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2020-05-20
Il virologo francese più chiacchierato aveva previsto il disastro 17 anni fa
Didier Raoult (Moura F/Alpaca/Andia/Universal Images Group via Getty Images))
«Tra i virus influenzali, un mutante quale l'influenza Spagnola può riapparire dall'oggi al domani» con «conseguenze incalcolabili». Pagina 166 del rapporto scritto nel 2003 dal professor Didier Raoult su incarico del governo francese dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Non è una profezia ma l'analisi scientifica e lucida degli scenari della nuova guerra asimmetrica: la guerra dei nuovi virus. «Il rischio dell'apparizione di un nuovo agente patogeno, estremamente contagioso, per via respiratoria, è chiaro». Del resto, calcola l'infettivologo, il costo di un'arma biologica «è 2000 volte inferiore a quello di un'arma convenzionale».
Didier Raoult, 68 anni, figlio di un medico militare e di un'infermiera, è direttore dell'Istituto di malattie infettive di Marsiglia, centro d'avanguardia, e personaggio molto discusso (ha teorizzato e messo in pratica l'uso dell'antimalarico per curare il Sars-Cov-2). Per qualcuno un genio, per altri un ciarlatano. Ma di sicuro sa di cosa parla. Nella cosiddetta «mission Raoult» delinea in modo impressionante ciò che accadrà 17 anni dopo con lo spettro Covid 19. Ed anche i fili che emergono solo ora e che ai segreti del laboratorio cinese di Wuhan legano Parigi - ma anche altri Paesi come l'Australia - come abbiamo già cercato di raccontare sulla Verità il 14 maggio.
Nel 2002 il ministro per la Ricerca e le nuove tecnologie e il ministro della Salute francesi, valutato che «il bioterrorismo è una minaccia latente contro l'umanità», affidano al Raoult analisi e progetto per costruire «un'organizzazione interministeriale sotto l'egida del Sgdsn», il Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale, il «cuore della sicurezza» francese.
Il professore consegna una versione preliminare il 2 aprile 2003 e quella definitiva il 17 giugno 2003. Citando l'esempio del virus mutante dell'influenza aviaria ad Hong Kong nel 1999, avverte: «Questo tipo di avvenimenti, la mutazione brutale più l'introduzione di un virus di origine animale nel mondo umano, sono eventi rari e caotici» ma dagli effetti devastanti. La diffusione dei contagi sarà velocissima, prevede, grazie alla densità abitativa e agli spostamenti aerei (500.000-1 miliardo nel 2003).
Ma quello che colpisce di più è l'attenzione, 17 anni fa, ai risvolti sull'opinione pubblica. Non è materia da giornali e tv. I temi legati ad un sistema «che permette di evitare le conseguenze drammatiche di avvenimenti improbabili» «non sono mediaticamente interessanti»: «Sulla stampa comparirebbero commenti estremamente negativi», accuse di «catastrosfismo e paranoia». Vi ricorda qualcosa, magari gli inviti a darci sotto con gli aperitivi? Ad epidemia conclamata saranno complicati anche i riflessi giuridici e psicologici, perché «la gestione delle malattie infettive può portare a rimettere in discussione la libertà individuale»: «È il caso dell'isolamento necessario per evitare il contagio quando i pazienti sono infettivi, è il caso della dichiarazione obbligatoria della malattia…». È ciò che è accaduto ora.
Didier Raoult per il bio-terrorismo militare classico cita l'esempio dell'Unione sovietica (almeno 50.000 addetti nel dipartimento Biopreparat, diversi incidenti tra cui un centinaio di morti nei pressi di un laboratorio militare per una fuga di carbonchio). Tanto che ora viene da chiedersi: la Cina comun-turbocapitalista non ha fatto altro che prendere il testimone della vecchia Urss?
