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2024-03-05
In classe a 10 anni con velo integrale. La Lega: «Nuova legge per vietarlo»
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A dieci anni, già vessata. E per giunta in una scuola pubblica dove, giustamente, c’è una crescente attenzione a qualunque fenomeno di discriminazione, isolamento, bullismo. A Pordenone, una bambina di dieci anni è stata mandata in classe dai genitori con un velo, il niqab, che le copriva buona parte del viso, lasciando scoperto solo una striscia per gli occhi. La maestra l’ha convinta a chiedere ai genitori di tornare il giorno dopo almeno a volto scoperto, richiesta che per fortuna è stata accolta. Ma intanto è esplosa la polemica, con la Lega che chiede di colmare il vuoto legislativo su burka e dintorni e la comunità islamica di Pordenone costretta a parlare di «malinteso» e ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo che quel «tipo di copricapo» (testuale) va indossato «solo quando si è più grandi». Insomma, tutta colpa dei genitori.
La bambina frequenta la quarta elementare, è un’immigrata di seconda generazione ed è figlia di una coppia di origine africana e di religione musulmana. La scorsa settimana si è presentata così, pare per la prima volta, a scuola. La maestra non ha fatto passare la cosa e con molto tatto ha detto all’alunna di chiedere ai genitori di lasciarle scoperto il volto. Il giorno dopo, la bimba è tornata senza il niqab e la faccenda si è risolta all’insegna della massima tolleranza e del buon senso. Quello che è successo, però, è abbastanza grave e non poteva restare chiuso tra le mura della scuola. La notizia è uscita sui media locali e, naturalmente, ha fatto scalpore, se non altro per l’età della malcapitata. Non avendo avuto notizia formale dell’accaduto, le autorità scolastiche hanno fatto sapere che indagheranno su come sono andati esattamente i fatti. Ma, intanto, hanno spiegato al Messaggero Veneto che in quella scuola e in altri istituti della Provincia non mancano altri ragazzi di famiglia musulmana, eppur non ci sono mai stati problemi con il velo. Per il senatore Marco Dreosto, segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, «È un fatto inaccettabile e contravviene alle più basilari regole del vivere comune, dei diritti fondamentali dei bambini e dell’identità femminile». In ogni caso, c’è un punto politico generale grave e annoso: in Italia non c’è una legge che vieti esplicitamente il velo integrale, ma solo un’interpretazione acrobatica delle vecchie leggi antiterrorismo sull’identificabilità delle persone. E su questa linea che si è asserragliato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame: «Non essendoci al momento una norma specifica che vieti il velo integrale tra i banchi le scuole devono favorire l’inclusione nel rispetto delle differenze anche di abbigliamento», ha riportato Rai News, «L’insegnante ha certamente agito in buonafede ma è opportuno che riconsideri la sua decisione».
Dreosto , intanto, tira le somme del fattaccio di Pordenone: «Penso sia arrivato il momento che anche l’Italia prenda iniziative per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, per il rispetto dei diritti delle donne e per la sicurezza pubblica. Ricordo come Francia e Belgio abbiano vietato il niqab nei luoghi pubblici e anche l’Egitto, Paese musulmano, ne abbia vietato l’uso a scuola», e promettendo di portare il caso in Parlamento, proponendo una legge che vieti il velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici. Il vicesindaco di Pordenone, Alberto Parigi, anche assessore all’Istruzione, ha spiegato di non aver ricevuto segnalazioni riguardo a bambine che indossano veli quasi integrali a scuola. «In ogni caso», ha affermato, «farò subito accertamenti e se la notizia venisse confermata, il mio primo pensiero deve andare a una bambina costretta nel niqab. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile».
