True
2024-03-05
In classe a 10 anni con velo integrale. La Lega: «Nuova legge per vietarlo»
iStock
A dieci anni, già vessata. E per giunta in una scuola pubblica dove, giustamente, c’è una crescente attenzione a qualunque fenomeno di discriminazione, isolamento, bullismo. A Pordenone, una bambina di dieci anni è stata mandata in classe dai genitori con un velo, il niqab, che le copriva buona parte del viso, lasciando scoperto solo una striscia per gli occhi. La maestra l’ha convinta a chiedere ai genitori di tornare il giorno dopo almeno a volto scoperto, richiesta che per fortuna è stata accolta. Ma intanto è esplosa la polemica, con la Lega che chiede di colmare il vuoto legislativo su burka e dintorni e la comunità islamica di Pordenone costretta a parlare di «malinteso» e ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo che quel «tipo di copricapo» (testuale) va indossato «solo quando si è più grandi». Insomma, tutta colpa dei genitori.
La bambina frequenta la quarta elementare, è un’immigrata di seconda generazione ed è figlia di una coppia di origine africana e di religione musulmana. La scorsa settimana si è presentata così, pare per la prima volta, a scuola. La maestra non ha fatto passare la cosa e con molto tatto ha detto all’alunna di chiedere ai genitori di lasciarle scoperto il volto. Il giorno dopo, la bimba è tornata senza il niqab e la faccenda si è risolta all’insegna della massima tolleranza e del buon senso. Quello che è successo, però, è abbastanza grave e non poteva restare chiuso tra le mura della scuola. La notizia è uscita sui media locali e, naturalmente, ha fatto scalpore, se non altro per l’età della malcapitata. Non avendo avuto notizia formale dell’accaduto, le autorità scolastiche hanno fatto sapere che indagheranno su come sono andati esattamente i fatti. Ma, intanto, hanno spiegato al Messaggero Veneto che in quella scuola e in altri istituti della Provincia non mancano altri ragazzi di famiglia musulmana, eppur non ci sono mai stati problemi con il velo. Per il senatore Marco Dreosto, segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, «È un fatto inaccettabile e contravviene alle più basilari regole del vivere comune, dei diritti fondamentali dei bambini e dell’identità femminile». In ogni caso, c’è un punto politico generale grave e annoso: in Italia non c’è una legge che vieti esplicitamente il velo integrale, ma solo un’interpretazione acrobatica delle vecchie leggi antiterrorismo sull’identificabilità delle persone. E su questa linea che si è asserragliato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame: «Non essendoci al momento una norma specifica che vieti il velo integrale tra i banchi le scuole devono favorire l’inclusione nel rispetto delle differenze anche di abbigliamento», ha riportato Rai News, «L’insegnante ha certamente agito in buonafede ma è opportuno che riconsideri la sua decisione».
Dreosto , intanto, tira le somme del fattaccio di Pordenone: «Penso sia arrivato il momento che anche l’Italia prenda iniziative per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, per il rispetto dei diritti delle donne e per la sicurezza pubblica. Ricordo come Francia e Belgio abbiano vietato il niqab nei luoghi pubblici e anche l’Egitto, Paese musulmano, ne abbia vietato l’uso a scuola», e promettendo di portare il caso in Parlamento, proponendo una legge che vieti il velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici. Il vicesindaco di Pordenone, Alberto Parigi, anche assessore all’Istruzione, ha spiegato di non aver ricevuto segnalazioni riguardo a bambine che indossano veli quasi integrali a scuola. «In ogni caso», ha affermato, «farò subito accertamenti e se la notizia venisse confermata, il mio primo pensiero deve andare a una bambina costretta nel niqab. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile».
