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2024-03-05
In classe a 10 anni con velo integrale. La Lega: «Nuova legge per vietarlo»
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A dieci anni, già vessata. E per giunta in una scuola pubblica dove, giustamente, c’è una crescente attenzione a qualunque fenomeno di discriminazione, isolamento, bullismo. A Pordenone, una bambina di dieci anni è stata mandata in classe dai genitori con un velo, il niqab, che le copriva buona parte del viso, lasciando scoperto solo una striscia per gli occhi. La maestra l’ha convinta a chiedere ai genitori di tornare il giorno dopo almeno a volto scoperto, richiesta che per fortuna è stata accolta. Ma intanto è esplosa la polemica, con la Lega che chiede di colmare il vuoto legislativo su burka e dintorni e la comunità islamica di Pordenone costretta a parlare di «malinteso» e ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo che quel «tipo di copricapo» (testuale) va indossato «solo quando si è più grandi». Insomma, tutta colpa dei genitori.
La bambina frequenta la quarta elementare, è un’immigrata di seconda generazione ed è figlia di una coppia di origine africana e di religione musulmana. La scorsa settimana si è presentata così, pare per la prima volta, a scuola. La maestra non ha fatto passare la cosa e con molto tatto ha detto all’alunna di chiedere ai genitori di lasciarle scoperto il volto. Il giorno dopo, la bimba è tornata senza il niqab e la faccenda si è risolta all’insegna della massima tolleranza e del buon senso. Quello che è successo, però, è abbastanza grave e non poteva restare chiuso tra le mura della scuola. La notizia è uscita sui media locali e, naturalmente, ha fatto scalpore, se non altro per l’età della malcapitata. Non avendo avuto notizia formale dell’accaduto, le autorità scolastiche hanno fatto sapere che indagheranno su come sono andati esattamente i fatti. Ma, intanto, hanno spiegato al Messaggero Veneto che in quella scuola e in altri istituti della Provincia non mancano altri ragazzi di famiglia musulmana, eppur non ci sono mai stati problemi con il velo. Per il senatore Marco Dreosto, segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, «È un fatto inaccettabile e contravviene alle più basilari regole del vivere comune, dei diritti fondamentali dei bambini e dell’identità femminile». In ogni caso, c’è un punto politico generale grave e annoso: in Italia non c’è una legge che vieti esplicitamente il velo integrale, ma solo un’interpretazione acrobatica delle vecchie leggi antiterrorismo sull’identificabilità delle persone. E su questa linea che si è asserragliato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame: «Non essendoci al momento una norma specifica che vieti il velo integrale tra i banchi le scuole devono favorire l’inclusione nel rispetto delle differenze anche di abbigliamento», ha riportato Rai News, «L’insegnante ha certamente agito in buonafede ma è opportuno che riconsideri la sua decisione».
Dreosto , intanto, tira le somme del fattaccio di Pordenone: «Penso sia arrivato il momento che anche l’Italia prenda iniziative per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, per il rispetto dei diritti delle donne e per la sicurezza pubblica. Ricordo come Francia e Belgio abbiano vietato il niqab nei luoghi pubblici e anche l’Egitto, Paese musulmano, ne abbia vietato l’uso a scuola», e promettendo di portare il caso in Parlamento, proponendo una legge che vieti il velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici. Il vicesindaco di Pordenone, Alberto Parigi, anche assessore all’Istruzione, ha spiegato di non aver ricevuto segnalazioni riguardo a bambine che indossano veli quasi integrali a scuola. «In ogni caso», ha affermato, «farò subito accertamenti e se la notizia venisse confermata, il mio primo pensiero deve andare a una bambina costretta nel niqab. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile».
Dal fronte opposto, vista l’enormità dell’accaduto, per una volta non si sono tentate penose difese della libertà di culto. Per Caterina Conti, segretario regionale del Pd, «nascondere il volto delle donne, fin da bambine, significa togliere loro la dignità di persone, renderle “cose” sottomesse alla potestà degli uomini. Ci sono acquisizioni di diritti femminili che non possono essere messe in discussione». E anche secondo Fausto Tomasello, segretario provinciale del Pd di Pordenone, «il velo integrale su una bambina di dieci anni è semplicemente inconcepibile, ma in particolare a scuola è inaccettabile e la maestra è intervenuta correttamente con la famiglia. Esprimiamo forte preoccupazione per un episodio che rappresenta una discriminazione di genere e un rischio per il benessere psicologico e fisico delle bambine». Tomasello da un lato ha anche avuto il coraggio di dire che «la velatura è un atto di indottrinamento e di controllo», salvo sostenere che «la stessa velatura non c’entra nulla con la religione». Il che francamente, è un approccio un po’ buonista e riduttivo, perché invece il suo fondamento è pienamente religioso, anche se per fortuna ci sono alcune comunità islamiche dove le donne possono girare senza velo.
