True
2025-08-21
Israele divide la Cisgiordania. «Chiodo sulla bara dei due Stati»
Coloni ebrei in Cisgiordania (Ansa)
Israele ha dato il via libera definitivo a un progetto di insediamento in Cisgiordania che suscita forti polemiche a livello internazionale. Il piano riguarda l’area nota come E1, una zona aperta a Est di Gerusalemme, la cui urbanizzazione, secondo i palestinesi e numerose organizzazioni per i diritti umani, rischierebbe di spezzare in due la Cisgiordania, compromettendo in maniera irreversibile la prospettiva di uno Stato palestinese indipendente. Se l’iter amministrativo proseguirà senza ostacoli, i lavori infrastrutturali potrebbero iniziare entro pochi mesi, mentre la costruzione dei primi alloggi è attesa tra circa un anno. Il progetto prevede la realizzazione di circa 3.500 unità abitative destinate ad ampliare l’insediamento di Maale Adumim. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato l’approvazione del nuovo insediamento, definendolo una risposta politica ai Paesi che intendono riconoscere lo Stato di Palestina. L’Ue ha condannato duramente la decisione, giudicandola una violazione del diritto internazionale e un ostacolo alla soluzione dei due Stati. Smotrich ha replicato che il progetto rappresenta un «passo decisivo» per rafforzare il legame del popolo ebraico con la Terra d’Israele e che ogni nuovo insediamento costituisce «un chiodo nella bara» dell’idea di uno Stato palestinese. L’Autorità nazionale palestinese ha condannato l’approvazione israeliana del progetto per 3.400 nuove abitazioni in Cisgiordania, definendola una misura che «trasforma il territorio in una prigione».
Emergono intanto dettagli sull’operazione «Gideon’s Chariots 2», autorizzata dal ministro della Difesa Israel Katz e destinata a segnare un passaggio decisivo nella campagna militare israeliana su Gaza. Il piano impiega cinque divisioni delle Forze di difesa israeliane (Idf), tre regolari e due di riserva, con un totale fino a dodici brigate operative durante la fase più intensa: nove permanenti e tre composte da riservisti. L’avanzata è stata preceduta da incursioni nei quartieri di Zeitoun e Jabaliya, mirate a logorare le difese di Hamas e ad accerchiare progressivamente Gaza City. Parallelamente, l’esercito ha predisposto misure per l’evacuazione dei civili verso Sud: corridoi umanitari, ospedali da campo, centri medici rinforzati e strutture di distribuzione degli aiuti. Tuttavia, i vertici hanno chiarito che non sarà possibile effettuare controlli individuali su ogni persona in fuga, dato l’alto numero di sfollati.
Sul fronte della mobilitazione, l’Idf ha già richiamato 70.000 riservisti e intende convocarne altri 60.000. Il picco operativo è fissato per il 2 settembre, con un’ulteriore ondata prevista entro fine anno. In diversi casi il periodo di servizio sarà esteso dai tradizionali 70-80 giorni fino a 100-140, segno che l’impegno militare si protrarrà almeno fino al 2026. L’operazione appare dunque concepita come un’offensiva di lungo periodo, mirata a colpire irreversibilmente le capacità militari del movimento islamista. Il governo israeliano ha reso noto che Benjamin Netanyahu ha ordinato di accelerare i tempi per la conquista delle ultime roccaforti di Hamas a Gaza. Il premier ha inoltre ringraziato riservisti, famiglie e soldati dell’Idf per l’impegno dimostrato. Hamas ha condannato i piani israeliani per l’offensiva a Gaza e lo sfollamento di oltre un milione di civili, definendoli «un nuovo capitolo della guerra di sterminio». Il movimento ha inoltre indetto per giovedì uno sciopero globale, sollecitando in particolare i Paesi arabi e musulmani a mobilitarsi in sostegno della popolazione della Striscia. Nonostante i duri colpi, una brigata di Hamas resta attiva a Gaza City, con capacità ridotte, mentre i tunnel sotterranei continuano a rappresentare una minaccia tattica. Ieri un gruppo di diciotto miliziani ha attaccato un avamposto Idf nel corridoio di Morag, a Khan Yunis, usando armi leggere e lanciarazzi. Dopo aver sfondato l’ingresso e aperto il fuoco, sono stati respinti dal battaglione Nachshon della Brigata Kfir, che ha ucciso una decina di terroristi; i superstiti sono fuggiti nei tunnel. Secondo le prime analisi, l’attacco è partito da cunicoli coordinati e mirava a rapire soldati, come dimostrano le barelle trovate con gli aggressori. Mentre scriviamo si apprende che l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro quattro giudici della Corte penale internazionale (Cpi), accusati di voler indagare su cittadini statunitensi e israeliani senza consenso. I destinatari delle misure sono i giudici Kimberly Prost (Canada) e Nicolas Guillou (Francia), insieme ai procuratori aggiunti Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal). Le sanzioni congelano eventuali beni negli Stati Uniti e vietano a individui e istituzioni americane di intrattenere rapporti con loro. Washington ha definito l’iniziativa una risposta a quella che considera «politicizzazione, abuso di potere e illegittima ingerenza giudiziaria» della Cpi. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che la Corte costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale e che gli Usa adotteranno «ogni misura necessaria per difendere sovranità, forze armate e alleati». La decisione segue le sanzioni contro il procuratore Karim Khan e la relatrice Onu Francesca Albanese, mentre alcuni repubblicani chiedono ulteriori misure contro la Cpi.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto con favore la scelta di Washington, definendola un atto decisivo a tutela di Israele. In una nota, Netanyahu si è congratulato con Rubio, sottolineando che la mossa rappresenta «un passo importante contro la campagna diffamatoria sullo Stato e sull’Idf».