Dal fronte opposto, vista l’enormità dell’accaduto, per una volta non si sono tentate penose difese della libertà di culto. Per Caterina Conti, segretario regionale del Pd, «nascondere il volto delle donne, fin da bambine, significa togliere loro la dignità di persone, renderle “cose” sottomesse alla potestà degli uomini. Ci sono acquisizioni di diritti femminili che non possono essere messe in discussione». E anche secondo Fausto Tomasello, segretario provinciale del Pd di Pordenone, «il velo integrale su una bambina di dieci anni è semplicemente inconcepibile, ma in particolare a scuola è inaccettabile e la maestra è intervenuta correttamente con la famiglia. Esprimiamo forte preoccupazione per un episodio che rappresenta una discriminazione di genere e un rischio per il benessere psicologico e fisico delle bambine». Tomasello da un lato ha anche avuto il coraggio di dire che «la velatura è un atto di indottrinamento e di controllo», salvo sostenere che «la stessa velatura non c’entra nulla con la religione». Il che francamente, è un approccio un po’ buonista e riduttivo, perché invece il suo fondamento è pienamente religioso, anche se per fortuna ci sono alcune comunità islamiche dove le donne possono girare senza velo.
In assenza dell’imam di zona, che deve ancora essere nominato, alla fine si sono fatti vivi con i media locali alcuni esponenti della comunità islamica di Pordenone e hanno minimizzato su tutta la linea: «Stiamo parlando di un caso che sembra non esistere, frutto forse di un malinteso. Quel tipo di copricapo va indossato solo quando si è più grandi di età». «Dunque, usarlo», proseguono, «in generale e non soltanto a scuola, per una bimba così piccola, era forse frutto di un errore di interpretazione dei genitori». E dopo aver scaricato tutto su mamma e papà, si sono pure detti «stupiti che si dia così tanta eco a un caso risolto con saggezza dalla maestra». Più che altro, devono essersi stupiti del fatto che in Italia ci sia una Costituzione.
Arte blasfema nella diocesi di Carpi
«Nessuna immagine blasfema o dissacrante alla mostra Gratia plena allestita al Museo diocesano»: recita così una nota della diocesi di Carpi diffusa a difesa di una mostra che, appena inaugurata, è già al centro di forti polemiche. Stiamo parlando di Gratia plena, esposizione dell’artista Andrea Saltini il cui catalogo presenta testi di don Carlo Bellini e della critica d’arte Cristina Muccioli. Il contesto ecclesiale, il catalogo con gli scritti di un sacerdote per di più un vicario episcopale per la pastorale e, in fondo, pure il periodo quaresimale dovrebbero essere quanto di più rassicurante sotto il profilo morale.Invece Gratia plena, aperta al pubblico solo sabato scorso, è già al centro di una polemica accesa che difficilmente potrà spegnersi a breve. Sì, perché nel percorso espositivo, che comprende una ventina di dipinti a tecnica mista su tela, molti dei quali di grandi dimensioni, si trova un’opera Saltini che sta facendo molto discutere. Si tratta del quadro intitolato Inri - San Longino, realizzato in gesso, cera e argilla pigmentata e che, in buona sostanza, raffigura Gesù Cristo crocifisso con, davanti a lui, un uomo con la mano destra nascosta dietro le sue cosce, la sinistra allungata fino a premergli il costato e, soprattutto, il volto platealmente affacciato sulle sue parti intime.Una raffigurazione che a diversi visitatori passati davanti ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ignazio di Carpi, dove appunto si trova l’opera, ha subito fatto pensare, per quanto possa apparire incredibile visto il contesto, a un rapporto orale. Quando la Nuova bussola quotidiana ha chiesto spiegazioni alla guida della mostra circa l’ipotesi che il quadro di Saltini possa effettivamente essere ciò che a tanti appare, e cioè qualcosa di blasfemo, si è sentita rispondere: «Beh, potrebbe… Del resto, quello di provocare è uno degli intenti dell’artista». Neppure chi illustra l’opera è, dunque, stato in grado di negare come essa abbia qualcosa di anomalo; di qui la polemica, dato