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2022-09-05
L’illusione (pericolosa) delle rinnovabili
iStock
La narrazione dominante è che le arcigne sovrintendenze e le inette amministrazioni territoriali bloccano l’avanzata del futuro, impedendo la diffusione delle fonti rinnovabili. È in atto una campagna serrata contro chi ritarda il diluvio di progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche in ogni punto d’Italia ma si tralascia di dire perché questi progetti non sono «graditi», come si tace sul fatto che tali impianti sono tutt’altro che «green». La stella polare è la tabella di marcia che si è data l’Europa «senza e senza ma»: entro il 2030 la quota di consumi finali coperta dalle rinnovabili deve essere di almeno il 40%, ed entro il 2050 la maggior parte della nostra energia dovrà provenire da fonti verdi. Ma per l’Italia questa è una grande illusione per un motivo semplice: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e centrali idroelettriche vanno a scapito del paesaggio. E per il nostro Paese il paesaggio è una risorsa da tutelare. Comodo prendersela con le soprintendenze ambientali che non concedono le autorizzazioni: esse proteggono l’interesse di tutti.
Ormai, chiunque osi criticare le rinnovabili è un negazionista che rallenta la transizione ecologica. Questo approccio «politicamente corretto» si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e anche in Italia. Ma basta un po’ di buonsenso per capire che il ricorso all’energia pulita si scontra con la tutela del paesaggio, che per l’Italia è un bene economico. In base alle misure previste dal Pnrr e agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), Ispra e il Gestore servizi energetici (Gse) stimano una perdita compresa tra i 200 e i 500 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui se ne aggiungerebbero altri 365 destinati a nuovi impianti eolici. Per avere un raffronto, la superficie della provincia di Monza Brianza è pari a 406 chilometri quadrati. La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente molti contesti agrari con pesanti impatti sulla situazione economico-sociale locale.
Conti alla mano pare anche che il gioco non valga la candela. «Il fotovoltaico è una tecnologia poco efficiente. La media di attività degli impianti costruiti nel 2020 è di 1.150 ore l’anno in cui produce al massimo del potenza, contro 8.000 ore l’anno del gas o del carbone. Non c’è competizione», afferma Enrico Mariutti, analista energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, sottolinea: «Quello che si fa su 500 ettari con un impianto fotovoltaico, lo si fa in una normale centrale convenzionale che occupa mezzo ettaro». Gli impianti rinnovabili sono ingombranti, consumano territorio perché l’energia prodotta da vento, sole e pioggia è dispersa e deve essere raccolta dalle eliche, da distese di pannelli e da dighe che interrompono il corso di fiumi. Ma i soldi europei del Pnrr sono legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili: quanti di tali impianti potranno essere installati con un impatto ambientale ridotto, senza danneggiare le nostre bellezze naturali?
Uno studio dell’Osservatorio Regions 2030 del centro studi Elemens realizzato insieme a Public affairs advisor ha analizzato la strozzatura che ferma la gran parte dei progetti rinnovabili. Il 70% di questi è bloccato dai vincoli paesaggistici. Una volta che il ministero della Transizione ecologica ha dato il via libera, i progetti devono passare sotto le forche caudine di Dario Franceschini, ministro della Cultura, per avere l’approvazione definitiva. E su 76 pareri rilasciati dal dicastero sull’eolico, oltre l’87% risulta negativo. A quel punto la colpa della mancata transizione viene scaricata sulle soprintendenze, le quali non fanno altro che tutelare i beni paesaggistici.
Si scontrano qui le due anime dell’ambientalismo; quella che, in nome dell’energia verde e della lotta contro i combustibili fossili, ritiene che valga la pena chiudere un occhio davanti alle pale che vorticano sulle colline del Chianti o ai pannelli collocati sui tetti dei borghi antichi, e le convinzioni di chi, invece, vuole difendere il valore del territorio anche in considerazione del suo peso economico. In ballo c’è la salvaguardia di un patrimonio paesaggistico, ambientale e artistico unico al mondo.
C’è anche un altro aspetto che concorre a fare delle rinnovabili una grande illusione. I dati sulle emissioni di CO2 per la costruzione dei pannelli fotovoltaici non tengono conto che circa l’80% dell’industria delle rinnovabili è in mano ai cinesi, i quali per abbattere i costi di produzione usano il carbone. Uno studio realizzato da Mariutti pubblicato sul Tecnical bullettin della Society of petroleum engineers rileva che l’estrazione delle materie prime necessarie a produrre pannelli fotovoltaici, in particolare quarzo e silicio, richiedono impianti ad alta temperatura che comportano alti consumi energetici e notevoli emissioni inquinanti nell’atmosfera. In Italia, a oggi, sono attivi circa 900.000 impianti, per un totale di 100 milioni di pannelli vecchi in media 12 o 13 anni. Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa 20 anni, significa che il nostro Paese si deve apprestare ad affrontare un ammodernamento radicale. Che fine faranno i pannelli dismessi? Il loro riciclo è all’anno zero.
«Non si può rinunciare al nucleare»
«Per conseguire davvero in Italia l’obiettivo zero emissioni di CO2 al 2050 e oltre, un mix elettrico con sole rinnovabili è possibile ma è molto più complicato, impattante e costoso di un mix che contempli anche una quota di nucleare». Giuseppe Zollino, professore all’università di Padova di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari, da anni studia scenari elettrici di lungo periodo. «Essendo il nemico la CO2, è bene suddividere le tecnologie in due gruppi», spiega Zollino. «Da una parte quelle che emettono CO2, dall’altra quelle low carbon. Nel primo gruppo troviamo le centrali a carbone e a gas, con le prime che emettono più del doppio delle seconde. Nel secondo ci sono le rinnovabili e il nucleare: lo dice l’Ipcc, non io. Un’ulteriore classificazione è tra generatori programmabili (a combustibili fossili e idroelettrici, geotermici, a biogas e nucleari) e non programmabili, come gli impianti eolici e fotovoltaici che generano potenza elettrica indipendentemente dalla volontà del gestore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale».
In che senso fondamentale?
«Le nuove rinnovabili, eolico e fotovoltaico, hanno profili di generazione che dipendono da circostanze naturali. Ad esempio, la radiazione solare non c’è di notte e d’estate è tre volte più abbondante che d’inverno. Esse sono perciò scorrelate dalla domanda. Quando si analizza un sistema elettrico basato su queste fonti, bisogna tener conto anche dei sistemi di accumulo, giornalieri e stagionali, per i momenti in cui la generazione è scarsa. Inoltre, poiché gli impianti sono distribuiti sul territorio, vanno aggiunti i necessari ampliamenti delle reti di distribuzione e di trasmissione. Tutto questo ha conseguenze non solo sui costi, ma anche sull’occupazione di suolo».
