True
2022-09-05
L’illusione (pericolosa) delle rinnovabili
iStock
La narrazione dominante è che le arcigne sovrintendenze e le inette amministrazioni territoriali bloccano l’avanzata del futuro, impedendo la diffusione delle fonti rinnovabili. È in atto una campagna serrata contro chi ritarda il diluvio di progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche in ogni punto d’Italia ma si tralascia di dire perché questi progetti non sono «graditi», come si tace sul fatto che tali impianti sono tutt’altro che «green». La stella polare è la tabella di marcia che si è data l’Europa «senza e senza ma»: entro il 2030 la quota di consumi finali coperta dalle rinnovabili deve essere di almeno il 40%, ed entro il 2050 la maggior parte della nostra energia dovrà provenire da fonti verdi. Ma per l’Italia questa è una grande illusione per un motivo semplice: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e centrali idroelettriche vanno a scapito del paesaggio. E per il nostro Paese il paesaggio è una risorsa da tutelare. Comodo prendersela con le soprintendenze ambientali che non concedono le autorizzazioni: esse proteggono l’interesse di tutti.
Ormai, chiunque osi criticare le rinnovabili è un negazionista che rallenta la transizione ecologica. Questo approccio «politicamente corretto» si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e anche in Italia. Ma basta un po’ di buonsenso per capire che il ricorso all’energia pulita si scontra con la tutela del paesaggio, che per l’Italia è un bene economico. In base alle misure previste dal Pnrr e agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), Ispra e il Gestore servizi energetici (Gse) stimano una perdita compresa tra i 200 e i 500 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui se ne aggiungerebbero altri 365 destinati a nuovi impianti eolici. Per avere un raffronto, la superficie della provincia di Monza Brianza è pari a 406 chilometri quadrati. La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente molti contesti agrari con pesanti impatti sulla situazione economico-sociale locale.
Conti alla mano pare anche che il gioco non valga la candela. «Il fotovoltaico è una tecnologia poco efficiente. La media di attività degli impianti costruiti nel 2020 è di 1.150 ore l’anno in cui produce al massimo del potenza, contro 8.000 ore l’anno del gas o del carbone. Non c’è competizione», afferma Enrico Mariutti, analista energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, sottolinea: «Quello che si fa su 500 ettari con un impianto fotovoltaico, lo si fa in una normale centrale convenzionale che occupa mezzo ettaro». Gli impianti rinnovabili sono ingombranti, consumano territorio perché l’energia prodotta da vento, sole e pioggia è dispersa e deve essere raccolta dalle eliche, da distese di pannelli e da dighe che interrompono il corso di fiumi. Ma i soldi europei del Pnrr sono legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili: quanti di tali impianti potranno essere installati con un impatto ambientale ridotto, senza danneggiare le nostre bellezze naturali?
Uno studio dell’Osservatorio Regions 2030 del centro studi Elemens realizzato insieme a Public affairs advisor ha analizzato la strozzatura che ferma la gran parte dei progetti rinnovabili. Il 70% di questi è bloccato dai vincoli paesaggistici. Una volta che il ministero della Transizione ecologica ha dato il via libera, i progetti devono passare sotto le forche caudine di Dario Franceschini, ministro della Cultura, per avere l’approvazione definitiva. E su 76 pareri rilasciati dal dicastero sull’eolico, oltre l’87% risulta negativo. A quel punto la colpa della mancata transizione viene scaricata sulle soprintendenze, le quali non fanno altro che tutelare i beni paesaggistici.
Si scontrano qui le due anime dell’ambientalismo; quella che, in nome dell’energia verde e della lotta contro i combustibili fossili, ritiene che valga la pena chiudere un occhio davanti alle pale che vorticano sulle colline del Chianti o ai pannelli collocati sui tetti dei borghi antichi, e le convinzioni di chi, invece, vuole difendere il valore del territorio anche in considerazione del suo peso economico. In ballo c’è la salvaguardia di un patrimonio paesaggistico, ambientale e artistico unico al mondo.
