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2020-04-03
Il think tank di Soros e Rockfeller usa il Covid-19 per abolire la famiglia
George Soros (Ansa)
L'abbiamo scritto ripetutamente, nei giorni scorsi: in giro è pieno di (presunti) intellettuali pronti a dirci che la pandemia in corso è una meravigliosa occasione per comprendere il senso della vita. C'è chi la vede come una splendida opportunità per riscoprire vecchi film e rispolverare i classici della letteratura, chi ne fa notare le benefiche conseguenze sull'ambiente, chi sostiene che ci farà diventare «migliori» e più solidali. Ma c'è una signora che ha superato tutti a sinistra. Si chiama Sophie Lewis, ed è una femminista a 24 carati, autrice del saggio Full Surrogacy Now: Feminism Against Family e sostenitrice del «comunismo queer».
Questa bellicosa signora sostiene che la diffusione del coronavirus sia una meravigliosa occasione per abbattere una volta per tutte l'odiosa costruzione chiamata famiglia.
La Lewis scatena la sua intemerata a partire dall'invito, ormai diffuso anche nelle nazioni anglofone, a «stare a casa». A suo dire, il focolare domestico è tutt'altro che un luogo sicuro, anzi è pericolosissimo. Intanto perché è teatro di abusi costanti sulle donne e pure sui bambini. Inoltre, la famiglia - come già teorizzava Friedrich Engels - è una messa in scena su scala ridotta della lotta di classe: all'uomo padrone e sfruttatore sono sottoposti la moglie e i figli sfruttati. «La pandemia non deve farci dimenticare l'abolizione della famiglia», scrive la Lewis. La quale, per precisare meglio il suo pensiero, cita un'altra femminista di grido, Madeline Lane-McKinley: «Le famiglie sono le pentole a pressione del capitalismo. Questa crisi vedrà un'impennata delle faccende domestiche: pulizia, cucina, cura, ma anche abusi sui minori, molestie, stupri da parte dei partner, torture psicologiche e altro ancora». Non è tutto: la casa resterà uno spazio orrorifico anche in assenza di padri molestatori e mariti violenti. «Anche quando la famiglia nucleare non rappresenta una minaccia fisica o mentale diretta alla singola persona - nessun maltrattamento del coniuge, nessuno stupro infantile e nessuna strage - il modo di riproduzione sociale della famiglia privata fa ancora, francamente, schifo», sentenzia la Lewis. In conclusione, l'invito alla lotta: «Meritiamo di meglio della famiglia. E l'epoca del corona è un momento eccellente per esercitarsi nell'abolizione».
Si potrebbe liquidare tutto ciò come delirio di un'attivista invasata, ma in questa faccenda c'è un aspetto molto interessante, e meritevole di approfondimento. La Lewis si pone come un'avversaria feroce del capitalismo, sostiene che la famiglia aiuti il Sistema nella sua devastante opera di annientamento delle minoranze e dell'umanità più in generale. Eppure, guarda un po', l'approdo a cui giunge la nostra femminista è perfettamente funzionale proprio al sistema ultracapitalista che costei vorrebbe abbattere.
L'odierno capitalismo, infatti, vede la famiglia non come un alleato fondamentale nello sfruttamento delle classi sociali più deboli, ma come un pericoloso ostacolo alla creazione di esseri umani sradicati, alienati e disponibili. Laddove questo sistema mira alla commercializzazione di ogni aspetto dell'esistenza e del corpo, la famiglia - in quanto luogo dell'amore gratuito - diventa un impedimento. Bisogna fare di tutto, dunque, per sfaldarla, per disgregarla, per abolirla. E, a questo fine, gli attivisti queer, Lgbt, trans eccetera sono un provvidenziale strumento di lotta.
Volete la prova? Eccola. Sapete chi ha pubblicato l'articolo della Lewis? Sulle prime, verrebbe da pensare a qualche oscura rivista antagonista. E invece no: il pezzo è uscito su Open democracy, sito Web di «discussione politica», un think tank il cui scopo sarebbe quello di difendere i diritti umani a livello globale. Forse ne avete sentito parlare: Open democracy divenne celebre nel nostro Paese nel 2009, quando sferrò un potente attacco a Silvio Berlusconi, producendo pure una sua variazione sul tema delle «dieci domande» coniate da Repubblica. Più in generale, il sito viene citato dalla stampa italica quando pubblica allarmi sulla libertà di stampa, o appelli su questioni umanitarie.
