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2018-05-28
Infront perde l'Inter, teme per il Milan e attende la spada di Damocle dell'Agcom
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ANSA
Dietro alle facce scure del calcio italiano sulla possibile risoluzione del contratto di Mediapro - l'intermediario spagnolo che si è aggiudicato i diritti tv per la Serie A per più di 1 miliardo di euro - c'è un'ombra lunga chiamata Infront. L'advisor della Lega Calcio, ormai da anni impegnato nell'assistere le nostre società calcistiche, già coinvolto in un'inchiesta della Procura di Milano poi archiviata, si ritrova in una fase più che mai complessa della sua storia. In teoria quest'anno era prevista la quotazione in Borsa, ma ora è tutto fermo in attesa di capire come saranno sciolti diversi nodi rimasti aggrovigliati sul tappeto. Soprattutto ci sono le due pendenze all'Antitrust e alla Corte dei conti, perché se la Procura di Milano ha archiviato l'inchiesta per associazione a delinquere e turbativa d'asta, sia l'authority sia la magistratura contabile potrebbero entro quest'anno comminare multe milionarie.
Finita l'era di Marco Bogarelli, dopo il cambio ai vertici con l'arrivo del renziano Luigi De Siervo nel 2016, il colosso internazionale del marketing sportivo con sede in Svizzera rischia di sparire dall'Italia. Si tratta di una rivoluzione che potrebbe essere imminente, stravolgendo gli ultimi dieci anni del panorama economico calcistico italiano e che passa, giocoforza, anche dalla decisione di lunedì dell'assemblea di Serie A. Infront è stato per anni il vero padrone assoluto del nostro calcio, anche perché era il cardine di un meccanismo che portava a un consistente rialzo dei ricavi sui diritti, ma che al contempo forniva un management adeguato alle squadre. Secondo una fonte della Verità, De Siervo non ha responsabilità per l'ultima bufera intorno ai diritti tv. Aveva promesso di portare più soldi alla Lega Calcio e ci sta provando. Ma c'è di più sotto la cenere.
Oltre alle voci su una possibile uscita dei cinesi di Wanda group, che potrebbero vendere per rientrare del proprio debito, non è passata inosservata agli addetti ai lavori la decisione dell'Inter, oggi nelle mani del gruppi Suning, di non rinnovare il proprio contratto con Infront. Nell'aprile del 2014 fu Eric Thohir a proseguire con Infront Italy, scegliendola al posto di Rcs Sport per sviluppare l'area sponsorship e l'offerta legata alla corporate hospitality. Il contratto di quattro stagioni ha assicurato ai nerazzurri ricavi minimi per 80 milioni (20 milioni all'anno). Ma i rapporti risalgono al 2011 e il contratto, che La Verità ha avuto modo di visionare, prevedeva anche accordi sugli archivi della Rai, dove si spiegava che la nostra azienda televisiva di stato (dove De Siervo è stato amministratore delegato di Rai com, società del gruppo che si occupa della diffusione dei canali della capogruppo nel mondo) aveva accesso «all'archivio e agli altri materiali digitalizzati da Infront e utilizzare le relative immagini per l'esercizio dei diritti ad essa riservati a fronte di un canone annuo omnicomprensivo pari a euro 50.000 oltre Iva».
Inoltre Infront aveva a disposizione la commercializzazione di immagini, allenamenti, interviste e conferenze stampa; l'incarico di produzione del segnale audiovisivo delle gare ufficiali di campionato e coppa; persino la licenza d'uso di marchi, loghi e segni distintivi ai fini della realizzazione e commercializzazione di giochi elettronici. In sostanza era un accordo di sistema importante che ora si spegne. Non solo. Indiscrezioni raccontano che il prossimo a lasciare Infront possa essere il Milan, la società che più è stata al fianco dell'advisor in questi anni, anche perché molti manager arrivavano proprio dai rossoneri. Come raccontato da La Verità, gli incroci tra il mondo Infront e l'ex presidente Silvio Berlusconi erano molto fitti, tanto che anche Riccardo Silva di Mp&Silva, leader mondiale per i diritti sportivi, può vantare rapporti commerciali anche con la figlia del Cavaliere, Barbara Berlusconi. Il Milan è in una situazione economica drammatica. La camera di investigazione dell'Organo di controllo finanziario per club dell'Uefa ha deciso di rinviare la società alla camera giudicante per la violazione delle norme del fair play finanziario, in particolare per la violazione della regola del pareggio di bilancio (break-even rule). C'è il rischio di perdere giocatori e soprattutto la partecipazione alle coppe europee, un colpo durissimo per le casse societarie. Già adesso, dal punto di vista economico (la differenza tra ricavi e costi) i conti del Milan mostrano un rosso, per l'esercizio 2017-2018, di 80 milioni di euro. È possibile quindi che slegarsi da Infront possa essere quasi una scelta obbligata.
Ma la vera spada di Damocle che pende in Italia sulla società di Philippe Blatter è quella dell'Antitrust. Se le inchieste in Procura sono state chiuse, quella dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato è ancora in piedi e si basa proprio sulle carte che La Verità ha pubblicato nelle scorse settimane. La data fatidica è il 31 ottobre, quando sarà chiusa l'istruttoria che potrebbe comminare multe molto salate. Il punto è che la stessa Agcom ha rilevato come «dalla commercializzazione all'estero dei diritti audiovisivi per la trasmissione delle partite di calcio delle competizioni organizzate dalla Lega Professionisti Serie A (di seguito anche "Lega Calcio" o "Lnpa" ) e delle partite del campionato di Serie B in territori diversi dall'Italia (diritti internazionali) sarebbe stata oggetto di un'intesa restrittiva della concorrenza, posta in essere da alcuni operatori che hanno partecipato alle gare indette per la vendita di tali diritti audiovisivi agli intermediari indipendenti».
Le gare sotto la lente di ingrandimento sono quelle che vanno dal 2009 al 2014. «In particolare, MP Silva Limited, IMG e B4», si legge, «avrebbero coordinato le proprie offerte economiche in vista dell'assegnazione finale operata dalla Lega Professionisti Serie A. A seguito dell'assegnazione a MP Silva Limited, i tre soggetti, anche in virtù degli articolati rapporti contrattuali di collegamento societario e finanziari fra essi intercorrenti, stipulati prima dell'indizione delle gare, avrebbero proceduto a ripartire i ricavi derivanti dalla vendita all'estero dei diritti TV per le competizioni organizzate dalla Lega Serie A e a trasmettere le partite in distinti ambiti geografici in cui operano». Per questo motivo, sostiene il garante, «è possibile ipotizzare un'intesa continuata, restrittiva della concorrenza posta in essere da MP Silva Limited, IMG e B4 in violazione dell'articolo 101, comma 1, del Tfue volta ad alterare il confronto competitivo nelle procedure indette dalla Lega Serie A per l'assegnazione dei diritti TV per la visione delle competizioni di calcio nei territori diversi dall'Italia, a ripartirne gli utili e le aree geografiche di distribuzione». E «l'insieme delle condotte contestate non esclude peraltro che le parti del presente procedimento abbiano posto in essere un coordinamento anche più ampio con riferimento ai diritti televisivi relativi ad altri eventi sportivi». Una stagione sta per finire, forse potrebbe essere un'opportunità per rivoluzionare il nostro calcio.