Ma sono i cosiddetti «virus emergenti» la nuova frontiera della geopolitica e della sicurezza nelle sue due facce (offesa e difesa). Raoult passa in rassegna tutte le lacune francesi, dall'incompetenza degli «esperti» presso i ministeri ed i «servizi», alla mancanza di coordinamento. Le uniche strutture all'altezza sono a Lione l'Istituto Pasteur e il laboratorio P4 della Fondazione Merieux «costruito interamente con investimenti privati». Proprio da queste due strutture nel progetto di cooperazione franco-cinese «per la lotta alle malattie infettive emergenti» sarà derivato il clone del laboratorio P4 a Wuhan, dal 2003-2004 a tutto il 2019.
Il professor Raoult spiega anche perché proprio la Cina. «Solo l'impianto duraturo», scrive, «di centri di ricerca e sorveglianza nei Paesi tropicali permetterà l'individuazione precoce di questi nuovi agenti (infettivi)». Chi pensa a qualche angolo sperduto delle ex colonie francesi è fuori strada. È la Cina che offre le condizioni ottimali con il suo sviluppo caotico, la commistione di megalopoli con aree rurali e selvagge, e, cosa che non guasta, è una dittatura con un ferreo controllo su media e giornali. Ed è nelle grotte dello Yunnan, provincia sud-occidentale della Cina toccata dal Tropico del Cancro che «Batwoman» Shi Zhengli e la sua equipe dell'Istituto di virologia di Wuhan per 15 anni andranno a caccia dei coronavirus nei pipistrelli.
Ergo, è da ritenere plausibile che tutto ciò che è avvenuto nella cooperazione franco-cinese e nelle pericolose sperimentazioni a Wuhan e altrove (ne abbiamo ampiamente parlato il 14 maggio), sospettate da più parti - Usa in testa - di essere all'origine della pandemia del Covid, sia avvenuto con la conoscenza del governo e degli apparati di sicurezza di Parigi. Nel suo rapporto Raoult raccomandava nel consiglio d'amministrazione del Laboratorio P4 lionese - quello della collaborazione con l'Istituto di Wuhan - la presenza di «ufficiali della sicurezza», che «deve riflettere la posizione del SGD(S)N» sui progetti e sui candidati ammessi agli esperimenti sui nuovi virus.
A questo punto vi chiederete: ci sono anche i militari francesi? Sì. Tra le équipe con le capacità di lavorare in un laboratorio ad altissima livello di biosicurezza (P4) Raoult indica anche due squadre di ricercatori di Marsiglia, universitarie e «militari (Docteur Toulu e Docteur Durand)» e due di Grenoble, del Centro nazionale di ricerche scientifiche e «militari (Docteur Jouan e Docteur Garin)».
L’Oms cala ancora le braghe Zero indagini sulla Cina (e infatti Pechino applaude)
La montagna ha partorito il proverbiale topolino. La World health assembly, l'organo decisionale dell'Oms, ha approvato ieri - senza obiezioni - una risoluzione, redatta dall'Unione europea, per condurre un'inchiesta sulla risposta globale alla pandemia. Chi tuttavia ritiene che si tratti di una mossa per chiarire le responsabilità di Pechino nella gestione del Covid-19, è destinato a restare deluso. Quello approvato ieri risulta infatti un documento particolarmente blando. Innanzitutto il testo non include la parola «indagine», limitandosi a richiedere una «valutazione imparziale, indipendente e globale» da effettuarsi «al momento opportuno», quindi collocato in un futuro indefinito. Inoltre, non soltanto la Cina non viene menzionata ma, oltre alla sua intrinseca genericità, la risoluzione mette tutto nelle mani dell'Oms: quell'Oms che - ricordiamolo - intrattiene ai propri vertici saldi legami politici con la Repubblica Popolare. Invocare imparzialità a queste condizioni rischia quindi di rivelarsi abbastanza azzardato. Infine, la questione dell'origine del Covid-19 viene soltanto accennata in un generico impegno a «identificare la fonte zoonotica del virus e la via di introduzione alla popolazione umana». Insomma, per piacere a tutti (o per non scontentar qualcuno) si è approvato un testo svuotato di contenuti. E si fa pertanto un po' fatica a condividere l'ottimismo del nostro viceministro degli Esteri, Marina Sereni, che lunedì aveva salutato la proposta europea di «un'inchiesta indipendente sull'origine del Covid-19», twittando: «Good news».
