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2022-03-20
Il capolavoro di Speranza. Il green pass resta, i medici no
Roberto Speranza (Ansa)
Il ministro-flagello, Roberto Speranza, si è attrezzato bene per conservare, nella guisa dell’ordinaria amministrazione, quei poteri speciali di cui ha goduto durante la pandemia. L’unico, essenziale dettaglio a cui lui e il governo non hanno pensato - lo spiega Patrizia Floder Reitter nella pagina accanto - è come evitare che gli ospedali, già martoriati da anni di tagli alla sanità, non vengano nuovamente depauperati.
Dopo il 31 marzo e salvo proroghe specifiche, i nosocomi dovranno infatti rimandare a casa il personale assunto in virtù dello stato d’emergenza.
Ma se nelle corsie si sta già diffondendo il panico, gli aspiranti boiardi si fregano le mani. Perché Speranza si è premurato di far inserire, nel decreto licenziato dal cdm giovedì, un comma che gli consentirà di costituire una specie di guardia pretoriana burocratica. Con essa, il suo dicastero dovrà gestire i compiti ora temporaneamente affidati a un’Unità del ministero della Difesa, istituita sempre dall’ultimo dl e il cui direttore verrà, a breve, nominato con apposito dpcm, su proposta di Lorenzo Guerini e di concerto con lo stesso ex assessore potentino. Tuttavia - i soliti bizantinismi all’italiana - dal primo gennaio 2023, questa struttura sarà soppressa. E le sue funzioni passeranno, appunto, a Lungotevere Ripa.
Reggetevi forte, perché ora arriva il giuridichese. Dalla bozza della norma, si apprende che, «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie in favore dei sistemi sanitari regionali, assicurando gli approvvigionamenti di farmaci e vaccini per la cura delle patologie epidemico-pandemiche emergenti e di dispositivi di protezione individuale, anche in relazione agli obiettivi e agli interventi connessi, nell’immediato, all’attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini […], il ministero della Salute è autorizzato ad assumere, a decorrere dal primo ottobre 2022, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in aggiunta alle vigenti facoltà assunzionali, un contingente di personale». Che sarà così composto: «Quattro dirigenti di seconda fascia, sei dirigenti sanitari» e un ancora imprecisato numero di «unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica». Ovviamente, per retribuire la squadra sarà necessario stanziare una congrua dotazione finanziaria, non indicata dal comma 9 dell’articolo 2. Consultando le tabelle ministeriali, possiamo azzardare una stima.
A seconda dell’inquadramento, i dirigenti di seconda fascia percepiscono tra i circa 80.000 e i circa 97.000 euro lordi l’anno. I dirigenti sanitari, 66.551,96. Il personale non dirigenziale, con trattamento economico F1 - quello identificato dal decreto - riceve 19.584,14 euro annui, ma il testo non chiarisce quanti ne saranno assunti, - beninteso, tutti tramite regolari concorsi pubblici. Teniamoci nell’intervallo più basso: i dieci professionisti che sicuramente verranno reclutati dovrebbero costare allo Stato intorno a 720.000 euro l’anno. Sono calcoli approssimativi e di sicuro non parliamo di cifre astronomiche. In sé, non è scandaloso organizzare un ufficio che si occupi di contrasto alle epidemie e si preoccupi di reperire medicinali e vaccini, alla bisogna. Semplicemente, colpisce che, mentre nessuno si è preoccupato di consolidare gli organici degli ospedali, cronicamente carenti (con le conseguenze deleterie che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni), nelle stanze del dicastero a Roma si aprano altre porte. E si allestiscano altre scrivanie. Archiviata l’emergenza, pertanto, Speranza si allarga e predispone una «nuova normalità» anche per il suo ministero. Da un lato, è un passo in avanti rispetto all’era in cui si chiudevano nel cassetto i piani pandemici. Dall’altro, comincia a sentirsi odore di ridondante moltiplicazione delle strutture tecniche. Prima eravamo impreparati a difenderci dai virus; non è che adesso diventeremo troppo bravi a trasformare la prevenzione dei rischi nel solito assumificio?