Leone XIV: «Digiuno per la pace»
Papa Leone XIV ha annunciato ufficialmente una giornata di digiuno e preghiera per la pace e la giustizia prevista per domani. A concludere l’udienza generale di ieri i in Vaticano, il pontefice ha rivolto un appello urgente a tutti i fedeli affinché partecipino alla giornata dedicata alla preghiera, sottolineando le sofferenze causate dai conflitti in diverse parti del mondo. «Mentre la nostra Terra continua a essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia, e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso», ha dichiarato il Papa al termine della sua catechesi in Aula Paolo VI.
Il Meeting di Rimini (che inizierà proprio domani) fa sapere di accogliere «con gratitudine» l’appello di papa Leone. Scelta condivisa anche dalla Cei, la Conferenza episcopale italiana. L’iniziativa coincide con la celebrazione della memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina. Si tratta di una festività istituita da Pio XII nel 1955, fissata al 31 maggio come culmine del mese dedicato alla Madonna, e successivamente, con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, spostata al 22 agosto. Leone XIV ha spiegato il legame tra questa data e il tema della pace, ricordando che «Maria è madre dei credenti qui sulla Terra ed è invocata anche come Regina della pace».
Nel suo discorso durante l’udienza, papa Prevost ha dedicato ampio spazio al tema del perdono, considerato fondamentale nella costruzione della pace. «Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene».
Il Papa ha precisato il significato profondo del perdono: «Il perdono non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro». Riflettendo su come Gesù accetti il tradimento di Giuda nella notte prima della Passione, Leone XIV ha richiamato anche la condizione umana: «Anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito». In queste circostanze, ha aggiunto, «la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste sempre un’altra via». Il pontefice ha esortato a non cedere alla rabbia: «Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore». L’obiettivo di questo messaggio è chiaro: «Il cristiano chiamato ad amare e perdonare deve essere un messaggero di pace nel mondo».
Oltre all’appello per la giornata di preghiera, è emersa un’importante novità riguardante l’attività internazionale del Papa. Il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca della Chiesa cattolica maronita, ha annunciato su Al Arabiya che il pontefice ha in programma una visita in Libano da effettuarsi «entro dicembre». Pur senza fornire una data precisa, il patriarca ha aggiunto che «i preparativi sono già in corso», lasciando intendere che il viaggio è ormai in fase avanzata di organizzazione. Tappa che rientra nel quadro più ampio degli impegni internazionali del Papa, come il viaggio atteso a Nicea (Turchia), la cui data resta però ancora da ufficializzare.