Ed ecco la parte più gustosa. Tra i finanziatori e sostenitori di Open democracy troviamo Avaaz, la Ong sorosiana che si dà molto da fare contro le «fake news»; la Fondazione Rockefeller; la Fondazione Ford; numerose università e associazioni caritatevoli inglesi e poi, manco a dirlo, eccola lì: la Open society foundations di George Soros. Il gran visir dei globalisti, oltre che finanziatore, è anche uno dei più illustri collaboratori del sito Open democracy, a cui ha fornito preziosi editoriali a partire dalla metà degli anni Duemila.
Curioso, non trovate? le invettive «anticapitaliste» contro la famiglia vengono pubblicate dall'house organ di alcuni dei maggiori capitalisti del globo. Casualmente, la loro agenda coincide quasi del tutto con quella dell'attivista queer, se non altro per quel che riguarda l'abolizione della famiglia. Costi quel che costi, il luogo della gratuità - il focolare - va distrutto. E se le femministe o il virus possono dare una mano, tanto meglio.
Hacker e banche, allarme Copasir
«Il Copasir ha licenziato il parere, con correlatore il vicepresidente Adolfo Urso, sullo schema di regolamento che prevede un riordino del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, in particolare per il rafforzamento del settore della sicurezza cibernetica». Il presidente del Copasir, il leghista Raffaele Volpi, ieri ha reso noti i contenuti della riunione dell'organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti. La nostra intelligence, lo ricordiamo, in questi giorni è molto attiva sul fronte del contrasto agli attacchi hacker, sia accertati (quelli che hanno colpito gli ospedali Spallanzani e San Camillo di Roma) che presunti (quelli denunciati dall'Inps in relazione al malfunzionamento del sito internet). «La riunione», ha aggiunto Volpi, «è proseguita con l'affidamento al senatore Paolo Arrigoni della relazione sul rapporto semestrale dell'attività dei servizi di Intelligence. Da una prima visione del rapporto il Comitato ha rafforzato la sua percezione di un urgente approfondimento degli aspetti di salvaguardia strategica degli assetti bancari e assicurativi. Il Copasir ha quindi deciso di riprendere immediatamente il ciclo di audizioni relativo al settore e dare comunicazione del calendario appena sarà perfezionato». In merito poi ai «denunciati attacchi informatici contro siti istituzionali», il Comitato, ha fatto sapere Volpi, «ha sensibilizzato il Dis che ha poi reso infatti puntuale nota informativa relativa alle evidenze in suo possesso e alla continua attività di vigilanza. La seduta è proseguita confermando l'utilità di perseguire gli approfondimenti affidati all'onorevole Borghi sulle eventuali distorsive campagne informative rivolte verso il paese. Le particolari circostanze in cui versa il paese vedono il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica quotidianamente attento a tutte le tematiche afferenti alle sue competenze anche attraverso un costante confronto formale ed informale fra i suoi componenti», ha concluso Volpi, «con la comune condivisa missione di contribuire alla sicurezza dell'interesse nazionale».
Il vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, di Fratelli d'Italia, si è invece scagliato contro l'Inps: «Se come sembra», ha attaccato Urso, «il blocco della piattaforma digitale dell'Inps non è dovuto ad un attacco hacker ma solo ad una macroscopica inefficienza, credo che qualcuno debba spiegare perché abbia diffuso in modo improprio un allarme hacker di così tale ampiezza, coinvolgendo il Copasir e quindi il Dis, su un aspetto così sensibile e importante. È irresponsabile averlo fatto tanto più che gran parte degli esperti aveva subito escluso questa possibilità. Sarebbe ancor più grave», ha aggiunto Urso, «che questa fake news fosse stata deliberatamente alimentata solo quale paravento di una palese inefficienza del sistema e di chi avrebbe dovuto programmare il servizio a cui l'Inps era stato in tempo delegato. Chiunque l'abbia fatto dovrà stavolta assumersi le proprie gravi responsabilità».