In assenza dell’imam di zona, che deve ancora essere nominato, alla fine si sono fatti vivi con i media locali alcuni esponenti della comunità islamica di Pordenone e hanno minimizzato su tutta la linea: «Stiamo parlando di un caso che sembra non esistere, frutto forse di un malinteso. Quel tipo di copricapo va indossato solo quando si è più grandi di età». «Dunque, usarlo», proseguono, «in generale e non soltanto a scuola, per una bimba così piccola, era forse frutto di un errore di interpretazione dei genitori». E dopo aver scaricato tutto su mamma e papà, si sono pure detti «stupiti che si dia così tanta eco a un caso risolto con saggezza dalla maestra». Più che altro, devono essersi stupiti del fatto che in Italia ci sia una Costituzione.
Arte blasfema nella diocesi di Carpi
«Nessuna immagine blasfema o dissacrante alla mostra Gratia plena allestita al Museo diocesano»: recita così una nota della diocesi di Carpi diffusa a difesa di una mostra che, appena inaugurata, è già al centro di forti polemiche. Stiamo parlando di Gratia plena, esposizione dell’artista Andrea Saltini il cui catalogo presenta testi di don Carlo Bellini e della critica d’arte Cristina Muccioli. Il contesto ecclesiale, il catalogo con gli scritti di un sacerdote per di più un vicario episcopale per la pastorale e, in fondo, pure il periodo quaresimale dovrebbero essere quanto di più rassicurante sotto il profilo morale.Invece Gratia plena, aperta al pubblico solo sabato scorso, è già al centro di una polemica accesa che difficilmente potrà spegnersi a breve. Sì, perché nel percorso espositivo, che comprende una ventina di dipinti a tecnica mista su tela, molti dei quali di grandi dimensioni, si trova un’opera Saltini che sta facendo molto discutere. Si tratta del quadro intitolato Inri - San Longino, realizzato in gesso, cera e argilla pigmentata e che, in buona sostanza, raffigura Gesù Cristo crocifisso con, davanti a lui, un uomo con la mano destra nascosta dietro le sue cosce, la sinistra allungata fino a premergli il costato e, soprattutto, il volto platealmente affacciato sulle sue parti intime.Una raffigurazione che a diversi visitatori passati davanti ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ignazio di Carpi, dove appunto si trova l’opera, ha subito fatto pensare, per quanto possa apparire incredibile visto il contesto, a un rapporto orale. Quando la Nuova bussola quotidiana ha chiesto spiegazioni alla guida della mostra circa l’ipotesi che il quadro di Saltini possa effettivamente essere ciò che a tanti appare, e cioè qualcosa di blasfemo, si è sentita rispondere: «Beh, potrebbe… Del resto, quello di provocare è uno degli intenti dell’artista». Neppure chi illustra l’opera è, dunque, stato in grado di negare come essa abbia qualcosa di anomalo; di qui la polemica, dato che nel percorso espositivo di Gratia plena il problema non è solo Inri - San Longino.Vi sono, infatti, anche altre opere dal tenore provocatorio, a partire da quella che dà il nome all’intera mostra, un trittico che raffigura una donna progressivamente spogliata con diversi soggetti maschili famelici attorno a lei. Per questo, a distanza di poche ore dall’inaugurazione della mostra, la diocesi di Carpi, retta dal vescovo Erio Castellucci, ha deciso di prendere posizione con una nota con la quale, cercando di parare l’urto delle critiche che stanno fioccando, premette che in effetti l’arte di Saltini «non è devozionale» e «difficilmente potremmo vederla in una chiesa», eppure è «vera arte contemporanea a soggetto religioso, ancora una volta una rarità. Davanti a queste opere si può meditare».Fatta questa premessa, la diocesi sostiene, «quanto ai giudizi (o pregiudizi) secondo cui alcuni quadri esposti» nella mostra «riproducono immagini blasfeme o dissacranti», che «pur rientrando nella libera circolazione delle opinioni, oltre a risultare irrispettosi nei riguardi del percorso compiuto soprattutto dall’artista e anche dai promotori, nulla di tutto questo è rilevabile davanti a una visione delle opere corretta». Per questo, per meglio facilitare una «visione delle opere corretta», a breve «sarà predisposto, in addendum al catalogo della mostra, un sussidio che presenta le singole opere dal punto di vista dell’artista». Il punto di vista della gente comune, invece, è già chiaro. E incredulo.
