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2024-04-13
Gli incentivi all’auto finanziano gli affari di Elkann nella sanità
John Elkann (Ansa)
Un tempo si diceva che Carlo De Benedetti andasse a traino dell’avvocato Agnelli. Oggi sono i rampolli della dinastia senza corona a copiare l’Ingegnere. Hanno capito che con i malati si fanno tanti più soldi che con le automobili. Meglio se lo Stato per aiutare a produrre le quattro ruote resta a secco di quattrini e così, spendendo meno nell’assistenza, fa spazio ai privati nel mercato degli ospedali. Copiano la strategia di Kos - 550 milioni di fatturato, 13.000 posti letto, presidi sanitari in 15 regioni - l’impero della salute debenedettiano; mettere su ospedali, case di riposo, centri diagnostici per sfruttare il più malato di tutti: il sistema sanitario nazionale. Presentando il bilancio di Exor - che è la holding di partecipazione della famiglia Agnelli: custodisce il 14, 9% del capitale di Stellantis che si traduce nel 25,9% dei diritti di voto il che fa di Exor il primo azionista del gruppo automobilistico - John Elkann ha detto due cose che sono, come s’usa dire, passate per occhio; la prima che la holding si trasformerà in una «investiment entity», la seconda che sono stati impegnati 4 miliardi in sanità. Un miliardo lo aveva già «speso» un anno fa per comprarsi tra l’altro una quota del gruppo Merieux che si occupa di nutrizione, analisi e diagnostica e di Lifenet Healtcare (ha pagato il 47% per 67 milioni di euro) che gestisce ospedali e ambulatori concentrati per lo più nel Lazio. Altri 2,7 miliardi Exor li ha «messi» per comprarsi il 15% della Philips - oggi è il primo azionista e non ha avuto per ora grandi soddisfazioni - che è passata dal magnetofono alla risonanza magnetica. A Mirafiori si sciopera invocando gli aiuti di Stato per produrre auto elettriche che si fa fatica a vendere, anche perché i cinesi - grazie all’Europa - le fanno forse non meglio, ma di sicuro più convenienti. John Elkann è stato chiaro: «L’aumento del costo dei servizi sanitari», scrive agli azionisti, «unito alla carenza di personale medico, sta portando una richiesta di approcci innovativi nell’affrontare i problemi sanitari globali. La tecnologia può migliorare la produttività; consentire di trattare i pazienti fuori dall’ospedale e far guadagnare tempo al personale medico». Che detta così sembra quasi filantropia. A questo Elkann il governo e i sindacati chiedono di produrre più aiuto e gli vengono in aiuto: un miliardo d’ incentivi tra ecobonus e rottamazione. Non hanno capito che la Exor di automobili se ne interessa il giusto: si comporterà da qui in avanti come un fondo d’investimento. Toccherà a Carlos Tavares decidere se mantenere o no la produzione in Italia. Per gli Elkann e la folta e variegata corte degli Agnelli - compresi quelli che si contendono eredità che paiono fiscalmente contestabili - la cosa importante è spartirsi una sessantina di milioni di dividendo. Il vero business è la salute, con la moda e il lusso di contorno, e anche quando ci si meraviglia che la Gedi (altra controllata Exor) vende i giornali si sta guardando nello specchietto retrovisore.
Andrebbe spiegato al ministro Adolfo Urso, ma anche al segretario della Fiom Michele De Palma che s’indignano perché un’Alfa Romeo che si chiamerà Milano la fanno in Polonia. Ai francesi a cui è demandata la gestione di Stellantis - la Republique ha in il 9,6% di diritti di voto nel gruppo - dell’italianità interessa zero. Ma s’insiste a chiedere aiuti e sovvenzioni di Stato. In cuor suo John Elkann che ha proclamato «investiamo in segmenti innovativi» - non pare siano l’auto - a ogni aiuto di Stato si compiace. Prende i soldi pubblici e li investe in sanità facendo concorrenza al governo. Per far capire che aria tira ha messo un altro mezzo miliardo per il 10% di Clavet (fa ricerca in salute) e ha spedito Suzanne Heywood - attuale presidente di Iveco (camion) - nel cda e con un altro miliardo ha aumentato la quota in Merieux (divisione ricerca sui tumori).
