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2022-05-08
Il tennis mondiale imbocca la via di Carlito
Carlos Alcaraz (Ansa)
Lo ha giustiziato a colpi di fichi molli. Con una, dieci, cento smorzate alternate a mazzate da baseball Carlos Alcaraz ha fatto la rivoluzione. Il giorno dopo aver sconfitto Rafael Nadal, il bimbo (19 anni, numero 6 del ranking) arrivato dalle lande di Murcia liquida Novak Djokovic nella partita del destino sulla terra rossa, quella che segna l’anno zero nella storia del tennis. Sul centrale di Madrid intitolato a Manolo Santana non va in scena una semplice semifinale ma una staffetta generazionale, un cambio epocale, l’alba di una nuova era geologica.
C’è qualcosa di magico nell’abbraccio finale tra il numero uno del mondo sconfitto (5-7,7-6,7-6) e il ragazzino che piange urlando nel cielo al tramonto. È la stessa magia che abbiamo vissuto al cambio di testimone fra Bjorn Borg e John McEnroe, poi fra quest’ultimo e Boris Becker, fra il tedesco e Pete Sampras, fra l’americano e Roger Federer. Il futuro è nella testa e nel braccio di un giovane uscito dalla prolifica scuola spagnola, ma che non ha niente a che vedere con lo stile dei maestri terraioli.
Alcaraz è serve and volley, è fantasia, è Andy Roddick più Pat Cash. Insomma è qualcosa di diverso da tutti, un giocatore che non vedevamo da una generazione. Oggi lui si discosta da chiunque calchi un campo da tennis perché è più avanti (e paradossalmente attinge a una cultura che non si vergogna di guardare indietro, a tutti i fondamentali). È diverso anche da Jannik Sinner, formidabile interprete di un gioco che esiste già. La differenza con Alcaraz è lo spirito rivoluzionario. Quando quest’ultimo entra in partita non è un termometro ma un termostato; non si limita a indicare la temperatura nello stadio ma inesorabilmente la cambia.
Se ne sono accorti in due giorni i fuoriclasse che (con Federer) hanno fatto la storia contemporanea di questo sport: prima è caduto Nadal, travolto dalla fisicità e dalla grinta (6-2,1-6,6-3), poi ha alzato bandiera bianca Djokovic dopo una resistenza estrema, perché i grandi non abbandonano facilmente il trono. Ma sono proprio i grandi i primi a vedere negli occhi dei nerd i segni della predestinazione. E Alcaraz li ha tutti. Paolo Bertolucci, che già due anni fa ne parlava con dolcezza stupita, oggi commenta così: «Carlos passa da un’accelerazione demoniaca a un drop shot con la naturalezza con cui si beve un caffè».
Ha l’acne giovanile sulle guance, passaggi a vuoto da bambino che vuole finirla in fretta, ma sul campo ha confermato di avere l’allure del fenomeno. In 3 ore e 35 minuti, in fondo a una battaglia di sudore e nervi, ha piantato la bandiera della gioventù sulla terra rossa, il fondo più complicato, quello che non ti permette di caricare i colpi e di giocare a rete con facilità. Vedere Djokovic (34 anni) aggrapparsi alla partita come una cozza allo scoglio, mettere in atto ogni astuzia per tenere a bada il baby di casa, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Con qualche successo perché quando il bimbo va di fretta mostra ancora qualche limite e alterna colpi da fuoriclasse a un net, una stecca, una svirgola, un doppio fallo. Ma alla fine riesce a rubare il fuoco dall’Olimpo allo Zeus del tennis.
In Spagna dicono che Alcaraz è l’erede di Nadal, ma con il mito vivente di Manacor ha in comune solo il passaporto e il tifo per il Real Madrid. Per il resto ha in tasca un arcobaleno di colpi che l’altro si sogna, ma non ancora la garanzia di poterli giocare con continuità e di superare (come a saputo fare Nadal) le vette himalaiane del successo. Carlos arriva da una famiglia di tennisti, il nonno (88 anni) è il più vecchio iscritto al club di Murcia, il padre non è diventato professionista perché non aveva i soldi per mantenersi. Trent’anni di sogni famigliari riposti in questo formidabile giocatore che si carica nello spogliatoio ascoltando la colonna sonora dei film di Rocky Balboa. Vive da autorecluso a Villena nell’accademia-monastero Equelite di Juan Carlos Ferrero (il coach, ex campione che vinse al Roland Garros), dove si allena sei ore al giorno, abita in un bungalow di legno e per allenare la mente gioca a scacchi.
