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2024-03-05
In classe a 10 anni con velo integrale. La Lega: «Nuova legge per vietarlo»
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A dieci anni, già vessata. E per giunta in una scuola pubblica dove, giustamente, c’è una crescente attenzione a qualunque fenomeno di discriminazione, isolamento, bullismo. A Pordenone, una bambina di dieci anni è stata mandata in classe dai genitori con un velo, il niqab, che le copriva buona parte del viso, lasciando scoperto solo una striscia per gli occhi. La maestra l’ha convinta a chiedere ai genitori di tornare il giorno dopo almeno a volto scoperto, richiesta che per fortuna è stata accolta. Ma intanto è esplosa la polemica, con la Lega che chiede di colmare il vuoto legislativo su burka e dintorni e la comunità islamica di Pordenone costretta a parlare di «malinteso» e ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo che quel «tipo di copricapo» (testuale) va indossato «solo quando si è più grandi». Insomma, tutta colpa dei genitori.
La bambina frequenta la quarta elementare, è un’immigrata di seconda generazione ed è figlia di una coppia di origine africana e di religione musulmana. La scorsa settimana si è presentata così, pare per la prima volta, a scuola. La maestra non ha fatto passare la cosa e con molto tatto ha detto all’alunna di chiedere ai genitori di lasciarle scoperto il volto. Il giorno dopo, la bimba è tornata senza il niqab e la faccenda si è risolta all’insegna della massima tolleranza e del buon senso. Quello che è successo, però, è abbastanza grave e non poteva restare chiuso tra le mura della scuola. La notizia è uscita sui media locali e, naturalmente, ha fatto scalpore, se non altro per l’età della malcapitata. Non avendo avuto notizia formale dell’accaduto, le autorità scolastiche hanno fatto sapere che indagheranno su come sono andati esattamente i fatti. Ma, intanto, hanno spiegato al Messaggero Veneto che in quella scuola e in altri istituti della Provincia non mancano altri ragazzi di famiglia musulmana, eppur non ci sono mai stati problemi con il velo. Per il senatore Marco Dreosto, segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, «È un fatto inaccettabile e contravviene alle più basilari regole del vivere comune, dei diritti fondamentali dei bambini e dell’identità femminile». In ogni caso, c’è un punto politico generale grave e annoso: in Italia non c’è una legge che vieti esplicitamente il velo integrale, ma solo un’interpretazione acrobatica delle vecchie leggi antiterrorismo sull’identificabilità delle persone. E su questa linea che si è asserragliato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame: «Non essendoci al momento una norma specifica che vieti il velo integrale tra i banchi le scuole devono favorire l’inclusione nel rispetto delle differenze anche di abbigliamento», ha riportato Rai News, «L’insegnante ha certamente agito in buonafede ma è opportuno che riconsideri la sua decisione».
Dreosto , intanto, tira le somme del fattaccio di Pordenone: «Penso sia arrivato il momento che anche l’Italia prenda iniziative per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, per il rispetto dei diritti delle donne e per la sicurezza pubblica. Ricordo come Francia e Belgio abbiano vietato il niqab nei luoghi pubblici e anche l’Egitto, Paese musulmano, ne abbia vietato l’uso a scuola», e promettendo di portare il caso in Parlamento, proponendo una legge che vieti il velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici. Il vicesindaco di Pordenone, Alberto Parigi, anche assessore all’Istruzione, ha spiegato di non aver ricevuto segnalazioni riguardo a bambine che indossano veli quasi integrali a scuola. «In ogni caso», ha affermato, «farò subito accertamenti e se la notizia venisse confermata, il mio primo pensiero deve andare a una bambina costretta nel niqab. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile».
