True
2022-03-20
Il capolavoro di Speranza. Il green pass resta, i medici no
Roberto Speranza (Ansa)
Il ministro-flagello, Roberto Speranza, si è attrezzato bene per conservare, nella guisa dell’ordinaria amministrazione, quei poteri speciali di cui ha goduto durante la pandemia. L’unico, essenziale dettaglio a cui lui e il governo non hanno pensato - lo spiega Patrizia Floder Reitter nella pagina accanto - è come evitare che gli ospedali, già martoriati da anni di tagli alla sanità, non vengano nuovamente depauperati.
Dopo il 31 marzo e salvo proroghe specifiche, i nosocomi dovranno infatti rimandare a casa il personale assunto in virtù dello stato d’emergenza.
Ma se nelle corsie si sta già diffondendo il panico, gli aspiranti boiardi si fregano le mani. Perché Speranza si è premurato di far inserire, nel decreto licenziato dal cdm giovedì, un comma che gli consentirà di costituire una specie di guardia pretoriana burocratica. Con essa, il suo dicastero dovrà gestire i compiti ora temporaneamente affidati a un’Unità del ministero della Difesa, istituita sempre dall’ultimo dl e il cui direttore verrà, a breve, nominato con apposito dpcm, su proposta di Lorenzo Guerini e di concerto con lo stesso ex assessore potentino. Tuttavia - i soliti bizantinismi all’italiana - dal primo gennaio 2023, questa struttura sarà soppressa. E le sue funzioni passeranno, appunto, a Lungotevere Ripa.
Reggetevi forte, perché ora arriva il giuridichese. Dalla bozza della norma, si apprende che, «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie in favore dei sistemi sanitari regionali, assicurando gli approvvigionamenti di farmaci e vaccini per la cura delle patologie epidemico-pandemiche emergenti e di dispositivi di protezione individuale, anche in relazione agli obiettivi e agli interventi connessi, nell’immediato, all’attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini […], il ministero della Salute è autorizzato ad assumere, a decorrere dal primo ottobre 2022, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in aggiunta alle vigenti facoltà assunzionali, un contingente di personale». Che sarà così composto: «Quattro dirigenti di seconda fascia, sei dirigenti sanitari» e un ancora imprecisato numero di «unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica». Ovviamente, per retribuire la squadra sarà necessario stanziare una congrua dotazione finanziaria, non indicata dal comma 9 dell’articolo 2. Consultando le tabelle ministeriali, possiamo azzardare una stima.
A seconda dell’inquadramento, i dirigenti di seconda fascia percepiscono tra i circa 80.000 e i circa 97.000 euro lordi l’anno. I dirigenti sanitari, 66.551,96. Il personale non dirigenziale, con trattamento economico F1 - quello identificato dal decreto - riceve 19.584,14 euro annui, ma il testo non chiarisce quanti ne saranno assunti, - beninteso, tutti tramite regolari concorsi pubblici. Teniamoci nell’intervallo più basso: i dieci professionisti che sicuramente verranno reclutati dovrebbero costare allo Stato intorno a 720.000 euro l’anno. Sono calcoli approssimativi e di sicuro non parliamo di cifre astronomiche. In sé, non è scandaloso organizzare un ufficio che si occupi di contrasto alle epidemie e si preoccupi di reperire medicinali e vaccini, alla bisogna. Semplicemente, colpisce che, mentre nessuno si è preoccupato di consolidare gli organici degli ospedali, cronicamente carenti (con le conseguenze deleterie che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni), nelle stanze del dicastero a Roma si aprano altre porte. E si allestiscano altre scrivanie. Archiviata l’emergenza, pertanto, Speranza si allarga e predispone una «nuova normalità» anche per il suo ministero. Da un lato, è un passo in avanti rispetto all’era in cui si chiudevano nel cassetto i piani pandemici. Dall’altro, comincia a sentirsi odore di ridondante moltiplicazione delle strutture tecniche. Prima eravamo impreparati a difenderci dai virus; non è che adesso diventeremo troppo bravi a trasformare la prevenzione dei rischi nel solito assumificio?
Esaurita l’esperienza di Francesco Paolo Figliuolo e superata la fase di transizione, con l’Unità inquadrata a Palazzo Baracchini, le prerogative di gestione delle crisi sanitarie saranno redistribuite tra i ministeri di Speranza e Guerini. Il primo si doterà del team di cui abbiamo appena parlato, alla faccia di medici e infermieri sedotti e abbandonati. Presso lo stato maggiore della Difesa, invece, dal 2023 si costituirebbe «il nucleo iniziale di formazione di un’Unità di gestione delle emergenze». Arriveranno pure i colonnelli? E la Protezione civile che ci sta a fare? E il gruppo di contrasto alle pandemie di Speranza? Superata l’emergenza straordinaria, introduciamo l’emergenza ordinaria? Temiamo sia questa l’eredità del Covid: abbandoneremo formalmente il regime speciale per cristallizzarne, nel quotidiano, requisiti e poteri. Dalla terra dei cachi alla terra delle task force. Assunte rigorosamente a tempo indeterminato.
Dura più il green pass dei medici assunti durante la pandemia
Sanitari usa e getta. Il 31 marzo rappresenta la fine del lavoro per molti medici e infermieri, l’inizio di nuove precarietà nell’assistenza ospedaliera. «I contratti legati all’emergenza Covid scadranno. Non è una prospettiva allegra, anche perché dobbiamo recuperare tutte le attività rimaste indietro in questi mesi», affermava ieri Massimo Puoti, direttore delle malattie infettive al Niguarda di Milano.
Nell’intervista a Repubblica preannunciava una nuova emergenza: «Aumenterà il carico di lavoro. Il laboratorio di microbiologia, finora attivo 24 ore su 24, dovrà ridurre gli orari. Già prima della pandemia eravamo in difficoltà». Non è un allarme isolato. Tra un paio di settimane, i contratti di lavoro autonomo con personale medico e infermieristico stipulati per far fronte alla pandemia non dovrebbero essere più rinnovati come accadde nei mesi passati, quando veniva continuamente procrastinato il termine del fine crisi. Unica eccezione, le proroghe al 30 giugno per le Usca e i medici specializzandi.
