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2022-08-04
Nuovi dati dall’Inghilterra. Boom di morti under 40 nei mesi della vaccinazione
Dei 500 morti under 40 di troppo, scomparsi in Italia durante i mesi caldi della campagna di vaccinazione, nessuno parla più. L’interrogazione al ministro Roberto Speranza, depositata dal deputato leghista Claudio Borghi, è rimasta senza risposta. E non sono state ancora chiarite le cause dei decessi di quei giovani: suicidi? Malattie trascurate a causa della pandemia? Malori improvvisi? Provocati, eventualmente, dal medicinale di Pfizer, o dalla cattiva sorte?
Intanto, nuovi dati allarmanti arrivano da Oltremanica. Lo vogliamo chiarire subito, visto che sono stati cavalcati da qualche testata di dubbia affidabilità: essi non costituiscono la prova maestra che il vaccino anti Covid abbia stroncato frotte di malcapitati. Rimane comunque un punto fermo: quando subentrano patenti anomalie statistiche, le autorità dovrebbero drizzare le antenne.
Un pingue cruscotto cui attingere è quello dell’Office for national statistics - in pratica, l’Istat londinese. Esaminando la panoramica dei morti per tutte le cause da gennaio 2021 a gennaio 2022, nella fascia d’età 18-39 anni, si scopre che il tasso di mortalità ogni 100.000 abitanti risultava quasi sempre più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati. La forbice più ampia riguardava la fetta di popolazione che aveva ricevuto due dosi da almeno 21 giorni: a settembre 2021, tra costoro si contavano 125,9 decessi ogni 100.000 persone, contro i 46,8 tra i non vaccinati. Un tasso più elevato del 169%. Il picco è stato però raggiunto lo scorso novembre: 33,4 morti ogni 100.000 abitanti tra i non vaccinati, contro 107 tra i vaccinati con due punture. Il 220,4% in più.
È importante sottolineare che non ci troviamo dinanzi a cifre assolute, bensì a un tasso calcolato su 100.000 individui: dunque, non vale la vecchia obiezione del paradosso statistico, quell’illusione attribuibile al fatto che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, in tutti i Paesi occidentali.
Alla fine, in media, in Inghilterra, chi ha ricevuto il doppio shot, tra gennaio 2021 e gennaio 2022, ha avuto il 91,4% in più di probabilità di morire rispetto ai renitenti all’iniezione. D’altronde, il farmaco anti Covid protegge dal Sars-Cov-2, non dagli altri milioni di insidie che possono attentare alla vita umana. La questione essenziale diventa capire da cosa dipenda il gigantesco divario.
Gli under 40 inoculati potrebbero essere stati in parte uccisi proprio dal virus - un fallimento del medicinale che doveva schermarli, se così fosse. Oppure, nel bel mezzo di una pandemia che ha sovraccaricato gli ospedali, potrebbero essere rimasti vittime di altre malattie trascurate dal sistema sanitario: esami rinviati e terapie saltate, purtroppo, ammazzano. Altrimenti, bisognerebbe pensare a pure fatalità: i vaccinati hanno goduto di più vita sociale, quindi sono stati più esposti, ad esempio, a sinistri stradali. La quarta ipotesi - la più inquietante - è che il vaccino abbia giocato un ruolo in quelle morti; e il fatto che i più falcidiati fossero i soggetti inoculati due volte, a meno di un mese dalla seconda iniezione, sarebbe un indizio in quella direzione. In effetti, le miocarditi - potenzialmente fatali - colpiscono soprattutto dopo che è stato completato il ciclo di vaccinazione.
Il metodo per esplorare meglio questo scenario esiste: bisogna verificare qual è la situazione dei disturbi cardiaci nel Paese in esame. Ci aiutano le informazioni diffuse dal West Midlands ambulance service university Nhs foundation trust, in seguito a una richiesta formale di accesso agli atti presentata in Inghilterra.
