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2022-03-20
Il capolavoro di Speranza. Il green pass resta, i medici no
Roberto Speranza (Ansa)
Il ministro-flagello, Roberto Speranza, si è attrezzato bene per conservare, nella guisa dell’ordinaria amministrazione, quei poteri speciali di cui ha goduto durante la pandemia. L’unico, essenziale dettaglio a cui lui e il governo non hanno pensato - lo spiega Patrizia Floder Reitter nella pagina accanto - è come evitare che gli ospedali, già martoriati da anni di tagli alla sanità, non vengano nuovamente depauperati.
Dopo il 31 marzo e salvo proroghe specifiche, i nosocomi dovranno infatti rimandare a casa il personale assunto in virtù dello stato d’emergenza.
Ma se nelle corsie si sta già diffondendo il panico, gli aspiranti boiardi si fregano le mani. Perché Speranza si è premurato di far inserire, nel decreto licenziato dal cdm giovedì, un comma che gli consentirà di costituire una specie di guardia pretoriana burocratica. Con essa, il suo dicastero dovrà gestire i compiti ora temporaneamente affidati a un’Unità del ministero della Difesa, istituita sempre dall’ultimo dl e il cui direttore verrà, a breve, nominato con apposito dpcm, su proposta di Lorenzo Guerini e di concerto con lo stesso ex assessore potentino. Tuttavia - i soliti bizantinismi all’italiana - dal primo gennaio 2023, questa struttura sarà soppressa. E le sue funzioni passeranno, appunto, a Lungotevere Ripa.
Reggetevi forte, perché ora arriva il giuridichese. Dalla bozza della norma, si apprende che, «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie in favore dei sistemi sanitari regionali, assicurando gli approvvigionamenti di farmaci e vaccini per la cura delle patologie epidemico-pandemiche emergenti e di dispositivi di protezione individuale, anche in relazione agli obiettivi e agli interventi connessi, nell’immediato, all’attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini […], il ministero della Salute è autorizzato ad assumere, a decorrere dal primo ottobre 2022, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in aggiunta alle vigenti facoltà assunzionali, un contingente di personale». Che sarà così composto: «Quattro dirigenti di seconda fascia, sei dirigenti sanitari» e un ancora imprecisato numero di «unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica». Ovviamente, per retribuire la squadra sarà necessario stanziare una congrua dotazione finanziaria, non indicata dal comma 9 dell’articolo 2. Consultando le tabelle ministeriali, possiamo azzardare una stima.
A seconda dell’inquadramento, i dirigenti di seconda fascia percepiscono tra i circa 80.000 e i circa 97.000 euro lordi l’anno. I dirigenti sanitari, 66.551,96. Il personale non dirigenziale, con trattamento economico F1 - quello identificato dal decreto - riceve 19.584,14 euro annui, ma il testo non chiarisce quanti ne saranno assunti, - beninteso, tutti tramite regolari concorsi pubblici. Teniamoci nell’intervallo più basso: i dieci professionisti che sicuramente verranno reclutati dovrebbero costare allo Stato intorno a 720.000 euro l’anno. Sono calcoli approssimativi e di sicuro non parliamo di cifre astronomiche. In sé, non è scandaloso organizzare un ufficio che si occupi di contrasto alle epidemie e si preoccupi di reperire medicinali e vaccini, alla bisogna. Semplicemente, colpisce che, mentre nessuno si è preoccupato di consolidare gli organici degli ospedali, cronicamente carenti (con le conseguenze deleterie che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni), nelle stanze del dicastero a Roma si aprano altre porte. E si allestiscano altre scrivanie. Archiviata l’emergenza, pertanto, Speranza si allarga e predispone una «nuova normalità» anche per il suo ministero. Da un lato, è un passo in avanti rispetto all’era in cui si chiudevano nel cassetto i piani pandemici. Dall’altro, comincia a sentirsi odore di ridondante moltiplicazione delle strutture tecniche. Prima eravamo impreparati a difenderci dai virus; non è che adesso diventeremo troppo bravi a trasformare la prevenzione dei rischi nel solito assumificio?
Esaurita l’esperienza di Francesco Paolo Figliuolo e superata la fase di transizione, con l’Unità inquadrata a Palazzo Baracchini, le prerogative di gestione delle crisi sanitarie saranno redistribuite tra i ministeri di Speranza e Guerini. Il primo si doterà del team di cui abbiamo appena parlato, alla faccia di medici e infermieri sedotti e abbandonati. Presso lo stato maggiore della Difesa, invece, dal 2023 si costituirebbe «il nucleo iniziale di formazione di un’Unità di gestione delle emergenze». Arriveranno pure i colonnelli? E la Protezione civile che ci sta a fare? E il gruppo di contrasto alle pandemie di Speranza? Superata l’emergenza straordinaria, introduciamo l’emergenza ordinaria? Temiamo sia questa l’eredità del Covid: abbandoneremo formalmente il regime speciale per cristallizzarne, nel quotidiano, requisiti e poteri. Dalla terra dei cachi alla terra delle task force. Assunte rigorosamente a tempo indeterminato.
Dura più il green pass dei medici assunti durante la pandemia
Sanitari usa e getta. Il 31 marzo rappresenta la fine del lavoro per molti medici e infermieri, l’inizio di nuove precarietà nell’assistenza ospedaliera. «I contratti legati all’emergenza Covid scadranno. Non è una prospettiva allegra, anche perché dobbiamo recuperare tutte le attività rimaste indietro in questi mesi», affermava ieri Massimo Puoti, direttore delle malattie infettive al Niguarda di Milano.
