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2020-04-01
Nel 2020 gli immobili residenziali perderanno 20 miliardi di valore
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Tutti i settori produttivi stanno risentendo pesantemente della diffusione della pandemia di coronavirus, e l'immobiliare non fa eccezione: secondo l'ultimo report di Nomisma, presentato via streaming proprio a causa dell'emergenza, quella del mercato immobiliare italiano è una situazione «inedita e potenzialmente drammatica». Solo per il 2020 è prevista una perdita tra i 9,2 e i 22,1 miliardi di euro di fatturato nel settore residenziale e tra i 2,6 e i 5,8 miliardi di euro per quanto riguarda i capitali investiti nel segmento corporate. E gli strascichi si faranno sentire anche il prossimo anno: come conseguenza dell'impatto del coronavirus Nomisma stima flessioni medie comprese tra il -1,3% ed il -4% nel biennio 2020-2021. «Il nemico più pericoloso per l'economia è quello che ancora non si è manifestato: l'impoverimento che scaturirà come effetto indotto dall'inazione coatta». In questo, secondo Nomisma, un ruolo decisivo è quello della finanza, che dovrà necessariamente esercitare «un sistematico sostegno di una domanda di credito inevitabilmente più fragile».
E se i contraccolpi saranno significativi per il segmento residenziale, ancora più critica, secondo Nomisma, è la situazione per gli immobili di impresa: in questo caso «il riflesso recessivo è diretto e quasi istantaneo, anche alla luce della minore disponibilità degli istituti di credito a fare concessioni in tale ambito». Più controversa appare la situazione degli investimenti immobiliari corporate (complessi cielo-terra di valore superiore a 5 milioni die uro), che avevano presentato un andamento eccezionalmente dinamico fino a poche settimane prima dello scoppio dell'epidemia di Covid-19. Nel corso del 2019 gli investimenti corporate nel comparto avevano raggiunto l'ammontare record di 12,3 miliardi di euro. Per il futuro di questo segmento è fondamentale il ruolo di Milano, che catalizza il 40% degli impieghi: e nei confronti della città locomotiva d'Italia Nomisma vede «un fattore aggiuntivo di preoccupazione in chiave prospettica». Per il report «il brusco rallentamento economico della locomotiva avrà effetti più marcati sull'immobiliare corporate del nostro Paese, rispetto a quanto sarebbe scaturito da una debolezza di entità analoga ma maggiormente diffusa».
Allargando su scala globale lo sguardo sul settore non residenziale, la crisi provocata dalla pandemia di coronavirus provocherà un forte rallentamento specialmente per quanto riguarda il comparto alberghiero, i centri commerciali e i servizi di coworking. Lo sostiene un recente studio di Nuveen Real Estate, secondo cui anche le locazioni degli uffici subiranno una contrazione, per poi invertire la tendenza nella seconda parte dell'anno. Nell'immediato i titolari delle aziende saranno meno disposti a prendere in affitto nuovi spazi o ad ampliare gli esistenti, mentre in futuro le stesse aziende potrebbero realizzare di aver bisogno di spazi più piccoli. Questo perché la forza lavoro, come sperimentato durante la pandemia, potrebbe in tutto o in parte utilizzare lo smartworking, almeno a rotazione; mentre chi affitta spazi per il coworking dovrà fornire postazioni più distanziate, a causa delle nuove norme e del mutamento dell'approccio nei confronti dell'igiene e della salute.
Molto negative, secondo Nuveen, le prospettive per gli spazi dedicati alle vendite al dettaglio e per quelli destinati alla ristorazione, molti dei quali, specialmente in Europa, andranno incontro al fallimento nelle prossime settimane. Nel breve termine i proprietari potrebbero mostrarsi disponibili a rinegoziare i canoni di locazione, mentre nel lungo periodo è probabile che prosegua la tendenza a prediligere gli acquisti online, penalizzando ulteriormente il settore degli spazi commerciale. Secondo il report, anche gli investimenti in questo segmento conosceranno un declino significativo, con gli investitori opportunisti che punteranno principalmente sugli asset immobiliari legati alla vendita di beni alimentari. Il settore degli immobili retail subirà pesanti conseguenze anche in Paesi come Germania, Spagna e Italia, dove finora aveva retto, mentre sono migliori le prospettive per la logistica.
Il settore degli affitti brevi è completamente paralizzato
Nell'ambito dell'immobiliare un segmento in particolare rischia di pagare un prezzo elevatissimo per la crisi innescata dalla pandemia di coronavirus: è quello degli affitti brevi, completamente fermo a causa delle misure di contenimento e alle restrizioni applicate a viaggi e movimento delle persone. La situazione è difficile a tutte le latitudini, tanto che Airbnb ha annunciato lo stanziamento di 250 milioni di dollari per supportare gli affittuari che hanno subito cancellazioni a causa della pandemia. La nuova policy, ha spiegato la società, si applicherà per tutte le prenotazioni effettuate prima del 14 marzo, cioè la data in cui l'Oms ha dichiarato la pandemia, con i check in previsti tra il 14 marzo e il 31 maggio: gli ospiti potranno cancellare e chiedere il rimborso totale, con Airbnb che pagherà agli affittuari il 25% di quanto avrebbero dovuto realizzare con la prenotazione.
