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2022-09-05
L’illusione (pericolosa) delle rinnovabili
iStock
La narrazione dominante è che le arcigne sovrintendenze e le inette amministrazioni territoriali bloccano l’avanzata del futuro, impedendo la diffusione delle fonti rinnovabili. È in atto una campagna serrata contro chi ritarda il diluvio di progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche in ogni punto d’Italia ma si tralascia di dire perché questi progetti non sono «graditi», come si tace sul fatto che tali impianti sono tutt’altro che «green». La stella polare è la tabella di marcia che si è data l’Europa «senza e senza ma»: entro il 2030 la quota di consumi finali coperta dalle rinnovabili deve essere di almeno il 40%, ed entro il 2050 la maggior parte della nostra energia dovrà provenire da fonti verdi. Ma per l’Italia questa è una grande illusione per un motivo semplice: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e centrali idroelettriche vanno a scapito del paesaggio. E per il nostro Paese il paesaggio è una risorsa da tutelare. Comodo prendersela con le soprintendenze ambientali che non concedono le autorizzazioni: esse proteggono l’interesse di tutti.
Ormai, chiunque osi criticare le rinnovabili è un negazionista che rallenta la transizione ecologica. Questo approccio «politicamente corretto» si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e anche in Italia. Ma basta un po’ di buonsenso per capire che il ricorso all’energia pulita si scontra con la tutela del paesaggio, che per l’Italia è un bene economico. In base alle misure previste dal Pnrr e agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), Ispra e il Gestore servizi energetici (Gse) stimano una perdita compresa tra i 200 e i 500 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui se ne aggiungerebbero altri 365 destinati a nuovi impianti eolici. Per avere un raffronto, la superficie della provincia di Monza Brianza è pari a 406 chilometri quadrati. La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente molti contesti agrari con pesanti impatti sulla situazione economico-sociale locale.
Conti alla mano pare anche che il gioco non valga la candela. «Il fotovoltaico è una tecnologia poco efficiente. La media di attività degli impianti costruiti nel 2020 è di 1.150 ore l’anno in cui produce al massimo del potenza, contro 8.000 ore l’anno del gas o del carbone. Non c’è competizione», afferma Enrico Mariutti, analista energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, sottolinea: «Quello che si fa su 500 ettari con un impianto fotovoltaico, lo si fa in una normale centrale convenzionale che occupa mezzo ettaro». Gli impianti rinnovabili sono ingombranti, consumano territorio perché l’energia prodotta da vento, sole e pioggia è dispersa e deve essere raccolta dalle eliche, da distese di pannelli e da dighe che interrompono il corso di fiumi. Ma i soldi europei del Pnrr sono legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili: quanti di tali impianti potranno essere installati con un impatto ambientale ridotto, senza danneggiare le nostre bellezze naturali?
Uno studio dell’Osservatorio Regions 2030 del centro studi Elemens realizzato insieme a Public affairs advisor ha analizzato la strozzatura che ferma la gran parte dei progetti rinnovabili. Il 70% di questi è bloccato dai vincoli paesaggistici. Una volta che il ministero della Transizione ecologica ha dato il via libera, i progetti devono passare sotto le forche caudine di Dario Franceschini, ministro della Cultura, per avere l’approvazione definitiva. E su 76 pareri rilasciati dal dicastero sull’eolico, oltre l’87% risulta negativo. A quel punto la colpa della mancata transizione viene scaricata sulle soprintendenze, le quali non fanno altro che tutelare i beni paesaggistici.
Si scontrano qui le due anime dell’ambientalismo; quella che, in nome dell’energia verde e della lotta contro i combustibili fossili, ritiene che valga la pena chiudere un occhio davanti alle pale che vorticano sulle colline del Chianti o ai pannelli collocati sui tetti dei borghi antichi, e le convinzioni di chi, invece, vuole difendere il valore del territorio anche in considerazione del suo peso economico. In ballo c’è la salvaguardia di un patrimonio paesaggistico, ambientale e artistico unico al mondo.
C’è anche un altro aspetto che concorre a fare delle rinnovabili una grande illusione. I dati sulle emissioni di CO2 per la costruzione dei pannelli fotovoltaici non tengono conto che circa l’80% dell’industria delle rinnovabili è in mano ai cinesi, i quali per abbattere i costi di produzione usano il carbone. Uno studio realizzato da Mariutti pubblicato sul Tecnical bullettin della Society of petroleum engineers rileva che l’estrazione delle materie prime necessarie a produrre pannelli fotovoltaici, in particolare quarzo e silicio, richiedono impianti ad alta temperatura che comportano alti consumi energetici e notevoli emissioni inquinanti nell’atmosfera. In Italia, a oggi, sono attivi circa 900.000 impianti, per un totale di 100 milioni di pannelli vecchi in media 12 o 13 anni. Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa 20 anni, significa che il nostro Paese si deve apprestare ad affrontare un ammodernamento radicale. Che fine faranno i pannelli dismessi? Il loro riciclo è all’anno zero.
«Non si può rinunciare al nucleare»
«Per conseguire davvero in Italia l’obiettivo zero emissioni di CO2 al 2050 e oltre, un mix elettrico con sole rinnovabili è possibile ma è molto più complicato, impattante e costoso di un mix che contempli anche una quota di nucleare». Giuseppe Zollino, professore all’università di Padova di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari, da anni studia scenari elettrici di lungo periodo. «Essendo il nemico la CO2, è bene suddividere le tecnologie in due gruppi», spiega Zollino. «Da una parte quelle che emettono CO2, dall’altra quelle low carbon. Nel primo gruppo troviamo le centrali a carbone e a gas, con le prime che emettono più del doppio delle seconde. Nel secondo ci sono le rinnovabili e il nucleare: lo dice l’Ipcc, non io. Un’ulteriore classificazione è tra generatori programmabili (a combustibili fossili e idroelettrici, geotermici, a biogas e nucleari) e non programmabili, come gli impianti eolici e fotovoltaici che generano potenza elettrica indipendentemente dalla volontà del gestore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale».