Le «misure straordinarie per l’assunzione degli specializzandi e per il conferimento di incarichi di lavoro autonomo a personale sanitario», decise a fine gennaio 2020, consentirono quell’anno alle aziende sanitarie di reclutare con rapporti libero professionali 4.068 specializzandi, 2.250 medici specialisti, 5.616 medici abilitati ma non specializzati e 2.296 infermieri, come si legge dal rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica 2021.
A questi si aggiunsero oltre 3.867 addetti delle professioni sanitarie e di altre tipologie: 18.097 addetti sugli 83.180 complessivamente mobilitati (il 22,7%); inoltre 971 medici e 363 infermieri in pensione, soprattutto nelle regioni del Nord (696 medici e 348 infermieri), precisa il servizio studi della Camera dei deputati. Quanti ne siano stati poi assunti, fino ad oggi, non è dato sapere con esattezza.
Di certo, la possibilità per le Regioni di conferire incarichi di lavoro autonomo per garantire i livelli essenziali di assistenza fu prorogata prima al 15 ottobre 2020, poi al 31 dicembre dello stesso anno, quindi al 30 aprile 2021, al 31 dicembre scorso e infine al prossimo 31 marzo, sempre in coincidenza con il rinnovo dello stato di emergenza epidemiologica. Adesso che ne sarà di quei medici e infermieri così preziosi, nel dar man forte ai colleghi stressati nei reparti Covid e nelle terapie intensive?
«Tutti questi professionisti, se la Regione non deciderà di prorogare i contratti, dal 31 marzo non saranno più in servizio lasciando sguarniti alcuni servizi sociosanitari del nostro territorio», ha dichiarato preoccupato Andrea Biancani, consigliere regionale pd delle Marche. «Senza personale in più» riferisce Biancani al Resto del Carlino, «si dovrà scegliere quali servizi chiudere o depotenziare, danneggiando i cittadini».
Una pessima notizia, in totale contraddizione con quanto vuole far credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, ovvero che serva gradualità nel rallentare le restrizioni.
Di fatto, ci tocca subire ancora il super green pass perché «il virus è ancora pericoloso», però viene licenziato il personale sanitario reclutato per far fronte alle esigenze derivanti dalla diffusione del Covid-19.
Così, tra medici e infermieri tuttora sottoposti all’obbligo vaccinale e dunque lasciati a casa se «renitenti» a meno che non si ammalino; tra assunti a tempo determinato e ora a spasso dopo aver tappato i buchi, il personale del Sistema sanitario nazionale risulterà ancora più in affanno a gestire l’ordinario e l’immenso lavoro pregresso, trascurato in più di due anni di pandemia.
Curioso che, mentre il ministero taglia risorse umane negli ospedali, allarghi il proprio organico assumendo personale «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Sul territorio, invece, si devono arrangiare nell’assistenza ai pazienti. «I contratti in scadenza vanno prorogati dalla Regione e bisogna intervenire subito perché l’emergenza è tutt’altro che finita», si legge nella mozione presentata al governatore della Sardegna, Christian Solinas, dai consiglieri Daniele Cocco ed Eugenio Lai di Leu, guarda caso lo stesso gruppo di Roberto Speranza. Sottolineano che «la carenza di medici e infermieri continua a essere il vero problema irrisolto in tutti gli ospedali», quindi fare a meno di quelle assunzioni straordinarie è pura follia. Ministro, se c’è batta un colpo.
«Nell’emergenza Covid, sono stati attivati in Liguria oltre 500 contratti Co.co.co», ovvero di collaborazione coordinata e continuativa, scriveva qualche giorno fa Repubblica e solo all’ospedale Villa Scassi di Genova verranno a mancare 250 tra medici, ostetriche, assistenti sanitari e sociali, fisioterapisti. Il sindacato Fials propone la proroga del contratto di altri tre mesi «nel frattempo si potrebbe procedere con le assunzioni senza rischiare l’interruzione del servizio».
Però c’è il problema costi che le Regioni devono sostenere, come ha sottolineato in commissione l’assessore regionale alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini. «È ancora in corso l’interlocuzione nazionale per il riconoscimento dei costi Covid degli oneri, imputabili al rinnovo del contratto di lavoro in ambito sanitario, non ancora coperti per 36 milioni di euro». Aggiungeva che i «costi correlati al Covid e la gestione della campagna vaccinale per il 2022 sono stimati in 613,2 milioni di euro e le relative coperture per l’Emilia Romagna previste a livello nazionale dalla legge di stabilità 2022 ammontano al momento a soli 134,288 milioni».
Problema condiviso da tutti i governatori ma, in attesa che da Roma si faccia chiarezza sul nodo sanitari precari, mentre la Regione Lazio fa sapere che «l’accordo con i sindacati c’è, sulla stabilizzazione del personale sanitario con contratti stipulati per il periodo di emergenza. Attendiamo il decreto», il Veneto di Luca Zaia ha già deciso: «Tutti confermati i medici e infermieri reclutati durante la pandemia».