Risultato: il numero di chiamate di soccorso per problemi al cuore, negli anni 2021 e 2022, è costantemente superiore a quello del periodo precedente (2017-2019; per quest’anno, i dati si fermano a marzo). Curiosamente, nella popolazione under 30, quella che ha iniziato più tardi a vaccinarsi in massa, l’incremento è scattato ad aprile 2021 e la tendenza si è mantenuta fino al termine delle rilevazioni. Per quanto concerne il 2022, già cinque mesi fa erano stati registrati quasi altrettanti casi che nel 2017. Strano, no? Eppure, sono osservazioni coerenti con quelle effettuate in Israele. Lì, come aveva rivelato uno studio uscito su Nature, nei mesi della campagna vaccinale, c’era stato un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, nella fascia d’età 16-40 anni.
Un problema simile è emerso in Scozia, dove, stando al database di Public health Scotland, rispetto alla media storica 2018-2019, nel periodo 2021-2022, si sono moltiplicati le richieste di soccorso e gli interventi d’urgenza per patologie cardiovascolari, miocarditi incluse, nelle persone di età compresa tra 15 e 44 anni. In alcune settimane, si sono raggiunti addirittura picchi del +117%. Colpa del vaccino? Del Covid? Del cibo spazzatura divorato a quintali durante il lockdown? Sarebbe bello accertarlo. Fosse solo per zittire i complottisti…
Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena
Ci siamo. Allo Spallanzani scaldano i motori per inoculare gli infettati dal Monkeypox (Mpx). Una circolare del ministro della Salute, Roberto Speranza, è già uscita, con indicazione di possibili quarantene e l’annuncio di «apposite indicazioni sulla strategia di vaccinazione in Italia contro il vaiolo delle scimmie», che saranno fornite «con successiva pubblicazione». L’attesa si fa grande, qualche timore comincia a serpeggiare anche se la campagna anti Covid ha talmente logorato i cittadini da spingere molti a brandire i forconi, pur di non sottostare a nuovi diktat vaccinali.
Facciamo il punto. I casi di Mpx in Italia risultano attualmente 505 e riguardano quasi esclusivamente uomini (le donne contagiate sono solo 4). Il direttore generale per la prevenzione, Gianni Rezza, scrive nella circolare che «principalmente» sono stati colpiti nel mondo «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», però poi si affretta a precisare che questo vaiolo «può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con le lesioni o oggetti condivisi». Non sia mai che altri circoli gay si offendano, o che qualche maschio pensi di essere al sicuro perché va solo con le donne.
L’Oms ha dichiarato il vaiolo delle scimmie un’emergenza sanitaria globale, ma nei 78 Paesi dove sono stati segnalati casi, i morti sarebbero 5 in Africa, 2 in Spagna, 1 in Brasile. Non è che ci stiamo preoccupando troppo per una malattia dalla letalità così bassa? Speranza vuole identificare al più presto i contatti stretti dei contagiati, che vanno tracciati sul posto di lavoro, tra i passeggeri con i quali abbiano condiviso più di quattro ore di viaggio sui mezzi di trasporto, nelle scuole e negli asili, solo per citare alcune delle situazioni da passare allo scanner.
Chi lo farà, non si sa. Il personale sanitario è già troppo collassato, per preoccuparsi del tracciamento di persone venute a contatto con omosessuali. Deve fare i conti con medici e infermieri che mancano all’appello perché sospesi, e nei reparti, nelle sale chirurgiche c’è pure l’emergenza ignorata delle infezioni ospedaliere, che nel 2003 provocarono 18.668 decessi, raddoppiati nel 2016 quando se ne registrarono 49.301.
Curiosa, tanta agitazione per l’Mpx, mentre nessun allarme è rivolto ai casi di tubercolosi. Non sono affatto pochi, nel nostro Paese erano 3.346 nel 2019 ma il ministero della Salute è così poco preoccupato dell’incidenza che nemmeno aggiorna i dati sul sito di Epicentro. Eppure la Tbc è una malattia infettiva e contagiosa, nelle nostre «città metropolitane l’incidenza è fino a quattro volte maggiore rispetto alla media nazionale e il numero dei casi di tubercolosi resistente ai farmaci è in progressivo aumento», segnala l’Università La Sapienza di Roma.