Dal fronte opposto, vista l’enormità dell’accaduto, per una volta non si sono tentate penose difese della libertà di culto. Per Caterina Conti, segretario regionale del Pd, «nascondere il volto delle donne, fin da bambine, significa togliere loro la dignità di persone, renderle “cose” sottomesse alla potestà degli uomini. Ci sono acquisizioni di diritti femminili che non possono essere messe in discussione». E anche secondo Fausto Tomasello, segretario provinciale del Pd di Pordenone, «il velo integrale su una bambina di dieci anni è semplicemente inconcepibile, ma in particolare a scuola è inaccettabile e la maestra è intervenuta correttamente con la famiglia. Esprimiamo forte preoccupazione per un episodio che rappresenta una discriminazione di genere e un rischio per il benessere psicologico e fisico delle bambine». Tomasello da un lato ha anche avuto il coraggio di dire che «la velatura è un atto di indottrinamento e di controllo», salvo sostenere che «la stessa velatura non c’entra nulla con la religione». Il che francamente, è un approccio un po’ buonista e riduttivo, perché invece il suo fondamento è pienamente religioso, anche se per fortuna ci sono alcune comunità islamiche dove le donne possono girare senza velo.
In assenza dell’imam di zona, che deve ancora essere nominato, alla fine si sono fatti vivi con i media locali alcuni esponenti della comunità islamica di Pordenone e hanno minimizzato su tutta la linea: «Stiamo parlando di un caso che sembra non esistere, frutto forse di un malinteso. Quel tipo di copricapo va indossato solo quando si è più grandi di età». «Dunque, usarlo», proseguono, «in generale e non soltanto a scuola, per una bimba così piccola, era forse frutto di un errore di interpretazione dei genitori». E dopo aver scaricato tutto su mamma e papà, si sono pure detti «stupiti che si dia così tanta eco a un caso risolto con saggezza dalla maestra». Più che altro, devono essersi stupiti del fatto che in Italia ci sia una Costituzione.
Arte blasfema nella diocesi di Carpi
«Nessuna immagine blasfema o dissacrante alla mostra Gratia plena allestita al Museo diocesano»: recita così una nota della diocesi di Carpi diffusa a difesa di una mostra che, appena inaugurata, è già al centro di forti polemiche. Stiamo parlando di Gratia plena, esposizione dell’artista Andrea Saltini il cui catalogo presenta testi di don Carlo Bellini e della critica d’arte Cristina Muccioli. Il contesto ecclesiale, il catalogo con gli scritti di un sacerdote per di più un vicario episcopale per la pastorale e, in fondo, pure il periodo quaresimale dovrebbero essere quanto di più rassicurante sotto il profilo morale.Invece Gratia plena, aperta al pubblico solo sabato scorso, è già al centro di una polemica accesa che difficilmente potrà spegnersi a breve. Sì, perché nel percorso espositivo, che comprende una ventina di dipinti a tecnica mista su tela, molti dei quali di grandi dimensioni, si trova un’opera Saltini che sta facendo molto discutere. Si tratta del quadro intitolato Inri - San Longino, realizzato in gesso, cera e argilla pigmentata e che, in buona sostanza, raffigura Gesù Cristo crocifisso con, davanti a lui, un uomo con la mano destra nascosta dietro le sue cosce, la sinistra allungata fino a premergli il costato e, soprattutto, il volto platealmente affacciato sulle sue parti intime.Una raffigurazione che a diversi visitatori passati davanti ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ignazio di Carpi, dove appunto si trova l’opera, ha subito fatto pensare, per quanto possa apparire incredibile visto il contesto, a un rapporto orale. Quando la Nuova bussola quotidiana ha chiesto spiegazioni alla guida della mostra circa l’ipotesi che il quadro di Saltini possa effettivamente essere ciò che a tanti appare, e cioè qualcosa di blasfemo, si è sentita rispondere: «Beh, potrebbe… Del resto, quello di provocare è uno degli intenti dell’artista». Neppure chi illustra l’opera è, dunque, stato in grado di negare come essa abbia qualcosa di anomalo; di qui la polemica, dato che nel percorso espositivo di Gratia plena il problema non è solo Inri - San Longino.Vi sono, infatti, anche altre opere dal tenore provocatorio, a partire da quella che dà il nome all’intera mostra, un trittico che raffigura una donna progressivamente spogliata con diversi soggetti maschili famelici attorno a lei. Per questo, a distanza di poche ore dall’inaugurazione della mostra, la diocesi di Carpi, retta dal vescovo Erio Castellucci, ha deciso di prendere posizione con una nota con la quale, cercando di parare l’urto delle critiche che stanno fioccando, premette che in effetti l’arte di Saltini «non è devozionale» e «difficilmente potremmo vederla in una chiesa», eppure è «vera arte contemporanea a soggetto religioso, ancora una volta una rarità. Davanti a queste opere si può meditare».Fatta questa premessa, la diocesi sostiene, «quanto ai giudizi (o pregiudizi) secondo cui alcuni quadri esposti» nella mostra «riproducono immagini blasfeme o dissacranti», che «pur rientrando nella libera circolazione delle opinioni, oltre a risultare irrispettosi nei riguardi del percorso compiuto soprattutto dall’artista e anche dai promotori, nulla di tutto questo è rilevabile davanti a una visione delle opere corretta». Per questo, per meglio facilitare una «visione delle opere corretta», a breve «sarà predisposto, in addendum al catalogo della mostra, un sussidio che presenta le singole opere dal punto di vista dell’artista». Il punto di vista della gente comune, invece, è già chiaro. E incredulo.
