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2022-07-02
In Germania si potrà cambiare sesso senza consenso dei genitori. Basterà avere 14 anni
(Ansa)
Chi crede che le priorità politiche europee ora siano la guerra in Ucraina, la crisi energetica o i rincari alle stelle, è fuori strada. I partiti hanno altro in mente. In particolare, l’agenda progressista è orientata altrove, come provano sia l’enfasi con cui da noi il segretario Pd, Enrico Letta, ha rilanciato il tema dello ius scholae, sia l’attivismo del governo tedesco, che in questi giorni ha fatto sapere d’essere al lavoro per facilitare il «cambio di sesso».
Proprio così: giovedì l’esecutivo di Olaf Scholz ha annunciato una proposta per agevolare l’iter di riassegnazione sessuale prevedendo, per i giovani di 14 anni o più, la facoltà d’avviarlo anche senza il permesso dei genitori. Si potrà, cioè, cambiare sesso e nome sulla base di una semplice autocertificazione, registrando agli uffici competenti la nuova identità. Viceversa, la normativa vigente, che risale al 1981, prevede almeno due passaggi, quali l’incontro con due esperti in materia di transessualismo nonché la decisione di un tribunale, che validi il cambio di genere sui documenti ufficiali.
La legge in vigore, ha spiegato ai giornalisti il ministro della Famiglia tedesco, la verde Lisa Paus, «respira lo spirito degli anni Settanta», quando «lo Stato voleva aiutare persone che considerava malate psicologicamente e poneva dinnanzi a loro ostacoli elevati». Per questo furono fissati dei requisiti alla riassegnazione sessuale, ha aggiunto Paus, «profondamente umilianti, ma soprattutto completamente superflui».
Ora, però, la Germania volta pagina e, nelle intenzioni governative, c’è pure un non meglio specificato risarcimento per le persone transgender e intersessuali che siano state «colpite da lesioni fisiche o divorzi forzati ai sensi della legislazione precedente». Rispetto a questo, come sottolineato da Associated Press, c’è da dire che negli anni la Corte suprema tedesca ha già parzialmente smantellato la legge, in particolare annullando le disposizioni che richiedevano alle persone transgender di divorziare e sterilizzarsi.
Tuttavia, i paletti generali della norma del 1981 sono rimasti in piedi e la volontà è di farli a pezzi, come ha fatto capire il ministro della Giustizia di Berlino, il liberaldemocratico Marco Buschmann, aggiungendo che manca poco, al massimo qualche mese, perché la nuova norma possa passare in Consiglio dei ministri e quindi alle camere, dove la coalizione che sostiene Scholz è numericamente blindata. A onore del vero va detto che, in effetti, la compagine di governo aveva promesso di riformare la legge sulla riassegnazione del genere già quand’era salita al potere, nel dicembre 2021.
Inoltre, le associazioni Lgbt chiedono da tempo una norma più aggiornata, denunciando anche il problema dei costi che comporta l’iter chirurgico e ormonale senza cui il «cambio di sesso» non è possibile. A richiamare l’attenzione sul tema economico, alcuni mesi fa, era in particolare stata Felicia Rolletschke, attivista transgender, che aveva denunciato come solamente per avviar il processo di riassegnazione sessuale le fossero stati chiesti 1.600 euro. Troppi, specie per chi ha poco più di vent’anni e non ha ancora risparmi da parte.
Poi c’è la questione del doppio parere positivo, che i militanti arcobaleno assicurano essere del tutto inutile. «Il 99% delle opinioni degli esperti alla fine arriva alla stessa conclusione di ciò che la persona trans di sé», ha sottolineato Kalle Hümpfner di Bundesverband Trans*, realtà che dal 2015 chiede apertamente il cambio della normativa tedesca; e proprio nella direzione che ora il governo tedesco intende seguire. A prescindere che a Berlino facciano sul serio, come pare, o meno, c’è comunque già chi critica questo progetto di legge. Su National Review l’avvocato ed intellettuale conservatore Wesley J. Smith ha scritto che «consentire il cambio di sesso e del nome con lo schiocco delle dita non garantisce la serietà del desiderio di cambiare. Semmai è il contrario».