Continua a leggereRiduci
Approvato un nuovo insediamento: per il ministro Bezalel Smotrich è una risposta a chi riconosce la Palestina. Dagli Usa ancora sanzioni contro i giudici della Corte penale internazionale: Benjamin Netanyahu ringrazia...L’appello ai fedeli affinché domani partecipino all’iniziativa per Ucraina e Gaza. L’annuncio: il Santo Padre visiterà il Libano entro dicembre. Presto sarà anche in Turchia.Lo speciale contiene due articoliIsraele ha dato il via libera definitivo a un progetto di insediamento in Cisgiordania che suscita forti polemiche a livello internazionale. Il piano riguarda l’area nota come E1, una zona aperta a Est di Gerusalemme, la cui urbanizzazione, secondo i palestinesi e numerose organizzazioni per i diritti umani, rischierebbe di spezzare in due la Cisgiordania, compromettendo in maniera irreversibile la prospettiva di uno Stato palestinese indipendente. Se l’iter amministrativo proseguirà senza ostacoli, i lavori infrastrutturali potrebbero iniziare entro pochi mesi, mentre la costruzione dei primi alloggi è attesa tra circa un anno. Il progetto prevede la realizzazione di circa 3.500 unità abitative destinate ad ampliare l’insediamento di Maale Adumim. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato l’approvazione del nuovo insediamento, definendolo una risposta politica ai Paesi che intendono riconoscere lo Stato di Palestina. L’Ue ha condannato duramente la decisione, giudicandola una violazione del diritto internazionale e un ostacolo alla soluzione dei due Stati. Smotrich ha replicato che il progetto rappresenta un «passo decisivo» per rafforzare il legame del popolo ebraico con la Terra d’Israele e che ogni nuovo insediamento costituisce «un chiodo nella bara» dell’idea di uno Stato palestinese. L’Autorità nazionale palestinese ha condannato l’approvazione israeliana del progetto per 3.400 nuove abitazioni in Cisgiordania, definendola una misura che «trasforma il territorio in una prigione». Emergono intanto dettagli sull’operazione «Gideon’s Chariots 2», autorizzata dal ministro della Difesa Israel Katz e destinata a segnare un passaggio decisivo nella campagna militare israeliana su Gaza. Il piano impiega cinque divisioni delle Forze di difesa israeliane (Idf), tre regolari e due di riserva, con un totale fino a dodici brigate operative durante la fase più intensa: nove permanenti e tre composte da riservisti. L’avanzata è stata preceduta da incursioni nei quartieri di Zeitoun e Jabaliya, mirate a logorare le difese di Hamas e ad accerchiare progressivamente Gaza City. Parallelamente, l’esercito ha predisposto misure per l’evacuazione dei civili verso Sud: corridoi umanitari, ospedali da campo, centri medici rinforzati e strutture di distribuzione degli aiuti. Tuttavia, i vertici hanno chiarito che non sarà possibile effettuare controlli individuali su ogni persona in fuga, dato l’alto numero di sfollati.Sul fronte della mobilitazione, l’Idf ha già richiamato 70.000 riservisti e intende convocarne altri 60.000. Il picco operativo è fissato per il 2 settembre, con un’ulteriore ondata prevista entro fine anno. In diversi casi il periodo di servizio sarà esteso dai tradizionali 70-80 giorni fino a 100-140, segno che l’impegno militare si protrarrà almeno fino al 2026. L’operazione appare dunque concepita come un’offensiva di lungo periodo, mirata a colpire irreversibilmente le capacità militari del movimento islamista. Il governo israeliano ha reso noto che Benjamin Netanyahu ha ordinato di accelerare i tempi per la conquista delle ultime roccaforti di Hamas a Gaza. Il premier ha inoltre ringraziato riservisti, famiglie e soldati dell’Idf per l’impegno dimostrato. Hamas ha condannato i piani israeliani per l’offensiva a Gaza e lo sfollamento di oltre un milione di civili, definendoli «un nuovo capitolo della guerra di sterminio». Il movimento ha inoltre indetto per giovedì uno sciopero globale, sollecitando in particolare i Paesi arabi e musulmani a mobilitarsi in sostegno della popolazione della Striscia. Nonostante i duri colpi, una brigata di Hamas resta attiva a Gaza City, con capacità ridotte, mentre i tunnel sotterranei continuano a rappresentare una minaccia tattica. Ieri un gruppo di diciotto miliziani ha attaccato un avamposto Idf nel corridoio di Morag, a Khan Yunis, usando armi leggere e lanciarazzi. Dopo aver sfondato l’ingresso e aperto il fuoco, sono stati respinti dal battaglione Nachshon della Brigata Kfir, che ha ucciso una decina di terroristi; i superstiti sono fuggiti nei tunnel. Secondo le prime analisi, l’attacco è partito da cunicoli coordinati e mirava a rapire soldati, come dimostrano le barelle trovate con gli aggressori. Mentre scriviamo si apprende che l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro quattro giudici della Corte penale internazionale (Cpi), accusati di voler indagare su cittadini statunitensi e israeliani senza consenso. I destinatari delle misure sono i giudici Kimberly Prost (Canada) e Nicolas Guillou (Francia), insieme ai procuratori aggiunti Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal). Le sanzioni congelano eventuali beni negli Stati Uniti e vietano a individui e istituzioni americane di intrattenere rapporti con loro. Washington ha definito l’iniziativa una risposta a quella che considera «politicizzazione, abuso di potere e illegittima ingerenza giudiziaria» della Cpi. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che la Corte costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale e che gli Usa adotteranno «ogni misura necessaria per difendere sovranità, forze armate e alleati». La decisione segue le sanzioni contro il procuratore Karim Khan e la relatrice Onu Francesca Albanese, mentre alcuni repubblicani chiedono ulteriori misure contro la Cpi. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto con favore la scelta di Washington, definendola un atto decisivo a tutela di Israele. In una nota, Netanyahu si è congratulato con Rubio, sottolineando che la mossa rappresenta «un passo importante contro la campagna diffamatoria sullo Stato e sull’Idf». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-cisgiordania-appello-papa-digiuno-2673906876.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leone-xiv-digiuno-per-la-pace" data-post-id="2673906876" data-published-at="1755768340" data-use-pagination="False"> Leone XIV: «Digiuno per la pace» Papa Leone XIV ha annunciato ufficialmente una giornata di digiuno e preghiera per la pace e la giustizia prevista per domani. A concludere l’udienza generale di ieri i in Vaticano, il pontefice ha rivolto un appello urgente a tutti i fedeli affinché partecipino alla giornata dedicata alla preghiera, sottolineando le sofferenze causate dai conflitti in diverse parti del mondo. «Mentre la nostra Terra continua a essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia, e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso», ha dichiarato il Papa al termine della sua catechesi in Aula Paolo VI.Il Meeting di Rimini (che inizierà proprio domani) fa sapere di accogliere «con gratitudine» l’appello di papa Leone. Scelta condivisa anche dalla Cei, la Conferenza episcopale italiana. L’iniziativa coincide con la celebrazione della memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina. Si tratta di una festività istituita da Pio XII nel 1955, fissata al 31 maggio come culmine del mese dedicato alla Madonna, e successivamente, con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, spostata al 22 agosto. Leone XIV ha spiegato il legame tra questa data e il tema della pace, ricordando che «Maria è madre dei credenti qui sulla Terra ed è invocata anche come Regina della pace».Nel suo discorso durante l’udienza, papa Prevost ha dedicato ampio spazio al tema del perdono, considerato fondamentale nella costruzione della pace. «Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene».Il Papa ha precisato il significato profondo del perdono: «Il perdono non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro». Riflettendo su come Gesù accetti il tradimento di Giuda nella notte prima della Passione, Leone XIV ha richiamato anche la condizione umana: «Anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito». In queste circostanze, ha aggiunto, «la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste sempre un’altra via». Il pontefice ha esortato a non cedere alla rabbia: «Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore». L’obiettivo di questo messaggio è chiaro: «Il cristiano chiamato ad amare e perdonare deve essere un messaggero di pace nel mondo».Oltre all’appello per la giornata di preghiera, è emersa un’importante novità riguardante l’attività internazionale del Papa. Il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca della Chiesa cattolica maronita, ha annunciato su Al Arabiya che il pontefice ha in programma una visita in Libano da effettuarsi «entro dicembre». Pur senza fornire una data precisa, il patriarca ha aggiunto che «i preparativi sono già in corso», lasciando intendere che il viaggio è ormai in fase avanzata di organizzazione. Tappa che rientra nel quadro più ampio degli impegni internazionali del Papa, come il viaggio atteso a Nicea (Turchia), la cui data resta però ancora da ufficializzare.
Il modulo Halo della stazione Lunar Gateway in costruzione alla Thales Alenia di Torino (Getty Images)
«L’Italia metà dovere/e metà fortuna/Viva l’Italia/L’Italia sulla Luna…». Così cantava Francesco de Gregori nel 1979. Oggi si può dire che quei versi siano diventati la realtà con le missioni Artemis, alle quali l’industria aerospaziale italiana e l’Agenzia Spaziale Italiana hanno dato un contributo essenziale per il programma di ritorno e la successiva colonizzazione della Luna.
La missione Artemis II si è conclusa l’11 aprile 2026 con un successo. Dopo 9 giorni in cui gli astronauti hanno orbitato attorno al satellite terrestre, il rientro (la fase più pericolosa della missione) è avvenuto senza incidenti per il modulo spaziale, dopo l’impatto con l’atmosfera terrestre a 40.000 km/h. Nella progettazione di Orion, il vettore di Artemis, tanta tecnologia italiana nell’ESM, (European Service Module) il modulo di servizio.
Thales Alenia Space (consorzio tra Thales e Leonardo) ha realizzato a Torino la struttura metallica del modulo, lo scheletro in grado di reggere alle incredibili sollecitazioni e di supportare tutti gli elementi che lo compongono, grazie allla struttura composta da una serie di pannelli sandwich con pelli in fibra di carbonio e un'anima a nido d'ape in alluminio. Anche il sistema di raffreddamento, che previene il surriscaldamento della struttura e dei componenti elettronici è stata realizzata a Torino. Le piastre di raffreddamento, parte del sistema, sono invece nate a Modena, realizzate dalla Dtm Technologies, da 25 anni specializzata in costruzioni dedicate al settore aerospaziale, presente anche nelle missioni dello Space Shuttle e della Stazione spaziale internazionale (Iss).
