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2022-05-08
Il tennis mondiale imbocca la via di Carlito
Carlos Alcaraz (Ansa)
Lo ha giustiziato a colpi di fichi molli. Con una, dieci, cento smorzate alternate a mazzate da baseball Carlos Alcaraz ha fatto la rivoluzione. Il giorno dopo aver sconfitto Rafael Nadal, il bimbo (19 anni, numero 6 del ranking) arrivato dalle lande di Murcia liquida Novak Djokovic nella partita del destino sulla terra rossa, quella che segna l’anno zero nella storia del tennis. Sul centrale di Madrid intitolato a Manolo Santana non va in scena una semplice semifinale ma una staffetta generazionale, un cambio epocale, l’alba di una nuova era geologica.
C’è qualcosa di magico nell’abbraccio finale tra il numero uno del mondo sconfitto (5-7,7-6,7-6) e il ragazzino che piange urlando nel cielo al tramonto. È la stessa magia che abbiamo vissuto al cambio di testimone fra Bjorn Borg e John McEnroe, poi fra quest’ultimo e Boris Becker, fra il tedesco e Pete Sampras, fra l’americano e Roger Federer. Il futuro è nella testa e nel braccio di un giovane uscito dalla prolifica scuola spagnola, ma che non ha niente a che vedere con lo stile dei maestri terraioli.
Alcaraz è serve and volley, è fantasia, è Andy Roddick più Pat Cash. Insomma è qualcosa di diverso da tutti, un giocatore che non vedevamo da una generazione. Oggi lui si discosta da chiunque calchi un campo da tennis perché è più avanti (e paradossalmente attinge a una cultura che non si vergogna di guardare indietro, a tutti i fondamentali). È diverso anche da Jannik Sinner, formidabile interprete di un gioco che esiste già. La differenza con Alcaraz è lo spirito rivoluzionario. Quando quest’ultimo entra in partita non è un termometro ma un termostato; non si limita a indicare la temperatura nello stadio ma inesorabilmente la cambia.
Se ne sono accorti in due giorni i fuoriclasse che (con Federer) hanno fatto la storia contemporanea di questo sport: prima è caduto Nadal, travolto dalla fisicità e dalla grinta (6-2,1-6,6-3), poi ha alzato bandiera bianca Djokovic dopo una resistenza estrema, perché i grandi non abbandonano facilmente il trono. Ma sono proprio i grandi i primi a vedere negli occhi dei nerd i segni della predestinazione. E Alcaraz li ha tutti. Paolo Bertolucci, che già due anni fa ne parlava con dolcezza stupita, oggi commenta così: «Carlos passa da un’accelerazione demoniaca a un drop shot con la naturalezza con cui si beve un caffè».
Ha l’acne giovanile sulle guance, passaggi a vuoto da bambino che vuole finirla in fretta, ma sul campo ha confermato di avere l’allure del fenomeno. In 3 ore e 35 minuti, in fondo a una battaglia di sudore e nervi, ha piantato la bandiera della gioventù sulla terra rossa, il fondo più complicato, quello che non ti permette di caricare i colpi e di giocare a rete con facilità. Vedere Djokovic (34 anni) aggrapparsi alla partita come una cozza allo scoglio, mettere in atto ogni astuzia per tenere a bada il baby di casa, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Con qualche successo perché quando il bimbo va di fretta mostra ancora qualche limite e alterna colpi da fuoriclasse a un net, una stecca, una svirgola, un doppio fallo. Ma alla fine riesce a rubare il fuoco dall’Olimpo allo Zeus del tennis.
In Spagna dicono che Alcaraz è l’erede di Nadal, ma con il mito vivente di Manacor ha in comune solo il passaporto e il tifo per il Real Madrid. Per il resto ha in tasca un arcobaleno di colpi che l’altro si sogna, ma non ancora la garanzia di poterli giocare con continuità e di superare (come a saputo fare Nadal) le vette himalaiane del successo. Carlos arriva da una famiglia di tennisti, il nonno (88 anni) è il più vecchio iscritto al club di Murcia, il padre non è diventato professionista perché non aveva i soldi per mantenersi. Trent’anni di sogni famigliari riposti in questo formidabile giocatore che si carica nello spogliatoio ascoltando la colonna sonora dei film di Rocky Balboa. Vive da autorecluso a Villena nell’accademia-monastero Equelite di Juan Carlos Ferrero (il coach, ex campione che vinse al Roland Garros), dove si allena sei ore al giorno, abita in un bungalow di legno e per allenare la mente gioca a scacchi.