Dal fronte opposto, vista l’enormità dell’accaduto, per una volta non si sono tentate penose difese della libertà di culto. Per Caterina Conti, segretario regionale del Pd, «nascondere il volto delle donne, fin da bambine, significa togliere loro la dignità di persone, renderle “cose” sottomesse alla potestà degli uomini. Ci sono acquisizioni di diritti femminili che non possono essere messe in discussione». E anche secondo Fausto Tomasello, segretario provinciale del Pd di Pordenone, «il velo integrale su una bambina di dieci anni è semplicemente inconcepibile, ma in particolare a scuola è inaccettabile e la maestra è intervenuta correttamente con la famiglia. Esprimiamo forte preoccupazione per un episodio che rappresenta una discriminazione di genere e un rischio per il benessere psicologico e fisico delle bambine». Tomasello da un lato ha anche avuto il coraggio di dire che «la velatura è un atto di indottrinamento e di controllo», salvo sostenere che «la stessa velatura non c’entra nulla con la religione». Il che francamente, è un approccio un po’ buonista e riduttivo, perché invece il suo fondamento è pienamente religioso, anche se per fortuna ci sono alcune comunità islamiche dove le donne possono girare senza velo.
In assenza dell’imam di zona, che deve ancora essere nominato, alla fine si sono fatti vivi con i media locali alcuni esponenti della comunità islamica di Pordenone e hanno minimizzato su tutta la linea: «Stiamo parlando di un caso che sembra non esistere, frutto forse di un malinteso. Quel tipo di copricapo va indossato solo quando si è più grandi di età». «Dunque, usarlo», proseguono, «in generale e non soltanto a scuola, per una bimba così piccola, era forse frutto di un errore di interpretazione dei genitori». E dopo aver scaricato tutto su mamma e papà, si sono pure detti «stupiti che si dia così tanta eco a un caso risolto con saggezza dalla maestra». Più che altro, devono essersi stupiti del fatto che in Italia ci sia una Costituzione.
Arte blasfema nella diocesi di Carpi
«Nessuna immagine blasfema o dissacrante alla mostra Gratia plena allestita al Museo diocesano»: recita così una nota della diocesi di Carpi diffusa a difesa di una mostra che, appena inaugurata, è già al centro di forti polemiche. Stiamo parlando di Gratia plena, esposizione dell’artista Andrea Saltini il cui catalogo presenta testi di don Carlo Bellini e della critica d’arte Cristina Muccioli. Il contesto ecclesiale, il catalogo con gli scritti di un sacerdote per di più un vicario episcopale per la pastorale e, in fondo, pure il periodo quaresimale dovrebbero essere quanto di più rassicurante sotto il profilo morale.Invece Gratia plena, aperta al pubblico solo sabato scorso, è già al centro di una polemica accesa che difficilmente potrà spegnersi a breve. Sì, perché nel percorso espositivo, che comprende una ventina di dipinti a tecnica mista su tela, molti dei quali di grandi dimensioni, si trova un’opera Saltini che sta facendo molto discutere. Si tratta del quadro intitolato Inri - San Longino, realizzato in gesso, cera e argilla pigmentata e che, in buona sostanza, raffigura Gesù Cristo crocifisso con, davanti a lui, un uomo con la mano destra nascosta dietro le sue cosce, la sinistra allungata fino a premergli il costato e, soprattutto, il volto platealmente affacciato sulle sue parti intime.Una raffigurazione che a diversi visitatori passati davanti ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ignazio di Carpi, dove appunto si trova l’opera, ha subito fatto pensare, per quanto possa apparire incredibile visto il contesto, a un rapporto orale. Quando la Nuova bussola quotidiana ha chiesto spiegazioni alla guida della mostra circa l’ipotesi che il quadro di Saltini possa effettivamente essere ciò che a tanti appare, e cioè qualcosa di blasfemo, si è sentita rispondere: «Beh, potrebbe… Del resto, quello di provocare è uno degli intenti dell’artista». Neppure chi illustra l’opera