Ferrero ha iniziato a seguirlo da bambino e oggi se lo gode, anche se sa che la scalata è appena cominciata: «Carlos dà il meglio quando è aggressivo. Gli chiedo di esserlo di continuo, non deve mai assumere una posizione passiva. A 16 anni, quando si allenava con giocatori già formati, si adattava in un lampo al livello di chi aveva di fronte. In quel caso ho capito che lo step successivo sarebbe stato quello di issarsi sopra quel livello». L’obiettivo è di vincere il primo slam già quest’anno, ma senza pressioni. La sensazione è che presto i 3,8 milioni di dollari sul suo conto avranno un’impennata esponenziale.
Per l’uomo nuovo del tennis mondiale, che in 24 ore ha battuto Nadal e Djokovic, la corsa è appena cominciata. Oggi c’è la finale (Zverev o Tsitsipas), ma questa è solo statistica. Il destino dice altro, molto altro. Aggressività e smorzate, servizio e lungolinea da paura per scalare il mondo. E come spiegava Brad Gilbert ad Andre Agassi: «Attacca sotto pressione, guarda la palla e colpiscila. Non c’è altro nel tuo destino. E se devi cadere cadi, ma fallo sparando. Cadi con tutte e due le pistole che sparano». Alcaraz sembra nato per dargli retta. C’è un forestiero in città, impareremo a conoscerlo nei prossimi 15 anni.
La seconda rinascita di Mihajlovic «Le rimonte partono dalla testa»
«Il primo sogno è stato quello di rimanere in vita, ora per ora, passo dopo passo». Per Sinisa Mihajlovic tornare in panchina oggi a Venezia 49 giorni dopo l’ultima volta, è una somma di piccole vittorie, da ottenere giorno dopo giorno, contro un nemico che gioca sempre all’attacco e ti aggredisce andando fra le linee. Ma lui e la sua coppola irlandese, involontaria citazione di Andy Capp, ancora una volta sono stati più forti della leucemia mieloide. Il guerriero serbo allenatore del Bologna è qui a raccontarla, la sua doppia sfida di Champions, vinta all’andata e al ritorno. E per una volta la vigilia della partita non è un dribbling dalla formazione, una spiega di come giocherà Marko Arnautovic, ma è un viaggio dentro la vita reale, quella che ti fa passare dai giorni in pigiama in una clinica al sorriso della normalità ritrovata.
«A volte si danno le cose per scontate ma l’esistenza bisogna godersela minuto per minuto. Quando passi attraverso certe prove comprendi il vero valore della vita: anche una passeggiata ti può dare energia e la sensazione di tornare alla normalità. Questa volta è stato più pesante della prima, nessuno poteva entrare, solo mia moglie aveva un permesso speciale. Ho sofferto molto». Lo dicono in tanti, probabilmente lo dicono tutti ma ribadirlo è un segno di consapevolezza e sensibilità. Non c’erano dubbi, il suo problema non è mai stato il contenuto, al massimo l’imballaggio. Quel corpo ribelle, quella successione di particelle elementari che un mattino ti chiedono prove che non avresti mai immaginato di sostenere.
C’è un video che testimonia una convalescenza speciale, che nessun medico si sognerebbe di prescrivere al paziente: Mihajlovic reloaded che calcia bordate su punizione alla fine dell’allenamento a Casteldebole. Lo guardi e ci intuisci la scintilla della guarigione, quel potenziale di forza, di sostanza, che fa parte dell’uomo Sinisa e che è sempre stato difficile contenere. «La forza ti arriva dalla famiglia grazie alla tecnologia e dall’altra famiglia che sono i miei giocatori: mi hanno reso orgoglioso».
Mentre lui era via il Bologna non ha mai perso, ha messo in cascina 10 punti in sei partite, ha battuto Inter e Sampdoria, non ha chinato il capo davanti a Milan, Juventus, Udinese e Roma. Quando ha rivisto i calciatori negli spogliatoi ha detto loro con stupendo vittimismo balcanico (colonna sonora di Goran Bregovic): «Sono dovuto andare in ospedale per non vedervi perdere mai, ma adesso dobbiamo continuare così. Mi piacerebbe finire bene la stagione anche per dimostrare qualcosa a quelli che non avevano fiducia».