Continua a leggereRiduci
L’ultimo decreto prevede l’assunzione a tempo indeterminato di dirigenti e tecnici: si occuperanno di lotta alle epidemie e approvvigionamento di farmaci e vaccini. Ma le task force lievitano: un’altra sarà alla Difesa.Il 31 marzo scadono i contratti dei sanitari reclutati per il Covid. Poche deroghe, ospedali in allarme. Solo il Veneto non licenzia.Lo speciale contiene due articoliIl ministro-flagello, Roberto Speranza, si è attrezzato bene per conservare, nella guisa dell’ordinaria amministrazione, quei poteri speciali di cui ha goduto durante la pandemia. L’unico, essenziale dettaglio a cui lui e il governo non hanno pensato - lo spiega Patrizia Floder Reitter nella pagina accanto - è come evitare che gli ospedali, già martoriati da anni di tagli alla sanità, non vengano nuovamente depauperati. Dopo il 31 marzo e salvo proroghe specifiche, i nosocomi dovranno infatti rimandare a casa il personale assunto in virtù dello stato d’emergenza. Ma se nelle corsie si sta già diffondendo il panico, gli aspiranti boiardi si fregano le mani. Perché Speranza si è premurato di far inserire, nel decreto licenziato dal cdm giovedì, un comma che gli consentirà di costituire una specie di guardia pretoriana burocratica. Con essa, il suo dicastero dovrà gestire i compiti ora temporaneamente affidati a un’Unità del ministero della Difesa, istituita sempre dall’ultimo dl e il cui direttore verrà, a breve, nominato con apposito dpcm, su proposta di Lorenzo Guerini e di concerto con lo stesso ex assessore potentino. Tuttavia - i soliti bizantinismi all’italiana - dal primo gennaio 2023, questa struttura sarà soppressa. E le sue funzioni passeranno, appunto, a Lungotevere Ripa. Reggetevi forte, perché ora arriva il giuridichese. Dalla bozza della norma, si apprende che, «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie in favore dei sistemi sanitari regionali, assicurando gli approvvigionamenti di farmaci e vaccini per la cura delle patologie epidemico-pandemiche emergenti e di dispositivi di protezione individuale, anche in relazione agli obiettivi e agli interventi connessi, nell’immediato, all’attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini […], il ministero della Salute è autorizzato ad assumere, a decorrere dal primo ottobre 2022, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in aggiunta alle vigenti facoltà assunzionali, un contingente di personale». Che sarà così composto: «Quattro dirigenti di seconda fascia, sei dirigenti sanitari» e un ancora imprecisato numero di «unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica». Ovviamente, per retribuire la squadra sarà necessario stanziare una congrua dotazione finanziaria, non indicata dal comma 9 dell’articolo 2. Consultando le tabelle ministeriali, possiamo azzardare una stima. A seconda dell’inquadramento, i dirigenti di seconda fascia percepiscono tra i circa 80.000 e i circa 97.000 euro lordi l’anno. I dirigenti sanitari, 66.551,96. Il personale non dirigenziale, con trattamento economico F1 - quello identificato dal decreto - riceve 19.584,14 euro annui, ma il testo non chiarisce quanti ne saranno assunti, - beninteso, tutti tramite regolari concorsi pubblici. Teniamoci nell’intervallo più basso: i dieci professionisti che sicuramente verranno reclutati dovrebbero costare allo Stato intorno a 720.000 euro l’anno. Sono calcoli approssimativi e di sicuro non parliamo di cifre astronomiche. In sé, non è scandaloso organizzare un ufficio che si occupi di contrasto alle epidemie e si preoccupi di reperire medicinali e vaccini, alla bisogna. Semplicemente, colpisce che, mentre nessuno si è preoccupato di consolidare gli organici degli ospedali, cronicamente carenti (con le conseguenze deleterie che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni), nelle stanze del dicastero a Roma si aprano altre porte. E si allestiscano altre scrivanie. Archiviata l’emergenza, pertanto, Speranza si allarga e predispone una «nuova normalità» anche per il suo ministero. Da un lato, è un passo in avanti rispetto all’era in cui si chiudevano nel cassetto i piani pandemici. Dall’altro, comincia a sentirsi odore di ridondante moltiplicazione delle strutture tecniche. Prima eravamo impreparati a difenderci dai virus; non è che adesso diventeremo troppo bravi a trasformare la prevenzione dei rischi nel solito assumificio? Esaurita l’esperienza di Francesco Paolo Figliuolo e superata la fase di transizione, con l’Unità inquadrata a Palazzo Baracchini, le prerogative di gestione delle crisi sanitarie saranno redistribuite tra i ministeri di Speranza e Guerini. Il primo si doterà del team di cui abbiamo appena parlato, alla faccia di medici e infermieri sedotti e abbandonati. Presso lo stato maggiore della Difesa, invece, dal 2023 si costituirebbe «il nucleo iniziale di formazione di un’Unità di gestione delle emergenze». Arriveranno pure i colonnelli? E la Protezione civile che ci sta a fare? E il gruppo di contrasto alle pandemie di Speranza? Superata l’emergenza straordinaria, introduciamo l’emergenza ordinaria? Temiamo sia questa l’eredità del Covid: abbandoneremo formalmente il regime speciale per cristallizzarne, nel quotidiano, requisiti e poteri. Dalla terra dei cachi alla terra delle task force. Assunte rigorosamente a tempo indeterminato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infornata-al-ministero-della-salute-per-gestire-i-poteri-post-emergenza-2656993735.