In che senso fondamentale?
«Le nuove rinnovabili, eolico e fotovoltaico, hanno profili di generazione che dipendono da circostanze naturali. Ad esempio, la radiazione solare non c’è di notte e d’estate è tre volte più abbondante che d’inverno. Esse sono perciò scorrelate dalla domanda. Quando si analizza un sistema elettrico basato su queste fonti, bisogna tener conto anche dei sistemi di accumulo, giornalieri e stagionali, per i momenti in cui la generazione è scarsa. Inoltre, poiché gli impianti sono distribuiti sul territorio, vanno aggiunti i necessari ampliamenti delle reti di distribuzione e di trasmissione. Tutto questo ha conseguenze non solo sui costi, ma anche sull’occupazione di suolo».
Quale sarà il fabbisogno di energia elettrica al 2050 quando dovrà essere raggiunto l’obiettivo zero emissioni?
«Secondo i nostri modelli, più del doppio dell’attuale. Da 320 miliardi di chilowattora ad almeno 650-700. Per generarlo senza emissioni di CO2, la soluzione più conveniente risulta un mix di rinnovabili e nucleare».
Cosa accadrebbe se dovessimo usare solo rinnovabili?
«Servirebbero, tra generazione e infrastrutture di accumulo, circa 800 gigawatt di impianti; con un mix di rinnovabili più nucleare ne basterebbero la metà, di cui 36 gigawatt nucleari».
Come è possibile?
«I reattori nucleari lavorano 8.000 ore l’anno, mentre in Italia l’eolico circa 2.200 (3.000 offshore) e il fotovoltaico a terra in condizioni ottimali tra 1.500 e 1.800 ore».
Si può fare un confronto tra le fonti energetiche considerando l’energia prodotta e il suolo occupato?
«Una sola centrale nucleare con tre reattori richiede una superficie di circa 150 ettari e genera, a potenza costante, 32 miliardi di chilowattora all’anno: un decimo del fabbisogno italiano2021. Per produrre la stessa energia da fotovoltaico servirebbero 20 gigawatt di impianti a terra su 30.000 ettari di suolo. Inoltre l’energia sarebbe generata solo di giorno, e d’estate il triplo che d’inverno. Per coprire il grande fabbisogno elettrico atteso al 2050 e oltre, alle rinnovabili va affiancato il nucleare. L’energia elettrica costerebbe molto meno».
Addio al gas?
«Se si vogliono azzerare le emissioni di CO2, nel lungo periodo è inevitabile. Potrebbe diventare compatibile solo catturando la CO2 emessa. Ci sono diverse sperimentazioni in corso ma finora poche applicazioni di grande taglia».
«Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne»
«L’efficienza delle rinnovabili non è altissima e per installare gli impianti fotovoltaici la perdita di suolo è importante. Di qui al 2030 si stimano oltre 50.000 ettari (500 chilometri quadrati) di aree agricole che andranno perse per installare i pannelli fotovoltaici a terra, a cui si aggiungerebbero altri 365 chilometri quadrati per impianti eolici». Michele Munafò è il dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha curato un rapporto sui numeri delle rinnovabili.
Qual è la diffusione del fotovoltaico?
«Oggi abbiamo 17.500 ettari di territorio (175 chilometri quadrati) coperti da rinnovabili. La maggiore estensione è in Puglia con 61 chilometri quadrati; seguono l’Emilia Romagna (19), il Lazio (15), Sicilia e Piemonte (12). Queste cifre dovranno essere aggiornate al rialzo in base alle misure previste dal Pnrr e dagli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. Per non danneggiare le aree agricole e salvaguardare il paesaggio una soluzione ci sarebbe».
Quale? Rinunciare all’illusione del 100% rinnovabili?
«Invece che a terra, sarebbe preferibile installare i pannelli su edifici, capannoni o aree inutilizzate».
Sui tetti? Vuole che dal Gianicolo si veda Roma come un’enorme distesa di silicio?
«Nessuno pensa a questo. Nello studio abbiamo calcolato la disponibilità di superfici escludendo i centri storici delle città d’arte, le aree esposte a Nord e quelle già occupate da antenne e impianti di condizionamento. Inoltre abbiamo considerato che i pannelli vanno distanziati per consentire la manutenzione. È emerso che sui tetti ci sarebbe posto per una potenza tra 70 e 92 gigawattora, sufficiente a coprire l’aumento di fotovoltaico previsto dal Piano per la transizione ecologica pari a 70-75 gigawattora. Non abbiamo considerato i piazzali, i parcheggi e altre infrastrutture».
Se la soluzione è così efficiente, qual è l’ostacolo?
«È un’operazione complicatissima. Abbiamo a che fare con superfici frazionate e con impianti piccoli. E c’è la proprietà edilizia: bisogna mettere d’accordo milioni di inquilini dei condomini».
E il costo?
«Chiaramente superiore rispetto agli impianti a terra. Però si eviterebbero i costi ambientali, paesaggistici e di produzione agricola persa. Il Gse ha calcolato che il 36% degli impianti sono a terra e il resto su strutture già esistenti. Ma questo divario è destinato ad accorciarsi».
Forse perché installare grandi impianti è un business superiore?