Senza dimenticare, poi, quello che è il vero nocciolo della legge che il governo tedesco intende mettere in pista: l’estensione della possibilità di cambiare identità sulla base d’una semplice autodichiarazione, e in barba al parere genitoriale, già a 14 anni di età. Una mossa a dir poco azzardata alla luce non solo dei tantissimi casi di detransitioners, i «trans pentiti» che con fatica decidono di tornare al sesso originale, e che spesso denunciano di essere stati frettolosamente assecondati più che ascoltati, quando la loro identità di genere era in crisi, ma anche della letteratura scientifica.
Recentemente Eric Kaufmann, docente al Birkbeck College, ha pubblicato per il Center for the study of partisanship and ideology, un lavoro in cui mostra come ormai, tra gli adolescenti, dichiararsi trans o «non binari» stia diventando una sorta di moda, che però risulta associata al peggioramento delle condizioni di salute. Motivo per cui su questi temi le istituzioni dovrebbero restare caute. Invece la Germania ora preme il pedale sull’acceleratore.
Le scuole del Trentino-Alto Adige diventeranno le prime gender-free
Se c’è una ideologia nuova che sta intorpidendo le acque di mezzo mondo, dalle scuole alle università, fino allo sport e alla cultura, questa è l’ideologia del gender. In tutte le sue pervasive forme di femminismo isterico, iper-sessualizzazione precoce, wokismo ante litteram, cultura della cancellazione (delle differenze), negazionismo del sesso biologico, eccetera. E se c’è una zona d’Italia dove, di solito, le tradizioni (religiose, culturali, folkloristiche) vengono mantenute e onorate, quello è il Nordest. E in special modo il Trentino Alto Adige.
Questi due universi si sono incontrati di recente, a causa del disegno di legge regionale, (numero 148, datato 3 giugno), che alcuni politici della Regione Trentino vorrebbero far approvare. Con lo scopo di impedire qualunque lavaggio (gender) dei cervelli nelle scuole pubbliche e private di ogni ordine e grado.
I politici in questione sono i consiglieri Alessia Ambrosi, Claudio Cia e Katia Rossato di Fratelli d’Italia, oltre a Luca Guglielmi di una lista civica. Come ricordava Luca Marcolivio sulla Bussola, il passaggio che sta al cuore della proposta di legge, è quello in cui si parla della «attività che non rientrano nel curricolo obbligatorio e attività relative a temi sensibili». Su cui si richiede la massima vigilanza delle famiglie circa i contenuti proposti agli studenti, specie se minorenni.
Sottoponendo ogni lezione che rientri nella fattispecie citata a «un’informativa specifica e dettagliata inviata ai genitori dei minori o agli studenti maggiorenni almeno una settimana prima dell’inizio dell’attività» (articolo 3.2). Molte attività extra curriculari, infatti, transitano in punta di piedi e quasi sottovoce nel mondo della scuola. Venendo presentate dal preside, dal dirigente, dal consiglio di classe o dal Piano triennale dell’offerta formativa (noto come Ptof), come doverose attività formative contro il bullismo, l’omofobia, il razzismo o la transizione ecologica.
E pare proprio che certi pedagogisti eversivi abbiano così trovato il grimaldello per scardinare quelle regole naturali della società secondo cui sono i genitori i primi educatori dei propri figli. Diritto inalienabile e dovere rigoroso che tutti i papà e le mamme sanno di dover, spesso a fatica, esercitare. Come riconosciuto, pacificamente, dalla stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) e dalla meno nota Dichiarazione universale dei diritti del fanciullo (1959).
Secondo il disegno di legge, che dovrebbe essere approvato entro l’estate e che avrebbe vocazione a diventare un archetipo di livello nazionale ed europeo, non è assolutamente consentita «la realizzazione, con il coinvolgimento di studenti, di progetti o attività basati sulla prospettiva di genere, che promuovano la fluidità di genere o dell’identità sessuale, oppure che insegnino a dissociare l’identità sessuale dal sesso biologico» (articolo 3.5). E se il consenso dei genitori ad alcune attività ipoteticamente «educative» non c’è, gli studenti «possono astenersi dalla frequenza», fruendo della possibilità «di partecipare ad una attività alternativa» (articolo 3.6).