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Una bimba di Pordenone si presenta a lezione a volto coperto, la maestra interviene e l’episodio non si ripete. Ma il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale la striglia: «Non è vietato». Il Carroccio: «Rivedere le regole». Nell’esposizione «Gratia plena» c’è un Longino equivoco sul corpo di Gesù e un trittico con una donna denudata da uomini famelici. Il vescovo Castellucci: «Solo pregiudizi».Lo speciale contiene due articoli.A dieci anni, già vessata. E per giunta in una scuola pubblica dove, giustamente, c’è una crescente attenzione a qualunque fenomeno di discriminazione, isolamento, bullismo. A Pordenone, una bambina di dieci anni è stata mandata in classe dai genitori con un velo, il niqab, che le copriva buona parte del viso, lasciando scoperto solo una striscia per gli occhi. La maestra l’ha convinta a chiedere ai genitori di tornare il giorno dopo almeno a volto scoperto, richiesta che per fortuna è stata accolta. Ma intanto è esplosa la polemica, con la Lega che chiede di colmare il vuoto legislativo su burka e dintorni e la comunità islamica di Pordenone costretta a parlare di «malinteso» e ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo che quel «tipo di copricapo» (testuale) va indossato «solo quando si è più grandi». Insomma, tutta colpa dei genitori.La bambina frequenta la quarta elementare, è un’immigrata di seconda generazione ed è figlia di una coppia di origine africana e di religione musulmana. La scorsa settimana si è presentata così, pare per la prima volta, a scuola. La maestra non ha fatto passare la cosa e con molto tatto ha detto all’alunna di chiedere ai genitori di lasciarle scoperto il volto. Il giorno dopo, la bimba è tornata senza il niqab e la faccenda si è risolta all’insegna della massima tolleranza e del buon senso. Quello che è successo, però, è abbastanza grave e non poteva restare chiuso tra le mura della scuola. La notizia è uscita sui media locali e, naturalmente, ha fatto scalpore, se non altro per l’età della malcapitata. Non avendo avuto notizia formale dell’accaduto, le autorità scolastiche hanno fatto sapere che indagheranno su come sono andati esattamente i fatti. Ma, intanto, hanno spiegato al Messaggero Veneto che in quella scuola e in altri istituti della Provincia non mancano altri ragazzi di famiglia musulmana, eppur non ci sono mai stati problemi con il velo. Per il senatore Marco Dreosto, segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, «È un fatto inaccettabile e contravviene alle più basilari regole del vivere comune, dei diritti fondamentali dei bambini e dell’identità femminile». In ogni caso, c’è un punto politico generale grave e annoso: in Italia non c’è una legge che vieti esplicitamente il velo integrale, ma solo un’interpretazione acrobatica delle vecchie leggi antiterrorismo sull’identificabilità delle persone. E su questa linea che si è asserragliato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame: «Non essendoci al momento una norma specifica che vieti il velo integrale tra i banchi le scuole devono favorire l’inclusione nel rispetto delle differenze anche di abbigliamento», ha riportato Rai News, «L’insegnante ha certamente agito in buonafede ma è opportuno che riconsideri la sua decisione».Dreosto , intanto, tira le somme del fattaccio di Pordenone: «Penso sia arrivato il momento che anche l’Italia prenda iniziative per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, per il rispetto dei diritti delle donne e per la sicurezza pubblica. Ricordo come Francia e Belgio abbiano vietato il niqab nei luoghi pubblici e anche l’Egitto, Paese musulmano, ne abbia vietato l’uso a scuola», e promettendo di portare il caso in Parlamento, proponendo una legge che vieti il velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici. Il vicesindaco di Pordenone, Alberto Parigi, anche assessore all’Istruzione, ha spiegato di non aver ricevuto segnalazioni riguardo a bambine che indossano veli quasi integrali a scuola. «In ogni caso», ha affermato, «farò subito accertamenti e se la notizia venisse confermata, il mio primo pensiero deve andare a una bambina costretta nel niqab. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile».Dal fronte opposto, vista l’enormità dell’accaduto, per una volta non si sono tentate penose difese della libertà di culto. Per Caterina Conti, segretario regionale del Pd, «nascondere il volto delle donne, fin da bambine, significa togliere loro la dignità di persone, renderle “cose” sottomesse alla potestà degli uomini. Ci sono acquisizioni di diritti femminili che non possono essere messe in discussione». E anche secondo Fausto Tomasello, segretario provinciale del Pd di Pordenone, «il velo integrale su una bambina di dieci anni è semplicemente inconcepibile, ma in particolare a scuola è inaccettabile e la maestra è intervenuta correttamente con la famiglia. Esprimiamo forte preoccupazione per un episodio che rappresenta una discriminazione di genere e un rischio per il benessere psicologico e fisico delle bambine». Tomasello da un lato ha anche avuto il coraggio di dire che «la velatura è un atto di indottrinamento e di controllo», salvo sostenere che «la stessa velatura non c’entra nulla con la religione». Il che francamente, è un approccio un po’ buonista e riduttivo, perché invece il suo fondamento è pienamente religioso, anche se per fortuna ci sono alcune comunità islamiche dove le donne possono girare senza velo.In assenza dell’imam di zona, che deve ancora essere nominato, alla fine si sono fatti vivi con i media locali alcuni esponenti della comunità islamica di Pordenone e hanno minimizzato su tutta la linea: «Stiamo parlando di un caso che sembra non esistere, frutto forse di un malinteso. Quel tipo di copricapo va indossato solo quando si è più grandi di età». «Dunque, usarlo», proseguono, «in generale e non soltanto a scuola, per una bimba così piccola, era forse frutto di un errore di interpretazione dei genitori». E dopo aver scaricato tutto su mamma e papà, si sono pure detti «stupiti che si dia così tanta eco a un caso risolto con saggezza dalla maestra». Più che altro, devono essersi stupiti del fatto che in Italia ci sia una Costituzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-classe-10anni-velo-integrale-2667434248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arte-blasfema-nella-diocesi-di-carpi" data-post-id="2667434248" data-published-at="1709658290" data-use-pagination="False"> Arte blasfema nella diocesi di Carpi «Nessuna immagine blasfema o dissacrante alla mostra Gratia plena allestita al Museo diocesano»: recita così una nota della diocesi di Carpi diffusa a difesa di una mostra che, appena inaugurata, è già al centro di forti polemiche. Stiamo parlando di Gratia plena, esposizione dell’artista Andrea Saltini il cui catalogo presenta testi di don Carlo Bellini e della critica d’arte Cristina Muccioli. Il contesto ecclesiale, il catalogo con gli scritti di un sacerdote per di più un vicario episcopale per la pastorale e, in fondo, pure il periodo quaresimale dovrebbero essere quanto di più rassicurante sotto il profilo morale.Invece Gratia plena, aperta al pubblico solo sabato scorso, è già al centro di una polemica accesa che difficilmente potrà spegnersi a breve. Sì, perché nel percorso espositivo, che comprende una ventina di dipinti a tecnica mista su tela, molti dei quali di grandi dimensioni, si trova un’opera Saltini che sta facendo molto discutere. Si tratta del quadro intitolato Inri - San Longino, realizzato in gesso, cera e argilla pigmentata e che, in buona sostanza, raffigura Gesù Cristo crocifisso con, davanti a lui, un uomo con la mano destra nascosta dietro le sue cosce, la sinistra allungata fino a premergli il costato e, soprattutto, il volto platealmente affacciato sulle sue parti intime.Una raffigurazione che a diversi