True
2025-08-21
Israele divide la Cisgiordania. «Chiodo sulla bara dei due Stati»
Coloni ebrei in Cisgiordania (Ansa)
Israele ha dato il via libera definitivo a un progetto di insediamento in Cisgiordania che suscita forti polemiche a livello internazionale. Il piano riguarda l’area nota come E1, una zona aperta a Est di Gerusalemme, la cui urbanizzazione, secondo i palestinesi e numerose organizzazioni per i diritti umani, rischierebbe di spezzare in due la Cisgiordania, compromettendo in maniera irreversibile la prospettiva di uno Stato palestinese indipendente. Se l’iter amministrativo proseguirà senza ostacoli, i lavori infrastrutturali potrebbero iniziare entro pochi mesi, mentre la costruzione dei primi alloggi è attesa tra circa un anno. Il progetto prevede la realizzazione di circa 3.500 unità abitative destinate ad ampliare l’insediamento di Maale Adumim. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato l’approvazione del nuovo insediamento, definendolo una risposta politica ai Paesi che intendono riconoscere lo Stato di Palestina. L’Ue ha condannato duramente la decisione, giudicandola una violazione del diritto internazionale e un ostacolo alla soluzione dei due Stati. Smotrich ha replicato che il progetto rappresenta un «passo decisivo» per rafforzare il legame del popolo ebraico con la Terra d’Israele e che ogni nuovo insediamento costituisce «un chiodo nella bara» dell’idea di uno Stato palestinese. L’Autorità nazionale palestinese ha condannato l’approvazione israeliana del progetto per 3.400 nuove abitazioni in Cisgiordania, definendola una misura che «trasforma il territorio in una prigione».
Emergono intanto dettagli sull’operazione «Gideon’s Chariots 2», autorizzata dal ministro della Difesa Israel Katz e destinata a segnare un passaggio decisivo nella campagna militare israeliana su Gaza. Il piano impiega cinque divisioni delle Forze di difesa israeliane (Idf), tre regolari e due di riserva, con un totale fino a dodici brigate operative durante la fase più intensa: nove permanenti e tre composte da riservisti. L’avanzata è stata preceduta da incursioni nei quartieri di Zeitoun e Jabaliya, mirate a logorare le difese di Hamas e ad accerchiare progressivamente Gaza City. Parallelamente, l’esercito ha predisposto misure per l’evacuazione dei civili verso Sud: corridoi umanitari, ospedali da campo, centri medici rinforzati e strutture di distribuzione degli aiuti. Tuttavia, i vertici hanno chiarito che non sarà possibile effettuare controlli individuali su ogni persona in fuga, dato l’alto numero di sfollati.
Sul fronte della mobilitazione, l’Idf ha già richiamato 70.000 riservisti e intende convocarne altri 60.000. Il picco operativo è fissato per il 2 settembre, con un’ulteriore ondata prevista entro fine anno. In diversi casi il periodo di servizio sarà esteso dai tradizionali 70-80 giorni fino a 100-140, segno che l’impegno militare si protrarrà almeno fino al 2026. L’operazione appare dunque concepita come un’offensiva di lungo periodo, mirata a colpire irreversibilmente le capacità militari del movimento islamista. Il governo israeliano ha reso noto che Benjamin Netanyahu ha ordinato di accelerare i tempi per la conquista delle ultime roccaforti di Hamas a Gaza. Il premier ha inoltre ringraziato riservisti, famiglie e soldati dell’Idf per l’impegno dimostrato. Hamas ha condannato i piani israeliani per l’offensiva a Gaza e lo sfollamento di oltre un milione di civili, definendoli «un nuovo capitolo della guerra di sterminio». Il movimento ha inoltre indetto per giovedì uno sciopero globale, sollecitando in particolare i Paesi arabi e musulmani a mobilitarsi in sostegno della popolazione della Striscia. Nonostante i duri colpi, una brigata di Hamas resta attiva a Gaza City, con capacità ridotte, mentre i tunnel sotterranei continuano a rappresentare una minaccia tattica. Ieri un gruppo di diciotto miliziani ha attaccato un avamposto Idf nel corridoio di Morag, a Khan Yunis, usando armi leggere e lanciarazzi. Dopo aver sfondato l’ingresso e aperto il fuoco, sono stati respinti dal battaglione Nachshon della Brigata Kfir, che ha ucciso una decina di terroristi; i superstiti sono fuggiti nei tunnel. Secondo le prime analisi, l’attacco è partito da cunicoli coordinati e mirava a rapire soldati, come dimostrano le barelle trovate con gli aggressori. Mentre scriviamo si apprende che l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro quattro giudici della Corte penale internazionale (Cpi), accusati di voler indagare su cittadini statunitensi e israeliani senza consenso. I destinatari delle misure sono i giudici Kimberly Prost (Canada) e Nicolas Guillou (Francia), insieme ai procuratori aggiunti Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal). Le sanzioni congelano eventuali beni negli Stati Uniti e vietano a individui e istituzioni americane di intrattenere rapporti con loro. Washington ha definito l’iniziativa una risposta a quella che considera «politicizzazione, abuso di potere e illegittima ingerenza giudiziaria» della Cpi. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che la Corte costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale e che gli Usa adotteranno «ogni misura necessaria per difendere sovranità, forze armate e alleati». La decisione segue le sanzioni contro il procuratore Karim Khan e la relatrice Onu Francesca Albanese, mentre alcuni repubblicani chiedono ulteriori misure contro la Cpi.