«Gran parte delle procedure in corso sono finalizzate a grandi impianti su superfici agricole. Le proposte vengono da gruppi industriali importanti che si muovono solo se hanno la convenienza di installare impianti di una certa dimensione su superfici estese. Piuttosto la politica potrebbe incentivare l’installazione di piccoli impianti all’interno dei programmi di riqualificazione edilizia. Ci sono circa 4.000 chilometri quadrati di tetti al di fuori dei centri urbani, dove sarebbe possibile installare impianti con una potenza variabile da 66 a 86 gigawatt. A questa si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, dismesse o in altre superfici impermeabilizzate, senza consumare altro suolo».
«La Cina costruisce i pannelli solari utilizzando carbone»
L’illusione delle fonti rinnovabili si basa essenzialmente sulla narrazione che esse non emettono CO2. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che un pannello made in China (dove si concentra l’80% della produzione fotovoltaica globale) produce CO2 come una centrale a gas? L’interrogativo emerge da uno studio pubblicato sul Technical bulletin della Society of petroleum engineers elaborato da Enrico Mariutti, ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica.
Come si arriva a dire che le rinnovabili non sono affatto green?
«Una ventina di anni fa, quando si cominciò a parlare sul serio di rinnovabili, la Ue finanziò un progetto di raccolta dati per calcolare l’impatto ambientale e il ritorno energetico dei pannelli solari. Allora, per esempio, si temeva che servisse più energia per fabbricarli di quella che avrebbero restituito nel corso della loro vita. Misurando le emissioni legate alla fabbricazione e all’installazione di un impianto fotovoltaico e dividendole per la quantità di elettricità prodotta nel corso della loro vita utile (25 anni), si arrivò alla conclusione che la CO2 rilasciata per unità di energia era un venticinquesimo di quella che si emette usando il carbone e un decimo del gas. Il fotovoltaico è diventato così la chiave della transizione energetica perché, sulla carta, emette molta meno CO2 delle fonti fossili».
Dov’è il problema?
«Nessuno si è posto il problema che, per produrre un pannello, il grosso dell’impiego energetico e quindi delle emissioni è legato alla purificazione del silicio. Inizialmente per produrre il silicio si usava soprattutto energia idroelettrica, anche se il prodotto finale era poco puro. Ora l’industria fotovoltaica è in mano alla Cina e l’energia con cui si purifica il silicio non è più quella idroelettrica ma si usa soprattutto il carbone. A questo punto bisognava aggiornare le stime Ue. Ma le correzioni non sono state fatte e si continua a ragionare come se il silicio fosse ancora prodotto con energia pulita».
Com’è stato possibile?
«Quando ci sono in ballo investimenti per miliardi di euro, è difficile rimettere tutto in discussione. Qualcosa però è emerso nell’ultimo Assessment Report dell’Ipcc, la sezione dell’Onu che fa da cabina di regìa della strategia climatica globale».
Quindi qualcosa è venuto fuori?
«Sì, nascosto tra le righe. L’Assessment Report è la principale pubblicazione dell’Ipcc, esce ogni otto anni e dovrebbe condensare in tre volumi un sunto della letteratura scientifica pubblicata sul cambiamento climatico. Nel penultimo rapporto, uscito un anno prima degli Accordi di Parigi sul clima, l’Ipcc decise di dare ampio spazio alla comparazione dell’intensità carbonica delle fonti energetiche, per fornire ai governi una mappa concettuale su cui elaborare le strategie climatiche. Le stime dell’Ipcc si basavano su un singolo studio, che a sua volta ne revisionava 12, in cui si stimava che mediamente l’energia fotovoltaica produce 40 grammi di CO2 per chilowattora, cioè un decimo rispetto a una centrale a gas e un venticinquesimo di una centrale a carbone. Tutti gli studi però si basavano sui dati degli impianti europei, per di più raccolti dieci anni prima, nonostante la Cina fosse già il maggiore produttore di pannelli al mondo».
La consapevolezza degli errori di valutazione arriva con l’ultimo rapporto?
«Nel 2022 esce il nuovo rapporto e c’è un timido riferimento al problema: i ricercatori dichiarano che, a seconda di dove viene prodotto il pannello e di dove viene installato, l’intensità carbonica dell’energia fotovoltaica può avvicinarsi a quella di una centrale a gas. Vuol dire che se i pannelli sono prodotti in Norvegia a partire da energia idroelettrica le emissioni sono basse, ma se sono fabbricati in Cina con il carbone i valori salgono drasticamente. Sembra quasi che si siano accorti che quei dati andavano ricalcolati, ma abbiano avuto paura ad ammettere l’errore».
Perciò le stime sulla CO2 emessa per fabbricare pannelli fotovoltaici si basano ancora su dati vecchi di 20 anni?
«Esattamente. Tutti i rapporti istituzionali continuano a citare o rielaborare i valori standard indicati nel report Ipcc del 2014, a loro volta calcolati a partire da quelli mappati dall’Unione Europea nel 2004. Tutti citano la stessa fonte e per questo tutti arrivano alle medesime conclusioni: che il fotovoltaico è una tecnologia low carbon. In ambito commerciale, invece, qualcuno ha pensato di aggiornare i parametri, quantomeno alla luce del fatto che la Cina è ormai diventata quasi monopolista nella filiera del fotovoltaico. L’aggiornamento però ha abbinato alle correzioni, che avrebbero dovuto far salire le stime dell’intensità carbonica, nuovi errori che ribassano artificialmente i valori: per esempio, è stato introdotto il riciclo del pannello. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico e c’è un unico impianto pilota - in Cina - che ne ricicla una manciata l’anno».
Come vengono eliminati? In discarica?