Intanto, ieri, i deputati di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami e Marco Osnato, componenti della Commissione Finanze della Camera dei Deputati, hanno chiesto al Copasir di compiere verifiche sulla notizia diffusa dall'agenzia Bloomberg, secondo la quale la Commerzbank, istituto di credito detenuto al 15% dallo Stato tedesco, sta invitando a disfarsi dei Btp italiani ritenendoli destinati a divenire «spazzatura». «Una indicazione», hanno affermato Bignami e Osnato, «che se confermata rischia di determinare un effetto valanga con esiti gravissimi per l'economia italiana».
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Il sito «Open democracy», finanziato da alcuni dei più grandi magnati della Terra, pubblica un editoriale dell'ultrafemminista Sophie Lewis, che invita a sfruttare l'epidemia per distruggere il focolare domestico.Il presidente Raffaele Volpi fa sapere che l'intelligence lavorerà sugli attacchi ai siti istituzionali denunciati nei giorni scorsi. Faro puntato anche sul credito.Lo speciale contiene due articoli L'abbiamo scritto ripetutamente, nei giorni scorsi: in giro è pieno di (presunti) intellettuali pronti a dirci che la pandemia in corso è una meravigliosa occasione per comprendere il senso della vita. C'è chi la vede come una splendida opportunità per riscoprire vecchi film e rispolverare i classici della letteratura, chi ne fa notare le benefiche conseguenze sull'ambiente, chi sostiene che ci farà diventare «migliori» e più solidali. Ma c'è una signora che ha superato tutti a sinistra. Si chiama Sophie Lewis, ed è una femminista a 24 carati, autrice del saggio Full Surrogacy Now: Feminism Against Family e sostenitrice del «comunismo queer». Questa bellicosa signora sostiene che la diffusione del coronavirus sia una meravigliosa occasione per abbattere una volta per tutte l'odiosa costruzione chiamata famiglia. La Lewis scatena la sua intemerata a partire dall'invito, ormai diffuso anche nelle nazioni anglofone, a «stare a casa». A suo dire, il focolare domestico è tutt'altro che un luogo sicuro, anzi è pericolosissimo. Intanto perché è teatro di abusi costanti sulle donne e pure sui bambini. Inoltre, la famiglia - come già teorizzava Friedrich Engels - è una messa in scena su scala ridotta della lotta di classe: all'uomo padrone e sfruttatore sono sottoposti la moglie e i figli sfruttati. «La pandemia non deve farci dimenticare l'abolizione della famiglia», scrive la Lewis. La quale, per precisare meglio il suo pensiero, cita un'altra femminista di grido, Madeline Lane-McKinley: «Le famiglie sono le pentole a pressione del capitalismo. Questa crisi vedrà un'impennata delle faccende domestiche: pulizia, cucina, cura, ma anche abusi sui minori, molestie, stupri da parte dei partner, torture psicologiche e altro ancora». Non è tutto: la casa resterà uno spazio orrorifico anche in assenza di padri molestatori e mariti violenti. «Anche quando la famiglia nucleare non rappresenta una minaccia fisica o mentale diretta alla singola persona - nessun maltrattamento del coniuge, nessuno stupro infantile e nessuna strage - il modo di riproduzione sociale della famiglia privata fa ancora, francamente, schifo», sentenzia la Lewis. In conclusione, l'invito alla lotta: «Meritiamo di meglio della famiglia. E l'epoca del corona è un momento eccellente per esercitarsi nell'abolizione». Si potrebbe liquidare tutto ciò come delirio di un'attivista invasata, ma in questa faccenda c'è un aspetto molto interessante, e meritevole di approfondimento. La Lewis si pone come un'avversaria feroce del capitalismo, sostiene che la famiglia aiuti il Sistema nella sua devastante opera di annientamento delle minoranze e dell'umanità più in generale. Eppure, guarda un po', l'approdo a cui giunge la nostra femminista è perfettamente funzionale proprio al sistema ultracapitalista che costei vorrebbe abbattere. L'odierno capitalismo, infatti, vede la famiglia non come un alleato fondamentale nello sfruttamento delle classi sociali più deboli, ma come un pericoloso ostacolo alla creazione di esseri umani sradicati, alienati e disponibili. Laddove