Nell’intervista a Repubblica preannunciava una nuova emergenza: «Aumenterà il carico di lavoro. Il laboratorio di microbiologia, finora attivo 24 ore su 24, dovrà ridurre gli orari. Già prima della pandemia eravamo in difficoltà». Non è un allarme isolato. Tra un paio di settimane, i contratti di lavoro autonomo con personale medico e infermieristico stipulati per far fronte alla pandemia non dovrebbero essere più rinnovati come accadde nei mesi passati, quando veniva continuamente procrastinato il termine del fine crisi. Unica eccezione, le proroghe al 30 giugno per le Usca e i medici specializzandi.
Le «misure straordinarie per l’assunzione degli specializzandi e per il conferimento di incarichi di lavoro autonomo a personale sanitario», decise a fine gennaio 2020, consentirono quell’anno alle aziende sanitarie di reclutare con rapporti libero professionali 4.068 specializzandi, 2.250 medici specialisti, 5.616 medici abilitati ma non specializzati e 2.296 infermieri, come si legge dal rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica 2021.
A questi si aggiunsero oltre 3.867 addetti delle professioni sanitarie e di altre tipologie: 18.097 addetti sugli 83.180 complessivamente mobilitati (il 22,7%); inoltre 971 medici e 363 infermieri in pensione, soprattutto nelle regioni del Nord (696 medici e 348 infermieri), precisa il servizio studi della Camera dei deputati. Quanti ne siano stati poi assunti, fino ad oggi, non è dato sapere con esattezza.
Di certo, la possibilità per le Regioni di conferire incarichi di lavoro autonomo per garantire i livelli essenziali di assistenza fu prorogata prima al 15 ottobre 2020, poi al 31 dicembre dello stesso anno, quindi al 30 aprile 2021, al 31 dicembre scorso e infine al prossimo 31 marzo, sempre in coincidenza con il rinnovo dello stato di emergenza epidemiologica. Adesso che ne sarà di quei medici e infermieri così preziosi, nel dar man forte ai colleghi stressati nei reparti Covid e nelle terapie intensive?
«Tutti questi professionisti, se la Regione non deciderà di prorogare i contratti, dal 31 marzo non saranno più in servizio lasciando sguarniti alcuni servizi sociosanitari del nostro territorio», ha dichiarato preoccupato Andrea Biancani, consigliere regionale pd delle Marche. «Senza personale in più» riferisce Biancani al Resto del Carlino, «si dovrà scegliere quali servizi chiudere o depotenziare, danneggiando i cittadini».
Una pessima notizia, in totale contraddizione con quanto vuole far credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, ovvero che serva gradualità nel rallentare le restrizioni.
Di fatto, ci tocca subire ancora il super green pass perché «il virus è ancora pericoloso», però viene licenziato il personale sanitario reclutato per far fronte alle esigenze derivanti dalla diffusione del Covid-19.
Così, tra medici e infermieri tuttora sottoposti all’obbligo vaccinale e dunque lasciati a casa se «renitenti» a meno che non si ammalino; tra assunti a tempo determinato e ora a spasso dopo aver tappato i buchi, il personale del Sistema sanitario nazionale risulterà ancora più in affanno a gestire l’ordinario e l’immenso lavoro pregresso, trascurato in più di due anni di pandemia.
Curioso che, mentre il ministero taglia risorse umane negli ospedali, allarghi il proprio organico assumendo personale «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Sul territorio, invece, si devono arrangiare nell’assistenza ai pazienti. «I contratti in scadenza vanno prorogati dalla Regione e bisogna intervenire subito perché l’emergenza è tutt’altro che finita», si legge nella mozione presentata al governatore della Sardegna, Christian Solinas, dai consiglieri Daniele Cocco ed Eugenio Lai di Leu, guarda caso lo stesso gruppo di Roberto Speranza. Sottolineano che «la carenza di medici e infermieri continua a essere il vero problema irrisolto in tutti gli ospedali», quindi fare a meno di quelle assunzioni straordinarie è pura follia. Ministro, se c’è batta un colpo.
«Nell’emergenza Covid, sono stati attivati in Liguria oltre 500 contratti Co.co.co», ovvero di collaborazione coordinata e continuativa, scriveva qualche giorno fa Repubblica e solo all’ospedale Villa Scassi di Genova verranno a mancare 250 tra medici, ostetriche, assistenti sanitari e sociali, fisioterapisti. Il sindacato Fials propone la proroga del contratto di altri tre mesi «nel frattempo si potrebbe procedere con le assunzioni senza rischiare l’interruzione del servizio».
Però c’è il problema costi che le Regioni devono sostenere, come ha sottolineato in commissione l’assessore regionale alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini. «È ancora in corso l’interlocuzione nazionale per il riconoscimento dei costi Covid degli oneri, imputabili al rinnovo del contratto di lavoro in ambito sanitario, non ancora coperti per 36 milioni di euro». Aggiungeva che i «costi correlati al Covid e la gestione della campagna vaccinale per il 2022 sono stimati in 613,2 milioni di euro e le relative coperture per l’Emilia Romagna previste a livello nazionale dalla legge di stabilità 2022 ammontano al momento a soli 134,288 milioni».
Problema condiviso da tutti i governatori ma, in attesa che da Roma si faccia chiarezza sul nodo sanitari precari, mentre la Regione Lazio fa sapere che «l’accordo con i sindacati c’è, sulla stabilizzazione del personale sanitario con contratti stipulati per il periodo di emergenza. Attendiamo il decreto», il Veneto di Luca Zaia ha già deciso: «Tutti confermati i medici e infermieri reclutati durante la pandemia».
