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2020-05-20
Il virologo francese più chiacchierato aveva previsto il disastro 17 anni fa
Didier Raoult (Moura F/Alpaca/Andia/Universal Images Group via Getty Images))
«Tra i virus influenzali, un mutante quale l'influenza Spagnola può riapparire dall'oggi al domani» con «conseguenze incalcolabili». Pagina 166 del rapporto scritto nel 2003 dal professor Didier Raoult su incarico del governo francese dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Non è una profezia ma l'analisi scientifica e lucida degli scenari della nuova guerra asimmetrica: la guerra dei nuovi virus. «Il rischio dell'apparizione di un nuovo agente patogeno, estremamente contagioso, per via respiratoria, è chiaro». Del resto, calcola l'infettivologo, il costo di un'arma biologica «è 2000 volte inferiore a quello di un'arma convenzionale».
Didier Raoult, 68 anni, figlio di un medico militare e di un'infermiera, è direttore dell'Istituto di malattie infettive di Marsiglia, centro d'avanguardia, e personaggio molto discusso (ha teorizzato e messo in pratica l'uso dell'antimalarico per curare il Sars-Cov-2). Per qualcuno un genio, per altri un ciarlatano. Ma di sicuro sa di cosa parla. Nella cosiddetta «mission Raoult» delinea in modo impressionante ciò che accadrà 17 anni dopo con lo spettro Covid 19. Ed anche i fili che emergono solo ora e che ai segreti del laboratorio cinese di Wuhan legano Parigi - ma anche altri Paesi come l'Australia - come abbiamo già cercato di raccontare sulla Verità il 14 maggio.
Nel 2002 il ministro per la Ricerca e le nuove tecnologie e il ministro della Salute francesi, valutato che «il bioterrorismo è una minaccia latente contro l'umanità», affidano al Raoult analisi e progetto per costruire «un'organizzazione interministeriale sotto l'egida del Sgdsn», il Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale, il «cuore della sicurezza» francese.
Il professore consegna una versione preliminare il 2 aprile 2003 e quella definitiva il 17 giugno 2003. Citando l'esempio del virus mutante dell'influenza aviaria ad Hong Kong nel 1999, avverte: «Questo tipo di avvenimenti, la mutazione brutale più l'introduzione di un virus di origine animale nel mondo umano, sono eventi rari e caotici» ma dagli effetti devastanti. La diffusione dei contagi sarà velocissima, prevede, grazie alla densità abitativa e agli spostamenti aerei (500.000-1 miliardo nel 2003).
Ma quello che colpisce di più è l'attenzione, 17 anni fa, ai risvolti sull'opinione pubblica. Non è materia da giornali e tv. I temi legati ad un sistema «che permette di evitare le conseguenze drammatiche di avvenimenti improbabili» «non sono mediaticamente interessanti»: «Sulla stampa comparirebbero commenti estremamente negativi», accuse di «catastrosfismo e paranoia». Vi ricorda qualcosa, magari gli inviti a darci sotto con gli aperitivi? Ad epidemia conclamata saranno complicati anche i riflessi giuridici e psicologici, perché «la gestione delle malattie infettive può portare a rimettere in discussione la libertà individuale»: «È il caso dell'isolamento necessario per evitare il contagio quando i pazienti sono infettivi, è il caso della dichiarazione obbligatoria della malattia…». È ciò che è accaduto ora.
Didier Raoult per il bio-terrorismo militare classico cita l'esempio dell'Unione sovietica (almeno 50.000 addetti nel dipartimento Biopreparat, diversi incidenti tra cui un centinaio di morti nei pressi di un laboratorio militare per una fuga di carbonchio). Tanto che ora viene da chiedersi: la Cina comun-turbocapitalista non ha fatto altro che prendere il testimone della vecchia Urss?
Ma sono i cosiddetti «virus emergenti» la nuova frontiera della geopolitica e della sicurezza nelle sue due facce (offesa e difesa). Raoult passa in rassegna tutte le lacune francesi, dall'incompetenza degli «esperti» presso i ministeri ed i «servizi», alla mancanza di coordinamento. Le uniche strutture all'altezza sono a Lione l'Istituto Pasteur e il laboratorio P4 della Fondazione Merieux «costruito interamente con investimenti privati». Proprio da queste due strutture nel progetto di cooperazione franco-cinese «per la lotta alle malattie infettive emergenti» sarà derivato il clone del laboratorio P4 a Wuhan, dal 2003-2004 a tutto il 2019.
Il professor Raoult spiega anche perché proprio la Cina. «Solo l'impianto duraturo», scrive, «di centri di ricerca e sorveglianza nei Paesi tropicali permetterà l'individuazione precoce di questi nuovi agenti (infettivi)». Chi pensa a qualche angolo sperduto delle ex colonie francesi è fuori strada. È la Cina che offre le condizioni ottimali con il suo sviluppo caotico, la commistione di megalopoli con aree rurali e selvagge, e, cosa che non guasta, è una dittatura con un ferreo controllo su media e giornali. Ed è nelle grotte dello Yunnan, provincia sud-occidentale della Cina toccata dal Tropico del Cancro che «Batwoman» Shi Zhengli e la sua equipe dell'Istituto di virologia di Wuhan per 15 anni andranno a caccia dei coronavirus nei pipistrelli.
Ergo, è da ritenere plausibile che tutto ciò che è avvenuto nella cooperazione franco-cinese e nelle pericolose sperimentazioni a Wuhan e altrove (ne abbiamo ampiamente parlato il 14 maggio), sospettate da più parti - Usa in testa - di essere all'origine della pandemia del Covid, sia avvenuto con la conoscenza del governo e degli apparati di sicurezza di Parigi. Nel suo rapporto Raoult raccomandava nel consiglio d'amministrazione del Laboratorio P4 lionese - quello della collaborazione con l'Istituto di Wuhan - la presenza di «ufficiali della sicurezza», che «deve riflettere la posizione del SGD(S)N» sui progetti e sui candidati ammessi agli esperimenti sui nuovi virus.
A questo punto vi chiederete: ci sono anche i militari francesi? Sì. Tra le équipe con le capacità di lavorare in un laboratorio ad altissima livello di biosicurezza (P4) Raoult indica anche due squadre di ricercatori di Marsiglia, universitarie e «militari (Docteur Toulu e Docteur Durand)» e due di Grenoble, del Centro nazionale di ricerche scientifiche e «militari (Docteur Jouan e Docteur Garin)».
L’Oms cala ancora le braghe Zero indagini sulla Cina (e infatti Pechino applaude)
La montagna ha partorito il proverbiale topolino. La World health assembly, l'organo decisionale dell'Oms, ha approvato ieri - senza obiezioni - una risoluzione, redatta dall'Unione europea, per condurre un'inchiesta sulla risposta globale alla pandemia. Chi tuttavia ritiene che si tratti di una mossa per chiarire le responsabilità di Pechino nella gestione del Covid-19, è destinato a restare deluso. Quello approvato ieri risulta infatti un documento particolarmente blando. Innanzitutto il testo non include la parola «indagine», limitandosi a richiedere una «valutazione imparziale, indipendente e globale» da effettuarsi «al momento opportuno», quindi collocato in un futuro indefinito. Inoltre, non soltanto la Cina non viene menzionata ma, oltre alla sua intrinseca genericità, la risoluzione mette tutto nelle mani dell'Oms: quell'Oms che - ricordiamolo - intrattiene ai propri vertici saldi legami politici con la Repubblica Popolare. Invocare imparzialità a queste condizioni rischia quindi di rivelarsi abbastanza azzardato. Infine, la questione dell'origine del Covid-19 viene soltanto accennata in un generico impegno a «identificare la fonte zoonotica del virus e la via di introduzione alla popolazione umana». Insomma, per piacere a tutti (o per non scontentar qualcuno) si è approvato un testo svuotato di contenuti. E si fa pertanto un po' fatica a condividere l'ottimismo del nostro viceministro degli Esteri, Marina Sereni, che lunedì aveva salutato la proposta europea di «un'inchiesta indipendente sull'origine del Covid-19», twittando: «Good news».
D'altronde alla Cina questa risoluzione non sembra dispiacere affatto. Non sarà del resto un caso che, dopo un primo momento di scetticismo, Pechino abbia alla fine deciso di sostenere il documento. E, a confermare questo stato di cose, sta la polemica esplosa ieri tra Cina e Australia. In un primo momento, Canberra aveva lasciato intendere che la risoluzione fosse quasi una conseguenza della propria richiesta - avanzata alcune settimane fa, con conseguente irritazione cinese - di aprire un'indagine indipendente sulle origini del virus. Un'interpretazione che non è granché piaciuta a Pechino: Pechino che, guarda caso, è andata ieri all'attacco, con l'ambasciata cinese a Canberra che ha affermato: «Il progetto di risoluzione sul Covid-19 che sarà adottato dalla World health assembly è totalmente diverso dalla proposta australiana di una revisione internazionale indipendente». «Definire la risoluzione della World health assembly», ha aggiunto l'ambasciata, «una rivendicazione della richiesta australiana non è altro che uno scherzo». Lo stesso Global Times (organo del Partito comunista cinese) aveva d'altronde ieri attaccato Canberra, ridimensionando inoltre la portata della risoluzione: «Questo esame», ha scritto il quotidiano cinese, «ha lo scopo di riassumere le esperienze e trarre insegnamenti dalla gestione della crisi della salute pubblica, che è anche la pratica di routine per l'Oms a seguito di una grande pandemia». Ma non è tutto, perché, nelle scorse ore, Pechino ha imposto tariffe dell'80% sulle importazioni di orzo dall'Australia: mossa che è difficile non leggere (anche) come una ritorsione. E chissà che cosa diranno adesso quanti hanno sempre condannato Donald Trump per l'uso dei dazi come strumento di pressione politica.
L'influenza della Cina, insomma, non è stata granché intaccata in sede Oms. E questo spiega del resto le turbolenze verificatesi negli ultimi due giorni con Washington. È pur vero che, secondo Reuters, gli americani non abbiano accolto del tutto negativamente la risoluzione di ieri. Ma gli Stati Uniti non compaiono comunque tra i proponenti del documento, ne hanno preso esplicitamente le distanze sui paragrafi dedicati sulla salute riproduttiva e - in tutto questo - la tensione generale resta alle stelle. Lunedì scorso, Trump ha definito l'Oms una «marionetta della Cina» e, in una lettera indirizzata al direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha minacciato di bloccare per sempre i finanziamenti americani all'agenzia Onu: finanziamenti che la Casa Bianca aveva temporaneamente congelato il mese scorso. «Non abbiamo tempo da perdere», ha scritto Trump, «Ecco perché è mio dovere, in qualità di presidente degli Stati Uniti, informarla che, se l'Oms non si impegnerà in importanti miglioramenti sostanziali entro i prossimi 30 giorni, renderò permanente il mio congelamento temporaneo dei fondi americani all'Oms e riconsidererò la nostra adesione all'Organizzazione». L'affondo del presidente statunitense è del resto arrivato poche ore dopo le aspre critiche, mosse all'Oms, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e dal ministro della Sanità, Alex Azar. Dura la replica del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che ha dichiarato: «[La lettera di Trump] inganna l'opinione pubblica e infanga la Cina». Critica verso la Casa Bianca anche la Commissione europea, che si è nettamente schierata a favore dell'Oms. Il dissidio si acuisce. E Trump punta sempre più sull'America First, per scardinare il multilateralismo made in China.
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In uno studio per il governo dopo l'11 settembre, Didier Raoult elencava rischi, danni e pratiche (tracciamento compreso) connessi a un'imminente pandemia. Le sue profezie ispirarono il laboratorio sinocinese a WuhanLa risoluzione, che non accenna a errori o omissioni, è fatta votare da Xi. Invocata solo una «valutazione» sulla risposta al Covid. E gli Usa minacciano di tagliare i fondi.Lo speciale contiene due articoli«Tra i virus influenzali, un mutante quale l'influenza Spagnola può riapparire dall'oggi al domani» con «conseguenze incalcolabili». Pagina 166 del rapporto scritto nel 2003 dal professor Didier Raoult su incarico del governo francese dopo l'attacco alle Torri Gemelle. Non è una profezia ma l'analisi scientifica e lucida degli scenari della nuova guerra asimmetrica: la guerra dei nuovi virus. «Il rischio dell'apparizione di un nuovo agente patogeno, estremamente contagioso, per via respiratoria, è chiaro». Del resto, calcola l'infettivologo, il costo di un'arma biologica «è 2000 volte inferiore a quello di un'arma convenzionale». Didier Raoult, 68 anni, figlio di un medico militare e di un'infermiera, è direttore dell'Istituto di malattie infettive di Marsiglia, centro d'avanguardia, e personaggio molto discusso (ha teorizzato e messo in pratica l'uso dell'antimalarico per curare il Sars-Cov-2). Per qualcuno un genio, per altri un ciarlatano. Ma di sicuro sa di cosa parla. Nella cosiddetta «mission Raoult» delinea in modo impressionante ciò che accadrà 17 anni dopo con lo spettro Covid 19. Ed anche i fili che emergono solo ora e che ai segreti del laboratorio cinese di Wuhan legano Parigi - ma anche altri Paesi come l'Australia - come abbiamo già cercato di raccontare sulla Verità il 14 maggio.Nel 2002 il ministro per la Ricerca e le nuove tecnologie e il ministro della Salute francesi, valutato che «il bioterrorismo è una minaccia latente contro l'umanità», affidano al Raoult analisi e progetto per costruire «un'organizzazione interministeriale sotto l'egida del Sgdsn», il Secrétariat général de la défense et de la sécurité nationale, il «cuore della sicurezza» francese. Il professore consegna una versione preliminare il 2 aprile 2003 e quella definitiva il 17 giugno 2003. Citando l'esempio del virus mutante dell'influenza aviaria ad Hong Kong nel 1999, avverte: «Questo tipo di avvenimenti, la mutazione brutale più l'introduzione di un virus di origine animale nel mondo umano, sono eventi rari e caotici» ma dagli effetti devastanti. La diffusione dei contagi sarà velocissima, prevede, grazie alla densità abitativa e agli spostamenti aerei (500.000-1 miliardo nel 2003). Ma quello che colpisce di più è l'attenzione, 17 anni fa, ai risvolti sull'opinione pubblica. Non è materia da giornali e tv. I temi legati ad un sistema «che permette di evitare le conseguenze drammatiche di avvenimenti improbabili» «non sono mediaticamente interessanti»: «Sulla stampa comparirebbero commenti estremamente negativi», accuse di «catastrosfismo e paranoia». Vi ricorda qualcosa, magari gli inviti a darci sotto con gli aperitivi? Ad epidemia conclamata saranno complicati anche i riflessi giuridici e psicologici, perché «la gestione delle malattie infettive può portare a rimettere in discussione la libertà individuale»: «È il caso dell'isolamento necessario per evitare il contagio quando i pazienti sono infettivi, è il caso della dichiarazione obbligatoria della malattia…». È ciò che è accaduto ora. Didier Raoult per il bio-terrorismo militare classico cita l'esempio dell'Unione sovietica (almeno 50.000 addetti nel dipartimento Biopreparat, diversi incidenti tra cui un centinaio di morti nei pressi di un laboratorio militare per una fuga di carbonchio). Tanto che ora viene da chiedersi: la Cina comun-turbocapitalista non ha fatto altro che prendere il testimone della vecchia Urss?Ma sono i cosiddetti «virus emergenti» la nuova frontiera della geopolitica e della sicurezza nelle sue due facce (offesa e difesa). Raoult passa in rassegna tutte le lacune francesi, dall'incompetenza degli «esperti» presso i ministeri ed i «servizi», alla mancanza di coordinamento. Le uniche strutture all'altezza sono a Lione l'Istituto Pasteur e il laboratorio P4 della Fondazione Merieux «costruito interamente con investimenti privati». Proprio da queste due strutture nel progetto di cooperazione franco-cinese «per la lotta alle malattie infettive emergenti» sarà derivato il clone del laboratorio P4 a Wuhan, dal 2003-2004 a tutto il 2019.Il professor Raoult spiega anche perché proprio la Cina. «Solo l'impianto duraturo», scrive, «di centri di ricerca e sorveglianza nei Paesi tropicali permetterà l'individuazione precoce di questi nuovi agenti (infettivi)». Chi pensa a qualche angolo sperduto delle ex colonie francesi è fuori strada. È la Cina che offre le condizioni ottimali con il suo sviluppo caotico, la commistione di megalopoli con aree rurali e selvagge, e, cosa che non guasta, è una dittatura con un ferreo controllo su media e giornali. Ed è nelle grotte dello Yunnan, provincia sud-occidentale della Cina toccata dal Tropico del Cancro che «Batwoman» Shi Zhengli e la sua equipe dell'Istituto di virologia di Wuhan per 15 anni andranno a caccia dei coronavirus nei pipistrelli.Ergo, è da ritenere plausibile che tutto ciò che è avvenuto nella cooperazione franco-cinese e nelle pericolose sperimentazioni a Wuhan e altrove (ne abbiamo ampiamente parlato il 14 maggio), sospettate da più parti - Usa in testa - di essere all'origine della pandemia del Covid, sia avvenuto con la conoscenza del governo e degli apparati di sicurezza di Parigi. Nel suo rapporto Raoult raccomandava nel consiglio d'amministrazione del Laboratorio P4 lionese - quello della collaborazione con l'Istituto di Wuhan - la presenza di «ufficiali della sicurezza», che «deve riflettere la posizione del SGD(S)N» sui progetti e sui candidati ammessi agli esperimenti sui nuovi virus. A questo punto vi chiederete: ci sono anche i militari francesi? Sì. Tra le équipe con le capacità di lavorare in un laboratorio ad altissima livello di biosicurezza (P4) Raoult indica anche due squadre di ricercatori di Marsiglia, universitarie e «militari (Docteur Toulu e Docteur Durand)» e due di Grenoble, del Centro nazionale di ricerche scientifiche e «militari (Docteur Jouan e Docteur Garin)». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-virologo-francese-piu-chiacchierato-aveva-previsto-il-disastro-17-anni-fa-2646035621.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="loms-cala-ancora-le-braghe-zero-indagini-sulla-cina-e-infatti-pechino-applaude" data-post-id="2646035621" data-published-at="1589914122" data-use-pagination="False"> L’Oms cala ancora le braghe Zero indagini sulla Cina (e infatti Pechino applaude) La montagna ha partorito il proverbiale topolino. La World health assembly, l'organo decisionale dell'Oms, ha approvato ieri - senza obiezioni - una risoluzione, redatta dall'Unione europea, per condurre un'inchiesta sulla risposta globale alla pandemia. Chi tuttavia ritiene che si tratti di una mossa per chiarire le responsabilità di Pechino nella gestione del Covid-19, è destinato a restare deluso. Quello approvato ieri risulta infatti un documento particolarmente blando. Innanzitutto il testo non include la parola «indagine», limitandosi a richiedere una «valutazione imparziale, indipendente e globale» da effettuarsi «al momento opportuno», quindi collocato in un futuro indefinito. Inoltre, non soltanto la Cina non viene menzionata ma, oltre alla sua intrinseca genericità, la risoluzione mette tutto nelle mani dell'Oms: quell'Oms che - ricordiamolo - intrattiene ai propri vertici saldi legami politici con la Repubblica Popolare. Invocare imparzialità a queste condizioni rischia quindi di rivelarsi abbastanza azzardato. Infine, la questione dell'origine del Covid-19 viene soltanto accennata in un generico impegno a «identificare la fonte zoonotica del virus e la via di introduzione alla popolazione umana». Insomma, per piacere a tutti (o per non scontentar qualcuno) si è approvato un testo svuotato di contenuti. E si fa pertanto un po' fatica a condividere l'ottimismo del nostro viceministro degli Esteri, Marina Sereni, che lunedì aveva salutato la proposta europea di «un'inchiesta indipendente sull'origine del Covid-19», twittando: «Good news». D'altronde alla Cina questa risoluzione non sembra dispiacere affatto. Non sarà del resto un caso che, dopo un primo momento di scetticismo, Pechino abbia alla fine deciso di sostenere il documento. E, a confermare questo stato di cose, sta la polemica esplosa ieri tra Cina e Australia. In un primo momento, Canberra aveva lasciato intendere che la risoluzione fosse quasi una conseguenza della propria richiesta - avanzata alcune settimane fa, con conseguente irritazione cinese - di aprire un'indagine indipendente sulle origini del virus. Un'interpretazione che non è granché piaciuta a Pechino: Pechino che, guarda caso, è andata ieri all'attacco, con l'ambasciata cinese a Canberra che ha affermato: «Il progetto di risoluzione sul Covid-19 che sarà adottato dalla World health assembly è totalmente diverso dalla proposta australiana di una revisione internazionale indipendente». «Definire la risoluzione della World health assembly», ha aggiunto l'ambasciata, «una rivendicazione della richiesta australiana non è altro che uno scherzo». Lo stesso Global Times (organo del Partito comunista cinese) aveva d'altronde ieri attaccato Canberra, ridimensionando inoltre la portata della risoluzione: «Questo esame», ha scritto il quotidiano cinese, «ha lo scopo di riassumere le esperienze e trarre insegnamenti dalla gestione della crisi della salute pubblica, che è anche la pratica di routine per l'Oms a seguito di una grande pandemia». Ma non è tutto, perché, nelle scorse ore, Pechino ha imposto tariffe dell'80% sulle importazioni di orzo dall'Australia: mossa che è difficile non leggere (anche) come una ritorsione. E chissà che cosa diranno adesso quanti hanno sempre condannato Donald Trump per l'uso dei dazi come strumento di pressione politica. L'influenza della Cina, insomma, non è stata granché intaccata in sede Oms. E questo spiega del resto le turbolenze verificatesi negli ultimi due giorni con Washington. È pur vero che, secondo Reuters, gli americani non abbiano accolto del tutto negativamente la risoluzione di ieri. Ma gli Stati Uniti non compaiono comunque tra i proponenti del documento, ne hanno preso esplicitamente le distanze sui paragrafi dedicati sulla salute riproduttiva e - in tutto questo - la tensione generale resta alle stelle. Lunedì scorso, Trump ha definito l'Oms una «marionetta della Cina» e, in una lettera indirizzata al direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha minacciato di bloccare per sempre i finanziamenti americani all'agenzia Onu: finanziamenti che la Casa Bianca aveva temporaneamente congelato il mese scorso. «Non abbiamo tempo da perdere», ha scritto Trump, «Ecco perché è mio dovere, in qualità di presidente degli Stati Uniti, informarla che, se l'Oms non si impegnerà in importanti miglioramenti sostanziali entro i prossimi 30 giorni, renderò permanente il mio congelamento temporaneo dei fondi americani all'Oms e riconsidererò la nostra adesione all'Organizzazione». L'affondo del presidente statunitense è del resto arrivato poche ore dopo le aspre critiche, mosse all'Oms, dal segretario di Stato americano, Mike Pompeo, e dal ministro della Sanità, Alex Azar. Dura la replica del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, che ha dichiarato: «[La lettera di Trump] inganna l'opinione pubblica e infanga la Cina». Critica verso la Casa Bianca anche la Commissione europea, che si è nettamente schierata a favore dell'Oms. Il dissidio si acuisce. E Trump punta sempre più sull'America First, per scardinare il multilateralismo made in China.
Ecco #DimmiLaVerità del 2 aprile 2026. Il capogruppo di Fdi in Commissione Sport, Alessandro Amorese, commenta il flop dell'Italia e chiede più libertà per le tifoserie.
Tutti a guardare il prezzo del petrolio, ma a Wall Street si è svegliato un guru come Bill Ackman: è bastato un suo post su X, nel quale diceva che le azioni erano sottovalutate, per far partire gli acquisti sulle Borse lunedì. Un trend che continua a durare, fino alla prossima scusa per vendere.
Tradizione, innovazione e identità istituzionale si incontrano in un progetto inedito che porta il marchio dell’Esercito Italiano nel mondo del caffè. È stata presentata il 1° aprile, presso il Circolo Unificato «Pio IX», la nuova macchina da caffè a sistema ESE «Campagnola AR51», frutto della collaborazione tra DL Caffè e SIGIT S.p.A., con il supporto di Difesa Servizi S.p.A..
L’iniziativa si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione del brand Esercito Italiano, sempre più orientato a costruire un dialogo concreto con il mondo produttivo nazionale e la società civile. Un progetto che non si limita al lancio di un prodotto, ma ambisce a rafforzare il legame tra istituzioni e cittadini attraverso simboli riconoscibili e valori condivisi.
A moderare l’evento è stata la giornalista Filomena Greco, davanti a una platea composta da rappresentanti istituzionali, partner industriali e operatori del settore. L’incontro ha offerto l’occasione per riflettere sulle potenzialità del co-branding tra pubblico e privato, evidenziando come queste sinergie possano generare valore sia in termini economici sia culturali.
Il nome «Campagnola AR51» richiama uno dei veicoli più iconici della storia militare italiana, la Fiat Campagnola AR51, simbolo di robustezza e affidabilità. Un richiamo non casuale, che intende trasferire questi stessi attributi al nuovo prodotto: una macchina da caffè progettata per garantire qualità, semplicità d’uso e sostenibilità.
La «Campagnola AR51» utilizza il sistema ESE (Easy Serving Espresso), uno standard sempre più diffuso in Europa. Le cialde in carta compostabile rappresentano infatti una soluzione attenta all’ambiente, senza rinunciare alla qualità dell’espresso, elemento centrale della tradizione italiana.
Oltre all’aspetto tecnico, il progetto assume una valenza strategica più ampia. La valorizzazione del marchio Esercito, infatti, non si limita alla dimensione simbolica, ma diventa uno strumento per promuovere il made in Italy e le competenze industriali del Paese. In questo contesto, la collaborazione con aziende italiane rappresenta un modello virtuoso di integrazione tra istituzioni e sistema produttivo.
Walter Schiavone, titolare DL caffè, commenta così questa iniziativa: «Affiancare il nostro brand a quello dell'esercito è motivo di orgoglio e di sfida. Caffè Esercito ci sta aprendo porte importanti e avremo soddisfazioni al di là di un prodotto di alta qualità. Non solo un buon caffè ma anche per il fatto che abbiamo ricreato un'auto iconica in versione macchina da caffè».
La «Campagnola AR51» segna così l’inizio di una nuova piattaforma di prodotti a marchio Esercito, destinata a evolversi nel tempo e ad ampliare la propria presenza sul mercato. Un’iniziativa che dimostra come anche realtà tradizionalmente legate alla sfera pubblica possano innovare il proprio linguaggio, trovando nuove modalità per raccontarsi e per creare valore condiviso.
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Gabriele Gravina (Ansa)
Dopo otto anni di promesse e mancate riforme, due mancate qualificazioni ai Mondiali - la prima preceduta dalla vittoria dell'Europeo nel 2021 - Gabriele Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Figc. Dopo l'ennesima umiliazione subita dal nostro calcio in Bosnia, con la sconfitta ai rigori nel playoff decisivo per strappare un pass a Usa, Canada e Messico 2026, sono state necessarie pressioni da più parti, dalla politica all'opinione pubblica.
Il passo indietro è arrivato nel pomeriggio, al termine di una giornata che aveva già preso una direzione precisa fin dalle prime ore. Gravina ha rassegnato le dimissioni da presidente della Federcalcio, chiudendo formalmente un ciclo travolto dal terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia (la prima nel 2017 era sotto la gestione di Carlo Tavecchio, che al contrario di Gravina lasciò subito dopo la sconfitta con la Svezia). La decisione è stata comunicata all’inizio della riunione con tutte le componenti federali, riunite nella sede di via Allegri a Roma, mentre fuori si respirava un clima teso, tra contestazioni, lancio di uova e presenza delle forze dell’ordine. Gravina, arrivato in mattinata senza rilasciare dichiarazioni, ha scelto il silenzio anche dopo l’annuncio ufficiale. Nessuna conferenza stampa, nessuna intervista. Solo un passaggio interno, davanti a tutte le componenti del sistema calcio.
Nel comunicato diffuso dalla Federazione, il presidente uscente ha rivendicato il rapporto con le varie anime del movimento e ha annunciato che l’8 aprile interverrà in audizione alla Camera per relazionare sullo stato di salute del calcio italiano. Nello stesso contesto ha anche chiarito il senso delle parole pronunciate dopo la partita di Zenica, oggetto di polemiche: un riferimento, ha spiegato, alle differenze normative tra sport professionistici e dilettantistici, «che non volevano assolutamente essere offensive».
Attorno alla sua uscita si è sviluppato un fronte compatto nel riconoscere la difficoltà del momento, ma senza una direzione condivisa sul futuro. Il presidente della Lega Serie A, Ezio Maria Simonelli, ha parlato della necessità per la massima serie di «rivendicare un ruolo primario» e di farsi guida del sistema, indicando come priorità riforme, giovani e solidità economica dei club: «Come i tifosi siamo delusi». Nessuna convergenza, però, su un nome per la successione: «Assolutamente no, non se ne è parlato». Sulla stessa linea il presidente dell'Assocalciatori, Umberto Calcagno, che ha sottolineato come la giornata dovesse servire a rimettere al centro i temi: «La figura che verrà individuata dovrà essere un passo indietro rispetto a ciò che bisogna fare. Oggi sono importanti i programmi». Anche Renzo Ulivieri, numero uno dell'Assoallenatori, ha allargato lo sguardo oltre l’immediato: «Il calcio è in difficoltà non da ora, ma dal 2006».
E ora cosa succede al calcio italiano? Le dimissioni di Gravina basteranno a cambiare un movimento che da anni si regge su un sistema contorto e con profondi problemi strutturali? Ovvio che no. Specialmente se i nomi per la successione sono quelli che circolano nei corridoi del palazzo. Contestualmente alla rassegna delle dimissioni, lo stesso Gravina ha indetto l’assemblea elettiva per il prossimo 22 giugno, data in cui verrà scelto il nuovo presidente. Fino ad allora resterà in carica per la gestione ordinaria, dando vita quindi a una transizione che si apre senza una linea già tracciata. Tra i possibili candidati vengono indicati Giancarlo Abete, Giovanni Malagò, e Matteo Marani, con Demetrio Albertini più defilato. Nel primo caso si tratterebbe di un ritorno al passato. Abete è già stato presidente della Figc dal 2007 al 2014, anno in cui lasciò l'incarico dopo l'eliminazione della Nazionale al girone di Brasile 2014 in quella che rimane l'ultima, triste, apparizione dell'Italia a un campionato del mondo. La candidatura di Malagò è sponsorizzata dalla Lega Serie A e rappresenterebbe una scelta nella direzione dell'esperienza e dell'indiscussa capacità manageriale, ma con un rapporto tutto da ricostruire con il ministro dello Sport Andrea Abodi dopo la vicenda della non rieleggibilità al Coni. Fattore che in un momento così delicato in cui calcio e politica dovranno necessariamente andare a braccetto per far sì che qualcosa davvero cambi, non è per nulla da sottovalutare. Marani, invece, potrebbe essere visto come l'ennesimo salto nel vuoto: l'ex direttore del Guerin Sportivo è dal 2023 alla guida della Serie C: un mondo dove i problemi fioccano e ogni anno più di un club non riesce a completare la stagione. Nelle scorse ore si era fatto anche il nome di Paolo Maldini. E c'è chi indicherebbe come soluzione Beppe Marotta, oggi presidente dell'Inter.
Il terremoto federale non ha toccato solo la presidenza. Poco dopo le dimissioni di Gravina è arrivata anche la decisione di Gianluigi Buffon, che ha annunciato le dimissioni da capo delegazione: «Rassegnare le mie dimissioni un minuto dopo la fine della gara contro la Bosnia, era un atto impellente. Ora che il presidente Gravina ha scelto di fare un passo indietro, mi sento libero di fare quello che sento come atto di responsabilità». Una decisione analoga è attesa a stretto giro di posta anche da Gennaro Gattuso. In tutta questa storia le responsabilità del ct sono forse quelle minori, ma di fatto l'ex allenatore di Milan e Napoli ha già maturato il passo indietro di cui manca soltanto l'ufficialità. Anche nel caso della guida tecnica, i principali nomi che girano per la sostituzione di Gattuso sono due ritorni al passato: da una parte Antonio Conte, che però dovrebbe liberarsi dal contratto con il Napoli, dall'altra Roberto Mancini, anch'esso sotto contratto in Qatar con l'Al-Sadd. Insomma, cambiare per non cambiare. Sia inteso, sia Conte che Mancini sono due ottimi allenatori e alla guida degli azzurri hanno ottenuto ottimi risultati, specialmente Mancini, ma sembra quasi che il nostro movimento non riesca a produrre qualcosa di nuovo. Qualcosa che possa portare una buona dose di aria fresca a Coverciano.
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