
Pubblicate le lettere scritte dal grande filosofo all’amico Hans Klöres nel periodo che va dal 1914 al 1922: ovvero, dall’ottimismo per la vittoria alla catastrofe più nera.
Di fronte a eventi colossali, come le guerre, gli intellettuali non sempre si fanno trovare pronti con analisi puntuali, che colgano in presa diretta l’essenza di un’epoca o, più banalmente, producano previsioni che poi si realizzino. Lo avvertiamo in questi giorni di tensione globale, ma le cronache culturali del Novecento ci mostrano numerosi esempi anche nel passato. Eppure, poter osservare un grande spirito alle prese con dei cambiamenti epocali è sempre uno spettacolo interessante, perché anche se si capisce poco dell’epoca, se non altro si capisce molto di lui.
È la riflessione che suscitano le Lettere a Hans Klöres di Oswald Spengler, pubblicate qualche mese fa da La scuola di Pitagora e curate da Stefano G. Azzarà. Klöres era un insegnante, conosciuto da Spengler nel 1908, quando anch’egli era docente presso il Realgymnasium di Amburgo. I due svilupparono un intenso rapporto epistolare, l’unico in cui Spengler sembri aprirsi un po’ umanamente. Le lettere raccolte nel volume vanno dal 1914 al 1922. Assistiamo quindi in presa diretta all’evolversi delle vedute di Spengler sulla Grande guerra. Si tenga presente che quegli anni sono inoltre fondamentali per la stesura del Tramonto dell’Occidente («Adesso però voglio portare a termine tutto il lavoro al quale mi dedico da due anni e ogni giorno il manoscritto si spinge un po' più avanti», scrive il 25 marzo 1914). Grande storia, parabola biografica e riflessione erudita si intersecano quindi in queste lettere in modi spesso sorprendenti.
Per quanto riguarda il conflitto mondiale, Spengler appare inizialmente persuaso della certezza di vittoria. Il 25 ottobre 1914, scrive all’amico, parlando della guerra da poco iniziata: «Su questo sono assolutamente ottimista. Vinceremo e lo faremo in modo tale che tutti i nostri grandi sacrifici saranno ampiamente ricompensati». Scrive Azzarà nella sua corposa introduzione: «In quello che si annuncia come un conflitto di dimensioni mai viste prima, c’è sul tappeto niente di meno che l'egemonia continentale, con la Francia destinata a cedere il proprio primato e a scivolare a potenza di secondo rango». Ma non solo: al di là degli aspetti materiali, il conflitto appena iniziato per Spengler «parla di una grande trasformazione che sta attraversando l'Europa e che non sarà indolore nemmeno per la stessa Germania che vede già vittoriosa. È l'atto di esordio di una nuova epoca, che segna il superamento delle forme consolidate della civiltà europea e l'avvento di un mondo assai diverso». Una previsione che, esito vittorioso per la Germania a parte, coglie in effetti in profondità un aspetto del cambiamento storico allora in atto.
Per Spengler, «la Germania ha una missione simile a quella di Roma. Consideri il tipo dei nostri soldati in grigioverde, che avrà una portata storica mondiale. Nessun’altra armata ha qualcosa di cos’ simbolico nel suo aspetto», scrive il 18 dicembre del 1914, in una lettera in cui commenta anche la mancata partecipazione dell’Italia al conflitto, che avrebbe sorpreso Berlino (all’epoca appariva scontato che Roma dovesse stare al fianco degli Imperi centrali), ma senza intralciarne più di tanto i piani. Il 24 maggio del 1915, giorno dell’ingresso nel conflitto dell’Italia, contro Germania e Austria, Spengler accusa il colpo. Parla di «colpo banditesco» e «sudicia sceneggiata eroica». Il modo in cui il tedesco legge l’attualità è tuttavia coerente con i ben noti sincronismi storici che caratterizzeranno la sua opera maggiore, paragonando sistematicamente le battaglie intraprese dalla Germania con le storiche sfide militari che punteggiarono la storia di Roma.
Si va così avanti, con missive in cui si alternano informazioni private, considerazioni letterarie e cronaca del conflitto in corso. Fino ad arrivare alla lettera del dicembre 1918, in cui Spengler prende atto dell’inaspettata sconfitta. Tant’è che, per qualche settimana, non riesce neanche a rispondere all’amico: «Non ho potuto scrivere perché la nausea e la vergogna per gli eventi ignominiosi degli ultimi tempi mi hanno preso a tal punto che più volte ho pensato di non riuscire a sopportarlo. Se non avessi il mio compito da realizzare, chissà dove mi avrebbero portato i miei sbalzi d'umore. Non si tratta soltanto della nostra sconfitta, del crollo di tutto ciò che è per me intimamente caro e di valore – perché, nonostante il suo esito, la guerra stessa è qualcosa di cui possiamo essere fieri –, ma il modo in cui questo crollo è questa sconfitta sono stati subiti, queste settimane segnate dalla vergogna più profonda che un popolo abbia mai vissuto, nelle quali tutto ciò che parla di onore e dignità tedesca è stato trascinato nel fango dai suoi nemici esterni e interni». Il teorico del tramonto, ha infine incontrato il suo spettro.