Non è un docufilm di Netflix, è tutto vero. «Cercavo di aiutarmi grazie a loro. Dalla mattina alle sei e mezza a sera era una tortura: dovevamo arrivare all’obiettivo e l’abbiamo fatto». Tutti, lui è di nuovo qui e la squadra passeggia tranquilla sotto i portici coperti di metà classifica. La Lega Calcio ha fatto un gesto delicato, gli ha assegnato il titolo del mese. Come se a dirigere fosse lui dal letto con la forza del pensiero, idealmente accanto ai vice Miro Tanjga ed Emilio De Leo in tuta. «Mi è piaciuta la motivazione, spesso non si ricorda chi c’è dietro, più forte è chi ti supporta e meglio vengono le cose. Siamo un bel gruppo».
La partita dell’anno in sua assenza è stata quella con l’Inter, la rilegge con un gusto particolare perché quei ricorsi legali dei nerazzurri non gli sono piaciuti. «Sentivo dire che avevamo poche motivazioni ma nessuno deve dubitare della nostra professionalità. Nelle settimane prima mi dicevo: “Fanno bene a fare ricorso perché se la giochiamo la perdono” e così è stato. Ci hanno provato. Amo l’Inter, là mi sono tolto grandi soddisfazioni, Simone Inzaghi è un mio amico ma non dormivo la notte per quelle chiacchiere e ho trasmesso tutta la rabbia possibile ai miei giocatori. Per loro non doveva essere una passeggiata e non lo è stata».
Per lo scudetto tifava Napoli, il resto gli è indifferente e del Milan (esonerato nel 2016 durante una stagione mediocre) non parla. Il guerriero è tornato, sa come si compie una rimonta anche prima di aver visto quella del Real Madrid contro il Manchester City. «Le rimonte partono sempre dalla testa, è lì che non devi mollare mai. E se ci sono momenti pesanti sai sempre che devi superarli». Ora non sta già più parlando di calcio, la metafora va e viene, si rivede con la cartella clinica davanti e il dramma negli occhi. Più facile andare a Venezia contro una squadra disperata e provare a salvare la faccia. Il pensiero torna lì, alla sua Champions vinta in pigiama. Adesso Sinisa sorride, la vita ritrovata lo merita: «Se un giorno smetto di allenare faccio la guida turistica dell’ospedale Sant’Orsola».
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Carlos Alcaraz stratosferico: a 19 anni sconfigge nel giro di 24 ore prima Rafael Nadal, poi Novak Djokovic e vola in finale al Master di Madrid. Ha avuto la meglio sul serbo numero uno del ranking dopo una battaglia epica di tre ore e mezza: è lui il futuro di questo sport.Sinisa Mihajlovic in panchina dopo 49 giorni di terapie per la recidiva della leucemia: «È stata dura».Lo speciale contiene due articoli. Lo ha giustiziato a colpi di fichi molli. Con una, dieci, cento smorzate alternate a mazzate da baseball Carlos Alcaraz ha fatto la rivoluzione. Il giorno dopo aver sconfitto Rafael Nadal, il bimbo (19 anni, numero 6 del ranking) arrivato dalle lande di Murcia liquida Novak Djokovic nella partita del destino sulla terra rossa, quella che segna l’anno zero nella storia del tennis. Sul centrale di Madrid intitolato a Manolo Santana non va in scena una semplice semifinale ma una staffetta generazionale, un cambio epocale, l’alba di una nuova era geologica. C’è qualcosa di magico nell’abbraccio finale tra il numero uno del mondo sconfitto (5-7,7-6,7-6) e il ragazzino che piange urlando nel cielo al tramonto. È la stessa magia che abbiamo vissuto al cambio di testimone fra Bjorn Borg e John McEnroe, poi fra quest’ultimo e Boris Becker, fra il tedesco e Pete Sampras, fra l’americano e Roger Federer. Il futuro è nella testa e nel braccio di un giovane uscito dalla prolifica scuola spagnola, ma che non ha niente a che vedere con lo stile dei maestri terraioli. Alcaraz è serve and volley, è fantasia, è Andy Roddick più Pat Cash. Insomma è qualcosa di diverso da tutti, un giocatore che non vedevamo da una generazione. Oggi lui si discosta da chiunque calchi un campo da tennis perché è più avanti (e paradossalmente attinge a una cultura che non si vergogna di guardare indietro, a tutti i fondamentali). È diverso anche da Jannik Sinner, formidabile interprete di un gioco che esiste già. La differenza con Alcaraz è lo spirito rivoluzionario. Quando quest’ultimo entra in partita non è un termometro ma un termostato; non si limita a indicare la temperatura nello stadio ma inesorabilmente la cambia.Se ne sono accorti in due giorni i fuoriclasse che (con Federer) hanno fatto la storia contemporanea di questo sport: prima è caduto Nadal, travolto dalla fisicità e dalla grinta (6-2,1-6,6-3), poi ha alzato bandiera bianca Djokovic dopo una resistenza estrema, perché i grandi non abbandonano facilmente il trono. Ma sono proprio i grandi i primi a vedere negli occhi dei nerd i segni della predestinazione. E Alcaraz li ha tutti. Paolo Bertolucci, che già due anni fa ne parlava con dolcezza stupita, oggi commenta così: «Carlos passa da un’accelerazione demoniaca a un drop shot con la naturalezza con cui si beve un caffè». Ha l’acne giovanile sulle guance, passaggi a vuoto da bambino che vuole finirla in fretta, ma sul campo ha confermato di avere l’allure del fenomeno. In 3 ore e 35 minuti, in fondo a una battaglia di sudore e nervi, ha piantato la bandiera della gioventù sulla terra rossa, il fondo più complicato, quello che non ti permette di caricare i colpi e di giocare a rete con facilità. Vedere Djokovic (34 anni) aggrapparsi alla partita come una cozza allo scoglio, mettere in atto ogni astuzia per tenere a bada il baby di casa, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Con qualche successo perché quando il bimbo va di fretta mostra ancora qualche limite e alterna colpi da fuoriclasse a un net, una stecca, una svirgola, un doppio fallo. Ma alla fine riesce a rubare il fuoco dall’Olimpo allo Zeus del tennis.In Spagna dicono che Alcaraz è l’erede di Nadal, ma con il mito vivente di Manacor ha in comune solo il passaporto e il tifo per il Real Madrid. Per il resto ha in tasca un arcobaleno di colpi che l’altro si sogna, ma non ancora la garanzia di poterli giocare con continuità e di superare (come a saputo fare Nadal) le vette himalaiane del successo. Carlos arriva da una famiglia di tennisti, il nonno (88 anni) è il più vecchio iscritto al club di Murcia, il padre non è diventato professionista perché non aveva i soldi per mantenersi. Trent’anni di sogni famigliari riposti in questo formidabile giocatore che si carica nello spogliatoio ascoltando la colonna sonora dei film di Rocky Balboa. Vive da autorecluso a Villena nell’accademia-monastero Equelite di Juan Carlos Ferrero (il coach, ex campione che vinse al Roland Garros), dove si allena sei ore al giorno, abita in un bungalow di legno e per allenare la mente gioca a scacchi.Ferrero ha iniziato a seguirlo da bambino e oggi se lo gode, anche se sa che la scalata è appena cominciata: «Carlos dà il meglio quando è aggressivo. Gli chiedo di esserlo di continuo, non deve mai assumere una posizione passiva. A 16 anni, quando si allenava con giocatori già formati, si adattava in un lampo al livello di chi aveva di fronte. In quel caso ho capito che lo step successivo sarebbe stato quello di issarsi sopra quel livello». L’obiettivo è di vincere il primo slam già quest’anno, ma senza pressioni. La sensazione è che presto i 3,8 milioni di dollari sul suo conto avranno un’impennata esponenziale. Per l’uomo nuovo del tennis mondiale, che in 24 ore ha battuto Nadal e Djokovic, la corsa è appena cominciata. Oggi c’è la finale (Zverev o Tsitsipas), ma questa è solo statistica. Il destino dice altro, molto altro. Aggressività e smorzate, servizio e lungolinea da paura per scalare il mondo. E come spiegava Brad Gilbert ad Andre Agassi: «Attacca sotto pressione, guarda la palla e colpiscila. Non c’è altro nel tuo destino. E se devi cadere cadi, ma fallo sparando. Cadi con tutte e due le pistole che sparano». Alcaraz sembra nato per dargli retta. C’è un forestiero in città, impareremo a conoscerlo nei prossimi 15 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-tennis-mondiale-imbocca-la-via-di-carlito-2657282721.