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2022-09-05
L’illusione (pericolosa) delle rinnovabili
iStock
La narrazione dominante è che le arcigne sovrintendenze e le inette amministrazioni territoriali bloccano l’avanzata del futuro, impedendo la diffusione delle fonti rinnovabili. È in atto una campagna serrata contro chi ritarda il diluvio di progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche in ogni punto d’Italia ma si tralascia di dire perché questi progetti non sono «graditi», come si tace sul fatto che tali impianti sono tutt’altro che «green». La stella polare è la tabella di marcia che si è data l’Europa «senza e senza ma»: entro il 2030 la quota di consumi finali coperta dalle rinnovabili deve essere di almeno il 40%, ed entro il 2050 la maggior parte della nostra energia dovrà provenire da fonti verdi. Ma per l’Italia questa è una grande illusione per un motivo semplice: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e centrali idroelettriche vanno a scapito del paesaggio. E per il nostro Paese il paesaggio è una risorsa da tutelare. Comodo prendersela con le soprintendenze ambientali che non concedono le autorizzazioni: esse proteggono l’interesse di tutti.
Ormai, chiunque osi criticare le rinnovabili è un negazionista che rallenta la transizione ecologica. Questo approccio «politicamente corretto» si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e anche in Italia. Ma basta un po’ di buonsenso per capire che il ricorso all’energia pulita si scontra con la tutela del paesaggio, che per l’Italia è un bene economico. In base alle misure previste dal Pnrr e agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), Ispra e il Gestore servizi energetici (Gse) stimano una perdita compresa tra i 200 e i 500 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui se ne aggiungerebbero altri 365 destinati a nuovi impianti eolici. Per avere un raffronto, la superficie della provincia di Monza Brianza è pari a 406 chilometri quadrati. La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente molti contesti agrari con pesanti impatti sulla situazione economico-sociale locale.
Conti alla mano pare anche che il gioco non valga la candela. «Il fotovoltaico è una tecnologia poco efficiente. La media di attività degli impianti costruiti nel 2020 è di 1.150 ore l’anno in cui produce al massimo del potenza, contro 8.000 ore l’anno del gas o del carbone. Non c’è competizione», afferma Enrico Mariutti, analista energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, sottolinea: «Quello che si fa su 500 ettari con un impianto fotovoltaico, lo si fa in una normale centrale convenzionale che occupa mezzo ettaro». Gli impianti rinnovabili sono ingombranti, consumano territorio perché l’energia prodotta da vento, sole e pioggia è dispersa e deve essere raccolta dalle eliche, da distese di pannelli e da dighe che interrompono il corso di fiumi. Ma i soldi europei del Pnrr sono legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili: quanti di tali impianti potranno essere installati con un impatto ambientale ridotto, senza danneggiare le nostre bellezze naturali?
Uno studio dell’Osservatorio Regions 2030 del centro studi Elemens realizzato insieme a Public affairs advisor ha analizzato la strozzatura che ferma la gran parte dei progetti rinnovabili. Il 70% di questi è bloccato dai vincoli paesaggistici. Una volta che il ministero della Transizione ecologica ha dato il via libera, i progetti devono passare sotto le forche caudine di Dario Franceschini, ministro della Cultura, per avere l’approvazione definitiva. E su 76 pareri rilasciati dal dicastero sull’eolico, oltre l’87% risulta negativo. A quel punto la colpa della mancata transizione viene scaricata sulle soprintendenze, le quali non fanno altro che tutelare i beni paesaggistici.
Si scontrano qui le due anime dell’ambientalismo; quella che, in nome dell’energia verde e della lotta contro i combustibili fossili, ritiene che valga la pena chiudere un occhio davanti alle pale che vorticano sulle colline del Chianti o ai pannelli collocati sui tetti dei borghi antichi, e le convinzioni di chi, invece, vuole difendere il valore del territorio anche in considerazione del suo peso economico. In ballo c’è la salvaguardia di un patrimonio paesaggistico, ambientale e artistico unico al mondo.