Alessandro Da Rold
INFOGRAFICA
La paura del Milan fa 303

LaPresse
«Dica 303». Il Milan ha la febbre altissima. E all'orizzonte non si intravedono luminari in grado di somministrare il farmaco necessario. Farmaco che ha un solo nome: soldi. Tanti, tantissimi soldi. Il buco in bilancio è una voragine, i rossoneri hanno già un piede fuori dalla prossima Europa League. L'Uefa ha negato il settlement agreement al club rossonero, che rischia l'esclusione dalle coppe e il blocco del mercato in entrata. Dalle 22 pagine di dispositivo emergono i dubbi dell'Uefa sulla effettiva proprietà del Milan, oltre al ritardo sul versamento di una tranche da 10 milioni dell'aumento di capitale di 40 milioni complessivi, da completare entro il prossimo 30 giugno.
Ma a far tremare le vene ai polsi dei tifosi rossoneri sono le difficoltà che Yonghong Li, patron della società, ha nel restituire il prestito-ponte da 303 milioni di euro ricevuto dal fondo Elliott. Al consiglio di amministrazione di venerdì hanno preso parte l'ad Marco Fassone, l'executive director David Han Li, Paolo Scaroni, Marco Patuano e Roberto Cappelli. Gli altri tre membri cinesi, tra cui il presidente Yonghong Li, hanno partecipato in videoconferenza. All'ordine del giorno due punti fondamentali: il rifinanziamento al prestito-ponte da 303 milioni in scadenza a ottobre ed il recente no della Uefa alla richiesta di settlement agreement. Al termine del cda, Marco Fassone non ha nascosto la preoccupazione per l'iceberg da 303 milioni che galleggia sulla rotta del Milan.
«Non credo», ha detto Fassone, «che sul rifinanziamento possa esserci una accelerazione in tempi brevissimi. Il debito del Milan è più semplice, quello della holding più complesso: se ci fosse una schiarita su questo, il rifinanziamento del Milan sarebbe abbastanza rapido». Soldi, soldi, soldi. Il triennio appena trascorso ha fatto registrare un deficit di circa 100 milioni di euro, le regole Uefa non ammettono un buco di queste proporzioni. Buco che si è prodotto anche a causa di una campagna acquisti, l'ultima, faraonica quanto improduttiva in termini di risultati. Il Milan, la scorsa estate, ha chiuso il calciomercato con un passivo di 158,6 milioni di euro. Il monte ingaggi è passato dai 70,4 milioni di euro della stagione precedente agli attuali 110, con un aumento del 57%. Eppure, la classifica finale ha inchiodato i rossoneri al sesto posto, facendo sfumate la qualificazione in Champions e i circa 40 milioni di introiti che essa procura.
L'ad Marco Fassone e il direttore sportivo Massimo Mirabelli, del resto, sapevano bene a cosa andavano incontro mentre, la scorsa estate, spendevano come se non ci fosse un domani (o meglio, come se non ci fosse la possibilità di finire fuori dai primi quattro posti). «Il ritorno in Champions», diceva Fassone, lo scorso agosto, «è l'obiettivo che la proprietà ci ha indicato, consapevole del fatto che, tanto sportivamente quanto economicamente, cambia la vita di un club, specie in Italia. La qualificazione rappresenta la meta minima che vogliamo raggiungere». E invece niente da fare: sesto posto, niente Champions, nonostante gli acquisti sfavillanti.
Il capitano Leonardo Bonucci, per dirne una, è costato la bellezza di 42 milioni di euro, a 30 anni suonati, e gli è stato concesso un ingaggio netto annuo di 7,5 milioni a stagione, con un contratto fino al 2022. André Silva, talentuosa punta centrale prelevata dal Porto per 38 milioni di euro, con un ingaggio di 2 milioni l'anno: ha segnato appena due gol, costati un milione di euro ciascuno, ed è stato utilizzato pochissimo (922 minuti giocati in campionato), sia da Vincenzo Montella che da Gennaro Gattuso. Nikola Kalinic, arrivato a Milanello in prestito con obbligo di riscatto a 25 milioni, con un ingaggio di 3,5 milioni l'anno, ha giocato 1.813 minuti, realizzando 6 gol. Numeri, quelli di André Silva e Nikola Kalinic, che impallidiscono di fronte alle statistiche stagionali di Patrick Cutrone, giovane prodotto del settore giovanile milanista, che al costo di 180.000 euro l'anno di ingaggio ha segnato 10 gol e giocato 1.512 minuti.
Non solo acquisti, ma anche mancate cessioni hanno zavorrato il bilancio milanista. A partire da Gigio Donnarumma, il portierone che incassa dal Milan 6 milioni di euro l'anno, un miliardo di vecchie lire al mese, e che non è stato all'altezza delle attese, mentre il Milan ha pagato anche un milione di stipendio al fratello, Antonio. Il prossimo anno, dunque, potrebbe andare ancora peggio, se l'Uefa escluderà i rossoneri dalle coppe: «Indipendentemente dalla partecipazione all'Europa League», cerca di tranquillizzare Fassone, «alcuni acquisti arriveranno. Non pensiamo di portare a Milano ancora 10/11 nuovi giocatori, anche per ragioni tecniche. Ne arriveranno comunque due o tre che il direttore sportivo e l'allenatore ritengono necessari. Poi se li potrò pagare 20 milioni in più o 20 milioni in meno in funzione dell'eventuale ma non auspicabile esclusione dalle coppe, cercherò di far quadrare il bilancio. Questa tegola non influenzerà più di tanto».