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Una bimba di Pordenone si presenta a lezione a volto coperto, la maestra interviene e l’episodio non si ripete. Ma il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale la striglia: «Non è vietato». Il Carroccio: «Rivedere le regole». Nell’esposizione «Gratia plena» c’è un Longino equivoco sul corpo di Gesù e un trittico con una donna denudata da uomini famelici. Il vescovo Castellucci: «Solo pregiudizi».Lo speciale contiene due articoli.A dieci anni, già vessata. E per giunta in una scuola pubblica dove, giustamente, c’è una crescente attenzione a qualunque fenomeno di discriminazione, isolamento, bullismo. A Pordenone, una bambina di dieci anni è stata mandata in classe dai genitori con un velo, il niqab, che le copriva buona parte del viso, lasciando scoperto solo una striscia per gli occhi. La maestra l’ha convinta a chiedere ai genitori di tornare il giorno dopo almeno a volto scoperto, richiesta che per fortuna è stata accolta. Ma intanto è esplosa la polemica, con la Lega che chiede di colmare il vuoto legislativo su burka e dintorni e la comunità islamica di Pordenone costretta a parlare di «malinteso» e ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo che quel «tipo di copricapo» (testuale) va indossato «solo quando si è più grandi». Insomma, tutta colpa dei genitori.La bambina frequenta la quarta elementare, è un’immigrata di seconda generazione ed è figlia di una coppia di origine africana e di religione musulmana. La scorsa settimana si è presentata così, pare per la prima volta, a scuola. La maestra non ha fatto passare la cosa e con molto tatto ha detto all’alunna di chiedere ai genitori di lasciarle scoperto il volto. Il giorno dopo, la bimba è tornata senza il niqab e la faccenda si è risolta all’insegna della massima tolleranza e del buon senso. Quello che è successo, però, è abbastanza grave e non poteva restare chiuso tra le mura della scuola. La notizia è uscita sui media locali e, naturalmente, ha fatto scalpore, se non altro per l’età della malcapitata. Non avendo avuto notizia formale dell’accaduto, le autorità scolastiche hanno fatto sapere che indagheranno su come sono andati esattamente i fatti. Ma, intanto, hanno spiegato al Messaggero Veneto che in quella scuola e in altri istituti della Provincia non mancano altri ragazzi di famiglia musulmana, eppur non ci sono mai stati problemi con il velo. Per il senatore Marco Dreosto, segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, «È un fatto inaccettabile e contravviene alle più basilari regole del vivere comune, dei diritti fondamentali dei bambini e dell’identità femminile». In ogni caso, c’è un punto politico generale grave e annoso: in Italia non c’è una legge che vieti esplicitamente il velo integrale, ma solo un’interpretazione acrobatica delle vecchie leggi antiterrorismo sull’identificabilità delle persone. E su questa linea che si è asserragliato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame: «Non essendoci al momento una norma specifica che vieti il velo integrale tra i banchi le scuole devono favorire l’inclusione nel rispetto delle differenze anche di abbigliamento», ha riportato Rai News, «L’insegnante ha certamente agito in buonafede ma è opportuno che riconsideri la sua decisione».Dreosto , intanto, tira le somme del fattaccio di Pordenone: «Penso sia arrivato il momento che anche l’Italia prenda iniziative per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, per il rispetto dei diritti delle donne e per la sicurezza pubblica. Ricordo come Francia e Belgio abbiano vietato il niqab nei luoghi pubblici e anche l’Egitto, Paese musulmano, ne abbia vietato l’uso a scuola», e promettendo di portare il caso in Parlamento, proponendo una legge che vieti il velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici. Il vicesindaco di Pordenone, Alberto Parigi, anche assessore all’Istruzione, ha spiegato di non aver ricevuto segnalazioni riguardo a bambine che indossano veli quasi integrali a scuola. «In ogni caso», ha affermato, «farò subito accertamenti e se la notizia venisse confermata, il mio primo pensiero deve andare a una bambina costretta nel niqab. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile».Dal fronte opposto, vista l’enormità dell’accaduto, per una volta non si sono tentate penose difese della libertà di culto. Per Caterina Conti, segretario regionale del Pd, «nascondere il volto delle donne, fin da bambine, significa togliere loro la dignità di persone, renderle “cose” sottomesse alla potestà degli uomini. Ci sono acquisizioni di diritti femminili che non possono essere messe in discussione». E anche secondo Fausto Tomasello, segretario provinciale del Pd di Pordenone, «il velo integrale su una bambina di dieci anni è semplicemente inconcepibile, ma in particolare a scuola è inaccettabile e la maestra è intervenuta correttamente con la famiglia. Esprimiamo forte preoccupazione per un episodio che rappresenta una discriminazione di genere e un rischio per il benessere psicologico e fisico delle bambine». Tomasello da