C’è anche un altro aspetto che concorre a fare delle rinnovabili una grande illusione. I dati sulle emissioni di CO2 per la costruzione dei pannelli fotovoltaici non tengono conto che circa l’80% dell’industria delle rinnovabili è in mano ai cinesi, i quali per abbattere i costi di produzione usano il carbone. Uno studio realizzato da Mariutti pubblicato sul Tecnical bullettin della Society of petroleum engineers rileva che l’estrazione delle materie prime necessarie a produrre pannelli fotovoltaici, in particolare quarzo e silicio, richiedono impianti ad alta temperatura che comportano alti consumi energetici e notevoli emissioni inquinanti nell’atmosfera. In Italia, a oggi, sono attivi circa 900.000 impianti, per un totale di 100 milioni di pannelli vecchi in media 12 o 13 anni. Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa 20 anni, significa che il nostro Paese si deve apprestare ad affrontare un ammodernamento radicale. Che fine faranno i pannelli dismessi? Il loro riciclo è all’anno zero.
«Non si può rinunciare al nucleare»
«Per conseguire davvero in Italia l’obiettivo zero emissioni di CO2 al 2050 e oltre, un mix elettrico con sole rinnovabili è possibile ma è molto più complicato, impattante e costoso di un mix che contempli anche una quota di nucleare». Giuseppe Zollino, professore all’università di Padova di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari, da anni studia scenari elettrici di lungo periodo. «Essendo il nemico la CO2, è bene suddividere le tecnologie in due gruppi», spiega Zollino. «Da una parte quelle che emettono CO2, dall’altra quelle low carbon. Nel primo gruppo troviamo le centrali a carbone e a gas, con le prime che emettono più del doppio delle seconde. Nel secondo ci sono le rinnovabili e il nucleare: lo dice l’Ipcc, non io. Un’ulteriore classificazione è tra generatori programmabili (a combustibili fossili e idroelettrici, geotermici, a biogas e nucleari) e non programmabili, come gli impianti eolici e fotovoltaici che generano potenza elettrica indipendentemente dalla volontà del gestore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale».
In che senso fondamentale?
«Le nuove rinnovabili, eolico e fotovoltaico, hanno profili di generazione che dipendono da circostanze naturali. Ad esempio, la radiazione solare non c’è di notte e d’estate è tre volte più abbondante che d’inverno. Esse sono perciò scorrelate dalla domanda. Quando si analizza un sistema elettrico basato su queste fonti, bisogna tener conto anche dei sistemi di accumulo, giornalieri e stagionali, per i momenti in cui la generazione è scarsa. Inoltre, poiché gli impianti sono distribuiti sul territorio, vanno aggiunti i necessari ampliamenti delle reti di distribuzione e di trasmissione. Tutto questo ha conseguenze non solo sui costi, ma anche sull’occupazione di suolo».
Quale sarà il fabbisogno di energia elettrica al 2050 quando dovrà essere raggiunto l’obiettivo zero emissioni?
«Secondo i nostri modelli, più del doppio dell’attuale. Da 320 miliardi di chilowattora ad almeno 650-700. Per generarlo senza emissioni di CO2, la soluzione più conveniente risulta un mix di rinnovabili e nucleare».
Cosa accadrebbe se dovessimo usare solo rinnovabili?
«Servirebbero, tra generazione e infrastrutture di accumulo, circa 800 gigawatt di impianti; con un mix di rinnovabili più nucleare ne basterebbero la metà, di cui 36 gigawatt nucleari».
Come è possibile?
«I reattori nucleari lavorano 8.000 ore l’anno, mentre in Italia l’eolico circa 2.200 (3.000 offshore) e il fotovoltaico a terra in condizioni ottimali tra 1.500 e 1.800 ore».
Si può fare un confronto tra le fonti energetiche considerando l’energia prodotta e il suolo occupato?
«Una sola centrale nucleare con tre reattori richiede una superficie di circa 150 ettari e genera, a potenza costante, 32 miliardi di chilowattora all’anno: un decimo del fabbisogno italiano2021. Per produrre la stessa energia da fotovoltaico servirebbero 20 gigawatt di impianti a terra su 30.000 ettari di suolo. Inoltre l’energia sarebbe generata solo di giorno, e d’estate il triplo che d’inverno. Per coprire il grande fabbisogno elettrico atteso al 2050 e oltre, alle rinnovabili va affiancato il nucleare. L’energia elettrica costerebbe molto meno».
Addio al gas?
«Se si vogliono azzerare le emissioni di CO2, nel lungo periodo è inevitabile. Potrebbe diventare compatibile solo catturando la CO2 emessa. Ci sono diverse sperimentazioni in corso ma finora poche applicazioni di grande taglia».
«Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne»
«L’efficienza delle rinnovabili non è altissima e per installare gli impianti fotovoltaici la perdita di suolo è importante. Di qui al 2030 si stimano oltre 50.000 ettari (500 chilometri quadrati) di aree agricole che andranno perse per installare i pannelli fotovoltaici a terra, a cui si aggiungerebbero altri 365 chilometri quadrati per impianti eolici». Michele Munafò è il dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha curato un rapporto sui numeri delle rinnovabili.
Qual è la diffusione del fotovoltaico?
«Oggi abbiamo 17.500 ettari di territorio (175 chilometri quadrati) coperti da rinnovabili. La maggiore estensione è in Puglia con 61 chilometri quadrati; seguono l’Emilia Romagna (19), il Lazio (15), Sicilia e Piemonte (12). Queste cifre dovranno essere aggiornate al rialzo in base alle misure previste dal Pnrr e dagli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. Per non danneggiare le aree agricole e salvaguardare il paesaggio una soluzione ci sarebbe».
Quale? Rinunciare all’illusione del 100% rinnovabili?
«Invece che a terra, sarebbe preferibile installare i pannelli su edifici, capannoni o aree inutilizzate».
Sui tetti? Vuole che dal Gianicolo si veda Roma come un’enorme distesa di silicio?
«Nessuno pensa a questo. Nello studio abbiamo calcolato la disponibilità di superfici escludendo i centri storici delle città d’arte, le aree esposte a Nord e quelle già occupate da antenne e impianti di condizionamento. Inoltre abbiamo considerato che i pannelli vanno distanziati per consentire la manutenzione. È emerso che sui tetti ci sarebbe posto per una potenza tra 70 e 92 gigawattora, sufficiente a coprire l’aumento di fotovoltaico previsto dal Piano per la transizione ecologica pari a 70-75 gigawattora. Non abbiamo considerato i piazzali, i parcheggi e altre infrastrutture».
Se la soluzione è così efficiente, qual è l’ostacolo?
«È un’operazione complicatissima. Abbiamo a che fare con superfici frazionate e con impianti piccoli. E c’è la proprietà edilizia: bisogna mettere d’accordo milioni di inquilini dei condomini».
E il costo?
«Chiaramente superiore rispetto agli impianti a terra. Però si eviterebbero i costi ambientali, paesaggistici e di produzione agricola persa. Il Gse ha calcolato che il 36% degli impianti sono a terra e il resto su strutture già esistenti. Ma questo divario è destinato ad accorciarsi».
Forse perché installare grandi impianti è un business superiore?
«Gran parte delle procedure in corso sono finalizzate a grandi impianti su superfici agricole. Le proposte vengono da gruppi industriali importanti che si muovono solo se hanno la convenienza di installare impianti di una certa dimensione su superfici estese. Piuttosto la politica potrebbe incentivare l’installazione di piccoli impianti all’interno dei programmi di riqualificazione edilizia. Ci sono circa 4.000 chilometri quadrati di tetti al di fuori dei centri urbani, dove sarebbe possibile installare impianti con una potenza variabile da 66 a 86 gigawatt. A questa si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, dismesse o in altre superfici impermeabilizzate, senza consumare altro suolo».
«La Cina costruisce i pannelli solari utilizzando carbone»
L’illusione delle fonti rinnovabili si basa essenzialmente sulla narrazione che esse non emettono CO2. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che un pannello made in China (dove si concentra l’80% della produzione fotovoltaica globale) produce CO2 come una centrale a gas? L’interrogativo emerge da uno studio pubblicato sul Technical bulletin della Society of petroleum engineers elaborato da Enrico Mariutti, ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica.
Come si arriva a dire che le rinnovabili non sono affatto green?
«Una ventina di anni fa, quando si cominciò a parlare sul serio di rinnovabili, la Ue finanziò un progetto di raccolta dati per calcolare l’impatto ambientale e il ritorno energetico dei pannelli solari. Allora, per esempio, si temeva che servisse più energia per fabbricarli di quella che avrebbero restituito nel corso della loro vita. Misurando le emissioni legate alla fabbricazione e all’installazione di un impianto fotovoltaico e dividendole per la quantità di elettricità prodotta nel corso della loro vita utile (25 anni), si arrivò alla conclusione che la CO2 rilasciata per unità di energia era un venticinquesimo di quella che si emette usando il carbone e un decimo del gas. Il fotovoltaico è diventato così la chiave della transizione energetica perché, sulla carta, emette molta meno CO2 delle fonti fossili».