«Per il momento sì, oppure mandati in Africa come “aiuti umanitari”. Nessuno si è posto ancora il problema del pensionamento degli impianti. E il riciclo fa lievitare sicuramente costi e probabilmente anche le emissioni. Ma questa è un’altra storia».
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Eolico e fotovoltaico saranno amici dell’ambiente, ma sono ostili al paesaggio: gli impianti distruggono territorio da tutelare. Per questo le sovrintendenze bocciano il 70% dei progetti. Soppiantare del tutto il gas con queste sole fonti è pura fantasia.Il docente a Padova Giuseppe Zollino: «Il nucleare è la tecnologia più efficiente per produrre energia, non consuma altro suolo, non ha emissioni in atmosfera e non dipende dalle condizioni del meteo».Il dirigente dell’Ispra Michele Munafò: «Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne. È la superficie che verrebbe occupata dagli impianti solari in base ai piani europei».L’esperto energetico Enrico Mariutti: «Chi controlla le strategie climatiche finge di non sapere che l’attività di fabbricazione dei pannelli solari inquina moltissimo».Lo speciale contiene quattro articoli.La narrazione dominante è che le arcigne sovrintendenze e le inette amministrazioni territoriali bloccano l’avanzata del futuro, impedendo la diffusione delle fonti rinnovabili. È in atto una campagna serrata contro chi ritarda il diluvio di progetti di centrali eoliche e fotovoltaiche in ogni punto d’Italia ma si tralascia di dire perché questi progetti non sono «graditi», come si tace sul fatto che tali impianti sono tutt’altro che «green». La stella polare è la tabella di marcia che si è data l’Europa «senza e senza ma»: entro il 2030 la quota di consumi finali coperta dalle rinnovabili deve essere di almeno il 40%, ed entro il 2050 la maggior parte della nostra energia dovrà provenire da fonti verdi. Ma per l’Italia questa è una grande illusione per un motivo semplice: pale eoliche, pannelli fotovoltaici e centrali idroelettriche vanno a scapito del paesaggio. E per il nostro Paese il paesaggio è una risorsa da tutelare. Comodo prendersela con le soprintendenze ambientali che non concedono le autorizzazioni: esse proteggono l’interesse di tutti.Ormai, chiunque osi criticare le rinnovabili è un negazionista che rallenta la transizione ecologica. Questo approccio «politicamente corretto» si sta diffondendo a macchia d’olio in Europa e anche in Italia. Ma basta un po’ di buonsenso per capire che il ricorso all’energia pulita si scontra con la tutela del paesaggio, che per l’Italia è un bene economico. In base alle misure previste dal Pnrr e agli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), Ispra e il Gestore servizi energetici (Gse) stimano una perdita compresa tra i 200 e i 500 chilometri quadrati di aree agricole entro il 2030 per il fotovoltaico a terra, a cui se ne aggiungerebbero altri 365 destinati a nuovi impianti eolici. Per avere un raffronto, la superficie della provincia di Monza Brianza è pari a 406 chilometri quadrati. La realizzazione di questi progetti energetici snaturerebbe radicalmente molti contesti agrari con pesanti impatti sulla situazione economico-sociale locale.Conti alla mano pare anche che il gioco non valga la candela. «Il fotovoltaico è una tecnologia poco efficiente. La media di attività degli impianti costruiti nel 2020 è di 1.150 ore l’anno in cui produce al massimo del potenza, contro 8.000 ore l’anno del gas o del carbone. Non c’è competizione», afferma Enrico Mariutti, analista energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, sottolinea: «Quello che si fa su 500 ettari con un impianto fotovoltaico, lo si fa in una normale centrale convenzionale che occupa mezzo ettaro». Gli impianti rinnovabili sono ingombranti, consumano territorio perché l’energia prodotta da vento, sole e pioggia è dispersa e deve essere raccolta dalle eliche, da distese di pannelli e da dighe che interrompono il corso di fiumi. Ma i soldi europei del Pnrr sono legati allo sviluppo delle fonti rinnovabili: quanti di tali impianti potranno essere installati con un impatto ambientale ridotto, senza danneggiare le nostre bellezze naturali? Uno studio dell’Osservatorio Regions 2030 del centro studi Elemens realizzato insieme a Public affairs advisor ha analizzato la strozzatura che ferma la gran parte dei progetti rinnovabili. Il 70% di questi è bloccato dai vincoli paesaggistici. Una volta che il ministero della Transizione ecologica ha dato il via libera, i progetti devono passare sotto le forche caudine di Dario Franceschini, ministro della Cultura, per avere l’approvazione definitiva. E su 76 pareri rilasciati dal dicastero sull’eolico, oltre l’87% risulta negativo. A quel punto la colpa della mancata transizione viene scaricata sulle soprintendenze, le quali non fanno altro che tutelare i beni paesaggistici. Si scontrano qui le due anime dell’ambientalismo; quella che, in nome dell’energia verde e della lotta contro i combustibili fossili, ritiene che valga la pena chiudere un occhio davanti alle pale che vorticano sulle colline del Chianti o ai pannelli collocati sui tetti dei borghi antichi, e le convinzioni di chi, invece, vuole difendere il valore del territorio anche in considerazione del suo peso economico. In ballo c’è la salvaguardia di un patrimonio paesaggistico, ambientale e artistico unico al mondo. C’è anche un altro aspetto che concorre a fare delle rinnovabili una grande illusione. I dati sulle emissioni di CO2 per la costruzione dei pannelli fotovoltaici non tengono conto che circa l’80% dell’industria delle rinnovabili è in mano ai cinesi, i quali per abbattere i costi di produzione usano il carbone. Uno studio realizzato da Mariutti pubblicato sul Tecnical bullettin della Society of petroleum engineers rileva che l’estrazione delle materie prime necessarie a produrre pannelli fotovoltaici, in particolare quarzo e silicio, richiedono impianti ad alta temperatura che comportano alti consumi energetici e notevoli emissioni inquinanti nell’atmosfera. In Italia, a oggi, sono attivi circa 900.000 impianti, per un totale di 100 milioni di pannelli vecchi in media 12 o 13 anni. Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa 20 anni, significa che il nostro Paese si deve apprestare ad affrontare un ammodernamento radicale. Che fine faranno i pannelli dismessi? Il loro riciclo è all’anno zero. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-si-puo-rinunciare-al-nucleare" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «Non si può rinunciare al nucleare» «Per conseguire davvero in Italia l’obiettivo zero emissioni di CO2 al 2050 e oltre, un mix elettrico con sole rinnovabili è possibile ma è molto più complicato, impattante e costoso di un mix che contempli anche una quota di nucleare». Giuseppe Zollino, professore all’università di Padova di tecnica ed economia dell’energia e di impianti nucleari, da anni studia scenari elettrici di lungo periodo. «Essendo il nemico la CO2, è bene suddividere le tecnologie in due gruppi», spiega Zollino. «Da una parte quelle che emettono CO2, dall’altra quelle low carbon. Nel primo gruppo troviamo le centrali a carbone e a gas, con le prime che emettono più del doppio delle seconde. Nel secondo ci sono le rinnovabili e il nucleare: lo dice l’Ipcc, non io. Un’ulteriore classificazione è tra generatori programmabili (a combustibili fossili e idroelettrici, geotermici, a biogas e nucleari) e non programmabili, come gli impianti eolici e fotovoltaici che generano potenza elettrica indipendentemente dalla volontà del gestore. Quest’ultimo aspetto è fondamentale». In che senso fondamentale? «Le nuove rinnovabili, eolico e fotovoltaico, hanno profili di generazione che dipendono da circostanze naturali. Ad esempio, la radiazione solare non c’è di notte e d’estate è tre volte più abbondante che d’inverno. Esse sono perciò scorrelate dalla domanda. Quando si analizza un sistema elettrico basato su queste fonti, bisogna tener conto anche dei sistemi di accumulo, giornalieri e stagionali, per i momenti in cui la generazione è scarsa. Inoltre, poiché gli impianti sono distribuiti sul territorio, vanno aggiunti i necessari ampliamenti delle reti di distribuzione e di trasmissione. Tutto questo ha conseguenze non solo sui costi, ma anche sull’occupazione di suolo». Quale sarà il fabbisogno di energia elettrica al 2050 quando dovrà essere raggiunto l’obiettivo zero emissioni? «Secondo i nostri modelli, più del doppio dell’attuale. Da 320 miliardi di chilowattora ad almeno 650-700. Per generarlo senza emissioni di CO2, la soluzione più conveniente risulta un mix di rinnovabili e nucleare». Cosa accadrebbe se dovessimo usare solo rinnovabili? «Servirebbero, tra generazione e infrastrutture di accumulo, circa 800 gigawatt di impianti; con un mix di rinnovabili più nucleare ne basterebbero la metà, di cui 36 gigawatt nucleari». Come è possibile? «I reattori nucleari lavorano 8.000 ore l’anno, mentre in Italia l’eolico circa 2.200 (3.000 offshore) e il fotovoltaico a terra in condizioni ottimali tra 1.500 e 1.800 ore». Si può fare un confronto tra le fonti energetiche considerando l’energia prodotta e il suolo occupato? «Una sola centrale nucleare con tre reattori richiede una superficie di circa 150 ettari e genera, a potenza costante, 32 miliardi di chilowattora all’anno: un decimo del fabbisogno italiano2021. Per produrre la stessa energia da fotovoltaico servirebbero 20 gigawatt di impianti a terra su 30.000 ettari di suolo. Inoltre l’energia sarebbe generata solo di giorno, e d’estate il triplo che d’inverno. Per coprire il grande fabbisogno elettrico atteso al 2050 e oltre, alle rinnovabili va affiancato il nucleare. L’energia elettrica costerebbe molto meno». Addio al gas? «Se si vogliono azzerare le emissioni di CO2, nel lungo periodo è inevitabile. Potrebbe diventare compatibile solo catturando la CO2 emessa. Ci sono diverse sperimentazioni in corso ma finora poche applicazioni di grande taglia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-pnrr-vuole-distruggere-87-000-ettari-di-campagne" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «Il Pnrr vuole distruggere 87.000 ettari di campagne» «L’efficienza delle rinnovabili non è altissima e per installare gli impianti fotovoltaici la perdita di suolo è importante. Di qui al 2030 si stimano oltre 50.000 ettari (500 chilometri quadrati) di aree agricole che andranno perse per installare i pannelli fotovoltaici a terra, a cui si aggiungerebbero altri 365 chilometri quadrati per impianti eolici». Michele Munafò è il dirigente dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) che ha curato un rapporto sui numeri delle rinnovabili. Qual è la diffusione del fotovoltaico? «Oggi abbiamo 17.500 ettari di territorio (175 chilometri quadrati) coperti da rinnovabili. La maggiore estensione è in Puglia con 61 chilometri quadrati; seguono l’Emilia Romagna (19), il Lazio (15), Sicilia e Piemonte (12). Queste cifre dovranno essere aggiornate al rialzo in base alle misure previste dal Pnrr e dagli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima. Per non danneggiare le aree agricole e salvaguardare il paesaggio una soluzione ci sarebbe». Quale? Rinunciare all’illusione del 100% rinnovabili? «Invece che a terra, sarebbe preferibile installare i pannelli su edifici, capannoni o aree inutilizzate». Sui tetti? Vuole che dal Gianicolo si veda Roma come un’enorme distesa di