C’è una singolare simmetria tra i tagli nell’auto (7.000 posti già svaniti e altri 3.000 in via di sparizione) e gli investimenti in sanità (tra i più evidenti: la clinica Città Aprilia e dell’ospedale Regina Apostolorum). Lo Stato, incalzato dai sindacati, insegue Stellantis con gli incentivi che sono costati negli ultimi anni 3,5 miliardi: è l’aumento per la sanità stanziato dal governo quest’anno. Secondo un antico calcolo di Federcontribuenti in 40 anni la Fiat è costata agli italiani 220 miliardi di euro. C’è il rischio che gli incentivi all’auto che finiranno nelle tasche di costruttori che fabbricano fuori dall’Italia, Stellantis compresa, lo Stato funga attraverso il Fisco da aggregatore di soldi che poi gira ai John Elkann di turno. Loro reinvestono gli utili delle auto sovvenzionate negli ospedali a pagamento, magari convenzionati col pubblico. La spesa sanitaria privata ha raggiunto i 41 miliardi e cresce dello 0,6% all’anno nell’ultimo quinquennio. Alla Fiom-Cgil forse conviene ignorarlo, il ministro Adolfo Urso forse non ci ha fatto caso. Exor c’ha scommesso mentre gli operai di Stellantis stanno a guardare.
Ogni taglio Stellantis, 2,5 nell’indotto
Ancora una volta a Mirafiori, il grande stabilimento che identifica Torino come la Mole Antonelliana attorno a quei cancelli, è stata scritta gran parte della storia sindacale italiana. Ieri a difenderlo c’erano i lavoratori e i loro rappresentanti. Sono i nipoti dei 40.000 che marciarono il 14 ottobre 1980 ripristinando le gerarchie in fabbrica. Allora come oggi l’obiettivo era quella di garantire la sopravvivenza dello stabilimento. Allora occupava oltre 50.000 persone ed era la più grande fabbrica di auto del mondo. Oggi gli operai sono 2.800 ai quali vanno aggiunti circa 6.000 impiegati negli enti centrali come amministrazione, marketing, centro ricerca. Quarantaquattro anni fa la marcia venne organizzata da Cesare Romiti per recuperare il controllo della fabbrica. Oggi accanto ai lavoratori in moto contro la proprietà che mette in pericolo la sopravvivenza dell’officina ci sono il sindaco, il governatore della Regione, assessori, consiglieri e deputati. C’erano i rappresentanti delle associazioni imprenditoriali e datoriali. C’era la Curia. Migliaia di persone, (12.000 secondo gli organizzatori, 2.000 per la questura) si sono radunate tra piazza Castello e Corso San Martino per lo sciopero unitario indetto dalle sei sigle sindacali dei metalmeccanici, Fiom, Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Acqf («colletti bianchi») e poi esteso a tutta la cittadinanza. Dice il segretario della Fim-Cisl Ferdinando Uliano: «Ci sono territori a rischio, vogliamo aumentare del 30% gli attuali volumi produttivi e i primi dati trimestrali si stanno allontanando dall’obiettivo del milione di autovetture, bisogna fare un accordo, abbiamo elaborato delle proposte, al tavolo erano presenti Stellantis, le Regioni, le istituzioni, il governo, sappiamo cosa si deve fare». Il segretario generale Uilm Rocco Palombella risponde al ministro Adolfo Urso che aveva ipotizzato l’arrivo di un altro produttore in Italia ricordando che «prima di aprire ai cinesi sarebbe opportuno far lavorare i nostri stabilimenti dato che in questi 3 mesi stanno producendo al 50% e ci sono tantissimi lavoratori in cassa integrazione». Dietro lo striscione con la scritta «Il rilancio di Torino parte da Mirafiori» anche le delegazioni da tutta Italia di altri stabilimenti Stellantis. Con loro il governatore del Piemonte, Alberto Cirio e il sindaco Stefano Lo Russo, che hanno ricevuto critiche. «Scegli il selfie. Con lui o con noi?»: hanno ironizzato i lavoratori riferendosi allo scatto che il presidente di Regione e