Dov’è il problema?
«Nessuno si è posto il problema che, per produrre un pannello, il grosso dell’impiego energetico e quindi delle emissioni è legato alla purificazione del silicio. Inizialmente per produrre il silicio si usava soprattutto energia idroelettrica, anche se il prodotto finale era poco puro. Ora l’industria fotovoltaica è in mano alla Cina e l’energia con cui si purifica il silicio non è più quella idroelettrica ma si usa soprattutto il carbone. A questo punto bisognava aggiornare le stime Ue. Ma le correzioni non sono state fatte e si continua a ragionare come se il silicio fosse ancora prodotto con energia pulita».
Com’è stato possibile?
«Quando ci sono in ballo investimenti per miliardi di euro, è difficile rimettere tutto in discussione. Qualcosa però è emerso nell’ultimo Assessment Report dell’Ipcc, la sezione dell’Onu che fa da cabina di regìa della strategia climatica globale».
Quindi qualcosa è venuto fuori?
«Sì, nascosto tra le righe. L’Assessment Report è la principale pubblicazione dell’Ipcc, esce ogni otto anni e dovrebbe condensare in tre volumi un sunto della letteratura scientifica pubblicata sul cambiamento climatico. Nel penultimo rapporto, uscito un anno prima degli Accordi di Parigi sul clima, l’Ipcc decise di dare ampio spazio alla comparazione dell’intensità carbonica delle fonti energetiche, per fornire ai governi una mappa concettuale su cui elaborare le strategie climatiche. Le stime dell’Ipcc si basavano su un singolo studio, che a sua volta ne revisionava 12, in cui si stimava che mediamente l’energia fotovoltaica produce 40 grammi di CO2 per chilowattora, cioè un decimo rispetto a una centrale a gas e un venticinquesimo di una centrale a carbone. Tutti gli studi però si basavano sui dati degli impianti europei, per di più raccolti dieci anni prima, nonostante la Cina fosse già il maggiore produttore di pannelli al mondo».
La consapevolezza degli errori di valutazione arriva con l’ultimo rapporto?
«Nel 2022 esce il nuovo rapporto e c’è un timido riferimento al problema: i ricercatori dichiarano che, a seconda di dove viene prodotto il pannello e di dove viene installato, l’intensità carbonica dell’energia fotovoltaica può avvicinarsi a quella di una centrale a gas. Vuol dire che se i pannelli sono prodotti in Norvegia a partire da energia idroelettrica le emissioni sono basse, ma se sono fabbricati in Cina con il carbone i valori salgono drasticamente. Sembra quasi che si siano accorti che quei dati andavano ricalcolati, ma abbiano avuto paura ad ammettere l’errore».
Perciò le stime sulla CO2 emessa per fabbricare pannelli fotovoltaici si basano ancora su dati vecchi di 20 anni?
«Esattamente. Tutti i rapporti istituzionali continuano a citare o rielaborare i valori standard indicati nel report Ipcc del 2014, a loro volta calcolati a partire da quelli mappati dall’Unione Europea nel 2004. Tutti citano la stessa fonte e per questo tutti arrivano alle medesime conclusioni: che il fotovoltaico è una tecnologia low carbon. In ambito commerciale, invece, qualcuno ha pensato di aggiornare i parametri, quantomeno alla luce del fatto che la Cina è ormai diventata quasi monopolista nella filiera del fotovoltaico. L’aggiornamento però ha abbinato alle correzioni, che avrebbero dovuto far salire le stime dell’intensità carbonica, nuovi errori che ribassano artificialmente i valori: per esempio, è stato introdotto il riciclo del pannello. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico e c’è un unico impianto pilota - in Cina - che ne ricicla una manciata l’anno».
Come vengono eliminati? In discarica?
«Per il momento sì, oppure mandati in Africa come “aiuti umanitari”. Nessuno si è posto ancora il problema del pensionamento degli impianti. E il riciclo fa lievitare sicuramente costi e probabilmente anche le emissioni. Ma questa è un’altra storia».
