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2022-03-20
Il capolavoro di Speranza. Il green pass resta, i medici no
Roberto Speranza (Ansa)
Il ministro-flagello, Roberto Speranza, si è attrezzato bene per conservare, nella guisa dell’ordinaria amministrazione, quei poteri speciali di cui ha goduto durante la pandemia. L’unico, essenziale dettaglio a cui lui e il governo non hanno pensato - lo spiega Patrizia Floder Reitter nella pagina accanto - è come evitare che gli ospedali, già martoriati da anni di tagli alla sanità, non vengano nuovamente depauperati.
Dopo il 31 marzo e salvo proroghe specifiche, i nosocomi dovranno infatti rimandare a casa il personale assunto in virtù dello stato d’emergenza.
Ma se nelle corsie si sta già diffondendo il panico, gli aspiranti boiardi si fregano le mani. Perché Speranza si è premurato di far inserire, nel decreto licenziato dal cdm giovedì, un comma che gli consentirà di costituire una specie di guardia pretoriana burocratica. Con essa, il suo dicastero dovrà gestire i compiti ora temporaneamente affidati a un’Unità del ministero della Difesa, istituita sempre dall’ultimo dl e il cui direttore verrà, a breve, nominato con apposito dpcm, su proposta di Lorenzo Guerini e di concerto con lo stesso ex assessore potentino. Tuttavia - i soliti bizantinismi all’italiana - dal primo gennaio 2023, questa struttura sarà soppressa. E le sue funzioni passeranno, appunto, a Lungotevere Ripa.
Reggetevi forte, perché ora arriva il giuridichese. Dalla bozza della norma, si apprende che, «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie in favore dei sistemi sanitari regionali, assicurando gli approvvigionamenti di farmaci e vaccini per la cura delle patologie epidemico-pandemiche emergenti e di dispositivi di protezione individuale, anche in relazione agli obiettivi e agli interventi connessi, nell’immediato, all’attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini […], il ministero della Salute è autorizzato ad assumere, a decorrere dal primo ottobre 2022, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in aggiunta alle vigenti facoltà assunzionali, un contingente di personale». Che sarà così composto: «Quattro dirigenti di seconda fascia, sei dirigenti sanitari» e un ancora imprecisato numero di «unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica». Ovviamente, per retribuire la squadra sarà necessario stanziare una congrua dotazione finanziaria, non indicata dal comma 9 dell’articolo 2. Consultando le tabelle ministeriali, possiamo azzardare una stima.
A seconda dell’inquadramento, i dirigenti di seconda fascia percepiscono tra i circa 80.000 e i circa 97.000 euro lordi l’anno. I dirigenti sanitari, 66.551,96. Il personale non dirigenziale, con trattamento economico F1 - quello identificato dal decreto - riceve 19.584,14 euro annui, ma il testo non chiarisce quanti ne saranno assunti, - beninteso, tutti tramite regolari concorsi pubblici. Teniamoci nell’intervallo più basso: i dieci professionisti che sicuramente verranno reclutati dovrebbero costare allo Stato intorno a 720.000 euro l’anno. Sono calcoli approssimativi e di sicuro non parliamo di cifre astronomiche. In sé, non è scandaloso organizzare un ufficio che si occupi di contrasto alle epidemie e si preoccupi di reperire medicinali e vaccini, alla bisogna. Semplicemente, colpisce che, mentre nessuno si è preoccupato di consolidare gli organici degli ospedali, cronicamente carenti (con le conseguenze deleterie che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni), nelle stanze del dicastero a Roma si aprano altre porte. E si allestiscano altre scrivanie. Archiviata l’emergenza, pertanto, Speranza si allarga e predispone una «nuova normalità» anche per il suo ministero. Da un lato, è un passo in avanti rispetto all’era in cui si chiudevano nel cassetto i piani pandemici. Dall’altro, comincia a sentirsi odore di ridondante moltiplicazione delle strutture tecniche. Prima eravamo impreparati a difenderci dai virus; non è che adesso diventeremo troppo bravi a trasformare la prevenzione dei rischi nel solito assumificio?