Carlo Tarallo
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Dopo l'addio dei nerazzurri, passati saldamente in mani cinesi, l'azienda che punta ai diritti tv della Serie A guarda con crescente preoccupazione la situazione economica assai complicata dell'altra squadra meneghina, che è anche la società italiana con cui ha i legami più stretti. E ora il garante delle telecomunicazione vuole chiarimenti su alcune gare di campionato trasmesse all'estero tra il 2009 e il 2014.L'Uefa ha acceso un faro sui rossoneri: sotto esame ci sono le difficoltà di Yonghong Li a restituire il prestito-ponte da 303 milioni di euro da parte del fondo Elliott.Lo speciale contiene due articoli. Dietro alle facce scure del calcio italiano sulla possibile risoluzione del contratto di Mediapro - l'intermediario spagnolo che si è aggiudicato i diritti tv per la Serie A per più di 1 miliardo di euro - c'è un'ombra lunga chiamata Infront. L'advisor della Lega Calcio, ormai da anni impegnato nell'assistere le nostre società calcistiche, già coinvolto in un'inchiesta della Procura di Milano poi archiviata, si ritrova in una fase più che mai complessa della sua storia. In teoria quest'anno era prevista la quotazione in Borsa, ma ora è tutto fermo in attesa di capire come saranno sciolti diversi nodi rimasti aggrovigliati sul tappeto. Soprattutto ci sono le due pendenze all'Antitrust e alla Corte dei conti, perché se la Procura di Milano ha archiviato l'inchiesta per associazione a delinquere e turbativa d'asta, sia l'authority sia la magistratura contabile potrebbero entro quest'anno comminare multe milionarie. Finita l'era di Marco Bogarelli, dopo il cambio ai vertici con l'arrivo del renziano Luigi De Siervo nel 2016, il colosso internazionale del marketing sportivo con sede in Svizzera rischia di sparire dall'Italia. Si tratta di una rivoluzione che potrebbe essere imminente, stravolgendo gli ultimi dieci anni del panorama economico calcistico italiano e che passa, giocoforza, anche dalla decisione di lunedì dell'assemblea di Serie A. Infront è stato per anni il vero padrone assoluto del nostro calcio, anche perché era il cardine di un meccanismo che portava a un consistente rialzo dei ricavi sui diritti, ma che al contempo forniva un management adeguato alle squadre. Secondo una fonte della Verità, De Siervo non ha responsabilità per l'ultima bufera intorno ai diritti tv. Aveva promesso di portare più soldi alla Lega Calcio e ci sta provando. Ma c'è di più sotto la cenere. Leggi anche Archiviata l'inchiesta Infront sui diritti del calcio, ballano ancora 245 milioni, l'inchiesta di Alessandro Da Rold e Luca Rinaldi Oltre alle voci su una possibile uscita dei cinesi di Wanda group, che potrebbero vendere per rientrare del proprio debito, non è passata inosservata agli addetti ai lavori la decisione dell'Inter, oggi nelle mani del gruppi Suning, di non rinnovare il proprio contratto con Infront. Nell'aprile del 2014 fu Eric Thohir a proseguire con Infront Italy, scegliendola al posto di Rcs Sport per sviluppare l'area sponsorship e l'offerta legata alla corporate hospitality. Il contratto di quattro stagioni ha assicurato ai nerazzurri ricavi minimi per 80 milioni (20 milioni all'anno). Ma i rapporti risalgono al 2011 e il contratto, che La Verità ha avuto modo di visionare, prevedeva anche accordi sugli archivi della Rai, dove si spiegava che la nostra azienda televisiva di stato (dove De Siervo è stato amministratore delegato di Rai com, società del gruppo che si occupa della diffusione dei canali della capogruppo nel mondo) aveva accesso «all'archivio e agli altri materiali digitalizzati da Infront e utilizzare le relative immagini per l'esercizio dei diritti ad essa riservati a fronte di un canone annuo omnicomprensivo pari a euro 50.000 oltre Iva». Inoltre Infront aveva a disposizione la commercializzazione di immagini, allenamenti, interviste e conferenze stampa; l'incarico di produzione del segnale audiovisivo delle gare ufficiali di campionato e coppa; persino la licenza d'uso di marchi, loghi e segni distintivi ai fini della realizzazione e commercializzazione di giochi elettronici. In sostanza era un accordo di sistema importante che ora si spegne. Non solo. Indiscrezioni raccontano che il prossimo a lasciare Infront possa essere il Milan, la società che più è stata al fianco dell'advisor in questi anni, anche perché molti manager arrivavano proprio dai rossoneri. Come raccontato da La Verità, gli incroci tra il mondo Infront e l'ex presidente Silvio Berlusconi erano molto fitti, tanto che anche Riccardo Silva di Mp&Silva, leader mondiale per i diritti sportivi, può vantare rapporti commerciali anche con la figlia del Cavaliere, Barbara Berlusconi. Il Milan è in una situazione economica drammatica. La camera di investigazione dell'Organo di controllo finanziario per club dell'Uefa ha deciso di rinviare la società alla camera giudicante per la violazione delle norme del fair play finanziario, in particolare per la violazione della regola del pareggio di bilancio (break-even rule). C'è il rischio di perdere giocatori e soprattutto la partecipazione alle coppe europee, un colpo durissimo per le casse societarie. Già adesso, dal punto di vista economico (la differenza tra ricavi e costi) i conti del Milan mostrano un rosso, per l'esercizio 2017-2018, di 80 milioni di euro. È possibile quindi che slegarsi da Infront possa essere quasi una scelta obbligata. Leggi anche Il re dei diritti del calcio ama l'arte, Miami e il Milan, la seconda parte dell'inchiesta di Alessandro Da Rold e Luca Rinaldi Ma la vera spada di Damocle che pende in Italia sulla società di Philippe Blatter è quella dell'Antitrust. Se le inchieste in Procura sono state chiuse, quella dell'Autorità garante della concorrenza e del mercato è ancora in piedi e si basa proprio sulle carte che La Verità ha pubblicato nelle scorse settimane. La data fatidica è il 31 ottobre, quando sarà chiusa l'istruttoria che potrebbe comminare multe molto salate. Il punto è che la stessa Agcom ha rilevato come «dalla commercializzazione all'estero dei diritti audiovisivi per la trasmissione delle partite di calcio delle competizioni organizzate dalla Lega Professionisti Serie A (di seguito anche "Lega Calcio" o "Lnpa" ) e delle partite del campionato di Serie B in territori diversi dall'Italia (diritti internazionali) sarebbe stata oggetto di un'intesa restrittiva della concorrenza, posta in essere da alcuni operatori che hanno partecipato alle gare indette per la vendita di tali diritti audiovisivi agli intermediari indipendenti». Leggi anche Il Nazareno in Procura ha retto da Expo a Infront, la terza parte dell'inchiesta di Alessandro Da Rold e Luca Rinaldi Le gare sotto la lente di ingrandimento sono quelle che vanno dal 2009 al 2014. «In particolare, MP Silva Limited, IMG e B4», si legge, «avrebbero coordinato le proprie offerte economiche in vista