D'altronde alla Cina questa risoluzione non sembra dispiacere affatto. Non sarà del resto un caso che, dopo un primo momento di scetticismo, Pechino abbia alla fine deciso di sostenere il documento. E, a confermare questo stato di cose, sta la polemica esplosa ieri tra Cina e Australia. In un primo momento, Canberra aveva lasciato intendere che la risoluzione fosse quasi una conseguenza della propria richiesta - avanzata alcune settimane fa, con conseguente irritazione cinese - di aprire un'indagine indipendente sulle origini del virus. Un'interpretazione che non è granché piaciuta a Pechino: Pechino che, guarda caso, è andata ieri all'attacco, con l'ambasciata cinese a Canberra che ha affermato: «Il progetto di risoluzione sul Covid-19 che sarà adottato dalla World health assembly è totalmente diverso dalla proposta australiana di una revisione internazionale indipendente». «Definire la risoluzione della World health assembly», ha aggiunto l'ambasciata, «una rivendicazione della richiesta australiana non è altro che uno scherzo». Lo stesso Global Times (organo del Partito comunista cinese) aveva d'altronde ieri attaccato Canberra, ridimensionando inoltre la portata della risoluzione: «Questo esame», ha scritto il quotidiano cinese, «ha lo scopo di riassumere le esperienze e trarre insegnamenti dalla gestione della crisi della salute pubblica, che è anche la pratica di routine per l'Oms a seguito di una grande pandemia». Ma non è tutto, perché, nelle scorse ore, Pechino ha imposto tariffe dell'80% sulle importazioni di orzo dall'Australia: mossa che è difficile non leggere (anche) come una ritorsione. E chissà che cosa diranno adesso quanti hanno sempre condannato Donald Trump per l'uso dei dazi come strumento di pressione politica.
L'influenza della Cina, insomma, non è stata granché intaccata in sede Oms. E questo spiega del resto le turbolenze verificatesi negli ultimi due giorni con Washington. È pur vero che, secondo Reuters, gli americani non abbiano accolto del tutto negativamente la risoluzione di ieri. Ma gli Stati Uniti non compaiono comunque tra i proponenti del documento, ne hanno preso esplicitamente le distanze sui paragrafi dedicati sulla salute riproduttiva e - in tutto questo - la tensione generale resta alle stelle. Lunedì scorso, Trump ha definito l'Oms una «marionetta della Cina» e, in una lettera indirizzata al direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha minacciato di bloccare per sempre i finanziamenti americani all'agenzia Onu: finanziamenti che la Casa Bianca aveva temporaneamente congelato il mese scorso. «Non abbiamo tempo da perdere», ha scritto Trump, «Ecco perché è mio dovere, in qualità di presidente degli Stati Uniti, informarla che, se l'Oms non si impegnerà in importanti miglioramenti sostanziali entro i prossimi 30 giorni, renderò permanente il mio congelamento temporaneo dei fondi americani all'Oms e riconsidererò la nostra adesione all'Organizzazione». L'affondo del presidente statunitense è del resto arrivato poche ore dopo le aspre critiche, mosse all'Oms, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e dal ministro della Sanità, Alex Azar. Dura la replica del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che ha dichiarato: «[La lettera di Trump] inganna l'opinione pubblica e infanga la Cina». Critica verso la Casa Bianca anche la Commissione europea, che si è nettamente schierata a favore dell'Oms. Il dissidio si acuisce. E Trump punta sempre più sull'America First, per scardinare il multilateralismo made in China.