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L’ultimo decreto prevede l’assunzione a tempo indeterminato di dirigenti e tecnici: si occuperanno di lotta alle epidemie e approvvigionamento di farmaci e vaccini. Ma le task force lievitano: un’altra sarà alla Difesa.Il 31 marzo scadono i contratti dei sanitari reclutati per il Covid. Poche deroghe, ospedali in allarme. Solo il Veneto non licenzia.Lo speciale contiene due articoliIl ministro-flagello, Roberto Speranza, si è attrezzato bene per conservare, nella guisa dell’ordinaria amministrazione, quei poteri speciali di cui ha goduto durante la pandemia. L’unico, essenziale dettaglio a cui lui e il governo non hanno pensato - lo spiega Patrizia Floder Reitter nella pagina accanto - è come evitare che gli ospedali, già martoriati da anni di tagli alla sanità, non vengano nuovamente depauperati. Dopo il 31 marzo e salvo proroghe specifiche, i nosocomi dovranno infatti rimandare a casa il personale assunto in virtù dello stato d’emergenza. Ma se nelle corsie si sta già diffondendo il panico, gli aspiranti boiardi si fregano le mani. Perché Speranza si è premurato di far inserire, nel decreto licenziato dal cdm giovedì, un comma che gli consentirà di costituire una specie di guardia pretoriana burocratica. Con essa, il suo dicastero dovrà gestire i compiti ora temporaneamente affidati a un’Unità del ministero della Difesa, istituita sempre dall’ultimo dl e il cui direttore verrà, a breve, nominato con apposito dpcm, su proposta di Lorenzo Guerini e di concerto con lo stesso ex assessore potentino. Tuttavia - i soliti bizantinismi all’italiana - dal primo gennaio 2023, questa struttura sarà soppressa. E le sue funzioni passeranno, appunto, a Lungotevere Ripa. Reggetevi forte, perché ora arriva il giuridichese. Dalla bozza della norma, si apprende che, «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie in favore dei sistemi sanitari regionali, assicurando gli approvvigionamenti di farmaci e vaccini per la cura delle patologie epidemico-pandemiche emergenti e di dispositivi di protezione individuale, anche in relazione agli obiettivi e agli interventi connessi, nell’immediato, all’attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini […], il ministero della Salute è autorizzato ad assumere, a decorrere dal primo ottobre 2022, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in aggiunta alle vigenti facoltà assunzionali, un contingente di personale». Che sarà così composto: «Quattro dirigenti di seconda fascia, sei dirigenti sanitari» e un ancora imprecisato numero di «unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica». Ovviamente, per retribuire la squadra sarà necessario stanziare una congrua dotazione finanziaria, non indicata dal comma 9 dell’articolo 2. Consultando le tabelle ministeriali, possiamo azzardare una stima. A seconda dell’inquadramento, i dirigenti di seconda fascia percepiscono tra i circa 80.000 e i circa 97.000 euro lordi l’anno. I dirigenti sanitari, 66.551,96. Il personale non dirigenziale, con trattamento economico F1 - quello identificato dal decreto - riceve 19.584,14 euro annui, ma il testo non chiarisce quanti ne saranno assunti, - beninteso, tutti tramite regolari concorsi pubblici. Teniamoci nell’intervallo più basso: i dieci professionisti che sicuramente verranno reclutati dovrebbero costare allo Stato intorno a 720.000 euro l’anno. Sono calcoli approssimativi e di sicuro non parliamo di cifre astronomiche. In sé, non è scandaloso organizzare un ufficio che si occupi di contrasto alle epidemie e si preoccupi di reperire medicinali e vaccini, alla bisogna. Semplicemente, colpisce che, mentre nessuno si è preoccupato di consolidare gli organici degli ospedali, cronicamente carenti (con le conseguenze deleterie che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni), nelle stanze del dicastero a Roma si aprano altre porte. E si allestiscano altre scrivanie. Archiviata l’emergenza, pertanto, Speranza si allarga e predispone una «nuova normalità» anche per il suo ministero. Da un lato, è un passo in avanti rispetto all’era in cui si chiudevano nel cassetto i piani pandemici. Dall’altro, comincia a sentirsi odore di ridondante moltiplicazione delle strutture tecniche. Prima eravamo impreparati a difenderci dai virus; non è che adesso diventeremo troppo bravi a trasformare la prevenzione dei rischi nel solito assumificio? Esaurita l’esperienza di Francesco Paolo Figliuolo e superata la fase di transizione, con l’Unità inquadrata a Palazzo Baracchini, le prerogative di gestione delle crisi sanitarie saranno redistribuite tra i ministeri di Speranza e Guerini. Il primo si doterà del team di cui abbiamo appena parlato, alla faccia di medici e infermieri sedotti e abbandonati. Presso lo stato maggiore della Difesa, invece, dal 2023 si costituirebbe «il nucleo iniziale di formazione di un’Unità di gestione delle emergenze». Arriveranno pure i colonnelli? E la Protezione civile che ci sta a fare? E il gruppo di contrasto alle pandemie di Speranza? Superata l’emergenza straordinaria, introduciamo l’emergenza ordinaria? Temiamo sia questa l’eredità del Covid: abbandoneremo formalmente il regime speciale per cristallizzarne, nel quotidiano, requisiti e poteri. Dalla terra dei cachi alla terra delle task force. Assunte rigorosamente a tempo indeterminato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infornata-al-ministero-della-salute-per-gestire-i-poteri-post-emergenza-2656993735.