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2018-06-07
Il problema non è l’Italia, ma la fine del Qe
ANSA
A poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.
L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.
Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.
Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.
A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi.
L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.
Claudio Antonelli
Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare»
La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come
Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron.
Come ha notato il quotidiano
Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche.
Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su
Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net.
Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con
Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal.
Per
Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano».
È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli.
Per il premier
Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco.
Alessandro Rico
La Merkel è cauta: «Tratteremo»
Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia.
Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd,
Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto».
Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di
Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato.
Antonio Grizzuti
La Nato non ci sente sulla Russia
Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa».
A questa bilanciata apertura di
Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia.
Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0.
Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo.
Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente.
Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri
Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia».
Alfonso Piscitelli
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La Banca centrale europea chiuderà i rubinetti. Il 14 giugno in Lettonia il consiglio direttivo deciderà le tempistiche per fermare il bazooka di Mario Draghi. Non c'entrano né governo né populismo, è il cambio di strategia sui tassi a mandare in fibrillazione le Borse.Il premier sa che al vertice che si apre domani in Canada avrà gli occhi puntati addosso. La strategia è chiara: l'Italia sarà autorevole e anche ai tavoli europei non si presenterà più con il cappello in mano.Durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è mostrata disponibile a sedersi al tavolo con Roma «nel rispetto delle regole su cui si regge l'Unione».La proposta gialloblù per il disgelo è stata subito fermata dal gran capo dell'Alleanza atlantica, che insiste sulle sanzioni. Tanto a pagarne il prezzo sono le imprese italiane.Lo speciale contiene quattro articoliA poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi. L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-prepara-il-debutto-di-fuoco-al-g7-andiamo-a-farci-rispettare" data-post-id="2575767990" data-published-at="1779730977" data-use-pagination="False"> Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare» La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron. Come ha notato il quotidiano Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche. Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net. Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal. Per Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano». È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli. Per il premier Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-merkel-e-cauta-tratteremo" data-post-id="2575767990" data-published-at="1779730977" data-use-pagination="False"> La Merkel è cauta: «Tratteremo» Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia. Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd, Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto». Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-nato-non-ci-sente-sulla-russia" data-post-id="2575767990" data-published-at="1779730977" data-use-pagination="False"> La Nato non ci sente sulla Russia Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa». A questa bilanciata apertura di Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia. Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0. Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo. Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente. Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia». Alfonso Piscitelli
Ecco #DimmiLaVerità del 25 maggio 2026. Con la nostra Flaminia Camilletti commentiamo i risultati elettorali e le ultime dichiarazioni di Vannacci.
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Dall’intelligenza artificiale ai microchip, fino alle restrizioni sui capitali americani: Pechino accelera verso l’autonomia tecnologica e risponde a Washington blindando startup e asset strategici.
Se si dovesse caratterizzare il confronto tra Stati Uniti e Cina in una frase, sarebbe senza dubbio una «corsa al primato tecnologico». Se fino a un decennio fa i ruoli delle due superpotenze erano ben delineati, con Washington leader dell’innovazione tecnologica e Pechino relegata al ruolo di inseguitrice, la situazione oggi è notevolmente cambiata. La corsa all’intelligenza artificiale, il quantum computing, le infrastrutture 6G, per finire con il settore dei microchip e delle terre rare, i campi di confronto tra Stati Uniti e Cina sono innumerevoli e il gap tra i due sempre più sottile; a rendere più ferrea la competizione c’è la convinzione, condivisa da entrambe le superpotenze, che il primato globale passi proprio dalla supremazia tecnologica.
Fino a qualche decennio fa non vi era dubbio che tale superiorità fosse saldamente nelle mani di Washington, la storia recente ci ha infatti abituato alle restrizioni di natura tecnologica imposte dagli Stati Uniti alla Cina; eppure gli ultimi tempi paiono aver segnato un radicale cambio di paradigma. A partire dallo scorso anno si sono fatti sempre più numerosi gli esempi in cui è stata Pechino ad agire per prima e a imporre divieti e restrizioni nel settore hi-tech. L’esempio più recente è quello relativo alla startup Manus AI, un’azienda di intelligenza artificiale fondata da ingegneri cinesi, che nel giugno 2025 aveva trasferito la propria sede legale a Singapore, pochi mesi dopo aver raccolto 75 milioni di dollari dal fondo americano Benchmark Capital.
L'obiettivo era presentarsi come un'azienda «pulita» agli occhi degli investitori americani, abbastanza distante da Pechino da poter essere acquisita da un colosso a stelle e strisce. Nel dicembre 2025, appena nove mesi dal suo lancio, Manus aveva infatti siglato un accordo di acquisizione con Meta (proprietaria di Whatsapp, Facebook e Instagram) per circa 2 miliardi di dollari. Un'operazione che sembrava il coronamento di una strategia brillante e che si è rivelata invece un boomerang. La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma (NDRC), il massimo organo di pianificazione economica cinese, ha formalmente vietato l'acquisizione lo scorso aprile, ordinando alle parti di rescindere l'accordo. Il messaggio di Pechino era piuttosto chiaro: nessuna ricollocazione formale, per quanto ben orchestrata, avrebbe potuto sottrarre un'azienda strategica cinese al controllo dello Stato.
Le conseguenze del caso Manus non si sono limitate al solo blocco dell'acquisizione. Ad aprile 2026, i regolatori cinesi, tra cui la stessa NDRC, hanno ordinato ad alcune delle principali aziende IA del Paese (come Moonshot AI, StepFun e ByteDance) di rifiutare capitali di origine statunitense nei propri round di finanziamento, salvo esplicita approvazione governativa. Moonshot AI, impegnata in un possibile percorso verso la quotazione in borsa a Hong Kong, ha visto complicarsi drasticamente la propria pianificazione pre-IPO; mentre StepFun, sostenuta dal colosso tecnologico Tencent, ha ricevuto le stesse istruzioni.