silicio? «Nessuno pensa a questo. Nello studio abbiamo calcolato la disponibilità di superfici escludendo i centri storici delle città d’arte, le aree esposte a Nord e quelle già occupate da antenne e impianti di condizionamento. Inoltre abbiamo considerato che i pannelli vanno distanziati per consentire la manutenzione. È emerso che sui tetti ci sarebbe posto per una potenza tra 70 e 92 gigawattora, sufficiente a coprire l’aumento di fotovoltaico previsto dal Piano per la transizione ecologica pari a 70-75 gigawattora. Non abbiamo considerato i piazzali, i parcheggi e altre infrastrutture». Se la soluzione è così efficiente, qual è l’ostacolo? «È un’operazione complicatissima. Abbiamo a che fare con superfici frazionate e con impianti piccoli. E c’è la proprietà edilizia: bisogna mettere d’accordo milioni di inquilini dei condomini». E il costo? «Chiaramente superiore rispetto agli impianti a terra. Però si eviterebbero i costi ambientali, paesaggistici e di produzione agricola persa. Il Gse ha calcolato che il 36% degli impianti sono a terra e il resto su strutture già esistenti. Ma questo divario è destinato ad accorciarsi». Forse perché installare grandi impianti è un business superiore? «Gran parte delle procedure in corso sono finalizzate a grandi impianti su superfici agricole. Le proposte vengono da gruppi industriali importanti che si muovono solo se hanno la convenienza di installare impianti di una certa dimensione su superfici estese. Piuttosto la politica potrebbe incentivare l’installazione di piccoli impianti all’interno dei programmi di riqualificazione edilizia. Ci sono circa 4.000 chilometri quadrati di tetti al di fuori dei centri urbani, dove sarebbe possibile installare impianti con una potenza variabile da 66 a 86 gigawatt. A questa si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, dismesse o in altre superfici impermeabilizzate, senza consumare altro suolo». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/illusione-pericolosa-rinnovabili-2658144802.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-cina-costruisce-i-pannelli-solari-utilizzando-carbone" data-post-id="2658144802" data-published-at="1662328241" data-use-pagination="False"> «La Cina costruisce i pannelli solari utilizzando carbone» L’illusione delle fonti rinnovabili si basa essenzialmente sulla narrazione che esse non emettono CO2. Ma cosa succederebbe se si scoprisse che un pannello made in China (dove si concentra l’80% della produzione fotovoltaica globale) produce CO2 come una centrale a gas? L’interrogativo emerge da uno studio pubblicato sul Technical bulletin della Society of petroleum engineers elaborato da Enrico Mariutti, ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto alti studi in geopolitica. Come si arriva a dire che le rinnovabili non sono affatto green? «Una ventina di anni fa, quando si cominciò a parlare sul serio di rinnovabili, la Ue finanziò un progetto di raccolta dati per calcolare l’impatto ambientale e il ritorno energetico dei pannelli solari. Allora, per esempio, si temeva che servisse più energia per fabbricarli di quella che avrebbero restituito nel corso della loro vita. Misurando le emissioni legate alla fabbricazione e all’installazione di un impianto fotovoltaico e dividendole per la quantità di elettricità prodotta nel corso della loro vita utile (25 anni), si arrivò alla conclusione che la CO2 rilasciata per unità di energia era un venticinquesimo di quella che si emette usando il carbone e un decimo del gas. Il fotovoltaico è diventato così la chiave della transizione energetica perché, sulla carta, emette molta meno CO2 delle fonti fossili». Dov’è il problema? «Nessuno si è posto il problema che, per produrre un pannello, il grosso dell’impiego energetico e quindi delle emissioni è legato alla purificazione del silicio. Inizialmente per produrre il silicio si usava soprattutto energia idroelettrica, anche se il prodotto finale era poco puro. Ora l’industria fotovoltaica è in mano alla Cina e l’energia con cui si purifica il silicio non è più quella idroelettrica ma si usa soprattutto il carbone. A questo punto bisognava aggiornare le stime Ue. Ma le correzioni non sono state fatte e si continua a ragionare come se il silicio fosse ancora prodotto con energia pulita». Com’è stato possibile? «Quando ci sono in ballo investimenti per miliardi di euro, è difficile rimettere tutto in discussione. Qualcosa però è emerso nell’ultimo Assessment Report dell’Ipcc, la sezione dell’Onu che fa da cabina di regìa della strategia climatica globale». Quindi qualcosa è venuto fuori? «Sì, nascosto tra le righe. L’Assessment Report è la principale pubblicazione dell’Ipcc, esce ogni otto anni e dovrebbe condensare in tre volumi un sunto della letteratura scientifica pubblicata sul cambiamento climatico. Nel penultimo rapporto, uscito un anno prima degli Accordi di Parigi sul clima, l’Ipcc decise di dare ampio spazio alla comparazione dell’intensità carbonica delle fonti energetiche, per fornire ai governi una mappa concettuale su cui elaborare le strategie climatiche. Le stime dell’Ipcc si basavano su un singolo studio, che a sua volta ne revisionava 12, in cui si stimava che mediamente l’energia fotovoltaica produce 40 grammi di CO2 per chilowattora, cioè un decimo rispetto a una centrale a gas e un venticinquesimo di una centrale a carbone. Tutti gli studi però si basavano sui dati degli impianti europei, per di più raccolti dieci anni prima, nonostante la Cina fosse già il maggiore produttore di pannelli al mondo». La consapevolezza degli errori di valutazione arriva con l’ultimo rapporto? «Nel 2022 esce il nuovo rapporto e c’è un timido riferimento al problema: i ricercatori dichiarano che, a