Ferrero ha iniziato a seguirlo da bambino e oggi se lo gode, anche se sa che la scalata è appena cominciata: «Carlos dà il meglio quando è aggressivo. Gli chiedo di esserlo di continuo, non deve mai assumere una posizione passiva. A 16 anni, quando si allenava con giocatori già formati, si adattava in un lampo al livello di chi aveva di fronte. In quel caso ho capito che lo step successivo sarebbe stato quello di issarsi sopra quel livello». L’obiettivo è di vincere il primo slam già quest’anno, ma senza pressioni. La sensazione è che presto i 3,8 milioni di dollari sul suo conto avranno un’impennata esponenziale.
Per l’uomo nuovo del tennis mondiale, che in 24 ore ha battuto Nadal e Djokovic, la corsa è appena cominciata. Oggi c’è la finale (Zverev o Tsitsipas), ma questa è solo statistica. Il destino dice altro, molto altro. Aggressività e smorzate, servizio e lungolinea da paura per scalare il mondo. E come spiegava Brad Gilbert ad Andre Agassi: «Attacca sotto pressione, guarda la palla e colpiscila. Non c’è altro nel tuo destino. E se devi cadere cadi, ma fallo sparando. Cadi con tutte e due le pistole che sparano». Alcaraz sembra nato per dargli retta. C’è un forestiero in città, impareremo a conoscerlo nei prossimi 15 anni.
La seconda rinascita di Mihajlovic «Le rimonte partono dalla testa»
«Il primo sogno è stato quello di rimanere in vita, ora per ora, passo dopo passo». Per Sinisa Mihajlovic tornare in panchina oggi a Venezia 49 giorni dopo l’ultima volta, è una somma di piccole vittorie, da ottenere giorno dopo giorno, contro un nemico che gioca sempre all’attacco e ti aggredisce andando fra le linee. Ma lui e la sua coppola irlandese, involontaria citazione di Andy Capp, ancora una volta sono stati più forti della leucemia mieloide. Il guerriero serbo allenatore del Bologna è qui a raccontarla, la sua doppia sfida di Champions, vinta all’andata e al ritorno. E per una volta la vigilia della partita non è un dribbling dalla formazione, una spiega di come giocherà Marko Arnautovic, ma è un viaggio dentro la vita reale, quella che ti fa passare dai giorni in pigiama in una clinica al sorriso della normalità ritrovata.
«A volte si danno le cose per scontate ma l’esistenza bisogna godersela minuto per minuto. Quando passi attraverso certe prove comprendi il vero valore della vita: anche una passeggiata ti può dare energia e la sensazione di tornare alla normalità. Questa volta è stato più pesante della prima, nessuno poteva entrare, solo mia moglie aveva un permesso speciale. Ho sofferto molto». Lo dicono in tanti, probabilmente lo dicono tutti ma ribadirlo è un segno di consapevolezza e sensibilità. Non c’erano dubbi, il suo problema non è mai stato il contenuto, al massimo l’imballaggio. Quel corpo ribelle, quella successione di particelle elementari che un mattino ti chiedono prove che non avresti mai immaginato di sostenere.
C’è un video che testimonia una convalescenza speciale, che nessun medico si sognerebbe di prescrivere al paziente: Mihajlovic reloaded che calcia bordate su punizione alla fine dell’allenamento a Casteldebole. Lo guardi e ci intuisci la scintilla della guarigione, quel potenziale di forza, di sostanza, che fa parte dell’uomo Sinisa e che è sempre stato difficile contenere. «La forza ti arriva dalla famiglia grazie alla tecnologia e dall’altra famiglia che sono i miei giocatori: mi hanno reso orgoglioso».
Mentre lui era via il Bologna non ha mai perso, ha messo in cascina 10 punti in sei partite, ha battuto Inter e Sampdoria, non ha chinato il capo davanti a Milan, Juventus, Udinese e Roma. Quando ha rivisto i calciatori negli spogliatoi ha detto loro con stupendo vittimismo balcanico (colonna sonora di Goran Bregovic): «Sono dovuto andare in ospedale per non vedervi perdere mai, ma adesso dobbiamo continuare così. Mi piacerebbe finire bene la stagione anche per dimostrare qualcosa a quelli che non avevano fiducia».