C’è anche un altro aspetto che concorre a fare delle rinnovabili una grande illusione. I dati sulle emissioni di CO2 per la costruzione dei pannelli fotovoltaici non tengono conto che circa l’80% dell’industria delle rinnovabili è in mano ai cinesi, i quali per abbattere i costi di produzione usano il carbone. Uno studio realizzato da Mariutti pubblicato sul Tecnical bullettin della Society of petroleum engineers rileva che l’estrazione delle materie prime necessarie a produrre pannelli fotovoltaici, in particolare quarzo e silicio, richiedono impianti ad alta temperatura che comportano alti consumi energetici e notevoli emissioni inquinanti nell’atmosfera. In Italia, a oggi, sono attivi circa 900.000 impianti, per un totale di 100 milioni di pannelli vecchi in media 12 o 13 anni. Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa 20 anni, significa che il nostro Paese si deve apprestare ad affrontare un ammodernamento radicale. Che fine faranno i pannelli dismessi? Il loro riciclo è all’anno zero.
«Non si può rinunciare al nucleare»
«Per conseguire davvero in Italia l’obiettivo zero emissioni di CO2 al 2050 e oltre, un mix elettrico con sole rinnovabili è possibile ma è molto più complicato, impattante e costoso di un mix che contempli anche una quota di nucleare». Giuseppe Zollino, professore all’università di Padova di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari, da anni studia scenari elettrici di lungo periodo. «Essendo il nemico la CO2, è bene suddividere le tecnologie in due gruppi», spiega Zollino. «Da una parte quelle che emettono CO2, dall’altra quelle low carbon. Nel primo gruppo troviamo le centrali a carbone e a gas, con le prime che emettono più del doppio delle seconde. Nel secondo ci sono le rinnovabili e il nucleare: lo dice l’Ipcc, non io. Un’ulteriore classificazione è tra generatori programmabili (a combustibili fossili e idroelettrici, geotermici, a biogas e nucleari) e non programmabili, come gli impianti eolici e fotovoltaici che generano potenza elettrica indipendentemente dalla volontà del gestore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale».
In che senso fondamentale?
«Le nuove rinnovabili, eolico e fotovoltaico, hanno profili di generazione che dipendono da circostanze naturali. Ad esempio, la radiazione solare non c’è di notte e d’estate è tre volte più abbondante che d’inverno. Esse sono perciò scorrelate dalla domanda. Quando si analizza un sistema elettrico basato su queste fonti, bisogna tener conto anche dei sistemi di accumulo, giornalieri e stagionali, per i momenti in cui la generazione è scarsa. Inoltre, poiché gli impianti sono distribuiti sul territorio, vanno aggiunti i necessari ampliamenti delle reti di distribuzione e di trasmissione. Tutto questo ha conseguenze non solo sui costi, ma anche sull’occupazione di suolo».
Quale sarà il fabbisogno di energia elettrica al 2050 quando dovrà essere raggiunto l’obiettivo zero emissioni?
«Secondo i nostri modelli, più del doppio dell’attuale. Da 320 miliardi di chilowattora ad almeno 650-700. Per generarlo senza emissioni di CO2, la soluzione più conveniente risulta un mix di rinnovabili e nucleare».
Cosa accadrebbe se dovessimo usare solo rinnovabili?
«Servirebbero, tra generazione e infrastrutture di accumulo, circa 800 gigawatt di impianti; con un mix di rinnovabili più nucleare ne basterebbero la metà, di cui 36 gigawatt nucleari».
Come è possibile?
«I reattori nucleari lavorano 8.000 ore l’anno, mentre in Italia l’eolico circa 2.200 (3.000 offshore) e il fotovoltaico a terra in condizioni ottimali tra 1.500 e 1.800 ore».
Si può fare un confronto tra le fonti energetiche considerando l’energia prodotta e il suolo occupato?
«Una sola centrale nucleare con tre reattori richiede una superficie di circa 150 ettari e genera, a potenza costante, 32 miliardi di chilowattora all’anno: un decimo del fabbisogno italiano2021. Per produrre la stessa energia da fotovoltaico servirebbero 20 gigawatt di impianti a terra su 30.000 ettari di suolo. Inoltre l’energia sarebbe generata solo di giorno, e d’estate il triplo che d’inverno. Per coprire il grande fabbisogno elettrico atteso al 2050 e oltre, alle rinnovabili va affiancato il nucleare. L’energia elettrica costerebbe molto meno».
Addio al gas?
«Se si vogliono azzerare le emissioni di CO2, nel lungo periodo è inevitabile. Potrebbe diventare compatibile solo catturando la CO2 emessa. Ci sono diverse sperimentazioni in corso ma finora poche applicazioni di grande taglia».
«Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne»
«L’efficienza delle rinnovabili non è altissima e per installare gli impianti fotovoltaici la perdita di suolo è importante. Di qui al 2030 si stimano oltre 50.000 ettari (500 chilometri quadrati) di aree agricole che andranno perse per installare i pannelli fotovoltaici a terra, a cui si aggiungerebbero altri 365 chilometri quadrati per impianti eolici». Michele Munafò è il dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha curato un rapporto sui numeri delle rinnovabili.
Qual è la diffusione del fotovoltaico?
«Oggi abbiamo 17.500 ettari di territorio (175 chilometri quadrati) coperti da rinnovabili. La maggiore estensione è in Puglia con 61 chilometri quadrati; seguono l’Emilia Romagna (19), il Lazio (15), Sicilia e Piemonte (12). Queste cifre dovranno essere aggiornate al rialzo in base alle misure previste dal Pnrr e dagli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. Per non danneggiare le aree agricole e salvaguardare il paesaggio una soluzione ci sarebbe».
Quale? Rinunciare all’illusione del 100% rinnovabili?
«Invece che a terra, sarebbe preferibile installare i pannelli su edifici, capannoni o aree inutilizzate».
Sui tetti? Vuole che dal Gianicolo si veda Roma come un’enorme distesa di silicio?
«Nessuno pensa a questo. Nello studio abbiamo calcolato la disponibilità di superfici escludendo i centri storici delle città d’arte, le aree esposte a Nord e quelle già occupate da antenne e impianti di condizionamento. Inoltre abbiamo considerato che i pannelli vanno distanziati per consentire la manutenzione. È emerso che sui tetti ci sarebbe posto per una potenza tra 70 e 92 gigawattora, sufficiente a coprire l’aumento di fotovoltaico previsto dal Piano per la transizione ecologica pari a 70-75 gigawattora. Non abbiamo considerato i piazzali, i parcheggi e altre infrastrutture».
Se la soluzione è così efficiente, qual è l’ostacolo?
«È un’operazione complicatissima. Abbiamo a che fare con superfici frazionate e con impianti piccoli. E c’è la proprietà edilizia: bisogna mettere d’accordo milioni di inquilini dei condomini».
E il costo?
«Chiaramente superiore rispetto agli impianti a terra. Però si eviterebbero i costi ambientali, paesaggistici e di produzione agricola persa. Il Gse ha calcolato che il 36% degli impianti sono a terra e il resto su strutture già esistenti. Ma questo divario è destinato ad accorciarsi».
Forse perché installare grandi impianti è un business superiore?
«Gran parte delle procedure in corso sono finalizzate a grandi impianti su superfici agricole. Le proposte vengono da gruppi industriali importanti che si muovono solo se hanno la convenienza di installare impianti di una certa dimensione su superfici estese. Piuttosto la politica potrebbe incentivare l’installazione di piccoli impianti all’interno dei programmi di riqualificazione edilizia. Ci sono circa 4.000 chilometri quadrati di tetti al di fuori dei centri urbani, dove sarebbe possibile installare impianti con una potenza variabile da 66 a 86 gigawatt. A questa si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, dismesse o in altre superfici impermeabilizzate, senza consumare altro suolo».
«La Cina costruisce i pannelli solari utilizzando carbone»
L’illusione delle fonti rinnovabili si basa essenzialmente sulla narrazione che esse non emettono CO2. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che un pannello made in China (dove si concentra l’80% della produzione fotovoltaica globale) produce CO2 come una centrale a gas? L’interrogativo emerge da uno studio pubblicato sul Technical bulletin della Society of petroleum engineers elaborato da Enrico Mariutti, ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica.
Come si arriva a dire che le rinnovabili non sono affatto green?
«Una ventina di anni fa, quando si cominciò a parlare sul serio di rinnovabili, la Ue finanziò un progetto di raccolta dati per calcolare l’impatto ambientale e il ritorno energetico dei pannelli solari. Allora, per esempio, si temeva che servisse più energia per fabbricarli di quella che avrebbero restituito nel corso della loro vita. Misurando le emissioni legate alla fabbricazione e all’installazione di un impianto fotovoltaico e dividendole per la quantità di elettricità prodotta nel corso della loro vita utile (25 anni), si arrivò alla conclusione che la CO2 rilasciata per unità di energia era un venticinquesimo di quella che si emette usando il carbone e un decimo del gas. Il fotovoltaico è diventato così la chiave della transizione energetica perché, sulla carta, emette molta meno CO2 delle fonti fossili».