un lato ha anche avuto il coraggio di dire che «la velatura è un atto di indottrinamento e di controllo», salvo sostenere che «la stessa velatura non c’entra nulla con la religione». Il che francamente, è un approccio un po’ buonista e riduttivo, perché invece il suo fondamento è pienamente religioso, anche se per fortuna ci sono alcune comunità islamiche dove le donne possono girare senza velo.In assenza dell’imam di zona, che deve ancora essere nominato, alla fine si sono fatti vivi con i media locali alcuni esponenti della comunità islamica di Pordenone e hanno minimizzato su tutta la linea: «Stiamo parlando di un caso che sembra non esistere, frutto forse di un malinteso. Quel tipo di copricapo va indossato solo quando si è più grandi di età». «Dunque, usarlo», proseguono, «in generale e non soltanto a scuola, per una bimba così piccola, era forse frutto di un errore di interpretazione dei genitori». E dopo aver scaricato tutto su mamma e papà, si sono pure detti «stupiti che si dia così tanta eco a un caso risolto con saggezza dalla maestra». Più che altro, devono essersi stupiti del fatto che in Italia ci sia una Costituzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-classe-10anni-velo-integrale-2667434248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arte-blasfema-nella-diocesi-di-carpi" data-post-id="2667434248" data-published-at="1709658290" data-use-pagination="False"> Arte blasfema nella diocesi di Carpi «Nessuna immagine blasfema o dissacrante alla mostra Gratia plena allestita al Museo diocesano»: recita così una nota della diocesi di Carpi diffusa a difesa di una mostra che, appena inaugurata, è già al centro di forti polemiche. Stiamo parlando di Gratia plena, esposizione dell’artista Andrea Saltini il cui catalogo presenta testi di don Carlo Bellini e della critica d’arte Cristina Muccioli. Il contesto ecclesiale, il catalogo con gli scritti di un sacerdote per di più un vicario episcopale per la pastorale e, in fondo, pure il periodo quaresimale dovrebbero essere quanto di più rassicurante sotto il profilo morale.Invece Gratia plena, aperta al pubblico solo sabato scorso, è già al centro di una polemica accesa che difficilmente potrà spegnersi a breve. Sì, perché nel percorso espositivo, che comprende una ventina di dipinti a tecnica mista su tela, molti dei quali di grandi dimensioni, si trova un’opera Saltini che sta facendo molto discutere. Si tratta del quadro intitolato Inri - San Longino, realizzato in gesso, cera e argilla pigmentata e che, in buona sostanza, raffigura Gesù Cristo crocifisso con, davanti a lui, un uomo con la mano destra nascosta dietro le sue cosce, la sinistra allungata fino a premergli il costato e, soprattutto, il volto platealmente affacciato sulle sue parti intime.Una raffigurazione che a diversi visitatori passati davanti ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ignazio di Carpi, dove appunto si trova l’opera, ha subito fatto pensare, per quanto possa apparire incredibile visto il contesto, a un rapporto orale. Quando la Nuova bussola quotidiana ha chiesto spiegazioni alla guida della mostra circa l’ipotesi che il quadro di Saltini possa effettivamente essere ciò che a tanti appare, e cioè qualcosa di blasfemo, si è sentita rispondere: «Beh, potrebbe… Del resto, quello di provocare è uno degli intenti dell’artista». Neppure chi illustra l’opera è, dunque, stato in grado di negare come essa abbia qualcosa di anomalo; di qui la polemica, dato che nel percorso espositivo di Gratia plena il problema non è solo Inri - San Longino.Vi sono, infatti, anche altre opere dal tenore provocatorio, a partire da quella che dà il nome all’intera mostra, un trittico che raffigura una donna progressivamente spogliata con diversi soggetti maschili famelici attorno a lei. Per questo, a distanza di poche ore dall’inaugurazione della mostra, la diocesi di Carpi, retta dal vescovo Erio Castellucci, ha deciso di prendere posizione con una nota con la quale, cercando di parare l’urto delle critiche che stanno fioccando, premette che in effetti l’arte di Saltini «non è devozionale» e «difficilmente potremmo vederla in una chiesa», eppure è «vera arte contemporanea a soggetto religioso, ancora una volta una rarità. Davanti a queste opere si può meditare».Fatta questa premessa, la diocesi sostiene, «quanto ai giudizi (o pregiudizi) secondo cui alcuni quadri esposti» nella mostra «riproducono immagini blasfeme o dissacranti», che «pur rientrando nella libera circolazione delle opinioni, oltre a risultare irrispettosi nei riguardi del percorso compiuto soprattutto dall’artista e anche dai promotori, nulla di tutto questo è rilevabile davanti a una visione delle opere corretta». Per questo, per meglio facilitare una «visione delle opere corretta», a breve «sarà predisposto, in addendum al catalogo della mostra, un sussidio che presenta le singole opere dal punto di vista dell’artista». Il punto di vista della gente comune, invece, è già chiaro. E incredulo.
Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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