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-seconda-rinascita-di-mihajlovic-le-rimonte-partono-dalla-testa" data-post-id="2657282721" data-published-at="1652020360" data-use-pagination="False"> La seconda rinascita di Mihajlovic «Le rimonte partono dalla testa» «Il primo sogno è stato quello di rimanere in vita, ora per ora, passo dopo passo». Per Sinisa Mihajlovic tornare in panchina oggi a Venezia 49 giorni dopo l’ultima volta, è una somma di piccole vittorie, da ottenere giorno dopo giorno, contro un nemico che gioca sempre all’attacco e ti aggredisce andando fra le linee. Ma lui e la sua coppola irlandese, involontaria citazione di Andy Capp, ancora una volta sono stati più forti della leucemia mieloide. Il guerriero serbo allenatore del Bologna è qui a raccontarla, la sua doppia sfida di Champions, vinta all’andata e al ritorno. E per una volta la vigilia della partita non è un dribbling dalla formazione, una spiega di come giocherà Marko Arnautovic, ma è un viaggio dentro la vita reale, quella che ti fa passare dai giorni in pigiama in una clinica al sorriso della normalità ritrovata. «A volte si danno le cose per scontate ma l’esistenza bisogna godersela minuto per minuto. Quando passi attraverso certe prove comprendi il vero valore della vita: anche una passeggiata ti può dare energia e la sensazione di tornare alla normalità. Questa volta è stato più pesante della prima, nessuno poteva entrare, solo mia moglie aveva un permesso speciale. Ho sofferto molto». Lo dicono in tanti, probabilmente lo dicono tutti ma ribadirlo è un segno di consapevolezza e sensibilità. Non c’erano dubbi, il suo problema non è mai stato il contenuto, al massimo l’imballaggio. Quel corpo ribelle, quella successione di particelle elementari che un mattino ti chiedono prove che non avresti mai immaginato di sostenere. C’è un video che testimonia una convalescenza speciale, che nessun medico si sognerebbe di prescrivere al paziente: Mihajlovic reloaded che calcia bordate su punizione alla fine dell’allenamento a Casteldebole. Lo guardi e ci intuisci la scintilla della guarigione, quel potenziale di forza, di sostanza, che fa parte dell’uomo Sinisa e che è sempre stato difficile contenere. «La forza ti arriva dalla famiglia grazie alla tecnologia e dall’altra famiglia che sono i miei giocatori: mi hanno reso orgoglioso». Mentre lui era via il Bologna non ha mai perso, ha messo in cascina 10 punti in sei partite, ha battuto Inter e Sampdoria, non ha chinato il capo davanti a Milan, Juventus, Udinese e Roma. Quando ha rivisto i calciatori negli spogliatoi ha detto loro con stupendo vittimismo balcanico (colonna sonora di Goran Bregovic): «Sono dovuto andare in ospedale per non vedervi perdere mai, ma adesso dobbiamo continuare così. Mi piacerebbe finire bene la stagione anche per dimostrare qualcosa a quelli che non avevano fiducia». Non è un docufilm di Netflix, è tutto vero. «Cercavo di aiutarmi grazie a loro. Dalla mattina alle sei e mezza a sera era una tortura: dovevamo arrivare all’obiettivo e l’abbiamo fatto». Tutti, lui è di nuovo qui e la squadra passeggia tranquilla sotto i portici coperti di metà classifica. La Lega Calcio ha fatto un gesto delicato, gli ha assegnato il titolo del mese. Come se a dirigere fosse lui dal letto con la forza del pensiero, idealmente accanto ai vice Miro Tanjga ed Emilio De Leo in tuta. «Mi è piaciuta la motivazione, spesso non si ricorda chi c’è dietro, più forte è chi ti supporta e meglio vengono le cose. Siamo un bel gruppo». La partita dell’anno in sua assenza è stata quella con l’Inter, la rilegge con un gusto particolare perché quei ricorsi legali dei nerazzurri non gli sono piaciuti. «Sentivo dire che avevamo poche motivazioni ma nessuno deve dubitare della nostra professionalità. Nelle settimane prima mi dicevo: “Fanno bene a fare ricorso perché se la giochiamo la perdono” e così è stato. Ci hanno provato. Amo l’Inter, là mi sono tolto grandi soddisfazioni, Simone Inzaghi è un mio amico ma non dormivo la notte per quelle chiacchiere e ho trasmesso tutta la rabbia possibile ai miei giocatori. Per loro non doveva essere una passeggiata e non lo è stata». Per lo scudetto tifava Napoli, il resto gli è indifferente e del Milan (esonerato nel 2016 durante una stagione mediocre) non parla. Il guerriero è tornato, sa come si compie una rimonta anche prima di aver visto quella del Real Madrid contro il Manchester City. «Le rimonte partono sempre dalla testa, è lì che non devi mollare mai. E se ci sono momenti pesanti sai sempre che devi superarli». Ora non sta già più parlando di calcio, la metafora va e viene, si rivede con la cartella clinica davanti e il dramma negli occhi. Più facile andare a Venezia contro una squadra disperata e provare a salvare la faccia. Il pensiero torna lì, alla sua Champions vinta in pigiama. Adesso Sinisa sorride, la vita ritrovata lo merita: «Se un giorno smetto di allenare faccio la guida turistica dell’ospedale Sant’Orsola».
