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2020-04-01
Nel 2020 gli immobili residenziali perderanno 20 miliardi di valore
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Tutti i settori produttivi stanno risentendo pesantemente della diffusione della pandemia di coronavirus, e l'immobiliare non fa eccezione: secondo l'ultimo report di Nomisma, presentato via streaming proprio a causa dell'emergenza, quella del mercato immobiliare italiano è una situazione «inedita e potenzialmente drammatica». Solo per il 2020 è prevista una perdita tra i 9,2 e i 22,1 miliardi di euro di fatturato nel settore residenziale e tra i 2,6 e i 5,8 miliardi di euro per quanto riguarda i capitali investiti nel segmento corporate. E gli strascichi si faranno sentire anche il prossimo anno: come conseguenza dell'impatto del coronavirus Nomisma stima flessioni medie comprese tra il -1,3% ed il -4% nel biennio 2020-2021. «Il nemico più pericoloso per l'economia è quello che ancora non si è manifestato: l'impoverimento che scaturirà come effetto indotto dall'inazione coatta». In questo, secondo Nomisma, un ruolo decisivo è quello della finanza, che dovrà necessariamente esercitare «un sistematico sostegno di una domanda di credito inevitabilmente più fragile».
E se i contraccolpi saranno significativi per il segmento residenziale, ancora più critica, secondo Nomisma, è la situazione per gli immobili di impresa: in questo caso «il riflesso recessivo è diretto e quasi istantaneo, anche alla luce della minore disponibilità degli istituti di credito a fare concessioni in tale ambito». Più controversa appare la situazione degli investimenti immobiliari corporate (complessi cielo-terra di valore superiore a 5 milioni die uro), che avevano presentato un andamento eccezionalmente dinamico fino a poche settimane prima dello scoppio dell'epidemia di Covid-19. Nel corso del 2019 gli investimenti corporate nel comparto avevano raggiunto l'ammontare record di 12,3 miliardi di euro. Per il futuro di questo segmento è fondamentale il ruolo di Milano, che catalizza il 40% degli impieghi: e nei confronti della città locomotiva d'Italia Nomisma vede «un fattore aggiuntivo di preoccupazione in chiave prospettica». Per il report «il brusco rallentamento economico della locomotiva avrà effetti più marcati sull'immobiliare corporate del nostro Paese, rispetto a quanto sarebbe scaturito da una debolezza di entità analoga ma maggiormente diffusa».
Allargando su scala globale lo sguardo sul settore non residenziale, la crisi provocata dalla pandemia di coronavirus provocherà un forte rallentamento specialmente per quanto riguarda il comparto alberghiero, i centri commerciali e i servizi di coworking. Lo sostiene un recente studio di Nuveen Real Estate, secondo cui anche le locazioni degli uffici subiranno una contrazione, per poi invertire la tendenza nella seconda parte dell'anno. Nell'immediato i titolari delle aziende saranno meno disposti a prendere in affitto nuovi spazi o ad ampliare gli esistenti, mentre in futuro le stesse aziende potrebbero realizzare di aver bisogno di spazi più piccoli. Questo perché la forza lavoro, come sperimentato durante la pandemia, potrebbe in tutto o in parte utilizzare lo smartworking, almeno a rotazione; mentre chi affitta spazi per il coworking dovrà fornire postazioni più distanziate, a causa delle nuove norme e del mutamento dell'approccio nei confronti dell'igiene e della salute.
Molto negative, secondo Nuveen, le prospettive per gli spazi dedicati alle vendite al dettaglio e per quelli destinati alla ristorazione, molti dei quali, specialmente in Europa, andranno incontro al fallimento nelle prossime settimane. Nel breve termine i proprietari potrebbero mostrarsi disponibili a rinegoziare i canoni di locazione, mentre nel lungo periodo è probabile che prosegua la tendenza a prediligere gli acquisti online, penalizzando ulteriormente il settore degli spazi commerciale. Secondo il report, anche gli investimenti in questo segmento conosceranno un declino significativo, con gli investitori opportunisti che punteranno principalmente sugli asset immobiliari legati alla vendita di beni alimentari. Il settore degli immobili retail subirà pesanti conseguenze anche in Paesi come Germania, Spagna e Italia, dove finora aveva retto, mentre sono migliori le prospettive per la logistica.
Il settore degli affitti brevi è completamente paralizzato
Nell'ambito dell'immobiliare un segmento in particolare rischia di pagare un prezzo elevatissimo per la crisi innescata dalla pandemia di coronavirus: è quello degli affitti brevi, completamente fermo a causa delle misure di contenimento e alle restrizioni applicate a viaggi e movimento delle persone. La situazione è difficile a tutte le latitudini, tanto che Airbnb ha annunciato lo stanziamento di 250 milioni di dollari per supportare gli affittuari che hanno subito cancellazioni a causa della pandemia. La nuova policy, ha spiegato la società, si applicherà per tutte le prenotazioni effettuate prima del 14 marzo, cioè la data in cui l'Oms ha dichiarato la pandemia, con i check in previsti tra il 14 marzo e il 31 maggio: gli ospiti potranno cancellare e chiedere il rimborso totale, con Airbnb che pagherà agli affittuari il 25% di quanto avrebbero dovuto realizzare con la prenotazione.