Quale sarà il fabbisogno di energia elettrica al 2050 quando dovrà essere raggiunto l’obiettivo zero emissioni?
«Secondo i nostri modelli, più del doppio dell’attuale. Da 320 miliardi di chilowattora ad almeno 650-700. Per generarlo senza emissioni di CO2, la soluzione più conveniente risulta un mix di rinnovabili e nucleare».
Cosa accadrebbe se dovessimo usare solo rinnovabili?
«Servirebbero, tra generazione e infrastrutture di accumulo, circa 800 gigawatt di impianti; con un mix di rinnovabili più nucleare ne basterebbero la metà, di cui 36 gigawatt nucleari».
Come è possibile?
«I reattori nucleari lavorano 8.000 ore l’anno, mentre in Italia l’eolico circa 2.200 (3.000 offshore) e il fotovoltaico a terra in condizioni ottimali tra 1.500 e 1.800 ore».
Si può fare un confronto tra le fonti energetiche considerando l’energia prodotta e il suolo occupato?
«Una sola centrale nucleare con tre reattori richiede una superficie di circa 150 ettari e genera, a potenza costante, 32 miliardi di chilowattora all’anno: un decimo del fabbisogno italiano2021. Per produrre la stessa energia da fotovoltaico servirebbero 20 gigawatt di impianti a terra su 30.000 ettari di suolo. Inoltre l’energia sarebbe generata solo di giorno, e d’estate il triplo che d’inverno. Per coprire il grande fabbisogno elettrico atteso al 2050 e oltre, alle rinnovabili va affiancato il nucleare. L’energia elettrica costerebbe molto meno».
Addio al gas?
«Se si vogliono azzerare le emissioni di CO2, nel lungo periodo è inevitabile. Potrebbe diventare compatibile solo catturando la CO2 emessa. Ci sono diverse sperimentazioni in corso ma finora poche applicazioni di grande taglia».
«Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne»
«L’efficienza delle rinnovabili non è altissima e per installare gli impianti fotovoltaici la perdita di suolo è importante. Di qui al 2030 si stimano oltre 50.000 ettari (500 chilometri quadrati) di aree agricole che andranno perse per installare i pannelli fotovoltaici a terra, a cui si aggiungerebbero altri 365 chilometri quadrati per impianti eolici». Michele Munafò è il dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha curato un rapporto sui numeri delle rinnovabili.
Qual è la diffusione del fotovoltaico?
«Oggi abbiamo 17.500 ettari di territorio (175 chilometri quadrati) coperti da rinnovabili. La maggiore estensione è in Puglia con 61 chilometri quadrati; seguono l’Emilia Romagna (19), il Lazio (15), Sicilia e Piemonte (12). Queste cifre dovranno essere aggiornate al rialzo in base alle misure previste dal Pnrr e dagli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. Per non danneggiare le aree agricole e salvaguardare il paesaggio una soluzione ci sarebbe».
Quale? Rinunciare all’illusione del 100% rinnovabili?
«Invece che a terra, sarebbe preferibile installare i pannelli su edifici, capannoni o aree inutilizzate».
Sui tetti? Vuole che dal Gianicolo si veda Roma come un’enorme distesa di silicio?
«Nessuno pensa a questo. Nello studio abbiamo calcolato la disponibilità di superfici escludendo i centri storici delle città d’arte, le aree esposte a Nord e quelle già occupate da antenne e impianti di condizionamento. Inoltre abbiamo considerato che i pannelli vanno distanziati per consentire la manutenzione. È emerso che sui tetti ci sarebbe posto per una potenza tra 70 e 92 gigawattora, sufficiente a coprire l’aumento di fotovoltaico previsto dal Piano per la transizione ecologica pari a 70-75 gigawattora. Non abbiamo considerato i piazzali, i parcheggi e altre infrastrutture».
Se la soluzione è così efficiente, qual è l’ostacolo?
«È un’operazione complicatissima. Abbiamo a che fare con superfici frazionate e con impianti piccoli. E c’è la proprietà edilizia: bisogna mettere d’accordo milioni di inquilini dei condomini».
E il costo?
«Chiaramente superiore rispetto agli impianti a terra. Però si eviterebbero i costi ambientali, paesaggistici e di produzione agricola persa. Il Gse ha calcolato che il 36% degli impianti sono a terra e il resto su strutture già esistenti. Ma questo divario è destinato ad accorciarsi».
Forse perché installare grandi impianti è un business superiore?
«Gran parte delle procedure in corso sono finalizzate a grandi impianti su superfici agricole. Le proposte vengono da gruppi industriali importanti che si muovono solo se hanno la convenienza di installare impianti di una certa dimensione su superfici estese. Piuttosto la politica potrebbe incentivare l’installazione di piccoli impianti all’interno dei programmi di riqualificazione edilizia. Ci sono circa 4.000 chilometri quadrati di tetti al di fuori dei centri urbani, dove sarebbe possibile installare impianti con una potenza variabile da 66 a 86 gigawatt. A questa si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, dismesse o in altre superfici impermeabilizzate, senza consumare altro suolo».
«La Cina costruisce i pannelli solari utilizzando carbone»
L’illusione delle fonti rinnovabili si basa essenzialmente sulla narrazione che esse non emettono CO2. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che un pannello made in China (dove si concentra l’80% della produzione fotovoltaica globale) produce CO2 come una centrale a gas? L’interrogativo emerge da uno studio pubblicato sul Technical bulletin della Society of petroleum engineers elaborato da Enrico Mariutti, ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica.
Come si arriva a dire che le rinnovabili non sono affatto green?
«Una ventina di anni fa, quando si cominciò a parlare sul serio di rinnovabili, la Ue finanziò un progetto di raccolta dati per calcolare l’impatto ambientale e il ritorno energetico dei pannelli solari. Allora, per esempio, si temeva che servisse più energia per fabbricarli di quella che avrebbero restituito nel corso della loro vita. Misurando le emissioni legate alla fabbricazione e all’installazione di un impianto fotovoltaico e dividendole per la quantità di elettricità prodotta nel corso della loro vita utile (25 anni), si arrivò alla conclusione che la CO2 rilasciata per unità di energia era un venticinquesimo di quella che si emette usando il carbone e un decimo del gas. Il fotovoltaico è diventato così la chiave della transizione energetica perché, sulla carta, emette molta meno CO2 delle fonti fossili».
