Ex Ilva, 11 cittadini licenziano 20.000 famiglie
Imagoeconomica
I giudici hanno accolto l’istanza per i pericoli ambientali chiedendo la sospensione delle attività: l’azienda è a un passo dal crac. Sono attese le decisioni degli acquirenti (fondo Flacks). E Urso avverte: a rischio il prestito da 390 milioni che garantiva continuità.

All’indomani della decisione dei giudici del tribunale di Milano che hanno disposto la sospensione dell’attività produttiva dell’ex Ilva, dal 24 agosto, se non adeguerà l’Aia (Autorizzazione integrata ambientale), la strada per uscire dall’impasse si fa sempre più in salita.

Il percorso di salvataggio e la continuità produttiva sono appesi a un filo. Come pure c’è il rischio che il potenziale acquirente, il gruppo Flacks, si tiri indietro, il che vorrebbe dire compromettere l’erogazione delle risorse già previste nel decreto approvato dal Parlamento, perché subordinato dalla Commissione Ue alla vendita dell’impianto.

I commissari straordinari dell’azienda hanno notificato la sentenza al fondo statunitense Flacks Group che si prenderà tempo per valutare la successiva linea d’azione. Il fondo, l’unico al momento interessato a rilevare l’intero gruppo siderurgico italiano, deve capire se proseguire con la trattativa o fare un passo indietro, vista la nuova cornice. Le modifiche richieste all’Aia, alterano il quadro autorizzativo su cui si basa l’offerta di Flacks Group: potrebbe sorgere il problema che l’asset industriale in vendita non sia più lo stesso per il quale è cominciato il negoziato. Eventuali nuove prescrizioni e maggiori oneri potrebbero far saltare l’operazione o imporre una revisione sostanziale delle condizioni economiche.

Con il decreto, i giudici hanno accolto l’inibitoria proposta da 11 cittadini e hanno stabilito che le condizioni legali di esercizio dello stabilimento di Taranto «allo stato, non sussistono» per la parziale disapplicazione dell’Aia 2025. Si è venuta a creare una situazione per cui 11 persone stanno decidendo del futuro di circa 20.000 famiglie.

Facciamo un passo indietro. Quando il governo si è insediato, l’Ilva non aveva un’Aia valida e siccome senza questa, l’azienda non sarebbe stata cedibile a terzi, il governo ha predisposto l’impianto normativo e l’azione amministrativa per il rilascio di un’Autorizzazione integrata con le valutazioni sanitarie (primo stabilimento in Europa). Quando tutto sembrava pronto per un rilancio dello stabilimento siderurgico, la magistratura tarantina ha posto sotto sequestro probatorio l’altoforno 1, senza facoltà d’uso. Una misura che ha già prodotto danni economici all’azienda per 2,5 miliardi. Ancora oggi dopo 10 mesi, nonostante le plurime istanze di dissequestro, tutte respinte, l’altoforno è ancora fermo e inservibile.

Intanto il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, parla esplicitamente della gravità della situazione. «Siamo preoccupati. La sentenza di fatto riscrive le regole del gioco e i commissari stanno valutando quale impatto possa avere, sia per quanto riguarda i negoziati in corso che si stanno finalizzando, sia per quanto riguarda la continuità produttiva e quindi occupazionale». Il rischio a cui espone la sentenza dei giudici del tribunale di Milano, è alto. «Il prestito che dovremmo erogare all’amministrazione straordinaria per continuare l’attività di manutenzione e produttiva, e quindi anche per mantenere i livelli occupazionali adeguati, dipende dal fatto che un acquirente possa rimborsare il prestito. Se la sentenza del tribunale dovesse influire sul negoziato in corso non ci sarebbero nemmeno le condizioni per l’erogazione del prestito», ha detto a chiare note Urso. Stiamo parlando di 390 milioni per un prestito ponte, che ha già ottenuto il via libera della Commissione europea. Soldi che se «l’acquirente, alla luce di questa sentenza, dovesse tirarsi indietro non arriveranno più e questo significa che lo stabilimento non arriva ad agosto ma addirittura nel giro di neanche di un mese dovrebbe chiudere», ha rimarcato il presidente di Confindustria Taranto, Salvatore Toma.

Urso ha confermato che sull’ex Ilva riferirà in Parlamento nell’audizione già programmata. E per quanto riguarda la convocazione dei sindacati «è competenza di palazzo Chigi».

Le prossime settimane saranno cruciali per comprendere il futuro del gruppo siderurgico. Oltre alla valutazione da parte di Flacks, anche i commissari effettueranno un’analisi del provvedimento dei magistrati per capire come eventualmente riscrivere le prescrizioni, cosa consentono di fare le tecnologie rispetto alle prescrizioni Aia disapplicate dalla sentenza, i tempi necessari agli ulteriori interventi, i costi e se tutto questo ha un riflesso sulla produzione. Viene valutato come probabile un ricorso rispetto al provvedimento della magistratura.

I sindacati, preoccupati per il futuro dei circa 15.000 lavoratori tra azienda e indotto, continuano a chiedere un incontro a Palazzo Chigi. L’Aia attuale autorizza l’ex Ilva a produrre sino a un massimo di 6 milioni di tonnellate l’anno, anche se la condizione dell’azienda, priva di uno dei tre altiforni, perché sequestrato (provvedimento confermato giorni fa dal gip di Taranto), consentirà di avere una capacità produttiva di 4,5 milioni su base annua solo da maggio, quando cioè, finiti i lavori all’altoforno 4, che è attualmente in fermata, lo stabilimento avrà operativi due altiforni.

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