
Ha fatto ricorso alle solite tecniche di manipolazione e ribaltamento della realtà il Partito democratico americano ieri nel corso dell’audizione di Pam Bondi, ministro della Giustizia Usa, sullo scandalo Epstein. Durante la seduta, infatti, i dem - sorvolando sul dettaglio che il loro ex presidente Bill Clinton è implicato nello scandalo e sarà chiamato a testimoniare il prossimo 27 febbraio - hanno mandato avanti la deputata Pramila Jayapal per chiedere a Bondi, con straordinaria impudenza, di «scusarsi con le vittime di Epstein» (alcune delle quali presenti in Aula) per aver «coperto i clienti pedofili, oscurando i loro nomi nei file resi pubblici la settimana scorsa».
Questo è il dilemma che l’amministrazione Trump sta affrontando al momento: da un lato soddisfare il diritto dei cittadini di sapere la verità, dall’altro proteggere le vittime e anche chi, in quei file, è stato soltanto citato o potrebbe sembra essere stato vittima di un errore di persona, come ha dichiarato l’italiano Nicola Caputo, ex europarlamentare del Pd dal 2014 al 2019, che ha incaricato un legale di tutelare la sua reputazione non avendo «mai avuto a che fare con queste persone».
«Ho trascorso tutta la mia carriera a battermi per le vittime e continuerò a farlo, nonostante quello che si dice. Sono profondamente dispiaciuta per quello che le vittime, tutte le vittime, hanno dovuto affrontare a causa del mostro Jeffrey Epstein», ha replicato il ministro della Giustizia rispondendo alle accuse rivoltele dai democratici, aggiungendo, inoltre, che il dipartimento da lei guidato ha tuttora in corso indagini relative al pedofilo. A proposito dei nomi erroneamente oscurati dal Dipartimento di Giustizia e inizialmente individuati dai democratici come «miliardari coperti dall’amministrazione Trump», c’è anche tal Salvatore Nuara, che però miliardario non è. L’uomo, che attualmente non è incriminato per alcun reato, è stato identificato come un ex detective della polizia di New York. Il suo ruolo potrebbe essere stato quello di addetto alla sicurezza o autista (Epstein si affidava spesso agli ex agenti delle forze dell’ordine per gestire la sicurezza nelle sue proprietà). Notizie inesistenti anche su un altro nome desecretato, quello di Zurab Mikeladze, a parte un profilo di un medico georgiano che lavora in un terminal di gas e petrolio sul Mar Nero, non necessariamente associabile a Jeffrey Epstein. Quella della democratica Jayapal, insomma, è apparsa come una «sceneggiata teatrale», così l’ha definita Bondi, durante la quale la deputata dem, con un lapsus freudiano, si è però lasciata sfuggire che la pubblicazione degli Epstein files è «assolutamente inaccettabile». Affermazioni simili a quelle rilasciate dal presidente francese Emmanuel Macron, che ha affermato che gli Epstein files sono diventati «benzina per le teorie complottiste», sic. Dopo lo psicodramma per la rovinosa fine della carriera di Jack Lang, guru della cultura francese con la C maiuscola, pescato con le mani nella marmellata per aver chiesto favori e soldi a Epstein insieme con la figlia Caroline Lang, i cugini d’oltralpe devono affrontare oggi un altro scandalo, quello del diplomatico di alto rango Fabrice Aidan, in servizio al ministero degli esteri francese da 25 anni ed ex consigliere Onu a New York tra il 2006 e il 2013. Aidan avrebbe inviato a Epstein documenti confidenziali delle Nazioni Unite e disponeva inoltre del codice d’accesso della casa di Epstein a Parigi, in Avenue Foch. Intanto, la portavoce del governo francese, Maud Bregeon, ha incoraggiato eventuali vittime silenti della rete del faccendiere a «parlare e a rivolgersi alla giustizia», sottolineando la necessità di «fare piena luce su questo caso spaventoso e tentacolare».
Gli Stati Uniti potrebbero aprire una commissione d’inchiesta sul caso, che è ormai uno scandalo globale. Ieri anche il deputato democratico Jamie Raskin ha criticato Bondi, accusandola nientemeno che di «insabbiare carte su Epstein». Ma il viceministro della Giustizia, Todd Blanche, lo scorso 30 gennaio, aveva avvisato che nel rilasciare gli Epstein files, come voluto dai repubblicani, il Dipartimento si era coordinato con le vittime per garantire che i loro nomi fossero protetti. «Vogliamo correggere immediatamente eventuali errori di oscuramento che il nostro team potrebbe aver commesso; quindi, il Dipartimento ha istituito una casella di posta elettronica per le vittime per contattarci direttamente al fine di apporre le opportune correzioni». Ma è molto probabile che il dibattito su ciò che dovrebbe essere reso pubblico e ciò che dovrebbe rimanere segreto si protragga a tempo indeterminato.






