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2020-11-03
Il Vaticano: sulle unioni gay non cambia nulla
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Dopo alcune settimane di mistero e di interpretazioni, si scopre che la Segreteria di Stato vaticana ha fatto arrivare ai nunzi apostolici in giro per il mondo una nota di commento alle parole di papa Francesco presenti nel docufilm a lui dedicato dal regista russo Evgeny Afineevsky. Lo scopo, si legge nella nota pubblicata integralmente su Facebook dal nunzio in Messico Franco Coppola, vuole offrire «alcuni elementi utili, nel desiderio di favorire, per Sua (di papa Francesco, ndr) disposizione, un'adeguata comprensione delle parole del Santo Padre».
Il fatto, su cui finora i media vaticani hanno calato solo un silenzio tombale, riguarda il passaggio in cui Francesco dice della necessità per le persone omosessuali di avere «una legge sulle unioni civili (ley de convivenci civil, ndr). In questo modo sono coperti legalmente». E aggiunge: «Mi sono battuto per questo». Tale affermazione appare in discontinuità con quanto espresso nella nota della Congregazione per la dottrina della fede del 2003 a firma del cardinale Joseph Ratzinger e approvata da papa Giovanni Paolo II. In quel documento si indica che non può esserci una equiparazione del matrimonio tra uomo e donna alle unioni tra persone dello stesso sesso, inoltre dal punto di vista dell'antropologia cristiana nemmeno si può approvare il «riconoscimento legale delle unioni omosessuali».
La nota diffusa dalla Segreteria di Stato prova quindi a spiegare il montaggio che il regista del docufilm ha fatto estrapolando alcune risposte che il Papa aveva dato in un'intervista del 2019 alla vaticanista messicana Valentina Alazraky. I momenti che risalgono a quell'intervista, si legge nella nota, sono due, il primo riguarda le affermazioni di Francesco circa la «necessità che, all'interno della famiglia, il figlio o la figlia con orientamento omosessuale non siano mai discriminati». In questo caso la Segreteria di Stato cita un paragrafo della esortazione apostolica Amoris laetitia, il n. 250, e sostanzialmente nulla quaestio. Il secondo passaggio, invece, riguarda appunto la frase su cui finora nessuna spiegazione era stata data. Il riferimento, rivela finalmente la nota, è a una domanda della vaticanista Alazraky «inerente a una legge locale di dieci anni fa in Argentina sui “matrimoni egualitari di coppie dello stesso sesso" e l'opposizione dell'allora arcivescovo di Buenos Aires al riguardo». Francesco risponde che «è un'incongruenza parlare di matrimonio omosessuale aggiungendo che, in tale preciso contesto, aveva parlato del diritto di queste persone ad avere delle coperture legali: “Quello che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile; hanno diritto di essere coperti legalmente. Io ho difeso questo"».
Siamo quindi alla famigerata frase che il Pontefice pronuncia nel docufilm, accanto alla quale la nota della Segreteria di Stato, probabilmente nel tentativo di trovare una quadra, affianca un'altra dichiarazione che Francesco ha fatto nel 2014 al Corriere della Sera: «Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall'esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l'assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà». Quindi, conclude la Segreteria di Stato, «è pertanto evidente che papa Francesco si sia riferito a determinate disposizioni statali, non certo alla dottrina della Chiesa, numerose volte ribadita nel corso degli anni». Insomma, come già avevano avvertito fin da subito gli interpreti del pontificato, padre Antonio Spadaro in primis, «la dottrina non cambia».
Fatto salvo il catechismo della Chiesa cattolica, restano però alcune cose per nulla chiarite. La Segreteria di Stato, infatti, non dice una parola sul perché nel 2019 quella precisa dichiarazione del Papa era stata tagliata dalla intervista mandata in onda dalla televisione messicana. Chi, e perché, ha ritenuto, invece, di dover dare al regista Afineevsky la versione integrale di quell'intervista? E poi, cosa rilevante perché trattasi sempre di magistero, resta quell'odore di discontinuità tra le affermazioni del Papa e la nota firmata da Ratzinger e approvata da Giovanni Paolo II nel 2003. Si deve forse intendere che ora, purché non si equipari al matrimonio tra uomo e donna, la Chiesa possa approvare una tutela legale che riconosca le coppie omosessuali?
Peraltro, il vescovo argentino Héctor Aguer, emerito di La Plata, ha ricordato in questi giorni alla stampa internazionale che «quando era ancora arcivescovo, l'allora cardinal Bergoglio, nel corso di un'assemblea plenaria della Conferenza episcopale argentina, propose di approvare la liceità delle unioni civili delle persone omosessuali da parte dello Stato, come una possibile alternativa a quello che si chiamava - e che si chiama - matrimonio egualitario».