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto con favore la scelta di Washington, definendola un atto decisivo a tutela di Israele. In una nota, Netanyahu si è congratulato con Rubio, sottolineando che la mossa rappresenta «un passo importante contro la campagna diffamatoria sullo Stato e sull’Idf».
Leone XIV: «Digiuno per la pace»
Papa Leone XIV ha annunciato ufficialmente una giornata di digiuno e preghiera per la pace e la giustizia prevista per domani. A concludere l’udienza generale di ieri i in Vaticano, il pontefice ha rivolto un appello urgente a tutti i fedeli affinché partecipino alla giornata dedicata alla preghiera, sottolineando le sofferenze causate dai conflitti in diverse parti del mondo. «Mentre la nostra Terra continua a essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia, e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso», ha dichiarato il Papa al termine della sua catechesi in Aula Paolo VI.
Il Meeting di Rimini (che inizierà proprio domani) fa sapere di accogliere «con gratitudine» l’appello di papa Leone. Scelta condivisa anche dalla Cei, la Conferenza episcopale italiana. L’iniziativa coincide con la celebrazione della memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina. Si tratta di una festività istituita da Pio XII nel 1955, fissata al 31 maggio come culmine del mese dedicato alla Madonna, e successivamente, con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, spostata al 22 agosto. Leone XIV ha spiegato il legame tra questa data e il tema della pace, ricordando che «Maria è madre dei credenti qui sulla Terra ed è invocata anche come Regina della pace».
Nel suo discorso durante l’udienza, papa Prevost ha dedicato ampio spazio al tema del perdono, considerato fondamentale nella costruzione della pace. «Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene».
Il Papa ha precisato il significato profondo del perdono: «Il perdono non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro». Riflettendo su come Gesù accetti il tradimento di Giuda nella notte prima della Passione, Leone XIV ha richiamato anche la condizione umana: «Anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito». In queste circostanze, ha aggiunto, «la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste sempre un’altra via». Il pontefice ha esortato a non cedere alla rabbia: «Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore». L’obiettivo di questo messaggio è chiaro: «Il cristiano chiamato ad amare e perdonare deve essere un messaggero di pace nel mondo».
Oltre all’appello per la giornata di preghiera, è emersa un’importante novità riguardante l’attività internazionale del Papa. Il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca della Chiesa cattolica maronita, ha annunciato su Al Arabiya che il pontefice ha in programma una visita in Libano da effettuarsi «entro dicembre». Pur senza fornire una data precisa, il patriarca ha aggiunto che «i preparativi sono già in corso», lasciando intendere che il viaggio è ormai in fase avanzata di organizzazione. Tappa che rientra nel quadro più ampio degli impegni internazionali del Papa, come il viaggio atteso a Nicea (Turchia), la cui data resta però ancora da ufficializzare.