Ansa
Ad abbracciare la mamma è arrivata da Roma la premier Giorgia Meloni. E Patrizia Mercolino ha sentito l’affetto di tutti per il suo «guerriero». Oggi è stato il giorno del dolore, ma anche dell’amore profondo, quell’amore che il piccolo Domenico, in soli due anni di vita, aveva insegnato. Il papà ha portato a spalle il feretro del suo bimbo. Struggenti le parole della mamma al termine dell’omelia: «Se si è mossa tutta questa folla è solo grazie a Domenico, al suo sorriso, ai suoi occhioni e la sua dolcezza con cui sta abbracciando tutti. Spero non sia l’ultimo giorno che lo pensiamo, che possiamo serbarlo in un angolo del nostro cuore, ti amo cuore di mamma».
Le parole del vescovo di Nola, monsignor Francesco Marino, sono arrivate dritte al cuore di tutti: «Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico. Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi, ne sono certo, finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle, perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore».
Ma, all’uscita della piccola bara bianca c’è chi ha urlato «Giustizia, giustizia, giustizia». E ancora: «Dio esiste e chi ha sbagliato pagherà». diversi applausi e dal lancio di palloncini bianchi. Quando il feretro è uscito dalla chiesa nessuno è riuscito a trattenere le lacrime: sulla piccola bara era adagiata una maglietta bianca con la scritta «Ciao Mimmo». All’uscita della bara sono stati fatti volare in cielo tanti i palloncini bianchi a forma di cuore, poi altri colori grigio con la scritta «Il mio guerriero», sulle note della canzone «Guerriero» di Marco Mengoni. Era così che la mamma chiamava il piccolo mentre lottava tra la vita e la morte in un letto dell’ospedale Monaldi.
Al termine del funerale, il presidente Meloni ha abbracciato la mamma e il papà di Domenico ed è andata via. In mattinata, alla camera ardente è arrivata anche la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte il Monaldi, Anna Iervolino che ha abbracciato Patrizia ed entrambe sono scoppiate in lacrime. Iervolino ha più volte ripetuto che «Nessuno lo dimenticherà. Abbiamo sperato tutti con voi. Nessuno lo dimenticherà, lo stiamo dimostrando con i fatti». E mamma Patrizia ha risposto con la dignità che l’ha sempre contraddistinta: «Devono pagare solo quelli che hanno sbagliato, non tutti i medici del Monaldi». All’esterno del Duomo di Nola, l’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia, ha poi voluto leggere ai cronisti una lettera, datata 27 gennaio, firmata dal personale infermieristico, operatori socio-sanitari e tecnici della sala operatoria e diretta a tutti i vertici dell’Azienda ospedaliera dei Colli per «sottoporre una situazione di estrema gravità che, da tempo, sta compromettendo in modo significativo il benessere professionale e umano degli operatori, nonché la sicurezza dell’assistenza». Nella lettera i professionisti del Monaldi «palesano la situazione creata dal dottor Oppido», il primario che è tra i sette medici indagati, al momento, sospeso. E parlano di «sfiducia reciproca». Il personale segnala «comportamenti sistematici e quotidiani messi in atto da Oppido, tra cui urla e aggressività verbale, umiliazioni e svalutazioni pubbliche delle competenze professionali, linguaggio offensivo e denigratorio, bestemmie e imprecazioni, atteggiamenti intimidatori tali da inibire la comunicazione in équipe, reazioni ostili e aggressive anche in contesti formali di confronto mancato ascolto e considerazione. Tali comportamenti avvengono prevalentemente in sala operatoria e si ripetono con una frequenza tale da configurare un clima lavorativo caratterizzato da paura, tensione costante e perdita di fiducia reciproca all’interno dell’équipe multiprofessionale. Gli effetti sul personale sono significativi: si osservano ansia persistente, tremori, difficoltà di concentrazione durante le attività correlati a pressione emotiva, stress e diffuso stato di burnout. L’intera équipe ha considerato, in maniera congiunta, la possibilità di trasferimento».