La nota chiarificatrice, arrivata con ampio ritardo, e nel silenzio assordante del dicastero della comunicazione vaticana, da questo punto di vista sembra risolvere poco. Il problema, come ha sottolineato il cardinale Gerhard Ludwig Müller alla Verità la scorsa settimana, è che quando «i nemici della Chiesa, gli atei e gli attivisti Lgbt sono interlocutori o interpreti del successore di Pietro», il rischio di creare ambiguità è dietro l'angolo e le toppe finiscono per non riuscire a coprire del tutto il buco.
Sentenza contro l’aborto in Polonia. Le femministe assaltano le chiese
Ricordo che nel 2002, quando visitò la Polonia per l'ottava e ultima volta, Giovanni Paolo II, molto anziano e già malato, fece ricorso a tutte le forze per denunciare che anche la sua patria, condizionata da «una rumorosa propaganda», stava ormai per consegnarsi a un concetto distorto di libertà, privo di verità e responsabilità.
Una denuncia, quella di papa Wojtyla, che mi è tornata alla mente vedendo ciò che sta succedendo in Polonia in questi giorni, con masse di giovani polacchi nati nella libertà, non sotto il giogo comunista, che sono scesi in piazza per manifestare contro la sentenza con la quale il 22 ottobre (proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di San Giovanni Paolo II) la Corte costituzionale polacca ha dichiarato incostituzionale l'aborto in caso di possibile malattia o malformazioni del nascituro, il cosiddetto «aborto eugenetico». La presidente dell'Alta Corte, Julia Przylebska, ha infatti spiegato che la legge del 1993, che proibiva l'aborto salvo in caso di elevata probabilità di deterioramento irreversibile o di malattia incurabile, è «incompatibile» con la Costituzione polacca perché viola i diritti umani costituzionalmente protetti.
In Polonia l'aborto resta consentito in caso di gravidanza derivata da stupro o incesto e in caso di pericolo per la vita della madre, ma ai manifestanti questo non basta e parlano di violazione di un «diritto». Sebbene la decisione sia stata presa da un organo della giustizia, nel mirino c'è il governo e c'è anche la Chiesa, colpevole di aver commentato favorevolmente la sentenza dell'Alta Corte. La protesta ha assunto toni molto aspri, con chiese profanate e messe interrotte dai manifestanti. Poi c'è stato lo strajk kobiet, lo sciopero generale delle donne sia nel settore privato sia in quello pubblico.
Subito dopo la sentenza, il presidente della Conferenza episcopale polacca, monsignor Stanislaw Gadecki, ha dichiarato che il concetto di «vita non degna di essere vissuta» apre alla discriminazione e contraddice il principio di uno Stato democratico governato dalla legge. Parole che hanno scatenato la dura reazione della sinistra, dei cosiddetti gruppi pro choice e dell'arcipelago femminista.
Gli attacchi alle chiese mettono in luce una Polonia per ora minoritaria ma caratterizzata da una intolleranza feroce. Le sante messe sono state interrotte da esaltati che hanno pronunciato oscenità e insulti. Monumenti sacri sono stati vandalizzati, un prete è stato aggredito. Un giovane è finito all'ospedale, colpito duramente perché stava difendendo una statua di San Giovanni Paolo II.
In un sobborgo di Varsavia una statua di papa Wojtyla è stata vandalizzata da ignoti che hanno dipinto di rosso le mani del Pontefice santo, e durante una manifestazione di protesta pro aborto alcune donne hanno mostrato una pozza di sangue ai piedi di un'altra statua del Papa polacco.
Un'attivista pro vita, Kaja Godek, artefice del progetto Stop Abortion, ha chiesto la protezione della polizia dopo che gli attivisti pro aborto hanno reso pubblico il suo indirizzo, il telefono e la mail, con conseguenti minacce e atti vandalici contro la sua abitazione.
Anche i dati personali del giudice Krystyna Pawlowicz, di Bartlomiej Wróblewski, deputato del partito Diritto e Giustizia, e del presidente dell'associazione March of Independence, Robert Bakiewicz, sono stati resi pubblici. Giorni fa c'è stata una protesta davanti alla casa del giudice Pawlowicz. Tutti atti intimidatori.
La protesta a base di vandalismi e attacchi alle statue è affine a quelle che abbiamo visto negli Stati Uniti. Obiettivo dei facinorosi non è solo contestare un provvedimento legislativo, ma è la storia, la memoria, l'identità stessa di un popolo e di una nazione.
Già nel 1991, in visita ai suoi connazionali, papa Wojtyla, che vedeva avanzare a grandi passi un'idea di libertà travisata e immiserita, disse che «occorre essere rettamente educati prima che la libertà sia concessa. È necessaria una libertà matura, non un mito di libertà che in realtà schiavizza e degrada».