è, dunque, stato in grado di negare come essa abbia qualcosa di anomalo; di qui la polemica, dato che nel percorso espositivo di Gratia plena il problema non è solo Inri - San Longino.Vi sono, infatti, anche altre opere dal tenore provocatorio, a partire da quella che dà il nome all’intera mostra, un trittico che raffigura una donna progressivamente spogliata con diversi soggetti maschili famelici attorno a lei. Per questo, a distanza di poche ore dall’inaugurazione della mostra, la diocesi di Carpi, retta dal vescovo Erio Castellucci, ha deciso di prendere posizione con una nota con la quale, cercando di parare l’urto delle critiche che stanno fioccando, premette che in effetti l’arte di Saltini «non è devozionale» e «difficilmente potremmo vederla in una chiesa», eppure è «vera arte contemporanea a soggetto religioso, ancora una volta una rarità. Davanti a queste opere si può meditare».Fatta questa premessa, la diocesi sostiene, «quanto ai giudizi (o pregiudizi) secondo cui alcuni quadri esposti» nella mostra «riproducono immagini blasfeme o dissacranti», che «pur rientrando nella libera circolazione delle opinioni, oltre a risultare irrispettosi nei riguardi del percorso compiuto soprattutto dall’artista e anche dai promotori, nulla di tutto questo è rilevabile davanti a una visione delle opere corretta». Per questo, per meglio facilitare una «visione delle opere corretta», a breve «sarà predisposto, in addendum al catalogo della mostra, un sussidio che presenta le singole opere dal punto di vista dell’artista». Il punto di vista della gente comune, invece, è già chiaro. E incredulo.
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Una bimba di Pordenone si presenta a lezione a volto coperto, la maestra interviene e l’episodio non si ripete. Ma il dirigente dell’Ufficio scolastico regionale la striglia: «Non è vietato». Il Carroccio: «Rivedere le regole». Nell’esposizione «Gratia plena» c’è un Longino equivoco sul corpo di Gesù e un trittico con una donna denudata da uomini famelici. Il vescovo Castellucci: «Solo pregiudizi».Lo speciale contiene due articoli.A dieci anni, già vessata. E per giunta in una scuola pubblica dove, giustamente, c’è una crescente attenzione a qualunque fenomeno di discriminazione, isolamento, bullismo. A Pordenone, una bambina di dieci anni è stata mandata in classe dai genitori con un velo, il niqab, che le copriva buona parte del viso, lasciando scoperto solo una striscia per gli occhi. La maestra l’ha convinta a chiedere ai genitori di tornare il giorno dopo almeno a volto scoperto, richiesta che per fortuna è stata accolta. Ma intanto è esplosa la polemica, con la Lega che chiede di colmare il vuoto legislativo su burka e dintorni e la comunità islamica di Pordenone costretta a parlare di «malinteso» e ad arrampicarsi sugli specchi sostenendo che quel «tipo di copricapo» (testuale) va indossato «solo quando si è più grandi». Insomma, tutta colpa dei genitori.La bambina frequenta la quarta elementare, è un’immigrata di seconda generazione ed è figlia di una coppia di origine africana e di religione musulmana. La scorsa settimana si è presentata così, pare per la prima volta, a scuola. La maestra non ha fatto passare la cosa e con molto tatto ha detto all’alunna di chiedere ai genitori di lasciarle scoperto il volto. Il giorno dopo, la bimba è tornata senza il niqab e la faccenda si è risolta all’insegna della massima tolleranza e del buon senso. Quello che è successo, però, è abbastanza grave e non poteva restare chiuso tra le mura della scuola. La notizia è uscita sui media locali e, naturalmente, ha fatto scalpore, se non altro per l’età della malcapitata. Non avendo avuto notizia formale dell’accaduto, le autorità scolastiche hanno fatto sapere che indagheranno su come sono andati esattamente i fatti. Ma, intanto, hanno spiegato al Messaggero Veneto che in quella scuola e in altri istituti della Provincia non mancano altri ragazzi di famiglia musulmana, eppur non