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dura-piu-il-green-pass-dei-medici-assunti-durante-la-pandemia" data-post-id="2656993735" data-published-at="1647733602" data-use-pagination="False"> Dura più il green pass dei medici assunti durante la pandemia Sanitari usa e getta. Il 31 marzo rappresenta la fine del lavoro per molti medici e infermieri, l’inizio di nuove precarietà nell’assistenza ospedaliera. «I contratti legati all’emergenza Covid scadranno. Non è una prospettiva allegra, anche perché dobbiamo recuperare tutte le attività rimaste indietro in questi mesi», affermava ieri Massimo Puoti, direttore delle malattie infettive al Niguarda di Milano. Nell’intervista a Repubblica preannunciava una nuova emergenza: «Aumenterà il carico di lavoro. Il laboratorio di microbiologia, finora attivo 24 ore su 24, dovrà ridurre gli orari. Già prima della pandemia eravamo in difficoltà». Non è un allarme isolato. Tra un paio di settimane, i contratti di lavoro autonomo con personale medico e infermieristico stipulati per far fronte alla pandemia non dovrebbero essere più rinnovati come accadde nei mesi passati, quando veniva continuamente procrastinato il termine del fine crisi. Unica eccezione, le proroghe al 30 giugno per le Usca e i medici specializzandi. Le «misure straordinarie per l’assunzione degli specializzandi e per il conferimento di incarichi di lavoro autonomo a personale sanitario», decise a fine gennaio 2020, consentirono quell’anno alle aziende sanitarie di reclutare con rapporti libero professionali 4.068 specializzandi, 2.250 medici specialisti, 5.616 medici abilitati ma non specializzati e 2.296 infermieri, come si legge dal rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica 2021. A questi si aggiunsero oltre 3.867 addetti delle professioni sanitarie e di altre tipologie: 18.097 addetti sugli 83.180 complessivamente mobilitati (il 22,7%); inoltre 971 medici e 363 infermieri in pensione, soprattutto nelle regioni del Nord (696 medici e 348 infermieri), precisa il servizio studi della Camera dei deputati. Quanti ne siano stati poi assunti, fino ad oggi, non è dato sapere con esattezza. Di certo, la possibilità per le Regioni di conferire incarichi di lavoro autonomo per garantire i livelli essenziali di assistenza fu prorogata prima al 15 ottobre 2020, poi al 31 dicembre dello stesso anno, quindi al 30 aprile 2021, al 31 dicembre scorso e infine al prossimo 31 marzo, sempre in coincidenza con il rinnovo dello stato di emergenza epidemiologica. Adesso che ne sarà di quei medici e infermieri così preziosi, nel dar man forte ai colleghi stressati nei reparti Covid e nelle terapie intensive? «Tutti questi professionisti, se la Regione non deciderà di prorogare i contratti, dal 31 marzo non saranno più in servizio lasciando sguarniti alcuni servizi sociosanitari del nostro territorio», ha dichiarato preoccupato Andrea Biancani, consigliere regionale pd delle Marche. «Senza personale in più» riferisce Biancani al Resto del Carlino, «si dovrà scegliere quali servizi chiudere o depotenziare, danneggiando i cittadini». Una pessima notizia, in totale contraddizione con quanto vuole far credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, ovvero che serva gradualità nel rallentare le restrizioni. Di fatto, ci tocca subire ancora il super green pass perché «il virus è ancora pericoloso», però viene licenziato il personale sanitario reclutato per far fronte alle esigenze derivanti dalla diffusione del Covid-19. Così, tra medici e infermieri tuttora sottoposti all’obbligo vaccinale e dunque lasciati a casa se «renitenti» a meno che non si ammalino; tra assunti a tempo determinato e ora a spasso dopo aver tappato i buchi, il personale del Sistema sanitario nazionale risulterà ancora più in affanno a gestire l’ordinario e l’immenso lavoro pregresso, trascurato in più di due anni di pandemia. Curioso che, mentre il ministero taglia risorse umane negli ospedali, allarghi il proprio organico assumendo personale «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Sul territorio, invece, si devono arrangiare nell’assistenza ai pazienti. «I contratti in scadenza vanno prorogati dalla Regione e bisogna intervenire subito perché l’emergenza è tutt’altro che finita», si legge nella mozione presentata al governatore della Sardegna, Christian Solinas, dai consiglieri Daniele Cocco ed Eugenio Lai di Leu, guarda caso lo stesso gruppo di Roberto Speranza. Sottolineano che «la carenza di medici e infermieri continua a essere il vero problema irrisolto in tutti gli ospedali», quindi fare a meno di quelle assunzioni straordinarie è pura follia. Ministro, se c’è batta un colpo. «Nell’emergenza Covid, sono stati attivati in Liguria oltre 500 contratti Co.co.co», ovvero di collaborazione coordinata e continuativa, scriveva qualche giorno fa Repubblica e solo all’ospedale Villa Scassi di Genova verranno a mancare 250 tra medici, ostetriche, assistenti sanitari e sociali, fisioterapisti. Il sindacato Fials propone la proroga del contratto di altri tre mesi «nel frattempo si potrebbe procedere con le assunzioni senza rischiare l’interruzione del servizio». Però c’è il problema costi che le Regioni devono sostenere, come ha sottolineato in commissione l’assessore regionale alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini. «È ancora in corso l’interlocuzione nazionale per il riconoscimento dei costi Covid degli oneri, imputabili al rinnovo del contratto di lavoro in ambito sanitario, non ancora coperti per 36 milioni di euro». Aggiungeva che i «costi correlati al Covid e la gestione della campagna vaccinale per il 2022 sono stimati in 613,2 milioni di euro e le relative coperture per l’Emilia Romagna previste a livello nazionale dalla legge di stabilità 2022 ammontano al momento a soli 134,288 milioni». Problema condiviso da tutti i governatori ma, in attesa che da Roma si faccia chiarezza sul nodo sanitari precari, mentre la Regione Lazio fa sapere che «l’accordo con i sindacati c’è, sulla stabilizzazione del personale sanitario con contratti stipulati per il periodo di emergenza. Attendiamo il decreto», il Veneto di Luca Zaia ha già deciso: «Tutti confermati i medici e infermieri reclutati durante la pandemia».
Russel Crowe in Norimberga, il film
Il fatto è che Norimberga non è un film sul nazismo o sulla seconda guerra mondiale o sullo sterminio degli ebrei. È, invece, una profonda esplorazione delle debolezze e malvagità degli individui, un film sul peccato e sulla disponibilità dell’essere umano a commettere il male. Proprio per questo è un’opera che parla di noi, del nostro tempo, delle nostre tentazioni.
La trama è semplice. Douglas Kelley (interpretato dal premio Oscar Rami Malek) è uno psichiatra in forze all’esercito americano a cui viene chiesto - peraltro senza troppa convinzione - di valutare la condizione mentale di Hermann Göring (il già citato Crowe). Kelley ha così l’occasione di parlare per ore e ore con il secondo in comando di Adolf Hitler, il più importante rappresentante ancora vivente del nazismo. L’obiettivo è il più scontato possibile: capire se Göring sia matto, se commetta il male in virtù di qualche turba mentale o per via di qualche particolarità antropologica o culturale.
