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2020-04-03
Il think tank di Soros e Rockfeller usa il Covid-19 per abolire la famiglia
George Soros (Ansa)
L'abbiamo scritto ripetutamente, nei giorni scorsi: in giro è pieno di (presunti) intellettuali pronti a dirci che la pandemia in corso è una meravigliosa occasione per comprendere il senso della vita. C'è chi la vede come una splendida opportunità per riscoprire vecchi film e rispolverare i classici della letteratura, chi ne fa notare le benefiche conseguenze sull'ambiente, chi sostiene che ci farà diventare «migliori» e più solidali. Ma c'è una signora che ha superato tutti a sinistra. Si chiama Sophie Lewis, ed è una femminista a 24 carati, autrice del saggio Full Surrogacy Now: Feminism Against Family e sostenitrice del «comunismo queer».
Questa bellicosa signora sostiene che la diffusione del coronavirus sia una meravigliosa occasione per abbattere una volta per tutte l'odiosa costruzione chiamata famiglia.
La Lewis scatena la sua intemerata a partire dall'invito, ormai diffuso anche nelle nazioni anglofone, a «stare a casa». A suo dire, il focolare domestico è tutt'altro che un luogo sicuro, anzi è pericolosissimo. Intanto perché è teatro di abusi costanti sulle donne e pure sui bambini. Inoltre, la famiglia - come già teorizzava Friedrich Engels - è una messa in scena su scala ridotta della lotta di classe: all'uomo padrone e sfruttatore sono sottoposti la moglie e i figli sfruttati. «La pandemia non deve farci dimenticare l'abolizione della famiglia», scrive la Lewis. La quale, per precisare meglio il suo pensiero, cita un'altra femminista di grido, Madeline Lane-McKinley: «Le famiglie sono le pentole a pressione del capitalismo. Questa crisi vedrà un'impennata delle faccende domestiche: pulizia, cucina, cura, ma anche abusi sui minori, molestie, stupri da parte dei partner, torture psicologiche e altro ancora». Non è tutto: la casa resterà uno spazio orrorifico anche in assenza di padri molestatori e mariti violenti. «Anche quando la famiglia nucleare non rappresenta una minaccia fisica o mentale diretta alla singola persona - nessun maltrattamento del coniuge, nessuno stupro infantile e nessuna strage - il modo di riproduzione sociale della famiglia privata fa ancora, francamente, schifo», sentenzia la Lewis. In conclusione, l'invito alla lotta: «Meritiamo di meglio della famiglia. E l'epoca del corona è un momento eccellente per esercitarsi nell'abolizione».
Si potrebbe liquidare tutto ciò come delirio di un'attivista invasata, ma in questa faccenda c'è un aspetto molto interessante, e meritevole di approfondimento. La Lewis si pone come un'avversaria feroce del capitalismo, sostiene che la famiglia aiuti il Sistema nella sua devastante opera di annientamento delle minoranze e dell'umanità più in generale. Eppure, guarda un po', l'approdo a cui giunge la nostra femminista è perfettamente funzionale proprio al sistema ultracapitalista che costei vorrebbe abbattere.
L'odierno capitalismo, infatti, vede la famiglia non come un alleato fondamentale nello sfruttamento delle classi sociali più deboli, ma come un pericoloso ostacolo alla creazione di esseri umani sradicati, alienati e disponibili. Laddove questo sistema mira alla commercializzazione di ogni aspetto dell'esistenza e del corpo, la famiglia - in quanto luogo dell'amore gratuito - diventa un impedimento. Bisogna fare di tutto, dunque, per sfaldarla, per disgregarla, per abolirla. E, a questo fine, gli attivisti queer, Lgbt, trans eccetera sono un provvidenziale strumento di lotta.