che nel percorso espositivo di Gratia plena il problema non è solo Inri - San Longino.Vi sono, infatti, anche altre opere dal tenore provocatorio, a partire da quella che dà il nome all’intera mostra, un trittico che raffigura una donna progressivamente spogliata con diversi soggetti maschili famelici attorno a lei. Per questo, a distanza di poche ore dall’inaugurazione della mostra, la diocesi di Carpi, retta dal vescovo Erio Castellucci, ha deciso di prendere posizione con una nota con la quale, cercando di parare l’urto delle critiche che stanno fioccando, premette che in effetti l’arte di Saltini «non è devozionale» e «difficilmente potremmo vederla in una chiesa», eppure è «vera arte contemporanea a soggetto religioso, ancora una volta una rarità. Davanti a queste opere si può meditare».Fatta questa premessa, la diocesi sostiene, «quanto ai giudizi (o pregiudizi) secondo cui alcuni quadri esposti» nella mostra «riproducono immagini blasfeme o dissacranti», che «pur rientrando nella libera circolazione delle opinioni, oltre a risultare irrispettosi nei riguardi del percorso compiuto soprattutto dall’artista e anche dai promotori, nulla di tutto questo è rilevabile davanti a una visione delle opere corretta». Per questo, per meglio facilitare una «visione delle opere corretta», a breve «sarà predisposto, in addendum al catalogo della mostra, un sussidio che presenta le singole opere dal punto di vista dell’artista». Il punto di vista della gente comune, invece, è già chiaro. E incredulo.
Continua a leggereRiduci
Una bimba di Pordenone si presenta a lezione a volto coperto, la maestra interviene e l’episodio non si ripete. Ma il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale la striglia: «Non è vietato». Il Carroccio: «Rivedere le regole». Nell’esposizione «Gratia plena» c’è un Longino equivoco sul corpo di Gesù e un trittico con una donna denudata da uomini famelici. Il vescovo Castellucci: «Solo pregiudizi».Lo speciale contiene due articoli.A dieci anni, già vessata. E per giunta in una scuola pubblica dove, giustamente, c’è una crescente attenzione a qualunque fenomeno di discriminazione, isolamento, bullismo. A Pordenone, una bambina di dieci anni è stata mandata in classe dai genitori con un velo, il niqab, che le copriva buona parte del viso, lasciando scoperto solo una striscia per gli occhi. La maestra l’ha convinta a chiedere ai genitori di tornare il giorno dopo almeno a volto scoperto, richiesta che per fortuna è stata accolta. Ma intanto è esplosa la polemica, con la Lega che chiede di colmare il vuoto legislativo su burka e dintorni e la comunità islamica di Pordenone costretta a parlare di «malinteso» e ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo che quel «tipo di copricapo» (testuale) va indossato «solo quando si è più grandi». Insomma, tutta colpa dei genitori.La bambina frequenta la quarta elementare, è un’immigrata di seconda generazione ed è figlia di una coppia di origine africana e di religione musulmana. La scorsa settimana si è presentata così, pare per la prima volta, a scuola. La maestra non ha fatto passare la cosa e con molto tatto ha detto all’alunna di chiedere ai genitori di lasciarle scoperto il volto. Il giorno dopo, la bimba è tornata senza il niqab e la faccenda si è risolta all’insegna della massima tolleranza e del buon senso. Quello che è successo, però, è abbastanza grave e non poteva restare chiuso tra le mura della scuola. La notizia è uscita sui media locali e, naturalmente, ha fatto scalpore, se non altro per l’età della malcapitata. Non avendo avuto notizia formale dell’accaduto, le autorità scolastiche hanno fatto sapere che indagheranno su come sono andati esattamente i fatti. Ma, intanto, hanno spiegato al Messaggero Veneto che in quella scuola e in altri istituti della Provincia non mancano altri ragazzi di famiglia musulmana, eppur non ci sono mai stati problemi con il velo. Per il senatore Marco Dreosto, segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, «È un fatto inaccettabile e contravviene alle