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2026-02-12
Iran, Bibi da Donald per la linea dura
Marco Rubio e Benjamin Netanyahu (Ansa)
L’incontro - che si è svolto a porte chiuse - ha avuto luogo dopo che, poco prima, il premier israeliano si era visto con il segretario di Stato americano, Marco Rubio: nell’occasione, Netanyahu aveva ufficializzato l’ingresso di Gerusalemme nel Board of Peace per Gaza. Tutto questo, mentre, nella serata di martedì, il premier israeliano aveva avuto un meeting anche con l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e con il genero dello stesso Trump, Jared Kushner, per discutere - secondo una nota dello Stato ebraico - di «affari regionali». Come che sia, secondo il Times of Israel, all’incontro di ieri alla Casa Bianca, al di là del presidente americano, erano presenti gli stessi Rubio e Witkoff, oltre al capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Non è un mistero che Netanyahu abbia voluto con una certa apprensione questo nuovo colloquio con Trump. Lo Stato ebraico si è infatti mostrato particolarmente irrequieto dopo che, la settimana scorsa, Stati Uniti e Iran hanno ripreso a negoziare. In particolare, Netanyahu ritiene che non ci si possa fidare degli ayatollah e che Washington dovrebbe premere affinché Teheran, oltre a rinunciare all’arricchimento dell’uranio, accetti sia di limitare il proprio programma balistico sia di cessare la fornitura di armamenti in sostegno dei suoi proxy regionali. Si tratta di dossier rispetto a cui gli ayatollah hanno finora puntato i piedi: basti pensare che il consigliere di Ali Khamenei, Ali Shamkhani, ha definito «non negoziabili» le capacità missilistiche della Repubblica islamica.
Nei giorni scorsi, è emerso che Israele auspicherebbe la linea dura verso il regime khomeinista. Trump, dall’altra parte, è apparso restio nei confronti dell’opzione militare, pur non escludendola come strumento funzionale a indebolire la posizione negoziale di Teheran. È anche in questo quadro che ieri, prima del faccia a faccia tra Netanyahu e lo stesso Trump, JD Vance si è espresso contro l’ipotesi di un regime change in Iran. «Se il popolo iraniano vuole rovesciare il regime, la decisione spetta al popolo iraniano. Ciò su cui ci stiamo concentrando in questo momento è il fatto che l’Iran non può possedere un’arma nucleare», ha affermato il vicepresidente statunitense.
Non solo. Sempre prima di incontrare Netanyahu, Trump ha avuto una telefonata con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per discutere di come evitare un’escalation nello scacchiere mediorientale. Poco dopo, lo stesso Al Thani ha incontrato, a Doha, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, il quale, nell’occasione, ha escluso che il regime possa rinunciare all’arricchimento dell’uranio. Una posizione, questa, ben difficilmente digeribile tanto da Netanyahu quanto dalla Casa Bianca. Senza poi trascurare che il nodo del nucleare è anche al centro delle preoccupazioni dell’Arabia Saudita. Dall’altra parte, Teheran spera che Ankara possa persuadere il presidente americano a non ricorrere all’opzione militare contro la Repubblica islamica.
Tuttavia, bisogna fare attenzione: l’Iran non è l’unico dossier sul tavolo nei rapporti tra Washington e Gerusalemme.
In un post su Truth, a termine dell’incontro, Trump ci ha tenuto a tirare le somme di quanto lui e Bibi si erano detti a porte chiuse: «Ho insistito affinché i negoziati con l’Iran proseguano per vedere se sia possibile o meno concludere un accordo. Se fattibile, ho fatto sapere al primo ministro che questa sarebbe la preferenza. In caso contrario, dovremo solo stare a vedere quale sarà l’esito. L’ultima volta l’Iran ha deciso che sarebbe stato meglio non stringere un accordo, e sono stati colpiti da Midnight Hammer».