dell'assegnazione finale operata dalla Lega Professionisti Serie A. A seguito dell'assegnazione a MP Silva Limited, i tre soggetti, anche in virtù degli articolati rapporti contrattuali di collegamento societario e finanziari fra essi intercorrenti, stipulati prima dell'indizione delle gare, avrebbero proceduto a ripartire i ricavi derivanti dalla vendita all'estero dei diritti TV per le competizioni organizzate dalla Lega Serie A e a trasmettere le partite in distinti ambiti geografici in cui operano». Per questo motivo, sostiene il garante, «è possibile ipotizzare un'intesa continuata, restrittiva della concorrenza posta in essere da MP Silva Limited, IMG e B4 in violazione dell'articolo 101, comma 1, del Tfue volta ad alterare il confronto competitivo nelle procedure indette dalla Lega Serie A per l'assegnazione dei diritti TV per la visione delle competizioni di calcio nei territori diversi dall'Italia, a ripartirne gli utili e le aree geografiche di distribuzione». E «l'insieme delle condotte contestate non esclude peraltro che le parti del presente procedimento abbiano posto in essere un coordinamento anche più ampio con riferimento ai diritti televisivi relativi ad altri eventi sportivi». Una stagione sta per finire, forse potrebbe essere un'opportunità per rivoluzionare il nostro calcio. Alessandro Da Rold INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/infront-2571978996.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-paura-del-milan-fa-303" data-post-id="2571978996" data-published-at="1775207068" data-use-pagination="False"> La paura del Milan fa 303 LaPresse «Dica 303». Il Milan ha la febbre altissima. E all'orizzonte non si intravedono luminari in grado di somministrare il farmaco necessario. Farmaco che ha un solo nome: soldi. Tanti, tantissimi soldi. Il buco in bilancio è una voragine, i rossoneri hanno già un piede fuori dalla prossima Europa League. L'Uefa ha negato il settlement agreement al club rossonero, che rischia l'esclusione dalle coppe e il blocco del mercato in entrata. Dalle 22 pagine di dispositivo emergono i dubbi dell'Uefa sulla effettiva proprietà del Milan, oltre al ritardo sul versamento di una tranche da 10 milioni dell'aumento di capitale di 40 milioni complessivi, da completare entro il prossimo 30 giugno. Ma a far tremare le vene ai polsi dei tifosi rossoneri sono le difficoltà che Yonghong Li, patron della società, ha nel restituire il prestito-ponte da 303 milioni di euro ricevuto dal fondo Elliott. Al consiglio di amministrazione di venerdì hanno preso parte l'ad Marco Fassone, l'executive director David Han Li, Paolo Scaroni, Marco Patuano e Roberto Cappelli. Gli altri tre membri cinesi, tra cui il presidente Yonghong Li, hanno partecipato in videoconferenza. All'ordine del giorno due punti fondamentali: il rifinanziamento al prestito-ponte da 303 milioni in scadenza a ottobre ed il recente no della Uefa alla richiesta di settlement agreement. Al termine del cda, Marco Fassone non ha nascosto la preoccupazione per l'iceberg da 303 milioni che galleggia sulla rotta del Milan.«Non credo», ha detto Fassone, «che sul rifinanziamento possa esserci una accelerazione in tempi brevissimi. Il debito del Milan è più semplice, quello della holding più complesso: se ci fosse una schiarita su questo, il rifinanziamento del Milan sarebbe abbastanza rapido». Soldi, soldi, soldi. Il triennio appena trascorso ha fatto registrare un deficit di circa 100 milioni di euro, le regole Uefa non ammettono un buco di queste proporzioni. Buco che si è prodotto anche a causa di una campagna acquisti, l'ultima, faraonica quanto improduttiva in termini di risultati. Il Milan, la scorsa estate, ha chiuso il calciomercato con un passivo di 158,6 milioni di euro. Il monte ingaggi è passato dai 70,4 milioni di euro della stagione precedente agli attuali 110, con un aumento del 57%. Eppure, la classifica finale ha inchiodato i rossoneri al sesto posto, facendo sfumate la qualificazione in Champions e i circa 40 milioni di introiti che essa procura.L'ad Marco Fassone e il direttore sportivo Massimo Mirabelli, del resto, sapevano bene a cosa andavano incontro mentre, la scorsa estate, spendevano come se non ci fosse un domani (o meglio, come se non ci fosse la possibilità di finire fuori dai primi quattro posti). «Il ritorno in Champions», diceva Fassone, lo scorso agosto, «è l'obiettivo che la proprietà ci ha indicato, consapevole del fatto che, tanto sportivamente quanto economicamente, cambia la vita di un club, specie in Italia. La qualificazione rappresenta la meta minima che vogliamo raggiungere». E invece niente da fare: sesto posto, niente Champions, nonostante gli acquisti sfavillanti. Il capitano Leonardo Bonucci, per dirne una, è costato la bellezza di 42 milioni di euro, a 30 anni suonati, e gli è stato concesso un ingaggio netto annuo di 7,5 milioni a stagione, con un contratto fino al 2022. André Silva, talentuosa punta centrale prelevata dal Porto per 38 milioni di euro, con un ingaggio di 2 milioni l'anno: ha segnato appena due gol, costati un milione di euro ciascuno, ed è stato utilizzato pochissimo (922 minuti giocati in campionato), sia da Vincenzo Montella che da Gennaro Gattuso. Nikola Kalinic, arrivato a Milanello in prestito con obbligo di riscatto a 25 milioni, con un ingaggio di 3,5 milioni l'anno, ha giocato 1.813 minuti, realizzando 6 gol. Numeri, quelli di André Silva e Nikola Kalinic, che impallidiscono di fronte alle statistiche stagionali di Patrick Cutrone, giovane prodotto del settore giovanile milanista, che al costo di 180.000 euro l'anno di ingaggio ha segnato 10 gol e giocato 1.512 minuti.Non solo acquisti, ma anche mancate cessioni hanno zavorrato il bilancio milanista. A partire da Gigio Donnarumma, il portierone che incassa dal Milan 6 milioni di euro l'anno, un miliardo di vecchie lire al mese, e che non è stato all'altezza delle attese, mentre il Milan ha pagato anche un milione di stipendio al fratello, Antonio. Il prossimo anno, dunque, potrebbe andare ancora peggio, se l'Uefa escluderà i rossoneri dalle coppe: «Indipendentemente dalla partecipazione all'Europa League», cerca di tranquillizzare Fassone, «alcuni acquisti arriveranno. Non pensiamo di portare a Milano ancora 10/11 nuovi giocatori, anche per ragioni tecniche. Ne arriveranno comunque due o tre che il direttore sportivo e l'allenatore ritengono necessari. Poi se li potrò pagare 20 milioni in più o 20 milioni in meno in funzione dell'eventuale ma non auspicabile esclusione dalle coppe, cercherò di far quadrare il bilancio. Questa tegola non influenzerà più di tanto».Carlo Tarallo
Getty Images
Accelerano le iniziative del Vecchio continente per riaprire lo Stretto di Hormuz, anche perché il presidente americano Donald Trump, nei giorni scorsi, ha dichiarato che chi «riceve petrolio» dal canale marittimo «se lo dovrà andare a prendere» visto che a Washington «non serve».