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In uno studio per il governo dopo l'11 settembre, Didier Raoult elencava rischi, danni e pratiche (tracciamento compreso) connessi a un'imminente pandemia. Le sue profezie ispirarono il laboratorio sinocinese a WuhanLa risoluzione, che non accenna a errori o omissioni, è fatta votare da Xi. Invocata solo una «valutazione» sulla risposta al Covid. E gli Usa minacciano di tagliare i fondi.Lo speciale contiene due articoli«Tra i virus influenzali, un mutante quale l'influenza Spagnola può riapparire dall'oggi al domani» con «conseguenze incalcolabili». Pagina 166 del rapporto scritto nel 2003 dal professor Didier Raoult su incarico del governo francese dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Non è una profezia ma l'analisi scientifica e lucida degli scenari della nuova guerra asimmetrica: la guerra dei nuovi virus. «Il rischio dell'apparizione di un nuovo agente patogeno, estremamente contagioso, per via respiratoria, è chiaro». Del resto, calcola l'infettivologo, il costo di un'arma biologica «è 2000 volte inferiore a quello di un'arma convenzionale». Didier Raoult, 68 anni, figlio di un medico militare e di un'infermiera, è direttore dell'Istituto di malattie infettive di Marsiglia, centro d'avanguardia, e personaggio molto discusso (ha teorizzato e messo in pratica l'uso dell'antimalarico per curare il Sars-Cov-2). Per qualcuno un genio, per altri un ciarlatano. Ma di sicuro sa di cosa parla. Nella cosiddetta «mission Raoult» delinea in modo impressionante ciò che accadrà 17 anni dopo con lo spettro Covid 19. Ed anche i fili che emergono solo ora e che ai segreti del laboratorio cinese di Wuhan legano Parigi - ma anche altri Paesi come l'Australia - come abbiamo già cercato di raccontare sulla Verità il 14 maggio.Nel 2002 il ministro per la Ricerca e le nuove tecnologie e il ministro della Salute francesi, valutato che «il bioterrorismo è una minaccia latente contro l'umanità», affidano al Raoult analisi e progetto per costruire «un'organizzazione interministeriale sotto l'egida del Sgdsn», il Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale, il «cuore della sicurezza» francese. Il professore consegna una versione preliminare il 2 aprile 2003 e quella definitiva il 17 giugno 2003. Citando l'esempio del virus mutante dell'influenza aviaria ad Hong Kong nel 1999, avverte: «Questo tipo di avvenimenti, la mutazione brutale più l'introduzione di un virus di origine animale nel mondo umano, sono eventi rari e caotici» ma dagli effetti devastanti. La diffusione dei contagi sarà velocissima, prevede, grazie alla densità abitativa e agli spostamenti aerei (500.000-1 miliardo nel 2003). Ma quello che colpisce di più è l'attenzione, 17 anni fa, ai risvolti sull'opinione pubblica. Non è materia da giornali e tv. I temi legati ad un sistema «che permette di evitare le conseguenze drammatiche di avvenimenti improbabili» «non sono mediaticamente interessanti»: «Sulla stampa comparirebbero commenti estremamente negativi», accuse di «catastrosfismo e paranoia». Vi ricorda qualcosa, magari gli inviti a darci sotto con gli aperitivi? Ad epidemia conclamata saranno complicati anche i riflessi giuridici e psicologici, perché «la gestione delle malattie infettive può portare a rimettere in discussione la libertà individuale»: «È il caso dell'isolamento necessario per evitare il contagio quando i pazienti sono infettivi, è il caso della dichiarazione obbligatoria della malattia…». È ciò che è accaduto ora. Didier Raoult per il bio-terrorismo militare classico cita l'esempio dell'Unione sovietica (almeno 50.000 addetti nel dipartimento Biopreparat, diversi incidenti tra cui un centinaio di morti nei pressi di un laboratorio militare per una fuga di carbonchio). Tanto che ora viene da chiedersi: la Cina comun-turbocapitalista non ha fatto altro che prendere il testimone della vecchia Urss?Ma sono i cosiddetti «virus emergenti» la nuova frontiera della geopolitica e della sicurezza nelle sue due facce (offesa e difesa). Raoult passa in rassegna tutte le lacune francesi, dall'incompetenza degli «esperti» presso i ministeri ed i «servizi», alla mancanza di coordinamento. Le uniche strutture all'altezza sono a Lione l'Istituto Pasteur e il laboratorio P4 della Fondazione Merieux «costruito interamente con investimenti privati». Proprio da queste due strutture nel progetto di cooperazione franco-cinese «per la lotta alle malattie infettive emergenti» sarà derivato il clone del laboratorio P4 a Wuhan, dal 2003-2004 a tutto il 2019.Il professor Raoult spiega anche perché proprio la Cina. «Solo l'impianto duraturo», scrive, «di centri di ricerca e sorveglianza nei Paesi tropicali permetterà l'individuazione precoce di questi nuovi agenti (infettivi)». Chi pensa a qualche angolo sperduto delle ex colonie francesi è fuori strada. È la Cina che offre le condizioni ottimali con il suo sviluppo caotico, la commistione di megalopoli con aree rurali e selvagge, e, cosa che non guasta, è una dittatura con un ferreo controllo su media e giornali. Ed è nelle grotte dello Yunnan, provincia sud-occidentale della Cina toccata dal Tropico del Cancro che «Batwoman» Shi Zhengli e la sua equipe dell'Istituto di virologia di Wuhan per 15 anni andranno a caccia dei coronavirus nei pipistrelli.Ergo, è da ritenere plausibile che tutto ciò che è avvenuto nella cooperazione franco-cinese e nelle pericolose sperimentazioni a Wuhan e altrove (ne abbiamo ampiamente parlato il 14 maggio), sospettate da più parti - Usa in testa - di essere all'origine della pandemia del Covid, sia avvenuto con la conoscenza del governo e degli apparati di sicurezza di Parigi. Nel suo rapporto Raoult raccomandava nel consiglio d'amministrazione del Laboratorio P4 lionese - quello della collaborazione con l'Istituto di Wuhan - la presenza di «ufficiali della sicurezza», che «deve riflettere la posizione del SGD(S)N» sui progetti e sui candidati ammessi agli esperimenti sui nuovi virus. A questo punto vi chiederete: ci sono anche i militari francesi? Sì. Tra le équipe con le capacità di lavorare in un laboratorio ad altissima livello di biosicurezza (P4) Raoult indica anche due squadre di ricercatori di Marsiglia, universitarie e «militari (Docteur Toulu e Docteur Durand)» e due di Grenoble, del Centro nazionale di ricerche scientifiche e «militari (Docteur Jouan e Docteur Garin)». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-virologo-francese-piu-chiacchierato-aveva-previsto-il-disastro-17-anni-fa-2646035621.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="loms-cala-ancora-le-braghe-zero-indagini-sulla-cina-e-infatti-pechino-applaude" data-post-id="2646035621" data-published-at="1589914122" data-use-pagination="False"> L’Oms cala ancora le braghe Zero indagini sulla Cina (e infatti Pechino applaude) La montagna ha partorito il proverbiale topolino. La World health assembly, l'organo decisionale dell'Oms, ha approvato ieri - senza obiezioni - una risoluzione, redatta dall'Unione europea, per condurre un'inchiesta sulla risposta globale alla pandemia. Chi tuttavia ritiene che si tratti di una mossa per chiarire le responsabilità di Pechino nella gestione del Covid-19, è destinato a restare deluso. Quello approvato ieri risulta infatti un documento particolarmente blando. Innanzitutto il testo non include la parola «indagine», limitandosi a richiedere una «valutazione imparziale, indipendente e globale» da effettuarsi «al momento opportuno», quindi collocato in un futuro indefinito. Inoltre, non soltanto la Cina non viene menzionata ma, oltre alla sua intrinseca genericità, la risoluzione mette tutto nelle mani dell'Oms: quell'Oms che - ricordiamolo - intrattiene ai propri vertici saldi legami politici con la Repubblica Popolare. Invocare imparzialità a queste condizioni rischia quindi di rivelarsi abbastanza azzardato. Infine, la questione dell'origine del Covid-19 viene soltanto accennata in un generico impegno a «identificare la fonte zoonotica del virus e la via di introduzione