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Washington ribadisce la preferenza per la via diplomatica pur evocando lo spettro dell’operazione Midnight Hammer. Netanyahu chiede garanzie su uranio e missili.La crisi iraniana resta in bilico. Ieri, Benjamin Netanyahu è stato ricevuto a Washington da Donald Trump: si è trattato del loro settimo faccia a faccia, da quando l’attuale presidente americano è tornato alla Casa Bianca. L’incontro - che si è svolto a porte chiuse - ha avuto luogo dopo che, poco prima, il premier israeliano si era visto con il segretario di Stato americano, Marco Rubio: nell’occasione, Netanyahu aveva ufficializzato l’ingresso di Gerusalemme nel Board of Peace per Gaza. Tutto questo, mentre, nella serata di martedì, il premier israeliano aveva avuto un meeting anche con l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff, e con il genero dello stesso Trump, Jared Kushner, per discutere - secondo una nota dello Stato ebraico - di «affari regionali». Come che sia, secondo il Times of Israel, all’incontro di ieri alla Casa Bianca, al di là del presidente americano, erano presenti gli stessi Rubio e Witkoff, oltre al capo del Pentagono, Pete Hegseth.Non è un mistero che Netanyahu abbia voluto con una certa apprensione questo nuovo colloquio con Trump. Lo Stato ebraico si è infatti mostrato particolarmente irrequieto dopo che, la settimana scorsa, Stati Uniti e Iran hanno ripreso a negoziare. In particolare, Netanyahu ritiene che non ci si possa fidare degli ayatollah e che Washington dovrebbe premere affinché Teheran, oltre a rinunciare all’arricchimento dell’uranio, accetti sia di limitare il proprio programma balistico sia di cessare la fornitura di armamenti in sostegno dei suoi proxy regionali. Si tratta di dossier rispetto a cui gli ayatollah hanno finora puntato i piedi: basti pensare che il consigliere di Ali Khamenei, Ali Shamkhani, ha definito «non negoziabili» le capacità missilistiche della Repubblica islamica.Nei giorni scorsi, è emerso che Israele auspicherebbe la linea dura verso il regime khomeinista. Trump, dall’altra parte, è apparso restio nei confronti dell’opzione militare, pur non escludendola come strumento funzionale a indebolire la posizione negoziale di Teheran. È anche in questo quadro che ieri, prima del faccia a faccia tra Netanyahu e lo stesso Trump, JD Vance si è espresso contro l’ipotesi di un regime change in Iran. «Se il popolo iraniano vuole rovesciare il regime, la decisione spetta al popolo iraniano. Ciò su cui ci stiamo concentrando in questo momento è il fatto che l’Iran non può possedere un’arma nucleare», ha affermato il vicepresidente statunitense.Non solo. Sempre prima di incontrare Netanyahu, Trump ha avuto una telefonata con l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani, per discutere di come evitare un’escalation nello scacchiere mediorientale. Poco dopo, lo stesso Al Thani ha incontrato, a Doha, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, il quale, nell’occasione, ha escluso che il regime possa rinunciare all’arricchimento dell’uranio. Una posizione, questa, ben difficilmente digeribile tanto da Netanyahu quanto dalla Casa Bianca. Senza poi trascurare che il nodo del nucleare è anche al centro delle preoccupazioni dell’Arabia Saudita. Dall’altra parte, Teheran spera che Ankara possa persuadere il presidente americano a non ricorrere all’opzione militare contro la Repubblica islamica.Tuttavia, bisogna fare attenzione: l’Iran non è l’unico dossier sul tavolo nei rapporti tra Washington e Gerusalemme. In un post su Truth, a termine dell’incontro, Trump ci ha tenuto a tirare le somme di quanto lui e Bibi si erano detti a porte chiuse: «Ho insistito affinché i negoziati con l’Iran proseguano per vedere se sia possibile o meno concludere un accordo. Se fattibile, ho fatto sapere al primo ministro che questa sarebbe la preferenza. In caso contrario, dovremo solo stare a vedere quale sarà l’esito. L’ultima volta l’Iran ha deciso che sarebbe stato meglio non stringere un accordo, e sono stati colpiti da Midnight Hammer».