Continua a leggereRiduci
Eolico e fotovoltaico saranno amici dell’ambiente, ma sono ostili al paesaggio: gli impianti distruggono territorio da tutelare. Per questo le sovrintendenze bocciano il 70% dei progetti. Soppiantare del tutto il gas con queste sole fonti è pura fantasia.Il docente a Padova Giuseppe Zollino: «Il nucleare è la tecnologia più efficiente per produrre energia, non consuma altro suolo, non ha emissioni in atmosfera e non dipende dalle condizioni del meteo».Il dirigente dell’Ispra Michele Munafò: «Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne. È la superficie che verrebbe occupata dagli impianti solari in base ai piani europei».L’esperto energetico Enrico Mariutti: «Chi controlla le strategie climatiche finge di non sapere che l’attività di fabbricazione dei pannelli solari inquina moltissimo».Lo speciale contiene quattro articoli.La narrazione dominante è che le arcigne sovrintendenze e le inette amministrazioni territoriali bloccano l’avanzata del futuro, impedendo la diffusione delle fonti rinnovabili. È in atto una campagna serrata contro chi ritarda il diluvio di progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche in ogni punto d’Italia ma si tralascia di dire perché questi progetti non sono «graditi», come si tace sul fatto che tali impianti sono tutt’altro che «green». La stella polare è la tabella di marcia che si è data l’Europa «senza e senza ma»: entro il 2030 la quota di consumi finali coperta dalle rinnovabili deve essere di almeno il 40%, ed entro il 2050 la maggior parte della nostra energia dovrà provenire da fonti verdi. Ma per l’Italia questa è una grande illusione per un motivo semplice: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e centrali idroelettriche vanno a scapito del paesaggio. E per il nostro Paese il paesaggio è una risorsa da tutelare. Comodo prendersela con le soprintendenze ambientali che non concedono le autorizzazioni: esse proteggono l’interesse di tutti.Ormai, chiunque osi criticare le rinnovabili è un negazionista che rallenta la transizione ecologica. Questo approccio «politicamente corretto» si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e anche in Italia. Ma basta un po’ di buonsenso per capire che il ricorso all’energia pulita si scontra con la tutela del paesaggio, che per l’Italia è un bene economico. In base alle misure previste dal Pnrr e agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), Ispra e il Gestore servizi energetici (Gse) stimano una perdita compresa tra i 200 e i 500 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui se ne aggiungerebbero altri 365 destinati a nuovi impianti eolici. Per avere un raffronto, la superficie della provincia di Monza Brianza è pari a 406 chilometri quadrati. La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente molti contesti agrari con pesanti impatti sulla situazione economico-sociale locale.Conti alla mano pare anche che il gioco non valga la candela. «Il fotovoltaico è una tecnologia poco efficiente. La media di attività degli impianti costruiti nel 2020 è di 1.150 ore l’anno in cui produce al massimo del potenza, contro 8.000 ore l’anno del gas o del carbone. Non c’è competizione», afferma Enrico Mariutti, analista energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, sottolinea: «Quello che si fa su 500 ettari con un impianto fotovoltaico, lo si fa in una normale centrale convenzionale che occupa mezzo ettaro». Gli impianti rinnovabili sono ingombranti, consumano territorio perché l’energia prodotta da vento, sole e pioggia è dispersa e deve essere raccolta dalle eliche, da distese di pannelli e da dighe che interrompono il corso di fiumi. Ma i soldi europei del Pnrr sono legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili: quanti di tali impianti potranno essere installati con un impatto ambientale ridotto, senza danneggiare le nostre bellezze naturali? Uno studio dell’Osservatorio Regions 2030 del centro studi Elemens realizzato insieme a Public affairs advisor ha analizzato la strozzatura che ferma la gran parte dei progetti rinnovabili. Il 70% di questi è bloccato dai vincoli paesaggistici. Una volta che il ministero della Transizione ecologica ha dato il via libera, i progetti devono passare sotto le forche caudine di Dario Franceschini, ministro della Cultura, per avere l’approvazione definitiva. E su 76 pareri rilasciati dal dicastero sull’eolico, oltre l’87% risulta negativo. A quel punto la colpa della mancata transizione viene scaricata sulle soprintendenze, le quali non fanno altro che tutelare i beni paesaggistici. Si scontrano qui le due anime dell’ambientalismo; quella