Dov’è il problema?
«Nessuno si è posto il problema che, per produrre un pannello, il grosso dell’impiego energetico e quindi delle emissioni è legato alla purificazione del silicio. Inizialmente per produrre il silicio si usava soprattutto energia idroelettrica, anche se il prodotto finale era poco puro. Ora l’industria fotovoltaica è in mano alla Cina e l’energia con cui si purifica il silicio non è più quella idroelettrica ma si usa soprattutto il carbone. A questo punto bisognava aggiornare le stime Ue. Ma le correzioni non sono state fatte e si continua a ragionare come se il silicio fosse ancora prodotto con energia pulita».
Com’è stato possibile?
«Quando ci sono in ballo investimenti per miliardi di euro, è difficile rimettere tutto in discussione. Qualcosa però è emerso nell’ultimo Assessment Report dell’Ipcc, la sezione dell’Onu che fa da cabina di regìa della strategia climatica globale».
Quindi qualcosa è venuto fuori?
«Sì, nascosto tra le righe. L’Assessment Report è la principale pubblicazione dell’Ipcc, esce ogni otto anni e dovrebbe condensare in tre volumi un sunto della letteratura scientifica pubblicata sul cambiamento climatico. Nel penultimo rapporto, uscito un anno prima degli Accordi di Parigi sul clima, l’Ipcc decise di dare ampio spazio alla comparazione dell’intensità carbonica delle fonti energetiche, per fornire ai governi una mappa concettuale su cui elaborare le strategie climatiche. Le stime dell’Ipcc si basavano su un singolo studio, che a sua volta ne revisionava 12, in cui si stimava che mediamente l’energia fotovoltaica produce 40 grammi di CO2 per chilowattora, cioè un decimo rispetto a una centrale a gas e un venticinquesimo di una centrale a carbone. Tutti gli studi però si basavano sui dati degli impianti europei, per di più raccolti dieci anni prima, nonostante la Cina fosse già il maggiore produttore di pannelli al mondo».
La consapevolezza degli errori di valutazione arriva con l’ultimo rapporto?
«Nel 2022 esce il nuovo rapporto e c’è un timido riferimento al problema: i ricercatori dichiarano che, a seconda di dove viene prodotto il pannello e di dove viene installato, l’intensità carbonica dell’energia fotovoltaica può avvicinarsi a quella di una centrale a gas. Vuol dire che se i pannelli sono prodotti in Norvegia a partire da energia idroelettrica le emissioni sono basse, ma se sono fabbricati in Cina con il carbone i valori salgono drasticamente. Sembra quasi che si siano accorti che quei dati andavano ricalcolati, ma abbiano avuto paura ad ammettere l’errore».
Perciò le stime sulla CO2 emessa per fabbricare pannelli fotovoltaici si basano ancora su dati vecchi di 20 anni?
«Esattamente. Tutti i rapporti istituzionali continuano a citare o rielaborare i valori standard indicati nel report Ipcc del 2014, a loro volta calcolati a partire da quelli mappati dall’Unione Europea nel 2004. Tutti citano la stessa fonte e per questo tutti arrivano alle medesime conclusioni: che il fotovoltaico è una tecnologia low carbon. In ambito commerciale, invece, qualcuno ha pensato di aggiornare i parametri, quantomeno alla luce del fatto che la Cina è ormai diventata quasi monopolista nella filiera del fotovoltaico. L’aggiornamento però ha abbinato alle correzioni, che avrebbero dovuto far salire le stime dell’intensità carbonica, nuovi errori che ribassano artificialmente i valori: per esempio, è stato introdotto il riciclo del pannello. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico e c’è un unico impianto pilota - in Cina - che ne ricicla una manciata l’anno».
Come vengono eliminati? In discarica?
«Per il momento sì, oppure mandati in Africa come “aiuti umanitari”. Nessuno si è posto ancora il problema del pensionamento degli impianti. E il riciclo fa lievitare sicuramente costi e probabilmente anche le emissioni. Ma questa è un’altra storia».