Non è un docufilm di Netflix, è tutto vero. «Cercavo di aiutarmi grazie a loro. Dalla mattina alle sei e mezza a sera era una tortura: dovevamo arrivare all’obiettivo e l’abbiamo fatto». Tutti, lui è di nuovo qui e la squadra passeggia tranquilla sotto i portici coperti di metà classifica. La Lega Calcio ha fatto un gesto delicato, gli ha assegnato il titolo del mese. Come se a dirigere fosse lui dal letto con la forza del pensiero, idealmente accanto ai vice Miro Tanjga ed Emilio De Leo in tuta. «Mi è piaciuta la motivazione, spesso non si ricorda chi c’è dietro, più forte è chi ti supporta e meglio vengono le cose. Siamo un bel gruppo».
La partita dell’anno in sua assenza è stata quella con l’Inter, la rilegge con un gusto particolare perché quei ricorsi legali dei nerazzurri non gli sono piaciuti. «Sentivo dire che avevamo poche motivazioni ma nessuno deve dubitare della nostra professionalità. Nelle settimane prima mi dicevo: “Fanno bene a fare ricorso perché se la giochiamo la perdono” e così è stato. Ci hanno provato. Amo l’Inter, là mi sono tolto grandi soddisfazioni, Simone Inzaghi è un mio amico ma non dormivo la notte per quelle chiacchiere e ho trasmesso tutta la rabbia possibile ai miei giocatori. Per loro non doveva essere una passeggiata e non lo è stata».
Per lo scudetto tifava Napoli, il resto gli è indifferente e del Milan (esonerato nel 2016 durante una stagione mediocre) non parla. Il guerriero è tornato, sa come si compie una rimonta anche prima di aver visto quella del Real Madrid contro il Manchester City. «Le rimonte partono sempre dalla testa, è lì che non devi mollare mai. E se ci sono momenti pesanti sai sempre che devi superarli». Ora non sta già più parlando di calcio, la metafora va e viene, si rivede con la cartella clinica davanti e il dramma negli occhi. Più facile andare a Venezia contro una squadra disperata e provare a salvare la faccia. Il pensiero torna lì, alla sua Champions vinta in pigiama. Adesso Sinisa sorride, la vita ritrovata lo merita: «Se un giorno smetto di allenare faccio la guida turistica dell’ospedale Sant’Orsola».
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Carlos Alcaraz stratosferico: a 19 anni sconfigge nel giro di 24 ore prima Rafael Nadal, poi Novak Djokovic e vola in finale al Master di Madrid. Ha avuto la meglio sul serbo numero uno del ranking dopo una battaglia epica di tre ore e mezza: è lui il futuro di questo sport.Sinisa Mihajlovic in panchina dopo 49 giorni di terapie per la recidiva della leucemia: «È stata dura».Lo speciale contiene due articoli. Lo ha giustiziato a colpi di fichi molli. Con una, dieci, cento smorzate alternate a mazzate da baseball Carlos Alcaraz ha fatto la rivoluzione. Il giorno dopo aver sconfitto Rafael Nadal, il bimbo (19 anni, numero 6 del ranking) arrivato dalle lande di Murcia liquida Novak Djokovic nella partita del destino sulla terra rossa, quella che segna l’anno zero nella storia del tennis. Sul centrale di Madrid intitolato a Manolo Santana non va in scena una semplice semifinale ma una staffetta generazionale, un cambio epocale, l’alba di una nuova era geologica. C’è qualcosa di magico nell’abbraccio finale tra il numero uno del mondo sconfitto (5-7,7-6,7-6) e il ragazzino che piange urlando nel cielo al tramonto. È la stessa magia che abbiamo vissuto al cambio di testimone fra Bjorn Borg e John McEnroe, poi fra quest’ultimo e Boris Becker, fra il tedesco e Pete Sampras, fra l’americano e Roger Federer. Il futuro è nella testa e nel braccio di un giovane uscito dalla prolifica scuola spagnola, ma che non ha niente a che vedere con lo stile dei maestri terraioli. Alcaraz è serve and volley, è fantasia, è Andy Roddick più Pat Cash. Insomma è qualcosa di diverso da tutti, un giocatore che non vedevamo da una generazione. Oggi lui si discosta da chiunque calchi un campo da tennis perché è più avanti (e paradossalmente attinge a una cultura che non si vergogna di guardare indietro, a tutti i fondamentali). È diverso anche da Jannik Sinner, formidabile interprete di un gioco che esiste già. La differenza con Alcaraz è lo spirito rivoluzionario. Quando quest’ultimo entra in partita non è un termometro ma un termostato; non si limita a indicare la temperatura nello stadio ma inesorabilmente la cambia.Se ne sono accorti in due giorni i fuoriclasse