Dov’è il problema?
«Nessuno si è posto il problema che, per produrre un pannello, il grosso dell’impiego energetico e quindi delle emissioni è legato alla purificazione del silicio. Inizialmente per produrre il silicio si usava soprattutto energia idroelettrica, anche se il prodotto finale era poco puro. Ora l’industria fotovoltaica è in mano alla Cina e l’energia con cui si purifica il silicio non è più quella idroelettrica ma si usa soprattutto il carbone. A questo punto bisognava aggiornare le stime Ue. Ma le correzioni non sono state fatte e si continua a ragionare come se il silicio fosse ancora prodotto con energia pulita».
Com’è stato possibile?
«Quando ci sono in ballo investimenti per miliardi di euro, è difficile rimettere tutto in discussione. Qualcosa però è emerso nell’ultimo Assessment Report dell’Ipcc, la sezione dell’Onu che fa da cabina di regìa della strategia climatica globale».
Quindi qualcosa è venuto fuori?
«Sì, nascosto tra le righe. L’Assessment Report è la principale pubblicazione dell’Ipcc, esce ogni otto anni e dovrebbe condensare in tre volumi un sunto della letteratura scientifica pubblicata sul cambiamento climatico. Nel penultimo rapporto, uscito un anno prima degli Accordi di Parigi sul clima, l’Ipcc decise di dare ampio spazio alla comparazione dell’intensità carbonica delle fonti energetiche, per fornire ai governi una mappa concettuale su cui elaborare le strategie climatiche. Le stime dell’Ipcc si basavano su un singolo studio, che a sua volta ne revisionava 12, in cui si stimava che mediamente l’energia fotovoltaica produce 40 grammi di CO2 per chilowattora, cioè un decimo rispetto a una centrale a gas e un venticinquesimo di una centrale a carbone. Tutti gli studi però si basavano sui dati degli impianti europei, per di più raccolti dieci anni prima, nonostante la Cina fosse già il maggiore produttore di pannelli al mondo».
La consapevolezza degli errori di valutazione arriva con l’ultimo rapporto?
«Nel 2022 esce il nuovo rapporto e c’è un timido riferimento al problema: i ricercatori dichiarano che, a seconda di dove viene prodotto il pannello e di dove viene installato, l’intensità carbonica dell’energia fotovoltaica può avvicinarsi a quella di una centrale a gas. Vuol dire che se i pannelli sono prodotti in Norvegia a partire da energia idroelettrica le emissioni sono basse, ma se sono fabbricati in Cina con il carbone i valori salgono drasticamente. Sembra quasi che si siano accorti che quei dati andavano ricalcolati, ma abbiano avuto paura ad ammettere l’errore».
Perciò le stime sulla CO2 emessa per fabbricare pannelli fotovoltaici si basano ancora su dati vecchi di 20 anni?
«Esattamente. Tutti i rapporti istituzionali continuano a citare o rielaborare i valori standard indicati nel report Ipcc del 2014, a loro volta calcolati a partire da quelli mappati dall’Unione Europea nel 2004. Tutti citano la stessa fonte e per questo tutti arrivano alle medesime conclusioni: che il fotovoltaico è una tecnologia low carbon. In ambito commerciale, invece, qualcuno ha pensato di aggiornare i parametri, quantomeno alla luce del fatto che la Cina è ormai diventata quasi monopolista nella filiera del fotovoltaico. L’aggiornamento però ha abbinato alle correzioni, che avrebbero dovuto far salire le stime dell’intensità carbonica, nuovi errori che ribassano artificialmente i valori: per esempio, è stato introdotto il riciclo del pannello. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico e c’è un unico impianto pilota - in Cina - che ne ricicla una manciata l’anno».
Come vengono eliminati? In discarica?
«Per il momento sì, oppure mandati in Africa come “aiuti umanitari”. Nessuno si è posto ancora il problema del pensionamento degli impianti. E il riciclo fa lievitare sicuramente costi e probabilmente anche le emissioni. Ma questa è un’altra storia».
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Eolico e fotovoltaico saranno amici dell’ambiente, ma sono ostili al paesaggio: gli impianti distruggono territorio da tutelare. Per questo le sovrintendenze bocciano il 70% dei progetti. Soppiantare del tutto il gas con queste sole fonti è pura fantasia.Il docente a Padova Giuseppe Zollino: «Il nucleare è la tecnologia più efficiente per produrre energia, non consuma altro suolo, non ha emissioni in atmosfera e non dipende dalle condizioni del meteo».Il dirigente dell’Ispra Michele Munafò: «Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne. È la superficie che verrebbe occupata dagli impianti solari in base ai piani europei».L’esperto energetico Enrico Mariutti: «Chi controlla le strategie climatiche finge di non sapere che l’attività di fabbricazione dei pannelli solari inquina moltissimo».Lo speciale contiene quattro articoli.La narrazione dominante è che le arcigne sovrintendenze e le inette amministrazioni territoriali bloccano l’avanzata del futuro, impedendo la diffusione delle fonti rinnovabili. È in atto una campagna serrata contro chi ritarda il diluvio di progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche in ogni punto d’Italia ma si tralascia di dire perché questi progetti non sono «graditi», come si tace sul fatto che tali impianti sono tutt’altro che «green». La stella polare è la tabella di marcia che si è data l’Europa «senza e senza ma»: entro il 2030 la quota di consumi finali coperta dalle rinnovabili deve essere di almeno il 40%, ed entro il 2050 la maggior parte della nostra energia dovrà provenire da fonti verdi. Ma per l’Italia questa è una grande illusione per un motivo semplice: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e centrali idroelettriche vanno a scapito del paesaggio. E per il nostro Paese il paesaggio è una risorsa da tutelare. Comodo prendersela con le soprintendenze ambientali che non concedono le autorizzazioni: esse proteggono l’interesse di tutti.Ormai, chiunque osi criticare le rinnovabili è un negazionista che rallenta la transizione ecologica. Questo approccio «politicamente corretto» si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e anche in Italia. Ma basta un po’ di buonsenso per capire che il ricorso all’energia pulita si scontra con la tutela del paesaggio, che per l’Italia è un bene economico. In base alle misure previste dal Pnrr e agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), Ispra e il Gestore servizi energetici (Gse) stimano una perdita compresa tra i 200 e i 500 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui se ne aggiungerebbero altri 365 destinati a nuovi impianti eolici. Per avere un raffronto, la superficie della provincia di Monza Brianza è pari a 406 chilometri quadrati. La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente molti contesti agrari con pesanti impatti sulla situazione economico-sociale locale.Conti alla mano pare anche che il gioco non valga la candela. «Il fotovoltaico è una tecnologia poco efficiente. La media di attività degli impianti costruiti nel 2020 è di 1.150 ore l’anno in cui produce al massimo del potenza, contro 8.000 ore l’anno del gas o del carbone. Non c’è competizione», afferma Enrico Mariutti, analista energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, sottolinea: «Quello che si fa su 500 ettari con un impianto fotovoltaico, lo si fa in una normale centrale convenzionale che occupa mezzo ettaro». Gli impianti rinnovabili sono ingombranti, consumano territorio perché l’energia prodotta da vento, sole e pioggia è dispersa e deve essere raccolta dalle eliche, da distese di pannelli e da dighe che interrompono il corso di fiumi. Ma i soldi europei del Pnrr sono legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili: quanti di tali impianti potranno essere installati con un impatto ambientale ridotto, senza danneggiare le nostre bellezze naturali? Uno studio dell’Osservatorio Regions 2030 del centro studi Elemens realizzato insieme a Public affairs advisor ha analizzato la strozzatura che ferma la gran parte dei progetti rinnovabili. Il 70% di questi è bloccato dai vincoli paesaggistici. Una volta che il ministero della Transizione ecologica ha dato il via libera, i progetti devono passare sotto le forche caudine di Dario Franceschini, ministro della Cultura, per avere l’approvazione definitiva. E su 76 pareri rilasciati dal dicastero sull’eolico, oltre l’87% risulta negativo. A quel punto la colpa della mancata transizione viene scaricata sulle soprintendenze, le quali non fanno altro che tutelare i beni paesaggistici. Si scontrano qui le due anime dell’ambientalismo; quella che, in nome dell’energia verde e della lotta contro i combustibili fossili, ritiene che valga la pena chiudere un occhio davanti alle pale che vorticano sulle colline del Chianti o ai pannelli collocati sui tetti dei borghi antichi, e le convinzioni di chi, invece, vuole difendere il valore del territorio anche in considerazione del suo peso economico. In ballo c’è la salvaguardia di un patrimonio paesaggistico, ambientale e artistico unico al mondo. C’è anche un altro aspetto che concorre a fare delle rinnovabili una grande illusione. I dati sulle emissioni di CO2 per la costruzione dei pannelli fotovoltaici non tengono conto che circa l’80% dell’industria delle rinnovabili è in mano ai cinesi, i quali per abbattere i costi di produzione usano il carbone. Uno studio realizzato da Mariutti pubblicato sul Tecnical bullettin della Society of petroleum engineers rileva che l’estrazione delle materie prime necessarie a produrre pannelli fotovoltaici, in particolare quarzo e silicio, richiedono impianti ad alta temperatura che comportano alti consumi energetici e notevoli emissioni inquinanti nell’atmosfera. In Italia, a oggi, sono attivi circa 900.000 impianti, per un totale di 100 milioni di pannelli vecchi in media 12 o 13 anni. Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa 20 anni, significa che il nostro Paese si deve apprestare ad affrontare un ammodernamento radicale. Che fine faranno i pannelli dismessi? Il loro riciclo è all’anno zero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-si-puo-rinunciare-al-nucleare" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «Non si può rinunciare al nucleare» «Per conseguire davvero in Italia l’obiettivo zero emissioni di CO2 al 2050 e oltre, un mix elettrico con sole rinnovabili è possibile ma è molto più complicato, impattante e costoso di un mix che contempli anche una quota di nucleare». Giuseppe Zollino, professore all’università di Padova di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari, da anni studia scenari elettrici di lungo periodo. «Essendo il nemico la CO2, è bene suddividere le tecnologie in due gruppi», spiega Zollino. «Da una parte quelle che emettono CO2, dall’altra quelle low carbon. Nel primo gruppo troviamo le centrali a carbone e a gas, con le prime che emettono più del doppio delle seconde. Nel secondo ci sono le rinnovabili e il nucleare: lo dice l’Ipcc, non io. Un’ulteriore classificazione è tra generatori programmabili (a combustibili fossili e idroelettrici, geotermici, a biogas e nucleari) e non programmabili, come gli impianti eolici e fotovoltaici che generano potenza elettrica indipendentemente dalla volontà del gestore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale». In che senso fondamentale? «Le nuove rinnovabili, eolico e fotovoltaico, hanno profili di generazione che dipendono da circostanze naturali. Ad esempio, la radiazione solare non c’è di notte e d’estate è tre volte più abbondante che d’inverno. Esse sono perciò scorrelate dalla domanda. Quando si analizza un sistema elettrico basato su queste fonti, bisogna tener conto anche dei sistemi di accumulo, giornalieri e stagionali, per i momenti in cui la generazione è scarsa. Inoltre, poiché gli impianti sono distribuiti sul territorio, vanno aggiunti i necessari ampliamenti delle reti di distribuzione e di trasmissione. Tutto questo ha conseguenze non solo sui costi, ma anche sull’occupazione di suolo». Quale sarà il fabbisogno di energia elettrica al 2050 quando dovrà essere raggiunto l’obiettivo zero emissioni? «Secondo i nostri modelli, più del doppio dell’attuale. Da 320 miliardi di chilowattora ad almeno 650-700. Per generarlo senza emissioni di CO2, la soluzione più conveniente risulta un mix di rinnovabili e nucleare». Cosa accadrebbe se dovessimo usare solo rinnovabili? «Servirebbero, tra generazione e infrastrutture di accumulo, circa 800 gigawatt di impianti; con un mix di rinnovabili più nucleare ne basterebbero la metà, di cui 36 gigawatt nucleari». Come è possibile? «I reattori nucleari lavorano 8.000 ore l’anno, mentre in Italia l’eolico circa 2.200 (3.000 offshore) e il fotovoltaico a terra in condizioni ottimali tra 1.500 e 1.800 ore». Si può fare un confronto tra le fonti energetiche considerando l’energia prodotta e il suolo occupato? «Una sola centrale nucleare con tre reattori richiede una superficie di circa 150 ettari e genera, a potenza costante, 32 miliardi di chilowattora all’anno: un decimo del fabbisogno italiano2021. Per produrre la stessa energia da fotovoltaico servirebbero 20 gigawatt di impianti a terra su 30.000 ettari di suolo. Inoltre l’energia sarebbe generata solo di giorno, e d’estate il triplo che d’inverno. Per coprire il grande fabbisogno elettrico atteso al 2050 e oltre, alle rinnovabili va affiancato il