il primo cittadino hanno «concesso» solo pochi giorni fa all’amministratore delegato di Stellantis Carlos Tavares in occasione dell’inaugurazione della linea di cambi elettrici. A preoccupare è soprattutto il futuro dell’indotto. Per un secolo Torino è stata con Detroit la capitale mondiale delle quattro ruote. Le auto che uscivano dalla catena di montaggio di Mirafiori erano un paradigma di bellezza e stile. La Ford aveva chiamato «Gran Torino» il suo modello di punta e Clint Eastwood ne aveva fatto il titolo di un film. Oggi da quel che resta della fabbrica escono un po’ di 500 elettriche e un pugno di Maserati. Gli operai lavorano una settimana al mese. La Lear, che produce sedili, ha 400 operai in cassa integrazione. La Te che vende auto e ricambi fa ruotare 220 operai. Il sindacato calcola che per ogni dipendente diretto di Stellantis che «esce» ce ne siano almeno 2,5 senza lavoro nell’indotto. Abbandonare Mirafiori significa desertificare il territorio. Dal palco di Piazza Castello Uliano aggiunge: «Riportare la speranza e il futuro è il nostro compito e la nostra responsabilità. Le batterie, l’economia circolare, i cambi elettrici e il campus possono portare qualche posto di lavoro, ma non mettono in garanzia i 73.000 addetti del gruppo. Faccio un appello alle istituzioni e ai manager: meno selfie e più unità con i lavoratori e il sindacato».
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John Elkann, l’ad di Exor, punta sul business della salute. Approfitta delle debolezze dello Stato, al quale continua a chiedere sussidi.Migliaia di lavoratori e quadri in piazza a Torino per lo sciopero contro la grave crisi di Mirafiori. Uliano (Cisl): «Territorio a rischio, produzione su almeno del 30%».Lo speciale contiene due articoli.Un tempo si diceva che Carlo De Benedetti andasse a traino dell’avvocato Agnelli. Oggi sono i rampolli della dinastia senza corona a copiare l’Ingegnere. Hanno capito che con i malati si fanno tanti più soldi che con le automobili. Meglio se lo Stato per aiutare a produrre le quattro ruote resta a secco di quattrini e così, spendendo meno nell’assistenza, fa spazio ai privati nel mercato degli ospedali. Copiano la strategia di Kos - 550 milioni di fatturato, 13.000 posti letto, presidi sanitari in 15 regioni - l’impero della salute debenedettiano; mettere su ospedali, case di riposo, centri diagnostici per sfruttare il più malato di tutti: il sistema sanitario nazionale. Presentando il bilancio di Exor - che è la holding di partecipazione della famiglia Agnelli: custodisce il 14, 9% del capitale di Stellantis che si traduce nel 25,9% dei diritti di voto il che fa di Exor il primo azionista del gruppo automobilistico - John Elkann ha detto due cose che sono, come s’usa dire, passate per occhio; la prima che la holding si trasformerà in una «investiment entity», la seconda che sono stati impegnati 4 miliardi in sanità. Un miliardo lo aveva già «speso» un anno fa per comprarsi tra l’altro una quota del gruppo Merieux che si occupa di nutrizione, analisi e diagnostica e di Lifenet Healtcare (ha pagato il 47% per 67 milioni di euro) che gestisce ospedali e ambulatori concentrati per lo più nel Lazio. Altri 2,7 miliardi Exor li ha «messi» per comprarsi il 15% della Philips - oggi è il primo azionista e non ha avuto per ora grandi soddisfazioni - che è passata dal magnetofono alla risonanza magnetica. A Mirafiori si sciopera invocando gli aiuti di Stato per produrre auto elettriche che si fa fatica a vendere, anche perché i cinesi - grazie all’Europa - le fanno forse non meglio, ma di sicuro più convenienti. John Elkann è stato chiaro: «L’aumento del costo dei servizi sanitari», scrive agli azionisti, «unito alla