che (con Federer) hanno fatto la storia contemporanea di questo sport: prima è caduto Nadal, travolto dalla fisicità e dalla grinta (6-2,1-6,6-3), poi ha alzato bandiera bianca Djokovic dopo una resistenza estrema, perché i grandi non abbandonano facilmente il trono. Ma sono proprio i grandi i primi a vedere negli occhi dei nerd i segni della predestinazione. E Alcaraz li ha tutti. Paolo Bertolucci, che già due anni fa ne parlava con dolcezza stupita, oggi commenta così: «Carlos passa da un’accelerazione demoniaca a un drop shot con la naturalezza con cui si beve un caffè». Ha l’acne giovanile sulle guance, passaggi a vuoto da bambino che vuole finirla in fretta, ma sul campo ha confermato di avere l’allure del fenomeno. In 3 ore e 35 minuti, in fondo a una battaglia di sudore e nervi, ha piantato la bandiera della gioventù sulla terra rossa, il fondo più complicato, quello che non ti permette di caricare i colpi e di giocare a rete con facilità. Vedere Djokovic (34 anni) aggrapparsi alla partita come una cozza allo scoglio, mettere in atto ogni astuzia per tenere a bada il baby di casa, è stato uno spettacolo nello spettacolo. Con qualche successo perché quando il bimbo va di fretta mostra ancora qualche limite e alterna colpi da fuoriclasse a un net, una stecca, una svirgola, un doppio fallo. Ma alla fine riesce a rubare il fuoco dall’Olimpo allo Zeus del tennis.In Spagna dicono che Alcaraz è l’erede di Nadal, ma con il mito vivente di Manacor ha in comune solo il passaporto e il tifo per il Real Madrid. Per il resto ha in tasca un arcobaleno di colpi che l’altro si sogna, ma non ancora la garanzia di poterli giocare con continuità e di superare (come a saputo fare Nadal) le vette himalaiane del successo. Carlos arriva da una famiglia di tennisti, il nonno (88 anni) è il più vecchio iscritto al club di Murcia, il padre non è diventato professionista perché non aveva i soldi per mantenersi. Trent’anni di sogni famigliari riposti in questo formidabile giocatore che si carica nello spogliatoio ascoltando la colonna sonora dei film di Rocky Balboa. Vive da autorecluso a Villena nell’accademia-monastero Equelite di Juan Carlos Ferrero (il coach, ex campione che vinse al Roland Garros), dove si allena sei ore al giorno, abita in un bungalow di legno e per allenare la mente gioca a scacchi.Ferrero ha iniziato a seguirlo da bambino e oggi se lo gode, anche se sa che la scalata è appena cominciata: «Carlos dà il meglio quando è aggressivo. Gli chiedo di esserlo di continuo, non deve mai assumere una posizione passiva. A 16 anni, quando si allenava con giocatori già formati, si adattava in un lampo al livello di chi aveva di fronte. In quel caso ho capito che lo step successivo sarebbe stato quello di issarsi sopra quel livello». L’obiettivo è di vincere il primo slam già quest’anno, ma senza pressioni. La sensazione è che presto i 3,8 milioni di dollari sul suo conto avranno un’impennata esponenziale. Per l’uomo nuovo del tennis mondiale, che in 24 ore ha battuto Nadal e Djokovic, la corsa è appena cominciata. Oggi c’è la finale (Zverev o Tsitsipas), ma questa è solo statistica. Il destino dice altro, molto altro. Aggressività e smorzate, servizio e lungolinea da paura per scalare il mondo. E come spiegava Brad Gilbert ad Andre Agassi: «Attacca sotto pressione, guarda la palla e colpiscila. Non c’è altro nel tuo destino. E se devi cadere cadi, ma fallo sparando. Cadi con tutte e due le pistole che sparano». Alcaraz sembra nato per dargli retta. C’è un forestiero in città, impareremo a conoscerlo nei prossimi 15 anni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-tennis-mondiale-imbocca-la-via-di-carlito-2657282721.