visitatori passati davanti ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ignazio di Carpi, dove appunto si trova l’opera, ha subito fatto pensare, per quanto possa apparire incredibile visto il contesto, a un rapporto orale. Quando la Nuova bussola quotidiana ha chiesto spiegazioni alla guida della mostra circa l’ipotesi che il quadro di Saltini possa effettivamente essere ciò che a tanti appare, e cioè qualcosa di blasfemo, si è sentita rispondere: «Beh, potrebbe… Del resto, quello di provocare è uno degli intenti dell’artista». Neppure chi illustra l’opera è, dunque, stato in grado di negare come essa abbia qualcosa di anomalo; di qui la polemica, dato che nel percorso espositivo di Gratia plena il problema non è solo Inri - San Longino.Vi sono, infatti, anche altre opere dal tenore provocatorio, a partire da quella che dà il nome all’intera mostra, un trittico che raffigura una donna progressivamente spogliata con diversi soggetti maschili famelici attorno a lei. Per questo, a distanza di poche ore dall’inaugurazione della mostra, la diocesi di Carpi, retta dal vescovo Erio Castellucci, ha deciso di prendere posizione con una nota con la quale, cercando di parare l’urto delle critiche che stanno fioccando, premette che in effetti l’arte di Saltini «non è devozionale» e «difficilmente potremmo vederla in una chiesa», eppure è «vera arte contemporanea a soggetto religioso, ancora una volta una rarità. Davanti a queste opere si può meditare».Fatta questa premessa, la diocesi sostiene, «quanto ai giudizi (o pregiudizi) secondo cui alcuni quadri esposti» nella mostra «riproducono immagini blasfeme o dissacranti», che «pur rientrando nella libera circolazione delle opinioni, oltre a risultare irrispettosi nei riguardi del percorso compiuto soprattutto dall’artista e anche dai promotori, nulla di tutto questo è rilevabile davanti a una visione delle opere corretta». Per questo, per meglio facilitare una «visione delle opere corretta», a breve «sarà predisposto, in addendum al catalogo della mostra, un sussidio che presenta le singole opere dal punto di vista dell’artista». Il punto di vista della gente comune, invece, è già chiaro. E incredulo.
L'ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene (Ansa). Nel riquadro il suo post su X
Insomma, un endorsement in piena regola. Il che è significativo. Nonostante al momento non rivesta un peso politico troppo rilevante, la Taylor Greene è stata un tempo una delle principali sostenitrici di Trump. Poi, a partire dall’anno scorso, i loro rapporti si sono progressivamente incrinati. L’allora deputata ha infatti iniziato a criticare il presidente americano su vari fronti: la sua politica su Israele e Siria, l’inflazione e i file di Jeffrey Epstein. In altre parole, la Greene è una di quelle figure del mondo politico-mediatico Maga che hanno drammaticamente rotto con l’attuale inquilino della Casa Bianca, accusandolo di aver abbandonato il trumpismo delle origini. Da questo punto di vista, un altro personaggio collocato su una linea simile è il giornalista conservatore Tucker Carlson che, un tempo deciso fautore dell’attuale presidente, ha litigato con lui soprattutto a causa della guerra in Iran.
Queste rotture sono, almeno in parte, la diretta conseguenza della «traversata nel deserto» che il trumpismo ha condotto nei quattro anni dell’amministrazione Biden. Delusi dal Partito democratico, vari mondi un tempo ostili a Trump (Silicon Valley, apparati della sicurezza nazionale, alta burocrazia del Pentagono) si sono man mano avvicinati ai repubblicani, innestandosi sul trumpismo originario, che, pur non essendo monoliticamente isolazionista, era più concentrato sulla tutela dei colletti blu della Rust Belt e, quindi, sui temi della reindustrializzazione e della post globalizzazione. Dal 2025, queste due anime del mondo Maga sono entrate spesso in dialettica, arrivando a produrre alcune rotture, come quelle della Greene e di Carlson.