Esaurita l’esperienza di Francesco Paolo Figliuolo e superata la fase di transizione, con l’Unità inquadrata a Palazzo Baracchini, le prerogative di gestione delle crisi sanitarie saranno redistribuite tra i ministeri di Speranza e Guerini. Il primo si doterà del team di cui abbiamo appena parlato, alla faccia di medici e infermieri sedotti e abbandonati. Presso lo stato maggiore della Difesa, invece, dal 2023 si costituirebbe «il nucleo iniziale di formazione di un’Unità di gestione delle emergenze». Arriveranno pure i colonnelli? E la Protezione civile che ci sta a fare? E il gruppo di contrasto alle pandemie di Speranza? Superata l’emergenza straordinaria, introduciamo l’emergenza ordinaria? Temiamo sia questa l’eredità del Covid: abbandoneremo formalmente il regime speciale per cristallizzarne, nel quotidiano, requisiti e poteri. Dalla terra dei cachi alla terra delle task force. Assunte rigorosamente a tempo indeterminato.
Dura più il green pass dei medici assunti durante la pandemia
Sanitari usa e getta. Il 31 marzo rappresenta la fine del lavoro per molti medici e infermieri, l’inizio di nuove precarietà nell’assistenza ospedaliera. «I contratti legati all’emergenza Covid scadranno. Non è una prospettiva allegra, anche perché dobbiamo recuperare tutte le attività rimaste indietro in questi mesi», affermava ieri Massimo Puoti, direttore delle malattie infettive al Niguarda di Milano.
Nell’intervista a Repubblica preannunciava una nuova emergenza: «Aumenterà il carico di lavoro. Il laboratorio di microbiologia, finora attivo 24 ore su 24, dovrà ridurre gli orari. Già prima della pandemia eravamo in difficoltà». Non è un allarme isolato. Tra un paio di settimane, i contratti di lavoro autonomo con personale medico e infermieristico stipulati per far fronte alla pandemia non dovrebbero essere più rinnovati come accadde nei mesi passati, quando veniva continuamente procrastinato il termine del fine crisi. Unica eccezione, le proroghe al 30 giugno per le Usca e i medici specializzandi.
Le «misure straordinarie per l’assunzione degli specializzandi e per il conferimento di incarichi di lavoro autonomo a personale sanitario», decise a fine gennaio 2020, consentirono quell’anno alle aziende sanitarie di reclutare con rapporti libero professionali 4.068 specializzandi, 2.250 medici specialisti, 5.616 medici abilitati ma non specializzati e 2.296 infermieri, come si legge dal rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica 2021.
A questi si aggiunsero oltre 3.867 addetti delle professioni sanitarie e di altre tipologie: 18.097 addetti sugli 83.180 complessivamente mobilitati (il 22,7%); inoltre 971 medici e 363 infermieri in pensione, soprattutto nelle regioni del Nord (696 medici e 348 infermieri), precisa il servizio studi della Camera dei deputati. Quanti ne siano stati poi assunti, fino ad oggi, non è dato sapere con esattezza.
Di certo, la possibilità per le Regioni di conferire incarichi di lavoro autonomo per garantire i livelli essenziali di assistenza fu prorogata prima al 15 ottobre 2020, poi al 31 dicembre dello stesso anno, quindi al 30 aprile 2021, al 31 dicembre scorso e infine al prossimo 31 marzo, sempre in coincidenza con il rinnovo dello stato di emergenza epidemiologica. Adesso che ne sarà di quei medici e infermieri così preziosi, nel dar man forte ai colleghi stressati nei reparti Covid e nelle terapie intensive?