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dura-piu-il-green-pass-dei-medici-assunti-durante-la-pandemia" data-post-id="2656993735" data-published-at="1647733602" data-use-pagination="False"> Dura più il green pass dei medici assunti durante la pandemia Sanitari usa e getta. Il 31 marzo rappresenta la fine del lavoro per molti medici e infermieri, l’inizio di nuove precarietà nell’assistenza ospedaliera. «I contratti legati all’emergenza Covid scadranno. Non è una prospettiva allegra, anche perché dobbiamo recuperare tutte le attività rimaste indietro in questi mesi», affermava ieri Massimo Puoti, direttore delle malattie infettive al Niguarda di Milano. Nell’intervista a Repubblica preannunciava una nuova emergenza: «Aumenterà il carico di lavoro. Il laboratorio di microbiologia, finora attivo 24 ore su 24, dovrà ridurre gli orari. Già prima della pandemia eravamo in difficoltà». Non è un allarme isolato. Tra un paio di settimane, i contratti di lavoro autonomo con personale medico e infermieristico stipulati per far fronte alla pandemia non dovrebbero essere più rinnovati come accadde nei mesi passati, quando veniva continuamente procrastinato il termine del fine crisi. Unica eccezione, le proroghe al 30 giugno per le Usca e i medici specializzandi. Le «misure straordinarie per l’assunzione degli specializzandi e per il conferimento di incarichi di lavoro autonomo a personale sanitario», decise a fine gennaio 2020, consentirono quell’anno alle aziende sanitarie di reclutare con rapporti libero professionali 4.068 specializzandi, 2.250 medici specialisti, 5.616 medici abilitati ma non specializzati e 2.296 infermieri, come si legge dal rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica 2021. A questi si aggiunsero oltre 3.867 addetti delle professioni sanitarie e di altre tipologie: 18.097 addetti sugli 83.180 complessivamente mobilitati (il 22,7%); inoltre 971 medici e 363 infermieri in pensione, soprattutto nelle regioni del Nord (696 medici e 348 infermieri), precisa il servizio studi della Camera dei deputati. Quanti ne siano stati poi assunti, fino ad oggi, non è dato sapere con esattezza. Di certo, la possibilità per le Regioni di conferire incarichi di lavoro autonomo per garantire i livelli essenziali di assistenza fu prorogata prima al 15 ottobre 2020, poi al 31 dicembre dello stesso anno, quindi al 30 aprile 2021, al 31 dicembre scorso e infine al prossimo 31 marzo, sempre in coincidenza con il rinnovo dello stato di emergenza epidemiologica. Adesso che ne sarà di quei medici e infermieri così preziosi, nel dar man forte ai colleghi stressati nei reparti Covid e nelle terapie intensive? «Tutti questi professionisti, se la Regione non deciderà di prorogare i contratti, dal 31 marzo non saranno più in servizio lasciando sguarniti alcuni servizi sociosanitari del nostro territorio», ha dichiarato preoccupato Andrea Biancani, consigliere regionale pd delle Marche. «Senza personale in più» riferisce Biancani al Resto del Carlino, «si dovrà scegliere quali servizi chiudere o depotenziare, danneggiando i cittadini». Una pessima notizia, in totale contraddizione con quanto vuole far credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, ovvero che serva gradualità nel rallentare le restrizioni. Di fatto, ci tocca subire ancora il super green pass perché «il virus è ancora pericoloso», però viene licenziato il personale sanitario reclutato per far fronte alle esigenze derivanti dalla diffusione del Covid-19. Così, tra medici e infermieri tuttora sottoposti all’obbligo vaccinale e dunque lasciati a casa se «renitenti» a meno che non si ammalino; tra assunti a tempo determinato e ora a spasso dopo aver tappato i buchi, il personale del Sistema sanitario nazionale risulterà ancora più in affanno a gestire l’ordinario e l’immenso lavoro pregresso, trascurato in più di due anni di pandemia. Curioso che, mentre il ministero taglia risorse umane negli ospedali, allarghi il proprio organico assumendo personale «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Sul territorio, invece, si devono arrangiare nell’assistenza ai pazienti. «I contratti in scadenza vanno prorogati dalla Regione e bisogna intervenire subito perché l’emergenza è tutt’altro che finita», si legge nella mozione presentata al governatore della Sardegna, Christian Solinas, dai consiglieri Daniele Cocco ed Eugenio Lai di Leu, guarda caso lo stesso gruppo di Roberto Speranza. Sottolineano che «la carenza di medici e infermieri continua a essere il vero problema irrisolto in tutti gli ospedali», quindi fare a meno di quelle assunzioni straordinarie è pura follia. Ministro, se c’è batta un colpo. «Nell’emergenza Covid, sono stati attivati in Liguria oltre 500 contratti Co.co.co», ovvero di collaborazione coordinata e continuativa, scriveva qualche giorno fa Repubblica e solo all’ospedale Villa Scassi di Genova verranno a mancare 250 tra medici, ostetriche, assistenti sanitari e sociali, fisioterapisti. Il sindacato Fials propone la proroga del contratto di altri tre mesi «nel frattempo si potrebbe procedere con le assunzioni senza rischiare l’interruzione del servizio». Però c’è il problema costi che le Regioni devono sostenere, come ha sottolineato in commissione l’assessore regionale alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini. «È ancora in corso l’interlocuzione nazionale per il riconoscimento dei costi Covid degli oneri, imputabili al rinnovo del contratto di lavoro in ambito sanitario, non ancora coperti per 36 milioni di euro». Aggiungeva che i «costi correlati al Covid e la gestione della campagna vaccinale per il 2022 sono stimati in 613,2 milioni di euro e le relative coperture per l’Emilia Romagna previste a livello nazionale dalla legge di stabilità 2022 ammontano al momento a soli 134,288 milioni». Problema condiviso da tutti i governatori ma, in attesa che da Roma si faccia chiarezza sul nodo sanitari precari, mentre la Regione Lazio fa sapere che «l’accordo con i sindacati c’è, sulla stabilizzazione del personale sanitario con contratti stipulati per il periodo di emergenza. Attendiamo il decreto», il Veneto di Luca Zaia ha già deciso: «Tutti confermati i medici e infermieri reclutati durante la pandemia».
Solo che c’è un problemino: l’Ukrainska povstanska armiia, l’Esercito insurrezionale ucraino dell’acronimo, tra il 1943 e il 1945, insieme ai nazisti, perpetrò un autentico massacro contro i civili polacchi, ebrei inclusi, nelle regioni di Volinia, Galizia orientale, Polesia e Lublino. E lo fece con il sostegno della popolazione locale ucraina. Le vittime dell’Upa furono circa 100.000.