più basilari regole del vivere comune, dei diritti fondamentali dei bambini e dell’identità femminile». In ogni caso, c’è un punto politico generale grave e annoso: in Italia non c’è una legge che vieti esplicitamente il velo integrale, ma solo un’interpretazione acrobatica delle vecchie leggi antiterrorismo sull’identificabilità delle persone. E su questa linea che si è asserragliato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame: «Non essendoci al momento una norma specifica che vieti il velo integrale tra i banchi le scuole devono favorire l’inclusione nel rispetto delle differenze anche di abbigliamento», ha riportato Rai News, «L’insegnante ha certamente agito in buonafede ma è opportuno che riconsideri la sua decisione».Dreosto , intanto, tira le somme del fattaccio di Pordenone: «Penso sia arrivato il momento che anche l’Italia prenda iniziative per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, per il rispetto dei diritti delle donne e per la sicurezza pubblica. Ricordo come Francia e Belgio abbiano vietato il niqab nei luoghi pubblici e anche l’Egitto, Paese musulmano, ne abbia vietato l’uso a scuola», e promettendo di portare il caso in Parlamento, proponendo una legge che vieti il velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici. Il vicesindaco di Pordenone, Alberto Parigi, anche assessore all’Istruzione, ha spiegato di non aver ricevuto segnalazioni riguardo a bambine che indossano veli quasi integrali a scuola. «In ogni caso», ha affermato, «farò subito accertamenti e se la notizia venisse confermata, il mio primo pensiero deve andare a una bambina costretta nel niqab. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile».Dal fronte opposto, vista l’enormità dell’accaduto, per una volta non si sono tentate penose difese della libertà di culto. Per Caterina Conti, segretario regionale del Pd, «nascondere il volto delle donne, fin da bambine, significa togliere loro la dignità di persone, renderle “cose” sottomesse alla potestà degli uomini. Ci sono acquisizioni di diritti femminili che non possono essere messe in discussione». E anche secondo Fausto Tomasello, segretario provinciale del Pd di Pordenone, «il velo integrale su una bambina di dieci anni è semplicemente inconcepibile, ma in particolare a scuola è inaccettabile e la maestra è intervenuta correttamente con la famiglia. Esprimiamo forte preoccupazione per un episodio che rappresenta una discriminazione di genere e un rischio per il benessere psicologico e fisico delle bambine». Tomasello da un lato ha anche avuto il coraggio di dire che «la velatura è un atto di indottrinamento e di controllo», salvo sostenere che «la stessa velatura non c’entra nulla con la religione». Il che francamente, è un approccio un po’ buonista e riduttivo, perché invece il suo fondamento è pienamente religioso, anche se per fortuna ci sono alcune comunità islamiche dove le donne possono girare senza velo.In assenza dell’imam di zona, che deve ancora essere nominato, alla fine si sono fatti vivi con i media locali alcuni esponenti della comunità islamica di Pordenone e hanno minimizzato su tutta la linea: «Stiamo parlando di un caso che sembra non esistere, frutto forse di un malinteso. Quel tipo di copricapo va indossato solo quando si è più grandi di età». «Dunque, usarlo», proseguono, «in generale e non soltanto a scuola, per una bimba così piccola, era forse frutto di un errore di interpretazione dei genitori». E dopo aver scaricato tutto su mamma e papà, si sono pure detti «stupiti che si dia così tanta eco a un caso risolto con saggezza dalla maestra». Più che altro, devono essersi stupiti del fatto che in Italia ci sia una Costituzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-classe-10anni-velo-integrale-2667434248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arte-blasfema-nella-diocesi-di-carpi" data-post-id="2667434248" data-published-at="1709658290" data-use-pagination="False"> Arte blasfema nella diocesi di Carpi «Nessuna immagine blasfema o dissacrante alla mostra Gratia