Poco prima dell’inizio della riunione virtuale della Coalizione di Hormuz, ospitata dal governo britannico, il premier laburista Keir Starmer si è confrontato con il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Palazzo Chigi ha reso noto che i due, durante il colloquio telefonico, hanno discusso «l’impatto della crisi sulla stabilità regionale e sui mercati energetici mondiali», considerando soprattutto «le ricadute per le economie nazionali».
Nel vertice, che ha visto la presenza di oltre 40 Paesi, non è stata però presa una decisione volta a trovare una soluzione immediata. Nel comunicato del ministro degli Esteri britannico, Yvette Cooper, che ha presieduto l’incontro virtuale, si legge che sono state affrontate «diverse aree di possibile azione collettiva», ovvero «l’aumento della pressione diplomatica internazionale» sull’Iran; la valutazione di «misure economiche e politiche coordinate come le sanzioni»; «la collaborazione con l’Organizzazione marittima internazionale per il rilascio delle navi e dei marinai e il ripristino della navigazione»; e «l’adozione di accordi congiunti per sostenere una maggiore fiducia nel mercato e nelle operazioni». Cooper, separatamente, ha dichiarato che nel Regno Unito si sta discutendo con i responsabili della pianificazione militare delle attività di sminamento dello Stretto, una volta ripristinata la stabilità.
La posizione italiana, espressa dal ministro degli Esteri Antonio Tajani, si affida al «quadro multilaterale dell’Onu». In particolare, per garantire il passaggio sicuro delle navi il nostro Paese si è detto disponibile a valutare la partecipazione a iniziative multilaterali, ma resta essenziale il mandato delle Nazioni Unite. Il ruolo del Palazzo di vetro è fondamentale anche per «creare un corridoio umanitario per i fertilizzanti e per evitare una nuova crisi alimentare, a cominciare dai Paesi africani», ha scritto il vicepremier su X. Il 30% del commercio globale di fertilizzanti, infatti, arriva proprio dal Golfo. Questa proposta è stata condivisa durante il vertice anche dal ministro olandese e dal viceministro degli Emirati Arabi Uniti. Peraltro, Tajani, prima del videocollegamento, aveva sottolineato come il blocco dello Stretto di Hormuz abbia un impatto diretto anche sui flussi migratori.
La questione della riapertura del canale marittimo sarà anche al centro di una riunione del G7 che si terrà la prossima settimana insieme ai Paesi del Golfo. Ad annunciarlo è stato il portavoce del ministero degli Esteri francese, Pascal Confavreux: ha rivelato che ieri si è tenuto un colloquio telefonico «per preparare l’incontro». Confavreux ha poi specificato che le attività di Parigi si muovono lungo l’asse «diplomatico» ma anche «operativo». E a tal proposito ha ricordato la riunione di fine marzo dei capi militari di 35 Paesi per costituire un’eventuale coalizione per garantire la sicurezza dello Stretto, nonostante Parigi abbia riaffermato la sua linea «strettamente difensiva». Tra l’altro, le tensioni tra la Francia e gli Stati Uniti sono sempre più evidenti. Il presidente francese, Emmanuel Macron, è intervenuto sulla crisi in Medio Oriente scagliandosi contro Trump: «Dobbiamo essere seri, e quando si vuole essere seri non si dice ogni giorno il contrario di quello che si è detto il giorno prima». Ha poi aggiunto che l’operazione auspicata dal tycoon di «liberare» lo Stretto con la forza è «irrealistica». Ma secondo Politico non sarebbe impossibile qualora si agisse in un quadro di legalità. Poche ore prima dell’invettiva del capo dell’Eliseo, il quotidiano ha svelato che la Francia starebbe svolgendo un ruolo di consulenza per il Bahrein in merito a una bozza di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu. L’iniziativa mira a ottenere l’autorizzazione all’uso della forza per riaprire lo Stretto. Ed è in questo contesto che sarebbe avvenuto l’incontro, lo scorso 25 marzo, tra il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, e il suo omologo del Bahrein. Va detto che la bozza redatta da un Paese non membro del Consiglio di sicurezza, che in questo caso sarebbe il Bahrein, deve essere proposta da un membro del Consiglio per poter essere votata, quindi in questo contesto la Francia o gli Stati Uniti. Qualora il progetto fosse confermato e dovesse procedere, l’ostacolo principale sarebbe la Russia.
Chi ormai ha completato la bozza è l’Iran, ma in merito al protocollo per un nuovo regime di navigazione nello Stretto. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha puntualizzato che «una volta pronta», Teheran «avvierà i negoziati con l’Oman così da poter redigere un protocollo congiunto». Per «monitorare il transito» e «garantire un passaggio sicuro», l’iniziativa prevede che, una volta terminata la guerra, le navi avranno bisogno di ottenere in anticipo le licenze e i permessi richiesti, oltre agli accordi necessari con Teheran e Mascate.
Razzo sulla base italiana in Libano. Non chiara l’origine, nessun ferito
Un razzo ha colpito nel pomeriggio la base di Shama, nel Sud del Libano, sede del contingente italiano e del settore Ovest della missione Unifil. Non si registrano feriti tra i militari italiani, mentre i danni risultano limitati ad alcune infrastrutture logistiche. L’origine del lancio è ancora in fase di accertamento e non è stato possibile stabilire con certezza la responsabilità dell’attacco. Il ministro della Difesa Guido Crosetto è rimasto in costante contatto con il Capo di Stato maggiore della Difesa, con il comandante del Covi e con il responsabile del contingente italiano per ricevere aggiornamenti continui sull’evoluzione della situazione e sulle condizioni del personale dispiegato nell’area. L’episodio si inserisce in un quadro di crescente tensione lungo il confine settentrionale di Israele. Nelle stesse ore, due persone sono rimaste leggermente ferite dopo il lancio di circa 150 razzi da parte di Hezbollah contro il Nord del Paese. La risposta israeliana non si è fatta attendere: l’esercito ha colpito decine di obiettivi in Libano riconducibili al movimento sciita sostenuto dall’Iran.
