True
2018-06-07
Il problema non è l’Italia, ma la fine del Qe
ANSA
A poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.
L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.
Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.
Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.
A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi.
L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.
Claudio Antonelli
Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare»
La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come
Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron.
Come ha notato il quotidiano
Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche.
Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su
Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net.
Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con
Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal.
Per
Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano».
È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli.
Per il premier
Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco.
Alessandro Rico
La Merkel è cauta: «Tratteremo»
Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia.
Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd,
Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto».
Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di
Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato.
Antonio Grizzuti
La Nato non ci sente sulla Russia
Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa».
A questa bilanciata apertura di
Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia.
Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0.
Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo.
Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente.
Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri
Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia».
Alfonso Piscitelli
Continua a leggereRiduci
La Banca centrale europea chiuderà i rubinetti. Il 14 giugno in Lettonia il consiglio direttivo deciderà le tempistiche per fermare il bazooka di Mario Draghi. Non c'entrano né governo né populismo, è il cambio di strategia sui tassi a mandare in fibrillazione le Borse.Il premier sa che al vertice che si apre domani in Canada avrà gli occhi puntati addosso. La strategia è chiara: l'Italia sarà autorevole e anche ai tavoli europei non si presenterà più con il cappello in mano.Durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è mostrata disponibile a sedersi al tavolo con Roma «nel rispetto delle regole su cui si regge l'Unione».La proposta gialloblù per il disgelo è stata subito fermata dal gran capo dell'Alleanza atlantica, che insiste sulle sanzioni. Tanto a pagarne il prezzo sono le imprese italiane.Lo speciale contiene quattro articoliA poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi. L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-prepara-il-debutto-di-fuoco-al-g7-andiamo-a-farci-rispettare" data-post-id="2575767990" data-published-at="1779617061" data-use-pagination="False"> Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare» La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron. Come ha notato il quotidiano Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche. Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net. Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal. Per Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano». È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli. Per il premier Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-merkel-e-cauta-tratteremo" data-post-id="2575767990" data-published-at="1779617061" data-use-pagination="False"> La Merkel è cauta: «Tratteremo» Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia. Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd, Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto». Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-nato-non-ci-sente-sulla-russia" data-post-id="2575767990" data-published-at="1779617061" data-use-pagination="False"> La Nato non ci sente sulla Russia Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa». A questa bilanciata apertura di Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia. Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0. Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo. Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente. Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia». Alfonso Piscitelli
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
Continua a leggereRiduci
Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
Continua a leggereRiduci
Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
Continua a leggereRiduci