nucleare. L’energia elettrica costerebbe molto meno». Addio al gas? «Se si vogliono azzerare le emissioni di CO2, nel lungo periodo è inevitabile. Potrebbe diventare compatibile solo catturando la CO2 emessa. Ci sono diverse sperimentazioni in corso ma finora poche applicazioni di grande taglia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pnrr-vuole-distruggere-87-000-ettari-di-campagne" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne» «L’efficienza delle rinnovabili non è altissima e per installare gli impianti fotovoltaici la perdita di suolo è importante. Di qui al 2030 si stimano oltre 50.000 ettari (500 chilometri quadrati) di aree agricole che andranno perse per installare i pannelli fotovoltaici a terra, a cui si aggiungerebbero altri 365 chilometri quadrati per impianti eolici». Michele Munafò è il dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha curato un rapporto sui numeri delle rinnovabili. Qual è la diffusione del fotovoltaico? «Oggi abbiamo 17.500 ettari di territorio (175 chilometri quadrati) coperti da rinnovabili. La maggiore estensione è in Puglia con 61 chilometri quadrati; seguono l’Emilia Romagna (19), il Lazio (15), Sicilia e Piemonte (12). Queste cifre dovranno essere aggiornate al rialzo in base alle misure previste dal Pnrr e dagli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. Per non danneggiare le aree agricole e salvaguardare il paesaggio una soluzione ci sarebbe». Quale? Rinunciare all’illusione del 100% rinnovabili? «Invece che a terra, sarebbe preferibile installare i pannelli su edifici, capannoni o aree inutilizzate». Sui tetti? Vuole che dal Gianicolo si veda Roma come un’enorme distesa di silicio? «Nessuno pensa a questo. Nello studio abbiamo calcolato la disponibilità di superfici escludendo i centri storici delle città d’arte, le aree esposte a Nord e quelle già occupate da antenne e impianti di condizionamento. Inoltre abbiamo considerato che i pannelli vanno distanziati per consentire la manutenzione. È emerso che sui tetti ci sarebbe posto per una potenza tra 70 e 92 gigawattora, sufficiente a coprire l’aumento di fotovoltaico previsto dal Piano per la transizione ecologica pari a 70-75 gigawattora. Non abbiamo considerato i piazzali, i parcheggi e altre infrastrutture». Se la soluzione è così efficiente, qual è l’ostacolo? «È un’operazione complicatissima. Abbiamo a che fare con superfici frazionate e con impianti piccoli. E c’è la proprietà edilizia: bisogna mettere d’accordo milioni di inquilini dei condomini». E il costo? «Chiaramente superiore rispetto agli impianti a terra. Però si eviterebbero i costi ambientali, paesaggistici e di produzione agricola persa. Il Gse ha calcolato che il 36% degli impianti sono a terra e il resto su strutture già esistenti. Ma questo divario è destinato ad accorciarsi». Forse perché installare grandi impianti è un business superiore? «Gran parte delle procedure in corso sono finalizzate a grandi impianti su superfici agricole. Le proposte vengono da gruppi industriali importanti che si muovono solo se hanno la convenienza di installare impianti di una certa dimensione su superfici estese. Piuttosto la politica potrebbe incentivare l’installazione di piccoli impianti all’interno dei programmi di riqualificazione edilizia. Ci sono circa 4.000 chilometri quadrati di tetti al di fuori dei centri urbani, dove sarebbe possibile installare impianti con una potenza variabile da 66 a 86 gigawatt. A questa si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, dismesse o in altre superfici impermeabilizzate, senza consumare altro suolo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-cina-costruisce-i-pannelli-solari-utilizzando-carbone" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «La Cina costruisce i pannelli solari utilizzando carbone» L’illusione delle fonti rinnovabili si basa essenzialmente sulla narrazione che esse non emettono CO2. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che un pannello made in China (dove si concentra l’80% della produzione fotovoltaica globale) produce CO2 come una centrale a gas? L’interrogativo emerge da uno studio pubblicato sul Technical bulletin della Society of petroleum engineers elaborato da Enrico Mariutti, ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Come si arriva a dire che le rinnovabili non sono affatto green? «Una ventina di anni fa, quando si cominciò a parlare sul serio di rinnovabili, la Ue finanziò un progetto di raccolta dati per calcolare l’impatto ambientale e il ritorno energetico dei pannelli solari. Allora, per esempio, si temeva che servisse più energia per fabbricarli di quella che avrebbero restituito nel corso della loro vita. Misurando le emissioni legate alla fabbricazione e all’installazione di un impianto fotovoltaico e dividendole per la quantità di elettricità prodotta nel corso della loro vita utile (25 anni), si arrivò alla conclusione che la CO2 rilasciata per unità di energia era un venticinquesimo di quella che si emette usando il carbone e un decimo del gas. Il fotovoltaico è diventato così la chiave della transizione energetica perché, sulla carta, emette molta meno CO2 delle fonti fossili». Dov’è il problema? «Nessuno si è posto il problema che, per produrre un pannello, il grosso dell’impiego energetico e quindi delle emissioni è legato alla purificazione del silicio. Inizialmente per produrre il silicio si usava soprattutto energia idroelettrica, anche se il prodotto finale era poco puro. Ora l’industria fotovoltaica è in mano alla Cina e l’energia con cui si purifica il silicio non è più quella idroelettrica ma si usa soprattutto il carbone. A questo punto bisognava aggiornare le stime Ue. Ma le correzioni non sono state fatte e si continua a ragionare come se il silicio fosse ancora prodotto con energia pulita». Com’è stato possibile? «Quando ci sono in ballo investimenti per miliardi di euro, è difficile rimettere tutto in discussione. Qualcosa però è emerso nell’ultimo Assessment Report dell’Ipcc, la sezione dell’Onu che fa da cabina di regìa della strategia climatica globale». Quindi qualcosa è venuto fuori? «Sì, nascosto tra le righe. L’Assessment Report è la principale pubblicazione dell’Ipcc, esce ogni otto anni e dovrebbe condensare in tre volumi un sunto della letteratura scientifica pubblicata sul cambiamento climatico. Nel penultimo rapporto, uscito un anno prima degli Accordi di Parigi sul clima, l’Ipcc decise di dare ampio spazio alla comparazione dell’intensità carbonica delle fonti energetiche, per fornire ai governi una mappa concettuale su cui elaborare le strategie climatiche. Le stime dell’Ipcc si basavano su un singolo