Sul piano diplomatico, l’Iran continua a respingere l’ipotesi di negoziati sostanziali con gli Stati Uniti. Secondo valutazioni di intelligence, Teheran ritiene di trovarsi in una posizione favorevole e non considera credibili le aperture negoziali provenienti da Washington. La leadership iraniana non avrebbe quindi intenzione di accettare richieste di de-escalation, ritenendo che il proseguimento del confronto possa rafforzare la propria posizione regionale. Il ministero degli Esteri iraniano ha inoltre smentito che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia rimasta ferita durante i raid statunitensi e israeliani. Il portavoce Esmaeil Baghaei ha affermato che il leader «è in perfetta salute» e che la sua assenza dalla scena pubblica «rientra nelle normali misure adottate in tempo di guerra». Nel frattempo nuovi attacchi sono stati registrati in Iran. In un’ampia ondata di raid su Teheran, l’aviazione israeliana ha colpito una base del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione e diversi centri di comando di alto livello. Il ponte strategico B1 sulla direttrice verso la capitale è stato bombardato e distrutto dalle forze Usa, mentre a Tabriz è stato centrato e messo fuori uso un sito di missili balistici. Con un attacco mirato nella zona di Kermanshah, l’aviazione israeliana ha eliminato Makram Atimi, comandante di un’unità missilistica centrale nell’Iran occidentale. L’agenzia iraniana Fars ha confermato la morte del comandante delle forze speciali terrestri delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammadali Fathalizadeh. Le Forze di Difesa israeliane hanno a loro volta annunciato anche l’uccisione del generale Jamshid Eshaghi e il bombardamento di diversi quartier generali legati alla gestione delle finanze militari.
A Mashhad un bombardamento ha colpito un serbatoio di carburante nell’area aeroportuale, provocando un incendio ma senza causare vittime. Più grave il bilancio nella provincia di Alborz, dove un attacco congiunto statunitense e israeliano ha colpito il ponte autostradale tra Karaj e Teheran, causando due morti e diversi feriti, oltre a danni in altre zone urbane. Secondo i media statali, il Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche avrebbe preso di mira un centro di cloud computing collegato ad Amazon in Bahrein come rappresaglia. Nei giorni precedenti Teheran aveva annunciato l’intenzione di colpire sedi di aziende statunitensi presenti nella regione. Le due principali acciaierie iraniane hanno inoltre sospeso le attività a causa dei bombardamenti, stimando tempi di ripresa compresi tra sei mesi e un anno. In risposta ai raid, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito impianti siderurgici e di alluminio legati agli Stati Uniti nei Paesi del Golfo, definendo l’azione un avvertimento e minacciando ritorsioni più dure. Contemporaneamente sirene d’allarme sono risuonate a Gerusalemme dopo il lancio di missili balistici dall’Iran, mentre i sistemi di difesa israeliani sono entrati in funzione per intercettare i vettori.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti e il premier Giorgia Meloni (Ansa)
Con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, i due vicepremier, Matteo Salvini e Antonio Tajani, il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi. Una riunione decisiva che avrà una ricaduta diretta sul Consiglio dei ministri di oggi che dovrà affrontare risolutivamente il nodo del caro carburanti.
A unire il campo largo invece in questo momento c’è poco se non una convinzione: Giuseppe Conte farebbe qualunque cosa pur di tornare a fare il premier. Non un semplice sospetto ma una certezza con cui deve fare i conti Elly Schlein. Da segretario del Pd e quindi del partito con maggior percentuale di voti, dovrebbe essere lei il punto di riferimento e l’interlocutore di chiunque volesse relazionarsi con le opposizioni in Italia. I fatti però hanno dimostrato tutto il contrario. L’incontro di Conte con Paolo Zampolli l’uomo di Donald Trump in Italia, infatti, dice tante cose. La prima è che da ex premier, il leader pentastellato è considerato l’uomo di riferimento dall’entourage del presidente degli Stati Uniti. Un fatto che Giuseppi ha tenuto a sbandierare. Il San Lorenzo è uno dei più noti locali di pesce a Roma, e come altri, viene spesso usato per incontri di lavoro ai più alti vertici. È nella categoria dei ristoranti dove si va «per farsi vedere». Ed è quindi così che dovrebbe arrivare il messaggio a Schlein. Forte e chiaro. «Il leader sono io», sembra dire, «lo sanno anche Oltreoceano».
Per Carlo Calenda, «Conte può incontrare Vladimir Putin e dire che è progressista, poi incontrare Trump e dire che è liberale, può fare la manifestazione “No Kings” e poi mandargli un messaggino. È concavo e convesso, dove lo metti sta e se dovesse saltare l’alleanza col centrosinistra lui per rientrare a Palazzo Chigi fa l’alleanza con Casapound e visto che c’è si porta dietro quello che è il secondo trasformista in Italia dopo di lui, cioè Matteo Renzi. Quindi sono una coppia perfetta», ironizza pungente. Poi aggiunge: «Schlein deve sapere e il Pd deve sapere che questa roba porterà alla scomparsa del Partito democratico, come già fu il Conte due. Io gli avevo detto: non lo fate e l’hanno fatto. Il Movimento 5 stelle era inesistente e adesso abbiamo un Movimento 5 stelle che contende la leadership al Partito democratico».
Ed è chiaro a tutti che il tema della leadership è estremamente divisivo, un elefante nella stanza che non può più continuare a esser ignorato. Eppure c’è chi rimanda il problema.
Goffredo Bettini, dirigente nazionale del Pd, in un editoriale pubblicato dal suo Rinascita, scrive: «Sono giorni che si parla solo di questo. Delle divisioni nella coalizione progressista, delle ambizioni che ognuno coltiva, dei reciproci sospetti e, infine, nelle ultime ore è divampata la ricerca verticistica, irrealistica, inopportuna del cosiddetto federatore». Per questo, per Bettini, su un punto «occorre essere chiari: troveremo il modo più largo, trasparente e sensato di scegliere il leader delle forze progressiste, il candidato premier. Allo stato attuale, tuttavia, occorre il più rapidamente possibile levare dal campo questo tema divisivo e prematuro. Questo affanno personalistico e distraente». Piuttosto, per l’esponente dem, «occorre agire da subito, insieme, come opposizione al governo Meloni, che allo stato attuale resta». E poi: «In secondo luogo, nel modo più ragionato, pacato e responsabile vanno create le condizioni perché i vari partiti della coalizione elaborino una posizione comune sulle grandi questioni del futuro. Non sono affatto pessimista».
All’ottimista Bettini si affianca Andrea Orlando, che rincara: «Penso che sia stato un errore precipitare la discussione sulle primarie, credo che la vittoria referendaria non si possa trasferire automaticamente nel campo politico. Lo può diventare se siamo in grado di far sì che tutto il popolo che ha partecipato al voto sia partecipe alla costruzione dell’alternativa. Si ridia la possibilità di partecipare non solo per andare a votare questo o quell’altro alle primarie ma per costruire dal basso un altro percorso alternativo a quello della destra».
Anche per Matteo Renzi, leader di Italia viva, bisogna stare sui temi. Per l’ex premier bisogna puntare tutto sulla sicurezza: «Il centrosinistra deve dire parole chiare. Su questo tema ci giochiamo le prossime elezioni ma soprattutto il futuro dei nostri ragazzi».