questo sistema mira alla commercializzazione di ogni aspetto dell'esistenza e del corpo, la famiglia - in quanto luogo dell'amore gratuito - diventa un impedimento. Bisogna fare di tutto, dunque, per sfaldarla, per disgregarla, per abolirla. E, a questo fine, gli attivisti queer, Lgbt, trans eccetera sono un provvidenziale strumento di lotta. Volete la prova? Eccola. Sapete chi ha pubblicato l'articolo della Lewis? Sulle prime, verrebbe da pensare a qualche oscura rivista antagonista. E invece no: il pezzo è uscito su Open democracy, sito Web di «discussione politica», un think tank il cui scopo sarebbe quello di difendere i diritti umani a livello globale. Forse ne avete sentito parlare: Open democracy divenne celebre nel nostro Paese nel 2009, quando sferrò un potente attacco a Silvio Berlusconi, producendo pure una sua variazione sul tema delle «dieci domande» coniate da Repubblica. Più in generale, il sito viene citato dalla stampa italica quando pubblica allarmi sulla libertà di stampa, o appelli su questioni umanitarie. Ed ecco la parte più gustosa. Tra i finanziatori e sostenitori di Open democracy troviamo Avaaz, la Ong sorosiana che si dà molto da fare contro le «fake news»; la Fondazione Rockefeller; la Fondazione Ford; numerose università e associazioni caritatevoli inglesi e poi, manco a dirlo, eccola lì: la Open society foundations di George Soros. Il gran visir dei globalisti, oltre che finanziatore, è anche uno dei più illustri collaboratori del sito Open democracy, a cui ha fornito preziosi editoriali a partire dalla metà degli anni Duemila. Curioso, non trovate? le invettive «anticapitaliste» contro la famiglia vengono pubblicate dall'house organ di alcuni dei maggiori capitalisti del globo. Casualmente, la loro agenda coincide quasi del tutto con quella dell'attivista queer, se non altro per quel che riguarda l'abolizione della famiglia. Costi quel che costi, il luogo della gratuità - il focolare - va distrutto. E se le femministe o il virus possono dare una mano, tanto meglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-think-tank-di-soros-e-rockfeller-usa-il-covid-19-per-abolire-la-famiglia-2645621937.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hacker-e-banche-allarme-copasir" data-post-id="2645621937" data-published-at="1585859705" data-use-pagination="False"> Hacker e banche, allarme Copasir «Il Copasir ha licenziato il parere, con correlatore il vicepresidente Adolfo Urso, sullo schema di regolamento che prevede un riordino del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, in particolare per il rafforzamento del settore della sicurezza cibernetica». Il presidente del Copasir, il leghista Raffaele Volpi, ieri ha reso noti i contenuti della riunione dell'organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti. La nostra intelligence, lo ricordiamo, in questi giorni è molto attiva sul fronte del contrasto agli attacchi hacker, sia accertati (quelli che hanno colpito gli ospedali Spallanzani e San Camillo di Roma) che presunti (quelli denunciati dall'Inps in relazione al malfunzionamento del sito internet). «La riunione», ha aggiunto Volpi, «è proseguita con l'affidamento al senatore Paolo Arrigoni della relazione sul rapporto semestrale dell'attività dei servizi di Intelligence. Da una prima visione del rapporto il Comitato ha rafforzato la sua percezione di un urgente approfondimento degli aspetti di salvaguardia strategica degli assetti bancari e assicurativi. Il Copasir ha quindi deciso di riprendere immediatamente il ciclo di audizioni relativo al settore e dare comunicazione del calendario appena sarà perfezionato». In merito poi ai «denunciati attacchi informatici contro siti istituzionali», il Comitato, ha fatto sapere Volpi, «ha sensibilizzato il Dis che ha poi reso infatti puntuale nota informativa relativa alle evidenze in suo possesso e alla continua attività di vigilanza. La seduta è proseguita confermando l'utilità di perseguire gli approfondimenti affidati all'onorevole Borghi sulle eventuali distorsive campagne informative rivolte verso il paese. Le particolari circostanze in cui