È quindi interessante il fatto che l’ex deputata repubblicana si sia schierata con la Meloni. Una Meloni che aveva già comunque, almeno in parte, diviso il mondo Maga. Se la maggioranza di esso la vedeva in modo favorevole, Steve Bannon, a marzo, la criticò per non aver dato abbastanza sostegno a Trump nella crisi di Hormuz. Un ulteriore aspetto interessante da notare è che Bannon, la Greene e Carlson provengono tutti, pur con tratti e sensibilità differenti, da quel trumpismo originario di cui abbiamo parlato: trumpismo originario che, nella sua sfera mediatico-politica, si è spaccato sul conflitto in Iran (se Carlson , come detto, è contrario alla guerra, Laura Loomer la sostiene). Da questo punto di vista, a essere interessante è anche la sponda che, nel 2025, si registrò tra la Meloni ed Elon Musk: un esponente di quei nuovi «innesti» che era, non a caso, ai ferri corti con Bannon. Tra l’altro, anche Musk l’anno scorso ruppe con Trump, per poi significativamente ricucire (vista soprattutto la crescente interdipendenza tra SpaceX e il Pentagono).
Ma attenzione. I risvolti della nuova rottura tra il presidente americano e la Meloni potrebbero irrompere nella stessa amministrazione statunitense. Nell’ultimo anno e mezzo, l’inquilina di Palazzo Chigi ha stretto un rapporto molto cordiale con Marco Rubio e con JD Vance (il quale, dopo aver firmato la prefazione all’edizione statunitense del volume «La versione di Giorgia», ha anche citato la premier nel suo ultimo libro, «Communion»). Ora, nel breve termine, lo scontro tra Trump e la Meloni rischia di mettere in una posizione scomoda tanto il vicepresidente quanto il segretario di Stato. Tuttavia il tema è più complesso. Sì, perché sia Vance che Rubio sono assai interessati a candidarsi alla nomination presidenziale repubblicana del 2028. In quest’ottica, entrambi guardano con favore al mantenimento di una convergenza con la Meloni. Se il centrodestra italiano dovesse vincere le elezioni l’anno prossimo e, nel 2029, dovesse insediarsi alla presidenza statunitense uno dei due, sia Vance che Rubio auspicherebbero una sponda con Roma per arginare l’asse franco-tedesco e, soprattutto, per cercare di allentare i rapporti tra l’Ue e la Cina.
Nel frattempo, la stampa statunitense ha riportato la notizia del nuovo scontro tra Trump e la Meloni: da Nbc News al Wall Street Journal, passando per il Washington Post, le varie testate hanno raccontato le tensioni, ricordando che ci fu un tempo in cui i due leader erano stretti alleati. Per quanto non impossibile, sembra sempre più difficile che quel tempo possa tornare. Il conflitto iraniano ha del resto contribuito a scavare un solco profondo tra le due sponde dell’Atlantico. È dunque da qui che Vance e Rubio dovranno partire per cercare di riavvicinarle.
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Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Altro che «riavvicinamento»: poche ore dopo la fine del G7 di Evian, tra Donald Trump e Giorgia Meloni esplode uno dei più gravi incidenti diplomatici mai registrati nella storia dell’Italia repubblicana tra un presidente degli Stati Uniti e un premier italiano, secondo solo al famoso caso di Sigonella, che nel 1985 vide Bettino Craxi opporsi a Donald Reagan per la sorte dei miliziani palestinesi che avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. In quel caso si rischiò lo scontro armato tra la Delta Force da una parte e i carabinieri e i Vam dall’altra, ieri invece il conflitto è stato tutto dialettico, ma quanto mai aspro.