Perciò, stavolta, con l’ex comico, Tusk non riesce proprio a prenderla sul ridere. «La decisione di intitolare un’unità militare agli “Eroi dell’Upa”», ha tuonato il primo ministro di Varsavia, «è motivo di preoccupazione per le nostre relazioni e ferisce la nostra sensibilità storica». Stizzito pure il portavoce del ministero degli Esteri: «Questa decisione», ha lamentato Maciej Wewior, «offende la memoria delle vittime di questa organizzazione e mina il dialogo tra le nostre nazioni». La mossa di Zelensky ha mandato su tutte le furie anche il presidente della Repubblica polacco, Karol Nawrocki: il politico, vicino alla destra del partito Diritto e giustizia, si è detto «indignato» per la trovata di Zelensky, al quale ha proposto di «revocare l’Ordine dell’Aquila bianca», la più alta onorificenza nazionale, conferita al comandante in capo ucraino il 5 aprile 2023 dal predecessore di Nawrocki, Andrzej Duda. La questione sarà discussa l’8 giugno, quando si terrà la riunione del gruppo cavalleresco. Tusk, alla fine, ha provato a smorzare: «Se litighiamo sul passato, qualcun altro conquisterà il futuro. Il presidente dell’Ucraina deve finalmente capirlo. Anche il presidente della Polonia deve capirlo. Prima che sia troppo tardi». O prima che venga aperta l’autostrada che dovrebbe portare l’Ucraina nell’Unione europea. Alla faccia dello «Stato di diritto», già brandito come un grimaldello contro i governi sgraditi, dall’Ungheria alla stessa Polonia. Per non parlare della lotta alla corruzione: solo i socialisti spagnoli, su quel fronte, sembrano in grado di fare concorrenza all’esecutivo di Zelensky.
Nel bel mezzo di un conflitto in cui, per la prima volta da mesi, il Paese aggredito riprende l’iniziativa, anche grazie a una spregiudicata strategia di bombardamenti in profondità che non hanno risparmiato obiettivi civili, si è dunque riaccesa la polemica sulle ambigue origini del nazionalismo ucraino. Come ai tempi in cui, nelle acciaierie di Mariupol, il Battaglione Azov resisteva disperatamente agli assedianti russi, tra un’intervista agli ammirati reporter occidentali e una lettura edificante: i combattenti erano lodevolmente passati dal Mein Kampf al Mein Kant.
L’Upa, formazione paramilitare nata dopo l’aggressione nazista all’Unione sovietica, era legata all’Organizzazione dei nazionalisti ucraini, specie alla fazione di Stepan Bandera: collaborazionista, antisemita ossessionato dal complotto giudeo-bolscevico, eroe nazionale mancato, perché il titolo che gli fu assegnato nel 2010 dall’allora presidente, Viktor Yushchenko, venne annullato da un tribunale dopo le pesanti critiche di un’organizzazione per la memoria dell’Olocausto e dell’Unione europea. Che adesso tace imbarazzata e distratta dall’incidente del drone in Romania.
Sotto il comando di Roman Shukhevych, la milizia si rese protagonista della pulizia etnica a danno dei polacchi. L’Upa vedeva nell’invasione dei tedeschi l’opportunità di scalzare il dominatore sovietico e di fondare uno Stato nazionale; e in effetti, quando capì che l’indipendenza ucraina non era un interesse primario di Adolf Hitler, i suoi membri arrivarono a scontrarsi anche con le armate naziste.
Ufficialmente, Zelensky ha assegnato la qualifica che ha fatto infuriare Varsavia all’unità per le operazioni speciali Nord per i meriti nella difesa del Paese. Ma ciò che lascia davvero interdetti è un riferimento alla volontà di «ripristinare le tradizioni storiche dell’esercito nazionale». A Kiev - per fortuna di Kiev - non c’è Carlo Calenda, fresco di tatuaggio col simbolo delle forze armate ucraine, ma qui siamo ben oltre le provocazioni del generale Roberto Vannacci sulla X Mas: sarebbe come se Sergio Mattarella stabilisse che il Comsubin, il raggruppamento degli incursori di Marina, anziché a Teseo Tesei, debba essere intitolato a Junio Valerio Borghese, che guidò il corpo franco confluito nella Repubblica di Salò.
Tutto avviene, per di più, mentre l’Ucraina, candidata a entrare nell’Ue, si appresta a ricevere il prestito da 90 miliardi di euro, sbloccato grazie alla rimozione del veto ungherese da parte del nuovo premier, Péter Magyar. Il quale, a sua volta, otterrà 16 miliardi di fondi Ue congelati a Viktor Orbán, benché abbia incassato i complimenti del Cremlino, felice che Budapest continuerà a non inviare aiuti militari a Kiev. A questo punto, Magyar potrebbe persino venderselo come un gesto antifascista.
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Paolo Gentiloni (Ansa)
Quando Sergio Mattarella lascerà il Quirinale per scadenza del mandato, il discendente dei conti di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino avrà 75 anni, uno in più di Pier Ferdinando Casini, ma a differenza dell’ex segretario dell’Udc transitato nelle liste del Pd, Er Moviola, come lo chiamano i compagni, ha un discreto numero di sponsor, che cominciano con Romano Prodi e finiscono con un po’ di cancellerie che contano. E poi, Camomilla (è questo l’altro suo soprannome) piace anche all’attuale inquilino del Quirinale, perché i due provengono dalla stessa parrocchia, quella dei democristiani di sinistra.
