e infermieri che mancano all’appello perché sospesi, e nei reparti, nelle sale chirurgiche c’è pure l’emergenza ignorata delle infezioni ospedaliere, che nel 2003 provocarono 18.668 decessi, raddoppiati nel 2016 quando se ne registrarono 49.301.
Curiosa, tanta agitazione per l’Mpx, mentre nessun allarme è rivolto ai casi di tubercolosi. Non sono affatto pochi, nel nostro Paese erano 3.346 nel 2019 ma il ministero della Salute è così poco preoccupato dell’incidenza che nemmeno aggiorna i dati sul sito di Epicentro. Eppure la Tbc è una malattia infettiva e contagiosa, nelle nostre «città metropolitane l’incidenza è fino a quattro volte maggiore rispetto alla media nazionale e il numero dei casi di tubercolosi resistente ai farmaci è in progressivo aumento», segnala l’Università La Sapienza di Roma.
Ben 2.336 persone (il 69,8%) dei casi totali segnalati in Italia (e nei Paesi non endemici, ricorda Epicentro, un caso è considerato un focolaio), presentava una Tbc polmonare. Più della metà dei malati di tisi conteggiati nel 2019 era di origine straniera e il nostro era «l’unico tra i Paesi Eu/Eea che ha riportato una frequenza di casi nuovi di Tbc più elevata tra le femmine rispetto ai maschi». Qualcuno ricorda circolari relative ad allarmi tubercolosi?
Lo scorso marzo, nell’annunciare il «Tb day 2022. Ritorno al futuro», convegno organizzato a Pavia per ricordare la scoperta del bacillo di Koch in una delle culle della tisiologia nazionale, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha dichiarato che «nel 2020, durante la pandemia Covid-19, i decessi per tubercolosi nel mondo sono aumentati», che «le affinità tra Covid-19 e tubercolosi sono molte», come il fatto che si tratti di malattie contagiose e che si diffondono per via aerea. «Altrettanto importanti sono però le diversità», sottolineava. «La mortalità nella tubercolosi è più alta, così come molto più esteso è il suo periodo d’incubazione». Aggiungeva che il Covid-19 si diffonde in maniera molto più veloce della Tbc «ma soprattutto gode di una “percezione” collettiva elevatissima instaurata dai grandi mezzi di comunicazione, mentre la tubercolosi sembra essere “dimenticata”, anche a livello diagnostico, con conseguente calo nei finanziamenti per la ricerca».
Le due righe finali sarebbero da far leggere al ministro Speranza e a quanti adesso agitano lo spettro del vaiolo delle scimmie: «Ancora oggi, 140 anni dopo la scoperta del bacillo responsabile, si muore percentualmente più di tubercolosi che di Covid-19».
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Picchi di decessi tra gli inoculati con due dosi (fino al 220% in più rispetto ai renitenti). Da Londra alla Scozia, impennata delle chiamate d’emergenza per disturbi cardiaci.Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena. Una circolare del dicastero annuncia isolamento dei contatti degli infetti e linee guida per l’immunizzazione. Un panico assente nel caso di malattie ben più letali, come la Tbc.Lo speciale contiene due articoli.Dei 500 morti under 40 di troppo, scomparsi in Italia durante i mesi caldi della campagna di vaccinazione, nessuno parla più. L’interrogazione al ministro Roberto Speranza, depositata dal deputato leghista Claudio Borghi, è rimasta senza risposta. E non sono state ancora chiarite le cause dei decessi di quei giovani: suicidi? Malattie trascurate a causa della pandemia? Malori improvvisi? Provocati, eventualmente, dal medicinale di Pfizer, o dalla cattiva sorte?Intanto, nuovi dati allarmanti arrivano da Oltremanica. Lo vogliamo chiarire subito, visto che sono stati cavalcati da qualche testata di dubbia affidabilità: essi non costituiscono la prova maestra che il vaccino anti Covid abbia stroncato frotte di malcapitati. Rimane comunque un punto fermo: quando subentrano patenti anomalie statistiche, le autorità dovrebbero drizzare le antenne. Un pingue cruscotto cui attingere è quello dell’Office for national statistics - in pratica, l’Istat londinese. Esaminando la panoramica dei morti per tutte le cause da gennaio 2021 a gennaio 2022, nella fascia d’età 18-39 anni, si scopre che il tasso di mortalità ogni 100.000 abitanti risultava quasi sempre più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati. La