Volete la prova? Eccola. Sapete chi ha pubblicato l'articolo della Lewis? Sulle prime, verrebbe da pensare a qualche oscura rivista antagonista. E invece no: il pezzo è uscito su Open democracy, sito Web di «discussione politica», un think tank il cui scopo sarebbe quello di difendere i diritti umani a livello globale. Forse ne avete sentito parlare: Open democracy divenne celebre nel nostro Paese nel 2009, quando sferrò un potente attacco a Silvio Berlusconi, producendo pure una sua variazione sul tema delle «dieci domande» coniate da Repubblica. Più in generale, il sito viene citato dalla stampa italica quando pubblica allarmi sulla libertà di stampa, o appelli su questioni umanitarie.
Ed ecco la parte più gustosa. Tra i finanziatori e sostenitori di Open democracy troviamo Avaaz, la Ong sorosiana che si dà molto da fare contro le «fake news»; la Fondazione Rockefeller; la Fondazione Ford; numerose università e associazioni caritatevoli inglesi e poi, manco a dirlo, eccola lì: la Open society foundations di George Soros. Il gran visir dei globalisti, oltre che finanziatore, è anche uno dei più illustri collaboratori del sito Open democracy, a cui ha fornito preziosi editoriali a partire dalla metà degli anni Duemila.
Curioso, non trovate? le invettive «anticapitaliste» contro la famiglia vengono pubblicate dall'house organ di alcuni dei maggiori capitalisti del globo. Casualmente, la loro agenda coincide quasi del tutto con quella dell'attivista queer, se non altro per quel che riguarda l'abolizione della famiglia. Costi quel che costi, il luogo della gratuità - il focolare - va distrutto. E se le femministe o il virus possono dare una mano, tanto meglio.
Hacker e banche, allarme Copasir
«Il Copasir ha licenziato il parere, con correlatore il vicepresidente Adolfo Urso, sullo schema di regolamento che prevede un riordino del Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, in particolare per il rafforzamento del settore della sicurezza cibernetica». Il presidente del Copasir, il leghista Raffaele Volpi, ieri ha reso noti i contenuti della riunione dell'organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti. La nostra intelligence, lo ricordiamo, in questi giorni è molto attiva sul fronte del contrasto agli attacchi hacker, sia accertati (quelli che hanno colpito gli ospedali Spallanzani e San Camillo di Roma) che presunti (quelli denunciati dall'Inps in relazione al malfunzionamento del sito internet). «La riunione», ha aggiunto Volpi, «è proseguita con l'affidamento al senatore Paolo Arrigoni della relazione sul rapporto semestrale dell'attività dei servizi di Intelligence. Da una prima visione del rapporto il Comitato ha rafforzato la sua percezione di un urgente approfondimento degli aspetti di salvaguardia strategica degli assetti bancari e assicurativi. Il Copasir ha quindi deciso di riprendere immediatamente il ciclo di audizioni relativo al settore e dare comunicazione del calendario appena sarà perfezionato». In merito poi ai «denunciati attacchi informatici contro siti istituzionali», il Comitato, ha fatto sapere Volpi, «ha sensibilizzato il Dis che ha poi reso infatti puntuale nota informativa relativa alle evidenze in suo possesso e alla continua attività di vigilanza. La seduta è proseguita confermando l'utilità di perseguire gli approfondimenti affidati all'onorevole Borghi sulle eventuali distorsive campagne informative rivolte verso il paese. Le particolari circostanze in cui versa il paese vedono il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica quotidianamente attento a tutte le tematiche afferenti alle sue competenze anche attraverso un costante confronto formale ed informale fra i suoi componenti», ha concluso Volpi, «con la comune condivisa missione di contribuire alla sicurezza dell'interesse nazionale».