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-seconda-rinascita-di-mihajlovic-le-rimonte-partono-dalla-testa" data-post-id="2657282721" data-published-at="1652020360" data-use-pagination="False"> La seconda rinascita di Mihajlovic «Le rimonte partono dalla testa» «Il primo sogno è stato quello di rimanere in vita, ora per ora, passo dopo passo». Per Sinisa Mihajlovic tornare in panchina oggi a Venezia 49 giorni dopo l’ultima volta, è una somma di piccole vittorie, da ottenere giorno dopo giorno, contro un nemico che gioca sempre all’attacco e ti aggredisce andando fra le linee. Ma lui e la sua coppola irlandese, involontaria citazione di Andy Capp, ancora una volta sono stati più forti della leucemia mieloide. Il guerriero serbo allenatore del Bologna è qui a raccontarla, la sua doppia sfida di Champions, vinta all’andata e al ritorno. E per una volta la vigilia della partita non è un dribbling dalla formazione, una spiega di come giocherà Marko Arnautovic, ma è un viaggio dentro la vita reale, quella che ti fa passare dai giorni in pigiama in una clinica al sorriso della normalità ritrovata. «A volte si danno le cose per scontate ma l’esistenza bisogna godersela minuto per minuto. Quando passi attraverso certe prove comprendi il vero valore della vita: anche una passeggiata ti può dare energia e la sensazione di tornare alla normalità. Questa volta è stato più pesante della prima, nessuno poteva entrare, solo mia moglie aveva un permesso speciale. Ho sofferto molto». Lo dicono in tanti, probabilmente lo dicono tutti ma ribadirlo è un segno di consapevolezza e sensibilità. Non c’erano dubbi, il suo problema non è mai stato il contenuto, al massimo l’imballaggio. Quel corpo ribelle, quella successione di particelle elementari che un mattino ti chiedono prove che non avresti mai immaginato di sostenere. C’è un video che testimonia una convalescenza speciale, che nessun medico si sognerebbe di prescrivere al paziente: Mihajlovic reloaded che calcia bordate su punizione alla fine dell’allenamento a Casteldebole. Lo guardi e ci intuisci la scintilla della guarigione, quel potenziale di forza, di sostanza, che fa parte dell’uomo Sinisa e che è sempre stato difficile contenere. «La forza ti arriva dalla famiglia grazie alla tecnologia e dall’altra famiglia che sono i miei giocatori: mi hanno reso orgoglioso». Mentre lui era via il Bologna non ha mai perso, ha messo in cascina 10 punti in sei partite, ha battuto Inter e Sampdoria, non ha chinato il capo davanti a Milan, Juventus, Udinese e Roma. Quando ha rivisto i calciatori negli spogliatoi ha detto loro con stupendo vittimismo balcanico (colonna sonora di Goran Bregovic): «Sono dovuto andare in ospedale per non vedervi perdere mai, ma adesso dobbiamo continuare così. Mi piacerebbe finire bene la stagione anche per dimostrare qualcosa a quelli che non avevano fiducia». Non è un docufilm di Netflix, è tutto vero. «Cercavo di aiutarmi grazie a loro. Dalla mattina alle sei e mezza a sera era una tortura: dovevamo arrivare all’obiettivo e l’abbiamo fatto». Tutti, lui è di nuovo qui e la squadra passeggia tranquilla sotto i portici coperti di metà classifica. La Lega Calcio ha fatto un gesto delicato, gli ha assegnato il titolo del mese. Come se a dirigere fosse lui dal letto con la forza del pensiero, idealmente accanto ai vice Miro Tanjga ed Emilio De Leo in tuta. «Mi è piaciuta la motivazione, spesso non si ricorda chi c’è dietro, più forte è chi ti supporta e meglio vengono le cose. Siamo un bel gruppo». La partita dell’anno in sua assenza è stata quella con l’Inter, la rilegge con un gusto particolare perché quei ricorsi legali dei nerazzurri non gli sono piaciuti. «Sentivo dire che avevamo poche motivazioni ma nessuno deve dubitare della nostra professionalità. Nelle settimane prima mi dicevo: “Fanno bene a fare ricorso perché se la giochiamo la perdono” e così è stato. Ci hanno provato. Amo l’Inter, là mi sono tolto grandi soddisfazioni, Simone Inzaghi è un mio amico ma non dormivo la notte per quelle chiacchiere e ho trasmesso tutta la rabbia possibile ai miei giocatori. Per loro non doveva essere una passeggiata e non lo è stata». Per lo scudetto tifava Napoli, il resto gli è indifferente e del Milan (esonerato nel 2016 durante una stagione mediocre) non parla. Il guerriero è tornato, sa come si compie una rimonta anche prima di aver visto quella del Real Madrid contro il Manchester City. «Le rimonte partono sempre dalla testa, è lì che non devi mollare mai. E se ci sono momenti pesanti sai sempre che devi superarli». Ora non sta già più parlando di calcio, la metafora va e viene, si rivede con la cartella clinica davanti e il dramma negli occhi. Più facile andare a Venezia contro una squadra disperata e provare a salvare la faccia. Il pensiero torna lì, alla sua Champions vinta in pigiama. Adesso Sinisa sorride, la vita ritrovata lo merita: «Se un giorno smetto di allenare faccio la guida turistica dell’ospedale Sant’Orsola».