forbice più ampia riguardava la fetta di popolazione che aveva ricevuto due dosi da almeno 21 giorni: a settembre 2021, tra costoro si contavano 125,9 decessi ogni 100.000 persone, contro i 46,8 tra i non vaccinati. Un tasso più elevato del 169%. Il picco è stato però raggiunto lo scorso novembre: 33,4 morti ogni 100.000 abitanti tra i non vaccinati, contro 107 tra i vaccinati con due punture. Il 220,4% in più. È importante sottolineare che non ci troviamo dinanzi a cifre assolute, bensì a un tasso calcolato su 100.000 individui: dunque, non vale la vecchia obiezione del paradosso statistico, quell’illusione attribuibile al fatto che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, in tutti i Paesi occidentali. Alla fine, in media, in Inghilterra, chi ha ricevuto il doppio shot, tra gennaio 2021 e gennaio 2022, ha avuto il 91,4% in più di probabilità di morire rispetto ai renitenti all’iniezione. D’altronde, il farmaco anti Covid protegge dal Sars-Cov-2, non dagli altri milioni di insidie che possono attentare alla vita umana. La questione essenziale diventa capire da cosa dipenda il gigantesco divario. Gli under 40 inoculati potrebbero essere stati in parte uccisi proprio dal virus - un fallimento del medicinale che doveva schermarli, se così fosse. Oppure, nel bel mezzo di una pandemia che ha sovraccaricato gli ospedali, potrebbero essere rimasti vittime di altre malattie trascurate dal sistema sanitario: esami rinviati e terapie saltate, purtroppo, ammazzano. Altrimenti, bisognerebbe pensare a pure fatalità: i vaccinati hanno goduto di più vita sociale, quindi sono stati più esposti, ad esempio, a sinistri stradali. La quarta ipotesi - la più inquietante - è che il vaccino abbia giocato un ruolo in quelle morti; e il fatto che i più falcidiati fossero i soggetti inoculati due volte, a meno di un mese dalla seconda iniezione, sarebbe un indizio in quella direzione. In effetti, le miocarditi - potenzialmente fatali - colpiscono soprattutto dopo che è stato completato il ciclo di vaccinazione. Il metodo per esplorare meglio questo scenario esiste: bisogna verificare qual è la situazione dei disturbi cardiaci nel Paese in esame. Ci aiutano le informazioni diffuse dal West Midlands ambulance service university Nhs foundation trust, in seguito a una richiesta formale di accesso agli atti presentata in Inghilterra. Risultato: il numero di chiamate di soccorso per problemi al cuore, negli anni 2021 e 2022, è costantemente superiore a quello del periodo precedente (2017-2019; per quest’anno, i dati si fermano a marzo). Curiosamente, nella popolazione under 30, quella che ha iniziato più tardi a vaccinarsi in massa, l’incremento è scattato ad aprile 2021 e la tendenza si è mantenuta fino al termine delle rilevazioni. Per quanto concerne il 2022, già cinque mesi fa erano stati registrati quasi altrettanti casi che nel 2017. Strano, no? Eppure, sono osservazioni coerenti con quelle effettuate in Israele. Lì, come aveva rivelato uno studio uscito su Nature, nei mesi della campagna vaccinale, c’era stato un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, nella fascia d’età 16-40 anni.Un problema simile è emerso in Scozia, dove, stando al database di Public health Scotland, rispetto alla media storica 2018-2019, nel periodo 2021-2022, si sono moltiplicati le richieste di soccorso e gli interventi d’urgenza per patologie cardiovascolari, miocarditi incluse, nelle persone di età compresa tra 15 e 44 anni. In alcune settimane, si sono raggiunti addirittura picchi del +117%. Colpa del vaccino? Del Covid? Del cibo spazzatura divorato a quintali durante il lockdown? Sarebbe bello accertarlo. Fosse solo per zittire i complottisti…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inghilterra-boom-morti-under40-vaccinazione-2657803753.