Il vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, di Fratelli d'Italia, si è invece scagliato contro l'Inps: «Se come sembra», ha attaccato Urso, «il blocco della piattaforma digitale dell'Inps non è dovuto ad un attacco hacker ma solo ad una macroscopica inefficienza, credo che qualcuno debba spiegare perché abbia diffuso in modo improprio un allarme hacker di così tale ampiezza, coinvolgendo il Copasir e quindi il Dis, su un aspetto così sensibile e importante. È irresponsabile averlo fatto tanto più che gran parte degli esperti aveva subito escluso questa possibilità. Sarebbe ancor più grave», ha aggiunto Urso, «che questa fake news fosse stata deliberatamente alimentata solo quale paravento di una palese inefficienza del sistema e di chi avrebbe dovuto programmare il servizio a cui l'Inps era stato in tempo delegato. Chiunque l'abbia fatto dovrà stavolta assumersi le proprie gravi responsabilità».
Intanto, ieri, i deputati di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami e Marco Osnato, componenti della Commissione Finanze della Camera dei Deputati, hanno chiesto al Copasir di compiere verifiche sulla notizia diffusa dall'agenzia Bloomberg, secondo la quale la Commerzbank, istituto di credito detenuto al 15% dallo Stato tedesco, sta invitando a disfarsi dei Btp italiani ritenendoli destinati a divenire «spazzatura». «Una indicazione», hanno affermato Bignami e Osnato, «che se confermata rischia di determinare un effetto valanga con esiti gravissimi per l'economia italiana».
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Il sito «Open democracy», finanziato da alcuni dei più grandi magnati della Terra, pubblica un editoriale dell'ultrafemminista Sophie Lewis, che invita a sfruttare l'epidemia per distruggere il focolare domestico.Il presidente Raffaele Volpi fa sapere che l'intelligence lavorerà sugli attacchi ai siti istituzionali denunciati nei giorni scorsi. Faro puntato anche sul credito.Lo speciale contiene due articoli L'abbiamo scritto ripetutamente, nei giorni scorsi: in giro è pieno di (presunti) intellettuali pronti a dirci che la pandemia in corso è una meravigliosa occasione per comprendere il senso della vita. C'è chi la vede come una splendida opportunità per riscoprire vecchi film e rispolverare i classici della letteratura, chi ne fa notare le benefiche conseguenze sull'ambiente, chi sostiene che ci farà diventare «migliori» e più solidali. Ma c'è una signora che ha superato tutti a sinistra. Si chiama Sophie Lewis, ed è una femminista a 24 carati, autrice del saggio Full Surrogacy Now: Feminism Against Family e sostenitrice del «comunismo queer». Questa bellicosa signora sostiene che la diffusione del coronavirus sia una meravigliosa occasione per abbattere una volta per tutte l'odiosa costruzione chiamata famiglia. La Lewis scatena la sua intemerata a partire dall'invito, ormai diffuso anche nelle nazioni anglofone, a «stare a casa». A suo dire, il focolare domestico è tutt'altro che un luogo sicuro, anzi è pericolosissimo. Intanto perché è teatro di abusi costanti sulle donne e pure sui bambini. Inoltre, la famiglia - come già teorizzava Friedrich Engels - è una messa in scena su scala ridotta della lotta di classe: all'uomo padrone e sfruttatore sono sottoposti la moglie e i figli sfruttati. «La pandemia non deve farci dimenticare l'abolizione della famiglia», scrive la Lewis. La quale, per precisare meglio il suo pensiero, cita un'altra femminista di grido, Madeline Lane-McKinley: «Le famiglie sono le pentole a pressione del capitalismo. Questa crisi vedrà un'impennata delle faccende domestiche: pulizia, cucina, cura, ma anche abusi sui minori, molestie, stupri da parte dei partner, torture psicologiche e altro ancora». Non è tutto: la casa resterà uno spazio orrorifico anche in assenza di padri molestatori e mariti violenti. «Anche quando la famiglia nucleare non rappresenta una minaccia fisica o mentale diretta alla singola persona - nessun maltrattamento del coniuge, nessuno stupro infantile e nessuna strage - il modo di riproduzione sociale della famiglia privata fa ancora, francamente, schifo», sentenzia la Lewis. In