ci sono mai stati problemi con il velo. Per il senatore Marco Dreosto, segretario della Lega in Friuli Venezia Giulia, «È un fatto inaccettabile e contravviene alle più basilari regole del vivere comune, dei diritti fondamentali dei bambini e dell’identità femminile». In ogni caso, c’è un punto politico generale grave e annoso: in Italia non c’è una legge che vieti esplicitamente il velo integrale, ma solo un’interpretazione acrobatica delle vecchie leggi antiterrorismo sull’identificabilità delle persone. E su questa linea che si è asserragliato il direttore generale dell’Ufficio scolastico regionale, Daniela Beltrame: «Non essendoci al momento una norma specifica che vieti il velo integrale tra i banchi le scuole devono favorire l’inclusione nel rispetto delle differenze anche di abbigliamento», ha riportato Rai News, «L’insegnante ha certamente agito in buonafede ma è opportuno che riconsideri la sua decisione».Dreosto , intanto, tira le somme del fattaccio di Pordenone: «Penso sia arrivato il momento che anche l’Italia prenda iniziative per vietare il niqab a scuola e nei luoghi pubblici, per il rispetto dei diritti delle donne e per la sicurezza pubblica. Ricordo come Francia e Belgio abbiano vietato il niqab nei luoghi pubblici e anche l’Egitto, Paese musulmano, ne abbia vietato l’uso a scuola», e promettendo di portare il caso in Parlamento, proponendo una legge che vieti il velo integrale nelle scuole e nei luoghi pubblici. Il vicesindaco di Pordenone, Alberto Parigi, anche assessore all’Istruzione, ha spiegato di non aver ricevuto segnalazioni riguardo a bambine che indossano veli quasi integrali a scuola. «In ogni caso», ha affermato, «farò subito accertamenti e se la notizia venisse confermata, il mio primo pensiero deve andare a una bambina costretta nel niqab. Voglio sperare che tutti siano d’accordo sul fatto che nelle nostre scuole non si deve entrare velati, compresi coloro che invocano ogni giorno la laicità e l’emancipazione femminile».Dal fronte opposto, vista l’enormità dell’accaduto, per una volta non si sono tentate penose difese della libertà di culto. Per Caterina Conti, segretario regionale del Pd, «nascondere il volto delle donne, fin da bambine, significa togliere loro la dignità di persone, renderle “cose” sottomesse alla potestà degli uomini. Ci sono acquisizioni di diritti femminili che non possono essere messe in discussione». E anche secondo Fausto Tomasello, segretario provinciale del Pd di Pordenone, «il velo integrale su una bambina di dieci anni è semplicemente inconcepibile, ma in particolare a scuola è inaccettabile e la maestra è intervenuta correttamente con la famiglia. Esprimiamo forte preoccupazione per un episodio che rappresenta una discriminazione di genere e un rischio per il benessere psicologico e fisico delle bambine». Tomasello da un lato ha anche avuto il coraggio di dire che «la velatura è un atto di indottrinamento e di controllo», salvo sostenere che «la stessa velatura non c’entra nulla con la religione». Il che francamente, è un approccio un po’ buonista e riduttivo, perché invece il suo fondamento è pienamente religioso, anche se per fortuna ci sono alcune comunità islamiche dove le donne possono girare senza velo.In assenza dell’imam di zona, che deve ancora essere nominato, alla fine si sono fatti vivi con i media locali alcuni esponenti della comunità islamica di Pordenone e hanno minimizzato su tutta la linea: «Stiamo parlando di un caso che sembra non esistere, frutto forse di un malinteso. Quel tipo di copricapo va indossato solo quando si è più grandi di età». «Dunque, usarlo», proseguono, «in generale e non soltanto a scuola, per una bimba così piccola, era forse frutto di un errore di interpretazione dei genitori». E dopo aver scaricato tutto su mamma e papà, si sono pure detti «stupiti che si dia così tanta eco a un caso risolto con saggezza dalla maestra». Più che altro, devono essersi stupiti del fatto che in Italia ci sia una Costituzione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/in-classe-10anni-velo-integrale-2667434248.