E ancora: «Dio è stato allontanato sotto pretesto della neutralità ideologica. Nei tempi cosiddetti moderni Cristo quale artefice dello spirito europeo è stato messo tra parentesi... Viviamo come se Dio non esistesse».
Il grande Papa vedeva lontano.
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La Segreteria di Stato prova a chiudere lo scandalo causato dal via libera del Papa alla tutela delle coppie omo inserito nel docufilm «Francesco». «Nessuna novità dottrinale», si legge nella nota ai nunzi. Ma resta il contrasto con gli atti del Sant'Uffizio di Joseph Ratzinger.Sentenza contro l'aborto in Polonia. Le femministe assaltano le chiese. La protesta conferma il monito di Karol Wojtyla sulla violenza di una libertà senza verità.Lo speciale contiene due articoli.Dopo alcune settimane di mistero e di interpretazioni, si scopre che la Segreteria di Stato vaticana ha fatto arrivare ai nunzi apostolici in giro per il mondo una nota di commento alle parole di papa Francesco presenti nel docufilm a lui dedicato dal regista russo Evgeny Afineevsky. Lo scopo, si legge nella nota pubblicata integralmente su Facebook dal nunzio in Messico Franco Coppola, vuole offrire «alcuni elementi utili, nel desiderio di favorire, per Sua (di papa Francesco, ndr) disposizione, un'adeguata comprensione delle parole del Santo Padre».Il fatto, su cui finora i media vaticani hanno calato solo un silenzio tombale, riguarda il passaggio in cui Francesco dice della necessità per le persone omosessuali di avere «una legge sulle unioni civili (ley de convivenci civil, ndr). In questo modo sono coperti legalmente». E aggiunge: «Mi sono battuto per questo». Tale affermazione appare in discontinuità con quanto espresso nella nota della Congregazione per la dottrina della fede del 2003 a firma del cardinale Joseph Ratzinger e approvata da papa Giovanni Paolo II. In quel documento si indica che non può esserci una equiparazione del matrimonio tra uomo e donna alle unioni tra persone dello stesso sesso, inoltre dal punto di vista dell'antropologia cristiana nemmeno si può approvare il «riconoscimento legale delle unioni omosessuali». La nota diffusa dalla Segreteria di Stato prova quindi a spiegare il montaggio che il regista del docufilm ha fatto estrapolando alcune risposte che il Papa aveva dato in un'intervista del 2019 alla vaticanista messicana Valentina Alazraky. I momenti che risalgono a quell'intervista, si legge nella nota, sono due, il primo riguarda le affermazioni di Francesco circa la «necessità che, all'interno della famiglia, il figlio o la figlia con orientamento omosessuale non siano mai discriminati». In questo caso la Segreteria di Stato cita un paragrafo della esortazione apostolica Amoris laetitia, il n. 250, e sostanzialmente nulla quaestio. Il secondo passaggio, invece, riguarda appunto la frase su cui finora nessuna spiegazione era stata data. Il riferimento, rivela finalmente la nota, è a una domanda della vaticanista Alazraky «inerente a una legge locale di dieci anni fa in Argentina sui “matrimoni egualitari di coppie dello stesso sesso" e l'opposizione dell'allora arcivescovo di Buenos Aires al riguardo». Francesco risponde che «è un'incongruenza parlare di matrimonio omosessuale aggiungendo che, in tale preciso contesto, aveva parlato del diritto di queste persone ad avere delle coperture legali: “Quello che dobbiamo fare è una legge di convivenza civile; hanno diritto di essere coperti legalmente. Io ho difeso questo"». Siamo quindi alla famigerata frase che il Pontefice pronuncia nel docufilm, accanto alla quale la nota della Segreteria di Stato, probabilmente nel tentativo di trovare una quadra, affianca un'altra dichiarazione che Francesco ha fatto nel 2014 al Corriere della Sera: «Il matrimonio è fra un uomo e una donna. Gli Stati laici vogliono giustificare le unioni civili per regolare diverse situazioni di convivenza, spinti dall'esigenza di regolare aspetti economici fra le persone, come ad esempio assicurare l'assistenza sanitaria. Si tratta di patti di convivenza di varia natura, di cui non saprei elencare le diverse forme. Bisogna vedere i diversi casi e valutarli nella loro varietà». Quindi, conclude la Segreteria di Stato, «è pertanto evidente che papa Francesco si sia riferito a determinate disposizioni statali, non certo alla dottrina della Chiesa, numerose volte ribadita nel corso degli anni». Insomma, come già avevano avvertito fin da subito gli interpreti del pontificato, padre Antonio Spadaro in primis, «la dottrina non cambia».Fatto salvo il catechismo della Chiesa cattolica, restano però alcune cose per nulla chiarite. La Segreteria di Stato, infatti, non dice una parola sul perché nel 2019 quella precisa dichiarazione del Papa era stata tagliata dalla intervista mandata in onda dalla televisione messicana. Chi, e perché, ha ritenuto, invece, di dover dare al regista Afineevsky la versione integrale di quell'intervista? E poi, cosa rilevante