Continua a leggereRiduci
Approvato un nuovo insediamento: per il ministro Bezalel Smotrich è una risposta a chi riconosce la Palestina. Dagli Usa ancora sanzioni contro i giudici della Corte penale internazionale: Benjamin Netanyahu ringrazia...L’appello ai fedeli affinché domani partecipino all’iniziativa per Ucraina e Gaza. L’annuncio: il Santo Padre visiterà il Libano entro dicembre. Presto sarà anche in Turchia.Lo speciale contiene due articoliIsraele ha dato il via libera definitivo a un progetto di insediamento in Cisgiordania che suscita forti polemiche a livello internazionale. Il piano riguarda l’area nota come E1, una zona aperta a Est di Gerusalemme, la cui urbanizzazione, secondo i palestinesi e numerose organizzazioni per i diritti umani, rischierebbe di spezzare in due la Cisgiordania, compromettendo in maniera irreversibile la prospettiva di uno Stato palestinese indipendente. Se l’iter amministrativo proseguirà senza ostacoli, i lavori infrastrutturali potrebbero iniziare entro pochi mesi, mentre la costruzione dei primi alloggi è attesa tra circa un anno. Il progetto prevede la realizzazione di circa 3.500 unità abitative destinate ad ampliare l’insediamento di Maale Adumim. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha annunciato l’approvazione del nuovo insediamento, definendolo una risposta politica ai Paesi che intendono riconoscere lo Stato di Palestina. L’Ue ha condannato duramente la decisione, giudicandola una violazione del diritto internazionale e un ostacolo alla soluzione dei due Stati. Smotrich ha replicato che il progetto rappresenta un «passo decisivo» per rafforzare il legame del popolo ebraico con la Terra d’Israele e che ogni nuovo insediamento costituisce «un chiodo nella bara» dell’idea di uno Stato palestinese. L’Autorità nazionale palestinese ha condannato l’approvazione israeliana del progetto per 3.400 nuove abitazioni in Cisgiordania, definendola una misura che «trasforma il territorio in una prigione». Emergono intanto dettagli sull’operazione «Gideon’s Chariots 2», autorizzata dal ministro della Difesa Israel Katz e destinata a segnare un passaggio decisivo nella campagna militare israeliana su Gaza. Il piano impiega cinque divisioni delle Forze di difesa israeliane (Idf), tre regolari e due di riserva, con un totale fino a dodici brigate operative durante la fase più intensa: nove permanenti e tre composte da riservisti. L’avanzata è stata preceduta da incursioni nei quartieri di Zeitoun e Jabaliya, mirate a logorare le difese di Hamas e ad accerchiare progressivamente Gaza City. Parallelamente, l’esercito ha predisposto misure per l’evacuazione dei civili verso Sud: corridoi umanitari, ospedali da campo, centri medici rinforzati e strutture di distribuzione degli aiuti. Tuttavia, i vertici hanno chiarito che non sarà possibile effettuare controlli individuali su ogni persona in fuga, dato l’alto numero di sfollati.Sul fronte della mobilitazione, l’Idf ha già richiamato 70.000 riservisti e intende convocarne altri 60.000. Il picco operativo è fissato per il 2 settembre, con un’ulteriore ondata prevista entro fine anno. In diversi casi il periodo di servizio sarà esteso dai tradizionali 70-80 giorni fino a 100-140, segno che l’impegno militare si protrarrà almeno fino al 2026. L’operazione appare dunque concepita come un’offensiva di lungo periodo, mirata a colpire irreversibilmente le capacità militari del movimento islamista. Il governo israeliano ha reso noto che Benjamin Netanyahu ha ordinato di accelerare i tempi per la conquista delle ultime roccaforti di Hamas a Gaza. Il premier ha inoltre ringraziato riservisti, famiglie e soldati dell’Idf per l’impegno dimostrato. Hamas ha condannato i piani israeliani per l’offensiva a Gaza e lo sfollamento di oltre un milione di civili, definendoli «un nuovo capitolo della guerra di sterminio». Il movimento ha inoltre indetto per giovedì uno sciopero globale, sollecitando in particolare i Paesi arabi e musulmani a mobilitarsi in sostegno della popolazione della Striscia. Nonostante i duri colpi, una brigata di Hamas resta attiva a Gaza City, con capacità ridotte, mentre i tunnel sotterranei continuano a rappresentare una minaccia tattica. Ieri un gruppo di diciotto miliziani ha attaccato un avamposto Idf nel corridoio di Morag, a Khan Yunis, usando armi leggere e lanciarazzi. Dopo aver sfondato l’ingresso e aperto il fuoco, sono stati respinti dal battaglione Nachshon della Brigata Kfir, che ha ucciso una decina di terroristi; i superstiti sono fuggiti nei tunnel. Secondo le prime analisi, l’attacco è partito da cunicoli coordinati e mirava a rapire soldati, come dimostrano le barelle trovate con gli aggressori. Mentre scriviamo si apprende che l’amministrazione Trump ha imposto nuove sanzioni contro quattro giudici della Corte penale internazionale (Cpi), accusati di voler indagare su cittadini statunitensi e israeliani senza consenso. I destinatari delle misure sono i giudici Kimberly Prost (Canada) e Nicolas Guillou (Francia), insieme ai procuratori aggiunti Nazhat Shameem Khan (Figi) e Mame Mandiaye Niang (Senegal). Le sanzioni congelano eventuali beni negli Stati Uniti e vietano a individui e istituzioni americane di intrattenere rapporti con loro. Washington ha definito l’iniziativa una risposta a quella che considera «politicizzazione, abuso di potere e illegittima ingerenza giudiziaria» della Cpi. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che la Corte costituisce una minaccia per la sicurezza nazionale e che gli Usa adotteranno «ogni misura necessaria per difendere sovranità, forze armate e alleati». La decisione segue le sanzioni contro il procuratore Karim Khan e la relatrice Onu Francesca Albanese, mentre alcuni repubblicani chiedono ulteriori misure contro la Cpi. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha accolto con favore la scelta di Washington, definendola un atto decisivo a tutela di Israele. In una nota, Netanyahu si è congratulato con Rubio, sottolineando che la mossa rappresenta «un passo importante contro la campagna diffamatoria sullo Stato e sull’Idf». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/israele-cisgiordania-appello-papa-digiuno-2673906876.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="leone-xiv-digiuno-per-la-pace" data-post-id="2673906876" data-published-at="1755768340" data-use-pagination="False"> Leone XIV: «Digiuno per la pace» Papa Leone XIV ha annunciato ufficialmente una giornata di digiuno e preghiera per la pace e la giustizia prevista per domani. A concludere l’udienza generale di ieri i in Vaticano, il pontefice ha rivolto un appello urgente a tutti i fedeli affinché partecipino alla giornata dedicata alla preghiera, sottolineando le sofferenze causate dai conflitti in diverse parti del mondo. «Mentre la nostra Terra continua a essere ferita da guerre in Terra Santa, in Ucraina e in molte altre regioni del mondo, invito tutti i fedeli a vivere la giornata del 22 agosto in digiuno e in preghiera, supplicando il Signore che ci conceda pace e giustizia, e che asciughi le lacrime di coloro che soffrono a causa dei conflitti armati in corso», ha dichiarato il Papa al termine della sua catechesi in Aula Paolo VI.Il Meeting di Rimini (che inizierà proprio domani) fa sapere di accogliere «con gratitudine» l’appello di papa Leone. Scelta condivisa anche dalla Cei, la Conferenza episcopale italiana. L’iniziativa coincide con la celebrazione della memoria liturgica della Beata Vergine Maria Regina. Si tratta di una festività istituita da Pio XII nel 1955, fissata al 31 maggio come culmine del mese dedicato alla Madonna, e successivamente, con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II, spostata al 22 agosto. Leone XIV ha spiegato il legame tra questa data e il tema della pace, ricordando che «Maria è madre dei credenti qui sulla Terra ed è invocata anche come Regina della pace».Nel suo discorso durante l’udienza, papa Prevost ha dedicato ampio spazio al tema del perdono, considerato fondamentale nella costruzione della pace. «Come ci insegna Gesù, amare significa lasciare l’altro libero senza mai smettere di credere che persino quella libertà, ferita e smarrita, possa essere strappata all’inganno delle tenebre e riconsegnata alla luce del bene».Il Papa ha precisato il significato profondo del perdono: «Il perdono non significa negare il male, ma impedirgli di generare altro male. Non è dire che non è successo nulla, ma fare tutto il possibile perché non sia il rancore a decidere il futuro». Riflettendo su come Gesù accetti il tradimento di Giuda nella notte prima della Passione, Leone XIV ha richiamato anche la condizione umana: «Anche noi viviamo notti dolorose e faticose. Notti dell’anima, notti della delusione, notti in cui qualcuno ci ha ferito o tradito». In queste circostanze, ha aggiunto, «la tentazione è chiuderci, proteggerci, restituire il colpo. Ma il Signore ci mostra la speranza che esiste sempre un’altra via». Il pontefice ha esortato a non cedere alla rabbia: «Ci insegna che si può offrire un boccone anche a chi ci volta le spalle. Che si può rispondere con il silenzio della fiducia. E che si può andare avanti con dignità, senza rinunciare all’amore». L’obiettivo di questo messaggio è chiaro: «Il cristiano chiamato ad amare e perdonare deve essere un messaggero di pace nel mondo».Oltre all’appello per la giornata di preghiera, è emersa un’importante novità riguardante l’attività internazionale del Papa. Il cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca della Chiesa cattolica maronita, ha annunciato su Al Arabiya che il pontefice ha in programma una visita in Libano da effettuarsi «entro dicembre». Pur senza fornire una data precisa, il patriarca ha aggiunto che «i preparativi sono già in corso», lasciando intendere che il viaggio è ormai in fase avanzata di organizzazione. Tappa che rientra nel quadro più ampio degli impegni internazionali del Papa, come il viaggio atteso a Nicea (Turchia), la cui data resta però ancora da ufficializzare.
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
Continua a leggereRiduci
Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
Continua a leggereRiduci
Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
Continua a leggereRiduci