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vaiolo-spunta-lipotesi-quarantena" data-post-id="2657803753" data-published-at="1659567913" data-use-pagination="False"> Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena Ci siamo. Allo Spallanzani scaldano i motori per inoculare gli infettati dal Monkeypox (Mpx). Una circolare del ministro della Salute, Roberto Speranza, è già uscita, con indicazione di possibili quarantene e l’annuncio di «apposite indicazioni sulla strategia di vaccinazione in Italia contro il vaiolo delle scimmie», che saranno fornite «con successiva pubblicazione». L’attesa si fa grande, qualche timore comincia a serpeggiare anche se la campagna anti Covid ha talmente logorato i cittadini da spingere molti a brandire i forconi, pur di non sottostare a nuovi diktat vaccinali. Facciamo il punto. I casi di Mpx in Italia risultano attualmente 505 e riguardano quasi esclusivamente uomini (le donne contagiate sono solo 4). Il direttore generale per la prevenzione, Gianni Rezza, scrive nella circolare che «principalmente» sono stati colpiti nel mondo «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», però poi si affretta a precisare che questo vaiolo «può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con le lesioni o oggetti condivisi». Non sia mai che altri circoli gay si offendano, o che qualche maschio pensi di essere al sicuro perché va solo con le donne. L’Oms ha dichiarato il vaiolo delle scimmie un’emergenza sanitaria globale, ma nei 78 Paesi dove sono stati segnalati casi, i morti sarebbero 5 in Africa, 2 in Spagna, 1 in Brasile. Non è che ci stiamo preoccupando troppo per una malattia dalla letalità così bassa? Speranza vuole identificare al più presto i contatti stretti dei contagiati, che vanno tracciati sul posto di lavoro, tra i passeggeri con i quali abbiano condiviso più di quattro ore di viaggio sui mezzi di trasporto, nelle scuole e negli asili, solo per citare alcune delle situazioni da passare allo scanner. Chi lo farà, non si sa. Il personale sanitario è già troppo collassato, per preoccuparsi del tracciamento di persone venute a contatto con omosessuali. Deve fare i conti con medici e infermieri che mancano all’appello perché sospesi, e nei reparti, nelle sale chirurgiche c’è pure l’emergenza ignorata delle infezioni ospedaliere, che nel 2003 provocarono 18.668 decessi, raddoppiati nel 2016 quando se ne registrarono 49.301. Curiosa, tanta agitazione per l’Mpx, mentre nessun allarme è rivolto ai casi di tubercolosi. Non sono affatto pochi, nel nostro Paese erano 3.346 nel 2019 ma il ministero della Salute è così poco preoccupato dell’incidenza che nemmeno aggiorna i dati sul sito di Epicentro. Eppure la Tbc è una malattia infettiva e contagiosa, nelle nostre «città metropolitane l’incidenza è fino a quattro volte maggiore rispetto alla media nazionale e il numero dei casi di tubercolosi resistente ai farmaci è in progressivo aumento», segnala l’Università La Sapienza di Roma. Ben 2.336 persone (il 69,8%) dei casi totali segnalati in Italia (e nei Paesi non endemici, ricorda Epicentro, un caso è considerato un focolaio), presentava una Tbc polmonare. Più della metà dei malati di tisi conteggiati nel 2019 era di origine straniera e il nostro era «l’unico tra i Paesi Eu/Eea che ha riportato una frequenza di casi nuovi di Tbc più elevata tra le femmine rispetto ai maschi». Qualcuno ricorda circolari relative ad allarmi tubercolosi? Lo scorso marzo, nell’annunciare il «Tb day 2022. Ritorno al futuro», convegno organizzato a Pavia per ricordare la scoperta del bacillo di Koch in una delle culle della tisiologia nazionale, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha dichiarato che «nel 2020, durante la pandemia Covid-19, i decessi per tubercolosi nel mondo sono aumentati», che «le affinità tra Covid-19 e tubercolosi sono molte», come il fatto che si tratti di malattie contagiose e che si diffondono per via aerea. «Altrettanto importanti sono però le diversità», sottolineava. «La mortalità nella tubercolosi è più alta, così come molto più esteso è il suo periodo d’incubazione». Aggiungeva che il Covid-19 si diffonde in maniera molto più veloce della Tbc «ma soprattutto gode di una “percezione” collettiva elevatissima instaurata dai grandi mezzi di comunicazione, mentre la tubercolosi sembra essere “dimenticata”, anche a livello diagnostico, con conseguente calo nei finanziamenti per la ricerca». Le due righe finali sarebbero da far leggere al ministro Speranza e a quanti adesso agitano lo spettro del vaiolo delle scimmie: «Ancora oggi, 140 anni dopo la scoperta del bacillo responsabile, si muore percentualmente più di tubercolosi che di Covid-19».