perché trattasi sempre di magistero, resta quell'odore di discontinuità tra le affermazioni del Papa e la nota firmata da Ratzinger e approvata da Giovanni Paolo II nel 2003. Si deve forse intendere che ora, purché non si equipari al matrimonio tra uomo e donna, la Chiesa possa approvare una tutela legale che riconosca le coppie omosessuali? Peraltro, il vescovo argentino Héctor Aguer, emerito di La Plata, ha ricordato in questi giorni alla stampa internazionale che «quando era ancora arcivescovo, l'allora cardinal Bergoglio, nel corso di un'assemblea plenaria della Conferenza episcopale argentina, propose di approvare la liceità delle unioni civili delle persone omosessuali da parte dello Stato, come una possibile alternativa a quello che si chiamava - e che si chiama - matrimonio egualitario».La nota chiarificatrice, arrivata con ampio ritardo, e nel silenzio assordante del dicastero della comunicazione vaticana, da questo punto di vista sembra risolvere poco. Il problema, come ha sottolineato il cardinale Gerhard Ludwig Müller alla Verità la scorsa settimana, è che quando «i nemici della Chiesa, gli atei e gli attivisti Lgbt sono interlocutori o interpreti del successore di Pietro», il rischio di creare ambiguità è dietro l'angolo e le toppe finiscono per non riuscire a coprire del tutto il buco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-vaticano-sulle-unioni-gay-non-cambia-nulla-2648602450.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sentenza-contro-laborto-in-polonia-le-femministe-assaltano-le-chiese" data-post-id="2648602450" data-published-at="1604406033" data-use-pagination="False"> Sentenza contro l’aborto in Polonia. Le femministe assaltano le chiese Ricordo che nel 2002, quando visitò la Polonia per l'ottava e ultima volta, Giovanni Paolo II, molto anziano e già malato, fece ricorso a tutte le forze per denunciare che anche la sua patria, condizionata da «una rumorosa propaganda», stava ormai per consegnarsi a un concetto distorto di libertà, privo di verità e responsabilità. Una denuncia, quella di papa Wojtyla, che mi è tornata alla mente vedendo ciò che sta succedendo in Polonia in questi giorni, con masse di giovani polacchi nati nella libertà, non sotto il giogo comunista, che sono scesi in piazza per manifestare contro la sentenza con la quale il 22 ottobre (proprio nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di San Giovanni Paolo II) la Corte costituzionale polacca ha dichiarato incostituzionale l'aborto in caso di possibile malattia o malformazioni del nascituro, il cosiddetto «aborto eugenetico». La presidente dell'Alta Corte, Julia Przylebska, ha infatti spiegato che la legge del 1993, che proibiva l'aborto salvo in caso di elevata probabilità di deterioramento irreversibile o di malattia incurabile, è «incompatibile» con la Costituzione polacca perché viola i diritti umani costituzionalmente protetti. In Polonia l'aborto resta consentito in caso di gravidanza derivata da stupro o incesto e in caso di pericolo per la vita della madre, ma ai manifestanti questo non basta e parlano di violazione di un «diritto». Sebbene la decisione sia stata presa da un organo della giustizia, nel mirino c'è il governo e c'è anche la Chiesa, colpevole di aver commentato favorevolmente la sentenza dell'Alta Corte. La protesta ha assunto toni molto aspri, con chiese profanate e messe interrotte dai manifestanti. Poi c'è stato lo strajk kobiet, lo sciopero generale delle donne sia nel settore privato sia in quello pubblico. Subito dopo la sentenza, il presidente della Conferenza episcopale polacca, monsignor Stanislaw Gadecki, ha dichiarato che il concetto di «vita non degna di essere vissuta» apre alla discriminazione e contraddice il principio di uno Stato democratico governato dalla legge. Parole che hanno scatenato la dura reazione della sinistra, dei cosiddetti gruppi pro choice e dell'arcipelago femminista. Gli attacchi alle chiese mettono in luce una Polonia per ora minoritaria ma caratterizzata da una intolleranza feroce. Le sante messe sono state interrotte da esaltati che hanno pronunciato oscenità e insulti. Monumenti sacri sono stati vandalizzati, un prete è stato aggredito. Un giovane è finito all'ospedale, colpito duramente perché stava difendendo una statua di San Giovanni Paolo II. In un sobborgo di Varsavia una statua di papa Wojtyla è stata vandalizzata da ignoti che hanno dipinto di rosso le mani del Pontefice santo, e durante una manifestazione di protesta pro aborto alcune donne hanno mostrato una pozza di sangue ai piedi di un'altra statua del Papa polacco. Un'attivista pro vita, Kaja Godek, artefice del progetto Stop Abortion, ha chiesto la protezione della polizia dopo che gli attivisti pro aborto hanno reso pubblico il suo indirizzo, il telefono e la mail, con conseguenti minacce e atti vandalici contro la sua abitazione. Anche i dati personali del giudice Krystyna Pawlowicz, di Bartlomiej Wróblewski, deputato