
Con un colpo di pennarello ha cancellato «la più grande truffa mai messa in atto a livello globale». Parola di Donald Trump, che così si era espresso appena eletto e poi nel settembre scorso all’assemblea generale dell’Onu a proposito del cambiamento climatico. E con lo stesso pennarello ha cassato Barack Obama e l’Endangerment Finding, il complesso delle leggi su cui ha poggiato per un quindicennio il luogo comune ambientalista secondo cui la fine del mondo era prossima a causa della CO2 e delle emissioni.
L’onda lunga delle scelte americane arriva in Europa, dove il Green deal già traballa col cancelliere tedesco Friedrich Merz (in Germania non ci sono più i Verdi al governo!) che ha fatto capire che con i lacci ambientali l’industria soffoca. La mossa di Trump annunciata dal Wall Street Juornal è contenuta in due executive act. Questo sul clima è pronto e va alla firma nelle prossime ore. È la conclusione di un percorso che il presidente ha iniziato appena insediatosi: smontare tutto l’apparato di divieti e di leggi ambientali che «impediscono lo sviluppo americano». Le misure ambientali sono forse la più profonda frattura tra Usa e Ue. La cancellazione dell’Endangerment Finding arriva a conclusione di un lavoro di sei mesi dell’Epa (Environmental protection agency) che in uno studio di 300 pagine ha racchiuso le sue conclusioni che smontano il paradigma Obama, poi avallato anche da Joe Biden, sui limiti ambientali visto che l’ex presidente democratico aveva preso per buono il nesso tra sei gas serra (CO2, metano ed esafloruro di zolfo su tutti) e i danni alla salute pubblica. Cancellando questo riferimento tutta la normativa - in particolare il Clean Air Act - decade e l’Epa non può più imporre limiti. La firma dell’executive act rende operativa da qui a una settima la liberalizzazione delle emissioni.
Ritenere però che Donald Trump abbia agito per un mero impulso di far dimenticare le politiche obamiane o per una convinzione di tipo ideologico sarebbe sbagliato: il presidente americano ha in testa la necessità di produrre quanta più energia possibile per rilanciare la produzione a stelle e strisce ed è convinto che le fonti energetiche siano la più poderosa arma nel contesto internazionale. Non è un caso che nelle prossime ore sia atteso il secondo ordine esecutivo che impone al Pentagono di acquistare elettricità da centrali a carbone. L’amministrazione intende stanziare finanziamenti a sei di esse in West Virginia, Ohio, North Carolina e Kentucky per la rimessa in servizio e l’ammodernamento degli impianti. Un impegno che regalerà a The Donald il prestigioso Undisputed Champion of Coal dal Washington Coal Club, il premio di un gruppo pro carbone legato all’industria dei combustibili fossili.
C’è spazio nella nuova politica energetica americana anche per un forte rafforzamento del nucleare; si prevede di passare dagli attuali 100 gigawatt prodotti a oltre 400 entro il 2050 con massicci investimenti in due direzioni: reattori di ultimissima generazione, ma anche ricerca intensiva per arrivare alla fusione nucleare. Infine vengono del tutto liberalizzate le emissioni per il trasporto. Da parte democratica si è gridato all’attentato ambientale, ma il presidente americano si cura il giusto delle rimostranze ambientaliste visto che ha presentato il suo piano come un «progetto di buon senso» per consentire di togliere di mezzo i limiti imposti in precedenza dal governo federale. «È il più grande atto di deregolamentazione nella storia degli Stati Uniti», ha dichiarato al Wsj l’amministratore dell’agenzia per l’ambiente Lee Zeldin che nel firmare il suo report ha sostenuto «poniamo fine a 16 anni di incertezze che hanno pesato sulle industrie a cominciare da quelle dell’auto e che hanno prodotto mille miliardi di dollari spesi in regolamentazioni». La mossa di Trump spiazza del tutto l’Europa, tant’è che il commissario al clima Wopke Hoekstra ha definito la decisione americana una mossa «sfortunata e deplorevole», ma giunge al termine di un percorso che è cominciato con la disdetta degli Usa all’accordo di Parigi diventata esecutiva all’inizio di quest’anno e con il ritiro americano dall’Ipcc il famoso panel di studiosi internazionali che i seguaci di Greta Thunberg sventolano per dire che il 98% degli scienziati sono d’accordo che il cambiamento climatico è causato dalla CO2. Tutti d’accordo tranne Trump che pone ora serissimi problemi a Ursula von der Leyen e all’Ue. Già nell’annosa trattativa sui dazi il presidente americano aveva detto che le regole ambientali europee venivano considerate ostili e aveva ottenuto dall’Ue l’acquisto di 650 miliardi di dollari di gas. Ora però anche in Europa la mossa di Trump pone interrogativi. Già a maggio scorso tanto Emmanuel Macron quanto Friedrich Merz avevano chiesto il ritiro della Corporate Sustainability Due Diligence, la direttiva che introduce obblighi di verifica della sostenibilità ambientale e sociale delle aziende. Nelle scorse settimane il Ppe ha chiesto al presidente della Commissione Ursula von der Leyen di bloccare per due anni le direttive Ue sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale e poi c’è stato il sostanziale passo indietro sullo stop ai motori endotermici firmato dall’Eurocamera. Le emissioni vanno abbattute al 90% e non al cento per cento entro il 2035, viene introdotto il biometano e i motori a combustione interna possono essere ancora usati. In più tutti gli obiettivi climatici previsti entro il 2040 con un taglio totale delle emissioni sono stati portati a una soglia di riduzione delle emissioni dell’80%.