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Eolico e fotovoltaico saranno amici dell’ambiente, ma sono ostili al paesaggio: gli impianti distruggono territorio da tutelare. Per questo le sovrintendenze bocciano il 70% dei progetti. Soppiantare del tutto il gas con queste sole fonti è pura fantasia.Il docente a Padova Giuseppe Zollino: «Il nucleare è la tecnologia più efficiente per produrre energia, non consuma altro suolo, non ha emissioni in atmosfera e non dipende dalle condizioni del meteo».Il dirigente dell’Ispra Michele Munafò: «Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne. È la superficie che verrebbe occupata dagli impianti solari in base ai piani europei».L’esperto energetico Enrico Mariutti: «Chi controlla le strategie climatiche finge di non sapere che l’attività di fabbricazione dei pannelli solari inquina moltissimo».Lo speciale contiene quattro articoli.La narrazione dominante è che le arcigne sovrintendenze e le inette amministrazioni territoriali bloccano l’avanzata del futuro, impedendo la diffusione delle fonti rinnovabili. È in atto una campagna serrata contro chi ritarda il diluvio di progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche in ogni punto d’Italia ma si tralascia di dire perché questi progetti non sono «graditi», come si tace sul fatto che tali impianti sono tutt’altro che «green». La stella polare è la tabella di marcia che si è data l’Europa «senza e senza ma»: entro il 2030 la quota di consumi finali coperta dalle rinnovabili deve essere di almeno il 40%, ed entro il 2050 la maggior parte della nostra energia dovrà provenire da fonti verdi. Ma per l’Italia questa è una grande illusione per un motivo semplice: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e centrali idroelettriche vanno a scapito del paesaggio. E per il nostro Paese il paesaggio è una risorsa da tutelare. Comodo prendersela con le soprintendenze ambientali che non concedono le autorizzazioni: esse proteggono l’interesse di tutti.Ormai, chiunque osi criticare le rinnovabili è un negazionista che rallenta la transizione ecologica. Questo approccio «politicamente corretto» si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e anche in Italia. Ma basta un po’ di buonsenso per capire che il ricorso all’energia pulita si scontra con la tutela del paesaggio, che per l’Italia è un bene economico. In base alle misure previste dal Pnrr e agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), Ispra e il Gestore servizi energetici (Gse) stimano una perdita compresa tra i 200 e i 500 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui se ne aggiungerebbero altri 365 destinati a nuovi impianti eolici. Per avere un raffronto, la superficie della provincia di Monza Brianza è pari a 406 chilometri quadrati. La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente molti contesti agrari con pesanti impatti sulla situazione economico-sociale locale.Conti alla mano pare anche che il gioco non valga la candela. «Il fotovoltaico è una tecnologia poco efficiente. La media di attività degli impianti costruiti nel 2020 è di 1.150 ore l’anno in cui produce al massimo del potenza, contro 8.000 ore l’anno del gas o del carbone. Non c’è competizione», afferma Enrico Mariutti, analista energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, sottolinea: «Quello che si fa su 500 ettari con un impianto fotovoltaico, lo si fa in una normale centrale convenzionale che occupa mezzo ettaro». Gli impianti rinnovabili sono ingombranti, consumano territorio perché l’energia prodotta da vento, sole e pioggia è dispersa e deve essere raccolta dalle eliche, da distese di pannelli e da dighe che interrompono il corso di fiumi. Ma i soldi europei del Pnrr sono legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili: quanti di tali impianti potranno essere installati con un impatto ambientale ridotto, senza danneggiare le nostre bellezze naturali? Uno studio dell’Osservatorio Regions 2030 del centro studi Elemens realizzato insieme a Public affairs advisor ha analizzato la strozzatura che ferma la gran parte dei progetti rinnovabili. Il 70% di questi è bloccato dai vincoli paesaggistici. Una volta che il ministero della Transizione ecologica ha dato il via libera, i progetti devono passare sotto le forche caudine di Dario Franceschini, ministro della Cultura, per avere l’approvazione definitiva. E su 76 pareri rilasciati dal dicastero sull’eolico, oltre l’87% risulta negativo. A quel punto la colpa della mancata transizione viene scaricata sulle soprintendenze, le quali non fanno altro che tutelare i beni paesaggistici. Si scontrano qui le due anime