plena allestita al Museo diocesano»: recita così una nota della diocesi di Carpi diffusa a difesa di una mostra che, appena inaugurata, è già al centro di forti polemiche. Stiamo parlando di Gratia plena, esposizione dell’artista Andrea Saltini il cui catalogo presenta testi di don Carlo Bellini e della critica d’arte Cristina Muccioli. Il contesto ecclesiale, il catalogo con gli scritti di un sacerdote per di più un vicario episcopale per la pastorale e, in fondo, pure il periodo quaresimale dovrebbero essere quanto di più rassicurante sotto il profilo morale.Invece Gratia plena, aperta al pubblico solo sabato scorso, è già al centro di una polemica accesa che difficilmente potrà spegnersi a breve. Sì, perché nel percorso espositivo, che comprende una ventina di dipinti a tecnica mista su tela, molti dei quali di grandi dimensioni, si trova un’opera Saltini che sta facendo molto discutere. Si tratta del quadro intitolato Inri - San Longino, realizzato in gesso, cera e argilla pigmentata e che, in buona sostanza, raffigura Gesù Cristo crocifisso con, davanti a lui, un uomo con la mano destra nascosta dietro le sue cosce, la sinistra allungata fino a premergli il costato e, soprattutto, il volto platealmente affacciato sulle sue parti intime.Una raffigurazione che a diversi visitatori passati davanti ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ignazio di Carpi, dove appunto si trova l’opera, ha subito fatto pensare, per quanto possa apparire incredibile visto il contesto, a un rapporto orale. Quando la Nuova bussola quotidiana ha chiesto spiegazioni alla guida della mostra circa l’ipotesi che il quadro di Saltini possa effettivamente essere ciò che a tanti appare, e cioè qualcosa di blasfemo, si è sentita rispondere: «Beh, potrebbe… Del resto, quello di provocare è uno degli intenti dell’artista». Neppure chi illustra l’opera è, dunque, stato in grado di negare come essa abbia qualcosa di anomalo; di qui la polemica, dato che nel percorso espositivo di Gratia plena il problema non è solo Inri - San Longino.Vi sono, infatti, anche altre opere dal tenore provocatorio, a partire da quella che dà il nome all’intera mostra, un trittico che raffigura una donna progressivamente spogliata con diversi soggetti maschili famelici attorno a lei. Per questo, a distanza di poche ore dall’inaugurazione della mostra, la diocesi di Carpi, retta dal vescovo Erio Castellucci, ha deciso di prendere posizione con una nota con la quale, cercando di parare l’urto delle critiche che stanno fioccando, premette che in effetti l’arte di Saltini «non è devozionale» e «difficilmente potremmo vederla in una chiesa», eppure è «vera arte contemporanea a soggetto religioso, ancora una volta una rarità. Davanti a queste opere si può meditare».Fatta questa premessa, la diocesi sostiene, «quanto ai giudizi (o pregiudizi) secondo cui alcuni quadri esposti» nella mostra «riproducono immagini blasfeme o dissacranti», che «pur rientrando nella libera circolazione delle opinioni, oltre a risultare irrispettosi nei riguardi del percorso compiuto soprattutto dall’artista e anche dai promotori, nulla di tutto questo è rilevabile davanti a una visione delle opere corretta». Per questo, per meglio facilitare una «visione delle opere corretta», a breve «sarà predisposto, in addendum al catalogo della mostra, un sussidio che presenta le singole opere dal punto di vista dell’artista». Il punto di vista della gente comune, invece, è già chiaro. E incredulo.
Il gruppo attivo nelle infrastrutture, nell’energia e nella rigenerazione urbana entra nella classifica Leader della Sostenibilità 2026 realizzata dal Sole 24 Ore e Statista. Premiato il percorso sviluppato negli ultimi anni sul fronte ESG e della crescita sostenibile.
C’è anche Vitali S.p.A. tra le aziende inserite nella classifica Leader della Sostenibilità 2026, l’elenco realizzato da Il Sole 24 Ore insieme all’istituto di ricerca tedesco Statista che premia le imprese italiane considerate più solide sul fronte ESG, cioè ambiente, sostenibilità sociale e governance.