«Tutti questi professionisti, se la Regione non deciderà di prorogare i contratti, dal 31 marzo non saranno più in servizio lasciando sguarniti alcuni servizi sociosanitari del nostro territorio», ha dichiarato preoccupato Andrea Biancani, consigliere regionale pd delle Marche. «Senza personale in più» riferisce Biancani al Resto del Carlino, «si dovrà scegliere quali servizi chiudere o depotenziare, danneggiando i cittadini».
Una pessima notizia, in totale contraddizione con quanto vuole far credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, ovvero che serva gradualità nel rallentare le restrizioni.
Di fatto, ci tocca subire ancora il super green pass perché «il virus è ancora pericoloso», però viene licenziato il personale sanitario reclutato per far fronte alle esigenze derivanti dalla diffusione del Covid-19.
Così, tra medici e infermieri tuttora sottoposti all’obbligo vaccinale e dunque lasciati a casa se «renitenti» a meno che non si ammalino; tra assunti a tempo determinato e ora a spasso dopo aver tappato i buchi, il personale del Sistema sanitario nazionale risulterà ancora più in affanno a gestire l’ordinario e l’immenso lavoro pregresso, trascurato in più di due anni di pandemia.
Curioso che, mentre il ministero taglia risorse umane negli ospedali, allarghi il proprio organico assumendo personale «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Sul territorio, invece, si devono arrangiare nell’assistenza ai pazienti. «I contratti in scadenza vanno prorogati dalla Regione e bisogna intervenire subito perché l’emergenza è tutt’altro che finita», si legge nella mozione presentata al governatore della Sardegna, Christian Solinas, dai consiglieri Daniele Cocco ed Eugenio Lai di Leu, guarda caso lo stesso gruppo di Roberto Speranza. Sottolineano che «la carenza di medici e infermieri continua a essere il vero problema irrisolto in tutti gli ospedali», quindi fare a meno di quelle assunzioni straordinarie è pura follia. Ministro, se c’è batta un colpo.
«Nell’emergenza Covid, sono stati attivati in Liguria oltre 500 contratti Co.co.co», ovvero di collaborazione coordinata e continuativa, scriveva qualche giorno fa Repubblica e solo all’ospedale Villa Scassi di Genova verranno a mancare 250 tra medici, ostetriche, assistenti sanitari e sociali, fisioterapisti. Il sindacato Fials propone la proroga del contratto di altri tre mesi «nel frattempo si potrebbe procedere con le assunzioni senza rischiare l’interruzione del servizio».
Però c’è il problema costi che le Regioni devono sostenere, come ha sottolineato in commissione l’assessore regionale alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini. «È ancora in corso l’interlocuzione nazionale per il riconoscimento dei costi Covid degli oneri, imputabili al rinnovo del contratto di lavoro in ambito sanitario, non ancora coperti per 36 milioni di euro». Aggiungeva che i «costi correlati al Covid e la gestione della campagna vaccinale per il 2022 sono stimati in 613,2 milioni di euro e le relative coperture per l’Emilia Romagna previste a livello nazionale dalla legge di stabilità 2022 ammontano al momento a soli 134,288 milioni».
Problema condiviso da tutti i governatori ma, in attesa che da Roma si faccia chiarezza sul nodo sanitari precari, mentre la Regione Lazio fa sapere che «l’accordo con i sindacati c’è, sulla stabilizzazione del personale sanitario con contratti stipulati per il periodo di emergenza. Attendiamo il decreto», il Veneto di Luca Zaia ha già deciso: «Tutti confermati i medici e infermieri reclutati durante la pandemia».