del partito Diritto e Giustizia, e del presidente dell'associazione March of Independence, Robert Bakiewicz, sono stati resi pubblici. Giorni fa c'è stata una protesta davanti alla casa del giudice Pawlowicz. Tutti atti intimidatori. La protesta a base di vandalismi e attacchi alle statue è affine a quelle che abbiamo visto negli Stati Uniti. Obiettivo dei facinorosi non è solo contestare un provvedimento legislativo, ma è la storia, la memoria, l'identità stessa di un popolo e di una nazione. Già nel 1991, in visita ai suoi connazionali, papa Wojtyla, che vedeva avanzare a grandi passi un'idea di libertà travisata e immiserita, disse che «occorre essere rettamente educati prima che la libertà sia concessa. È necessaria una libertà matura, non un mito di libertà che in realtà schiavizza e degrada». E ancora: «Dio è stato allontanato sotto pretesto della neutralità ideologica. Nei tempi cosiddetti moderni Cristo quale artefice dello spirito europeo è stato messo tra parentesi... Viviamo come se Dio non esistesse». Il grande Papa vedeva lontano.
Alexander Isak (Ansa)
Il giocatore prometteva bene, dopo la buona stagione dell'anno passato al Newcastle. Ma non è andata come si sperava. Alla fine è arrivato anche uno stop fisico che ha interrotto un inserimento già complicato, con pochi gol e assist. Prima dell’infortunio il contributo in campionato dello svedese è stato modesto, insufficiente per un investimento di quella portata. Nello stesso mercato, sempre ad Anfield, è arrivato Florian Wirtz, operazione da oltre cento milioni complessivi. Talento indiscutibile, estetica raffinata, ma numeri a lungo assenti: poche reti, pochi assist, un impatto inferiore a quello che il prezzo faceva sognare. È la distanza tra bellezza e incisività, che nel calcio moderno pesa quanto un risultato.
Il Manchester United ha vissuto una dinamica simile con Matheus Cunha. Pagato circa 62 milioni di sterline, quasi 72 milioni di euro, doveva portare dal Wolverhampton strappi, creatività e gol. Finora ha restituito poco sul piano statistico, appena tre reti, lasciando la sensazione di un acquisto ancora fuori fase rispetto al contesto e alle aspettative. Non è una bocciatura definitiva, ma è l’ennesima dimostrazione di come in Premier il costo amplifichi tutto: giudizi, pressione, fretta.In Serie A le cifre sono più contenute, ma le delusioni seguono una logica simile. Il Milan ha investito circa 37 milioni per Christopher Nkunku, un’operazione importante per il calcio italiano. L’impatto, però, è stato marginale: presenza discontinua, pochi minuti realmente decisivi, nessuna svolta offensiva. Sono arrivati tre gol, uno in Coppa Italia e due in campionato. Negli ultimi giorni si è parlato di una sua possibile cessione in Turchia. Ma domani a quanto pare sarà titolare nella trasferta di Cagliari.
Ancora più sfortunata la vicenda di Ardon Jashari, pagato oltre 35 milioni e fermato quasi subito da un grave infortunio. Qui il mercato si è scontrato con il fattore più imprevedibile: il corpo. Il prezzo resta a bilancio, il rendimento resta sospeso.Eppure, mentre i riflettori seguono i grandi assegni, il calcio continua a produrre valore lontano dalle copertine. In Premier League i casi più interessanti nascono spesso da investimenti medi o bassi, non da quelli monstre. Il Sunderland ha trovato stabilità grazie a Robin Roefs, portiere pagato poco più di 9 milioni di sterline, diventato titolare affidabile con una serie di clean sheet che valgono punti veri. Il Crystal Palacs ha puntato su un mercato contenuto, spendendo 55 milioni di euro e ottenendo rendimento immediato senza dover trasformare giocatori in simboli. Il Brighton continua a confermare il suo modello: esterni offensivi e centrocampisti pagati tra i 12 e i 18 milioni che garantiscono intensità, assist e sostenibilità. La squadra è a metà classifica, ad appena 8 lunghezze dal Liverpool. In Italia il discorso è ancora più netto. L’Atalanta ha investito circa 17 milioni per Nicola Zalewski, ottenendo corsa, duttilità e continuità. Anche la Juventus, con un mercato da 200 milioni di euro, non ha ricevuto al momento quanto sperato dalle novità arrivate. Anche se Edon Zhegrova e Jonathan David sembrano a poco a poco ingranare. Di sicuro uno dei colpi migliori dei bianconeri degli ultimi anni è stato Khéphren Thuram, pagato intorno ai 20 milioni, si è dimostrato un centrocampista dominante per presenza e affidabilità. Il Bologna ha costruito un’altra stagione solida su acquisti sotto i 10–12 milioni, trasformati in titolari grazie a un sistema che valorizza il collettivo più del nome. E poi c’è il caso che racconta meglio di tutti il senso di questa stagione: Adrien Rabiot al Milan. Arrivato senza costo di cartellino, solo con il peso dell’ingaggio, è diventato subito uno dei perni del centrocampo, con minuti, leadership e inserimenti decisivi. Nessuna cifra-record a schiacciarlo, solo rendimento. Il paradosso è evidente.