versa il paese vedono il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica quotidianamente attento a tutte le tematiche afferenti alle sue competenze anche attraverso un costante confronto formale ed informale fra i suoi componenti», ha concluso Volpi, «con la comune condivisa missione di contribuire alla sicurezza dell'interesse nazionale». Il vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, di Fratelli d'Italia, si è invece scagliato contro l'Inps: «Se come sembra», ha attaccato Urso, «il blocco della piattaforma digitale dell'Inps non è dovuto ad un attacco hacker ma solo ad una macroscopica inefficienza, credo che qualcuno debba spiegare perché abbia diffuso in modo improprio un allarme hacker di così tale ampiezza, coinvolgendo il Copasir e quindi il Dis, su un aspetto così sensibile e importante. È irresponsabile averlo fatto tanto più che gran parte degli esperti aveva subito escluso questa possibilità. Sarebbe ancor più grave», ha aggiunto Urso, «che questa fake news fosse stata deliberatamente alimentata solo quale paravento di una palese inefficienza del sistema e di chi avrebbe dovuto programmare il servizio a cui l'Inps era stato in tempo delegato. Chiunque l'abbia fatto dovrà stavolta assumersi le proprie gravi responsabilità». Intanto, ieri, i deputati di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami e Marco Osnato, componenti della Commissione Finanze della Camera dei Deputati, hanno chiesto al Copasir di compiere verifiche sulla notizia diffusa dall'agenzia Bloomberg, secondo la quale la Commerzbank, istituto di credito detenuto al 15% dallo Stato tedesco, sta invitando a disfarsi dei Btp italiani ritenendoli destinati a divenire «spazzatura». «Una indicazione», hanno affermato Bignami e Osnato, «che se confermata rischia di determinare un effetto valanga con esiti gravissimi per l'economia italiana».
Il caso Tortora è la storia del più clamoroso abbaglio della giustizia italiana. Insieme a Vittorio Pezzuto, autore di «Applausi e sputi», ripercorriamo l'arresto di Enzo Tortora, le bugie dei falsi pentiti e la gogna mediatica di un uomo che trasformò il proprio calvario in una battaglia di civiltà per tutti i cittadini.
Enrico Letta, Ursula Von der Leyen, Antonio Costa e Friedrich Merz al castello di Alden Biesen in Belgio (Ansa)
È del tutto naturale quindi che affiori scetticismo, sia negli osservatori che nell’opinione pubblica: ci si interroga su quante volte i leader si debbano riunire per dibattere sempre le stesse cose senza mai fare ciò che dovrebbero. Quante volte si assiste a queste liturgie autocelebrative che contrastano con la necessità di decisioni rapide e concrete?
Tra l’altro, se i risultati pratici latitano, non è che dal punto di vista dell’immagine le cose siano andate meglio: la scelta di tenere questi «ritiri informali» per discutere di economia deteriorata in contesti lussuosi, come i castelli di Alden Biesen o Egmont, risulta un vero e proprio paradosso. Evidenziano scenari di «spettacolo e sfarzo» evocando l’immagine di un’élite distaccata dai problemi reali, lontana dalla società civile e perfino dallo stesso Parlamento europeo.
Il dibattito, stretto tra «l’Europa a due velocità» e la «coalizione dei volenterosi», ha rivelato la natura divisiva della riunione. Peraltro, non tutti i Paesi erano presenti (mancavano Spagna, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Malta e i Paesi baltici) e ciò genera la percezione di un «pre-vertice» tra un gruppo ristretto, che potremmo definire poco elegante verso gli altri membri. L’impressione che se ne ricava è che le divisioni strategiche persistenti renderanno difficile qualsiasi percorso. Nonostante i tentativi di mostrare unità di Macron e Merz, permangono profondi disaccordi su come finanziare gli investimenti (joint debit/eurobond), con la Germania e i Paesi del nord scettici e preoccupati per il protezionismo o i saldi di bilancio. In definitiva quindi la cosiddetta «strategia del castello» pensata da António Costa che mira a recuperare terreno su Usa e Cina, manca ancora di solide basi sulle quali indirizzare la politica europea.