studio, che a sua volta ne revisionava 12, in cui si stimava che mediamente l’energia fotovoltaica produce 40 grammi di CO2 per chilowattora, cioè un decimo rispetto a una centrale a gas e un venticinquesimo di una centrale a carbone. Tutti gli studi però si basavano sui dati degli impianti europei, per di più raccolti dieci anni prima, nonostante la Cina fosse già il maggiore produttore di pannelli al mondo». La consapevolezza degli errori di valutazione arriva con l’ultimo rapporto? «Nel 2022 esce il nuovo rapporto e c’è un timido riferimento al problema: i ricercatori dichiarano che, a seconda di dove viene prodotto il pannello e di dove viene installato, l’intensità carbonica dell’energia fotovoltaica può avvicinarsi a quella di una centrale a gas. Vuol dire che se i pannelli sono prodotti in Norvegia a partire da energia idroelettrica le emissioni sono basse, ma se sono fabbricati in Cina con il carbone i valori salgono drasticamente. Sembra quasi che si siano accorti che quei dati andavano ricalcolati, ma abbiano avuto paura ad ammettere l’errore». Perciò le stime sulla CO2 emessa per fabbricare pannelli fotovoltaici si basano ancora su dati vecchi di 20 anni? «Esattamente. Tutti i rapporti istituzionali continuano a citare o rielaborare i valori standard indicati nel report Ipcc del 2014, a loro volta calcolati a partire da quelli mappati dall’Unione Europea nel 2004. Tutti citano la stessa fonte e per questo tutti arrivano alle medesime conclusioni: che il fotovoltaico è una tecnologia low carbon. In ambito commerciale, invece, qualcuno ha pensato di aggiornare i parametri, quantomeno alla luce del fatto che la Cina è ormai diventata quasi monopolista nella filiera del fotovoltaico. L’aggiornamento però ha abbinato alle correzioni, che avrebbero dovuto far salire le stime dell’intensità carbonica, nuovi errori che ribassano artificialmente i valori: per esempio, è stato introdotto il riciclo del pannello. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico e c’è un unico impianto pilota - in Cina - che ne ricicla una manciata l’anno». Come vengono eliminati? In discarica? «Per il momento sì, oppure mandati in Africa come “aiuti umanitari”. Nessuno si è posto ancora il problema del pensionamento degli impianti. E il riciclo fa lievitare sicuramente costi e probabilmente anche le emissioni. Ma questa è un’altra storia».
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La notizia c’è, la consapevolezza del momento speriamo prenda corpo. Sta tra questi due punti il percorso che il Vinitaly giunto ala 58° edizione si accinge a percorrere come di consueto a Verona dal 12 al 15 aprile con un’anteprima di due giorni di fuori salone che comincia il 10 e ha in Opera Wines, la rassegna delle migliori etichette scelte dalla bibbia americana del vino Wine Spectator, per esaltare il meglio del meglio delle cantine italiane ospitata come sempre nei padiglioni della Gran Guardia proprio di fianco all’Arena.
Si celebra a Verona il vino italiano un settore che vale 14 miliardi (si veda il box sui numeri del vino) e che visto dai lustrini della Fiera sembra ancora il bel mondo di qualche anno fa, ma si dovrebbe invece meditare sul vino versato. Per rimi ad occuparsene dovrebbero essere proprio gli organizzatori di Vinitaly, la Fiera di Verona che non riesce a uscire dal bozzolo della consuetudine stretta com’è in un quartiere fieristico del tutto anacronistico, in un programma di eventi scontato, in un’autocelebrazione che non produce alcuna innovazione. Si sono persuasi che bastasse dare spazio agli influencer, agli smanettoni del web, magari anche a qualche minigonna per dare valore al vino. Il risultato è una crisi sera con oltre 70 milioni di ettari di vino invenduto stoccato nelle cantine. Peraltro tuti gli studi confermano che per vendere il vino gli influencer non servono a nulla. Uno studio della Rutgers University ha dimostrato che gli influencer aumentano del 73% il desiderio di bere tra i giovani di età compresa tra 18 e 24 anni, ma che il trasferimento di quel desiderio in acquisto è pari a zero. Andava bene negli anni dei ricchi premi e cotillons la falsa attrattività ora c’è bisogno di sostanza. Ma la Fiera non si è adeguata.
Troppo vicino al centro della città, troppo ingolfato il traffico, troppo congestionata la proposta degli espositori, impossibile il parcheggio, difficile il collegamento e soprattutto costosissimo il partecipare alla Fiera. Si è detto negli anni scorsi che il biglietto caro serviva a scoraggiare il pubblico dei bevitori; risultato ottenuto solo a metà, ma con un’evidente controindicazione: si è ancora di più rinchiuso in ghetto dorato il vino che invece ha un bisogno matto di ritrovare la sua dimensione popolare e sociale e il suo valore culturale. Per questo serve una narrazione più profonda, meditata, meno estemporanea, serve l’esperienza del vino. Chissà se di questo si discute a Vinitaly.
Di certo, come detto, c’è la notizia che spiazza la narrazione di una cisi senza soluzione e rilancia la strategia del valore del vino. E la notizia sta nel fatto che il gruppo farmaceutico Angelini ha investito una somma ingente per rilanciare la cantina che ha cerato nel mondo il mito del Sagrantino: la Arnaldo Caprai. Il gruppo Angelini che è uno dei colossi dell’industria farmaceutica ha da anni una propensione al vino per la valorizzazione dei territori. Partito con Tenuta Trerose (ottimo nobile di Montepulciano) si è poi diramato in tutti i territori di qualità costituendo il gruppo Angelini Wines&Estates che oggi conta Bertani in Veneto con un grande Amarone, la cantina del Brunello a Montalcino Val di Suga, San Leonino nel Chianti Classico, Fazi Battaglia che è come dire il Verdicchio e Puiatti che significa grandi bianchi del Collio. Infine ecco l’approdo a Montefalco. Come si sa Arnaldo Caprai è scomparso di recente c’era incertezza sul destino della cantina contesa tra gli eredi ed ecco che Marco Caprai, il vero creatore del Sagrantino come fenomeno mondiale tra i rossi di grande qualità, ha trovato in Angelini il partner finanziario giusto. Il gruppo acquisisce la maggioranza, Marco torna al timone e sarà anche l’uomo di punta del vino di qualità di Angelini. Si dirà, ma è in fin dei conti è una notizia aziendale. Niente affatto: è il segno che sul vino di altissima qualità si può e si deve tornare ad investire. Del resto questo è uno dei temi centrali: la dotazione finanziarie delle imprese, il sostegno all’export, la mutazione delle aziende che da solo agricole devono necessariamente diventare soggetti economici capaci di stare sui mercati, di diversificare l’offerta, di far valere i loro valori in Europa.