I flop più fragorosi nascono quasi sempre dall’eccesso, dall’illusione che il mercato possa comprare certezze. I successi più solidi emergono dalla misura: 8, 10, 15, 20 milioni spesi bene possono incidere più di investimenti cinque volte superiori. Spendere tanto non significa sbagliare, ma significa alzare l’asticella del giudizio, trasformare ogni partita in un processo. Spendere meno consente al calcio di respirare, di crescere senza rumore. E ora, con l’apertura imminente della finestra di mercato di gennaio, questo equilibrio tornerà al centro delle scelte: per correggere errori costosi, ma anche per dimostrare, ancora una volta, che nel calcio il valore vero non si compra a colpi di milioni, si costruisce sul campo.
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Iain McGilchrist
Lo psichiatra Iain McGilchrist sfida i cliché sugli emisferi cerebrali: non solo logica e creatività, ma due modi di percepire il mondo. Il predominio del sinistro rischia di impoverire esperienze, relazioni e senso profondo della vita, mentre l’equilibrio favorisce consapevolezza e umanità.
Da oltre un secolo la neuroscienza indaga le differenze tra emisfero destro ed emisfero sinistro, spesso semplificandole in cliché: creatività contro logica, immaginazione contro razionalità. Tuttavia, il lavoro dello psichiatra e filosofo britannico Iain McGilchrist, già consulente presso il Maudsley Hospital di Londra e Fellow di Oxford, riporta la discussione a una profondità che il dibattito pubblico raramente tocca.
Il suo saggio monumentale The Master and His Emissary (2009) ha scosso, all’epoca, il panorama scientifico e culturale, proponendo un’interpretazione radicale: non è solo questione di funzioni diverse, ma di modi di rapportarsi al mondo. In base a quale emisfero «domini» l’esperienza, l’essere umano svilupperebbe comportamenti, strutture sociali e persino visioni della realtà profondamente differenti.
Il cuore del pensiero di McGilchrist si concentra sull’idea che i due emisferi non siano due «metà» equivalenti, bensì due attitudini cognitive perennemente in contatto e comunicanti.
Secondo lo psichiatra inglese l’emisfero sinistro tende a frammentare la realtà, analizzarla, renderla gestibile e quantificabile. Predilige il controllo, la classificazione, il linguaggio (tecnico e non solo), la manipolazione degli oggetti. Mentre l’emisfero destro coglie la visione d’insieme, il contesto, le relazioni. È attento all’ambiguità, all’empatia, ai volti, ai significati non letterali. È l’emisfero della presenza nel mondo.
McGilchrist non parla di «buono» o «cattivo», ma di un equilibrio funzionale che sarebbe la base di un’esistenza sana. L’emisfero destro, più aperto e ricettivo, «vede» il cosmo terrestre e cerca di coglierne i significati nascosti, quelli che vadano oltre la materialità intrinseca; il sinistro, più operativo, pragmatico e laborioso, «lo ghermisce». L’eventuale problema che potrebbe sorgere, secondo lo psichiatra, è quando quest'ultimo emisfero arrivi a prendere il sopravvento sull’altro.
È qui che risiede il nucleo della tesi di McGilchrist: la cultura occidentale contemporanea avrebbe gradualmente favorito, consciamente o inconsciamente, la prospettiva dell’area cerebrale sinistra: procedure rigide, eccesso di astrazione, iper-specializzazione, predominanza del linguaggio tecnico, eccessiva burocratizzazione, il tutto accompagnato da uno smarrimento sistematico del significato profondo delle esperienze umane.
Sulla scia di questa supremazia deleteria, l’individuo rischierebbe di perdere interi pezzi di sé: creatività autentica, intuizione, compassione, una connessione naturale con tutto ciò che lo circonda e, infine, una bussola etica-morale che esuli dalle mere logiche schematiche di produttività.
L’ignorare tale andamento potrebbe portare a diverse gravi conseguenze sia individuali che sociali. Alcuni esempi concreti: una forte tendenza all’alienazione con conseguente disgregazione dei legami sociali, oppure l’invalidazione di qualsiasi esperienza umana emotiva con risultante sensazione di vuoto e depressione.