La sinistra, che il vizio dell’ideologia e dell’indottrinamento ce l’ha ancora, pur se a livello paucisintomatico, è sbottata in vario modo. E sempre con la tecnica di imbrogliare le carte. All’inizio, con negazionismo sovietico, si affermava che «la teoria del gender non esiste». Poi che il gender altro non è che la lotta all’omofobia, e quindi esiste ma è cosa buona. Poi che, vista l’autonomia scolastica, ogni istituto, specie nelle regioni a statuto speciale come il Trentino, fa ciò che vuole.
Da ultimo, i cosiddetti centri sociali di Trento sono scesi in piazza per contestare la legge regionale e in particolare il consigliere Claudio Cia. Il quale a proposito della auspicata legge in corso di approvazione ha dichiarato: «Non baratto la famiglia, dove tutto si genera, per piacere a qualcuno. Il ddl tanto osteggiato rivendica il principio del primato della famiglie sull’educazione dei figli e non specula su scelte di vita di studenti e professori. Tantomeno sulle tragedie».
Non si tratta di mere questioni locali o di battaglie moralistiche e di nicchia. Infatti «Elisa», la piattaforma di monitoraggio usata dal ministero dell’Istruzione «per intervenire efficacemente sul tema del bullismo e del cyberbullismo» prevede nell’ultimo questionario, inviato di recente a docenti di tutta Italia, la domanda sul sesso di appartenenza del docente (quesito numero 104). Che potrebbe essere maschio, femmina, altro…
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Sarà sufficiente un’autocertificazione. La nuova normativa entro pochi mesi sarà adottata dal governo e andrà alle Camere.Trentino-Alto Adige: Una nuova legge, approvata entro l’estate, vieterà tutte le iniziative «fluide» in classe.Lo speciale contiene due articoli.Chi crede che le priorità politiche europee ora siano la guerra in Ucraina, la crisi energetica o i rincari alle stelle, è fuori strada. I partiti hanno altro in mente. In particolare, l’agenda progressista è orientata altrove, come provano sia l’enfasi con cui da noi il segretario Pd, Enrico Letta, ha rilanciato il tema dello ius scholae, sia l’attivismo del governo tedesco, che in questi giorni ha fatto sapere d’essere al lavoro per facilitare il «cambio di sesso».Proprio così: giovedì l’esecutivo di Olaf Scholz ha annunciato una proposta per agevolare l’iter di riassegnazione sessuale prevedendo, per i giovani di 14 anni o più, la facoltà d’avviarlo anche senza il permesso dei genitori. Si potrà, cioè, cambiare sesso e nome sulla base di una semplice autocertificazione, registrando agli uffici competenti la nuova identità. Viceversa, la normativa vigente, che risale al 1981, prevede almeno due passaggi, quali l’incontro con due esperti in materia di transessualismo nonché la decisione di un tribunale, che validi il cambio di genere sui documenti ufficiali.La legge in vigore, ha spiegato ai giornalisti il ministro della Famiglia tedesco, la verde Lisa Paus, «respira lo spirito degli anni Settanta», quando «lo Stato voleva aiutare persone che considerava malate psicologicamente e poneva dinnanzi a loro ostacoli elevati». Per questo furono fissati dei requisiti alla riassegnazione sessuale, ha aggiunto Paus, «profondamente umilianti, ma soprattutto completamente superflui». Ora, però, la Germania volta pagina e, nelle intenzioni governative, c’è pure un non meglio specificato risarcimento per le persone transgender e intersessuali che siano state «colpite da lesioni fisiche o divorzi forzati ai sensi della legislazione precedente». Rispetto a questo, come sottolineato da Associated Press, c’è da dire che negli anni la Corte suprema tedesca ha già parzialmente smantellato la legge, in particolare annullando le disposizioni che richiedevano alle persone transgender di divorziare e sterilizzarsi.Tuttavia, i paletti generali della norma del 1981 sono rimasti in piedi e la volontà è di farli a pezzi, come ha fatto capire il ministro della Giustizia di Berlino, il liberaldemocratico Marco Buschmann, aggiungendo che manca poco, al massimo qualche mese, perché la nuova norma possa passare in Consiglio dei ministri e quindi alle camere, dove la coalizione che sostiene Scholz è numericamente blindata. A onore del vero va