Questo giro di vite sui capitali si inserisce però in una strategia più ampia di autonomia tecnologica, che Pechino sta costruendo sistematicamente da anni. Già a fine 2025, la Cyberspace Administration of China aveva emanato una direttiva con cui imponeva ai grandi gruppi tech nazionali di interrompere l'acquisto e l’implementazione dei chip Nvidia prodotti per il mercato cinese (ovvero depotenziati, come da restrizioni imposte dagli Stati Uniti), orientandosi verso soluzioni di produzione domestica. Il cerchio si è poi chiuso a dicembre, quando Pechino ha pubblicato la prima lista ufficiale di fornitori hardware IA approvati per il settore pubblico: un elenco che include esclusivamente giganti nazionali come Huawei, con la sua architettura di chip Ascend, e Cambricon, senza spazio alcuno per player stranieri.
Il risultato complessivo di questa escalation è la progressiva cristallizzazione di una nuova «cortina di ferro digitale». Il caso Manus rappresenta solo l'ultimo tassello di un mosaico fatto di veti incrociati, protezionismo tecnologico e nazionalizzazione degli asset strategici. Da un lato Washington restringe l'accesso ai chip avanzati e ai macchinari per costruirli; dall'altro Pechino risponde blindando le proprie startup e costruendo un ecosistema tecnologico autosufficiente e impermeabile. Il mercato globale della tecnologia si sta così frammentando in due blocchi contrapposti e sempre meno comunicanti.
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Domenica 24 maggio è stata una giornata particolare per gli artificieri del Genio dell’Esercito italiano. In tre diverse località italiane sono state fatte brillare tre bombe della Seconda guerra mondiale a Orbetello, Eboli e Livorno, tre centri pesantemente bersagliati a partire dai primi mesi del 1944, in quanto centri strategici situati lungo la linea difensiva Gustav.
Ad Orbetello, gli artificieri del reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore hanno disinnescato e brillato un ordigno di circa 215 kg, di cui 66 di tritolo, rinvenuto in un terreno nei pressi della strada statale Aurelia. Si trattava di una bomba largamente impiegata dagli Anglo-americani durante tutto il conflitto, denominata AN-M64 dall’Usaaf. Quell’ordigno, sganciato a poca distanza da quello che fu il quartier generale e «buen retiro» del maresciallo d’Italia Italo Balbo, fu verosimilmente sganciato nella tarda primavera del 1944 durante una serie di violente incursioni aeree sulla bassa Toscana, che avevano l’obiettivo di aprire la strada alle truppe di terra e di tagliare le comunicazioni ferroviarie e stradali ai tedeschi. I bombardamenti più violenti furono quelli del 28 aprile 1944 che causarono 40 vittime civili. Quel giorno i cacciabombardieri pesanti dell’82th Fighter Group dell’Usaf scortarono oltre 100 bombardieri pesanti decollati dalla Puglia ed appartenenti al 449th e 450th Bomb group che colpirono la zona di Orbetello fino a Porto Santo Stefano, tra cui la zona della strada Aurelia dove è stata ritrovata la bomba fatta brillare dagli specialisti del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (Bologna). I militari hanno prima realizzato una struttura di protezione sul sito di ritrovamento, neutralizzando in seguito l'ordigno attraverso la rimozione del sistema di innesco con taglio idro-abrasivo a distanza di sicurezza, con la necessità di evacuare i residenti e interrompere il traffico sulla linea ferroviaria Roma-Pisa.
A Eboli, gli specialisti del 21° reggimento Genio Guastatori hanno distrutto in sicurezza una bomba d'aereo statunitense di tipo AN M30, rinvenuta all'interno di una cava. Si tratta di un ordigno di circa 45-50 Kg largamente utilizzato dagli Alleati. La Piana del Sele e l'area di Eboli sono state teatro di pesanti bombardamenti del 1943 durante l'Operazione «Avalanche», lo sbarco di Salerno. Durante i combattimenti dal 9 settembre al 1°ottobre 1943 nelle sole province di Salerno e Napoli furono sganciate più bombe dell’intera guerra d’Etiopia. Le bombe simili a quella ritrovata a Eboli erano spesso utilizzate da bombardieri medi, gli americani B-26 Marauder e B-25 Mitchell, che infierirono per tutta l’estate del 1943 sull’area del Sele, mentre il 4 e il 5 agosto un bombardamento notturno della Raf rase al suolo quasi l’80% dei fabbricati di Eboli. L’ordigno è stato trovato nei pressi del cimitero della confinante Battipaglia, lungo la statale 19.
Complicata l’operazione di bonifica di Livorno, dove gli artificieri del 2° reggimento Genio Pontieri di Piacenza hanno neutralizzato una granata d'artiglieria al fosforo del peso di circa 50 kg, trovata a circa 8 metri d'altezza su un macchinario di un impianto di recupero inerti e finita accidentalmente nel ciclo di lavorazione con il rischio elevato di contaminazione ed hanno così operato in quota per inertizzare la granata direttamente nella posizione in cui si trovava, collocandola in una cassa piena di terra imbevuta d'acqua, per poi calarla a terra mediante una piattaforma di lavoro elevabile e procedere alla combustione controllata del fosforo residuo. Le granate al fosforo ebbero largo impiego durante la Campagna d’Italia con scopi molteplici: per marcare un’obiettivo, per creare una cortina fumogena immediata o per bonificare aree nemiche tramite un’arma incendiaria con effetti devastanti sul corpo umano, date le temperature elevatissime raggiunte durante la combustione (tra gli 800 e i 1300°C).
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