Dunque, essendo questa l’ambizione, Gentiloni è impegnato a segnalarsi come riserva della Repubblica, pronta all’uso in caso di bisogno. E per farlo non perde occasione di mettersi in mostra, anche a scapito degli interessi nazionali. L’ultima prodezza è di ieri, sulla Stampa. Con un’intervista al quotidiano torinese, l’ex commissario Ue si è schierato apertamente contro qualsiasi concessione di flessibilità sui conti pubblici, criticando la scelta di Giorgia Meloni. Non contento, ha pure aperto le porte all’Ucraina nell’Unione europea. Una scelta che, come abbiamo spiegato ieri, per il nostro Paese oltre a essere una beffa sarebbe una catastrofe, in quanto Kiev si accaparrerebbe gran parte dei fondi agricoli messi a disposizione da Bruxelles, sottraendoli ai nostri coltivatori.
Gentiloni non dice come uscire dalla crisi energetica che rischia di travolgere l’Europa e di conseguenza l’Italia, la quale, a differenza della Francia, non ha fonti alternative al gas. Non spiega come finanziare gli investimenti pubblici nell’Intelligenza artificiale, come sollecitato ieri dal governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. No, l’erede dei conti di Filottrano eccetera, che deve le sue fortune alle bizze di Matteo Renzi (il quale lo nominò ministro degli Esteri per fare un dispetto a Lapo Pistelli, di cui il Rottamatore stesso era stato portaborse, quindi lo indicò a Mattarella come suo sostituto nella vana speranza che gli scaldasse la poltrona in vista delle elezioni), respinge in blocco qualsiasi richiesta disturbi l’amata Ursula von der Leyen. E definisce ridicola la pretesa di flessibilità sulle regole di bilancio. Secondo lui, l’Italia (e anche l’Europa) dovrebbe procedere dritta verso il baratro e lamenta che i fondi messi a disposizione da Bruxelles con il Pnrr siano stati investiti, più che nel cambiamento, nei condomini. «Poche riforme e troppi soldi concentrati in un settore come le costruzioni, che non eccelle per incrementi di produttività». L’ex commissario ed ex premier del Pd dimentica tuttavia di dire che il Piano di rilancio e resilienza finanziato dalla commissione Ue di cui anche lui faceva parte fu abbozzato dal governo Conte, sorretto dai voti del Partito democratico, e dal governo Draghi, di cui pure il suo schieramento faceva parte. E quando questo giornale pubblicò l’elenco dei progetti, tra i quali figuravano campi di padel, parcheggi nei cimiteri e altre opere di dubbia utilità, non ricordo sue prese di posizione per denunciare sperperi o criticare gli interventi. Eppure, Gentiloni aveva la delega per gli Affari economici. Né ho memoria di sue vibrate proteste contro il Superbonus, altra ideona del governo giallorosso. Adesso però lo smemorato di Filottrano, Cingoli, Macerata e Tolentino dice che la scelta di «drammatizzare» le nostre esigenze di bilancio non la capisce.
Noi purtroppo capiamo benissimo: anche di fronte a una delle crisi energetiche più gravi della storia, l’ex esponente del Pdup, Partito di unità proletaria, formazione di estrema sinistra in cui militò prima di fare comunella con Francesco Rutelli nella Margherita, preferisce difendere i suoi interessi invece di quelli nazionali.
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Donald Trump (Ansa)
«L’Iran deve accettare di non dotarsi mai di armi nucleari o bombe atomiche. Lo Stretto di Hormuz deve essere immediatamente aperto, senza pedaggi, per il libero traffico marittimo in entrambe le direzioni», ha specificato il presidente statunitense, per poi aggiungere: «Tutte le mine acquatiche (bombe), se presenti, saranno neutralizzate (abbiamo già rimosso, tramite detonazione, numerose mine di questo tipo con i nostri potenti dragamine sottomarini). L’Iran completerà immediatamente la rimozione e/o la detonazione di tutte le mine rimanenti». «Le navi bloccate nello Stretto a causa del nostro blocco navale incredibile e senza precedenti, che ora verrà revocato, possono iniziare il processo di ritorno a casa!», ha proseguito. L’inquilino della Casa Bianca ha anche dichiarato che la «polvere nucleare» iraniana sarà «dissotterrata» e distrutta da Washington in coordinamento con l’Aiea e con la stessa Repubblica islamica.
L’altro ieri, Axios aveva riferito che Stati Uniti e Iran avevano raggiunto un accordo, ma che mancava ancora l’ok definitivo sia di Trump che della Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. Al di là dei dettagli già resi noti dalla testata, ieri il New York Times ha rivelato che, in caso, l’intesa prevedrebbe anche un fondo d’investimento postbellico da 300 miliardi di dollari, finalizzato alla ricostruzione economica di Teheran. Tutto questo, mentre, nella serata di mercoledì, era stato espresso cauto ottimismo da vari rappresentanti dell’amministrazione statunitense. «Non ci siamo ancora, ma ci siamo molto vicini. Continueremo a lavorarci su», aveva affermato JD Vance, riferendosi alla possibilità di un accordo tra Washington e Teheran. Al contempo, il vice capo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, aveva detto che Trump risultava «direttamente e personalmente coinvolto nei negoziati». Nel frattempo, ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha ricevuto a Washington il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar. Non è del resto un mistero che il governo di Islamabad stia svolgendo un ruolo centrale per mediare un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran.
Piuttosto fredda è invece apparsa la reazione di Teheran all’annuncio effettuato ieri dal presidente americano. Secondo l’agenzia di stampa iraniana Fars, la Repubblica islamica avrebbe, sì, confermato che l’accordo con gli Stati Uniti sarebbe nelle fasi finali di ratifica, ma ha anche aggiunto che non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva. La stessa testata ha inoltre riferito che, contrariamente a quanto asserito da Trump, nell’intesa non sarebbe prevista né la riapertura di Hormuz senza pedaggi né la distruzione del materiale atomico iraniano. Vale comunque la pena di ricordare che l’agenzia Fars è considerata assai vicina alle Guardie della rivoluzione: vale a dire a quel potere che, all’interno del regime khomeinista, è maggiormente favorevole a tenere la linea dura nei confronti degli Stati Uniti.