Kelley, dal canto suo, nutre sogni di grandezza. Vuole approfittare dell’occasione per scrivere un libro sulla mente dei nazisti e diventare famoso. Facile immaginare quale sia il risultato, visto che il nome di Kelley è sconosciuto ai più, ma non vale la pena di svelare altro.
Il nodo della questione è la pretesa degli americani di definire, circoscrivere e poi asportare chirurgicamente il male. Göring va studiato perché bisogna stabilirne la diversità, bisogna marcare la distanza fra lui, illustre rappresentante del Male Assoluto, e i Buoni che hanno vinto la guerra. Göring va processato - benché già condannato dalla Storia e dal mondo - perché i vincitori possano non tanto definire lui colpevole, ma sé stessi innocenti, migliori.
È una pretesa antica quella di rimuovere chirurgicamente il Male dalla faccia della terra e dall’esistenza umana, a cui Robert Louis Stevenson ha dato corpo nel capolavoro Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, in cui un medico cerca di estrarre l’oscurità da sé stesso e finisce per esserne divorato. Ecco, la vicenda del dottor Kelley e del signor Göring si muove lungo lo stesso, pericolosissimo crinale. Perché, in fondo, la storia è sempre la stessa: il male non si può isolare né cancellare, il legno storto dell’umanità non si raddrizza e ciascuno di noi si riflette nello specchio oscuro.
Lo psichiatra e il maresciallo del Reich si confrontano in scene memorabili, e Crowe assume colori diabolici quando tiene testa al suo avversario e gli insinua il dubbio: noi abbiamo i lager, sorride, voi avete la bomba atomica e Hiroshima e Nagasaki, davvero volete giudicarci?
Kelley scopre che non esiste precisamente un tipo umano sterminatore di ebrei. Esiste un tipo umano, punto. E di questo tipo fanno parte il narcisismo e l’ambizione, la crudeltà e la pretesa di superiorità. La stessa che si manifesta - ovviamente in forme molto diverse - negli imputati di Norimberga e nell’accusa. Ciò non significa, badate bene, che ogni azione si equivalga e che male e bene non esistano. Talvolta, piuttosto, essi sono mortalmente intrecciati, convivono nella stessa persona. La quale può decidere di commettere l’abominio o di fermarsi prima.
Questa scoperta atterrisce il dottor Kelley, il quale cerca disperatamente di convincere il mondo che l’orrore è ricorrente, si può ripetere anche se si è tentato di neutralizzarlo per sempre. Non che veicolare oggi queste idee sia più facile, anzi. Norimberga ci parla perché demolisce il manicheismo da cui ci siamo fatti infettare, sbriciola la pretesa superiorità morale e le divisioni quasi biologiche che in Occidente si usano fare tra buoni e cattivi. Mostra, in aggiunta, che sono le azioni a definirci e non i pensieri o le credenze. Certo, le ideologie possono aiutare, ma non sono sufficienti e soprattutto non ci levano dalle spalle un grammo di responsabilità.
Il processo allestito contro i gerarchi nazisti doveva essere un rito di purificazione, bisognava bruciare le streghe per confermarsi più giusti, più sani. Ma i protagonisti scoprono che le streghe sono sì terribili, ma pure terribilmente somiglianti a loro. Buoni e cattivi esistono, come no, e la linea di demarcazione dovrebbe essere a tutti chiara. Ma la rivelazione terribile è che varcarla è molto facile, la ricerca del potere conduce alla soppressione dell’umano e nessuno può credersi immune, protetto dal contagio. Il Male non è banale, ma è diffuso, e inestirpabile. Si può combattere, ma questo richiede un coraggioso atto di responsabilità (quello che compirà a un certo punto Kelley). Tutto il resto è illusione. È superiorità morale di chi pensa di poter eliminare il Nemico e non si rende conto di essere nemico lui stesso.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Si tratta di un cinquantaseienne peruviano, irregolare e con precedenti per violenza sessuale, che si trova già in carcere per un altro reato. Lo straniero, infatti, è stato fermato due giorni dopo, la sera del 30 dicembre per una tentata rapina compiuta ai danni di una connazionale alla fermata Cimiano del metrò, pochi minuti prima di incontrare la diciannovenne la sera del 28 dicembre. Secondo la ricostruzione sull’episodio che lo ha portato in carcere l’uomo avrebbe aggredito violentemente alle spalle una diciannovenne rimasta sola sulla banchina in attesa del metrò, impossessandosi del suo telefono cellulare. Durante la rapina il cinquantaseienne avrebbe aggredito la connazionale, stringendola al collo con un braccio e tenendole la bocca chiusa con l’altra mano per impedirle di chiedere aiuto. Mentre la stava trascinando in un angolo della stazione, la giovane, vedendo l’arrivo di un treno, ha tentato di divincolarsi, riuscendo a riprendersi il telefono e venendo poi soccorsa dai passanti, mentre il peruviano si dava alla fuga, facendo perdere le proprie tracce. Poco dopo, secondo l’ipotesi degli inquirenti che ne hanno disposto il fermo per l’ipotesi di reato di omicidio, l’uomo avrebbe incontrato Aurora Livoli e i due si sarebbero poi recati nello stabile di via Paruta, dove poi il giorno dopo è stato rinvenuto il corpo senza vita della ragazza.
La giovane era nata a Roma ma a 6 anni era stata adottata da una coppia di professionisti di Fondi, in Provincia di Latina. Aveva lasciato la casa della famiglia adottiva il 4 novembre, e aveva avuto l’ultimo contatto con loro il 26 di quel mese. Il 10 dicembre i genitori adottivi avevano denunciato alle forze dell’ordine l’allontanamento volontario della ragazza, che aveva lasciato casa senza soldi e senza vestiti, ma la maggiore età di Aurora aveva impedito qualsiasi ricerca concreta.