In Italia, Paese a forte vocazione turistica, l'impatto dell'epidemia sugli affitti brevi rischia di essere devastante. La serrata imposta dal governo con il decreto dell'11 marzo scorso ha bloccato completamente un settore già travolto dalle disdette. Secondo le stime di Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, nel nostro Paese lo scorso anno sono state offerte in locazione breve circa 900.000 case, alcune per poche settimane altre per più tempo: un mercato coperto per poco più della metà da Airbnb. Il settore genera ricavi lordi pari a circa 11 miliardi di euro (tra proprietari e reti di collocamento), di cui oltre la metà vengono realizzati nel periodo estivo. Al momento, stima Breglia, «abbiamo preventivato un fermo per quasi due miliardi nella stagione primaverile, ma a rischio ci sono i circa 5 miliardi dell'estate».
Le case destinate agli affitti brevi sono ora completamente inutilizzate e tra i locatori qualcuno sta cercando di riconvertirsi alle locazioni lunghe, mentre altri aspettano, continuando a sostenere i costi fissi, come spese condominiali e imposte, senza ricavi. E alcuni hanno deciso di dare il proprio contributo per l'emergenza, mettendo gli appartamenti sfitti a disposizione dei medici e degli infermieri impegnati in prima linea nella lotta al coronavirus. L'iniziativa porta la firma di sei società che gestiscono appartamenti per locazione a breve termine - Altido, CleanBnB, Halldis, Italianway, Sweetguest e Wonderful Italy - che hanno deciso di offrire agli operatori sanitari gli appartamenti di cui dispongono nelle principali città italiane. L'iniziativa #stateacasanostra sarà valida fino al 10 aprile, e il costo della locazione sarà totalmente a carico delle società promotrice: gli ospiti dovranno solo pagare il contributo per la pulizia e la sanificazione finale degli appartamenti.
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Secondo l'ultimo report di Nomisma, quella del mercato immobiliare italiano è una situazione «inedita e potenzialmente drammatica». Come conseguenza dell'impatto del coronavirus si stimano flessioni medie comprese tra il -1,3% ed il -4% nel biennio 2020-2021.Un segmento in particolare rischia di pagare un prezzo elevatissimo per la crisi innescata dalla pandemia: è quello degli affitti brevi. Per la sola stagione primaverile sono previste perdite per 2 miliardi, per quella estiva si arriva a 5 miliardi.Lo speciale contiene due articoli.Tutti i settori produttivi stanno risentendo pesantemente della diffusione della pandemia di coronavirus, e l'immobiliare non fa eccezione: secondo l'ultimo report di Nomisma, presentato via streaming proprio a causa dell'emergenza, quella del mercato immobiliare italiano è una situazione «inedita e potenzialmente drammatica». Solo per il 2020 è prevista una perdita tra i 9,2 e i 22,1 miliardi di euro di fatturato nel settore residenziale e tra i 2,6 e i 5,8 miliardi di euro per quanto riguarda i capitali investiti nel segmento corporate. E gli strascichi si faranno sentire anche il prossimo anno: come conseguenza dell'impatto del coronavirus Nomisma stima flessioni medie comprese tra il -1,3% ed il -4% nel biennio 2020-2021. «Il nemico più pericoloso per l'economia è quello che ancora non si è manifestato: l'impoverimento che scaturirà come effetto indotto dall'inazione coatta». In questo, secondo Nomisma, un ruolo decisivo è quello della finanza, che dovrà necessariamente esercitare «un sistematico sostegno di una domanda di credito inevitabilmente più fragile».E se i contraccolpi saranno significativi per il segmento residenziale, ancora più critica, secondo Nomisma, è la situazione per gli immobili di impresa: in questo caso «il riflesso recessivo è diretto e quasi istantaneo, anche alla luce della minore disponibilità degli istituti di credito a fare concessioni in tale ambito». Più controversa appare la situazione degli investimenti immobiliari corporate (complessi cielo-terra di valore superiore a 5 milioni die uro), che avevano presentato un andamento eccezionalmente dinamico fino a poche settimane prima dello scoppio dell'epidemia di Covid-19. Nel corso del 2019 gli investimenti corporate nel comparto avevano raggiunto l'ammontare record di 12,3 miliardi di euro. Per il futuro di questo segmento è fondamentale il ruolo di Milano, che catalizza il 40% degli impieghi: e nei confronti della città locomotiva d'Italia Nomisma vede «un fattore aggiuntivo di preoccupazione in chiave prospettica». Per il report «il brusco rallentamento economico della locomotiva avrà effetti più marcati sull'immobiliare corporate del nostro Paese, rispetto a quanto sarebbe scaturito da una debolezza di entità analoga ma maggiormente diffusa».Allargando su scala globale lo sguardo sul settore non residenziale, la crisi provocata dalla pandemia di coronavirus provocherà un forte rallentamento specialmente per quanto riguarda