L’industria italiana, si può dire, ha contribuito anche alla corretta ossigenazione dell’aria respirata dall’equipaggio di Artemis II, grazie alle valvole realizzate dalla CrioTec di Chivasso. Sempre in provincia di Torino, a Sommariva del Bosco, Alfa Meccanica ha fornito i 4 serbatoi da 80 litri d’acqua come riserva per gli astronauti durante i 9 giorni della missione. A poca distanza da Alfa Meccanica, a Pianezza (Torino), la Aviotec ha realizzato le reti a ragnatela chiamate «spidernets» che reggono la copertura in kevlar della parte inferiore del modulo ESM.
A Nerviano, nell’hinterland milanese, sono nati i pannelli solari che garantiscono al modulo l’alimentazione elettrica. Leonardo ha fornito le 4 «ali» composte a loro volta da 3 pannelli lunghi 7 metri ciascuno, che garantiscono una produzione di elettricità da 11 kilowatt.
Oltre alla realizzazione del modulo ESM, l’industria italiana sta contribuendo attivamente alle missioni Artemis anche per quanto riguarda le fasi future, vale a dire il prossimo allunaggio e i progetti di colonizzazione stabile del suolo lunare. Dal 2020, anno degli accordi di intesa tra Asi e Nasa sul programma spaziale dedicato alla Luna, l’industria aerospaziale italiana si è dedicata non soltanto alla realizzazione dei vettori, ma anche agli strumenti e alle strutture progettate per una presenza stabile dell’uomo sul satellite della Terra.
A Bassano del Grappa (Vicenza) ha preso forma uno strumento molto importante per le comunicazioni Terra-Luna, dopo gli accordi tra Asi e Nasa. Alla Quascom, in collaborazione con il Politecnico di Torino, è stato realizzato il LuGRE (Lunar Gnss Receiver Experiment), uno strumento tutto made in Italy in grado di captare ed amplificare i segnali satellitari sulla superficie della Luna, uno degli aspetti più problematici nelle fasi preliminari delle missioni Artemis, dato che i segnali sono fino a 10.000 volte più deboli di quelli captati sulla Terra dal Gps e dai satelliti come Galileo. Lo strumento si trova attualmente nel Mare delle Crisi sulla superficie lunare, dopo l’allunaggio avvenuto il 2 marzo 2025. Il LuGRE ha acquisito per la prima volta i segnali GPS oltre i 200.000 chilometri dalla Terra e di Galileo oltre l’orbita terrestre.
Un altro programma delle missioni Artemis parla italiano: si tratta di Halo. Il primo modulo abitativo cislunare agganciato a Lunar Gateway, stazione spaziale nell’orbita lunare per gli astronauti in viaggio, una collaborazione tra Nasa e l’Agenzia Spaziale Europea, dove l’Italia è partner principale. Costituito da 7 moduli simili a quelli della Iss, il Lunar Gateway permetterà agli astronauti di risiedere nell’orbita lunare anche per scopi scientifici per una permanenza fino a 3 mesi. Halo rappresenta il modulo abitativo della stazione, realizzato a Torino da Thales Alenia in collaborazione con l’americana Northrop Grumman. Sul progetto, attualmente gravano molte incertezze perché i tagli (circa il 24% del budget) decisi dall’attuale amministrazione Usa hanno temporaneamente congelato i piani riguardo al Lunar Gateway, indicando una priorità alla realizzazione di una base direttamente sulla superficie lunare, fatto che richiederebbe una totale riprogettazione dei componenti della stazione, Halo compreso.Continua a leggereRiduci
Domenico Dolce e Stefano Gabbana (Ansa)
Perché qui non siamo più al romanzo fashion degli anni Ottanta, quando Domenico Dolce e Stefano Gabbana, ragazzi originari di Polizzi Generosa, Madonie, provincia di Palermo, si incontrano in un ufficio stile di Milano. La madre di Domenico fa la sarta. Cuce vestiti e prepara rammendi. Introduce il figlio ai segreti dell’ago e del filo. I due ragazzi si innamorano, fondano un marchio e conquistano il mondo a colpi di Sicilia, pizzi, vedove nere e sensualità mediterranea. Vecchi ricordi perché adesso siamo all’ultima stagione, quella dove i conti correnti fanno più paura delle recensioni dei giornali di moda.
Il segnale è arrivato: Stefano Gabbana si è dimesso dalla presidenza del gruppo. Ufficialmente, «una naturale evoluzione della governance». Qualcosa si muove. Ma non per preparare la collezione autunno-inverno.