Esaurita l’esperienza di Francesco Paolo Figliuolo e superata la fase di transizione, con l’Unità inquadrata a Palazzo Baracchini, le prerogative di gestione delle crisi sanitarie saranno redistribuite tra i ministeri di Speranza e Guerini. Il primo si doterà del team di cui abbiamo appena parlato, alla faccia di medici e infermieri sedotti e abbandonati. Presso lo stato maggiore della Difesa, invece, dal 2023 si costituirebbe «il nucleo iniziale di formazione di un’Unità di gestione delle emergenze». Arriveranno pure i colonnelli? E la Protezione civile che ci sta a fare? E il gruppo di contrasto alle pandemie di Speranza? Superata l’emergenza straordinaria, introduciamo l’emergenza ordinaria? Temiamo sia questa l’eredità del Covid: abbandoneremo formalmente il regime speciale per cristallizzarne, nel quotidiano, requisiti e poteri. Dalla terra dei cachi alla terra delle task force. Assunte rigorosamente a tempo indeterminato.
Dura più il green pass dei medici assunti durante la pandemia
Sanitari usa e getta. Il 31 marzo rappresenta la fine del lavoro per molti medici e infermieri, l’inizio di nuove precarietà nell’assistenza ospedaliera. «I contratti legati all’emergenza Covid scadranno. Non è una prospettiva allegra, anche perché dobbiamo recuperare tutte le attività rimaste indietro in questi mesi», affermava ieri Massimo Puoti, direttore delle malattie infettive al Niguarda di Milano.
Nell’intervista a Repubblica preannunciava una nuova emergenza: «Aumenterà il carico di lavoro. Il laboratorio di microbiologia, finora attivo 24 ore su 24, dovrà ridurre gli orari. Già prima della pandemia eravamo in difficoltà». Non è un allarme isolato. Tra un paio di settimane, i contratti di lavoro autonomo con personale medico e infermieristico stipulati per far fronte alla pandemia non dovrebbero essere più rinnovati come accadde nei mesi passati, quando veniva continuamente procrastinato il termine del fine crisi. Unica eccezione, le proroghe al 30 giugno per le Usca e i medici specializzandi.
Le «misure straordinarie per l’assunzione degli specializzandi e per il conferimento di incarichi di lavoro autonomo a personale sanitario», decise a fine gennaio 2020, consentirono quell’anno alle aziende sanitarie di reclutare con rapporti libero professionali 4.068 specializzandi, 2.250 medici specialisti, 5.616 medici abilitati ma non specializzati e 2.296 infermieri, come si legge dal rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica 2021.
A questi si aggiunsero oltre 3.867 addetti delle professioni sanitarie e di altre tipologie: 18.097 addetti sugli 83.180 complessivamente mobilitati (il 22,7%); inoltre 971 medici e 363 infermieri in pensione, soprattutto nelle regioni del Nord (696 medici e 348 infermieri), precisa il servizio studi della Camera dei deputati. Quanti ne siano stati poi assunti, fino ad oggi, non è dato sapere con esattezza.
Di certo, la possibilità per le Regioni di conferire incarichi di lavoro autonomo per garantire i livelli essenziali di assistenza fu prorogata prima al 15 ottobre 2020, poi al 31 dicembre dello stesso anno, quindi al 30 aprile 2021, al 31 dicembre scorso e infine al prossimo 31 marzo, sempre in coincidenza con il rinnovo dello stato di emergenza epidemiologica. Adesso che ne sarà di quei medici e infermieri così preziosi, nel dar man forte ai colleghi stressati nei reparti Covid e nelle terapie intensive?
«Tutti questi professionisti, se la Regione non deciderà di prorogare i contratti, dal 31 marzo non saranno più in servizio lasciando sguarniti alcuni servizi sociosanitari del nostro territorio», ha dichiarato preoccupato Andrea Biancani, consigliere regionale pd delle Marche. «Senza personale in più» riferisce Biancani al Resto del Carlino, «si dovrà scegliere quali servizi chiudere o depotenziare, danneggiando i cittadini».
Una pessima notizia, in totale contraddizione con quanto vuole far credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, ovvero che serva gradualità nel rallentare le restrizioni.
Di fatto, ci tocca subire ancora il super green pass perché «il virus è ancora pericoloso», però viene licenziato il personale sanitario reclutato per far fronte alle esigenze derivanti dalla diffusione del Covid-19.
Così, tra medici e infermieri tuttora sottoposti all’obbligo vaccinale e dunque lasciati a casa se «renitenti» a meno che non si ammalino; tra assunti a tempo determinato e ora a spasso dopo aver tappato i buchi, il personale del Sistema sanitario nazionale risulterà ancora più in affanno a gestire l’ordinario e l’immenso lavoro pregresso, trascurato in più di due anni di pandemia.