(Getty Images)
Il nodo ha un nome e un cognome: Sinochem. Primo azionista con il 37% del capitale, quota robusta, presenza ingombrante, nazionalità cinese. L’arrivo in Pirelli è datato 2015 quando ancora si chiamava ChemChina e l’Italia guardava a Pechino come al bancomat globale e non come al concorrente sistemico. Altri tempi. Oggi lo scenario è capovolto: l’alleato americano diffida, l’Unione europea prende appunti e Palazzo Chigi deve scegliere. In attesa, Pirelli continua a vendere negli Stati Uniti i suoi pneumatici «intelligenti», che servono a migliorare la precisione di guida con le informazioni che mandano a chi sta al volante. Ed è proprio qui che Washington ha messo il lucchetto: niente hardware e software riconducibili a interessi cinesi.
Pirelli senza cervello tecnologico non è più Pirelli.
Negli ultimi mesi, raccontano fonti ben informate, i funzionari americani hanno fatto sapere a Roma che il tempo delle ambiguità è finito. Il governo italiano valuta. Valuta un nuovo intervento, valuta una stretta, valuta soprattutto quanto sia sostenibile tenere insieme tutto. Perché la partita non è solo industriale, è politica. Sinochem non è un’azienda qualsiasi. È un gruppo controllato dallo Stato cinese, figlio della fusione con ChemChina avvenuta nel 2021. Ogni mossa ha inevitabilmente un riflesso diplomatico.
Ed è qui che il gioco si fa delicato. Roma non vuole uno scontro con Pechino, ma non può permettersi di perdere Washington. Un equilibrio delicato, quasi da funamboli, mentre sotto c’è il vuoto del mercato globale. Il management di Pirelli ha provato a chiudere la questione in modo ordinato. Ha presentato opzioni, ha suggerito vie d’uscita, ha lasciato intendere che una cessione sarebbe la soluzione più indolore. Dall’altra parte, però, nessuna fretta. Per mesi. Poi qualcosa si è mosso. Sinochem ha incaricato Bnp Paribas di esplorare possibili opzioni di vendita. Un segnale. Non una resa, ma nemmeno un muro. Un modo per dire: ascoltiamo.
Ma il calendario non è elegante. Marzo incombe. E se non arriva un compromesso, il governo ha già pronto il copione dell’ultimo atto: sospensione dei diritti di voto. Il Golden power nella sua versione più muscolare. Quella che non toglie le azioni, ma toglie la voce. Adolfo Urso prova a raccontarla come una storia di dialogo ritrovato. Dice che è positivo che le parti siano tornate a parlarsi. Ricorda che l’Italia farà la sua parte per evitare l’esclusione di Pirelli dal mercato Usa. È il linguaggio necessario quando si cammina sulle uova, ma sotto quelle uova c’è già il brontolare della crepa.
Perché le tensioni tra Pirelli e Sinochem non nascono oggi. Esplodono quando l’azionista cinese tenta di rafforzare il controllo dopo la fusione, quando la governance diventa un campo minato, quando Marco Tronchetti Provera vice presidente esecutivo, lancia l’allarme sui rischi della presenza cinese.
Da lì parte l’intervento del 2023: limiti all’accesso alle informazioni, protezione della tecnologia, maggioranze qualificate blindate nel consiglio di amministrazione. Nell’aprile 2025 arriva lo strappo vero: Sinochem perde il controllo della governance. Un colpo secco, che aumenta la tensione e costringe il governo a un lavoro diplomatico sotterraneo per evitare l’incidente internazionale. L’indagine archiviata a settembre sulla China National Rubber Company è il classico ramoscello d’ulivo: non risolve, ma calma.
Perché il rischio non è teorico. È scritto nero su bianco: senza una soluzione, Pirelli è tagliata fuori dal mercato Usa. E nessun comunicato stampa, nessuna formula di compromesso lessicale, potrà compensare un colpo del genere. Alla fine, la questione è semplice quanto brutale: chi comanda davvero. Se l’azionariato resta cinese, Washington chiude la porta. Se Roma interviene, Pechino prende nota. Se si tergiversa, il mercato decide. Per questo Palazzo Chgi ha messo sul tavolo l’aut aut: fuori dal controllo di Pirelli o tagliamo i diritti di voto utilizzando i poteri speciali del «golden power» . Non è una minaccia, è una constatazione. La geopolitica non fa sconti.
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Berlino durante il blackout del 3 gennaio 2026 (Ansa)
Decine di migliaia di case sono rimaste improvvisamente senza riscaldamento, Internet e telefono, a temperature sotto lo zero e di notte anche sotto i 10 gradi. Ma l’incendio doloso appiccato nel distretto di Steglitz-Zehlendorf è stato già rivendicato dal gruppo di estrema sinistra «Vulkangruppe», la cui denominazione è ispirata all’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajokull che nel 2010 ha disturbato il traffico aereo in Europa per settimane. «Stanotte abbiamo sabotato con successo la centrale a gas di Berlino-Lichterfelde», si legge nel documento. Gli autori definiscono l’azione un «atto di autodifesa e di solidarietà internazionale verso tutti coloro che proteggono la terra e la vita» nonché «un’azione orientata al bene comune».
«È stato un errore aver guardato per così tanti anni, unilateralmente, all’estremismo politico di destra (che ha criminalizzato il primo partito tedesco Afd, guidato da Alice Weidel, ndr) trascurando l’islamismo e l’estremismo di sinistra», ha dichiarato a Die Welt il ricercatore Hendrik Hansen. In effetti, secondo l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione, dal 2011 gli incendi dolosi alle linee elettriche e alle infrastrutture pubbliche si sono moltiplicati, soprattutto a Berlino e Brandeburgo. Nel 2024, le autorità hanno contato undici sabotaggi criminali da quando il gruppo si è manifestato nel 2011, bruciando un ponte alla stazione di Berlino Ostkreuz. Nel marzo 2018, il distaccamento del «Vulkangruppe» a Berlino-Charlottenburg ha rivendicato un incendio doloso alle linee elettriche ad alta tensione. Circa 6.500 appartamenti e 400 aziende sono rimasti senza elettricità per ore, con danni per milioni di euro. Nel 2021, il «Vulkangruppe» ha appiccato un incendio doloso all’alimentazione elettrica dello stabilimento Tesla di Elon Musk a Grünheide. Lo stesso anno, Tesla ha subito altri atti di sabotaggio. Nel marzo 2024, un gruppo appartenente alla rete del Vulcano ha dato fuoco, sempre a Grünheide, a un grande palo dell’elettricità necessario all’approvvigionamento di Tesla: la produzione è stata interrotta per giorni a causa del sabotaggio. La Procura federale ha avviato indagini per sospetto terrorismo e l'Ufficio federale di polizia criminale ha anche indagato per sabotaggio incostituzionale. A maggio 2025, il gruppo ha confessato inoltre un incendio doloso a un impianto di trasformazione e a un impianto di tralicci radio a Berlino-Dahlem. Il messaggio di rivendicazione dell’attacco recitava: «Paralizza i quartieri delle ville. (...) Non possiamo più permetterci questi ricchi». Altri attacchi incendiari, non ultimi quello di febbraio 2025 ai cavi della ferrovia vicino a Tesla e quello di settembre 2025 all’alimentazione elettrica del parco tecnologico berlinese Adlershof, che ha coinvolto decine di migliaia di famiglie, non sono stati ufficialmente attribuiti al gruppo, nonostante le lettere di rivendicazione siano molto simili e riportino sempre la stessa firma degli «anarchici».
Hansen non circoscrive gli attacchi a Berlino: «Ovviamente abbiamo un problema nella capitale, dove si rifugiano gli anarchici. Ma abbiamo sempre più attacchi gravi in tutta la Germania». Lo studioso ha citato il gruppo radicale di sinistra «Angry Birds Kommando», che l’anno scorso ha rivendicato un attacco alla linea ferroviaria tra Duisburg e Düsseldorf. Anche a Monaco di Baviera, nel 2025 sono stati accesi diversi incendi. Pur non escludendo «collegamenti con la Russia», anche il portavoce del sindacato di polizia (GdP) Benjamin Jendro ha osservato una banalizzazione dell’estremismo di sinistra: «Nel nostro Paese lo abbiamo minimizzato per decenni».