Sarà interessante invece vedere a quali sviluppi porterà il recente incontro tra la presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco, tenutasi qualche giorno prima del vertice di Alden Biesen. Non molti osservatori hanno colto appieno il significato di questo bilaterale, nonostante i temi trattati intervengano direttamente sul complesso del disegno europeo. A ben guardare lo spirito delle soluzioni suggerite dall’intesa tra Meloni e Merz non si presentano come soggette alla normale dialettica decisionale delle istituzioni dell’Unione, ma, implicitamente e in qualche caso in modo proprio esplicito, configurano una specie di «tutela» da parte delle volontà politiche degli Stati sulle decisioni stesse. Quella immaginata dai leader di Germania e Italia, peraltro, si potrebbe definire come una sorta di «rivoluzione anti burocratica», anche se, in verità, il meccanismo in parte esiste già: una parte consistente delle politiche di Bruxelles è fortemente condizionata da «interessi nazionali» presentati e difesi come insopprimibili. Ciò vale in modo evidente per tutto il capitolo del «green deal» e anche per le decisioni sugli approvvigionamenti energetici, ma si può facilmente immaginare quali conflitti si innescherebbero quando si dovesse arrivare a prendere decisioni in materia di difesa o di scelte di politica internazionale. Non è un caso che proponendo il suo contestato piano di riarmo, Ursula von der Leyen abbia scelto di renderne protagonisti gli Stati nazionali piuttosto che l’Unione in quanto tale. È la dimostrazione plateale del fatto che la stessa titolare della massima autorità comunitaria si è arresa ai voleri e agli interessi dei governi, come peraltro è avvenuto in modo del tutto manifesto proprio con il Green deal.
In questo scenario, non si può certo accusare Giorgia Meloni per il suo posizionamento, dato che il suo governo ha sempre ribadito che gli interessi nazionali devono prevalere su quelli comunitari. Per cui è oggettivamente specioso e monotono chiedere, come spesso fanno alcuni osservatori e giornali in Italia, da che parte sta la Meloni. Semmai questa domanda dovrebbe essere rivolta alla sinistra italiana che vorrebbe candidarsi a governare il Paese. Provate a chiederle quali posizioni ha sull’Europa a due velocità, sul debito comune, sugli armamenti, sui rapporti con Mosca, insomma sull’insieme della politica estera e troverete una babele di linguaggi senza un minimo comune denominatore se non quello di essere contro il governo attuale.
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«Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per questo, per ristabilire regole chiare e farle rispettare, e il governo lo sta facendo con determinazione nonostante una parte politicizzata della magistratura continui a ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa, perché accogliere chi ha diritto è doveroso, rispettare le leggi italiane è indispensabile e chi non intende farlo non è benvenuto in Italia».
Così, in un video sui social, il presidente del Consiglio a proposito della vicenda di un «cittadino algerino, irregolare in Italia, che ha alle spalle 23 condanne, tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni», che «non potrà essere trattenuto in un Cpr né trasferito in Albania per il rimpatrio. Per lui — dice il premier — alcuni giudici hanno stabilito addirittura non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione».
«Il governo — assicura Meloni nel video social — continuerà con determinazione il proprio lavoro per rafforzare i rimpatri, per rendere più efficaci gli strumenti di contrasto all’immigrazione irregolare, per garantire sicurezza e legalità ai cittadini, anche attraverso le iniziative che l’Italia sta portando avanti in Europa per procedure più rapide e rimpatri effettivi».
Nicola Zingaretti, Pasquale Tridico, Lucia Annunziata, Ilaria Salis e Mimmo Lucano (Ansa)
Il Parlamento europeo ha approvato una «raccomandazione» in vista della sessione delle Nazioni Unite che si terrà a New York il prossimo marzo. Il tema è serio: la condizione femminile. Lo svolgimento un po’ meno.