La selezione è stata costruita analizzando oltre 5.000 aziende italiane attraverso 35 indicatori legati alle politiche ambientali, sociali e organizzative. Alla fine sono state individuate 240 realtà ritenute capaci di coniugare crescita industriale, innovazione e attenzione agli impatti sul territorio. Per il gruppo con sede a Peschiera Borromeo, attivo nei settori delle infrastrutture, del real estate, della demolizione e della rigenerazione urbana, il riconoscimento rappresenta un ulteriore passaggio nel percorso avviato negli ultimi anni sul fronte della sostenibilità. Un percorso che ha portato anche alla trasformazione in Società Benefit e all’integrazione della rendicontazione ESG nei processi aziendali.
Lorenzo Parolari, amministratore delegato di Vitali
Nel 2025 Vitali ha pubblicato la seconda edizione del proprio Bilancio di sostenibilità, strumento che il gruppo considera ormai parte integrante della governance e della pianificazione industriale. Parallelamente, l’azienda ha rafforzato la struttura organizzativa con l’ingresso di nuove competenze e con investimenti legati allo sviluppo del capitale umano. «La sostenibilità è oggi un asse portante della nostra strategia industriale e della nostra identità come Società Benefit», ha spiegato l’amministratore delegato Alessio Parolari. «Essere inseriti tra i Leader della Sostenibilità 2026 rappresenta il riconoscimento di un percorso concreto, fatto di investimenti, responsabilità e visione di lungo periodo».
Tra i principali progetti seguiti dal gruppo figurano il sistema di mobilità sostenibile e-BRT e la riqualificazione della stazione ferroviaria di Bergamo. Sul fronte energetico, Vitali sta sviluppando una pipeline da oltre 500 megawatt di impianti fotovoltaici e iniziative legate all’idrogeno verde, oltre a investimenti in ambito digitale e data center. Prosegue infine anche l’attività nella rigenerazione urbana, con interventi come Bergamo Porta Sud e il progetto Hennebique nell’area del Porto Antico di Genova.
Continua a leggereRiduci
Paolo Berizzi (Ansa)
A Eric Gobetti si possono muovere (e le muoveremo) parecchie critiche, ma non si può non riconoscergli il pregio della trasparenza. A differenza di tanti altri a sinistra, parla chiaro, non si nasconde dietro eufemismi, il che rende le sue tesi molto facili da inquadrare. Egli esplicita con chiarezza e in modo sicuro ciò che tanti altri magari pensano ma non dicono, o dicono con mezze parole. Ecco perché la lettura del suo libro Il nostro terrorismo (Utet) è utilissima ai fini di comprendere quale sia una impostazione molto diffusa - se non la più diffusa - fra i progressisti. Non solo riguardo all’oggetto del saggio, cioè appunto il terrorismo, ma più in generale verso la politica e le idee altrui.
Questo suo saggio, per farla breve, permette di comprendere per quale motivo sia così difficile per una larga fetta di commentatori, politici e analisti anche solo considerare la possibilità che Salim El Koudri sia un terrorista o comunque abbia compiuto un atto terroristico. Gobetti tenta una definizione di terrorismo che risulta a nostro avviso molto discutibile, cioè spiega giustamente che il terrorismo non è una sorta di connotato morale bensì un metodo di lotta (e fin qui ci siamo). Aggiunge che spesso il terrorismo è agito dagli Stati, e ha molta ragione. Poi aggiunge che il fine del terrorismo è sempre politico, e su questo si potrebbe discutere. Forse sarebbe più giusto dire che l’approdo dell’azione terroristica è comunque politico a prescindere dalla volontà e dalla consapevolezza dell’autore. Più difficile è affermare che vi sia sempre un disegno preciso ad animare certe manifestazioni di violenza illegittima. Qui però non ci interessa discutere di definizioni ma esaminare l’approccio. E a tale proposito l’affermazione più potente di Gobetti è senz’altro la seguente: «Il terrorismo è dunque un metodo di lotta non solo criminale, ma anche strutturalmente fascista, secondo l’accezione proposta da Umberto Eco di Ur-fascismo o “fascismo eterno”. Nasce da una logica razzista, bellicista, suprematista, che attribuisce valore assoluto alla violenza, riconosce la supremazia della forza sul dialogo, della guerra sulla pace. Inoltre viene concretamente operato da un piccolo gruppo di “forti”, di superuomini, contro masse di “deboli”, che appartengano alla propria comunità o a quella da colpire. Che essi periscano o vengano travolti da un’ondata di violenza è messo in conto, se non auspicato, da chi sceglie di combattere mediante lo strumento del terrorismo».