In Italia, Paese a forte vocazione turistica, l'impatto dell'epidemia sugli affitti brevi rischia di essere devastante. La serrata imposta dal governo con il decreto dell'11 marzo scorso ha bloccato completamente un settore già travolto dalle disdette. Secondo le stime di Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, nel nostro Paese lo scorso anno sono state offerte in locazione breve circa 900.000 case, alcune per poche settimane altre per più tempo: un mercato coperto per poco più della metà da Airbnb. Il settore genera ricavi lordi pari a circa 11 miliardi di euro (tra proprietari e reti di collocamento), di cui oltre la metà vengono realizzati nel periodo estivo. Al momento, stima Breglia, «abbiamo preventivato un fermo per quasi due miliardi nella stagione primaverile, ma a rischio ci sono i circa 5 miliardi dell'estate».
Le case destinate agli affitti brevi sono ora completamente inutilizzate e tra i locatori qualcuno sta cercando di riconvertirsi alle locazioni lunghe, mentre altri aspettano, continuando a sostenere i costi fissi, come spese condominiali e imposte, senza ricavi. E alcuni hanno deciso di dare il proprio contributo per l'emergenza, mettendo gli appartamenti sfitti a disposizione dei medici e degli infermieri impegnati in prima linea nella lotta al coronavirus. L'iniziativa porta la firma di sei società che gestiscono appartamenti per locazione a breve termine - Altido, CleanBnB, Halldis, Italianway, Sweetguest e Wonderful Italy - che hanno deciso di offrire agli operatori sanitari gli appartamenti di cui dispongono nelle principali città italiane. L'iniziativa #stateacasanostra sarà valida fino al 10 aprile, e il costo della locazione sarà totalmente a carico delle società promotrice: gli ospiti dovranno solo pagare il contributo per la pulizia e la sanificazione finale degli appartamenti.
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Secondo l'ultimo report di Nomisma, quella del mercato immobiliare italiano è una situazione «inedita e potenzialmente drammatica». Come conseguenza dell'impatto del coronavirus si stimano flessioni medie comprese tra il -1,3% ed il -4% nel biennio 2020-2021.Un segmento in particolare rischia di pagare un prezzo elevatissimo per la crisi innescata dalla pandemia: è quello degli affitti brevi. Per la sola stagione primaverile sono previste perdite per 2 miliardi, per quella estiva si arriva a 5 miliardi.Lo speciale contiene due articoli.Tutti i settori produttivi stanno risentendo pesantemente della diffusione della pandemia di coronavirus, e l'immobiliare non fa eccezione: secondo l'ultimo report di Nomisma, presentato via streaming proprio a causa dell'emergenza, quella del mercato immobiliare italiano è una situazione «inedita e potenzialmente drammatica». Solo per il 2020 è prevista una perdita tra i 9,2 e i 22,1 miliardi di euro di fatturato nel settore residenziale e tra i 2,6 e i 5,8 miliardi di euro per quanto riguarda i capitali investiti nel segmento corporate. E gli strascichi si faranno sentire anche il prossimo anno: come conseguenza dell'impatto del coronavirus Nomisma stima flessioni medie comprese tra il -1,3% ed il -4% nel biennio 2020-2021. «Il nemico più pericoloso per l'economia è quello che ancora non si è manifestato: l'impoverimento che scaturirà come effetto indotto dall'inazione coatta». In questo, secondo Nomisma, un ruolo decisivo è quello della finanza, che dovrà necessariamente esercitare «un sistematico sostegno di una domanda di credito inevitabilmente più fragile».E se i contraccolpi saranno significativi per il segmento residenziale, ancora più critica, secondo Nomisma, è la situazione per gli immobili di impresa: in questo caso «il riflesso recessivo è diretto e quasi istantaneo, anche alla luce della minore disponibilità degli istituti di credito a fare concessioni in tale ambito». Più controversa appare la situazione degli investimenti immobiliari corporate (complessi cielo-terra di valore superiore a 5 milioni die uro), che avevano presentato un andamento eccezionalmente dinamico fino a poche settimane prima dello scoppio dell'epidemia di Covid-19. Nel corso del 2019 gli investimenti corporate nel comparto avevano raggiunto l'ammontare record di 12,3 miliardi di euro. Per il futuro di questo segmento è fondamentale il ruolo di Milano, che catalizza il 40% degli impieghi: e nei confronti della città locomotiva d'Italia Nomisma vede «un fattore aggiuntivo di preoccupazione in chiave prospettica». Per il report «il brusco rallentamento economico della locomotiva avrà effetti più marcati sull'immobiliare corporate del nostro Paese, rispetto a quanto sarebbe scaturito da una debolezza di entità analoga ma maggiormente diffusa».Allargando su scala globale lo sguardo sul settore non residenziale, la crisi provocata dalla pandemia di coronavirus provocherà un forte rallentamento specialmente per quanto riguarda