Dopo un lunghissimo preambolo, fatto di convenzioni, articoli e commi, ecco arrivare le raccomandazioni. La prima: «Sottolineare che la partecipazione e la leadership delle donne nei ruoli decisionali sono ancora carenti, anche nella politica estera e nella costruzione della pace; riconoscere che gli studi hanno dimostrato che gli accordi di pace raggiunti con la partecipazione attiva delle donne hanno maggiori possibilità di essere sostenibili ed efficaci». Ora, varrebbe la pena far notare come due delle più strenue oppositrici alla pace in Ucraina siano state, e continuino ad essere, proprio due donne, Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, che hanno fatto il possibile per sabotare il piano di Donald Trump. E che la Banca centrale europea, che non sta proprio andando a gonfie vele, è guidat da Christine Lagarde. Dettagli. Perché a contare non è tanto la realtà, quanto l’ideologia. Per cui, prosegue il documento, bisogna «assumere un ruolo guida nella lotta globale contro il regresso della parità di genere e condannare fermamente gli attacchi dei movimenti anti gender e anti diritti, che diffondono menzogne, minano la democrazia e prendono di mira i diritti delle donne e delle persone Lgbtiq+».
Perché la questione femminile, per Strasburgo, è intrinsecamente legata a quella delle minoranze omosessuali, come per esempio le trans, ovvero gli uomini che hanno fatto la transizione perché si sentivano donne e che ora il Parlamento europeo equipara ad esse. Per questo Strasburgo s’impegna a «sottolineare l’importanza del pieno riconoscimento delle donne trans come donne, osservando che la loro inclusione è essenziale per l’efficacia di qualsiasi politica di parità di genere e anti violenza». Per questo motivo, bisogna «chiedere il riconoscimento e la parità di accesso delle donne trans ai servizi di protezione e sostegno». Le prime a insorgere, di fronte a questo livellamento delle differenze sarebbero dovute essere le donne stesse, ma così non è stato. Anzi, sono state proprio loro, soprattutto a sinistra, a sottoscrivere queste raccomandazioni.
Il gruppo più compatto è stato Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, che ha potuto contare sui voti di Lucia Annunziata, Brando Benifei, Stefano Bonaccini, Annalisa Corrado, Giorgio Gori, Camilla Laureti, Giuseppe Lupo, Pierfrancesco Maran, Alessandra Moretti, Sandro Ruotolo, Cecilia Strada, Irene Tinagli, Raffaele Topo, Alessandro Zan, Nicola Zingaretti. Anche Left ha fatto la sua parte, facendo approvare la raccomandazione dall’immancabile Ilaria Salis, da Mimmo Lucano (e chi se no?), Mario Furore, Carolina Morace, Pasquale Tridico , Valentina Palmisano, Gaetano Pedullà e Danilo Della Valle. Non si sono sottratti neppure i Verdi con Cristina Guarda, Ignazio Marino e Benedetta Scuderi. Colpisce, ma forse nemmeno troppo, il voto favorevole di alcuni europarlamentari di Forza Italia come Salvatore De Meo, Marco Falcone, Giusi Princi e Flavio Tosi.
Il documento, inoltre, fissa alcuni punti cardine potenzialmente liberticidi. Tra questi il finanziamento per «le organizzazioni femministe e Lgbtiq+, in particolare i gruppi di base sotto attacco a causa di una riduzione dello spazio civico e di leggi che prendono di mira le organizzazioni non governative». E poi, ovviamente, il Parlamento Ue sottolinea che «la mancanza o la negazione dell’accesso alla salute sessuale e riproduttiva e ai relativi diritti, compreso l’aborto sicuro e legale, costituisce una forma di violenza di genere e di violazione dei diritti umani e fondamentali».
Le istituzioni europee dimenticano però come l’aborto, sia pure sicuro e legale, rappresenta in moltissimi casi una ferita che accompagna chi lo compie per tutta la vita. E che forse, per aiutare davvero le donne, bisognerebbe presentare delle alternative in grado di sostenerle in una decisione così complessa e irreversibile. Ma richiederebbe troppo tempo e impegno. L’Ue preferisce dedicarsi a lavorare per «una politica estera, di sviluppo e di sicurezza, inclusiva e intersezionale». Che cosa voglia dire, di preciso non lo sanno neanche dalle parti del Parlamento europeo. Ma va bene così.
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