Flavio Cattaneo (Ansa)
Il risultato? A Piazza Affari il titolo ha fatto ciò che ogni amministratore delegato sogna di vedere subito dopo una presentazione agli analisti: +6,8% in chiusura, quota 9,7 euro, con quell’aria da studente diligente che si presenta all’esame con i compiti già fatti.
Il piano firmato dall’amministratore delegato Flavio Cattaneo ha innestato il turbo. Gli investimenti salgono di dieci miliardi rispetto al programma precedente e toccano i 53 miliardi complessivi. Non un ritocco cosmetico, ma una vera accelerazione con l’obiettivo dichiarato di svilupparsi «nelle geografie più dinamiche»: Europa e Americhe, cioè mercati regolati, domanda solida e – dettaglio non trascurabile – minori sorprese politiche.
L’idea industriale è semplice quanto potente: se il mondo consuma più elettricità perché arrivano data center, intelligenza artificiale, robotica, auto elettriche e re-industrializzazione, qualcuno dovrà pur produrla e distribuirla. E fra i big c’è Enel. La gran parte delle risorse va a ciò che oggi fa davvero la differenza in un gruppo energetico: infrastrutture e generazione pulita.
Oltre 26 miliardi saranno destinati al business integrato, con circa 20 miliardi nelle rinnovabili. Di questi, più di 23 miliardi finiranno tra Europa (Italia e Spagna) e Nord America, mentre circa 3 miliardi prenderanno la strada dell’America Latina.
Altri 26 miliardi abbondanti andranno alle reti, il vero «asset invisibile» che però garantisce stabilità dei flussi di cassa. Il 55% sarà investito in Italia, il resto distribuito tra Penisola Iberica e America Latina.
Tradotto dal linguaggio finanziario: meno avventure, più chilometri di cavi. Ed è esattamente quello che i mercati vogliono sentirsi dire.
La cedola proposta per il 2025 sale a 0,49 euro per azione (da 0,47) ed è solo l’inizio: la crescita prevista è del 6% annuo. In un’epoca in cui molti gruppi promettono transizioni epocali ma dimenticano di remunerare gli azionisti nel frattempo, Enel fa l’opposto: investe molto e paga subito. Non a caso nel triennio 2023-2025 sono già stati restituiti circa 15 miliardi tra dividendi e buy-back. Un messaggio chiaro: la transizione energetica non è una penitenza francescana, ma un business regolato con ritorni prevedibili.
Naturalmente non esiste piano industriale italiano senza una variabile normativa. Il decreto Bollette peserà per circa 1,8 miliardi in tre anni. Il direttore finanziario Stefano De Angelis ha spiegato agli analisti che l’impatto sarà compensato da azioni gestionali e recuperi progressivi: l’effetto sull’utile netto oscillerà tra 300 e 400 milioni nell’anno peggiore, il 2028. Insomma, una zavorra gestibile. E infatti il mercato ha scelto di guardare avanti, non nello specchietto retrovisore. Come ha osservato lo stesso Cattaneo, la Borsa «non vede il passato ma il futuro». Efficienza prima ancora che crescita. Il gruppo non parte da zero. Le efficienze previste dal piano precedente – circa un miliardo – sono state centrate con un anno di anticipo.
Ora si punta ad altri 700 milioni di risparmi entro il 2028, mentre l’utile netto ordinario per azione è atteso salire fino a 0,80-0,82 euro, rispetto agli 0,69 stimati nel 2025. Il tutto con un prezzo dell’energia assunto a 85 euro per megawattora, livello prudenziale rispetto alle montagne russe viste negli ultimi anni.
Per anni la transizione è stata raccontata come una promessa lontana, fatta di slogan verdi e ritorni nebulosi. Questo piano segna invece il passaggio alla fase adulta: grandi investimenti, reti fisiche, rinnovabili industrializzate, crescita degli utili e dividendi prevedibili.
In altre parole, meno ideologia e più contabilità. E quando la transizione energetica incontra il rendimento, la Borsa – che non ha mai avuto vocazioni spirituali – applaude senza esitazioni.
Del resto, come insegna la vecchia scuola milanese, l’elettricità sarà anche invisibile, ma i dividendi si vedono benissimo.
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 febbraio 2026. Ospite l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti. L'argomento del giorno è: "La situazione in Ucraina e le elezioni di Midterm negli Usa".
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde non è un’anatra e non è neppure zoppa. Anzi, è una bella signora di charme, che sembra sempre appena uscita da un atelier di Place Vendome, anche se vive tra diagrammi e bilanci. Il problema è che manca poco meno di un anno e mezzo alla scadenza del suo mandato da presidente della Bce e si trova sempre più spesso al centro di voci su possibili dimissioni anticipate per prendere al volo nuovi incarichi e, ora, anche di polemiche sui suoi emolumenti. Non si tratta di andare dietro a proteste demagogiche, ma di un oggettivo problema di credibilità. Che per in banchiere centrale è quasi tutto, visto che da questa dipendono anche la fiducia dei mercati e la solidità della moneta stessa.
L’economista liberal John Kenneth Galbraith diceva che un vero, bravo, banchiere centrale non si può limitare a manovrare i tassi e a tenere sott’occhio l’inflazione, ma deve essere anche «uno storico e un politico». Nel senso che deve conoscere bene la storia dell’economia e dev’essere pragmatico, specie nel guardare il contesto nel quale le sue decisioni si vanno a innestare. Sarà quindi per questa esigenza di profonda interdisciplinarietà che Lady Bce siede anche nel consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che non solo fa un po’ da banca delle banche centrali, ma si occupa di cooperazione monetaria e finanziaria internazionale, fornendo anche studi economici. Il problema è che la scorsa settimana il Financial Times ha scoperto che per questo incarico Lagarde ha incassato nel 2025 ben 140.000 euro, che si vanno ad aggiungere ai 600.000 che prende dalla Bce, per un totale di 740.000 eur, che fanno dell’ex ministro francese il funzionario più pagato dell’Unione europea. Il tutto mentre il regolamento della Bce vieterebbe di ricevere stipendi aggiuntivi da terze parti.
Dopo alcuni giorni di imbarazzo, venerdì sera l’ufficio stampa del capo della Bce ha confermato la notizia, fornendo una spiegazione forse ancora più imbarazzante. Lagarde ha preso quei soldi, ma la Bce spiega che quel divieto per i dipendenti non vale per i «vertici esecutivi», che sono soggetti a un diverso codice di condotta. In più, la cifra sarebbe motivata dal fatto che nel board della Bri «si prendono decisioni di grande rilievo», che possono comportare «rischi legali».
Da Francoforte, infine, sottolineano che Madame Lallouette in Lagarde non fa che seguire la tradizione dei suoi predecessori, Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che ricevevano anch’essi un’indennità dalla Bri. Ora, sorvolando sul parallelo con Trichet, la cui gestione disastrosa e miope ha peggiorato la crisi dei subprime, va anche detto che la credibilità di banchiere di Draghi, capace di disinnescare una nuova crisi con tre semplici paroline («Whatever it takes») pur non avendo in mano niente di concreto (la Bce non era e non è prestatore di ultima istanza), è distante alcuni anni luce da quella della Lagarde. Il che spiega anche perché nessuno si sia messo a questionare sugli onorari di Draghi.