Curioso che, mentre il ministero taglia risorse umane negli ospedali, allarghi il proprio organico assumendo personale «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Sul territorio, invece, si devono arrangiare nell’assistenza ai pazienti. «I contratti in scadenza vanno prorogati dalla Regione e bisogna intervenire subito perché l’emergenza è tutt’altro che finita», si legge nella mozione presentata al governatore della Sardegna, Christian Solinas, dai consiglieri Daniele Cocco ed Eugenio Lai di Leu, guarda caso lo stesso gruppo di Roberto Speranza. Sottolineano che «la carenza di medici e infermieri continua a essere il vero problema irrisolto in tutti gli ospedali», quindi fare a meno di quelle assunzioni straordinarie è pura follia. Ministro, se c’è batta un colpo.
«Nell’emergenza Covid, sono stati attivati in Liguria oltre 500 contratti Co.co.co», ovvero di collaborazione coordinata e continuativa, scriveva qualche giorno fa Repubblica e solo all’ospedale Villa Scassi di Genova verranno a mancare 250 tra medici, ostetriche, assistenti sanitari e sociali, fisioterapisti. Il sindacato Fials propone la proroga del contratto di altri tre mesi «nel frattempo si potrebbe procedere con le assunzioni senza rischiare l’interruzione del servizio».
Però c’è il problema costi che le Regioni devono sostenere, come ha sottolineato in commissione l’assessore regionale alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini. «È ancora in corso l’interlocuzione nazionale per il riconoscimento dei costi Covid degli oneri, imputabili al rinnovo del contratto di lavoro in ambito sanitario, non ancora coperti per 36 milioni di euro». Aggiungeva che i «costi correlati al Covid e la gestione della campagna vaccinale per il 2022 sono stimati in 613,2 milioni di euro e le relative coperture per l’Emilia Romagna previste a livello nazionale dalla legge di stabilità 2022 ammontano al momento a soli 134,288 milioni».
Problema condiviso da tutti i governatori ma, in attesa che da Roma si faccia chiarezza sul nodo sanitari precari, mentre la Regione Lazio fa sapere che «l’accordo con i sindacati c’è, sulla stabilizzazione del personale sanitario con contratti stipulati per il periodo di emergenza. Attendiamo il decreto», il Veneto di Luca Zaia ha già deciso: «Tutti confermati i medici e infermieri reclutati durante la pandemia».
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L’ultimo decreto prevede l’assunzione a tempo indeterminato di dirigenti e tecnici: si occuperanno di lotta alle epidemie e approvvigionamento di farmaci e vaccini. Ma le task force lievitano: un’altra sarà alla Difesa.Il 31 marzo scadono i contratti dei sanitari reclutati per il Covid. Poche deroghe, ospedali in allarme. Solo il Veneto non licenzia.Lo speciale contiene due articoliIl ministro-flagello, Roberto Speranza, si è attrezzato bene per conservare, nella guisa dell’ordinaria amministrazione, quei poteri speciali di cui ha goduto durante la pandemia. L’unico, essenziale dettaglio a cui lui e il governo non hanno pensato - lo spiega Patrizia Floder Reitter nella pagina accanto - è come evitare che gli ospedali, già martoriati da anni di tagli alla sanità, non vengano nuovamente depauperati. Dopo il 31 marzo e salvo proroghe specifiche, i nosocomi dovranno infatti rimandare a casa il personale assunto in virtù dello stato d’emergenza. Ma se nelle corsie si sta già diffondendo il panico, gli aspiranti boiardi si fregano le mani. Perché Speranza si è premurato di far inserire, nel decreto licenziato dal cdm giovedì, un comma che gli consentirà di costituire una specie di guardia pretoriana burocratica. Con essa, il suo dicastero dovrà gestire i compiti ora temporaneamente affidati a un’Unità del ministero della Difesa, istituita sempre dall’ultimo dl e il cui direttore verrà, a breve, nominato con apposito dpcm, su proposta di Lorenzo Guerini e di concerto con lo stesso ex assessore potentino. Tuttavia - i soliti bizantinismi all’italiana - dal primo gennaio 2023, questa struttura sarà soppressa. E le sue funzioni passeranno, appunto, a Lungotevere Ripa. Reggetevi forte, perché ora arriva il giuridichese. Dalla bozza della norma, si apprende che, «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie in favore dei sistemi sanitari regionali, assicurando gli approvvigionamenti di farmaci e vaccini per la cura delle patologie epidemico-pandemiche emergenti e di dispositivi di protezione individuale, anche in relazione agli obiettivi e agli interventi