alla popolazione umana». Insomma, per piacere a tutti (o per non scontentar qualcuno) si è approvato un testo svuotato di contenuti. E si fa pertanto un po' fatica a condividere l'ottimismo del nostro viceministro degli Esteri, Marina Sereni, che lunedì aveva salutato la proposta europea di «un'inchiesta indipendente sull'origine del Covid-19», twittando: «Good news». D'altronde alla Cina questa risoluzione non sembra dispiacere affatto. Non sarà del resto un caso che, dopo un primo momento di scetticismo, Pechino abbia alla fine deciso di sostenere il documento. E, a confermare questo stato di cose, sta la polemica esplosa ieri tra Cina e Australia. In un primo momento, Canberra aveva lasciato intendere che la risoluzione fosse quasi una conseguenza della propria richiesta - avanzata alcune settimane fa, con conseguente irritazione cinese - di aprire un'indagine indipendente sulle origini del virus. Un'interpretazione che non è granché piaciuta a Pechino: Pechino che, guarda caso, è andata ieri all'attacco, con l'ambasciata cinese a Canberra che ha affermato: «Il progetto di risoluzione sul Covid-19 che sarà adottato dalla World health assembly è totalmente diverso dalla proposta australiana di una revisione internazionale indipendente». «Definire la risoluzione della World health assembly», ha aggiunto l'ambasciata, «una rivendicazione della richiesta australiana non è altro che uno scherzo». Lo stesso Global Times (organo del Partito comunista cinese) aveva d'altronde ieri attaccato Canberra, ridimensionando inoltre la portata della risoluzione: «Questo esame», ha scritto il quotidiano cinese, «ha lo scopo di riassumere le esperienze e trarre insegnamenti dalla gestione della crisi della salute pubblica, che è anche la pratica di routine per l'Oms a seguito di una grande pandemia». Ma non è tutto, perché, nelle scorse ore, Pechino ha imposto tariffe dell'80% sulle importazioni di orzo dall'Australia: mossa che è difficile non leggere (anche) come una ritorsione. E chissà che cosa diranno adesso quanti hanno sempre condannato Donald Trump per l'uso dei dazi come strumento di pressione politica. L'influenza della Cina, insomma, non è stata granché intaccata in sede Oms. E questo spiega del resto le turbolenze verificatesi negli ultimi due giorni con Washington. È pur vero che, secondo Reuters, gli americani non abbiano accolto del tutto negativamente la risoluzione di ieri. Ma gli Stati Uniti non compaiono comunque tra i proponenti del documento, ne hanno preso esplicitamente le distanze sui paragrafi dedicati sulla salute riproduttiva e - in tutto questo - la tensione generale resta alle stelle. Lunedì scorso, Trump ha definito l'Oms una «marionetta della Cina» e, in una lettera indirizzata al direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha minacciato di bloccare per sempre i finanziamenti americani all'agenzia Onu: finanziamenti che la Casa Bianca aveva temporaneamente congelato il mese scorso. «Non abbiamo tempo da perdere», ha scritto Trump, «Ecco perché è mio dovere, in qualità di presidente degli Stati Uniti, informarla che, se l'Oms non si impegnerà in importanti miglioramenti sostanziali entro i prossimi 30 giorni, renderò permanente il mio congelamento temporaneo dei fondi americani all'Oms e riconsidererò la nostra adesione all'Organizzazione». L'affondo del presidente statunitense è del resto arrivato poche ore dopo le aspre critiche, mosse all'Oms, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e dal ministro della Sanità, Alex Azar. Dura la replica del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che ha dichiarato: «[La lettera di Trump] inganna l'opinione pubblica e infanga la Cina». Critica verso la Casa Bianca anche la Commissione europea, che si è nettamente schierata a favore dell'Oms. Il dissidio si acuisce. E Trump punta sempre più sull'America First, per scardinare il multilateralismo made in China.
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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