seconda di dove viene prodotto il pannello e di dove viene installato, l’intensità carbonica dell’energia fotovoltaica può avvicinarsi a quella di una centrale a gas. Vuol dire che se i pannelli sono prodotti in Norvegia a partire da energia idroelettrica le emissioni sono basse, ma se sono fabbricati in Cina con il carbone i valori salgono drasticamente. Sembra quasi che si siano accorti che quei dati andavano ricalcolati, ma abbiano avuto paura ad ammettere l’errore». Perciò le stime sulla CO2 emessa per fabbricare pannelli fotovoltaici si basano ancora su dati vecchi di 20 anni? «Esattamente. Tutti i rapporti istituzionali continuano a citare o rielaborare i valori standard indicati nel report Ipcc del 2014, a loro volta calcolati a partire da quelli mappati dall’Unione Europea nel 2004. Tutti citano la stessa fonte e per questo tutti arrivano alle medesime conclusioni: che il fotovoltaico è una tecnologia low carbon. In ambito commerciale, invece, qualcuno ha pensato di aggiornare i parametri, quantomeno alla luce del fatto che la Cina è ormai diventata quasi monopolista nella filiera del fotovoltaico. L’aggiornamento però ha abbinato alle correzioni, che avrebbero dovuto far salire le stime dell’intensità carbonica, nuovi errori che ribassano artificialmente i valori: per esempio, è stato introdotto il riciclo del pannello. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico e c’è un unico impianto pilota - in Cina - che ne ricicla una manciata l’anno». Come vengono eliminati? In discarica? «Per il momento sì, oppure mandati in Africa come “aiuti umanitari”. Nessuno si è posto ancora il problema del pensionamento degli impianti. E il riciclo fa lievitare sicuramente costi e probabilmente anche le emissioni. Ma questa è un’altra storia».
Elly Schlein (Ansa)
E così, domani, alle ore 11, la Schlein presenterà, all’interno della sede del Partito democratico, una proposta di legge per garantire il diritto dei giovani a rimanere nelle comunità in cui sono nati e vorrebbero crescere. Un progetto concreto che prevede «un potenziamento salariale di 200 euro lordi al mese, quindi 2.400 euro l’anno, a tutti i lavoratori e nei confronti delle imprese che però adottano il contratto comparativamente più rappresentativo», come ha spiegato l’onorevole Marco Sarracino, che fa parte della segreteria nazionale del Pd con delega al Sud e alle aree interne.
Solitamente si dice che piuttosto che niente è meglio piuttosto. Tuttavia, colpisce che, per il Partito democratico, il diritto di restare valga così poco, soprattutto se lo paragoniamo a quanto si spende per i migranti, coloro che invece hanno deciso di non restare nella loro nazione di origine, che ora si trovano nel nostro Paese. E che, molto spesso, non avrebbero alcun diritto di restare qui.
Il costo medio per straniero presente nei centri di accoglienza varia infatti da un minimo di 24,65 euro a un massimo di 46,43 euro al giorno, a seconda della struttura che lo ospita. Questa cifra comprende anche il cosiddetto pocket money che viene concesso agli stranieri presenti nei centri: 2,50 euro al giorno, che però possono diventare anche 7,50 per nucleo familiare. Prendiamo il costo al ribasso: un migrante costa circa 739,50 euro al mese allo Stato. Se invece consideriamo quello più alto, la cifra aumenta parecchio: 1392,90 euro. Quasi il doppio. E ben al di sopra dei 200 euro (lordi, non dimentichiamolo) proposti dal Partito democratico per far sì che i giovani non lascino i comuni in cui sono nati e cresciuti. Ma non solo.
Lo scorso mese è montata una grande polemica politica sul compenso, circa 615 euro, che il governo aveva previsto per gli avvocati che avrebbero aiutato i migranti a fare le pratiche per tornare nei loro Paesi d’origine. All’epoca il Partito democratico si stracciò le vesti. Il Quirinale fece filtrare la propria irritazione e il provvedimento venne fermato. Eppure quella proposta aveva una sua ragion d’essere. Sia perché comunque gli avvocati devono sbrigare delle pratiche per i migranti che desiderano tornare nei loro Paesi d’origine e quindi è giusto che vengano pagati. Sia perché comunque, nel caso in cui il cittadino straniero decidesse di tornare a casa, lo Stato risparmierebbe almeno 100 euro al mese. O addirittura più di 700 nel caso in cui si trovasse in una delle strutture più costose. Un risparmio non da poco, che si sarebbe potuto impiegare, per esempio, per aiutare maggiormente i giovani italiani che desiderano rimanere là dove sono nati.
Ma non è così che ragiona il Pd, il cui slogan potrebbe essere: aiutiamo gli stranieri a casa nostra. Come se tutto ciò non avesse alcun impatto sulle casse del nostro Paese. Come se gli italiani fossero costretti a restare, sempre e comunque, al secondo posto.
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Diffuse le immagini registrate dalle bodycam degli agenti intervenuti a Southampton nel dicembre 2025. Il giovane, ferito mortalmente, ripete più volte di non riuscire a respirare prima di morire. Nel Regno Unito esplode il dibattito sul diverso trattamento riservato a casi che presentano inquietanti analogie.
Le immagini diffuse che ritraggono la scena dell'arresto e poi della morte di Henry Nowak sono particolarmente forti e agghiaccianti. Nel filmato, registrato dalle telecamere in dotazione agli agenti intervenuti sul posto e diffuso dopo la conclusione del processo, il ragazzo appare gravemente ferito mentre cerca di spiegare di essere stato accoltellato. Più volte ripete: «I can't breathe», «non riesco a respirare». Nonostante le sue condizioni, viene inizialmente trattato come un sospetto e ammanettato dagli agenti, che in quei momenti ritengono attendibile la versione fornita dal suo aggressore.