Il punto è che quando uno dei due fondatori, dopo oltre quarant’anni di sodalizio professionale (e una storia sentimentale finita ma mai archiviata), lascia la poltrona e contemporaneamente valuta la cessione del suo 40%, non siamo davanti a un semplice riassetto. Siamo alla vigilia del divorzio. Non più solo sentimentale, come vent’anni fa. Ma industriale. Finanziario. Definitivo. Il marchio Dolce & Gabbana potrebbe diventare davvero Dolce end Gabbana. Ognuno per conto proprio. Oppure, più brutalmente, Dolce senza Gabbana. Un marchio monco, come suggerisce con ironia involontaria anche il rilancio del profumo «The One»: l’unico. Già, ma quale dei due? E pensare che tutto era cominciato sotto una stella. Anzi, sotto una popstar. Perché se oggi parliamo di un impero da circa due miliardi di fatturato, lo dobbiamo anche a quella scena quasi mitologica: Madonna che irrompe a una loro sfilata milanese. Erano quasi sconosciuti. Diventano un fenomeno globale. Una benedizione laica. Un’investitura pop. Il momento in cui il brand smette di essere un sogno italiano e diventa una macchina internazionale. Madonna li ha lanciati. Madonna è tornata al Metropol in viale Piave a Milano per l’ultima sfilata. Madonna è il testimonial del profumo. Quasi un cerchio che si chiude. O forse un cappio che si stringe.
Perché nel frattempo, dietro le luci, c’è il lato meno glamour della moda: il debito. E qui i numeri non sono accessori, sono protagonisti: 450 milioni di esposizione. Trattative in corso con le banche. Richiesta di nuova liquidità fino a 150 milioni. Ipotesi di cessione di immobili per fare cassa.
Altro che abiti sartoriali: qui si sta cucendo un vestito finanziario su misura, con il rischio che non basti il filo.
La crisi globale del lusso, aggravata dalle tensioni geopolitiche – vedi la guerra in Iran – ha fatto il resto. Meno domanda, margini sotto pressione, scadenze che diventano più pesanti di una pelliccia in agosto.
E allora il gioco cambia: non si tratta più solo di creare desiderio, ma di convincere i creditori. Nel nuovo fashion system, i creativi sono seduti nei consigli di amministrazione delle banche.
Rothschild & Co. è già al tavolo. I negoziati sono aperti. E quando entrano in scena certi nomi, significa che la partita è seria. Molto seria. Nel frattempo, Alfonso Dolce fratelli di Domenicoprende la presidenza, mentre si prepara l’arrivo di manager pesanti come Stefano Cantino, ex Gucci. Segno che la casa sta cercando una nuova struttura, più manageriale, meno romantica. La difficoltà di Dolce & Gabbana non è un caso isolato. È un nuovo sintomo della crisi del fashion “made in Italy. Il messaggio è chiaro: l’indipendenza nel lusso sta diventando un lusso. Chi vuole restare solo, deve avere spalle molto larghe. O conti molto solidi. Meglio entrambe.
E allora eccoci al punto: cosa diventerà Dolce & Gabbana? Ancora D&G, come lo abbiamo conosciuto? Oppure D&D, Dolce & Debito, marchio simbolo di una stagione che cambia? O ancora, Dolce end Gabbana, con tanto di titoli di coda su uno dei sodalizi più iconici della moda italiana? Perché il vero spettacolo non è mai solo sulla passerella. È dietro le quinte.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Perché l’aumento delle riserve non coincide con la capacità di trattenerle per distribuirle. Le paratie dei bacini vengono aperte per evitare la tracimazione e la risorsa viene lasciata scivolare via, letteralmente, verso il mare. Uno spreco che nasce da limiti infrastrutturali, non dalla mancanza d’acqua. È il paradosso certificato dall’Osservatorio dell’Anbi, l’associazione che tutela i Consorzi di bonifica italiani: dighe al limite della capienza e, nello stesso momento, territori che continuano a fare i conti con una gestione fragile, incompleta, a tratti inefficace.
Gli invasi sono pieni e devono rilasciare acqua per ragioni di sicurezza. Così una parte consistente della risorsa viene dispersa. In Molise la diga del Liscione ha aperto le paratie scaricando 240 metri cubi al secondo. In Puglia la diga di Occhito, che disseta la piana del Tavoliere, ha aumentato il proprio volume di 69 milioni di metri cubi in appena due giorni. In Basilicata (Regione che lo scorso anno ha dovuto fronteggiare una importante crisi idrica) lo sbarramento di Monte Cotugno, sul fiume Sinni, ha superato i 240 metri, arrivando oltre la quota di sicurezza. Ma è in Sicilia che il cortocircuito diventa evidente. Da una parte bacini potenzialmente capaci di contenere 1 miliardo di metri cubi d’acqua, sufficienti al fabbisogno dell’intera isola. Dall’altra una realtà in cui ne viene trattenuta solo la metà. Il motivo è noto: mancano collaudi, manutenzioni, interventi strutturali. Solo 25 delle 45 dighe siciliane possono funzionare a pieno regime. Più della metà del sistema è, di fatto, limitato o addirittura inutilizzabile. Non a caso il primo provvedimento firmato dal nuovo Commissario all’emergenza idrica nazionale Fabio Ciciliano prolunga il funzionamento del dissalatore di Porto Empedocle. Eppure la versione ufficiale è diversa.