Il caso Caprai diventa così paradigmatico dell’evoluzione che il prodotto vino deve avere: crescere di dimensioni, diversificare e qualificare le produzioni. È uno degli asset strategici di Sandro Boscaini che con la Masi ha esplorato per orino il mercato dei capitali e che oggi spinge sull’offerta turistica integrata al vino. E’ il caso della Marchesi Antinori che è diventata brand globale e lavora su acquisizioni per presidiare diverse fase di mercato e diversificare al massimo l’offerta. Sono tutte dinamiche che dovrebbero essere al centro del Vinitaly che invece pare più orientato ad offrire la faccia ludica del mondo del vino. Che invece ha di fronte a se sfide molto importanti riconquistare consumatori soprattutto nella generazione Z, conquistare nuovi mercati dopo la battaglia estenuante sui dazi visto che gli Usa sono ancora il nostro primo cliente, ma ci sono economie in espansione che desiderano il valore vino. E poi c’è la sfida sull’enoturismo: almeno 4 miliardi di fatturato possibili. Ma questo significa mettersi in sinergia con i territori, creare strutture capaci di far diventare le cantine testimoni dei valori culturali dei distretti vinicoli, rilanciare le leggi sulle strade del vino. Infine c’è il rapporto con l’Europa che da una parte sostiene il vino, ma dall’altra lo penalizza con le campagne (sbagliate nelle forme) anti-alcol o con gli accordi commerciali come l’ultimo firmato con l’Australia che consente la produzione del falso Prosecco. Come si vede i temi sono tanti e complessi. Da domenica 12 aprile a Verona tra 4400 espositori che vengono da una cinquantina di Paesi se ne parla nella speranza che abbia ancora ragione, dopo 2500 anni, Aristofane che sentenziava: «Bevendo gli uomini migliorano: fanno buoni affari, vincono le cause, son felici e sostengono gli amici».
I numeri del vino: giù i consumi, su i turisti

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Il vino in Italia significa 14 miliari di fatturato di cui 7,8 arrivano dall’export. Le cantine che imbottigliano sono circa 46 mila, le aziende agricole che producono uva o comunque gravitano attorno al vino sono circa 300 mila.
In totale il vino occupa direttamente, 1,2 milioni di persone a cui si aggiungono poi gli addetti a valle del processo produttivo. Nell’ultima vendemmia l’Italia ha prodotto 47,4 milioni di ettolitri di vino (più 8 % rispetto all’anno precedente) recuperando la leadership mondiale (è un primato che significa molto poco) considerando che la Francia (è in crisi nera sta estirpando 30 mila ettari di vigna)ha prodotto 35,9 milioni di ettolitri e la Spagna 29,4 milioni. Solo di bottiglie Doc e Docg in Italia se ne producono 2,2 miliardi. Le regioni leader nella produzione sono Veneto (25%), Puglia (18%), Emilia Romagna (17%) e Sicilia (8%), quelle che hanno il valore aggiunto più alto sono Toscana e Piemonte.
Sul fronte dell’export il 2025 è stato un anno problematico. In complesso abbiamo venduto per 7,78 miliardi di euro con un calo del 3,7% rispetto all'anno precedente. Pesano le tensioni commerciali e il rallentamento nei mercati chiave come gli Usa (-9,2%). Nonostante la flessione, l'Italia si conferma tra i leader mondiali per volumi esportati, con Veneto, Toscana e Piemonte a trainare il settore. I vini più esportati restano gli spumanti con il Prosecco in testa. Dal punto di vista dei consumi si assiste ad una continua erosione. Come rende noto il sito inumeridelvino.it nel 2024, secondo Istat, gli italiani che hanno consumato vino sono il 54,7% della popolazione, lo 0,4% in meno rispetto al 2023. Di questi, circa il 2% beve oltre mezzo litro al giorno, il 13% beve uno o due bicchieri al giorno, mentre il 33% beve meno spesso. L’andamento è ancora leggermente positivo per il consumo sporadico, mentre i bevitori abituali calano dal 16% al 14% della popolazione.
Nel 2024, la fascia d’età in cui il consumo sporadico di vino è al massimo è quella dei 35-44 anni, mentre nel consumo moderato ma costante la proporzione maggiore è sempre quella degli ultra 75enni, con una penetrazione calante ma pur sempre importante del 24%. Dati positivi sono invece quelli che riguardano l’enoturismo.
In Italia è in forte crescita, con un valore stimato di 2,9 miliardi di euro nel 2024 e un boom previsto a 18 milioni di italiani coinvolti nel 2026. Il comparto, fondamentale per il turismo rurale, attira principalmente per degustazioni (71,2%) e visite in cantina (49,7%), con Toscana, Sicilia e Sardegna tra le mete preferite.
Con il fuori salone ci sono oltre 70 appuntamenti

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Vinitaly è anche festa fuori dai padiglioni. Si parte venerdì 10 in Piazza dei Signori dove alle sei di pomeriggio ci sarà a tagliare i nastro della 58ª edizione, la vincitrice della Coppa del Mondo di discesa libera Laura Pirovano, portacolori delle Fiamme Gialle, ospite d’onore sul Palco della Loggia di Fra Giocondo affiancata dal presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, dal sindaco di Verona, Damiano Tommasi, dal presidente della Provincia di Verona, Flavio Massimo Pasini, e Diego Ruzza, assessore ai Trasporti, Mobilità e Lavori Pubblici della Regione Veneto, con gli interventi di Roberto Nicolis, presidente di Asd La Grande Sfida, e Luca Rigotti, presidente del Consorzio delle Venezie.
Nei calici del brindisi inaugurale, ci sarà infatti il Pinot Grigio Doc delle Venezie, official wine della manifestazione. Oltre settanta gli eventi che per tutto il fine settimana trasformeranno il cuore storico della città in un grande palcoscenico dedicato al vino italiano. Fino a domenica (10-12 aprile), tra piazze, cortili e scorci iconici, Vinitaly and The City proporrà iniziative diffuse pensate per appassionati e curiosi, con un’offerta capace di valorizzare l’identità enologica del Paese attraverso esperienze coinvolgenti e trasversali.