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arte-blasfema-nella-diocesi-di-carpi" data-post-id="2667434248" data-published-at="1709658290" data-use-pagination="False"> Arte blasfema nella diocesi di Carpi «Nessuna immagine blasfema o dissacrante alla mostra Gratia plena allestita al Museo diocesano»: recita così una nota della diocesi di Carpi diffusa a difesa di una mostra che, appena inaugurata, è già al centro di forti polemiche. Stiamo parlando di Gratia plena, esposizione dell’artista Andrea Saltini il cui catalogo presenta testi di don Carlo Bellini e della critica d’arte Cristina Muccioli. Il contesto ecclesiale, il catalogo con gli scritti di un sacerdote per di più un vicario episcopale per la pastorale e, in fondo, pure il periodo quaresimale dovrebbero essere quanto di più rassicurante sotto il profilo morale.Invece Gratia plena, aperta al pubblico solo sabato scorso, è già al centro di una polemica accesa che difficilmente potrà spegnersi a breve. Sì, perché nel percorso espositivo, che comprende una ventina di dipinti a tecnica mista su tela, molti dei quali di grandi dimensioni, si trova un’opera Saltini che sta facendo molto discutere. Si tratta del quadro intitolato Inri - San Longino, realizzato in gesso, cera e argilla pigmentata e che, in buona sostanza, raffigura Gesù Cristo crocifisso con, davanti a lui, un uomo con la mano destra nascosta dietro le sue cosce, la sinistra allungata fino a premergli il costato e, soprattutto, il volto platealmente affacciato sulle sue parti intime.Una raffigurazione che a diversi visitatori passati davanti ai piedi dell’altare maggiore della chiesa di Sant’Ignazio di Carpi, dove appunto si trova l’opera, ha subito fatto pensare, per quanto possa apparire incredibile visto il contesto, a un rapporto orale. Quando la Nuova bussola quotidiana ha chiesto spiegazioni alla guida della mostra circa l’ipotesi che il quadro di Saltini possa effettivamente essere ciò che a tanti appare, e cioè qualcosa di blasfemo, si è sentita rispondere: «Beh, potrebbe… Del resto, quello di provocare è uno degli intenti dell’artista». Neppure chi illustra l’opera è, dunque, stato in grado di negare come essa abbia qualcosa di anomalo; di qui la polemica, dato che nel percorso espositivo di Gratia plena il problema non è solo Inri - San Longino.Vi sono, infatti, anche altre opere dal tenore provocatorio, a partire da quella che dà il nome all’intera mostra, un trittico che raffigura una donna progressivamente spogliata con diversi soggetti maschili famelici attorno a lei. Per questo, a distanza di poche ore dall’inaugurazione della mostra, la diocesi di Carpi, retta dal vescovo Erio Castellucci, ha deciso di prendere posizione con una nota con la quale, cercando di parare l’urto delle critiche che stanno fioccando, premette che in effetti l’arte di Saltini «non è devozionale» e «difficilmente potremmo vederla in una chiesa», eppure è «vera arte contemporanea a soggetto religioso, ancora una volta una rarità. Davanti a queste opere si può meditare».Fatta questa premessa, la diocesi sostiene, «quanto ai giudizi (o pregiudizi) secondo cui alcuni quadri esposti» nella mostra «riproducono immagini blasfeme o dissacranti», che «pur rientrando nella libera circolazione delle opinioni, oltre a risultare irrispettosi nei riguardi del percorso compiuto soprattutto dall’artista e anche dai promotori, nulla di tutto questo è rilevabile davanti a una visione delle opere corretta». Per questo, per meglio facilitare una «visione delle opere corretta», a breve «sarà predisposto, in addendum al catalogo della mostra, un sussidio che presenta le singole opere dal punto di vista dell’artista». Il punto di vista della gente comune, invece, è già chiaro. E incredulo.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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