Un abbraccio a Domenico è stato mandato pure ministro alle Infrastrutture e ai Trasporti, Matteo Salvini, che ha partecipato all’inaugurazione dello svincolo dell’A30 a Maddaloni. Il viceministro degli Affari Esteri, Edmondo Cirielli, è fiducioso che il governatore della Campania, Roberto Fico, farà giustizia e pulizia degli errori del passato».
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Ansa
L’intera vicenda aveva avuto inizio nel 2023 quando, presso il Tribunale del distretto meridionale della California, due insegnanti avevano fatto causa chiedendo un’esenzione dalle politiche pro gender, come appunto quelle dei cognomi, riguardanti i loro allievi. Da parte sua, il distretto scolastico si era difeso asserendo che la legge - così come interpretata dal Procuratore generale della California e dal dipartimento dell’Istruzione - imponesse l’attuazione delle politiche contestate. A quel punto, gli insegnanti hanno fatto causa anche ai funzionari statali e, accanto a loro nel processo, si sono aggiunte delle famiglie; tra queste, meritano di essere ricordati i coniugi John e Jane Poe, che in breve hanno appreso che la loro figlia era intenzionata a «cambiare sesso» solo dopo che la stessa, all’inizio dell’ottavo anno di scuola, era stata ricoverata per tentato suicidio.
Solo allora, infatti, i signori Poe avevano scoperto da un medico che la figlia soffriva di disforia di genere e che a scuola si presentasse come un maschio: nessuno - tanto meno gli insegnanti ai colloqui di classe - aveva detto loro nulla. Di qui una class action che le famiglie, assistite dalla Thomas More Society, hanno intentato contro lo Stato della California. Nel dicembre 2025 il giudice distrettuale degli Stati Uniti Roger Benitez, alla luce del primo e del quattordicesimo emendamento, ha così dichiarato incostituzionale il regime di transizione segreta della California. La Corte d’Appello per il Nono Circuito ha però subito fermato questo pronunciamento, motivo per cui i ricorrenti - assistiti da un team legale della Thomas More composto dagli avvocati Paul Jonna, Peter Breen, Jeff Trissell, Michael McHale e Christopher Galiardo - sono ricorsi alla Corte suprema. Che, come si diceva in apertura, ha dato ragione alle famiglie, che d’ora in poi non dovranno più essere tenute all’oscuro delle condizioni dei loro figli in materia di disforia di genere.
L’avvocato Paul Jonna, poc’anzi citato, ha definito questo come un «momento di svolta» per i diritti dei genitori in America. Il legale ha altresì sottolineato come la Corte suprema abbia chiarito in termini inequivocabili che non sia possibile effettuare una transizione di un bambino all’insaputa di un genitore, stabilendo un precedente storico che smantellerà tali politiche in tutto il Paese. Di tenore analogo il commento di un altro avvocato, Peter Breen - che è anche vicepresidente della Thomas More Society -, secondo cui, dopo questo verdetto, si è messo in luce come lo Stato della California avesse di fatto costruito «un muro di segretezza» tra genitori e figli. Ora però la Corte suprema ha abbattuto quel muro, ha aggiunto Breen, secondo cui questa è una vittoria del diritto dei genitori di crescere i propri figli come meglio credono. Una lezione di diritto e di civiltà che, anche alle nostre latitudini, non sarebbe male ripassare.
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C’è una domanda che i media mainstream evitano di farsi: perché Donald Trump ha deciso di dare fuoco alla miccia in Medio Oriente, smentendo anni di promesse sull’"America First"? La risposta potrebbe essere nascosta in un archivio di segreti inconfessabili.