detto che, in effetti, la compagine di governo aveva promesso di riformare la legge sulla riassegnazione del genere già quand’era salita al potere, nel dicembre 2021. Inoltre, le associazioni Lgbt chiedono da tempo una norma più aggiornata, denunciando anche il problema dei costi che comporta l’iter chirurgico e ormonale senza cui il «cambio di sesso» non è possibile. A richiamare l’attenzione sul tema economico, alcuni mesi fa, era in particolare stata Felicia Rolletschke, attivista transgender, che aveva denunciato come solamente per avviar il processo di riassegnazione sessuale le fossero stati chiesti 1.600 euro. Troppi, specie per chi ha poco più di vent’anni e non ha ancora risparmi da parte.Poi c’è la questione del doppio parere positivo, che i militanti arcobaleno assicurano essere del tutto inutile. «Il 99% delle opinioni degli esperti alla fine arriva alla stessa conclusione di ciò che la persona trans di sé», ha sottolineato Kalle Hümpfner di Bundesverband Trans*, realtà che dal 2015 chiede apertamente il cambio della normativa tedesca; e proprio nella direzione che ora il governo tedesco intende seguire. A prescindere che a Berlino facciano sul serio, come pare, o meno, c’è comunque già chi critica questo progetto di legge. Su National Review l’avvocato ed intellettuale conservatore Wesley J. Smith ha scritto che «consentire il cambio di sesso e del nome con lo schiocco delle dita non garantisce la serietà del desiderio di cambiare. Semmai è il contrario». Senza dimenticare, poi, quello che è il vero nocciolo della legge che il governo tedesco intende mettere in pista: l’estensione della possibilità di cambiare identità sulla base d’una semplice autodichiarazione, e in barba al parere genitoriale, già a 14 anni di età. Una mossa a dir poco azzardata alla luce non solo dei tantissimi casi di detransitioners, i «trans pentiti» che con fatica decidono di tornare al sesso originale, e che spesso denunciano di essere stati frettolosamente assecondati più che ascoltati, quando la loro identità di genere era in crisi, ma anche della letteratura scientifica.Recentemente Eric Kaufmann, docente al Birkbeck College, ha pubblicato per il Center for the study of partisanship and ideology, un lavoro in cui mostra come ormai, tra gli adolescenti, dichiararsi trans o «non binari» stia diventando una sorta di moda, che però risulta associata al peggioramento delle condizioni di salute. 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In tutte le sue pervasive forme di femminismo isterico, iper-sessualizzazione precoce, wokismo ante litteram, cultura della cancellazione (delle differenze), negazionismo del sesso biologico, eccetera. E se c’è una zona d’Italia dove, di solito, le tradizioni (religiose, culturali, folkloristiche) vengono mantenute e onorate, quello è il Nordest. E in special modo il Trentino Alto Adige. Questi due universi si sono incontrati di recente, a causa del disegno di legge regionale, (numero 148, datato 3 giugno), che alcuni politici della Regione Trentino vorrebbero far approvare. Con lo scopo di impedire qualunque lavaggio (gender) dei cervelli nelle scuole pubbliche e private di ogni ordine e grado. I politici in questione sono i consiglieri Alessia Ambrosi, Claudio Cia e Katia Rossato di Fratelli d’Italia, oltre a Luca Guglielmi di una lista civica. Come ricordava Luca Marcolivio sulla Bussola, il passaggio che sta al cuore della proposta di legge, è quello in cui si parla della «attività che non rientrano nel curricolo obbligatorio e attività relative a temi sensibili». Su cui si richiede la massima vigilanza delle famiglie circa i contenuti proposti agli studenti, specie se minorenni. Sottoponendo ogni lezione che rientri nella fattispecie citata a «un’informativa specifica e dettagliata inviata ai genitori dei minori o agli studenti maggiorenni almeno una settimana prima dell’inizio dell’attività» (articolo 3.2). Molte attività extra curriculari, infatti, transitano in punta di piedi e quasi sottovoce nel mondo della scuola. Venendo presentate dal preside, dal dirigente, dal consiglio di classe o dal Piano triennale dell’offerta formativa (noto come Ptof), come doverose attività formative contro