Schlein ha detto la sua due sere fa, ospite di Rete 4. «Io lavorerò come sempre per costruire un’alleanza. Ricordo che nel 2022 abbiamo perso le elezioni perché non c’era un’alleanza. Lavoriamo anzitutto sui programmi e poi naturalmente condivideremo la scelta del candidato premier e se saranno le primarie, io ho sempre detto benissimo, perché io sarò assolutamente disponibile a questo».
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Claudia Conte (Ansa)
Quando ci sono di mezzo i sentimenti, le cose sono sempre complicate.
Il caso della relazione extraconiugale del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, con la giornalista Anna Claudia Conte sta agitando le acque intorno al governo. Non solo perché il ministro dell’Interno, 62 anni, è ancora sposato con il prefetto di Grosseto, Paola Berardino (dalla quale starebbe comunque divorziando), ma anche perché c’è da capire chi sia davvero questa Conte, da dove sia sbucata e, soprattutto, se abbia ottenuto favori da questo rapporto (cosa che comunque il ministro nega con forza). Originaria di Aquino, provincia di Frosinone, 34 anni, padre poliziotto, laurea in giurisprudenza alla Luiss, dopo gli inizi come attrice su Rai Cinema e modella, si butta sull’informazione: speaker di Isoradio, presentatrice e opinionista tv, scrittrice (cinque libri).
In questi anni la Conte è stata la madrina del tour mondiale della nave Amerigo Vespucci, la presentatrice ufficiale dei concerti di tutte le bande delle Forze Armate.
Radio Esercito l’ha inviata a seguire il Festival di Sanremo. Molto vicina anche all’ex generale Roberto Vannacci per il quale ha moderato diversi eventi. Ha anche fondato l’associazione «per la cultura a 360 gradi» Nova Era, insieme ad Emanuele Ajello, militante di Futuro nazionale.
Il 12 febbraio è stata nominata «a tempo parziale e a titolo gratuito» consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie, organismo di Montecitorio presieduto dal deputato di Forza Italia, Alessandro Battilocchio. «Si è autocandidata e nessuno si è opposto», spiegano dalla commissione. Conte è stata presa «in quanto portavoce dell’Osservatorio nazionale sul bullismo e sul disagio giovanile», chiarisce Battilocchio. Sul suo profilo Whatsapp c’è una foto mentre stringe la mano al Papa, su Instagram (conta 311.000 follower ma pare che il 21% siano sospetti) alterna foto con politici e militari a video del suo programma su Rai Radio Uno. Dal 2024 conduce, infatti, La mezz’ora legale, uno spazio realizzato insieme alla Polizia di Stato. Ad assumerla l’ex direttore Francesco Pionati, ex parlamentare Udc, amico d’infanzia e compaesano di Piantedosi.
È stata anche socia in affari con Renzo Lusetti, ex parlamentare Pd e volto storico della Dc, con il quale ha fondato, nel 2021, la Shallow srls «un’impresa culturale femminile, con focus sulla responsabilità sociale e lo sviluppo sostenibile».
Lusetti è amico intimo di Pionati. Conte è pure codirettrice artistica del Ferrara film festival e producer di eventi realizzati in collaborazione con istituzioni, Santa Sede e realtà del Terzo settore.
Ma la verace e vorace (di visibilità) giornalista ciociara s’intende anche di arte contemporanea: infatti fa parte del cda della Fondazione Marini San Pancrazio di Firenze, nominata nel 2022 dall’allora sindaco Dario Nardella, oggi eurodeputato Pd.
In passato ha avuto una relazione con il calciatore Angelo Paradiso (ex Napoli e Lecce), conclusa dopo che lei lo ha denunciato per stalking, diffamazione e revenge porn. Paradiso venne arrestato e rimase cinque mesi ai domiciliari, salvo poi essere assolto alla fine del 2023, perché «il fatto non sussiste». Una vicenda che pesa ancora.
Ieri, la Conte ha interrotto il mutismo, pubblicando prima un video sulla giornata dell’autismo e poi per inviare solamente un breve messaggio all’agenzia di stampa Ansa in cui affermava: «Al momento preferisco il silenzio, ricordo solo le mie competenze professionali di circa dieci anni».
Avs guarda solo nei letti degli altri
Il leader di Azione, Carlo Calenda, in un post su X ha centrato il problema: «Fare i guardoni nelle camere da letto altrui, con una buona dose di sessismo, è indegno della politica e del giornalismo. Continuate a nuotare in questo mare di fango mentre il mondo va a fuoco». Chiarimenti a parte, sugli incarichi che Claudia Conte ha avuto in questi anni e che giustamente Mario Giordano sollecita, irrita vedere quanto ecciti Avs la relazione della giornalista con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.
In un’interrogazione scritta, Angelo Bonelli di Alleanza Verdi Sinistra ha chiesto alla premier Giorgia Meloni non solo lumi sulle consulenze pubbliche conferite alla scrittrice e conduttrice, ma «se, alla luce dei fatti esposti e al fine di tutelare il corretto funzionamento delle istituzioni, il ministro dell’Interno sia nelle condizioni di continuare a svolgere pienamente le proprie funzioni».
Davvero singolare che proprio il gruppo politico che candidò alle Europee una detenuta italiana in Ungheria, divenuta intoccabile una volta eletta, sollevi obiezioni sull’idoneità del ministro dell’Interno. Piantedosi non ha commesso reati, non si è fatto più di un anno di carcere con l’accusa di aver aggredito a martellate due presunti neonazisti come nel caso di Ilaria Salis, eppure per Bonelli e Fratoianni dovrebbe lasciare il Viminale. «L’obiettivo è chiaro, fare fuori Piantedosi con una faccenda privata, così come si è fatto per Sangiuliano», scriveva ieri il direttore Maurizio Belpietro.
Guardare attraverso il buco della serratura non sembra sconveniente per Avs, quando nel letto c’è un esponente del governo, però guai se la polizia bussa alla porta della camera d’hotel dove la Salis era con Ivan Bonnin, suo assistente al Parlamento europeo. «L’idea, è che intorno alla candidatura di Ilaria Salis si possa generare una grande e generosa battaglia affinché l’Unione europea difenda i principi dello stato di diritto e riaffermi l’inviolabilità dei diritti umani fondamentali su tutto il suo territorio e in ognuno degli stati membri», dichiaravano nell’aprile di due anni fa Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.
Potevano dirlo subito, che puntavano non solo all’immunità dell’ex detenuta che rischiava fino a 24 anni di carcere, ma anche al suo essere al di fuori di ogni controllo. I cittadini devono sottostare a procedure, l’eurodeputata pagata con i soldi nostri è al di sopra delle regole tanto da non dover aprire la porta e mostrare i propri documenti?