dell’ambientalismo; quella che, in nome dell’energia verde e della lotta contro i combustibili fossili, ritiene che valga la pena chiudere un occhio davanti alle pale che vorticano sulle colline del Chianti o ai pannelli collocati sui tetti dei borghi antichi, e le convinzioni di chi, invece, vuole difendere il valore del territorio anche in considerazione del suo peso economico. In ballo c’è la salvaguardia di un patrimonio paesaggistico, ambientale e artistico unico al mondo. C’è anche un altro aspetto che concorre a fare delle rinnovabili una grande illusione. I dati sulle emissioni di CO2 per la costruzione dei pannelli fotovoltaici non tengono conto che circa l’80% dell’industria delle rinnovabili è in mano ai cinesi, i quali per abbattere i costi di produzione usano il carbone. Uno studio realizzato da Mariutti pubblicato sul Tecnical bullettin della Society of petroleum engineers rileva che l’estrazione delle materie prime necessarie a produrre pannelli fotovoltaici, in particolare quarzo e silicio, richiedono impianti ad alta temperatura che comportano alti consumi energetici e notevoli emissioni inquinanti nell’atmosfera. In Italia, a oggi, sono attivi circa 900.000 impianti, per un totale di 100 milioni di pannelli vecchi in media 12 o 13 anni. Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa 20 anni, significa che il nostro Paese si deve apprestare ad affrontare un ammodernamento radicale. Che fine faranno i pannelli dismessi? Il loro riciclo è all’anno zero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-si-puo-rinunciare-al-nucleare" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «Non si può rinunciare al nucleare» «Per conseguire davvero in Italia l’obiettivo zero emissioni di CO2 al 2050 e oltre, un mix elettrico con sole rinnovabili è possibile ma è molto più complicato, impattante e costoso di un mix che contempli anche una quota di nucleare». Giuseppe Zollino, professore all’università di Padova di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari, da anni studia scenari elettrici di lungo periodo. «Essendo il nemico la CO2, è bene suddividere le tecnologie in due gruppi», spiega Zollino. «Da una parte quelle che emettono CO2, dall’altra quelle low carbon. Nel primo gruppo troviamo le centrali a carbone e a gas, con le prime che emettono più del doppio delle seconde. Nel secondo ci sono le rinnovabili e il nucleare: lo dice l’Ipcc, non io. Un’ulteriore classificazione è tra generatori programmabili (a combustibili fossili e idroelettrici, geotermici, a biogas e nucleari) e non programmabili, come gli impianti eolici e fotovoltaici che generano potenza elettrica indipendentemente dalla volontà del gestore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale». In che senso fondamentale? «Le nuove rinnovabili, eolico e fotovoltaico, hanno profili di generazione che dipendono da circostanze naturali. Ad esempio, la radiazione solare non c’è di notte e d’estate è tre volte più abbondante che d’inverno. Esse sono perciò scorrelate dalla domanda. Quando si analizza un sistema elettrico basato su queste fonti, bisogna tener conto anche dei sistemi di accumulo, giornalieri e stagionali, per i momenti in cui la generazione è scarsa. Inoltre, poiché gli impianti sono distribuiti sul territorio, vanno aggiunti i necessari ampliamenti delle reti di distribuzione e di trasmissione. Tutto questo ha conseguenze non solo sui costi, ma anche sull’occupazione di suolo». Quale sarà il fabbisogno di energia elettrica al 2050 quando dovrà essere raggiunto l’obiettivo zero emissioni? «Secondo i nostri modelli, più del doppio dell’attuale. Da 320 miliardi di chilowattora ad almeno 650-700. Per generarlo senza emissioni di CO2, la soluzione più conveniente risulta un mix di rinnovabili e nucleare». Cosa accadrebbe se dovessimo usare solo rinnovabili? «Servirebbero, tra generazione e infrastrutture di accumulo, circa 800 gigawatt di impianti; con un mix di rinnovabili più nucleare ne basterebbero la metà, di cui 36 gigawatt nucleari». Come è possibile? «I reattori nucleari lavorano 8.000 ore l’anno, mentre in Italia l’eolico circa 2.200 (3.000 offshore) e il fotovoltaico a terra in condizioni ottimali tra 1.500 e 1.800 ore». Si può fare un confronto tra le fonti energetiche considerando l’energia prodotta e il suolo occupato? «Una sola centrale nucleare con tre reattori richiede una superficie di circa 150 ettari e genera, a potenza costante, 32 miliardi di chilowattora all’anno: un decimo del fabbisogno italiano2021. Per produrre la stessa energia da fotovoltaico servirebbero 20 gigawatt di impianti a terra su 30.000 ettari di suolo. Inoltre l’energia sarebbe