«Nessuna situazione critica negli invasi siciliani, come è facile evincere dal report, aggiornato al primo marzo e appena pubblicato dall’Autorità di bacino della Regione. L’interpretazione dei dati fatta da alcuni di organi di stampa, infatti, è fuorviante e non restituisce il quadro reale», afferma Carmelo Frittitta, segretario generale dell’Autorità di bacino siciliana. E spiega: «Gli invasi registrano un livello di acqua superiore del 57 per cento rispetto al 2025 e del 38 rispetto al mese scorso, un incremento significativo che testimonia un netto miglioramento della disponibilità idrica grazie alle abbondanti piogge e ai lavori che hanno consentito di captare maggiormente questa acqua». A queste riserve idriche si aggiungono, inoltre, gli oltre 2.000 litri al secondo, che diventeranno presto 4.000, già recuperati grazie alle centinaia di interventi della Regione sui pozzi e reti, oltre all’apporto dei tre dissalatori costruiti a Trapani, Porto Empedocle e Gela. Ma basta leggere i numeri fino in fondo per capire che il problema resta.
Secondo il report dell’Autorità di Bacino, a fronte di una capacità di circa 1 miliardo di metri cubi, le dighe ne contengono 536,11 milioni. E dentro questi numeri c’è un’altra verità: circa 160 milioni di metri cubi sono in realtà sabbia e terra accumulati negli anni. Spazio sottratto all’acqua. La risorsa davvero utilizzabile scende così a circa 370 milioni, poco più di un terzo della capacità. Il dato reale è quindi molto più basso di quello apparente. E i numeri delle singole dighe sono altrettanto indicativi. La Garcia, nel Palermitano, ha accumulato 30 milioni su una capacità di 80. La Nicoletti 8,54 su 20,20. La Pozzillo 53 su 150. Non è solo una questione di pioggia. Infrastrutture che non rendono quanto potrebbero. Il nodo è strutturale e viene da lontano. «La verità è che le dighe sono state considerate contenitori a perdere e gli enti hanno rinunciato a pulirle perché ormai è troppo costoso e svuotare del fango un invaso oggi costa quanto costruirne uno nuovo», spiega l’ingegner Leonardo Santoro, alla guida dell’Autorità di bacino fino al febbraio scorso. La lista degli interventi necessari è chiara: «Sfangamento, interventi di riduzione dell’apporto solido, riefficientamento impiantistico, idraulico, consolidamenti statici e collaudi».
Dopo la crisi degli ultimi due anni, la Regione guidata da Renato Schifani ha stanziato circa 170 milioni. Ma le misure si sono concentrate soprattutto su nuovi pozzi e sulla riduzione delle perdite della rete: circa 2.000 litri al secondo recuperati, con altri 1.500 previsti entro sei mesi e 500 entro due anni. Soluzioni che tamponano l’emergenza ma che non si presentano come risolutive. Tutto è demandato alla clemenza del meteo. Come nel Lazio, dove calano i livelli dei laghi Albano e Nemi, mentre il Tevere aumenta la portata e il Velino resta sotto media. In Abruzzo si registrano piogge fino al 400 per cento sopra la media lungo la costa, con quasi 300 millimetri a Ortona, mentre nell’entroterra si scende a 20 millimetri. In Campania crescono i livelli dei fiumi Sele e Volturno, ma gli invasi del Velia sono già colmi. La soluzione: paratie aperte. Anche se in vista c’è la prossima crisi idrica estiva. Perché il sistema continuerà a rincorrere l’acqua, anche quando l’acqua c’è.
Continua a leggereRiduci
iSrock
Quell’esortazione è un grido di dolore delle cantine che tra capo e collo si vedono arrivare dall’Europa l’ennesima tegola. Scrive la commissione Salute dell’Europarlamento, smentendo una deliberazione presa dal plenum dell’aula appena tre anni fa che promuoveva il consumo responsabile, che la «Commissione deve accelerare l’iter legislativo per mettere sulle etichette gli health warning» perché in consonanza con il documento Be.Ca (le politiche anticancro dell’Europa) e in accordo con l’Oms bisogna dire che l’alcol uccide».