connessi, nell’immediato, all’attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini […], il ministero della Salute è autorizzato ad assumere, a decorrere dal primo ottobre 2022, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in aggiunta alle vigenti facoltà assunzionali, un contingente di personale». Che sarà così composto: «Quattro dirigenti di seconda fascia, sei dirigenti sanitari» e un ancora imprecisato numero di «unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica». Ovviamente, per retribuire la squadra sarà necessario stanziare una congrua dotazione finanziaria, non indicata dal comma 9 dell’articolo 2. Consultando le tabelle ministeriali, possiamo azzardare una stima. A seconda dell’inquadramento, i dirigenti di seconda fascia percepiscono tra i circa 80.000 e i circa 97.000 euro lordi l’anno. I dirigenti sanitari, 66.551,96. Il personale non dirigenziale, con trattamento economico F1 - quello identificato dal decreto - riceve 19.584,14 euro annui, ma il testo non chiarisce quanti ne saranno assunti, - beninteso, tutti tramite regolari concorsi pubblici. Teniamoci nell’intervallo più basso: i dieci professionisti che sicuramente verranno reclutati dovrebbero costare allo Stato intorno a 720.000 euro l’anno. Sono calcoli approssimativi e di sicuro non parliamo di cifre astronomiche. In sé, non è scandaloso organizzare un ufficio che si occupi di contrasto alle epidemie e si preoccupi di reperire medicinali e vaccini, alla bisogna. Semplicemente, colpisce che, mentre nessuno si è preoccupato di consolidare gli organici degli ospedali, cronicamente carenti (con le conseguenze deleterie che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni), nelle stanze del dicastero a Roma si aprano altre porte. E si allestiscano altre scrivanie. Archiviata l’emergenza, pertanto, Speranza si allarga e predispone una «nuova normalità» anche per il suo ministero. Da un lato, è un passo in avanti rispetto all’era in cui si chiudevano nel cassetto i piani pandemici. Dall’altro, comincia a sentirsi odore di ridondante moltiplicazione delle strutture tecniche. Prima eravamo impreparati a difenderci dai virus; non è che adesso diventeremo troppo bravi a trasformare la prevenzione dei rischi nel solito assumificio? Esaurita l’esperienza di Francesco Paolo Figliuolo e superata la fase di transizione, con l’Unità inquadrata a Palazzo Baracchini, le prerogative di gestione delle crisi sanitarie saranno redistribuite tra i ministeri di Speranza e Guerini. Il primo si doterà del team di cui abbiamo appena parlato, alla faccia di medici e infermieri sedotti e abbandonati. Presso lo stato maggiore della Difesa, invece, dal 2023 si costituirebbe «il nucleo iniziale di formazione di un’Unità di gestione delle emergenze». Arriveranno pure i colonnelli? E la Protezione civile che ci sta a fare? E il gruppo di contrasto alle pandemie di Speranza? Superata l’emergenza straordinaria, introduciamo l’emergenza ordinaria? Temiamo sia questa l’eredità del Covid: abbandoneremo formalmente il regime speciale per cristallizzarne, nel quotidiano, requisiti e poteri. Dalla terra dei cachi alla terra delle task force. 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Nell’intervista a Repubblica preannunciava una nuova emergenza: «Aumenterà il carico di lavoro. Il laboratorio di microbiologia, finora attivo 24 ore su 24, dovrà ridurre gli orari. Già prima della pandemia eravamo in difficoltà». Non è un allarme isolato. Tra un paio di settimane, i contratti di lavoro autonomo con personale medico e infermieristico stipulati per far fronte alla pandemia non dovrebbero essere più rinnovati come accadde nei mesi passati, quando veniva continuamente procrastinato il termine del fine crisi. Unica eccezione, le proroghe al 30 giugno per le Usca e i medici specializzandi. Le «misure straordinarie per l’assunzione degli specializzandi e per il conferimento di incarichi di lavoro autonomo a personale sanitario», decise a fine gennaio 2020, consentirono quell’anno alle aziende sanitarie di reclutare con rapporti libero professionali 4.068 specializzandi, 2.250 medici specialisti, 5.616 medici abilitati ma non specializzati e 2.296 infermieri, come si legge dal rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica 2021. A questi si aggiunsero oltre 3.867 addetti delle professioni sanitarie e di altre tipologie: 18.097 addetti sugli 83.180 complessivamente mobilitati (il 22,7%); inoltre 971 medici e 363 infermieri in pensione, soprattutto nelle regioni del Nord (696 medici e 348 infermieri), precisa il