(Ansa)
Nel verde dei campi e sulle colline coltivate dell’Alta Valtiberina, a cavallo tra Umbria, Toscana e Marche, la Storia ha consegnato uno dei casi più singolari dal punto di vista geopolitico: quello della micro-repubblica di Cospaia, paese di poche anime tra Sansepolcro e Città di Castello. Dai primi documenti risalenti al 1360, il borgo contadino risultava appartenere alla comunità di Città di Castello facente parte dello Stato della Chiesa anche se contesa da Borgo San Sepolcro, allora governato dai Malatesta di Rimini. La svolta che segnerà la storia di Cospaia giunse nel 1440, anno della battaglia di Anghiari. Il periodo segnò anche una fase di crisi finanziaria per lo Stato Pontificio, che il Papa Eugenio IV (il nobile veneziano Gabriele Condulmer) cercò di sanare attraverso la vendita di beni e terreni. Nelle alienazioni cadde anche il territorio di Cospaia, legata alla vendita di Borgo San Sepolcro ai fiorentini di Cosimo Maria de’Medici per 25.000 fiorini. Di fronte alla spartizione del piccolo borgo umbro tra le due grandi potenze, fu la particolare geomorfologia del territorio di Cospaia a cambiarne il destino. Gli incaricati dello Stato Pontificio e quelli di Firenze si diedero appuntamento nel territorio di Cospaia al fine di segnare i nuovi confini tra i due Stati. I nuovi limiti si sarebbero dovuti stabilire lungo il corso del torrente chiamato semplicemente «Rio». Nella realtà Cospaia era lambita da due corsi d’acqua, il «Rio della Gorgaccia» e il Rio detto «Riascolo». Mentre i fiorentini misurarono il torrente posto a Nord (il Gorgaccia), gli uomini del Papa considerarono confine il torrente meridionale, il Riascolo. Le misurazioni tagliarono quindi fuori una parte di territorio di forma triangolare con il vertice verso Nord, che diventò una sorta di «terra di nessuno» e che includeva l’abitato del borgo umbro. Quella fetta di terreno ritagliata per errore diventò una zona libera, non più soggetta al Papa né ceduta ad una Signorìa. La «Repubblica Libera di Cospaia», abitata da poche famiglie contadine divenne una realtà di fatto anche perché i due Stati che la avevano erroneamente creata giudicarono antieconomico iniziare contese per una così piccola parte di territorio. La repubblica non ebbe mai una forma giuridico-istituzionale ben definita. Non aveva giudici, tribunali e carceri. E neppure un parlamento né un esercito. Si basava piuttosto su una forma di autogoverno della «consuetudine», le cui regole erano quelle della secolare vita dei campi, dei casolari contadini, del lavoro scandito dalle stagioni, così come era sempre stato anche sotto un governante esterno. Pertanto non si può giudicarla neppure «anarchia», non certo nel senso moderno del termine. Ciò che fece la differenza e che per i quasi 4 secoli della sua esistenza fu che il territorio libero di Cospaia non pagò più tasse né gabelle, né tributi. Per le contese giuridiche, gli abitanti si rivolgevano ai tribunali di San Sepolcro oppure di Città di Castello. Solo con il tempo si istituì un Consiglio degli anziani e dei capifamiglia, spesso affiancato dalla figura del parroco, l’unico alfabetizzato. A partire dalla metà del Cinquecento Cospaia prosperò grazie all’introduzione della coltivazione estensiva del tabacco introdotta per la prima volta in Italia da Alfonso Tornabuoni, il quale scelse il territorio della microrepubblica per gli evidenti vantaggi della sua natura di porto franco. Ancora oggi il tabacco di Cospaia è considerato tra i più prestigiosi al mondo.
La Repubblica Libera di Cospaia durò fino al 1826, quando in virtù di un accordo fra il Granduca di Toscana Leopoldo II e il Papa Leone XII il territorio fu spartito tra i due Stati pre-unitari.
Le immagini e le mappe della ex Repubblica Libera di Cospaia
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Per Maurizio Belpietro, con il blocco navale finalmente l’Italia prova a riprendere il controllo dei confini e a stabilire che è lo Stato a decidere chi entra in Italia. Stop agli ingressi illegali, verifiche più rigorose sulla protezione internazionale e rimpatri possibili per chi non ha diritto a restare.