Il corpo di Aurora era stato trovato intorno alle 8.30 di lunedì 29 dicembre nel cortile dello stabile di via Paruta dal portiere del condominio, parzialmente svestito. I pantaloni della tuta erano stati usati per coprire le gambe, mentre un giubbotto adagiato come una coperta nascondeva il torace e l’addome completamente nudi. E soprattutto con ecchimosi sul volto e lividi sul collo, che fanno pensare a una colluttazione e a un possibile strangolamento. Forse dopo una violenza sessuale. La ragazza non aveva con sé telefono né documenti (accanto al corpo sono stati rinvenuti solo un pacchetto di sigarette e la biancheria intima della giovane) ed è stata identificata solo dopo che i suoi genitori adottivi l’avevano riconosciuta in una foto segnaletica diffusa dalle forze dell’ordine, tratta dal video di una telecamera di sorveglianza. Le stesse che hanno portato gli inquirenti a ritenere che peruviano sia l’uomo che, poco prima delle 23 del 28 dicembre è entrato nel cancello, aperto anche di notte, del supercondominio ai civici 74-76 della stradina privata non lontana da via Padova insieme ad Aurora, apparentemente senza alcuna costrizione.
Intorno all’una le telecamere riprendono di nuovo l’uomo, che esce da solo dal complesso residenziale. Dove rientra dopo poco tempo, per poi uscirne, definitivamente, alle 3.30, quando una delle telecamere del sistema di videosorveglianza del palazzo registra la sua seconda uscita. L’uomo si sarebbe poi allontanato su via Padova, percorrendola nella direzione che porta a Cascina Gobba. E proprio sugli orari certificati dalle telecamere stanno lavorando gli inquirenti, che cercano una risposta ai numerosi interrogativi.
A partire dal più importante di tutti: cosa hanno fatto e dov’erano Aurora e il suo presunto assassino tra le 23 e le 3.30? La diciannovenne era ancora viva quando l’uomo è uscito la prima volta? La giovane è veramente stata assassinata? Difficile pensare che i due abbiamo passato più di quattro ore nel cortile senza che nessuno vedesse o sentisse nulla. Per questo le indagini dei carabinieri della Compagnia Monforte e del Nucleo investigativo, coordinati dal pubblico ministero Antonio Pansa, anche se i residenti del palazzo, dopo il ritrovamento del corpo hanno detto di non aver mai visto la ragazza, lavorano per capire se uno dei due avesse in qualche modo la disponibilità di un punto d’appoggio all’interno del grande condominio. Un appartamento o forse una cantina adibita ad abitazione. Altre risposte potrebbero arrivare dai tabulati del cellulare della ragazza, che non è stato ritrovato accanto al corpo, circostanza che, fino alla sua identificazione, ha impedito di ricostruire i contatti di Aurora durante il suo soggiorno a Milano. E soprattutto durante le sue ultime ore di vita.
Il caso ha riacceso il tema politico sulla castrazione chimica. Mara Bizzotto, della Lega rilancia la proposta, chiedendo una risposta «di estrema fermezza» contro i reati sessuali, mentre Forza Italia frena, sollevando dubbi di costituzionalità. «Il nostro ordinamento non ammette pene corporali», avverte il portavoce azzurro Raffaele Nevi.
Continua a leggereRiduci
iStock
Come tante rampolle dei potenti cinesi, compresa la figlia di Xi Jinping, si iscrive a Harvard, dove si laurea in informatica nel 2020, due anni dopo essersi presentata al ballo delle debuttanti. L’evento allo Shangri-La Hotel si tiene il 24 novembre 2018. Pochi giorni dopo, il 1° dicembre, la principessa di Huawei Meng Wanzhou viene arrestata all’aeroporto di Vancouver: comincia il famoso caso di richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, il «caso Huawei» al centro della guerra tecnologica tra Pechino e Washington. La giovane debuttante non è coinvolta nelle vicende aziendali e la vanità del suo ballo, davanti alla serietà della situazione, sembra ridicola. Nel 2015 era stata diffusa in Occidente una pubblicità di Huawei che raffigurava il piede di una ballerina provato dai tanti allenamenti, per esaltare la fatica necessaria per giungere ai risultati. A volere quell’immagine e stato lo stesso Ren Zhengfei. A gennaio 2021, la piccola principessa Annabel Yao annuncia di voler entrare nel mondo dello spettacolo con un post sulla piattaforma social Weibo. La ragazza pubblica il video della sua prima canzone, volta proprio a sfruttare, come bieca operazione di marketing, la sua nomea di «principessa». Si intitola Backfire. Wang Huning, versato nella cultura pop, può generosamente definirlo «dimenticabile», e senz’altro si colloca ben lontano dalle vette di interesse globale raggiunte dal K-pop. Eppure questa ragazza privilegiata, che sognava di fare la ballerina e invece non balla bene nemmeno nel video, sa prendersi un po’ in giro da sola e gioca con lo stereotipo che le hanno cucito addosso. Tenta l’impresa impossibile di liberarsi dal confronto con la sorellastra. Meng Wanzhou non ha mai dormito per terra, al contrario di migliaia di altri dipendenti di Huawei che hanno donato il loro tempo alla grande rinascita cinese di Ren Zhengfei, e in verità ama passeggiare nella campagna provenzale per respirare il profumo di lavanda. Le vicende storiche l’hanno trasformata in un’eroina di guerra.