Vogliono che le bottiglie abbiano immagini e scritte esplicative del tipo: il vino fa male. Si fa fatica a immaginare una bottiglia di Solaia, di Masseto, di Sassicaia, di Barolo Sperss (che sono gioielli) con la scritta «non lo bevete perché vi ammazza». Ma a Bruxelles si preoccupano della nostra salute. Nulla, però, dicono delle bevande energetiche che fanno sballare gli adolescenti, sui cibi ultraprocessati responsabili di una serie terribile di malattie non trasmissibili.
Perché? Il bilancio di uno solo dei bibitari vale quanto tutto il fatturato del vino italiano e, a Bruxelles, a certe cose stanno attenti. Ursula von der Leyen del resto, in barba a qualsiasi trattato, autorizzò l’Irlanda a pretendere le etichette allarmistiche sul vino, poi a Dublino ci hanno ripensato. Il presidente dell’Unione italiana vini, Lamberto Frescobaldi, ha protestato: «È una impostazione quella dell’Ue che rischia di alimentare un approccio ideologico e punitivo anziché fondato su evidenze scientifiche e distinzione tra abuso e consumo responsabile». L’europarlamentare della Lega Anna Maria Cisint rincara: «Dopo il Green deal, la nuova frontiera della follia ideologica Ue punta ad attaccare la filiera vitivinicola. La Lega si oppone a questa folle proposta». I francesi sono già sulle barricate: da loro la crisi fa spavento, hanno spiantato 30.000 ettari di vigne e perfino lo Campagne fa fatica.
Vedremo che ne pensa il ministro per l’Agricoltura e la Sovranità alimentare Francesco Lollobrigida atteso domenica a inaugurare il Vinitaly; a Verona nei tre giorni arriverà mezzo governo e forse anche Giorgia Meloni. Peraltro, il l’esecutivo ha varato diversi provvedimenti a sostegno del settore, non ultimo il via libera ai vini dealcolati o a bassissimo grado che restano però nell’alveo della produzione agricola. È un segmento destinato a crescere ed è uno degli argomenti di punta del Vinitaly: per ora si parla di meno di 7 milioni di bottiglie su 2,2 miliardi limitandosi solo ai vini a denominazione. Che il governo punti sul vino è testimoniato anche dall’enorme bottiglia di 30 metri che campeggia su tutta la Fiera. L’ha voluta Lollobrigida per dire: c’è dentro l’Italia. Si coniuga il vino con la cucina italiana patrimonio Unesco, col paesaggio per riaffermare il successo dell’enoturismo e dare continuità alla campagna di comunicazione di sostegno al prodotto italiano.
A Verona le facce sono assai preoccupate. Nelle cantine ci sono 70 milioni di ettolitri invenduti, i consumi sono crollati, l’export ha fatto meno 3,7% e siamo scesi a 7,8 miliardi col mercato Usa, nostro primo cliente, in contrazione. Il vino comunque è il primo motore della nostra agricoltura, fattura 14 miliardi, ci campano sopra trecentomila aziende con 1,2 milioni di occupati diretti. Da Vinitaly si aspettano risposte considerando che alcune note positive ci sono: i vini di altissimo pregio reggono, gli spumanti continuano a tirare. Le 4.400 aziende che espongono a Verona sembrano Diogene in cerca del cliente. Dicono di voler innovare, ma a leggere la valanga di comunicati stampa che sono fotocopia uno dell’altro sembrano guardare nello specchietto retrovisore. Forse è il caso di parlare un po’ di più di economia e accorgersi che succedono cose importanti. Come ad esempio il gruppo Angelini che continua a investire ed entra nel capitale della Arnaldo Caprai per rilanciare la cantina che ha imposto il Sagrantino nel mondo. Dice Marco Caprai: «Bisogna fare qualità, vendere valore e non inseguire il mercato». D’accordo Sandro Boscaini, mister Amarone: «Di crisi anche peggiori il vino ne ha superate molte, dobbiamo osservare meglio il mercato: dobbiamo dare vini di pronta beva come i nostri Fresco di Masi, ma non abdicare ai nostri must come l’Amarone». Riccardo Cotarella (è il presidente mondiale degli enologi) insiste: «Si devono fare vini buoni e accessibili e non è vero che i giovani non vogliono più il vino, forse è il vino che non parla ai giovani». Suo fratello Renzo - è l’anima della più blasonata dinastia del vino d’Italia la Antinori - guarda oltre: «Non ci sono solo i vini icona, devono esserci anche i vini piacere». Giusto; è anche quello che manca al Vinitaly: il piacere di venirci.
Continua a leggereRiduci