conclusione, l'invito alla lotta: «Meritiamo di meglio della famiglia. E l'epoca del corona è un momento eccellente per esercitarsi nell'abolizione». Si potrebbe liquidare tutto ciò come delirio di un'attivista invasata, ma in questa faccenda c'è un aspetto molto interessante, e meritevole di approfondimento. La Lewis si pone come un'avversaria feroce del capitalismo, sostiene che la famiglia aiuti il Sistema nella sua devastante opera di annientamento delle minoranze e dell'umanità più in generale. Eppure, guarda un po', l'approdo a cui giunge la nostra femminista è perfettamente funzionale proprio al sistema ultracapitalista che costei vorrebbe abbattere. L'odierno capitalismo, infatti, vede la famiglia non come un alleato fondamentale nello sfruttamento delle classi sociali più deboli, ma come un pericoloso ostacolo alla creazione di esseri umani sradicati, alienati e disponibili. Laddove questo sistema mira alla commercializzazione di ogni aspetto dell'esistenza e del corpo, la famiglia - in quanto luogo dell'amore gratuito - diventa un impedimento. Bisogna fare di tutto, dunque, per sfaldarla, per disgregarla, per abolirla. E, a questo fine, gli attivisti queer, Lgbt, trans eccetera sono un provvidenziale strumento di lotta. Volete la prova? Eccola. Sapete chi ha pubblicato l'articolo della Lewis? Sulle prime, verrebbe da pensare a qualche oscura rivista antagonista. E invece no: il pezzo è uscito su Open democracy, sito Web di «discussione politica», un think tank il cui scopo sarebbe quello di difendere i diritti umani a livello globale. Forse ne avete sentito parlare: Open democracy divenne celebre nel nostro Paese nel 2009, quando sferrò un potente attacco a Silvio Berlusconi, producendo pure una sua variazione sul tema delle «dieci domande» coniate da Repubblica. Più in generale, il sito viene citato dalla stampa italica quando pubblica allarmi sulla libertà di stampa, o appelli su questioni umanitarie. Ed ecco la parte più gustosa. Tra i finanziatori e sostenitori di Open democracy troviamo Avaaz, la Ong sorosiana che si dà molto da fare contro le «fake news»; la Fondazione Rockefeller; la Fondazione Ford; numerose università e associazioni caritatevoli inglesi e poi, manco a dirlo, eccola lì: la Open society foundations di George Soros. Il gran visir dei globalisti, oltre che finanziatore, è anche uno dei più illustri collaboratori del sito Open democracy, a cui ha fornito preziosi editoriali a partire dalla metà degli anni Duemila. Curioso, non trovate? le invettive «anticapitaliste» contro la famiglia vengono pubblicate dall'house organ di alcuni dei maggiori capitalisti del globo. Casualmente, la loro agenda coincide quasi del tutto con quella dell'attivista queer, se non altro per quel che riguarda l'abolizione della famiglia. Costi quel che costi, il luogo della gratuità - il focolare - va distrutto. 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La nostra intelligence, lo ricordiamo, in questi giorni è molto attiva sul fronte del contrasto agli attacchi hacker, sia accertati (quelli che hanno colpito gli ospedali Spallanzani e San Camillo di Roma) che presunti (quelli denunciati dall'Inps in relazione al malfunzionamento del sito internet). «La riunione», ha aggiunto Volpi, «è proseguita con l'affidamento al senatore Paolo Arrigoni della relazione sul rapporto semestrale dell'attività dei servizi di Intelligence. Da una prima visione del rapporto il Comitato ha rafforzato la sua percezione di un urgente approfondimento degli aspetti di salvaguardia strategica degli assetti bancari e assicurativi. Il Copasir ha quindi deciso di riprendere immediatamente il ciclo di audizioni relativo al settore e dare comunicazione del calendario appena sarà perfezionato». In merito poi ai «denunciati attacchi informatici contro siti istituzionali», il Comitato, ha fatto sapere Volpi, «ha sensibilizzato il Dis che ha poi reso infatti puntuale nota informativa relativa alle evidenze in suo possesso e alla continua attività di vigilanza. La seduta è proseguita confermando l'utilità di perseguire gli approfondimenti affidati all'onorevole Borghi sulle eventuali distorsive campagne