Un alto funzionario iraniano ha inoltre riferito a Reuters che le due parti avrebbero raggiunto una «intesa politica» ma che l’accordo vero e proprio non sarebbe ancora stato concluso. «Per quanto riguarda l’intesa, come ho detto parlando con voi, lo scambio di messaggi continua, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo», ha infine fatto sapere il ministero degli Esteri della Repubblica islamica.
Come che sia, nonostante i progressi diplomatici, Washington e Teheran non hanno rinunciato a mostrare i muscoli. Il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Ghalibaf, ha detto che la Repubblica islamica «conquisterà i suoi diritti non attraverso il dialogo, ma con i missili». Dall’altra parte, il dipartimento del Tesoro americano ha imposto nuove sanzioni volte a colpire il greggio iraniano e, in particolare, le Guardie della rivoluzione. Al contempo, il dossier di Hormuz resta centrale. Proprio ieri, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha parlato con l’omologo dell’Oman, Badr Albusaidi, per discutere della «futura amministrazione» dello Stretto.
E così, mentre la situazione diplomatica ieri sera restava sospesa, i due contendenti tendono comunque ad avvicinarsi a causa dei rispettivi problemi. Trump ha necessità di chiudere il conflitto sia per scongiurare il pantano che per far abbassare il costo dell’energia. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha invece bisogno di arrivare a un accordo per alleviare le significative sofferenze economiche in cui versa il regime khomeinista: in tal senso, nonostante l’opposizione dei pasdaran, spera nella diplomazia per ottenere la revoca delle sanzioni e lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Vedremo quindi come si svilupperà la questione nelle prossime ore e nei prossimi giorni.
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Vladimir Putin (Ansa)
Sono insorti i leader europei e la Nato dopo che un drone, già bollato come russo, ha invaso lo spazio aereo rumeno colpendo un condominio. Non hanno però battuto ciglio quando a sconfinare sono stati i velivoli senza pilota ucraini.
L’incidente è stato annunciato dal ministero della Difesa rumeno: mentre nella notte la Russia stava attaccando l’Ucraina «in prossimità del confine fluviale» con la Romania, «uno di questi droni è entrato nello spazio aereo rumeno, è stato seguito dal radar fino alla parte meridionale della città di Galati e si è schiantato sul tetto di un condominio, provocando un incendio». A essere feriti leggermente sono stati una donna e un bambino. Poco dopo, il generale di brigata rumeno Gheorghe Maxim ha rivelato che il velivolo senza pilota ha percorso 10 km a bassa quota, scomparendo dai radar dopo quattro minuti. Per il generale si è trattato di un intervallo di tempo troppo breve per qualsiasi risposta tempestiva. Secondo il presidente della Romania, Nicusor Dan, si tratta «del più grave incidente di sicurezza» nel Paese «dall’inizio della guerra». Ritenendo Mosca «responsabile», l’ha tacciata di dimostrare «un totale disprezzo per il diritto internazionale e per la sicurezza dei cittadini di uno Stato membro della Nato». Ha poi comunicato che l’Alleanza atlantica è pronta a trasferire una parte delle sue attrezzature della difesa alla Romania in via provvisoria. Peraltro, è stato reso noto che il ministero degli Interni rumeno ha ordinato due velivoli da trasporto tattico C-27J Spartan di Leonardo. Nel frattempo, Bucarest ha dichiarato il console generale della Russia a Costanza «persona non grata», chiudendo il consolato generale russo. Solo nel pomeriggio il ministero della Difesa rumeno ha riferito che il drone è «probabilmente un Geran 2 di provenienza russa». Dan ha in seguito dichiarato che il drone era stato colpito dalla difesa aerea ucraina, facendogli cambiare traiettoria. Dan ha tuttavia sottolineato che la responsabilità dell’incidente ricade sulla Russia. Nonostante le dure dichiarazioni, Bucarest non ha considerato l’incidente come un attacco. Maxim ha infatti affermato: «Non stiamo subendo un attacco contro la Romania. Stiamo subendo le conseguenze di un conflitto che si sta svolgendo nelle vicinanze del nostro confine». E pure lo stesso presidente rumeno ha detto che il drone faceva parte di «uno sciame» di 43 velivoli senza pilota diretti contro l’Ucraina. Fattori che non sono considerati dall’Alleanza atlantica e dall’Europa. Il susseguirsi di reazioni a cascata è stato immediato. Non si può dire che sia successo lo stesso quando i droni ucraini si sono spinti nello spazio aereo dei Paesi baltici. Solo a marzo in Estonia i velivoli senza pilota ucraini hanno colpito la ciminiera di una centrale elettrica, mentre un altro drone si è schiantato in Lettonia. A maggio si sono verificati episodi simili. E solo pochi giorni fa un drone ucraino è precipitato in un campo della Lituania.
Poco importa ai vertici del Vecchio continente. Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha assicurato che l’Alleanza «è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato», ribadendo che «il comportamento sconsiderato della Russia è un pericolo per tutti noi».
Per il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, Mosca «ha superato un altro limite». Per il Regno Unito si tratta di un atto «pericoloso e sconsiderato». Il premier Giorgia Meloni ha definito l’episodio come «un atto gravissimo che dimostra come questa guerra di aggressione non risparmi nessuno, ignorando ogni limite e mettendo a rischio la sicurezza europea». «L’incursione dimostra ancora una volta la volontà della Russia di inasprire la situazione» ha detto il cancelliere tedesco, Friedrich Merz. La reazione forse più realista è stata espressa dal primo ministro slovacco, Robert Fico: «In assenza di un dialogo tra l’Ue e la Russia, qualsiasi drone vagante potrebbe portare a un’escalation che potremmo non essere in grado di gestire».