Sono immagini che hanno immediatamente e inevitabilmente richiamato alla memoria il caso di George Floyd, morto a Minneapolis nel 2020. Anche allora le parole «I can't breathe» divennero il simbolo di una vicenda destinata ad avere un impatto mondiale, alimentando proteste, mobilitazioni e la crescita del movimento Black Lives Matter.
La diffusione del video di Henry Nowak ha quindi riaperto nel Regno Unito, e non solo, una discussione molto diversa ma ugualmente accesa. Esponenti politici e commentatori conservatori sostengono che il caso abbia ricevuto un'attenzione pubblica e mediatica incomparabilmente inferiore rispetto a quella riservata alla morte di Floyd, nonostante le evidenti analogie presenti nelle immagini. Tra le voci più critiche c'è quella di Nigel Farage, che ha denunciato l'esistenza di un doppio standard nel modo in cui episodi di questo tipo vengono raccontati e percepiti dall'opinione pubblica. Il caso resta al centro delle polemiche anche per il comportamento degli agenti intervenuti quella notte. La famiglia di Nowak accusa infatti la polizia di non aver compreso immediatamente che il ragazzo fosse la vittima dell'aggressione e non il responsabile. Una circostanza che rende ancora più drammatiche le immagini diffuse in queste ore e che continua ad alimentare il dibattito nel Paese.
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Il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (Imagoeconomica)
È una discussione, ha evidenziato, che «affronteremo insieme a tutti gli alleati». Un buon campanello d’allarme per i contribuenti mentre con il 1° giugno si è entrati in uno dei mesi topici per gli appuntamenti degli italiani con il fisco. La data più prossima è il 16 che riguarda il versamento dell’acconto Imu l’imposta sulle seconde e terze abitazioni, perchè la prima casa è esentata grazie all’intuizione di Silvio Berlusconi e alla radicata posizione di tutto il centrodestra. A questa prima rata seguirà il saldo a dicembre. Una tassa che vede l’applicazione delle aliquote più alte proprio nei Comuni di centrosinistra. Stessa musica anche per le addizionali comunali sul’Irpef.
Seconda scadenza da tenere d’occhio, il 30 giugno, entro la quale bisogna versare appunto il saldo delle imposte sui redditi del 2025 e il primo acconto del 2026. Con una penalizzazione dello 0,4%, il pagamento della prima rata può essere dilazionato al 30 luglio. Tutto questo senza contare che entro il 1° giugno andavano registrati i contratti di locazioni e versata la relativa imposta di registro. Il 30 giugno scade anche il termine per collegare il Pos al registratore di cassa, una novità che sta dando ottimi risultati anti evasione. Intanto dal 30 aprile ad oggi, oltre 4 milioni di contribuenti hanno già effettuato l’accesso alla dichiarazione precompilata dei loro redditi resa consultabile dall’Agenzia delle Entrate. Anche se sono oltre 11 milioni gli italiani che non fanno il 730, la scadenza è certamente impegnativa per gran parte del Paese. Tra coloro che pagano l’Irpef, il 76,6% ha redditi tra zero e 35.000 euro e paga il 34,9% del totale, il 18,6% tra 35.000 e 70.000 e versa il 32,1%, il 4,6% tra 70.000 e 300.000 euro versa il 26,4% e l’ultimo scaglione, lo 0,2% si colloca oltre 300.000 euro e paga il 6,6%.
Numerose sono le differenze non solo tra le varie categorie e tra scaglioni di reddito - come è logico - ma se guardiamo alle addizionali comunali anche il dato territoriale rappresenta un elemento di differenziazione importante. E anche qui, tra le situazioni di spicco, si notano importanti amministrazioni di centrosinistra. Un recentissimo dossier della Uil sulle politiche fiscali, ha preso in esame due situazioni reddituali: quelle con di 20.000 euro l’anno e quelle con 40.000 euro. Emerge un dato paradossale: i capoluoghi con l’addizionale comunale più alta si trovano prevalentemente al Centro Sud e sono governati dal centrosinistra. La città con l’addizionale comunale più alta è Napoli: 607 euro per un reddito di 20.000 euro e 1.220 euro per un reddito di 40.000. Questa classifica del più alto prelievo vede al secondo posto Roma (556 euro con 20.000 euro e 1.150 con 40.000) seguita da Torino (544 euro e 1.120 euro).
Il centrosinistra fa il pieno di imposte anche per l’Imu. Roma, Milano e Potenza, tutte amministrate dal centrosinistra applicano l’aliquota massima consentita dalla legge pari all’11,4 per mille. Ben 16 capoluoghi su 21, tra cui Torino, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Genova, applicano la fascia standard alta, pari al 10,6 per mille. Naturalmente il costo dell’Imu tiene conto oltre che delle aliquote, del valore catastale delle seconde case e questo spiega una ulteriore differenziazione tra le città più grandi e quelle più piccole e tra Nord e Sud. In base a questa valutazione il costo medio annuo dell’Imu è di 3.499 a Roma (che è di gran lunga la città con l’Imu più cara d’Italia) segue Milano con 2.957 euro, poi Venezia dove pesa il valore degli immobili lagunari con 2.335 euro. Poi in sequenza Torino (1984 euro), Firenze (1.973 euro), Bologna (1.860 euro), Genova (1.410 euro) e Napoli (1.350).
Guardando nello specifico, all’acconto Imu di giugno, Roma si aggiudica il primo posto con una media di versamento di 1.749 euro seguita da Milano (1.479) e da Venezia (1.168 euro).
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