Attivi e noti alle forze di sicurezza tedesche da molto tempo, la polizia li inquadra nell’ambiente degli anarchici della scena estremista di sinistra, orientata alla violenza. Nelle lettere di rivendicazione, i gruppi usano nomi diversi ma tutti ispirati a vulcani islandesi come Grimsvötn, Katla o Ok. I target dei gruppi sono quasi sempre i cavi delle linee ferroviarie, le torri radio, le linee dati e i mezzi di trasporto pubblici; l’obiettivo è mostrare la vulnerabilità delle infrastrutture di mobilità e comunicazione, disturbare l’ordine pubblico e causare gravi danni materiali. La matrice climatica è ostentata: il gruppo denuncia la «sete di energia» che distrugge le risorse naturali attraverso il riscaldamento globale. «Intere regioni stanno diventando inabitabili a causa del riscaldamento», dicono gli attivisti, «l’entità di questa devastazione è ignorata».
Gli autori del documento criticano particolarmente lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per il suo elevato fabbisogno energetico e i pericoli sociali che comporta, per poi chiosare: «Un giorno moriremo di sete e di fame seduti davanti agli schermi luminosi o ai dispositivi spenti».
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Il presidente del consiglio dà il via libera all’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più altri sei Paesi latinoamericani «associati» lo ha annunciato commentando: «Esprimo soddisfazione per la decisione della Commissione europea di modificare, come richiesto dall’Italia, la proposta di nuovo quadro finanziario pluriennale». La Von der Leyen è stata sicuramente indotta a mollare i cordoni della borsa dal blitz americano in Uruguay. Era desiderosa di riguadagnare almeno una finestra sul cortile di casa di Donald Trump per far vedere che l’Europa (forse) c’è e la firma dell’accordo col Mercosur è prevista per il 12 gennaio in Paraguay.
In una lettera inviata ieri alla presidente dell’Eurocamera Roberta Metsola (l’Europarlamento aveva bocciato i tagli alla Pac e l’abolizione, che comunque è confermata, del fondo per lo sviluppo rurale accorpato a quello di coesione) e al governo cipriota (ha la presidenza di turno dell’Europa) Ursula von der Leyen annuncia la disponibilità a utilizzare due terzi dei fondi accantonati per le spese non immediatamente disponibili nel bilancio 2028-2034 pari a circa 45 miliardi per aumentare gli stanziamenti per la Pac. In più vengono confermati altri 6,3 miliardi immediatamente attivabili.
Nulla però si dice sulla clausola di salvaguardia per i prodotti agricoli importati dal Sudamerica per quanto attiene pesticidi, salubrità e qualità paragonabili a quelli Ue. Su questo punto resta il no della Francia e la forte perplessità degli agricoltori italiani. Anche se il ministro per l’Agricoltura Francesco Lollobrigida in partenza per Bruxelles dove stamani si tiene - ospitata dalla Commissione - una sessione straordinaria di Agrifish, la riunione dei 27 ministri agricoli, proprio per sbloccare il sì al Mercosur, ha affermato: «La mossa della Von der Leyen è una bona notizia; non solo è stato annullato il taglio del 22% delle risorse destinate all’agricoltura per il periodo 2028-2034, ma la dotazione finanziaria è stata addirittura aumentata di 1 miliardo di euro». Forte perplessità su questi fondi aggiuntivi viene però dall’Istituto Jaques Delors che monitora i conti di Bruxelles.
A giudizio di Eulalia Rubio analista del centro studi «così si sta erodendo ancor prima di aver approvato il bilancio il fondo di riserva; utilizzare i soldi Ue per compensare i risultati degli accordi commerciali ha senso, ma se si vuole farlo bisogna creare uno strumento aggiuntivo, come è stato fatto dopo la Brexit, altrimenti i conti non tornano». La Francia comunque resta contraria al trattato. Gli agricoltori sono in marcia con i trattori verso Parigi. Fnsea e la Confederation Paysanne sono state ricevute ieri da Sébastien Lecornu, ma non sono soddisfatte. Il primo ministro e il ministro dell’Agricoltura Annie Genevard hanno promesso per oggi un decreto per impedire l’importazione in Francia di prodotti agricoli sudamericani trattati con sostanze chimiche vietate in Europa. È di fatto la clausola di salvaguardia che anche l’Italia chiedeva all’Ue e che Parigi ha deciso di farsi da sola anche perché gli agricoltori transalpini restano mobilitati sia per la crisi della zootecnia derivante dall’epidemia di dermatite bollosa che sta decimando le mandrie sia per la minaccia della concorrenza derivante dall’accordo Ue-Mercosur.
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Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura nella conferenza stampa tenutasi a Bruxelles.