Ben 2.336 persone (il 69,8%) dei casi totali segnalati in Italia (e nei Paesi non endemici, ricorda Epicentro, un caso è considerato un focolaio), presentava una Tbc polmonare. Più della metà dei malati di tisi conteggiati nel 2019 era di origine straniera e il nostro era «l’unico tra i Paesi Eu/Eea che ha riportato una frequenza di casi nuovi di Tbc più elevata tra le femmine rispetto ai maschi». Qualcuno ricorda circolari relative ad allarmi tubercolosi?
Lo scorso marzo, nell’annunciare il «Tb day 2022. Ritorno al futuro», convegno organizzato a Pavia per ricordare la scoperta del bacillo di Koch in una delle culle della tisiologia nazionale, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha dichiarato che «nel 2020, durante la pandemia Covid-19, i decessi per tubercolosi nel mondo sono aumentati», che «le affinità tra Covid-19 e tubercolosi sono molte», come il fatto che si tratti di malattie contagiose e che si diffondono per via aerea. «Altrettanto importanti sono però le diversità», sottolineava. «La mortalità nella tubercolosi è più alta, così come molto più esteso è il suo periodo d’incubazione». Aggiungeva che il Covid-19 si diffonde in maniera molto più veloce della Tbc «ma soprattutto gode di una “percezione” collettiva elevatissima instaurata dai grandi mezzi di comunicazione, mentre la tubercolosi sembra essere “dimenticata”, anche a livello diagnostico, con conseguente calo nei finanziamenti per la ricerca».
Le due righe finali sarebbero da far leggere al ministro Speranza e a quanti adesso agitano lo spettro del vaiolo delle scimmie: «Ancora oggi, 140 anni dopo la scoperta del bacillo responsabile, si muore percentualmente più di tubercolosi che di Covid-19».
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Picchi di decessi tra gli inoculati con due dosi (fino al 220% in più rispetto ai renitenti). Da Londra alla Scozia, impennata delle chiamate d’emergenza per disturbi cardiaci.Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena. Una circolare del dicastero annuncia isolamento dei contatti degli infetti e linee guida per l’immunizzazione. Un panico assente nel caso di malattie ben più letali, come la Tbc.Lo speciale contiene due articoli.Dei 500 morti under 40 di troppo, scomparsi in Italia durante i mesi caldi della campagna di vaccinazione, nessuno parla più. L’interrogazione al ministro Roberto Speranza, depositata dal deputato leghista Claudio Borghi, è rimasta senza risposta. E non sono state ancora chiarite le cause dei decessi di quei giovani: suicidi? Malattie trascurate a causa della pandemia? Malori improvvisi? Provocati, eventualmente, dal medicinale di Pfizer, o dalla cattiva sorte?Intanto, nuovi dati allarmanti arrivano da Oltremanica. Lo vogliamo chiarire subito, visto che sono stati cavalcati da qualche testata di dubbia affidabilità: essi non costituiscono la prova maestra che il vaccino anti Covid abbia stroncato frotte di malcapitati. Rimane comunque un punto fermo: quando subentrano patenti anomalie statistiche, le autorità dovrebbero drizzare le antenne. Un pingue cruscotto cui attingere è quello dell’Office for national statistics - in pratica, l’Istat londinese. Esaminando la panoramica dei morti per tutte le cause da gennaio 2021 a gennaio 2022, nella fascia d’età 18-39 anni, si scopre che il tasso di mortalità ogni 100.000 abitanti risultava quasi sempre più alto tra i vaccinati che tra i non vaccinati. La forbice più ampia riguardava la fetta di popolazione che aveva ricevuto due dosi da almeno 21 giorni: a settembre 2021, tra costoro si contavano 125,9 decessi ogni 100.000 persone, contro i 46,8 tra i non vaccinati. Un tasso più elevato del 169%. Il picco è stato però raggiunto lo scorso novembre: 33,4 morti ogni 100.000 abitanti tra i non vaccinati, contro 107 tra i vaccinati con due punture. Il 220,4% in più. È importante sottolineare che non ci troviamo dinanzi a cifre assolute, bensì a un tasso calcolato su 100.000 individui: dunque, non vale la vecchia obiezione