generata solo di giorno, e d’estate il triplo che d’inverno. Per coprire il grande fabbisogno elettrico atteso al 2050 e oltre, alle rinnovabili va affiancato il nucleare. L’energia elettrica costerebbe molto meno». Addio al gas? «Se si vogliono azzerare le emissioni di CO2, nel lungo periodo è inevitabile. Potrebbe diventare compatibile solo catturando la CO2 emessa. Ci sono diverse sperimentazioni in corso ma finora poche applicazioni di grande taglia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pnrr-vuole-distruggere-87-000-ettari-di-campagne" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne» «L’efficienza delle rinnovabili non è altissima e per installare gli impianti fotovoltaici la perdita di suolo è importante. Di qui al 2030 si stimano oltre 50.000 ettari (500 chilometri quadrati) di aree agricole che andranno perse per installare i pannelli fotovoltaici a terra, a cui si aggiungerebbero altri 365 chilometri quadrati per impianti eolici». Michele Munafò è il dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha curato un rapporto sui numeri delle rinnovabili. Qual è la diffusione del fotovoltaico? «Oggi abbiamo 17.500 ettari di territorio (175 chilometri quadrati) coperti da rinnovabili. La maggiore estensione è in Puglia con 61 chilometri quadrati; seguono l’Emilia Romagna (19), il Lazio (15), Sicilia e Piemonte (12). Queste cifre dovranno essere aggiornate al rialzo in base alle misure previste dal Pnrr e dagli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. Per non danneggiare le aree agricole e salvaguardare il paesaggio una soluzione ci sarebbe». Quale? Rinunciare all’illusione del 100% rinnovabili? «Invece che a terra, sarebbe preferibile installare i pannelli su edifici, capannoni o aree inutilizzate». Sui tetti? Vuole che dal Gianicolo si veda Roma come un’enorme distesa di silicio? «Nessuno pensa a questo. Nello studio abbiamo calcolato la disponibilità di superfici escludendo i centri storici delle città d’arte, le aree esposte a Nord e quelle già occupate da antenne e impianti di condizionamento. Inoltre abbiamo considerato che i pannelli vanno distanziati per consentire la manutenzione. È emerso che sui tetti ci sarebbe posto per una potenza tra 70 e 92 gigawattora, sufficiente a coprire l’aumento di fotovoltaico previsto dal Piano per la transizione ecologica pari a 70-75 gigawattora. Non abbiamo considerato i piazzali, i parcheggi e altre infrastrutture». Se la soluzione è così efficiente, qual è l’ostacolo? «È un’operazione complicatissima. Abbiamo a che fare con superfici frazionate e con impianti piccoli. E c’è la proprietà edilizia: bisogna mettere d’accordo milioni di inquilini dei condomini». E il costo? «Chiaramente superiore rispetto agli impianti a terra. Però si eviterebbero i costi ambientali, paesaggistici e di produzione agricola persa. Il Gse ha calcolato che il 36% degli impianti sono a terra e il resto su strutture già esistenti. Ma questo divario è destinato ad accorciarsi». Forse perché installare grandi impianti è un business superiore? «Gran parte delle procedure in corso sono finalizzate a grandi impianti su superfici agricole. Le proposte vengono da gruppi industriali importanti che si muovono solo se hanno la convenienza di installare impianti di una certa dimensione su superfici estese. Piuttosto la politica potrebbe incentivare l’installazione di piccoli impianti all’interno dei programmi di riqualificazione edilizia. Ci sono circa 4.000 chilometri quadrati di tetti al di fuori dei centri urbani, dove sarebbe possibile installare impianti con una potenza variabile da 66 a 86 gigawatt. A questa si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, dismesse o in altre superfici impermeabilizzate, senza consumare altro suolo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-cina-costruisce-i-pannelli-solari-utilizzando-carbone" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «La Cina costruisce i pannelli solari utilizzando carbone» L’illusione delle fonti rinnovabili si basa essenzialmente sulla narrazione che esse non emettono CO2. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che un pannello made in China (dove si concentra l’80% della produzione fotovoltaica globale) produce CO2 come una centrale a gas? L’interrogativo emerge da uno studio pubblicato sul Technical bulletin della Society of petroleum engineers elaborato da Enrico Mariutti, ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Come si arriva a dire che le rinnovabili non sono affatto green? «Una ventina di anni fa, quando si cominciò a parlare sul serio di rinnovabili, la Ue finanziò un progetto di raccolta dati per calcolare l’impatto ambientale e il ritorno energetico dei pannelli solari. Allora, per esempio, si temeva che servisse più energia per fabbricarli di quella che avrebbero restituito nel corso della loro vita. Misurando le emissioni legate alla fabbricazione e all’installazione di un impianto fotovoltaico e dividendole per la quantità di elettricità prodotta nel corso della loro vita utile (25 anni), si arrivò alla conclusione che la CO2 rilasciata per unità di energia era un venticinquesimo di quella che si emette usando il carbone e un decimo del gas. Il fotovoltaico è diventato così la chiave della transizione energetica perché, sulla carta, emette molta meno CO2 delle fonti fossili». Dov’è il problema? «Nessuno si è posto il problema che, per produrre un pannello, il grosso dell’impiego energetico e quindi delle emissioni è legato alla purificazione del silicio. Inizialmente per produrre il silicio si usava soprattutto energia idroelettrica, anche se il prodotto finale era poco puro. Ora l’industria fotovoltaica è in mano alla Cina e l’energia con cui si purifica il silicio non è più quella idroelettrica ma si usa soprattutto il carbone. A questo punto bisognava aggiornare le stime Ue. Ma le correzioni non sono state fatte e si continua a ragionare come se il silicio fosse ancora prodotto con energia pulita». Com’è stato possibile? «Quando ci sono in ballo investimenti per miliardi di euro, è difficile rimettere tutto in discussione. Qualcosa però è emerso nell’ultimo Assessment Report dell’Ipcc, la sezione dell’Onu che fa da cabina di regìa della strategia climatica globale». Quindi qualcosa è venuto fuori? «Sì, nascosto tra le righe. L’Assessment Report è la principale pubblicazione dell’Ipcc, esce ogni otto anni e dovrebbe condensare in tre volumi un sunto della letteratura scientifica pubblicata sul cambiamento climatico. Nel penultimo rapporto, uscito un anno prima degli Accordi di Parigi sul clima, l’Ipcc decise di dare ampio spazio alla comparazione dell’intensità carbonica delle fonti energetiche, per fornire ai governi una mappa concettuale su cui elaborare le strategie climatiche. Le stime dell’Ipcc si basavano su un singolo studio, che a sua volta ne revisionava 12, in cui si stimava che mediamente l’energia fotovoltaica produce 40 grammi di CO2 per chilowattora, cioè un decimo rispetto a una centrale a gas e un venticinquesimo di una centrale a carbone. Tutti gli studi però si basavano sui dati degli impianti europei, per di più raccolti dieci anni prima, nonostante la Cina fosse già il maggiore produttore di pannelli al mondo». La consapevolezza degli errori di valutazione arriva con l’ultimo rapporto? «Nel 2022 esce il nuovo rapporto e c’è un timido riferimento al problema: i ricercatori dichiarano che, a seconda di dove viene prodotto il pannello e di dove viene installato, l’intensità carbonica dell’energia fotovoltaica può avvicinarsi a quella di una centrale a gas. Vuol dire che se i pannelli sono prodotti in Norvegia a partire da energia idroelettrica le emissioni sono basse, ma se sono fabbricati in Cina con il carbone i valori salgono drasticamente. Sembra quasi che si siano accorti che quei dati andavano ricalcolati, ma abbiano avuto paura ad ammettere l’errore». Perciò le stime sulla CO2 emessa per fabbricare pannelli fotovoltaici si basano ancora su dati vecchi di 20 anni? «Esattamente. Tutti i rapporti istituzionali continuano a citare o rielaborare i valori standard indicati nel report Ipcc del 2014, a loro volta calcolati a partire da quelli mappati dall’Unione Europea nel 2004. Tutti citano la stessa fonte e per questo tutti arrivano alle medesime conclusioni: che il fotovoltaico è una tecnologia low carbon. In ambito commerciale, invece, qualcuno ha pensato di aggiornare i parametri, quantomeno alla luce del fatto che la Cina è ormai diventata quasi monopolista nella filiera del fotovoltaico. L’aggiornamento però ha abbinato alle correzioni, che avrebbero dovuto far salire le stime dell’intensità carbonica, nuovi errori che ribassano artificialmente i valori: per esempio, è stato introdotto il riciclo del pannello. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico e c’è un unico impianto pilota - in Cina - che ne ricicla una manciata l’anno». Come vengono eliminati? In discarica? «Per il momento sì, oppure mandati in Africa come “aiuti umanitari”. Nessuno si è posto ancora il problema del pensionamento degli impianti. E il riciclo fa lievitare sicuramente costi e probabilmente anche le emissioni. Ma questa è un’altra storia».
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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