Per Alleanza Verdi Sinistra il controllo alla Salis è diventato una questione di Stato, anzi di «Regime». Un affronto di cui la Germania dovrebbe pagarne le conseguenze per l’alert «inopportuno» e Piantedosi chiedere scusa. Anzi, oggi possibilmente dimettersi dopo la relazione data in pasto ai media.
Nessuna remora, visti i precedenti dell’eurodeputata passata dal carcere a Bruxelles, aveva suggerito un ragionevole silenzio al duo Avs. «Solo l’ipotesi che una rappresentante delle istituzioni europee possa essere in qualche maniera collegata ad ambienti politici violenti, sicuramente è una questione molto grave, molto seria e da affrontare con rigore e non solo con la polemica», ha fatto notare invece in un’interrogazione Letizia Giorgianni, deputata Fdi.
La capogruppo alla Camera di Avs, Luana Zanella, ha chiesto chiarimenti al titolare del Viminale. «Perché Conte ha avuto bisogno di raccontare la sua relazione che dovrebbe essere un fatto privato?», è partita all’attacco, definendo «comunque molto opache le rivelazioni di Claudia Conte […] Stiamo parlando di una istituzione cruciale, il ministero degli Interni, che non può essere travolta dal gossip».
Il Parlamento europeo, invece, doveva accogliere dalla galera senza fiatare un’attivista che partecipava a spedizioni punitive armata di martello.
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Matteo Piantedosi (Ansa)
Dal punto di vista personale, diciamolo chiaro e tondo, ognuno nella sua vita privata ha il sacrosanto diritto di fare quello che gli pare, e Piantedosi non commenta per non alimentare gossip. A quanto apprende La Verità, il ministro è assolutamente sereno: la Conte non ha mai fatto parte di chat del ministero, non si è mai vista al Viminale, non c’erano per lei incarichi all’orizzonte, e del resto la professionista ha avuto modo di collaborare anche con amministrazioni di sinistra. Piantedosi, trapela dal Viminale, è «come sempre al lavoro», e la sua agenda resta confermata. Nei confronti di Claudia Conte si apprende ancora, «non ci sono mai stati favoritismi, incarichi, favori o interessamenti nei confronti di nessuno», e chi ha sostenuto o sostiene il contrario «ne risponderà nelle sedi competenti: il ministro ha già dato mandato a un legale per tutelare la propria persona». Sempre a quanto apprende La Verità, Piantedosi sfida chiunque a passare in rassegna tutti gli incarichi professionali della Conte trovando una sola pressione, sollecitazione o interessamento del ministro.
Su questo punto infatti insistono le opposizioni: «Ho presentato», annuncia il co-leader di Avs Angelo Bonelli, «un’interrogazione parlamentare alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Chiedo di sapere quanti siano gli incarichi, in varie forme, conferiti a Claudia Conte nella pubblica amministrazione e in Rai e sulla base di quali criteri e competenze siano stati assegnati. Domando inoltre quali competenze abbia Claudia Conte per svolgere una docenza presso l’Alta scuola di formazione della polizia di Stato e se i contratti in Rai vengano definiti attraverso incontri casuali, come riportato da alcuni quotidiani che citano dichiarazioni di Pionati, ex direttore del Gr1». I componenti del Pd nella commissione di Vigilanza Rai chiedono all’azienda «di fare piena chiarezza sui dettagli delle collaborazioni e dei contratti con la signora Conte. Riteniamo necessario», recita una nota, «escludere qualsiasi possibile collegamento tra le relazioni con un ministro in carica pro tempore e le scelte editoriali e contrattuali del servizio pubblico. Chiediamo risposte puntuali e presenteremo un’interrogazione parlamentare a riguardo». La deputata e responsabile giustizia del Pd, Debora Serracchiani, introduce un ulteriore elemento: «Non vorremmo», attacca la Serracchiani, «che questa situazione comprometta l’autonomia e la serenità necessaria all’esercizio della sua funzione o, peggio ancora, renda il ministro ricattabile». Ricattabile, e come? Qui occorre addentrarsi nel mondo degli spifferi di Palazzo, mai così gelidi come in questi giorni di ritardato inverno. Perché, si chiedono tutti, la Conte ha deciso di rivelare la liaison con Piantedosi, tra l’altro chiedendo esplicitamente all’intervistatore di farle quella precisa domanda?
Ipotesi uno: ha voluto, in sintonia col ministro, anticipare qualche scoop in arrivo. Possibile ma, visti i risultati, la genialata avrebbe sortito l’effetto opposto a quello desiderato. Seconda ipotesi: la donna potrebbe essere arrabbiata con Piantedosi per motivi personali e avrebbe così spiattellato la relazione. Questo secondo scenario apre un orizzonte infinito di suggestioni: c’è chi teme uno stillicidio di rivelazioni, di conversazioni in chat, addirittura di foto imbarazzanti. Incubi, probabilmente paranoie da sindrome di accerchiamento: la Conte del resto ha competenze professionali pubbliche e riconosciute, ha alle spalle una carriera decennale che si è snodata e si snoda attraverso una fitta rete di contatti assolutamente trasversali, appare più delusa che vendicativa nei confronti del ministro dell’Interno.
Fdi fa muro: «Fratelli d’Italia», dichiarano i capigruppo del partito alla Camera e al Senato, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, «rinnova la piena fiducia al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, per l’ottimo lavoro svolto in questi anni alla guida del ministero nel contrasto all’immigrazione clandestina di massa, alla criminalità e nel rafforzamento della sicurezza degli italiani». «A me non risulta», argomenta la deputata Sara Kelany, «che la signora abbia avuto degli incarichi retribuiti. È una giornalista che fa il suo lavoro, immagino che abbia la sua rete di rapporti, relazioni e contatti, indipendentemente dal fatto che abbiano esplicitato questa vicenda di carattere personale». Anche da Forza Italia arriva la vicinanza al ministro: «Rinnoviamo solidarietà e piena fiducia nel ministro Piantedosi», dichiara il deputato di Fi Alessandro Cattaneo a Rainews24, «Claudia Conte io l’ho vista in tante presentazioni con esponenti politici di ogni colore, poi se ci sono dei risvolti privati devono rimanere privati». «Io sono una grandissima tifosa del ministro Piantedosi», sottolinea Matilde Siracusano, sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento e deputata di Forza Italia, a Tagadà su La7, «uno dei più bravi ministri di questo governo, una persona perbene, con un grande senso delle istituzioni. E per questo mi sento di escludere sinceramente qualsiasi illazione legata a un fantomatico uso improprio di risorse pubbliche o a rapporti poco trasparenti».
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