il comparto alberghiero, i centri commerciali e i servizi di coworking. Lo sostiene un recente studio di Nuveen Real Estate, secondo cui anche le locazioni degli uffici subiranno una contrazione, per poi invertire la tendenza nella seconda parte dell'anno. Nell'immediato i titolari delle aziende saranno meno disposti a prendere in affitto nuovi spazi o ad ampliare gli esistenti, mentre in futuro le stesse aziende potrebbero realizzare di aver bisogno di spazi più piccoli. Questo perché la forza lavoro, come sperimentato durante la pandemia, potrebbe in tutto o in parte utilizzare lo smartworking, almeno a rotazione; mentre chi affitta spazi per il coworking dovrà fornire postazioni più distanziate, a causa delle nuove norme e del mutamento dell'approccio nei confronti dell'igiene e della salute.Molto negative, secondo Nuveen, le prospettive per gli spazi dedicati alle vendite al dettaglio e per quelli destinati alla ristorazione, molti dei quali, specialmente in Europa, andranno incontro al fallimento nelle prossime settimane. Nel breve termine i proprietari potrebbero mostrarsi disponibili a rinegoziare i canoni di locazione, mentre nel lungo periodo è probabile che prosegua la tendenza a prediligere gli acquisti online, penalizzando ulteriormente il settore degli spazi commerciale. Secondo il report, anche gli investimenti in questo segmento conosceranno un declino significativo, con gli investitori opportunisti che punteranno principalmente sugli asset immobiliari legati alla vendita di beni alimentari. Il settore degli immobili retail subirà pesanti conseguenze anche in Paesi come Germania, Spagna e Italia, dove finora aveva retto, mentre sono migliori le prospettive per la logistica.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/immobiliare-2645606852.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-settore-degli-affitti-brevi-e-completamente-paralizzato" data-post-id="2645606852" data-published-at="1778206092" data-use-pagination="False"> Il settore degli affitti brevi è completamente paralizzato Nell'ambito dell'immobiliare un segmento in particolare rischia di pagare un prezzo elevatissimo per la crisi innescata dalla pandemia di coronavirus: è quello degli affitti brevi, completamente fermo a causa delle misure di contenimento e alle restrizioni applicate a viaggi e movimento delle persone. La situazione è difficile a tutte le latitudini, tanto che Airbnb ha annunciato lo stanziamento di 250 milioni di dollari per supportare gli affittuari che hanno subito cancellazioni a causa della pandemia. La nuova policy, ha spiegato la società, si applicherà per tutte le prenotazioni effettuate prima del 14 marzo, cioè la data in cui l'Oms ha dichiarato la pandemia, con i check in previsti tra il 14 marzo e il 31 maggio: gli ospiti potranno cancellare e chiedere il rimborso totale, con Airbnb che pagherà agli affittuari il 25% di quanto avrebbero dovuto realizzare con la prenotazione.In Italia, Paese a forte vocazione turistica, l'impatto dell'epidemia sugli affitti brevi rischia di essere devastante. La serrata imposta dal governo con il decreto dell'11 marzo scorso ha bloccato completamente un settore già travolto dalle disdette. Secondo le stime di Mario Breglia, presidente di Scenari Immobiliari, nel nostro Paese lo scorso anno sono state offerte in locazione breve circa 900.000 case, alcune per poche settimane altre per più tempo: un mercato coperto per poco più della metà da Airbnb. Il settore genera ricavi lordi pari a circa 11 miliardi di euro (tra proprietari e reti di collocamento), di cui oltre la metà vengono realizzati nel periodo estivo. Al momento, stima Breglia, «abbiamo preventivato un fermo per quasi due miliardi nella stagione primaverile, ma a rischio ci sono i circa 5 miliardi dell'estate».Le case destinate agli affitti brevi sono ora completamente inutilizzate e tra i locatori qualcuno sta cercando di riconvertirsi alle locazioni lunghe, mentre altri aspettano, continuando a sostenere i costi fissi, come spese condominiali e imposte, senza ricavi. E alcuni hanno deciso di dare il proprio contributo per l'emergenza, mettendo gli appartamenti sfitti a disposizione dei medici e degli infermieri impegnati in prima linea nella lotta al coronavirus. L'iniziativa porta la firma di sei società che gestiscono appartamenti per locazione a breve termine - Altido, CleanBnB, Halldis, Italianway, Sweetguest e Wonderful Italy - che hanno deciso di offrire agli operatori sanitari gli appartamenti di cui dispongono nelle principali città italiane. L'iniziativa #stateacasanostra sarà valida fino al 10 aprile, e il costo della locazione sarà totalmente a carico delle società promotrice: gli ospiti dovranno solo pagare il contributo per la pulizia e la sanificazione finale degli appartamenti.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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