del paradosso statistico, quell’illusione attribuibile al fatto che i vaccinati sono molti di più dei non vaccinati, in tutti i Paesi occidentali. Alla fine, in media, in Inghilterra, chi ha ricevuto il doppio shot, tra gennaio 2021 e gennaio 2022, ha avuto il 91,4% in più di probabilità di morire rispetto ai renitenti all’iniezione. D’altronde, il farmaco anti Covid protegge dal Sars-Cov-2, non dagli altri milioni di insidie che possono attentare alla vita umana. La questione essenziale diventa capire da cosa dipenda il gigantesco divario. Gli under 40 inoculati potrebbero essere stati in parte uccisi proprio dal virus - un fallimento del medicinale che doveva schermarli, se così fosse. Oppure, nel bel mezzo di una pandemia che ha sovraccaricato gli ospedali, potrebbero essere rimasti vittime di altre malattie trascurate dal sistema sanitario: esami rinviati e terapie saltate, purtroppo, ammazzano. Altrimenti, bisognerebbe pensare a pure fatalità: i vaccinati hanno goduto di più vita sociale, quindi sono stati più esposti, ad esempio, a sinistri stradali. La quarta ipotesi - la più inquietante - è che il vaccino abbia giocato un ruolo in quelle morti; e il fatto che i più falcidiati fossero i soggetti inoculati due volte, a meno di un mese dalla seconda iniezione, sarebbe un indizio in quella direzione. In effetti, le miocarditi - potenzialmente fatali - colpiscono soprattutto dopo che è stato completato il ciclo di vaccinazione. Il metodo per esplorare meglio questo scenario esiste: bisogna verificare qual è la situazione dei disturbi cardiaci nel Paese in esame. Ci aiutano le informazioni diffuse dal West Midlands ambulance service university Nhs foundation trust, in seguito a una richiesta formale di accesso agli atti presentata in Inghilterra. Risultato: il numero di chiamate di soccorso per problemi al cuore, negli anni 2021 e 2022, è costantemente superiore a quello del periodo precedente (2017-2019; per quest’anno, i dati si fermano a marzo). Curiosamente, nella popolazione under 30, quella che ha iniziato più tardi a vaccinarsi in massa, l’incremento è scattato ad aprile 2021 e la tendenza si è mantenuta fino al termine delle rilevazioni. Per quanto concerne il 2022, già cinque mesi fa erano stati registrati quasi altrettanti casi che nel 2017. Strano, no? Eppure, sono osservazioni coerenti con quelle effettuate in Israele. Lì, come aveva rivelato uno studio uscito su Nature, nei mesi della campagna vaccinale, c’era stato un aumento di oltre il 25% di chiamate d’emergenza per arresti cardiaci, nella fascia d’età 16-40 anni.Un problema simile è emerso in Scozia, dove, stando al database di Public health Scotland, rispetto alla media storica 2018-2019, nel periodo 2021-2022, si sono moltiplicati le richieste di soccorso e gli interventi d’urgenza per patologie cardiovascolari, miocarditi incluse, nelle persone di età compresa tra 15 e 44 anni. In alcune settimane, si sono raggiunti addirittura picchi del +117%. Colpa del vaccino? Del Covid? Del cibo spazzatura divorato a quintali durante il lockdown? Sarebbe bello accertarlo. Fosse solo per zittire i complottisti…<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/inghilterra-boom-morti-under40-vaccinazione-2657803753.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vaiolo-spunta-lipotesi-quarantena" data-post-id="2657803753" data-published-at="1659567913" data-use-pagination="False"> Vaiolo, spunta l’ipotesi quarantena Ci siamo. Allo Spallanzani scaldano i motori per inoculare gli infettati dal Monkeypox (Mpx). Una circolare del ministro della Salute, Roberto Speranza, è già uscita, con indicazione di possibili quarantene e l’annuncio di «apposite indicazioni sulla strategia di vaccinazione in Italia contro il vaiolo delle scimmie», che saranno fornite «con successiva pubblicazione». L’attesa si fa grande, qualche timore comincia a serpeggiare anche se la campagna anti Covid ha talmente logorato i cittadini da spingere molti a brandire i forconi, pur di non