
Nessuna richiesta ufficiale di dimissioni. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, più o meno isolato, resta a Lungotevere Ripa, come se non ci fosse stato alcun terremoto politico o sanitario in seguito alla sua decisione di azzerare la commissione Nitag (Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni) per la presenza di due esperti, l’ematologo Paolo Bellavite e il pediatra Eugenio Serravalle, dubbiosi sull’obbligo vaccinale e bollati dalla gran parte dei media e della politica come «no vax».
Il «commissariamento politico» in un certo non c’è già, visto che Schillaci è un medico, quindi ministro tecnico, e il suo viceministro è un politico, Marcello Gemmato esponente di Fdi. Al momento, dunque, non pare immediata alcuna ipotesi di sostituzione del responsabile della Salute. Cosa che, curiosamente, fa piacere soprattutto all’opposizione, che sta usando il caso Nitag per riportare in auge non soltanto il tema dell’obbligo delle vaccinazioni e quindi dei «no vax», ma soprattutto quello del rimpasto di governo. Come noto, la sola idea fa venire l’orticaria a Giorgia Meloni.
Certo la scelta di Schillaci, ministro scelto da Fdi, di non concordare con il resto dell’esecutivo la sua «retromarcia» sulle nomine appare ardita e farebbe pensare invece a una «manina» che avrebbe messo quei due nomi nella lista a sua insaputa: non avendoli scelti né condivisi, quando il ministro li ha visti, li avrebbe tolti azzerando tutto. Un caso che ha provocato dentro Fratelli d’Italia parecchi malumori (il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, lo attacca, il vice presidente della Camera, Fabio Rampelli, lo difende), ma non c’è una difesa ufficiale. Dentro la Lega non sono mancate le forti perplessità, mentre Forza Italia si professa un partito «dalla parte della scienza».
Nel frattempo, malgrado l’ «irritazione» della Meloni, Palazzo Chigi non preme come detto per le dimissioni in quanto si rischierebbero tensioni con il Quirinale. Nella lista dell’esecutivo presentata dalla Meloni, si ricorda che Sergio Mattarella lo preferì a Rocco Bellantone, cugino del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Infatti, come già anticipato dalla Verità, circola la voce, né confermata né smentita, secondo cui Schillaci si sarebbe visto respingere le proprie dimissioni dal presidente della Repubblica. Una «blindatura» che, se fosse vera, solleverebbe gravi interrogativi sulla dipendenza del ministro non dal premier ma dal capo dello Stato. Questa ipotetica «protezione» avrebbe condizionato lo stesso ministro che, sempre secondo voci di corridoio, prima che scoppiasse il caso Nitag avrebbe espresso una certa stanchezza in merito alla sua missione governativa, rivendicando una maggiore autonomia dalla politica. Difficile sciogliere i nodi di una vicenda piuttosto contraddittoria considerato anche che l’unica dichiarazione fatta dall’ex rettore di Tor Vergata è stata: «Non mi dimetto». Una mossa che comunque eviterebbe un rimpasto più ampio: si va da Daniela Santanchè a Marina Calderone, come chiesto dall’opposizione, ma soprattutto una nuova fiducia e quindi un «Meloni bis».
Sullo sfondo continua ad insinuarsi l’opposizione. Ieri su X il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, ha scritto: «I ministri Salvini e Lollobrigida attaccano il ministro Schillaci perché lui è un medico mentre loro si ritengono due Premi Nobel. Il governo strizza l’occhio ai no vax e non si preoccupa del carovita per le famiglie». E se per il M5S «il governo è a brandelli», Elly Schlein chiede al ministro: «Perché non alza la testa anche quando il governo taglia le risorse per la sanità?».