servizio studi della Camera dei deputati. Quanti ne siano stati poi assunti, fino ad oggi, non è dato sapere con esattezza. Di certo, la possibilità per le Regioni di conferire incarichi di lavoro autonomo per garantire i livelli essenziali di assistenza fu prorogata prima al 15 ottobre 2020, poi al 31 dicembre dello stesso anno, quindi al 30 aprile 2021, al 31 dicembre scorso e infine al prossimo 31 marzo, sempre in coincidenza con il rinnovo dello stato di emergenza epidemiologica. Adesso che ne sarà di quei medici e infermieri così preziosi, nel dar man forte ai colleghi stressati nei reparti Covid e nelle terapie intensive? «Tutti questi professionisti, se la Regione non deciderà di prorogare i contratti, dal 31 marzo non saranno più in servizio lasciando sguarniti alcuni servizi sociosanitari del nostro territorio», ha dichiarato preoccupato Andrea Biancani, consigliere regionale pd delle Marche. «Senza personale in più» riferisce Biancani al Resto del Carlino, «si dovrà scegliere quali servizi chiudere o depotenziare, danneggiando i cittadini». Una pessima notizia, in totale contraddizione con quanto vuole far credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, ovvero che serva gradualità nel rallentare le restrizioni. Di fatto, ci tocca subire ancora il super green pass perché «il virus è ancora pericoloso», però viene licenziato il personale sanitario reclutato per far fronte alle esigenze derivanti dalla diffusione del Covid-19. Così, tra medici e infermieri tuttora sottoposti all’obbligo vaccinale e dunque lasciati a casa se «renitenti» a meno che non si ammalino; tra assunti a tempo determinato e ora a spasso dopo aver tappato i buchi, il personale del Sistema sanitario nazionale risulterà ancora più in affanno a gestire l’ordinario e l’immenso lavoro pregresso, trascurato in più di due anni di pandemia. Curioso che, mentre il ministero taglia risorse umane negli ospedali, allarghi il proprio organico assumendo personale «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Sul territorio, invece, si devono arrangiare nell’assistenza ai pazienti. «I contratti in scadenza vanno prorogati dalla Regione e bisogna intervenire subito perché l’emergenza è tutt’altro che finita», si legge nella mozione presentata al governatore della Sardegna, Christian Solinas, dai consiglieri Daniele Cocco ed Eugenio Lai di Leu, guarda caso lo stesso gruppo di Roberto Speranza. Sottolineano che «la carenza di medici e infermieri continua a essere il vero problema irrisolto in tutti gli ospedali», quindi fare a meno di quelle assunzioni straordinarie è pura follia. Ministro, se c’è batta un colpo. «Nell’emergenza Covid, sono stati attivati in Liguria oltre 500 contratti Co.co.co», ovvero di collaborazione coordinata e continuativa, scriveva qualche giorno fa Repubblica e solo all’ospedale Villa Scassi di Genova verranno a mancare 250 tra medici, ostetriche, assistenti sanitari e sociali, fisioterapisti. Il sindacato Fials propone la proroga del contratto di altri tre mesi «nel frattempo si potrebbe procedere con le assunzioni senza rischiare l’interruzione del servizio». Però c’è il problema costi che le Regioni devono sostenere, come ha sottolineato in commissione l’assessore regionale alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini. «È ancora in corso l’interlocuzione nazionale per il riconoscimento dei costi Covid degli oneri, imputabili al rinnovo del contratto di lavoro in ambito sanitario, non ancora coperti per 36 milioni di euro». Aggiungeva che i «costi correlati al Covid e la gestione della campagna vaccinale per il 2022 sono stimati in 613,2 milioni di euro e le relative coperture per l’Emilia Romagna previste a livello nazionale dalla legge di stabilità 2022 ammontano al momento a soli 134,288 milioni». Problema condiviso da tutti i governatori ma, in attesa che da Roma si faccia chiarezza sul nodo sanitari precari, mentre la Regione Lazio fa sapere che «l’accordo con i sindacati c’è, sulla stabilizzazione del personale sanitario con contratti stipulati per il periodo di emergenza. Attendiamo il decreto», il Veneto di Luca Zaia ha già deciso: «Tutti confermati i medici e infermieri reclutati durante la pandemia».
Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
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Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
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Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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