Sostenere che il terrorismo sia intrinsecamente fascista equivale a dire che «la violenza è soltanto nera», che è poi ciò che si diceva negli anni di piombo quando si metteva in dubbio l’identità rossa delle Brigate rosse. Tale convinzione porta Gobetti a compiere singolari distinzioni. Egli ammette che i partigiani rossi italiani (come tutti i partigiani del globo) possono fare ricorso al terrore come metodo. Ma parlando nello specifico degli attentati dei Gap, afferma: «Si tratta di singoli episodi, che vanno considerati come tali: il frutto di scelte estreme, connesse alle dinamiche locali, presto proibiti dai comandi superiori. Per i fascisti e i nazisti al contrario la violenza brutale e indiscriminata è sempre stata lo strumento privilegiato per esercitare il potere». Singoli episodi, magari errori. Se la violenza è solo fascista, quando la commettono i rossi deve per forza trattarsi di uno sbaglio, un fraintendimento o di una risposta alla provocazione.
Non è un caso che Gobetti sia anche uno dei più ostinati negazionisti delle foibe: colpa dei fascisti se i titini uccidevano gli italiani. Tale discorso ovviamente si può estendere all’infinito. E infatti Gobetti lo estende, arrivando persino a smussare la geometrica ferocia del terrorismo comunista degli anni di piombo. Per lui dominano le «stragi fasciste», i complotti neri e la strategia della tensione. Dall’altra parte ci sono soltanto «omicidi politici di stampo comunista» di cui alla fine dei conti ha fatto le spese «soprattutto il Pci di Berlinguer». Alla faccia degli opposti estremismi.
Intendiamoci. È vero che si sta parlando di concetti ambigui, scivolosi. È ovvio che talvolta si debba lottare armi in pugno per la libertà, o per quella che si pensa sia libertà: partigiani e terroristi talvolta sono difficilmente distinguibili, non siamo ipocriti. Ed è esattamente al netto dell’ipocrisia che Gobetti riesce ad affermare una grande verità: si tende a definire terrorista ciò che ci fa comodo definire tale. Lo fanno gli Stati, lo fanno i politici. E ovviamente lo fa lo stesso Gobetti con le sue capziose distinzioni tra rossi e neri. A questa tendenza di cui abbiamo avuto fin troppe prove nel corso della storia dobbiamo però aggiungere l’altro dato che emerge con prepotenza dal libro gobettiano (malgrado le intenzioni dell’autore). E cioè che il fronte progressista si considera sempre e comunque dalla parte del giusto. A questo punto basta unire le due evidenze: se terrorismo è la violenza che non fa comodo alla causa, e se la sola causa giusta è quella progressista, si spiega perché, anche di fronte a una strage, ci siano reticenze e negazioni. Ad esempio quelle fatte esplodere da Repubblica tramite un allarmato articolo di Paolo Berizzi, gran cacciatore di fascisti. Nel pezzo, il nostro spiega che «cresce il nichilismo estremista online» e racconta che una «ricerca della Fondazione Icsa approfondisce le tematiche del terrorismo e dell’eversione: “Sono quasi sempre minori, nativi digitali, con difficoltà relazionali, vulnerabilità psicologica e vita sociale marginalizzata”. Marginalizzazione, disagio psichico, vulnerabilità... Sembra il profilo di Salim El Koudry, che è solo un po’ più vecchio. Peccato che l’articolo non sia su di lui ma sui «giovani suprematisti», cioè la «nuova versione di destra» che si configura come «nazirazzista». Tutto chiaro: se un giovane mentalmente fragile si abbevera a qualche forum nazista allora diventa un terrorista. Se un altro giovane parla di bastardi cristiani e compie una strage in stile Isis è solo un pazzo. La violenza è sempre fascista, giusto così.