A Stanford, nella primavera 2024, Jensen Huang di Nvidia parla agli studenti con addosso il suo proverbiale giubbotto in pelle, l’armatura che sussurra a ogni ragazzo asiatico che studia ingegneria o informatica: «Non sei un perdente, sei un figo». Gli adoranti studenti di Stanford vogliono sapere come si diventa Jensen Huang, come si costruisce Nvidia, come si ottiene un tale successo, come si fanno un sacco di soldi. L’uomo col giubbotto in pelle dice loro: «A voi studenti di Stanford auguro ampie dosi di dolore e sofferenza». Senza il dolore e la sofferenza che ha conosciuto, senza aver pulito i bagni e i pavimenti delle sale da ping pong, senza quelle prove lui non sarebbe dove è. E come possono diventare Jensen Huang quei ragazzi, perlopiù fortunati e privilegiati, che non si sono forgiati nella sofferenza? Echeggiano nella sala di Stanford i versi dell’Agamennone: «Solo a colui che ha sofferto Dike consente di imparare». To pathei mathos.
Echeggiano anche nelle sale del ballo delle debuttanti e nei flash delle fotografie che Annabel Yao ha pagato coi soldi di suo padre. «Cosa e come imparerà, questa generazione?» è una domanda che Wang Huning si pone e alla quale non ha risposta, concentrato a ingabbiare l’inquietudine dei giovani negli schemi del Partito. Quasi tutti loro, i membri della burocrazia celeste che governa la Cina, hanno risposto in modo ipocrita. I loro parenti si sono arricchiti e i loro figli sono andati a studiare a Harvard, come la figlia del segretario generale Xi Jinping. America contro America. Cina contro Cina. La risposta alla domanda su quella generazione sta forse nell’effetto DeepSeek: milioni e milioni di cinesi, compresi i nuovi ricercatori di Nvidia e di tutte le altre aziende americane che dipendono dai cinesi, vedono che puoi essere Liang Wenfeng, e cioè che puoi studiare nelle università cinesi, arricchirti con un hedge fund, poi fondare un laboratorio di intelligenza artificiale di soli ricercatori cinesi e far parlare tutto il mondo di te, umiliando gli americani fino a renderli ridicoli. Milioni e milioni già lavorano, con una mobilitazione soverchiante, per essere Liang Wenfeng, essere il ragazzo con gli occhiali a cui il segretario generale deve stringere la mano per dare un segnale al popolo. Milioni e milioni sognano i robot che fanno le capriole di Unitree di Wang Xingxing. A fare le capriole non sono solo i robot. Sono coloro che li guardano. Ma non basta.
Nessuno può sapere se le nuove generazioni cinesi avranno la ferocia di Ren Zhengfei quando dice alla sua divisione smartphone Honor, che ha dovuto vendere per via delle sanzioni americane: «Da oggi diventate il più forte concorrente di Huawei. Sorpassate Huawei. E, mi raccomando, gridate: abbasso Huawei». Wang Huning pensa: «E tu, grande veterano della guerra con l’America, sapresti gridare: abbasso mia figlia? Sapresti valutare in modo obiettivo e feroce quello che ti riguarda intimamente? Oppure, pensi che il tuo potere e i tuoi sacrifici possano comprare il futuro di chi ami?».
Eppure, il singolo dimenticato di Annabel Yao costruisce, senza volerlo, un pezzo di storia. Per via del suo titolo, Backfire. La piccola principessa non e stata «prigioniera» degli avversari come la sorellastra, che ha avuto il privilegio di soffrire, ma la sua dimenticabile canzone ha descritto, con una parola, ciò che l’America sembra aver fatto all’azienda di suo padre e al processo tecnologico cinese. Backfire: lo sparo che ti si ritorce contro. Nel duello, uno sfodera l’arma per sparare, già vede il viso dell’avversario lacerato, già immagina il proprio inesorabile trionfo, e invece si spara addosso. L’apprendista stregone americano non conosce le potenze che ha evocato, perché non conosce chi sta combattendo. Il capitano Mahan, pensatore del potere marittimo dell’America, scrive all’inizio del Novecento che la Cina sembra incapace di svilupparsi senza aiuti esterni.
Chi è messo all’angolo viene aiutato a industriarsi, soprattutto se dispone della formidabile scala della Cina. Chi segue i reportage delle più brave giornaliste al mondo - le reporter di Nikkei Asia Cheng Ting-Fang e Lauly Li, con base a Taipei - sulla guerra dei chip, sa quello che le strutture degli Stati Uniti, e perfino le antenne del Partito comunista cinese, apprendono solo dopo: tutte le divisioni e sussidiarie di Huawei, tutti i surrogati sono soggetti alle sanzioni, ma spunta sempre un’altra azienda, un’altra linea di produzione, un’altra innovazione, un’altra base a Singapore o nelle altre terre di confine del Sud-Est asiatico, dove l’occhio degli Stati Uniti non arriva.
E poi, una volta che quella nuova azienda viene punita, ne spunta di nuovo un’altra, e il processo non finisce mai. Teoricamente, può avere una fine nel lungo periodo, ma questa fine e come il collasso cinese: nel tempo in cui si fanno i giochi, non arriva mai. Il solo mercato cinese non e abbastanza per tutto, ma è abbastanza per la disponibilità di capitale umano e, se c’è un numero sufficiente di persone che vogliono essere Liang Wenfeng di DeepSeek, l’effetto sarà riproducibile con le parole del pezzo di Annabel Yao: «Baby, I’m a backfire».
Mentre il presidente Trump proclama nel 2025 la nuova età dell’oro circondato dai suoi capitalisti, dai suoi sostenitori provvisori, pronti ad applaudire a ogni cosa e al suo contrario, Jensen Huang si trova in Cina. Certo, anche la sua Nvidia ha pagato l’obolo della cerimonia del 20 gennaio, come tutte le altre. «Perché è in Cina?», si chiede Wang Huning. Il Partito ha i mezzi per seguire Jensen Huang, per conoscere i dettagli dei suoi incontri, sapere a quali clienti e fornitori e interessato. Il Partito, in Cina, può sapere quello che gli americani, poveri di antenne nel vasto territorio cinese, non sapranno mai. Ma resta una domanda, in mezzo a tante, troppe informazioni, che confondono sempre rispetto all’essenziale: perché? Il fondatore di Nvidia, osserva Wang Huning, ha detto che Huawei è l’azienda tecnologica più formidabile della Cina, perché ha conquistato ogni mercato in cui è entrata. «La sua presenza nell’intelligenza artificiale aumenta ogni anno», ha sottolineato Jensen Huang, che quando è andato all’università di Hong Kong per ricevere un dottorato ha elogiato la Greater Bay Area, il suo ecosistema di talenti e di startup, e ha voluto ricordare che i centri di design di Hong Kong, Pechino e Shenzhen l’hanno aiutato a costruire la sua azienda, mentre costruivano il grande ecosistema della Cina. Un esercito di costruttori. Quando Jensen Huang si toglie il giubbotto in pelle e va a Washington, ai politici degli Stati Uniti ripete incessantemente un dato: «Il 50% dei ricercatori di intelligenza artificiale al mondo è cinese». «Del resto, anche lui è cinese», conclude Wang Huning.