informative rivolte verso il paese. Le particolari circostanze in cui versa il paese vedono il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica quotidianamente attento a tutte le tematiche afferenti alle sue competenze anche attraverso un costante confronto formale ed informale fra i suoi componenti», ha concluso Volpi, «con la comune condivisa missione di contribuire alla sicurezza dell'interesse nazionale». Il vicepresidente del Copasir, Adolfo Urso, di Fratelli d'Italia, si è invece scagliato contro l'Inps: «Se come sembra», ha attaccato Urso, «il blocco della piattaforma digitale dell'Inps non è dovuto ad un attacco hacker ma solo ad una macroscopica inefficienza, credo che qualcuno debba spiegare perché abbia diffuso in modo improprio un allarme hacker di così tale ampiezza, coinvolgendo il Copasir e quindi il Dis, su un aspetto così sensibile e importante. È irresponsabile averlo fatto tanto più che gran parte degli esperti aveva subito escluso questa possibilità. Sarebbe ancor più grave», ha aggiunto Urso, «che questa fake news fosse stata deliberatamente alimentata solo quale paravento di una palese inefficienza del sistema e di chi avrebbe dovuto programmare il servizio a cui l'Inps era stato in tempo delegato. Chiunque l'abbia fatto dovrà stavolta assumersi le proprie gravi responsabilità». Intanto, ieri, i deputati di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami e Marco Osnato, componenti della Commissione Finanze della Camera dei Deputati, hanno chiesto al Copasir di compiere verifiche sulla notizia diffusa dall'agenzia Bloomberg, secondo la quale la Commerzbank, istituto di credito detenuto al 15% dallo Stato tedesco, sta invitando a disfarsi dei Btp italiani ritenendoli destinati a divenire «spazzatura». «Una indicazione», hanno affermato Bignami e Osnato, «che se confermata rischia di determinare un effetto valanga con esiti gravissimi per l'economia italiana».
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Lo ha dichiarato la vicepresidente del Lazio Roberta Angelilli a margine dell’incontro con il commissario per la Politica regionale e di coesione Raffaele Fitto, che si è tenuto presso la Rappresentanza dello Stato Libero di Baviera.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.
Qualche giorno fa vi avevamo prudenzialmente parlato di 60 miliardi, ma applicando in modo certosino i tassi di raccolta sostenuti dalla Ue per le singole rate, il contatore è salito a circa 66,4 miliardi, spalmati tra agosto 2021, quando è stata incassata la rata di anticipo, e 2057, quando terminerà il rimborso delle ultime due rate che probabilmente incasseremo nel 2026. La seconda cattiva notizia è che quei 66 miliardi raccolti dalla Ue e girati all’Italia, hanno una scadenza media di 11 anni, ma il prestito erogato all’Italia ha una scadenza di 30 anni e quindi è esposto a variazioni dei tassi al variare dei tassi fissati dalla Bce. E lo scenario più probabile potrebbe essere un aumento.
Se queste sono le premesse, il risultato finale è quello di leggere sui comunicati che il Mef emette in occasione dell’incasso di ciascuna rata, un imbarazzante «da determinarsi», con riferimento al tasso d’interesse e al rendimento a scadenza. Questo perché la determinazione è rimessa ad un’intricatissima serie di calcoli che qui proviamo a spiegare. Mentre per comprendere i tassi delle emissioni di un Bot o di un Btp è sufficiente la scuola media. Immaginate una vasca con un rubinetto in cui la Commissione versa ripetutamente nel corso di un semestre i proventi delle emissioni di titoli; poi immaginate che durante quello stesso semestre gli Stati membri siano stati autorizzati a incassare una rata del Pnrr. A quel punto «l’acqua» viene prelevata, la vasca si svuota e si porta dietro per 30 anni il costo medio di tutte le emissioni versate in quella vasca, calcolato giorno per giorno. Il piano è strutturato in modo che tutte le «vasche» riempite ogni semestre (i cosiddetti comparti temporali) siano svuotate con precisione dai versamenti a favore degli Stati membri. Eventuali eccedenze o insufficienze sono colmate «travasando» dalle vasche relative ad altri semestri.