Secondo McGilchrist, infatti, questo non è solo un tema psicologico del singolo, ma anche un parametro necessario per misurare il benessere collettivo generale. Quando una società privilegia la logica frammentaria e riduzionista, può finire per costruire istituzioni e modelli economici che ne riflettono la stessa visione arida e impoverita.
Al centro del messaggio dell’opera dello psichiatra c’è un invito che suona sorprendentemente semplice: recuperare una percezione integrale dell’esistenza. Non rifiutare l’analisi, ma restituirla al suo posto naturale: un’abilità al servizio di una comprensione più ampia e profonda.
L’emisfero destro, nella prospettiva di McGilchrist, non è il sognatore ingenuo, ma il custode silenzioso di un sapere più antico, capace di intuire complessità che sfuggono ai meccanismi lineari di quello sinistro, elaborando simboli e indizi cognitivi che si nascondono dietro il velo della realtà sensibile.
Le teorie sopra riportate non sono prive di critiche. Alcuni neuroscienziati ritengono eccessivo attribuire caratteri quasi «personalistici» agli emisferi cerebrali, definendolo un approccio troppo riduttivo e un artifizio atto solo a semplificare una materia ancora assai ricca di incognite. Altri, invece, apprezzano la sintesi interdisciplinare elaborata dal britannico, che unisce neuropsicologia, filosofia, storia e antropologia; tuttavia, invitano alla cautela nel generalizzare e a un prudente uso delle metafore divulgative. Ciò che nessuno nega, però, è che il lavoro del medico londinese abbia riportato al centro della discussione un interrogativo essenziale: come la nostra mente costruisce il mondo.
In un’epoca dominata dalla velocità, dalla semplificazione e dall’automazione, l’opera di Iain McGilchrist riecheggia come un invito a recuperare la dimensione umana più ampia: quella capace di ascoltare, di percepire, di vedere oltre la superficie.
In altre parole, a ristabilire un valido e fruttuoso equilibrio tra le due grandi «voci» della nostra mente, nella speranza che capendo maggiormente noi stessi si possa arrivare a comprendere maggiormente anche l’esistenza tutta.
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Ansa
Oggi la Bulgaria entra ufficialmente nell’euro, diventando il 21° Paese della zona euro. Nonostante i vantaggi economici e l’integrazione nell’Eurosistema, circa la metà della popolazione rimane scettica, legata al lev e preoccupata per possibili aumenti dei prezzi. Tra le incertezze politiche e la propaganda filorussa, l’adozione della moneta unica avviene in un Paese ancora instabile e diviso sull’Europa.
Da oggi primo gennaio la Bulgaria utilizza ufficialmente l’euro, diventando il ventunesimo Stato membro dell’Unione europea ad adottare la moneta unica. A quasi vent’anni dall’ingresso nell’Ue, Sofia archivia il lev e completa un percorso di integrazione avviato nel 2007 e formalizzato con la decisione adottata la scorsa estate, che ha fissato il tasso di conversione irrevocabile a 1,95583 lev per un euro.
Con l’adozione della moneta unica, la Banca nazionale di Bulgaria entra a pieno titolo nell’Eurosistema e il suo governatore prende posto nel Consiglio direttivo della Banca centrale europea. La Bce ha celebrato l’ingresso di Sofia proiettando un’installazione luminosa sulla facciata della sede di Francoforte, come simbolo dell’unità dei 358 milioni di cittadini che utilizzano l’euro.
«Un caloroso benvenuto alla Bulgaria nella famiglia dell’euro», ha dichiarato la presidente della Bce Christine Lagarde, sottolineando come la moneta unica rappresenti un segno concreto della capacità europea di agire insieme e di affrontare un contesto geopolitico segnato da forti incertezze. In un messaggio diffuso sui social, Lagarde ha anche evocato simbolicamente un brindisi con un vino bulgaro per salutare l’ingresso del nuovo Paese membro.
Dal punto di vista istituzionale, l’adesione comporta l’ingresso della banca centrale bulgara nel Meccanismo di vigilanza unico, sebbene una cooperazione rafforzata fosse già attiva dal 2020. La Bce assume ora la vigilanza diretta su quattro istituti bancari significativi e la supervisione di altri diciassette enti meno rilevanti. Sofia partecipa inoltre ai servizi Target dell’Eurosistema, che garantiscono la circolazione di pagamenti, titoli e garanzie in tutta l’area euro. Le controparti bulgare potranno accedere alle operazioni di mercato aperto annunciate dalla Bce a partire dal 2026.