Continua a leggereRiduci
iStock
Una sentenza da applaudire, per le motivazioni esposte dai giudici. Intanto il giovane, però, ha lasciato la scuola e nemmeno riesce a trovare un lavoro stabile «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il Tso», spiega l’avvocato Nicola Peverelli, legale di Tellenio. Una storia incredibile, purtroppo come tante altre accadute durante la pandemia quando umanità, legalità, senso civico, rispetto dell’individuo finirono calpestati nel silenzio pressoché generale.
Valerio frequentava il penultimo anno dell’istituto professionale di Fano, i professori l’avevano descritto come uno studente bravo, attento. Desiderava solo tornare in classe, dopo i lunghi periodi della didattica a distanza che era stata imposta, ma non sopportava la mascherina, leggeva che le posizioni scientifiche erano molto diverse sulla protezione offerta da uno schermo facciale.
Per questo a scuola era stato ripreso più volte, la direttrice scolastica aveva chiamato i vigili e anche i carabinieri per allontanarlo dalla classe sebbene non fosse un disturbatore. Il 4 maggio 2021, stanco di continui richiami, si lega al banco con un lucchetto a catena per bicicletta, poi accetta di liberarsi. Il giorno seguente ci riprova, allora la preside chiama polizia e 118. «Valerio non si era messo a urlare, a rompere arredi scolastici. Protestava in silenzio, non faceva nulla di pericoloso per sé e per i compagni di classe», raccontò allora alla Verità l’avvocato.
Al pronto soccorso due medici decisero di applicargli il Tso perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica» e il sindaco di Fano Massimo Seri (eletto con il Pd, oggi in Azione) firmò «senza informarsi sul giovane. Nemmeno andò a parlargli, eppure era uno studente di 18 anni, mica un delinquente», spiegava Peverelli.
Senza che i genitori potessero opporsi, Valerio venne mandato nel dipartimento di salute mentale dell’ospedale San Salvatore Muraglia, a Pesaro. Ci restò quattro giorni, neanche fosse uno squilibrato da rinchiudere. Gli venne tolto il cellulare e il suo letto aveva le cinghie. Il giudice tutelare convalidò il Tso e i familiari di Valerio impugnarono quella convalida. Il Tribunale di Pesaro respinse il ricorso e la Corte d’appello di Ancona confermò la decisione di primo grado.
Per fortuna è intervenuta la Corte di Cassazione a riportare un po’ di giustizia nella vicenda del giovane di Fano. Il «Tso non è una misura di difesa sociale ma a tutela della salute dell’interessato», dichiarano i giudici della suprema Corte. Questo significa che «in casi limite, possano essere adottate misure contro la volontà del soggetto, anche quando le finalità di protezione sociale sono assenti, ma deve nondimeno proteggersi il bene salute in quanto espressione anch’esso della dignità dell’essere umano. Dignità significa, tuttavia, anche il diritto di potersi difendere quando sono adottate, o meglio si discute se debbano essere adottate, misure che comprimono la libertà personale, e il diritto della persona di partecipare, debitamente informato, ai processi in cui si discute del suo interesse».
Doveva essere sentito il ragazzo, il provvedimento che impone il ricovero coattivo fu adottato applicando una norma «dichiarata costituzionalmente illegittima» senza audizione del giovane, senza la comunicazione del Tso al legale. E il giudice tutelare non aveva effettuato «alcuna indagine», dalla quale sarebbe risultato evidente come il referto psichiatrico conteneva anche «una accurata descrizione dei comportamenti tenuti a scuola […] non di per sé sintomo di patologia».
Inoltre, altri psichiatri dopo il ricovero formularono una diagnosi «diversa da quella della psichiatra che aveva convalidato la proposta» del Tso, eppure i giudici d’Appello «trascurarono di verificare» questi elementi fondamentali. La sentenza afferma anche un sacrosanto principio, ovvero che la manifestazione di idee anticonvenzionali non rappresenta un segnale patologico che può dar luogo a un Tso: «Occorre anche superare lo stereotipo in virtù del quale ogni manifestazione di “alienazione” intesa come diversità rispetto ai modelli convenzionali costituisca di per sé indice di pericolosità e di malattia mentale, da contrastare necessariamente mediante una limitazione della libertà».
Uno studente di 18 anni che non aveva problemi mentali fu trattato come un pazzo furioso mentre aveva solo «convinzioni anticonvenzionali», affermano gli Ermellini. Chi paga per questa ingiustizia, ribadita anche in appello? «Non potrò mai cancellare quello che mi è accaduto», disse alla Verità il diciottenne che lasciò gli studi.
Adesso il legale, assieme all’avvocato dei genitori di Valerio, Isabella Giampaoli, presenterà azioni risarcitorie. E si attendono almeno le scuse dell’ex sindaco, Seri, eletto alle ultime Regionali nella lista «Matteo Ricci presidente». Pensare che lo scorso ottobre ebbe la faccia tosta di dichiarare: «L’elezione è anche un riconoscimento al mio impegno basato sui contenuti e sul rispetto delle persone».
Continua a leggereRiduci