che, in nome dell’energia verde e della lotta contro i combustibili fossili, ritiene che valga la pena chiudere un occhio davanti alle pale che vorticano sulle colline del Chianti o ai pannelli collocati sui tetti dei borghi antichi, e le convinzioni di chi, invece, vuole difendere il valore del territorio anche in considerazione del suo peso economico. In ballo c’è la salvaguardia di un patrimonio paesaggistico, ambientale e artistico unico al mondo. C’è anche un altro aspetto che concorre a fare delle rinnovabili una grande illusione. I dati sulle emissioni di CO2 per la costruzione dei pannelli fotovoltaici non tengono conto che circa l’80% dell’industria delle rinnovabili è in mano ai cinesi, i quali per abbattere i costi di produzione usano il carbone. Uno studio realizzato da Mariutti pubblicato sul Tecnical bullettin della Society of petroleum engineers rileva che l’estrazione delle materie prime necessarie a produrre pannelli fotovoltaici, in particolare quarzo e silicio, richiedono impianti ad alta temperatura che comportano alti consumi energetici e notevoli emissioni inquinanti nell’atmosfera. In Italia, a oggi, sono attivi circa 900.000 impianti, per un totale di 100 milioni di pannelli vecchi in media 12 o 13 anni. Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa 20 anni, significa che il nostro Paese si deve apprestare ad affrontare un ammodernamento radicale. Che fine faranno i pannelli dismessi? Il loro riciclo è all’anno zero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-si-puo-rinunciare-al-nucleare" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «Non si può rinunciare al nucleare» «Per conseguire davvero in Italia l’obiettivo zero emissioni di CO2 al 2050 e oltre, un mix elettrico con sole rinnovabili è possibile ma è molto più complicato, impattante e costoso di un mix che contempli anche una quota di nucleare». Giuseppe Zollino, professore all’università di Padova di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari, da anni studia scenari elettrici di lungo periodo. «Essendo il nemico la CO2, è bene suddividere le tecnologie in due gruppi», spiega Zollino. «Da una parte quelle che emettono CO2, dall’altra quelle low carbon. Nel primo gruppo troviamo le centrali a carbone e a gas, con le prime che emettono più del doppio delle seconde. Nel secondo ci sono le rinnovabili e il nucleare: lo dice l’Ipcc, non io. Un’ulteriore classificazione è tra generatori programmabili (a combustibili fossili e idroelettrici, geotermici, a biogas e nucleari) e non programmabili, come gli impianti eolici e fotovoltaici che generano potenza elettrica indipendentemente dalla volontà del gestore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale». In che senso fondamentale? «Le nuove rinnovabili, eolico e fotovoltaico, hanno profili di generazione che dipendono da circostanze naturali. Ad esempio, la radiazione solare non c’è di notte e d’estate è tre volte più abbondante che d’inverno. Esse sono perciò scorrelate dalla domanda. Quando si analizza un sistema elettrico basato su queste fonti, bisogna tener conto anche dei sistemi di accumulo, giornalieri e stagionali, per i momenti in cui la generazione è scarsa. Inoltre, poiché gli impianti sono distribuiti sul territorio, vanno aggiunti i necessari ampliamenti delle reti di distribuzione e di trasmissione. Tutto questo ha conseguenze non solo sui costi, ma anche sull’occupazione di suolo». Quale sarà il fabbisogno di energia elettrica al 2050 quando dovrà essere raggiunto l’obiettivo zero emissioni? «Secondo i nostri modelli, più del doppio dell’attuale. Da 320 miliardi di chilowattora ad almeno 650-700. Per generarlo senza emissioni di CO2, la soluzione più conveniente risulta un mix di rinnovabili e nucleare». Cosa accadrebbe se dovessimo usare solo rinnovabili? «Servirebbero, tra generazione e infrastrutture di accumulo, circa 800 gigawatt di impianti; con un mix di rinnovabili più nucleare ne basterebbero la metà, di cui 36 gigawatt nucleari». Come è possibile? «I reattori nucleari lavorano 8.000 ore l’anno, mentre in Italia l’eolico circa 2.200 (3.000 offshore) e il fotovoltaico a terra in condizioni ottimali tra 1.500 e 1.800 ore». Si può fare un confronto tra le fonti energetiche considerando l’energia prodotta e il suolo occupato? «Una sola centrale nucleare con tre reattori richiede una superficie di circa 150 ettari e genera, a potenza costante, 32 miliardi di chilowattora all’anno: un decimo del fabbisogno italiano2021. Per produrre la stessa energia da fotovoltaico servirebbero 20 gigawatt di impianti a terra su 30.000 ettari di suolo. Inoltre l’energia