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L’ultimo decreto prevede l’assunzione a tempo indeterminato di dirigenti e tecnici: si occuperanno di lotta alle epidemie e approvvigionamento di farmaci e vaccini. Ma le task force lievitano: un’altra sarà alla Difesa.Il 31 marzo scadono i contratti dei sanitari reclutati per il Covid. Poche deroghe, ospedali in allarme. Solo il Veneto non licenzia.Lo speciale contiene due articoliIl ministro-flagello, Roberto Speranza, si è attrezzato bene per conservare, nella guisa dell’ordinaria amministrazione, quei poteri speciali di cui ha goduto durante la pandemia. L’unico, essenziale dettaglio a cui lui e il governo non hanno pensato - lo spiega Patrizia Floder Reitter nella pagina accanto - è come evitare che gli ospedali, già martoriati da anni di tagli alla sanità, non vengano nuovamente depauperati. Dopo il 31 marzo e salvo proroghe specifiche, i nosocomi dovranno infatti rimandare a casa il personale assunto in virtù dello stato d’emergenza. Ma se nelle corsie si sta già diffondendo il panico, gli aspiranti boiardi si fregano le mani. Perché Speranza si è premurato di far inserire, nel decreto licenziato dal cdm giovedì, un comma che gli consentirà di costituire una specie di guardia pretoriana burocratica. Con essa, il suo dicastero dovrà gestire i compiti ora temporaneamente affidati a un’Unità del ministero della Difesa, istituita sempre dall’ultimo dl e il cui direttore verrà, a breve, nominato con apposito dpcm, su proposta di Lorenzo Guerini e di concerto con lo stesso ex assessore potentino. Tuttavia - i soliti bizantinismi all’italiana - dal primo gennaio 2023, questa struttura sarà soppressa. E le sue funzioni passeranno, appunto, a Lungotevere Ripa. Reggetevi forte, perché ora arriva il giuridichese. Dalla bozza della norma, si apprende che, «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie in favore dei sistemi sanitari regionali, assicurando gli approvvigionamenti di farmaci e vaccini per la cura delle patologie epidemico-pandemiche emergenti e di dispositivi di protezione individuale, anche in relazione agli obiettivi e agli interventi connessi, nell’immediato, all’attuazione del piano strategico nazionale dei vaccini […], il ministero della Salute è autorizzato ad assumere, a decorrere dal primo ottobre 2022, con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, in aggiunta alle vigenti facoltà assunzionali, un contingente di personale». Che sarà così composto: «Quattro dirigenti di seconda fascia, sei dirigenti sanitari» e un ancora imprecisato numero di «unità di personale non dirigenziale con professionalità anche tecnica». Ovviamente, per retribuire la squadra sarà necessario stanziare una congrua dotazione finanziaria, non indicata dal comma 9 dell’articolo 2. Consultando le tabelle ministeriali, possiamo azzardare una stima. A seconda dell’inquadramento, i dirigenti di seconda fascia percepiscono tra i circa 80.000 e i circa 97.000 euro lordi l’anno. I dirigenti sanitari, 66.551,96. Il personale non dirigenziale, con trattamento economico F1 - quello identificato dal decreto - riceve 19.584,14 euro annui, ma il testo non chiarisce quanti ne saranno assunti, - beninteso, tutti tramite regolari concorsi pubblici. Teniamoci nell’intervallo più basso: i dieci professionisti che sicuramente verranno reclutati dovrebbero costare allo Stato intorno a 720.000 euro l’anno. Sono calcoli approssimativi e di sicuro non parliamo di cifre astronomiche. In sé, non è scandaloso organizzare un ufficio che si occupi di contrasto alle epidemie e si preoccupi di reperire medicinali e vaccini, alla bisogna. Semplicemente, colpisce che, mentre nessuno si è preoccupato di consolidare gli organici degli ospedali, cronicamente carenti (con le conseguenze deleterie che abbiamo sperimentato negli ultimi due anni), nelle stanze del dicastero a Roma si aprano altre porte. E si allestiscano altre scrivanie. Archiviata l’emergenza, pertanto, Speranza