C’è una sola conclusione possibile: il terrorismo non è questione di dinamica, di terminologia o modalità di azione. È solo un problema di cattiva coscienza.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Non dimentichiamo che, l’altro ieri, era stato il ministro dell’Interno di Islamabad, Mohsin Naqvi, a visitare la capitale iraniana, per incontrare il comandante dei pasdaran, Ahmad Vahidi. Non solo. Domani, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si recherà in Cina dove vedrà Xi Jinping.
Dal canto suo, il ministero degli Esteri iraniano ha reso noto che Teheran starebbe esaminando i «punti di vista» degli americani. Al contempo, sempre ieri, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha cautamente parlato di «segnali positivi» nel processo diplomatico, confermando il viaggio della delegazione pakistana verso la Repubblica islamica ed esprimendo delusione per il comportamento degli alleati della Nato. Tuttavia, segretario di Stato americano, probabilmente per mettere sotto pressione gli ayatollah, non ha escluso il ricorso all’opzione militare. «La preferenza del presidente è quella di concludere un buon accordo, questa è la sua preferenza», ha detto, per poi aggiungere: «Ma se non riusciamo a raggiungere un buon accordo, il presidente è stato chiaro: ha altre opzioni. Non entrerò nei dettagli, ma tutti le conoscono».
Non mancano ciononostante delle difficoltà. Fonti della Repubblica islamica hanno riferito che la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, avrebbe vietato il trasferimento all’estero dell’uranio in procinto di essere utilizzabile per la realizzazione di armamenti. Un’indiscrezione, quest’ultima, che è stata smentita sia dalla Casa Bianca sia da un alto funzionario di Teheran. Del resto, se fosse confermata, la notizia rischierebbe di mettere seriamente in difficoltà il processo diplomatico: Donald Trump notoriamente auspica che il regime khomeinista ceda le proprie scorte di uranio altamente arricchito. Scorte che, durante il suo recente incontro con Xi a Pechino, Vladimir Putin, secondo Interfax, si sarebbe offerto di ospitare in territorio russo. Si tratta di una proposta, quella dello zar, rispetto a cui la Casa Bianca nutre tuttavia freddezza. Ieri, il presidente americano è infatti tornato a ribadire che l’Iran non può conservare il suo uranio altamente arricchito e che saranno gli Stati Uniti a prenderne possesso. «Una volta che lo avremo, lo distruggeremo. Non lo vogliamo», ha affermato Trump, che ha anche detto che il conflitto finirà «molto presto».
Tutto questo, senza dimenticare il nodo di Hormuz. Ieri, la Repubblica islamica ha fatto sapere che Teheran sta discutendo con l’Oman l’introduzione di un pedaggio permanente per chi voglia usufruire dello Stretto: un’idea che è stata duramente bocciata dal presidente americano e dallo stesso Rubio, secondo cui l’introduzione di gabelle renderebbe impossibile ogni accordo tra Washington e Teheran. Dall’altra parte, Centcom ha reso noto di aver «reindirizzato» 94 navi da quando Washington ha imposto il blocco ai porti della Repubblica islamica. Inoltre, secondo la Cnn, l’intelligence statunitense riterrebbe che Teheran starebbe ricostituendo più rapidamente del previsto le proprie capacità militari e che, a seguito del cessate il fuoco con Washington, avrebbe riavviato la produzione di droni. Insomma, la diplomazia è ripartita. Ma la strada non è ancora in discesa.
Continua a leggereRiduci