La cronaca di questa surreale, incredibile giornata, inizia poco dopo le 10 italiane, le 4 di notte a Washington, quando La7 diffonde un annuncio: «Oggi in esclusiva a L’Aria che tira su La7 una nuova telefonata con Donald Trump. Il programma di David Parenzo ha raggiunto telefonicamente il presidente statunitense per un colloquio. Al centro, le ultime dal G7 sulla pace in Medio Oriente e, soprattutto, sull’incontro tra il tycoon e il premier italiana Meloni dopo le tensioni delle ultime settimane». Siamo abituati al fatto che, tra le tante stravaganze (eufemismo) di Trump, ci sia pure quella di chiacchierare al telefono con i giornalisti. Alle 11, però, scoppia la bomba: Parenzo manda in onda la trascrizione della telefonata tra il tycoon e il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, Daniele Compatangelo: «Come sta il suo primo ministro? Come sta lei?», chiede a un certo punto Trump. «Beh, l’ha appena incontrata al G7», risponde il giornalista, «cosa ne pensa?». «Probabilmente è felice», replica Trump, «che io le abbia parlato! Non ero obbligato a farlo! Non so cosa dire! Mi ha supplicato di fare una foto! Voleva a tutti i costi una foto con me. Non l’avrei fatto, ma mi ha fatto pena!».
La7 non pubblica l’audio originale della telefonata, ma direttamente la traduzione: perché? A quanto spiega il corrispondente di La7 dalla Casa Bianca, per precise direttive dello staff del presidente Usa, le registrazioni delle telefonate non possono essere diffuse con l’audio originale. La trascrizione in lingua originale dell’ultima frase di Trump è la seguente: «She begged me for a picture! She wanted a picture with me so badly. I would haven’t done it, but I felt sorry for her!».
«I felt sorry for her» viene tradotto con «mi ha fatto pena», il che è formalmente corretto, ma la stessa frase può anche essere tradotta con un molto meno maleducato «mi dispiaceva per lei» o «mi è dispiaciuto per lei», come fa notare in diretta Antonio Di Bella, tra l’altro ex direttore del Tg3 e di Rai3 e già corrispondente da New York per il Tg1. Fatto sta che la Meloni la prende, come è ovvio, malissimo: impugna lo smartphone e da Bruxelles, dove sta partecipando al Consiglio europeo, registra un durissimo video di risposta: «Certe cose», scandisce Giorgia Meloni, «meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati e non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’Occidente, con i nemici degli Stati Uniti, con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e l’Italia, non imploriamo mai». L’aria che tira, potremmo dire, è quella di tempesta: piovono reazioni indignate da tutto il mondo politico e istituzionale, italiano e non solo. Si muove il Colle: il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona alla Meloni e le esprime solidarietà.
Immediate anche le reazioni dei due vicepremier: «Le gravi e offensive parole del presidente Trump nei confronti del presidente del Consiglio», scrive su X il ministro degli Esteri e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «offendono tutta l’Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Anche Confindustria cancella la sua partecipazione al business forum di Miami del 22 giugno. Più tardi, parlando con i cronisti, Tajani aggiunge: «Non possiamo pensare che qualcuno offenda l’Italia così come ha fatto il presidente Usa», invitando comunque a «mantenere il rapporto transatlantico come stella polare». L’altro vicepremier, il ministro dei Trasporti e leader della Lega Matteo Salvini, sui social scrive: «Chi attacca Giorgia, attacca tutti noi». E adesso che succede? La Verità ha avuto modo di sondare ambienti di governo e maggioranza, e c’è una sostanziale unanimità su un punto: i dubbi sull’equilibrio di Donald Trump. Sono diventate troppo frequenti e sempre più deliranti, ormai, le sparate del tycoon, tra insulti ad alleati, avversari e giornalisti, prese di posizione surreali, video, foto e post deliranti postati a raffica sui social, e, cosa più grave, continui cambi di strategia e opinione sulle questioni più importanti di politica internazionale.
Compiacimento abbiamo poi registrato per l’intervento di Mattarella, arrivato mentre tra le opposizioni non mancava chi, pur esprimendo solidarietà alla Meloni, aggiungeva che è stata però proprio lei a scegliere il presidente degli Stati Uniti come alleato privilegiato, manco fosse una colpa o avesse altra scelta. Sono una donna dotata di doti divinatorie poteva prevedere che Trump sarebbe diventato quello che è oggi: per non sbilanciarci troppo, sicuramente un gran maleducato. Che, dopo la replica di Meloni, ha rincarato la dose: «Non la voglio come fan perché lei, così come gli altri del gruppo Nato, non c'è stata riguardo allo Stretto di Hormuz».