il bullismo, l’omofobia, il razzismo o la transizione ecologica. E pare proprio che certi pedagogisti eversivi abbiano così trovato il grimaldello per scardinare quelle regole naturali della società secondo cui sono i genitori i primi educatori dei propri figli. Diritto inalienabile e dovere rigoroso che tutti i papà e le mamme sanno di dover, spesso a fatica, esercitare. Come riconosciuto, pacificamente, dalla stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948) e dalla meno nota Dichiarazione universale dei diritti del fanciullo (1959). Secondo il disegno di legge, che dovrebbe essere approvato entro l’estate e che avrebbe vocazione a diventare un archetipo di livello nazionale ed europeo, non è assolutamente consentita «la realizzazione, con il coinvolgimento di studenti, di progetti o attività basati sulla prospettiva di genere, che promuovano la fluidità di genere o dell’identità sessuale, oppure che insegnino a dissociare l’identità sessuale dal sesso biologico» (articolo 3.5). E se il consenso dei genitori ad alcune attività ipoteticamente «educative» non c’è, gli studenti «possono astenersi dalla frequenza», fruendo della possibilità «di partecipare ad una attività alternativa» (articolo 3.6). La sinistra, che il vizio dell’ideologia e dell’indottrinamento ce l’ha ancora, pur se a livello paucisintomatico, è sbottata in vario modo. E sempre con la tecnica di imbrogliare le carte. All’inizio, con negazionismo sovietico, si affermava che «la teoria del gender non esiste». Poi che il gender altro non è che la lotta all’omofobia, e quindi esiste ma è cosa buona. Poi che, vista l’autonomia scolastica, ogni istituto, specie nelle regioni a statuto speciale come il Trentino, fa ciò che vuole. Da ultimo, i cosiddetti centri sociali di Trento sono scesi in piazza per contestare la legge regionale e in particolare il consigliere Claudio Cia. Il quale a proposito della auspicata legge in corso di approvazione ha dichiarato: «Non baratto la famiglia, dove tutto si genera, per piacere a qualcuno. Il ddl tanto osteggiato rivendica il principio del primato della famiglie sull’educazione dei figli e non specula su scelte di vita di studenti e professori. Tantomeno sulle tragedie». Non si tratta di mere questioni locali o di battaglie moralistiche e di nicchia. Infatti «Elisa», la piattaforma di monitoraggio usata dal ministero dell’Istruzione «per intervenire efficacemente sul tema del bullismo e del cyberbullismo» prevede nell’ultimo questionario, inviato di recente a docenti di tutta Italia, la domanda sul sesso di appartenenza del docente (quesito numero 104). Che potrebbe essere maschio, femmina, altro…
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica)
Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.
E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.
Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.
Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.
Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.
Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».
A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.
La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.
Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.
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Il giuramento del nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.
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La scena, filmata con il telefonino di uno dei passeggeri che non sarebbe intervenuto perché gli aggressori «possedevano armi da taglio», mostra una povera donna ripetutamente colpita con furia bestiale, strattonata mentre si sente il suono tremendo delle strisce di cuoio che si abbattono su tutto il suo corpo.
Il raptus sarebbe scattato dopo «un semplice sguardo», hanno raccontato gli altri passeggeri a RadioGold News Alessandria che ha pubblicato il video. «La donna è salita sul bus insieme al figlio e a un certo punto uno degli aggressori si è rivolto a lei chiedendo che cosa avesse da guardare». I due si sono avvicinati e hanno iniziato a parlarle, a spintonare il ragazzino e quando la signora si è alzata per difenderlo dicendo di lasciare stare il figlio, contro di lei si è scatenato l’inferno.