In ogni casi va anche ricordato che il governatore della Banca di Francia, che siede nel cda della Bri con la Lagarde e altri 14 banchieri centrali, prende il super-gettone, ma ne gira metà al suo Stato. Mentre il presidente della Federal Reserve e il governatore della Bank of England non incassano alcuna indennità dalla Bri.
Le spiegazioni della Lagarde non hanno fermato le polemiche. Sui forum interni della Bce, i dipendenti sono ancora parecchio attivi nel criticare il doppio standard. La notizia era arrivata al Financial Times proprio dall’interno della Banca e due eurodeputati di sinistra, il tedesco (con passaporto italiano) Fabio De Masi e lo svedese Dick Erickson, avevano scritto alla Lagarde, stanandola. L’ammissione del «fuori busta» ha scatenato nuove critiche, tra cui quelle di Paolo Borchia, capo delegazione della Lega all’Europarlamento, per il quale, «la giustificazione addotta fa risuonare la famosa battuta del Marchese del Grillo». Borchia fa anche notare che «ne va dell’indipendenza del capo dell’Eurotower […] e Lagarde giunge alla fine del suo mediocre mandato, confermando la totale disconnessione e distanza dalle difficoltà quotidiane delle imprese, delle famiglie e dei popoli europei».
Il tema del fine mandato, in effetti, è caldo. Prima di Natale, Lagarde aveva dovuto smentire di esser pronta a dimettersi in anticipo pur di non farsi scappare l’occasione di andare a dirigere il Forum di Davos, travolto dagli scandali del suo fondatore, Klaus Schwab. E la settimana scorsa, sempre la stampa inglese, ha riportato che sarebbe pronta ad andarsene ben prima della prossima primavera al solo scopo di consentire che la scelta del suo successore sia ancora negoziata da Emmanuel Macron. Anche qui, Lagarde ha smentito, a mezzo Wall Street Journal. Ma il problema della credibilità generale resta, a prescindere dal doppio stipendio. È un banchiere centrale, guida un ente che spesso chiede sacrifici ai cittadini europei e, soprattutto, se è debole lei, prima o poi sarà debole anche l’euro.
Francoforte persevera negli errori: «Servono più tasse e sussidi green»
Nonostante l’imbarazzante frenata dell’Unione europea sulle politiche del Green deal, dopo i disastri economici e geopolitici generati, in Europa c’è ancora una forte spinta ad accelerare verso gli obiettivi Net Zero, cioè emissioni zero al 2050. Ora è la volta della Banca Centrale Europea, che nel numero 1/2026 del suo Bollettino economico pubblica l’articolo «Overcoming structural barriers to the green transition». Il saggio, scritto da Miles Parker e Susana Parraga Rodriguez, descrive le difficoltà tecniche della transizione verde, indicando poi esplicitamente la direzione di marcia delle politiche economiche necessarie per realizzarla. Anche a Francoforte, tra un gossip sull’uscente Christine Lagarde e una riunione sull’euro digitale, si sono accorti che il mercato da solo non è in grado di sostenere una economia a basse emissioni. Dunque, dicono gli autori, servono prezzi dei permessi di emissione più alti, investimenti pubblici su larga scala, sussidi pubblici mirati alla ricerca e sviluppo verde e un pacchetto di riforme strutturali coordinate.La Bce sostiene che il prezzo delle emissioni deve aumentare e deve essere integrato da altri strumenti, perché solo un segnale di prezzo chiaro e crescente è in grado di orientare imprese e famiglie verso tecnologie pulite.Quindi, servono tasse e permessi di emissione più costosi. La Bce riconosce che ciò può generare pressioni sui prezzi nel breve periodo, ma ritiene che sia un costo accettabile per evitare danni climatici futuri e per stimolare l’innovazione. Non rileva, a quanto pare, che i maggiori governi europei stiano orientandosi in maniera opposta.Ancora più significativo il riferimento agli investimenti e ai sussidi mirati, verso i quali gli Stati, a prescindere dagli orientamenti dei singoli governi e dalle priorità politiche di ciascuno, dovrebbero convogliare fondi pubblici per sostenere