Degustazioni guidate, incontri di approfondimento e momenti formativi si affiancheranno a un calendario articolato che spazierà dalle visite guidate alla scoperta del patrimonio cittadino agli appuntamenti culturali e letterari, offrendo nuove chiavi di lettura del rapporto tra territorio, tradizione e vino. Tra le novità più attese sabato sera in Piazza Bra, andrà in scena lo spettacolo immersivo «Dentro c’è l’Italia», una produzione originale che unisce linguaggi artistici differenti – danza, teatro e musica – per raccontare l’anima del vino italiano.
Firmato e diretto da Giuliano Peparini e organizzato da Veronafiere con la partnership di OpportunItaly, il programma di accelerazione imprenditoriale promosso dal ministero degli Affari Esteri e da Ita - Italian Trade Agency, e patrocinato dal Masaf, lo spettacolo vedrà protagonisti 150 performer sulla scalinata di Palazzo Barbieri, in un racconto scenico che intreccia paesaggio, memoria, tradizione e passione, elementi distintivi della cultura vitivinicola nazionale.
Vinitaly and the City è aperto dalle 15 alle 20 tutti i giorni i carnet degustazioni sono acquistabili online fino al 9 aprile al costo di 18 euro, durante i giorni dell’evento si potranno acquistare online e presso le casse di Piazza dei Signori a 22 euro. A questo programma si aggiunge Opera Wine l’appuntamento con cento cantine selezionate da Wine Spectator ed ospitato sabato nel padiglione della Gram Guardia.
Tra griffe e dealcolati. In cerca del vino amico

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L’ultima «botta» è arrivata come al solito da Bruxelles. La Commissione salute del Parlamento europeo nel suo documento anticancro torna alla carica con le etichette allarmistiche e invita Ursula von der Leyen «a presentare senza ulteriori indugi proposte di legge sugli health warming».
Insomma, scrivere sulle etichette del vino quello che ormai si trova da molti anni sulle sigarette: il vino uccide. Immediata la reazione dei vignaioli europei che non ci stanno anche perché moltissimi testi scientifici dimostrano che un consumo moderato di vino non è dannoso, ma anzi ha vantaggi per la salute. Così il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi si lamenta e dice: «Colpisce e preoccupa che si torni a mettere in discussione un equilibrio già raggiunto rimettendo in discussione una deliberazione del Parlamento europeo e le indicazioni delle Nazioni unite sulle malattie non trasmissibili; è una impostazione che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». Insomma, per le cantine piove sul bagnato e certo questi allarmi non aiutano i consumi.
Perciò uno dei temi centrali di questo Vinitaly sono i vini dealcolati. È stata una battaglia anche questa della Unione Italia Vini quella di tenere anche i no e low alcol dentro il perimetro della produzione enoica per evitare l0aggressione dei bibitari. Si dice che sia un segmento in crescita. Per ora i volumi sono ridottissimi: 7,2 milioni di bottiglie in tuto per un fatturato che non ha superato i 24 milioni di euro con un prezzo medio a bottiglia che oscilla tra i 15 e 20 euro.
A debuttare e a andare abbastanza bene sono i vini spumanti anche perché Doc, Igt e Docg sono esclusi dalla possibilità di essere dealcolati mentre i vini che spumano possono essere anche addizionati di anidride carbonica e dunque diventano a tutti gli effetti una bibita. Sarà interessante comunque esplorarli sapendo che poiché i costi di delacolazione e gli impianti che servono per togliere l’alcol (quasi tutti lo fano a freddo con processo osmotico) sono importanti non si trovano «vini» delle cantine più piccole anche se di grande blasone.
Ma il Vinitaly conferma anche un’altra tendenza di mercato emersa negli ultimi anni; quella dei bianchi di lungo o lunghissimo affinamento. In questo alcuni vitigni come il Fiano (Di Meo) il Verdicchio (Mirizzi) la Vernaccia di San Gimignano (Teruzzi) il Sauvignon (Venica) emergono con grande forza espressiva. Torna un’ attenzione anche sui vini dele Isole (Nerello Mascalese dala Sicilia con Donnafugata, Carignano del Sulcis con Santadi) e sui rossi meridionali primo tra tutti l’Aglianico (Mastroberardino e Cantine del Notaio per il Vulture). È vero che i rossi hanno subito un certi appannamento nei consumi, ma alcuni must non solo resistono ma si sono apprezzati di valore. Con una differenza però: se prima bastava la denominazione a decretare il successo di un grande rosso oggi conta moltissimo il marchio, il blasone dell’azienda. Brunello significa ancora Biondi Santi o Argiano, Chianti Classico significa Badia a Passignano, Castello d’Ama, Mazzei o Ricasoli, Barolo significa ancora Gaja, Amarone Masi o Tedeschi, Sagrantino si declina ancora come Arnaldo Caprai. Tornano di prepotenza i grandi uvaggi: San Leonardo in Trentino, Tignanello, Ornellaia, in Toscana, Turriga o Barrua in Sardegna per citare alcuni con la percezione che questi non siano vini ma ormai siano diventati delle griffe che si consumano come scelta di piacere assoluto.
Il resto del mercato è monopolizzato dagli spumanti che se certo vanno al traino del Prosecco tuttavia cominciano ad emergere spumanti di territorio da vitigni autoctoni – esempi su tutti l’esplosione della Passerina e la fortissima ripresa del Lambrusco - mentre le etichette più famose (Ferrari, Bellavista, Ca’ del Bosco, Monsupello, Serafino, Maso Martis) ormai si collocano in diretta concorrenza con gli Champagne. Le sorprese di questo Vinitaly? I vini freschi bianchi e rosati di bassa gradazione, non destinati a sfidare il tempo, ma necessari per esaltare il piacere della tavola. Dice il re degli enologi Riccardo Cotarella: «Non necessariamente dobbiamo fare vini destinati a sfidare il tempo, bisogna tornare a fare anche vini di prezzo accessibile che diano il piacere del bere, che siano appetibili per i giovani come degustazione moderna». È una sfida che i produttori sembrano avere accolto e girando per i padiglioni di Verona l’incontro col vino amico è possibile.
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Artemis II si prepara all’ammaraggio, previsto oggi al largo della costa di San Diego per le 20:07 circa (ora locale). Secondo l’astronauta Victor Glover, «lo scudo termico e i paracadute» della navicella Orion spacecraft consentiranno all’equipaggio di ammarare «dolcemente». «Non vediamo l’ora – ha aggiunto – di vedere la squadra di sommozzatori e la Marina che verranno a prenderci».