- Leghisti e grillini condividono alcuni punti cardine: flat tax, immigrazione e legge Fornero nonché un’idea di massima sui dicasteri. Ma Palazzo Chigi balla e i tecnici incombono.
- Ultime spine su politica estera e anticasta. Vladimir Putin, la Nato, i tagli ai parlamentari: sono molti i dossier che dividono ancora l’alleanza gialloverde.
- Giorgia Meloni gioca la mano cruciale per la nuova destra. La pattuglia di parlamentari di Fratelli d’Italia sarebbe decisiva per il governo e le sorti del Paese. È la migliore occasione da anni per questa parte politica.
- Ma il Quirinale punta a gestire il «governo dei ragazzi», scongiurando le urne anticipate. Con il leghista usa il bastone, con il grillino la carota. E insiste sui nomi a Palazzo Chigi.
- Forza Italia alla fine permetterà la nascita dell’esecutivo M5s-Lega, però Silvio Berlusconi ha smentito la linea morbida teorizzata da alcuni suoi colonnelli: «Non sono una banderuola». Alla prima iniziativa sgradita del governo, azzurri pronti al voto contro.
- Intanto, con un blitz di fine mandato, il ministro Valeria Fedeli rinnova Roberto Battiston, marito della nipote di Romano Prodi, all’Asi.
Lo speciale contiene sei articoli.
«Non mi chiedete nomi, ma una cosa ce l’abbiamo chiara tutti, noi e i grillini», spiegava ieri il responsabile economico della Lega, Alberto Bagnai: «Se dev’essere un premier tecnico, dev’essere l’opposto di Mario Monti». In effetti, basta mettere in fila i nomi bruciati in un giorno da Salvini e Di Maio per concludere che al momento, più che dai gusti, sono uniti dai disgusti.
Certo, per qualche ora i rispettivi stati maggiori si sono cullati con l’ipotesi suggestiva di una staffetta tra i due ex candidati premier. Due anni e mezzo per Salvini e due anni e mezzo per Di Maio. Poi hanno deciso di lasciar perdere, spiegano i pentastellati, perché la staffetta all’interno di una coalizione, che qui però non c’è, «è una cosa troppo da Prima Repubblica e porta pure sfiga». In effetti il precedente dell’accordo (segreto) tra Bettino Craxi (Psi) e Ciriaco De Mita (Dc), fallito anche grazie all’abile regìa di Giulio Andreotti, non è dei più luminosi e regalò solo fiumi di polemiche e di veleni. Ma la vera ragione per cui già a metà giornata la staffetta era tramontata è un po’ meno nobile: pare che non ci fosse accordo su chi doveva cominciare e su chi doveva terminare la legislatura insediato a Palazzo Chigi. Se la maggioranza fosse ballerina, chi comanda per primo si avvantaggerebbe. Se invece si chiudesse in modo naturale la legislatura, chi ha il premier quando si va in campagna elettorale ha ben altra visibilità. I 5 stelle erano più propensi ad aspettare di raccogliere il testimone da Salvini, perché sono convinti che se questo governo partirà, «almeno 30-40 deputati verranno dalla nostra parte». E quindi, insomma, ci si blinda strada facendo. Il guaio è che lo pensa anche la Lega, che per svuotare pian piano Forza Italia preferisce non sedere a Palazzo Chigi, che «se no pare proprio tanto brutto».
Con meno spiegazioni, anzi senza proprio spiegazioni, la chiusura sul nome di Giorgetti, che comunque avrà un ruolo di grande potere. «È bravo, è bravo, ma non sarà lui il premier», dicono i grillini. Ma è forse perché è troppo ben visto dai cosiddetti poteri forti e anche dal Quirinale, ma poi magari manca di «quid», per dirla alla Berlusconi? Tanto Davide Casaleggio quanto Luigi Di Maio escludono che sia così: sono loro i primi a stimare l’ex pupillo di Giulio Tremonti, il protosovranista. Il sospetto è che il nome di Giorgetti sia tenuto caldo o per un ruolo alla Gianni Letta o, più probabilmente, per la casella del ministero dell’Economia. «È sul successore di Padoan che Mattarella ci farà penare e noi, obiettivamente, quanti personaggi abbiamo da mettere lì?», ragiona un esponente dei 5 stelle.
Per inciso, un nome che circola per via XX Settembre è quello dell’economista Luigi Zingales, politicamente «nato» a sinistra, ex editorialista dell’Espresso di Carlo De Benedetti, ma capace di impressionare positivamente tanto i leghisti quanto i grillini per come non ha fatto sconti a Matteo Renzi e per come ha dato battaglia a Claudio De Scalzi nel cda di Eni, dal quale si dimise denunciando problemi di trasparenza. «Ecco, anche per Palazzo Chigi ci vorrebbe uno alla Zingales, ovvero un tecnico ma con il cuore e i cosiddetti», dicono nel Movimento. Il problema è che al momento né Salvini né Di Maio ce l’hanno, un profilo simile.
Di sicuro gli allievi di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio stanno imparando una delle cose più difficili della politica romana giocata a un certo livello: ovvero come riconoscere da chi arriva veramente un certo nome che viene suggerito ai new comers, e come battezzare correttamente certi veti argomentati con il solito «bravo, ma ha un brutto carattere», mezzuccio tipicamente italiano. Su Zingales, ad esempio, il Palazzo, tutto il giro di Pier Carlo Padoan e i grandi consulenti delle partecipazioni statali stanno già montando la panna con la storia che sarebbe «ingovernabile». Facendone così salire le azioni anche presso la Lega. Mentre la carta «Giovannini premier», che per qualche ora ha sedotto proprio il Carroccio, è stata subito accartocciata dai 5 stelle con motivazioni impietose: «All’Istat è stato il cantore tanto dei successi dell’ultimo governo Berlusconi, quanto di quelli di Monti», prima di fare il ministro con Enrico Letta. Ma a convincere Salvini è stato l’argomento dei presunti «suggeritori», ovvero Mattarella e Padoan. Da «alte vie istituzionali» è arrivato ai due giovani leader anche il consiglio di puntare su Giovanni Pitruzzella, presidente dell’Antitrust in scadenza di mandato e avvocato palermitano assai legato all’ex presidente del Senato, Rosario Schifani. Ma anche su di lui ci sarebbe già il blocco totale di M5s. Maggior successo riscuote invece il nome della penalista Giulia Bongiorno, alla quale i grillini riconoscono un deciso profilo politico e la «giusta» distanza da Silvio Berlusconi. Solo che la vedono più che altro come ministro.
Insomma, la sensazione è che in effetti convenga prima chiudere l’accordo sul programma e poi mettere a posto i nomi. Solo che quante persone di un certo valore accetterebbero di fare il ministro in un governo di cui non si conosce il premier? Prima di cena, Di Maio e Salvini hanno fatto sapere che i primi tre punti del programma comune prevedono: «Flat tax, reddito di cittadinanza e problema dei migranti». E un «pizzino» al Cavaliere: sul tavolo anche il conflitto di interessi.
Non un notizione, dopo mesi di campagna elettorale martellante. Per parte sua, aveva già spiegato tutto prima e meglio Guido Crosetto, coordinatore di Fdi, dettando le condizioni per entrare: flat tax immediata al 15%; blocco dell’immigrazione; aumento del 15% dei fondi per Difesa e sicurezza; 50% dei nuovi investimenti in infrastrutture nel Mezzogiorno. E poi no a patrimoniali, nuove tasse, ius soli e adozioni gay. In un post di una dozzina di righe su Facebook, il braccio destro della Meloni ha già risolto tutto.
Francesco Bonazzi
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