Sul piano economico, secondo la stessa Lagarde, l’euro dovrebbe favorire scambi più fluidi, ridurre i costi di finanziamento e contribuire a una maggiore stabilità dei prezzi, con risparmi stimati per le imprese legati alla fine delle commissioni di cambio. L’impatto sull’inflazione, sempre secondo la Bce, dovrebbe essere contenuto e temporaneo.
L’ingresso nell’eurozona avviene però in un contesto interno complesso. In Bulgaria il passaggio alla moneta unica divide l’opinione pubblica: secondo i sondaggi, una parte consistente della popolazione avrebbe preferito mantenere il lev, considerato da molti un simbolo di stabilità dopo le crisi degli anni Novanta. Le preoccupazioni riguardano soprattutto il possibile aumento dei prezzi, timore alimentato anche dalle forze politiche euroscettiche e dall’estrema destra.
Il dibattito sulla moneta si intreccia con una fase di forte instabilità politica. Il Paese è reduce da ripetute tornate elettorali, proteste contro la corruzione e dalla caduta dell’ultimo governo. Le tensioni sociali restano elevate, in un quadro segnato da profonde disuguaglianze territoriali: se da un lato l’economia è cresciuta sensibilmente dall’ingresso nell’Ue, dall’altro la Bulgaria rimane il Paese più povero dell’Unione.
Allargando lo sguardo, l’adozione dell’euro assume anche un significato geopolitico. Per i sostenitori, rappresenta un ulteriore ancoraggio all’Occidente e all’Unione europea; per i critici, un passaggio che rischia di accentuare le fratture interne, anche alla luce delle campagne di disinformazione filorusse che hanno accompagnato il dibattito.
Nonostante le resistenze, Bruxelles guarda all’ingresso di Sofia come all’inizio di una nuova fase. «L’adozione dell’euro apre un capitolo di nuove opportunità», ha commentato il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis, salutando l’ingresso della Bulgaria nell’area della moneta unica.
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Postazione italiana sulla «Cengia Martini». Nel riquadro, esplosione di una mina sul Lagazuoi (Getty Images)
Gli austriaci trincerati sulla cima del Lagazuoi a 2.800 metri di quota e gli Alpini italiani 100 metri più in basso, abbarbicati ad una stretta parete di roccia nel tentativo di conquistare la cima strategica della montagna che domina Cortina. Questa la situazione nel dicembre 1915 dopo che i Kaiserjäger avevano occupato le sommità delle Dolomiti nei mesi precedenti rendendo la situazione al fronte molto difficile per il Regio Esercito. Nell’ottobre dello stesso anno gli italiani del battaglione Alpini «Val Chisone» avevano occupato una cengia proprio sotto il Lagazuoi, successivamente fortificata e ribattezzata «Cengia Martini» in onore del comandante del battaglione Ettore Martini che guidò l’azione. L’avamposto italiano rappresentò da allora una spina nel fianco per gli austriaci, che per la posizione a strapiombo proprio sotto le loro postazioni era difficile da neutralizzare. Più volte i Kaiserjäger cercarono di colpire i baraccamenti italiani tra l’ottobre e il dicembre 1915 sia con tiri di mitragliatrice che con barilotti di esplosivo fatti cadere dalla cima, ma senza riuscire a neutralizzare del tutto gli italiani. Alla fine di dicembre iniziò una relativa calma che avrebbe riservato una drammatica sorpresa per gli Alpini. Durante il mese di dicembre le pattuglie italiane avevano sentito forti rumori di cantiere, che attribuirono a lavori di fortificazione delle postazioni austriache sulla cima. In realtà il nemico stava scavando una galleria dotata di fornello di mina proprio sopra la Cengia Martini, caricata con 300 kg. di esplosivo. Anticipata da un insolito fuoco di artiglieria partito dall’antistante postazione austriaca la mina esplose alle 00:30 del 1°gennaio 1916 provocando un forte movimento tellurico e una valanga di rocce e detriti che investì il camminamento avanzato della cengia occupata dagli italiani. Fortuna volle che la grande frana, colpendo alcune formazioni rocciose sottostanti la cima del Piccolo Lagazuoi, si incanalasse scivolando verso valle vanificando quella che fu la prima azione della lunga guerra di mina del fronte dolomitico. Anziché distruggere la cengia, un grosso masso si incastrò di fronte agli avamposti fornendo un riparo naturale agli italiani. Anche se fino al 1917 gli austriaci fecero esplodere altre tre mine contro l’avamposto degli Alpini, la Cengia Martini non fu mai sgomberata. Furono gli italiani a fare invece esplodere la quinta carica sotto l’anticima il 21 giugno 1917 nel tentativo di neutralizzare una postazione di artiglieria che impediva l’avanzata italiana. Pochi mesi più tardi la ritirata di Caporetto svuotò le trincee italiane compresa al Cengia Martini, mentre la Grande Guerra si giocò da allora sul fronte del Piave.
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