il comparto alberghiero, i centri commerciali e i servizi di coworking. Lo sostiene un recente studio di Nuveen Real Estate, secondo cui anche le locazioni degli uffici subiranno una contrazione, per poi invertire la tendenza nella seconda parte dell'anno. Nell'immediato i titolari delle aziende saranno meno disposti a prendere in affitto nuovi spazi o ad ampliare gli esistenti, mentre in futuro le stesse aziende potrebbero realizzare di aver bisogno di spazi più piccoli. Questo perché la forza lavoro, come sperimentato durante la pandemia, potrebbe in tutto o in parte utilizzare lo smartworking, almeno a rotazione; mentre chi affitta spazi per il coworking dovrà fornire postazioni più distanziate, a causa delle nuove norme e del mutamento dell'approccio nei confronti dell'igiene e della salute.Molto negative, secondo Nuveen, le prospettive per gli spazi dedicati alle vendite al dettaglio e per quelli destinati alla ristorazione, molti dei quali, specialmente in Europa, andranno incontro al fallimento nelle prossime settimane. Nel breve termine i proprietari potrebbero mostrarsi disponibili a rinegoziare i canoni di locazione, mentre nel lungo periodo è probabile che prosegua la tendenza a prediligere gli acquisti online, penalizzando ulteriormente il settore degli spazi commerciale. Secondo il report, anche gli investimenti in questo segmento conosceranno un declino significativo, con gli investitori opportunisti che punteranno principalmente sugli asset immobiliari legati alla vendita di beni alimentari. Il settore degli immobili retail subirà pesanti conseguenze anche in Paesi come Germania, Spagna e Italia, dove finora aveva retto, mentre sono migliori le prospettive per la logistica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immobiliare-2645606852.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-settore-degli-affitti-brevi-e-completamente-paralizzato" data-post-id="2645606852" data-published-at="1778861276" data-use-pagination="False"> Il settore degli affitti brevi è completamente paralizzato Nell'ambito dell'immobiliare un segmento in particolare rischia di pagare un prezzo elevatissimo per la crisi innescata dalla pandemia di coronavirus: è quello degli affitti brevi, completamente fermo a causa delle misure di contenimento e alle restrizioni applicate a viaggi e movimento delle persone. La situazione è difficile a tutte le latitudini, tanto che Airbnb ha annunciato lo stanziamento di 250 milioni di dollari per supportare gli affittuari che hanno subito cancellazioni a causa della pandemia. La nuova policy, ha spiegato la società, si applicherà per tutte le prenotazioni effettuate prima del 14 marzo, cioè la data in cui l'Oms ha dichiarato la pandemia, con i check in previsti tra il 14 marzo e il 31 maggio: gli ospiti potranno cancellare e chiedere il rimborso totale, con Airbnb che pagherà agli affittuari il 25% di quanto avrebbero dovuto realizzare con la prenotazione.In Italia, Paese a forte vocazione turistica, l'impatto dell'epidemia sugli affitti brevi rischia di essere devastante. La serrata imposta dal governo con il decreto dell'11 marzo scorso ha bloccato completamente un settore già travolto dalle disdette. Secondo le stime di Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, nel nostro Paese lo scorso anno sono state offerte in locazione breve circa 900.000 case, alcune per poche settimane altre per più tempo: un mercato coperto per poco più della metà da Airbnb. Il settore genera ricavi lordi pari a circa 11 miliardi di euro (tra proprietari e reti di collocamento), di cui oltre la metà vengono realizzati nel periodo estivo. Al momento, stima Breglia, «abbiamo preventivato un fermo per quasi due miliardi nella stagione primaverile, ma a rischio ci sono i circa 5 miliardi dell'estate».Le case destinate agli affitti brevi sono ora completamente inutilizzate e tra i locatori qualcuno sta cercando di riconvertirsi alle locazioni lunghe, mentre altri aspettano, continuando a sostenere i costi fissi, come spese condominiali e imposte, senza ricavi. E alcuni hanno deciso di dare il proprio contributo per l'emergenza, mettendo gli appartamenti sfitti a disposizione dei medici e degli infermieri impegnati in prima linea nella lotta al coronavirus. L'iniziativa porta la firma di sei società che gestiscono appartamenti per locazione a breve termine - Altido, CleanBnB, Halldis, Italianway, Sweetguest e Wonderful Italy - che hanno deciso di offrire agli operatori sanitari gli appartamenti di cui dispongono nelle principali città italiane. L'iniziativa #stateacasanostra sarà valida fino al 10 aprile, e il costo della locazione sarà totalmente a carico delle società promotrice: gli ospiti dovranno solo pagare il contributo per la pulizia e la sanificazione finale degli appartamenti.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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