carenza di personale medico, sta portando una richiesta di approcci innovativi nell’affrontare i problemi sanitari globali. La tecnologia può migliorare la produttività; consentire di trattare i pazienti fuori dall’ospedale e far guadagnare tempo al personale medico». Che detta così sembra quasi filantropia. A questo Elkann il governo e i sindacati chiedono di produrre più aiuto e gli vengono in aiuto: un miliardo d’ incentivi tra ecobonus e rottamazione. Non hanno capito che la Exor di automobili se ne interessa il giusto: si comporterà da qui in avanti come un fondo d’investimento. Toccherà a Carlos Tavares decidere se mantenere o no la produzione in Italia. Per gli Elkann e la folta e variegata corte degli Agnelli - compresi quelli che si contendono eredità che paiono fiscalmente contestabili - la cosa importante è spartirsi una sessantina di milioni di dividendo. Il vero business è la salute, con la moda e il lusso di contorno, e anche quando ci si meraviglia che la Gedi (altra controllata Exor) vende i giornali si sta guardando nello specchietto retrovisore. Andrebbe spiegato al ministro Adolfo Urso, ma anche al segretario della Fiom Michele De Palma che s’indignano perché un’Alfa Romeo che si chiamerà Milano la fanno in Polonia. Ai francesi a cui è demandata la gestione di Stellantis - la Republique ha in il 9,6% di diritti di voto nel gruppo - dell’italianità interessa zero. Ma s’insiste a chiedere aiuti e sovvenzioni di Stato. In cuor suo John Elkann che ha proclamato «investiamo in segmenti innovativi» - non pare siano l’auto - a ogni aiuto di Stato si compiace. Prende i soldi pubblici e li investe in sanità facendo concorrenza al governo. Per far capire che aria tira ha messo un altro mezzo miliardo per il 10% di Clavet (fa ricerca in salute) e ha spedito Suzanne Heywood - attuale presidente di Iveco (camion) - nel cda e con un altro miliardo ha aumentato la quota in Merieux (divisione ricerca sui tumori). C’è una singolare simmetria tra i tagli nell’auto (7.000 posti già svaniti e altri 3.000 in via di sparizione) e gli investimenti in sanità (tra i più evidenti: la clinica Città Aprilia e dell’ospedale Regina Apostolorum). Lo Stato, incalzato dai sindacati, insegue Stellantis con gli incentivi che sono costati negli ultimi anni 3,5 miliardi: è l’aumento per la sanità stanziato dal governo quest’anno. Secondo un antico calcolo di Federcontribuenti in 40 anni la Fiat è costata agli italiani 220 miliardi di euro. C’è il rischio che gli incentivi all’auto che finiranno nelle tasche di costruttori che fabbricano fuori dall’Italia, Stellantis compresa, lo Stato funga attraverso il Fisco da aggregatore di soldi che poi gira ai John Elkann di turno. Loro reinvestono gli utili delle auto sovvenzionate negli ospedali a pagamento, magari convenzionati col pubblico. La spesa sanitaria privata ha raggiunto i 41 miliardi e cresce dello 0,6% all’anno nell’ultimo quinquennio. Alla Fiom-Cgil forse conviene ignorarlo, il ministro Adolfo Urso forse non ci ha fatto caso. Exor c’ha scommesso mentre gli operai di Stellantis stanno a guardare. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/incentivi-allauto-finanziano-affari-elkann-2667759428.