sarebbe generata solo di giorno, e d’estate il triplo che d’inverno. Per coprire il grande fabbisogno elettrico atteso al 2050 e oltre, alle rinnovabili va affiancato il nucleare. L’energia elettrica costerebbe molto meno». Addio al gas? «Se si vogliono azzerare le emissioni di CO2, nel lungo periodo è inevitabile. Potrebbe diventare compatibile solo catturando la CO2 emessa. Ci sono diverse sperimentazioni in corso ma finora poche applicazioni di grande taglia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pnrr-vuole-distruggere-87-000-ettari-di-campagne" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne» «L’efficienza delle rinnovabili non è altissima e per installare gli impianti fotovoltaici la perdita di suolo è importante. Di qui al 2030 si stimano oltre 50.000 ettari (500 chilometri quadrati) di aree agricole che andranno perse per installare i pannelli fotovoltaici a terra, a cui si aggiungerebbero altri 365 chilometri quadrati per impianti eolici». Michele Munafò è il dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha curato un rapporto sui numeri delle rinnovabili. Qual è la diffusione del fotovoltaico? «Oggi abbiamo 17.500 ettari di territorio (175 chilometri quadrati) coperti da rinnovabili. La maggiore estensione è in Puglia con 61 chilometri quadrati; seguono l’Emilia Romagna (19), il Lazio (15), Sicilia e Piemonte (12). Queste cifre dovranno essere aggiornate al rialzo in base alle misure previste dal Pnrr e dagli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. Per non danneggiare le aree agricole e salvaguardare il paesaggio una soluzione ci sarebbe». Quale? Rinunciare all’illusione del 100% rinnovabili? «Invece che a terra, sarebbe preferibile installare i pannelli su edifici, capannoni o aree inutilizzate». Sui tetti? Vuole che dal Gianicolo si veda Roma come un’enorme distesa di silicio? «Nessuno pensa a questo. Nello studio abbiamo calcolato la disponibilità di superfici escludendo i centri storici delle città d’arte, le aree esposte a Nord e quelle già occupate da antenne e impianti di condizionamento. Inoltre abbiamo considerato che i pannelli vanno distanziati per consentire la manutenzione. È emerso che sui tetti ci sarebbe posto per una potenza tra 70 e 92 gigawattora, sufficiente a coprire l’aumento di fotovoltaico previsto dal Piano per la transizione ecologica pari a 70-75 gigawattora. Non abbiamo considerato i piazzali, i parcheggi e altre infrastrutture». Se la soluzione è così efficiente, qual è l’ostacolo? «È un’operazione complicatissima. Abbiamo a che fare con superfici frazionate e con impianti piccoli. E c’è la proprietà edilizia: bisogna mettere d’accordo milioni di inquilini dei condomini». E il costo? «Chiaramente superiore rispetto agli impianti a terra. Però si eviterebbero i costi ambientali, paesaggistici e di produzione agricola persa. Il Gse ha calcolato che il 36% degli impianti sono a terra e il resto su strutture già esistenti. Ma questo divario è destinato ad accorciarsi». Forse perché installare grandi impianti è un business superiore? «Gran parte delle procedure in corso sono finalizzate a grandi impianti su superfici agricole. Le proposte vengono da gruppi industriali importanti che si muovono solo se hanno la convenienza di installare impianti di una certa dimensione su superfici estese. Piuttosto la politica potrebbe incentivare l’installazione di piccoli impianti all’interno dei programmi di riqualificazione edilizia. Ci sono circa 4.000 chilometri quadrati di tetti al di fuori dei centri urbani, dove sarebbe possibile installare impianti con una potenza variabile da 66 a 86 gigawatt. A questa si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, dismesse o in altre superfici impermeabilizzate, senza consumare altro suolo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-cina-costruisce-i-pannelli-solari-utilizzando-carbone" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «La Cina costruisce i pannelli solari utilizzando carbone» L’illusione delle fonti rinnovabili si basa essenzialmente sulla narrazione che esse non emettono CO2. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che un pannello made in China (dove si concentra l’80% della produzione fotovoltaica globale) produce CO2 come una centrale a gas? L’interrogativo emerge da uno studio pubblicato sul Technical bulletin della Society of petroleum engineers elaborato da Enrico Mariutti, ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Come si arriva a dire che le rinnovabili non sono affatto green? «Una ventina di anni fa, quando si cominciò a parlare sul serio di rinnovabili, la Ue finanziò un progetto di raccolta dati per calcolare l’impatto ambientale e il ritorno energetico dei pannelli solari. Allora, per esempio, si temeva che servisse più energia per fabbricarli di quella che avrebbero restituito nel corso della loro vita. Misurando le emissioni legate alla fabbricazione e all’installazione di un impianto fotovoltaico e dividendole per la quantità di elettricità prodotta nel corso della loro vita utile (25 anni), si arrivò alla conclusione che la CO2 rilasciata per unità di energia era un venticinquesimo di quella che si emette usando il carbone e un decimo del gas. Il fotovoltaico è diventato così la chiave della transizione energetica perché, sulla carta, emette molta meno CO2 delle fonti fossili». Dov’è il problema? «Nessuno si è posto il problema che, per produrre un pannello, il grosso dell’impiego energetico e quindi delle emissioni è legato alla purificazione del silicio. Inizialmente per produrre il silicio si usava soprattutto energia idroelettrica, anche se il prodotto finale era poco puro. Ora l’industria fotovoltaica è in mano alla Cina e l’energia con cui si purifica il silicio non è più quella idroelettrica ma si usa soprattutto il carbone. A questo punto bisognava aggiornare le stime Ue. Ma le correzioni non sono state fatte e si continua a ragionare come se il silicio fosse ancora prodotto con energia pulita». Com’è stato possibile? «Quando ci sono in ballo investimenti per miliardi di euro, è difficile rimettere tutto in discussione. Qualcosa però è emerso nell’ultimo Assessment Report dell’Ipcc, la sezione dell’Onu che fa da cabina di regìa della strategia climatica globale». Quindi qualcosa è venuto fuori? «Sì, nascosto tra le righe. L’Assessment Report è la principale pubblicazione dell’Ipcc, esce ogni otto anni e dovrebbe condensare in tre volumi un sunto della letteratura scientifica pubblicata sul cambiamento climatico. Nel penultimo rapporto, uscito un anno prima degli Accordi di Parigi sul clima, l’Ipcc decise di dare ampio spazio alla comparazione dell’intensità carbonica delle fonti energetiche, per fornire ai governi una mappa concettuale su cui elaborare le strategie climatiche. Le stime dell’Ipcc si basavano su un singolo studio, che a sua volta ne revisionava 12, in cui si stimava che mediamente l’energia fotovoltaica produce 40 grammi di CO2 per chilowattora, cioè un decimo rispetto a una centrale a gas e un venticinquesimo di una centrale a carbone. Tutti gli studi però si basavano sui dati degli impianti europei, per di più raccolti dieci anni prima, nonostante la Cina fosse già il maggiore produttore di pannelli al mondo». La consapevolezza degli errori di valutazione arriva con l’ultimo rapporto? «Nel 2022 esce il nuovo rapporto e c’è un timido riferimento al problema: i ricercatori dichiarano che, a seconda di dove viene prodotto il pannello e di dove viene installato, l’intensità carbonica dell’energia fotovoltaica può avvicinarsi a quella di una centrale a gas. Vuol dire che se i pannelli sono prodotti in Norvegia a partire da energia idroelettrica le emissioni sono basse, ma se sono fabbricati in Cina con il carbone i valori salgono drasticamente. Sembra quasi che si siano accorti che quei dati andavano ricalcolati, ma abbiano avuto paura ad ammettere l’errore». Perciò le stime sulla CO2 emessa per fabbricare pannelli fotovoltaici si basano ancora su dati vecchi di 20 anni? «Esattamente. Tutti i rapporti istituzionali continuano a citare o rielaborare i valori standard indicati nel report Ipcc del 2014, a loro volta calcolati a partire da quelli mappati dall’Unione Europea nel 2004. Tutti citano la stessa fonte e per questo tutti arrivano alle medesime conclusioni: che il fotovoltaico è una tecnologia low carbon. In ambito commerciale, invece, qualcuno ha pensato di aggiornare i parametri, quantomeno alla luce del fatto che la Cina è ormai diventata quasi monopolista nella filiera del fotovoltaico. L’aggiornamento però ha abbinato alle correzioni, che avrebbero dovuto far salire le stime dell’intensità carbonica, nuovi errori che ribassano artificialmente i valori: per esempio, è stato introdotto il riciclo del pannello. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico e c’è un unico impianto pilota - in Cina - che ne ricicla una manciata l’anno». Come vengono eliminati? In discarica? «Per il momento sì, oppure mandati in Africa come “aiuti umanitari”. Nessuno si è posto ancora il problema del pensionamento degli impianti. E il riciclo fa lievitare sicuramente costi e probabilmente anche le emissioni. Ma questa è un’altra storia».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci