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2020-11-03
Il Vaticano: sulle unioni gay non cambia nulla
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Dopo alcune settimane di mistero e di interpretazioni, si scopre che la Segreteria di Stato vaticana ha fatto arrivare ai nunzi apostolici in giro per il mondo una nota di commento alle parole di papa Francesco presenti nel docufilm a lui dedicato dal regista russo Evgeny Afineevsky. Lo scopo, si legge nella nota pubblicata integralmente su Facebook dal nunzio in Messico Franco Coppola, vuole offrire «alcuni elementi utili, nel desiderio di favorire, per Sua (di papa Francesco, ndr) disposizione, un'adeguata comprensione delle parole del Santo Padre».
Il fatto, su cui finora i media vaticani hanno calato solo un silenzio tombale, riguarda il passaggio in cui Francesco dice della necessità per le persone omosessuali di avere «una legge sulle unioni civili (ley de convivenci civil, ndr). In questo modo sono coperti legalmente». E aggiunge: «Mi sono battuto per questo». Tale affermazione appare in discontinuità con quanto espresso nella nota della Congregazione per la dottrina della fede del 2003 a firma del cardinale Joseph Ratzinger e approvata da papa Giovanni Paolo II. In quel documento si indica che non può esserci una equiparazione del matrimonio tra uomo e donna alle unioni tra persone dello stesso sesso, inoltre dal punto di vista dell'antropologia cristiana nemmeno si può approvare il «riconoscimento legale delle unioni omosessuali».
La nota diffusa dalla Segreteria di Stato prova quindi a spiegare il montaggio che il regista del docufilm ha fatto estrapolando alcune risposte che il Papa aveva dato in un'intervista del 2019 alla vaticanista messicana Valentina Alazraky. I momenti che risalgono a quell'intervista, si legge nella nota, sono due, il primo riguarda le affermazioni di Francesco circa la «necessità che, all'interno della famiglia, il figlio o la figlia con orientamento omosessuale non siano mai discriminati». In questo caso la Segreteria di Stato cita un paragrafo della esortazione apostolica Amoris laetitia, il n. 250, e sostanzialmente nulla quaestio. Il secondo passaggio, invece, riguarda appunto la frase su cui finora nessuna spiegazione era stata data. Il riferimento, rivela finalmente la nota, è a una domanda della vaticanista Alazraky «inerente a una legge locale di dieci anni fa in Argentina sui “matrimoni egualitari di coppie dello stesso sesso" e l'opposizione dell'allora arcivescovo di Buenos Aires al riguardo». Francesco risponde che «è un'incongruenza parlare di matrimonio omosessuale aggiungendo che, in tale preciso contesto, aveva parlato del diritto di queste persone ad avere delle coperture legali: “Quello che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile; hanno diritto di essere coperti legalmente. Io ho difeso questo"».
Siamo quindi alla famigerata frase che il Pontefice pronuncia nel docufilm, accanto alla quale la nota della Segreteria di Stato, probabilmente nel tentativo di trovare una quadra, affianca un'altra dichiarazione che Francesco ha fatto nel 2014 al Corriere della Sera: «Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall'esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l'assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà». Quindi, conclude la Segreteria di Stato, «è pertanto evidente che papa Francesco si sia riferito a determinate disposizioni statali, non certo alla dottrina della Chiesa, numerose volte ribadita nel corso degli anni». Insomma, come già avevano avvertito fin da subito gli interpreti del pontificato, padre Antonio Spadaro in primis, «la dottrina non cambia».
Fatto salvo il catechismo della Chiesa cattolica, restano però alcune cose per nulla chiarite. La Segreteria di Stato, infatti, non dice una parola sul perché nel 2019 quella precisa dichiarazione del Papa era stata tagliata dalla intervista mandata in onda dalla televisione messicana. Chi, e perché, ha ritenuto, invece, di dover dare al regista Afineevsky la versione integrale di quell'intervista? E poi, cosa rilevante perché trattasi sempre di magistero, resta quell'odore di discontinuità tra le affermazioni del Papa e la nota firmata da Ratzinger e approvata da Giovanni Paolo II nel 2003. Si deve forse intendere che ora, purché non si equipari al matrimonio tra uomo e donna, la Chiesa possa approvare una tutela legale che riconosca le coppie omosessuali?
Peraltro, il vescovo argentino Héctor Aguer, emerito di La Plata, ha ricordato in questi giorni alla stampa internazionale che «quando era ancora arcivescovo, l'allora cardinal Bergoglio, nel corso di un'assemblea plenaria della Conferenza episcopale argentina, propose di approvare la liceità delle unioni civili delle persone omosessuali da parte dello Stato, come una possibile alternativa a quello che si chiamava - e che si chiama - matrimonio egualitario».
La nota chiarificatrice, arrivata con ampio ritardo, e nel silenzio assordante del dicastero della comunicazione vaticana, da questo punto di vista sembra risolvere poco. Il problema, come ha sottolineato il cardinale Gerhard Ludwig Müller alla Verità la scorsa settimana, è che quando «i nemici della Chiesa, gli atei e gli attivisti Lgbt sono interlocutori o interpreti del successore di Pietro», il rischio di creare ambiguità è dietro l'angolo e le toppe finiscono per non riuscire a coprire del tutto il buco.
Sentenza contro l’aborto in Polonia. Le femministe assaltano le chiese
Ricordo che nel 2002, quando visitò la Polonia per l'ottava e ultima volta, Giovanni Paolo II, molto anziano e già malato, fece ricorso a tutte le forze per denunciare che anche la sua patria, condizionata da «una rumorosa propaganda», stava ormai per consegnarsi a un concetto distorto di libertà, privo di verità e responsabilità.
Una denuncia, quella di papa Wojtyla, che mi è tornata alla mente vedendo ciò che sta succedendo in Polonia in questi giorni, con masse di giovani polacchi nati nella libertà, non sotto il giogo comunista, che sono scesi in piazza per manifestare contro la sentenza con la quale il 22 ottobre (proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di San Giovanni Paolo II) la Corte costituzionale polacca ha dichiarato incostituzionale l'aborto in caso di possibile malattia o malformazioni del nascituro, il cosiddetto «aborto eugenetico». La presidente dell'Alta Corte, Julia Przylebska, ha infatti spiegato che la legge del 1993, che proibiva l'aborto salvo in caso di elevata probabilità di deterioramento irreversibile o di malattia incurabile, è «incompatibile» con la Costituzione polacca perché viola i diritti umani costituzionalmente protetti.
In Polonia l'aborto resta consentito in caso di gravidanza derivata da stupro o incesto e in caso di pericolo per la vita della madre, ma ai manifestanti questo non basta e parlano di violazione di un «diritto». Sebbene la decisione sia stata presa da un organo della giustizia, nel mirino c'è il governo e c'è anche la Chiesa, colpevole di aver commentato favorevolmente la sentenza dell'Alta Corte. La protesta ha assunto toni molto aspri, con chiese profanate e messe interrotte dai manifestanti. Poi c'è stato lo strajk kobiet, lo sciopero generale delle donne sia nel settore privato sia in quello pubblico.
Subito dopo la sentenza, il presidente della Conferenza episcopale polacca, monsignor Stanislaw Gadecki, ha dichiarato che il concetto di «vita non degna di essere vissuta» apre alla discriminazione e contraddice il principio di uno Stato democratico governato dalla legge. Parole che hanno scatenato la dura reazione della sinistra, dei cosiddetti gruppi pro choice e dell'arcipelago femminista.
Gli attacchi alle chiese mettono in luce una Polonia per ora minoritaria ma caratterizzata da una intolleranza feroce. Le sante messe sono state interrotte da esaltati che hanno pronunciato oscenità e insulti. Monumenti sacri sono stati vandalizzati, un prete è stato aggredito. Un giovane è finito all'ospedale, colpito duramente perché stava difendendo una statua di San Giovanni Paolo II.
In un sobborgo di Varsavia una statua di papa Wojtyla è stata vandalizzata da ignoti che hanno dipinto di rosso le mani del Pontefice santo, e durante una manifestazione di protesta pro aborto alcune donne hanno mostrato una pozza di sangue ai piedi di un'altra statua del Papa polacco.
Un'attivista pro vita, Kaja Godek, artefice del progetto Stop Abortion, ha chiesto la protezione della polizia dopo che gli attivisti pro aborto hanno reso pubblico il suo indirizzo, il telefono e la mail, con conseguenti minacce e atti vandalici contro la sua abitazione.
Anche i dati personali del giudice Krystyna Pawlowicz, di Bartlomiej Wróblewski, deputato del partito Diritto e Giustizia, e del presidente dell'associazione March of Independence, Robert Bakiewicz, sono stati resi pubblici. Giorni fa c'è stata una protesta davanti alla casa del giudice Pawlowicz. Tutti atti intimidatori.
La protesta a base di vandalismi e attacchi alle statue è affine a quelle che abbiamo visto negli Stati Uniti. Obiettivo dei facinorosi non è solo contestare un provvedimento legislativo, ma è la storia, la memoria, l'identità stessa di un popolo e di una nazione.
Già nel 1991, in visita ai suoi connazionali, papa Wojtyla, che vedeva avanzare a grandi passi un'idea di libertà travisata e immiserita, disse che «occorre essere rettamente educati prima che la libertà sia concessa. È necessaria una libertà matura, non un mito di libertà che in realtà schiavizza e degrada».
E ancora: «Dio è stato allontanato sotto pretesto della neutralità ideologica. Nei tempi cosiddetti moderni Cristo quale artefice dello spirito europeo è stato messo tra parentesi... Viviamo come se Dio non esistesse».
Il grande Papa vedeva lontano.
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La Segreteria di Stato prova a chiudere lo scandalo causato dal via libera del Papa alla tutela delle coppie omo inserito nel docufilm «Francesco». «Nessuna novità dottrinale», si legge nella nota ai nunzi. Ma resta il contrasto con gli atti del Sant'Uffizio di Joseph Ratzinger.Sentenza contro l'aborto in Polonia. Le femministe assaltano le chiese. La protesta conferma il monito di Karol Wojtyla sulla violenza di una libertà senza verità.Lo speciale contiene due articoli.Dopo alcune settimane di mistero e di interpretazioni, si scopre che la Segreteria di Stato vaticana ha fatto arrivare ai nunzi apostolici in giro per il mondo una nota di commento alle parole di papa Francesco presenti nel docufilm a lui dedicato dal regista russo Evgeny Afineevsky. Lo scopo, si legge nella nota pubblicata integralmente su Facebook dal nunzio in Messico Franco Coppola, vuole offrire «alcuni elementi utili, nel desiderio di favorire, per Sua (di papa Francesco, ndr) disposizione, un'adeguata comprensione delle parole del Santo Padre».Il fatto, su cui finora i media vaticani hanno calato solo un silenzio tombale, riguarda il passaggio in cui Francesco dice della necessità per le persone omosessuali di avere «una legge sulle unioni civili (ley de convivenci civil, ndr). In questo modo sono coperti legalmente». E aggiunge: «Mi sono battuto per questo». Tale affermazione appare in discontinuità con quanto espresso nella nota della Congregazione per la dottrina della fede del 2003 a firma del cardinale Joseph Ratzinger e approvata da papa Giovanni Paolo II. In quel documento si indica che non può esserci una equiparazione del matrimonio tra uomo e donna alle unioni tra persone dello stesso sesso, inoltre dal punto di vista dell'antropologia cristiana nemmeno si può approvare il «riconoscimento legale delle unioni omosessuali». La nota diffusa dalla Segreteria di Stato prova quindi a spiegare il montaggio che il regista del docufilm ha fatto estrapolando alcune risposte che il Papa aveva dato in un'intervista del 2019 alla vaticanista messicana Valentina Alazraky. I momenti che risalgono a quell'intervista, si legge nella nota, sono due, il primo riguarda le affermazioni di Francesco circa la «necessità che, all'interno della famiglia, il figlio o la figlia con orientamento omosessuale non siano mai discriminati». In questo caso la Segreteria di Stato cita un paragrafo della esortazione apostolica Amoris laetitia, il n. 250, e sostanzialmente nulla quaestio. Il secondo passaggio, invece, riguarda appunto la frase su cui finora nessuna spiegazione era stata data. Il riferimento, rivela finalmente la nota, è a una domanda della vaticanista Alazraky «inerente a una legge locale di dieci anni fa in Argentina sui “matrimoni egualitari di coppie dello stesso sesso" e l'opposizione dell'allora arcivescovo di Buenos Aires al riguardo». Francesco risponde che «è un'incongruenza parlare di matrimonio omosessuale aggiungendo che, in tale preciso contesto, aveva parlato del diritto di queste persone ad avere delle coperture legali: “Quello che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile; hanno diritto di essere coperti legalmente. Io ho difeso questo"». Siamo quindi alla famigerata frase che il Pontefice pronuncia nel docufilm, accanto alla quale la nota della Segreteria di Stato, probabilmente nel tentativo di trovare una quadra, affianca un'altra dichiarazione che Francesco ha fatto nel 2014 al Corriere della Sera: «Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall'esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l'assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà». Quindi, conclude la Segreteria di Stato, «è pertanto evidente che papa Francesco si sia riferito a determinate disposizioni statali, non certo alla dottrina della Chiesa, numerose volte ribadita nel corso degli anni». Insomma, come già avevano avvertito fin da subito gli interpreti del pontificato, padre Antonio Spadaro in primis, «la dottrina non cambia».Fatto salvo il catechismo della Chiesa cattolica, restano però alcune cose per nulla chiarite. La Segreteria di Stato, infatti, non dice una parola sul perché nel 2019 quella precisa dichiarazione del Papa era stata tagliata dalla intervista mandata in onda dalla televisione messicana. Chi, e perché, ha ritenuto, invece, di dover dare al regista Afineevsky la versione integrale di quell'intervista? E poi, cosa rilevante perché trattasi sempre di magistero, resta quell'odore di discontinuità tra le affermazioni del Papa e la nota firmata da Ratzinger e approvata da Giovanni Paolo II nel 2003. Si deve forse intendere che ora, purché non si equipari al matrimonio tra uomo e donna, la Chiesa possa approvare una tutela legale che riconosca le coppie omosessuali? Peraltro, il vescovo argentino Héctor Aguer, emerito di La Plata, ha ricordato in questi giorni alla stampa internazionale che «quando era ancora arcivescovo, l'allora cardinal Bergoglio, nel corso di un'assemblea plenaria della Conferenza episcopale argentina, propose di approvare la liceità delle unioni civili delle persone omosessuali da parte dello Stato, come una possibile alternativa a quello che si chiamava - e che si chiama - matrimonio egualitario».La nota chiarificatrice, arrivata con ampio ritardo, e nel silenzio assordante del dicastero della comunicazione vaticana, da questo punto di vista sembra risolvere poco. Il problema, come ha sottolineato il cardinale Gerhard Ludwig Müller alla Verità la scorsa settimana, è che quando «i nemici della Chiesa, gli atei e gli attivisti Lgbt sono interlocutori o interpreti del successore di Pietro», il rischio di creare ambiguità è dietro l'angolo e le toppe finiscono per non riuscire a coprire del tutto il buco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vaticano-sulle-unioni-gay-non-cambia-nulla-2648602450.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sentenza-contro-laborto-in-polonia-le-femministe-assaltano-le-chiese" data-post-id="2648602450" data-published-at="1604406033" data-use-pagination="False"> Sentenza contro l’aborto in Polonia. Le femministe assaltano le chiese Ricordo che nel 2002, quando visitò la Polonia per l'ottava e ultima volta, Giovanni Paolo II, molto anziano e già malato, fece ricorso a tutte le forze per denunciare che anche la sua patria, condizionata da «una rumorosa propaganda», stava ormai per consegnarsi a un concetto distorto di libertà, privo di verità e responsabilità. Una denuncia, quella di papa Wojtyla, che mi è tornata alla mente vedendo ciò che sta succedendo in Polonia in questi giorni, con masse di giovani polacchi nati nella libertà, non sotto il giogo comunista, che sono scesi in piazza per manifestare contro la sentenza con la quale il 22 ottobre (proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di San Giovanni Paolo II) la Corte costituzionale polacca ha dichiarato incostituzionale l'aborto in caso di possibile malattia o malformazioni del nascituro, il cosiddetto «aborto eugenetico». La presidente dell'Alta Corte, Julia Przylebska, ha infatti spiegato che la legge del 1993, che proibiva l'aborto salvo in caso di elevata probabilità di deterioramento irreversibile o di malattia incurabile, è «incompatibile» con la Costituzione polacca perché viola i diritti umani costituzionalmente protetti. In Polonia l'aborto resta consentito in caso di gravidanza derivata da stupro o incesto e in caso di pericolo per la vita della madre, ma ai manifestanti questo non basta e parlano di violazione di un «diritto». Sebbene la decisione sia stata presa da un organo della giustizia, nel mirino c'è il governo e c'è anche la Chiesa, colpevole di aver commentato favorevolmente la sentenza dell'Alta Corte. La protesta ha assunto toni molto aspri, con chiese profanate e messe interrotte dai manifestanti. Poi c'è stato lo strajk kobiet, lo sciopero generale delle donne sia nel settore privato sia in quello pubblico. Subito dopo la sentenza, il presidente della Conferenza episcopale polacca, monsignor Stanislaw Gadecki, ha dichiarato che il concetto di «vita non degna di essere vissuta» apre alla discriminazione e contraddice il principio di uno Stato democratico governato dalla legge. Parole che hanno scatenato la dura reazione della sinistra, dei cosiddetti gruppi pro choice e dell'arcipelago femminista. Gli attacchi alle chiese mettono in luce una Polonia per ora minoritaria ma caratterizzata da una intolleranza feroce. Le sante messe sono state interrotte da esaltati che hanno pronunciato oscenità e insulti. Monumenti sacri sono stati vandalizzati, un prete è stato aggredito. Un giovane è finito all'ospedale, colpito duramente perché stava difendendo una statua di San Giovanni Paolo II. In un sobborgo di Varsavia una statua di papa Wojtyla è stata vandalizzata da ignoti che hanno dipinto di rosso le mani del Pontefice santo, e durante una manifestazione di protesta pro aborto alcune donne hanno mostrato una pozza di sangue ai piedi di un'altra statua del Papa polacco. Un'attivista pro vita, Kaja Godek, artefice del progetto Stop Abortion, ha chiesto la protezione della polizia dopo che gli attivisti pro aborto hanno reso pubblico il suo indirizzo, il telefono e la mail, con conseguenti minacce e atti vandalici contro la sua abitazione. Anche i dati personali del giudice Krystyna Pawlowicz, di Bartlomiej Wróblewski, deputato del partito Diritto e Giustizia, e del presidente dell'associazione March of Independence, Robert Bakiewicz, sono stati resi pubblici. Giorni fa c'è stata una protesta davanti alla casa del giudice Pawlowicz. Tutti atti intimidatori. La protesta a base di vandalismi e attacchi alle statue è affine a quelle che abbiamo visto negli Stati Uniti. Obiettivo dei facinorosi non è solo contestare un provvedimento legislativo, ma è la storia, la memoria, l'identità stessa di un popolo e di una nazione. Già nel 1991, in visita ai suoi connazionali, papa Wojtyla, che vedeva avanzare a grandi passi un'idea di libertà travisata e immiserita, disse che «occorre essere rettamente educati prima che la libertà sia concessa. È necessaria una libertà matura, non un mito di libertà che in realtà schiavizza e degrada». E ancora: «Dio è stato allontanato sotto pretesto della neutralità ideologica. Nei tempi cosiddetti moderni Cristo quale artefice dello spirito europeo è stato messo tra parentesi... Viviamo come se Dio non esistesse». Il grande Papa vedeva lontano.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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