sottostare a nuovi diktat vaccinali. Facciamo il punto. I casi di Mpx in Italia risultano attualmente 505 e riguardano quasi esclusivamente uomini (le donne contagiate sono solo 4). Il direttore generale per la prevenzione, Gianni Rezza, scrive nella circolare che «principalmente» sono stati colpiti nel mondo «gli uomini che hanno rapporti sessuali con uomini», però poi si affretta a precisare che questo vaiolo «può essere trasmesso a chiunque, indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere, attraverso il contatto con fluidi corporei, contatto con le lesioni o oggetti condivisi». Non sia mai che altri circoli gay si offendano, o che qualche maschio pensi di essere al sicuro perché va solo con le donne. L’Oms ha dichiarato il vaiolo delle scimmie un’emergenza sanitaria globale, ma nei 78 Paesi dove sono stati segnalati casi, i morti sarebbero 5 in Africa, 2 in Spagna, 1 in Brasile. Non è che ci stiamo preoccupando troppo per una malattia dalla letalità così bassa? Speranza vuole identificare al più presto i contatti stretti dei contagiati, che vanno tracciati sul posto di lavoro, tra i passeggeri con i quali abbiano condiviso più di quattro ore di viaggio sui mezzi di trasporto, nelle scuole e negli asili, solo per citare alcune delle situazioni da passare allo scanner. Chi lo farà, non si sa. Il personale sanitario è già troppo collassato, per preoccuparsi del tracciamento di persone venute a contatto con omosessuali. Deve fare i conti con medici e infermieri che mancano all’appello perché sospesi, e nei reparti, nelle sale chirurgiche c’è pure l’emergenza ignorata delle infezioni ospedaliere, che nel 2003 provocarono 18.668 decessi, raddoppiati nel 2016 quando se ne registrarono 49.301. Curiosa, tanta agitazione per l’Mpx, mentre nessun allarme è rivolto ai casi di tubercolosi. Non sono affatto pochi, nel nostro Paese erano 3.346 nel 2019 ma il ministero della Salute è così poco preoccupato dell’incidenza che nemmeno aggiorna i dati sul sito di Epicentro. Eppure la Tbc è una malattia infettiva e contagiosa, nelle nostre «città metropolitane l’incidenza è fino a quattro volte maggiore rispetto alla media nazionale e il numero dei casi di tubercolosi resistente ai farmaci è in progressivo aumento», segnala l’Università La Sapienza di Roma. Ben 2.336 persone (il 69,8%) dei casi totali segnalati in Italia (e nei Paesi non endemici, ricorda Epicentro, un caso è considerato un focolaio), presentava una Tbc polmonare. Più della metà dei malati di tisi conteggiati nel 2019 era di origine straniera e il nostro era «l’unico tra i Paesi Eu/Eea che ha riportato una frequenza di casi nuovi di Tbc più elevata tra le femmine rispetto ai maschi». Qualcuno ricorda circolari relative ad allarmi tubercolosi? Lo scorso marzo, nell’annunciare il «Tb day 2022. Ritorno al futuro», convegno organizzato a Pavia per ricordare la scoperta del bacillo di Koch in una delle culle della tisiologia nazionale, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ha dichiarato che «nel 2020, durante la pandemia Covid-19, i decessi per tubercolosi nel mondo sono aumentati», che «le affinità tra Covid-19 e tubercolosi sono molte», come il fatto che si tratti di malattie contagiose e che si diffondono per via aerea. «Altrettanto importanti sono però le diversità», sottolineava. «La mortalità nella tubercolosi è più alta, così come molto più esteso è il suo periodo d’incubazione». Aggiungeva che il Covid-19 si diffonde in maniera molto più veloce della Tbc «ma soprattutto gode di una “percezione” collettiva elevatissima instaurata dai grandi mezzi di comunicazione, mentre la tubercolosi sembra essere “dimenticata”, anche a livello diagnostico, con conseguente calo nei finanziamenti per la ricerca». Le due righe finali sarebbero da far leggere al ministro Speranza e a quanti adesso agitano lo spettro del vaiolo delle scimmie: «Ancora oggi, 140 anni dopo la scoperta del bacillo responsabile, si muore percentualmente più di tubercolosi che di Covid-19».