si allarga e predispone una «nuova normalità» anche per il suo ministero. Da un lato, è un passo in avanti rispetto all’era in cui si chiudevano nel cassetto i piani pandemici. Dall’altro, comincia a sentirsi odore di ridondante moltiplicazione delle strutture tecniche. Prima eravamo impreparati a difenderci dai virus; non è che adesso diventeremo troppo bravi a trasformare la prevenzione dei rischi nel solito assumificio? Esaurita l’esperienza di Francesco Paolo Figliuolo e superata la fase di transizione, con l’Unità inquadrata a Palazzo Baracchini, le prerogative di gestione delle crisi sanitarie saranno redistribuite tra i ministeri di Speranza e Guerini. Il primo si doterà del team di cui abbiamo appena parlato, alla faccia di medici e infermieri sedotti e abbandonati. Presso lo stato maggiore della Difesa, invece, dal 2023 si costituirebbe «il nucleo iniziale di formazione di un’Unità di gestione delle emergenze». Arriveranno pure i colonnelli? E la Protezione civile che ci sta a fare? E il gruppo di contrasto alle pandemie di Speranza? Superata l’emergenza straordinaria, introduciamo l’emergenza ordinaria? Temiamo sia questa l’eredità del Covid: abbandoneremo formalmente il regime speciale per cristallizzarne, nel quotidiano, requisiti e poteri. Dalla terra dei cachi alla terra delle task force. Assunte rigorosamente a tempo indeterminato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/infornata-al-ministero-della-salute-per-gestire-i-poteri-post-emergenza-2656993735.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dura-piu-il-green-pass-dei-medici-assunti-durante-la-pandemia" data-post-id="2656993735" data-published-at="1647733602" data-use-pagination="False"> Dura più il green pass dei medici assunti durante la pandemia Sanitari usa e getta. Il 31 marzo rappresenta la fine del lavoro per molti medici e infermieri, l’inizio di nuove precarietà nell’assistenza ospedaliera. «I contratti legati all’emergenza Covid scadranno. Non è una prospettiva allegra, anche perché dobbiamo recuperare tutte le attività rimaste indietro in questi mesi», affermava ieri Massimo Puoti, direttore delle malattie infettive al Niguarda di Milano. Nell’intervista a Repubblica preannunciava una nuova emergenza: «Aumenterà il carico di lavoro. Il laboratorio di microbiologia, finora attivo 24 ore su 24, dovrà ridurre gli orari. Già prima della pandemia eravamo in difficoltà». Non è un allarme isolato. Tra un paio di settimane, i contratti di lavoro autonomo con personale medico e infermieristico stipulati per far fronte alla pandemia non dovrebbero essere più rinnovati come accadde nei mesi passati, quando veniva continuamente procrastinato il termine del fine crisi. Unica eccezione, le proroghe al 30 giugno per le Usca e i medici specializzandi. Le «misure straordinarie per l’assunzione degli specializzandi e per il conferimento di incarichi di lavoro autonomo a personale sanitario», decise a fine gennaio 2020, consentirono quell’anno alle aziende sanitarie di reclutare con rapporti libero professionali 4.068 specializzandi, 2.250 medici specialisti, 5.616 medici abilitati ma non specializzati e 2.296 infermieri, come si legge dal rapporto della Corte dei conti sulla finanza pubblica 2021. A questi si aggiunsero oltre 3.867 addetti delle professioni sanitarie e di altre tipologie: 18.097 addetti sugli 83.180 complessivamente mobilitati (il 22,7%); inoltre 971 medici e 363 infermieri in pensione, soprattutto nelle regioni del Nord (696 medici e 348 infermieri), precisa il servizio studi della Camera dei deputati. Quanti ne siano stati poi assunti, fino ad oggi, non è dato sapere con esattezza. Di certo, la possibilità per le Regioni di conferire incarichi di lavoro autonomo per garantire i livelli essenziali di assistenza fu prorogata prima al 15 ottobre 2020, poi al 31 dicembre dello stesso anno, quindi al 30 aprile 2021, al 31 dicembre scorso e infine al prossimo 31 marzo, sempre in