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ogni-taglio-stellantis-25-nellindotto" data-post-id="2667759428" data-published-at="1712994867" data-use-pagination="False"> Ogni taglio Stellantis, 2,5 nell’indotto Ancora una volta a Mirafiori, il grande stabilimento che identifica Torino come la Mole Antonelliana attorno a quei cancelli, è stata scritta gran parte della storia sindacale italiana. Ieri a difenderlo c’erano i lavoratori e i loro rappresentanti. Sono i nipoti dei 40.000 che marciarono il 14 ottobre 1980 ripristinando le gerarchie in fabbrica. Allora come oggi l’obiettivo era quella di garantire la sopravvivenza dello stabilimento. Allora occupava oltre 50.000 persone ed era la più grande fabbrica di auto del mondo. Oggi gli operai sono 2.800 ai quali vanno aggiunti circa 6.000 impiegati negli enti centrali come amministrazione, marketing, centro ricerca. Quarantaquattro anni fa la marcia venne organizzata da Cesare Romiti per recuperare il controllo della fabbrica. Oggi accanto ai lavoratori in moto contro la proprietà che mette in pericolo la sopravvivenza dell’officina ci sono il sindaco, il governatore della Regione, assessori, consiglieri e deputati. C’erano i rappresentanti delle associazioni imprenditoriali e datoriali. C’era la Curia. Migliaia di persone, (12.000 secondo gli organizzatori, 2.000 per la questura) si sono radunate tra piazza Castello e Corso San Martino per lo sciopero unitario indetto dalle sei sigle sindacali dei metalmeccanici, Fiom, Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Acqf («colletti bianchi») e poi esteso a tutta la cittadinanza. Dice il segretario della Fim-Cisl Ferdinando Uliano: «Ci sono territori a rischio, vogliamo aumentare del 30% gli attuali volumi produttivi e i primi dati trimestrali si stanno allontanando dall’obiettivo del milione di autovetture, bisogna fare un accordo, abbiamo elaborato delle proposte, al tavolo erano presenti Stellantis, le Regioni, le istituzioni, il governo, sappiamo cosa si deve fare». Il segretario generale Uilm Rocco Palombella risponde al ministro Adolfo Urso che aveva ipotizzato l’arrivo di un altro produttore in Italia ricordando che «prima di aprire ai cinesi sarebbe opportuno far lavorare i nostri stabilimenti dato che in questi 3 mesi stanno producendo al 50% e ci sono tantissimi lavoratori in cassa integrazione». Dietro lo striscione con la scritta «Il rilancio di Torino parte da Mirafiori» anche le delegazioni da tutta Italia di altri stabilimenti Stellantis. Con loro il governatore del Piemonte, Alberto Cirio e il sindaco Stefano Lo Russo, che hanno ricevuto critiche. «Scegli il selfie. Con lui o con noi?»: hanno ironizzato i lavoratori riferendosi allo scatto che il presidente di Regione e il primo cittadino hanno «concesso» solo pochi giorni fa all’amministratore delegato di Stellantis Carlos Tavares in occasione dell’inaugurazione della linea di cambi elettrici. A preoccupare è soprattutto il futuro dell’indotto. Per un secolo Torino è stata con Detroit la capitale mondiale delle quattro ruote. Le auto che uscivano dalla catena di montaggio di Mirafiori erano un paradigma di bellezza e stile. La Ford aveva chiamato «Gran Torino» il suo modello di punta e Clint Eastwood ne aveva fatto il titolo di un film. Oggi da quel che resta della fabbrica escono un po’ di 500 elettriche e un pugno di Maserati. Gli operai lavorano una settimana al mese. La Lear, che produce sedili, ha 400 operai in cassa integrazione. La Te che vende auto e ricambi fa ruotare 220 operai. Il sindacato calcola che per ogni dipendente diretto di Stellantis che «esce» ce ne siano almeno 2,5 senza lavoro nell’indotto. Abbandonare Mirafiori significa desertificare il territorio. Dal palco di Piazza Castello Uliano aggiunge: «Riportare la speranza e il futuro è il nostro compito e la nostra responsabilità. Le batterie, l’economia circolare, i cambi elettrici e il campus possono portare qualche posto di lavoro, ma non mettono in garanzia i 73.000 addetti del gruppo. Faccio un appello alle istituzioni e ai manager: meno selfie e più unità con i lavoratori e il sindacato».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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