Un maranza ha cominciato a sferrare cinghiate con ferocia inaudita, l’altro è sceso dal mezzo «per aprire lo zaino e prendere un’altra cintura» e usarla contro la donna che tentava inutilmente di difendersi da colpi rabbiosi sul volto e sul corpo. Il tutto, nell’immobilità di chi viaggiava su quell’autobus e che come massima reazione si è limitato a filmare il pestaggio.
Inevitabile pensare al tredicenne della scuola media Leonardo Da Vinci di Trescore Balneario, nella Bergamasca, che pur vedendo un suo coetaneo armato di coltello non ha esitato a prenderlo a calci, facendolo scappare e contribuendo così a salvare la vita dell’insegnante di francese Chiara Mocchi.
I due giovani sono fuggiti appena l’autista ha fermato il mezzo e chiamato il 112, la mamma è stata portata in ospedale ad Alessandria dove ha dovuto ricorrere a cure mediche. Che si trattasse di due maranza minorenni l’ha scoperto dopo poche ore la Squadra mobile anche grazie alle immagini delle telecamere sul bus. Diffuso online, il video ripreso dai social è stato commentato con parole di sdegno e di incredulità. «Non sembra che sia Italia», è stato il post che forse meglio spiega lo sconcerto dei cittadini davanti a una violenza inflitta a una donna da due minorenni nordafricani.
«L’aggressione avvenuta sul bus numero 5 è un fatto gravissimo, che scuote profondamente la nostra comunità. Una donna e suo figlio sono stati vittime di una violenza brutale, in pieno giorno, su un mezzo pubblico. Questo non è accettabile. Alessandria merita sicurezza, rispetto e protezione», ha commentato Davide Buzzi Langhi, consigliere comunale di Forza Italia.
Due maranza balordi, anzi delinquenti, come quelli che Concita De Gregorio ha provato a giustificare poche settimane fa, ospite del programma su Rete4 È sempre Cartabianca. Sarebbero vittime di un «Paese che non vuole questi ragazzi», secondo l’editorialista di Repubblica, un Paese che «li rifiuta, li respinge, li condanna all’origine che hanno. […] È razzismo».
Allora giustifichiamo il loro disagio che si manifesta con vili quanto feroci aggressioni, scatenate da motivi banali quali un semplice sguardo? Bisogna chinare il capo e dire poveretti, sono emarginati e si sfogano così? Vediamo quali attenuanti troverà il magistrato, per rimettere in libertà non un minorenne ma un uomo di 37 anni, di origini extracomunitarie e senza fissa dimora, con precedenti, arrestato nel Lazio dai carabinieri con l’ipotesi di reato di violenza sessuale aggravata su una minore di Leonessa.
A dare l’allarme è stata la mamma della ragazzina, segnalando che la figlia stava subendo molestie da uno sconosciuto mentre era su un autobus di linea diretto a Rieti. Lo straniero, incapace di frenare i suoi istinti, avrebbe importunato pesantemente la giovane, tentando inoltre di riprenderla con il proprio telefono cellulare. L’Arma, subito intervenuta, l’ha sottoposto a fermo.
Giovedì, a Treviso una signora di 79 anni che stava andando a fare la spesa in bicicletta è stata buttata a terra da uno straniero che l’aveva affiancata su un monopattino per rubarle la borsa nel cestino. La poveretta ha riportato ferite al ginocchio e alla mano, l’extracomunitario è riuscito a dileguarsi con il bottino malgrado l’inseguimento da parte di due giovani accorsi in aiuto della donna.
Sempre due giorni fa, un tunisino di 27 anni ha seminato il panico nel centro di Ravenna, danneggiando auto tra le quali un veicolo di proprietà del gruppo di volontariato e di Protezione civile, colpendo con pugni alla schiena un passante che stava camminando con il proprio cane, dopo avergli strappato il guinzaglio di mano. Inutili i tentativi di calmarlo, il giovane con numerosi precedenti ha reagito con violenza e tre agenti hanno riportato lesioni. Solo con l’intervento di rinforzi l’extracomunitario è stato arrestato. Già, perché se si reagisce con durezza la colpa è sempre delle forze dell’ordine.
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