In tutto ciò Mosca si è detta disponibile a condurre un’indagine obiettiva sul drone caduto. A dirlo è stato lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, che ha anche ricordato che quando i droni ucraini hanno invaso gli spazi aerei, è stato sempre detto: «I russi stanno attaccando». Ha quindi assicurato che «la Russia non minaccia i Paesi europei». Riguardo all’origine del drone, lo zar ha messo sul tavolo l’ipotesi che si tratti di un velivolo senza pilota ucraino deviato dalle difese elettroniche. A intervenire con frasi provocatorie è stato invece il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, Dmitry Medvedev: «Cittadini dei Paesi dell’Ue, sappiate che le vostre autorità sono entrate unilateralmente in guerra con la Russia. Il sonno tranquillo è finito».
Sul fronte del negoziatore europeo, Putin ha sostenuto che «gli europei non hanno ancora proposto nessuno». Nel dietro le quinte, sembra che il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko stia spingendo l’omologo francese, Emmanuel Macron, ad assumere tali vesti. Lukashenko ha infatti rivelato di aver detto a Macron: «Sei al potere da tanti anni! E chi altro c’è? Merz è un politico molto giovane. Anche Starmer. In Italia c’è una donna primo ministro. Vuoi addossare questo peso a una donna? Sei la forza trainante in Europa oggi».
A Putin non importa di Kiev nell’Ue. L’unico veto è l’ingresso nella Nato
L’adesione dell’Ucraina all’Unione europea pare uno di quei dossier che mettono d’accordo (quasi) tutti. Oltre a esserne propensi Kiev e Bruxelles, anche Mosca acconsente. Non è una novità, i russi lo ripetono dall’inizio della guerra. La presentazione ufficiale della domanda risale al 28 febbraio 2022, poco dopo l’inizio dell’invasione russa, ma solo nelle prossime settimane, in vista del vertice dei leader Ue del 18-19 giugno, la Commissione europea aprirà i primi capitoli negoziali con Kiev.
S’è fatto sentire il cambio di governo a Budapest, dove l’avvento del nuovo premier ungherese Péter Magyar, che incontrerà il 2 giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz: scoglio del veto del predecessore Viktor Orbàn è sparito. Proprio i russi, gli acerrimi nemici dell’Ucraina, non si sono mai opposti all’adesione di Kiev. E ciò nonostante il fatto che, fra le origini della crisi ucraina, ci sia stata nel 2014 la rivolta di piazza Maidan che rovesciò il governo del filorusso Viktor Janukovic proprio avendo come scintilla un mancato accordo d’associazione fra Kiev e l’Ue. L’evento fece slittare l’Ucraina dalla storica sfera d’influenza russa a quella occidentale. Ma col tempo parve sempre più chiaro ai russi che il vero rischio non era economico, bensì strategico-militare, ovvero l’ingresso nell’Alleanza Atlantica.
Non a caso già durante i negoziati russo-ucraini di Istanbul, nel marzo-aprile 2022, poi andati a monte, Mosca si espresse per l’ok a Kiev nella UE, purché restasse neutrale e non aderisse mai alla Nato. Pochi mesi dopo, intervenendo il 17 giugno 2022 al Forum di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin disse: «L’Ue non è un blocco politico-militare, a differenza della Nato, e non abbiamo nulla in contrario all’adesione». Ricordò tuttavia: «La struttura economica dell’Ucraina richiederà ingenti sussidi, rischia di diventare colonia dell’Ue».
Punto importante ancora oggi, poiché la constatazione che il devastato Paese necessiterà di enormi spese, contribuisce a fare dell’assenso al suo ingresso nell’Ue una carta positiva in mano ai russi che permette loro di mostrarsi in parte «magnanimi», offrendo un importante nulla osta, e nel contempo di scansare la ricostruzione, che, secondo le stime potrebbe richiedere 500 miliardi di dollari. Negli anni non si sono contate le asserzioni di Mosca in tal senso. Il 18 febbraio 2025 il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov ha detto che «l’adesione all’Ue è un diritto sovrano di Kiev». Poi, il 2 settembre successivo, ancora Putin, incontrando a Pechino il premier slovacco Robert Fico, a margine delle celebrazioni per la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha ribadito che «non siamo mai stati contrari all’Ucraina nell’Ue».
Il 16 dicembre scorso, indiscrezioni di funzionari statunitensi impegnati nei colloqui intermediati Mosca-Kiev hanno confermato «l’apertura della Russia a un’Ucraina nell’Unione come parte di un accordo di pace». Nel gennaio 2026, l’undicesimo dei 28 punti del piano del presidente Usa Donald Trump recitava: «L’Ucraina è idonea all’adesione all’Ue e otterrà un accesso preferenziale a breve termine al mercato europeo mentre questa questione viene valutata». La Russia, insomma, se fino al 2014 riteneva ancora possibile mantenere l’Ucraina sotto la sua sfera egemonica, ha da allora, e a maggior ragione con la lunga attuale guerra, rimodulato le sue priorità, riconoscendo che, se il Paese non è più recuperabile come mercato preferenziale, lo si può almeno tenere fuori dalla Nato, che è ciò che più conta.
Si prendano pure macerie e un’economia da ricostruire, a prezzo di miliardi che non Mosca, ma Bruxelles pagherà, riprendendoseli in parte strappando a Kiev concessioni economiche e indebitamenti semi-coloniali, devono pensare al Cremlino, purché non ci siano basi, né truppe occidentali sul territorio. Quanto all’Ue, che dell’Ucraina ha fatto ormai una questione di prestigio politico fondativo, ben contenta di guadagnare un simile territorio con numerosa popolazione, dovrà calcolarne freddamente l’effettiva convenienza.
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