iStock
Lunedì il quindicenne esce da scuola e sale sull’autobus nel quartiere San Felice, per tornare a casa, che è parecchio distante. Come ha raccontato la mamma al Giornale di Vicenza, «credeva di aver dimenticato l’abbonamento: nella sua completa onestà lo ha detto subito all’autista e lui lo ha fatto scendere». Insomma, una piccola botta di ansia, affrontata «autodenunciandosi», nella speranza di trovare un minimo di umanità. E invece, nulla. Il guidatore è stato inflessibile. Pioveva pure e il minore ha chiamato il nonno per farsi venire a prendere. Poi è stata informata la mamma, stupitissima, perché il figlio ha l’abbonamento, che per altro ha trovato poco dopo. La signora ha protestato con l’azienda locale di trasporti, che promette la solita «rapida inchiesta», ma intanto già si cosparge il capo di cenere. Dice il presidente di Svt, Marco Sandonà: «A nome dell’azienda vorrei scusarmi pubblicamente con lo studente e la sua famiglia per questo increscioso episodio».
L’azienda ha subito aperto una procedura di contestazione nei confronti del proprio dipendente. Possibile che la disabilità non fosse molto evidente, ma non sposta più di tanto i termini della questione perché un quindicenne è un quindicenne.
Se ne rende conto lo stesso Sandonà, che spiega: «Abbiamo una responsabilità nei confronti dei nostri utenti, a maggior ragione quando si tratta di minorenni, che in nessun caso devono essere lasciati a terra». E aggiunge un’osservazione non banale: «La giusta applicazione delle regole deve sempre e comunque tenere conto della persona che abbiamo di fronte, proprio perché trasportiamo persone». Anche la mamma dimostra una certa pacatezza quando dice: «Non capisco perché mio figlio sia stato fatto scendere. Non avrebbero dovuto semplicemente fargli una multa che poi noi avremmo potuto contestare dimostrando che mio figlio è in possesso di un regolare abbonamento?». Si vede che l’autista non aveva tempo di multare un innocuo ragazzino.
Il regolamento dell’azienda di trasporti vicentina prevede che una multa possa essere annullata entro 15 giorni, se l’utente dimostra di avere un biglietto o un abbonamento valido. In ogni caso sul grave infortunio della municipalizzata interviene anche Zaia, per il quale «il rispetto viene prima di ogni procedura. Non è solo un fatto di regole, ma di umanità, di responsabilità e di buon senso».
Tre qualità che sono forse sospese nel Veneto che ospita le Olimpiadi invernali, almeno a bordo dei mezzi pubblici. È incredibile, ma a Vicenza si ripete, in versione anche peggiore, quello che è successo nel Bellunese appena dieci giorni fa, con la notizia che ha fatto il giro d’Italia. Si tratta di quel ragazzino di 11 anni che non aveva il biglietto «olimpico» ma solo biglietti ordinari (avrebbero potuto essere cumulati), ed è stato fatto scendere dall’autobus. Non aveva il cellulare e quindi ha camminato fino a casa per sei chilometri nella neve, dove è arrivato in condizioni pietose.
Questi due episodi, che si spera non siano la punta di un iceberg, confermano che dal Covid in poi questo non è un Paese per bimbi e ragazzini. Prima li hanno rinchiusi a casa senza motivo, ora escono e chiunque abbia un minimo di autorità li bullizza. Tutto intorno, bande di maranza senza biglietto non vengono degnate di uno sguardo. Nessuno chiede gesti di eroismo a chi guida l’autobus spesso in condizioni difficili, ma mostre i muscoli con undicenni e disabili non è il modo di rifarsi.
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Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini commenta il voto di fiducia di oggi sull'Ucraina e i rapporti col partito di Vannacci.
Intellò, radical chic e progressisti si ribellano contro il termine «maranza» ed esortano a usare «immigrati di seconda generazione» o «risorse».