l’industria green. Quanto alle «politiche strutturali complete», si tratta di alcune delle celebri riforme di cui sentiamo parlare da decenni. Ridurre la burocrazia, eliminare le barriere nei mercati finanziari e nei costi di switching tecnologico, eliminare rigidità regolamentari e costi che ostacolano la riallocazione di capitali e lavoratori verso attività verdi, riforme fiscali «coerenti con la transizione climatica» (qualunque cosa significhi). In sostanza, un insieme di interventi su fiscalità, regolazione, mercato del lavoro e finanza per rendere irreversibile la trasformazione del sistema produttivo. Non stiamo parlando di una posizione della Commissione europea né del Consiglio: è la Bce a scriverlo.Il lungo articolo apparso sul Bollettino della Bce offre una visione in cui la transizione ecologica è una priorità macroeconomica che richiede una ristrutturazione dell’economia europea. In tutto ciò, non si fa menzione di passaggi politici. Eppure, la questione è eminentemente politica. Una istituzione nata con un mandato centrato sulla stabilità dei prezzi entra apertamente sul terreno della politica industriale, fiscale e regolatoria, indicando non solo obiettivi ma strumenti concreti che hanno effetti distributivi e competitivi dirompenti, come la storia ha già dimostrato. La Bce presenta queste misure come necessarie, uscendo dalla mera analisi di scenario e contribuendo invece a orientare scelte politiche.«L’impatto del cambiamento climatico sta diventando sempre più evidente in Europa, sottolineando l’imperativo di raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero» recita l’inizio del saggio in questione. Dichiarazione sorprendentemente fuori contesto della Bce. Non soltanto perché le politiche energetiche stanno tornando alle basi (necessità di energia abbondante e di prezzi bassi, a prescindere dalla fonte) con una precipitosa inversione a U, ma perché «imperativo» è un concetto pre-politico, brandito da un organismo non eletto e non responsabile politicamente per le proprie azioni. Piaccia o meno, quello del Green deal è un obiettivo politico, imbellettato da imperativo morale basato sulla retorica dello scontro generazionale. Siamo alla stridente contraddizione di una Banca centrale sedicente indipendente e liberale che pretende politiche fiscali che orientino il mercato a un fine politico.
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(Arma dei Carabinieri)
A partire dalle prime ore della mattinata del 24 febbraio 2026, i Carabinieri dei Nucleo Investigativo di Napoli hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere, emessa dal Gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 9 soggetti gravemente indiziati di associazione per delinquere di stampo camorristico, rapina, detenzione di sostanze stupefacenti e possesso di armi da fuoco, aggravati dal metodo mafioso.
Le complesse ed articolate indagini sviluppate tra il 2024 e il 2025 dal Nucleo Investigativo Carabinieri di Napoli e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli, hanno consentito di accertare e ricostruire le fasi organizzative ed esecutive di una rapina a mano armata nel Comune di Casavatore (Na), nell’aprile 2023, da soggetti interni al sodalizio camorristico chiamato «Vanella Grassi», ai danni di due corrieri calabresi incaricati del trasporto di 20 kg di cocaina, destinata ad un terzo sodalizio camorristico, noto come «Amato-Pagano».
Durante le investigazioni venivano inoltre sentiti alcuni collaboratori di giustizia che consentivano di individuare l’esatta collocazione dell’evento e di accertarne le motivazioni nonché gli effettivi organizzatori e i materiali esecutori dell'atto criminale.
Il provvedimento eseguito è una misura cautelare, disposta in sede di indagini preliminari, avverso cui sono ammessi mezzi di impugnazione, e i destinatari dello stesso sono persone sottoposte alle indagini e quindi presunti innocenti fino a sentenza definitiva.
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