coincidenza con il rinnovo dello stato di emergenza epidemiologica. Adesso che ne sarà di quei medici e infermieri così preziosi, nel dar man forte ai colleghi stressati nei reparti Covid e nelle terapie intensive? «Tutti questi professionisti, se la Regione non deciderà di prorogare i contratti, dal 31 marzo non saranno più in servizio lasciando sguarniti alcuni servizi sociosanitari del nostro territorio», ha dichiarato preoccupato Andrea Biancani, consigliere regionale pd delle Marche. «Senza personale in più» riferisce Biancani al Resto del Carlino, «si dovrà scegliere quali servizi chiudere o depotenziare, danneggiando i cittadini». Una pessima notizia, in totale contraddizione con quanto vuole far credere il ministro della Salute, Roberto Speranza, ovvero che serva gradualità nel rallentare le restrizioni. Di fatto, ci tocca subire ancora il super green pass perché «il virus è ancora pericoloso», però viene licenziato il personale sanitario reclutato per far fronte alle esigenze derivanti dalla diffusione del Covid-19. Così, tra medici e infermieri tuttora sottoposti all’obbligo vaccinale e dunque lasciati a casa se «renitenti» a meno che non si ammalino; tra assunti a tempo determinato e ora a spasso dopo aver tappato i buchi, il personale del Sistema sanitario nazionale risulterà ancora più in affanno a gestire l’ordinario e l’immenso lavoro pregresso, trascurato in più di due anni di pandemia. Curioso che, mentre il ministero taglia risorse umane negli ospedali, allarghi il proprio organico assumendo personale «al fine di rafforzare l’efficienza operativa delle proprie strutture per garantire le azioni di supporto nel contrasto alle pandemie». Sul territorio, invece, si devono arrangiare nell’assistenza ai pazienti. «I contratti in scadenza vanno prorogati dalla Regione e bisogna intervenire subito perché l’emergenza è tutt’altro che finita», si legge nella mozione presentata al governatore della Sardegna, Christian Solinas, dai consiglieri Daniele Cocco ed Eugenio Lai di Leu, guarda caso lo stesso gruppo di Roberto Speranza. Sottolineano che «la carenza di medici e infermieri continua a essere il vero problema irrisolto in tutti gli ospedali», quindi fare a meno di quelle assunzioni straordinarie è pura follia. Ministro, se c’è batta un colpo. «Nell’emergenza Covid, sono stati attivati in Liguria oltre 500 contratti Co.co.co», ovvero di collaborazione coordinata e continuativa, scriveva qualche giorno fa Repubblica e solo all’ospedale Villa Scassi di Genova verranno a mancare 250 tra medici, ostetriche, assistenti sanitari e sociali, fisioterapisti. Il sindacato Fials propone la proroga del contratto di altri tre mesi «nel frattempo si potrebbe procedere con le assunzioni senza rischiare l’interruzione del servizio». Però c’è il problema costi che le Regioni devono sostenere, come ha sottolineato in commissione l’assessore regionale alla Sanità dell’Emilia Romagna, Raffaele Donini. «È ancora in corso l’interlocuzione nazionale per il riconoscimento dei costi Covid degli oneri, imputabili al rinnovo del contratto di lavoro in ambito sanitario, non ancora coperti per 36 milioni di euro». Aggiungeva che i «costi correlati al Covid e la gestione della campagna vaccinale per il 2022 sono stimati in 613,2 milioni di euro e le relative coperture per l’Emilia Romagna previste a livello nazionale dalla legge di stabilità 2022 ammontano al momento a soli 134,288 milioni». Problema condiviso da tutti i governatori ma, in attesa che da Roma si faccia chiarezza sul nodo sanitari precari, mentre la Regione Lazio fa sapere che «l’accordo con i sindacati c’è, sulla stabilizzazione del personale sanitario con contratti stipulati per il periodo di emergenza. Attendiamo il decreto», il Veneto di Luca Zaia ha già deciso: «Tutti confermati i medici e infermieri reclutati durante la pandemia».
Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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