Eppure la sinistra incolpa Giorgia
Centinaia, dall’Italia e dall’estero, le reazioni allo scontro tra Donald Trump e Giorgia Meloni: «Sono stato sorpreso», commenta il presidente francese Emmanuel Macron, «dall’attacco di Trump a Meloni, ne parlerò con lei». «Riguardo alla Meloni», dice il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, «vorrei dire due cose: la prima, tutta la mia solidarietà. In secondo luogo, vorrei dirvi che non solo l’ho espressa pubblicamente ora, ma l’ho fatto anche in privato. Le ho espresso la mia solidarietà direttamente in Consiglio di fronte a questo attacco che non è né politico né personale. In realtà, non so nemmeno come qualificarlo».
Passiamo all’Italia: «Le parole del presidente Donald Trump, chiaramente false», attacca il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «sono un evidente tentativo di vendicarsi della premier italiana per il suo non essersi piegata ai voleri del tycoon. Conoscendola molto bene, posso scommettere di mangiare un pollo vivo piuttosto che credere che Giorgia Meloni supplichi qualcuno. Fa pena chi lo sostiene». «La mia solidarietà al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le parole pronunciate nei suoi confronti», argomenta il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, «non contribuiscono certamente a rafforzare quel clima di rispetto fondamentale nei rapporti tra paesi amici e alleati». Durissimo il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari: «I deliri di Trump su Giorgia Meloni», azzanna Fazzolari, «sono solo l’ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei. Non si capisce se per volontà o per inettitudine sta rovinando gli storici rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Con le sue uscite inopportune è riuscito nel non facile intento di rendere gli Usa invisi all’intero continente europeo, danneggiando non solo l’Europa ma soprattutto gli Stati Uniti».
In serata, ospite di 10 minuti su Retequattro, Fazzolari fornisce una inedita interpretazione dell’accaduto: «Una delle interpretazioni che è stata data oltreoceano», spiega Fazzolari, «è che il video del G7 di Evian è diventato virale negli Usa, e i commenti erano: Meloni mette al suo posto Trump. Il presidente americano è particolarmente attento e sensibile alle dinamiche delle rete. Una delle interpretazioni che è stata data è che è stata una reazione per questo video che era stato particolarmente diffuso negli Stati Uniti».
Arrivano anche i commenti degli esponenti di opposizione: «La triste realtà», sottolinea il leder del M5s, Giuseppe Conte, «è che abbiamo subito una grande mortificazione da parte di Trump e queste sono parole assolutamente inaccettabili nei confronti dei nostri vertici istituzionali. Però dobbiamo anche riflettere. Giorgia Meloni e il suo governo hanno detto sì a tutto e hanno svenduto l’interesse nazionale». «Gli attacchi di Trump alla Meloni», sottolinea la segretaria del Pd, Elly Schlein, «sono inaccettabili, da respingere con forza. Noi non accettiamo attacchi né insulti rivolti al governo del nostro paese e continueremo a difendere le istituzioni italiane. Ci aspettiamo però che lo faccia, e cominci a farlo di più, anche la destra di questo paese e che capisca quanto è stata sbagliata la strategia di un atteggiamento remissivo verso Trump». «Le frasi di Trump sono orripilanti, come sempre. Finalmente», scrive su X il leader di Italia viva Matteo Renzi, «se ne è accorta anche la presidente Meloni: buongiorno Giorgia, ben svegliata. Ora basta cappellini Maga e basta ponti con Trump».
La missione del presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, negli Stati Uniti, prevista per la prossima settimana, è stata annullata, dopo le offese di Trump Arriva anche il commento del generale Roberto Vannacci: «L’Italia», dice il leader di Futuro nazionale, «non può diventare terreno di scontro per calcoli di parte o convenienze politiche del momento. Non condivido chi, per attaccare Giorgia Meloni o il suo governo, finisce per gettare fango sul presidente del Consiglio e, con esso, sull’immagine della nostra nazione». Solidarietà alla Meloni e condanna della prepotenza da parte di Domenico Menorello, portavoce del network associativo «Ditelo sui tetti».
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