Compreso questo passaggio, il resto è tutto in discesa, ancorché umiliante per un Paese come l’Italia che non ha mai perso l’accesso ai mercati e che nel 2025 ha emesso in scioltezza 550 miliardi attirando investitori da tutto il mondo. Con l’enorme differenza di non dover rendere conto a Bruxelles della destinazione di quelle somme. Ogni rata ha un tasso di finanziamento iniziale che è il risultato della media di tutte le emissioni finite in ogni vasca, dai titoli a breve (entro i 12 mesi) a quelli a 30 anni, passando per tutte le scadenze intermedie.
E qui sorge un problema: poiché la durata media di quelle emissioni è di 11 anni e i rimborsi degli Stati membri partiranno dopo 10 anni dall’erogazione e si distribuiranno in quote costanti nei successivi 20 anni, la Commissione dovrà necessariamente rifinanziare i titoli in scadenza più volte fino al 2057, quando saranno conclusi tutti i rimborsi degli Stati membri. Ecco spiegato il perché al Mef non conoscono il tasso di interesse di ciascuna rata e quel tasso di 0,15% sulla prima rata è destinato a salire notevolmente, man mano che i titoli di quella «vasca» scadranno e la Ue dovrà rifinanziarli. Il tasso finale sarà noto solo quando sarà stato eseguito l’ultimo rifinanziamento dei titoli finiti nella vasca. E in 30 anni può accadere di tutto. Siamo quindi alla pietra dello scandalo: la Commissione ha insindacabilmente scelto una scadenza media nella raccolta dei fondi nettamente inferiore a quella della scadenza dei prestiti erogati, esponendo così i Paesi debitori a un rischioso tasso.
A questo punto arriva la nota obiezione secondo cui, a parità di scadenze, i tassi spuntati dalla Ue sul mercato dal 2021 sono stati leggermente inferiori a quelli dei nostri titoli di Stato, e quindi l’Italia ha risparmiato finanziandosi con la Ue, in confronto a quanto avrebbe pagato emettendo titoli pubblici. Obiezione respinta perché, premesso che nel 2025 la differenza si è quasi annullata, l’Italia avrebbe ben potuto scegliere di emettere titoli su una scadenza media diversa ed essere quindi meno esposta al rischio tasso o comprare delle coperture. Per esempio, l’Italia nel 2021 ha emesso 78 miliardi utilizzando Btp con scadenza 10, 15, 20 e 30 anni, con un tasso oscillante tra lo 0,80% del 10 anni e l’1,75% del 30 anni. Cosa avrebbe impedito all’Italia di raccogliere su scadenze altrettanto lunghe, quei 16 miliardi di anticipo ricevuti da Bruxelles e a un tasso così basso che oggi appare fantascienza, e chiudere là il conto degli interessi fino al 2057, peraltro con la Bce compratrice unica? Perché la Ue ha raccolto con scadenza media relativamente bassa, quando sapeva che i prestiti erano a 30 anni?
Ma il conto non finisce qua. Perché spuntano come funghi anche i cosiddetti costi di gestione della liquidità: poiché la Ue deve avere sempre una liquidità sufficiente per soddisfare le richieste di erogazione degli Stati membri, è costretta a raccogliere denaro in anticipo e tenerlo in attesa. Se, come è accaduto, le richieste di pagamento tardano ad arrivare, quella liquidità non solo non rende, ma in un contesto di tassi crescenti, diventa un costo, direttamente fatturato agli Stati membri (195 milioni solo nel primo semestre 2025).
Sempre convinti che consentire alla Commissione di giocare al «piccolo banchiere» - con l’Italia cliente quasi unico con i suoi 99 miliardi su 156 erogati - sia stato un buon affare?
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