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2018-06-07
Il problema non è l’Italia, ma la fine del Qe
ANSA
A poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.
L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.
Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.
Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.
A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi.
L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.
Claudio Antonelli
Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare»
La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come
Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron.
Come ha notato il quotidiano
Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche.
Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su
Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net.
Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con
Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal.
Per
Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano».
È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli.
Per il premier
Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco.
Alessandro Rico
La Merkel è cauta: «Tratteremo»
Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia.
Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd,
Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto».
Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di
Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato.
Antonio Grizzuti
La Nato non ci sente sulla Russia
Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa».
A questa bilanciata apertura di
Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia.
Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0.
Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo.
Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente.
Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri
Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia».
Alfonso Piscitelli
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La Banca centrale europea chiuderà i rubinetti. Il 14 giugno in Lettonia il consiglio direttivo deciderà le tempistiche per fermare il bazooka di Mario Draghi. Non c'entrano né governo né populismo, è il cambio di strategia sui tassi a mandare in fibrillazione le Borse.Il premier sa che al vertice che si apre domani in Canada avrà gli occhi puntati addosso. La strategia è chiara: l'Italia sarà autorevole e anche ai tavoli europei non si presenterà più con il cappello in mano.Durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è mostrata disponibile a sedersi al tavolo con Roma «nel rispetto delle regole su cui si regge l'Unione».La proposta gialloblù per il disgelo è stata subito fermata dal gran capo dell'Alleanza atlantica, che insiste sulle sanzioni. Tanto a pagarne il prezzo sono le imprese italiane.Lo speciale contiene quattro articoliA poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi. L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-prepara-il-debutto-di-fuoco-al-g7-andiamo-a-farci-rispettare" data-post-id="2575767990" data-published-at="1780554093" data-use-pagination="False"> Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare» La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron. Come ha notato il quotidiano Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche. Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net. Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal. Per Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano». È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli. Per il premier Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-merkel-e-cauta-tratteremo" data-post-id="2575767990" data-published-at="1780554093" data-use-pagination="False"> La Merkel è cauta: «Tratteremo» Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia. Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd, Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto». Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-nato-non-ci-sente-sulla-russia" data-post-id="2575767990" data-published-at="1780554093" data-use-pagination="False"> La Nato non ci sente sulla Russia Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa». A questa bilanciata apertura di Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia. Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0. Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo. Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente. Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia». Alfonso Piscitelli
La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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Sergio Mattarella e Nicole Minetti (Ansa)
Così, dopo un mese e mezzo di chiacchiere, la Procura generale di Milano certifica in un lungo comunicato che Nicole Minetti non ha una doppia vita. L’ex igienista dentale condannata per il caso Ruby e per le spese pazze del Pirellone non ha ingannato Sergio Mattarella. Semmai il presidente della Repubblica si è fatto ingannare dagli articoli del Fatto quotidiano e dagli scivoloni di Sigfrido Ranucci, con i quali per giorni si è accreditato un caso internazionale, che a un certo punto si è cercato di addossare a Carlo Nordio allo scopo neanche troppo nascosto di indurlo alle dimissioni.
La storia è quella della grazia concessa dal capo dello Stato all’ex consigliera regionale. Mattarella, a cui in base alla Costituzione competono in via esclusiva gli atti di clemenza, il 18 febbraio di quest’anno ha cancellato la pena inflitta a Minetti dal Tribunale di Milano. La donna, finita nei guai all’epoca di Silvio Berlusconi per lo scandalo delle Olgettine, avrebbe dovuto scontare tre anni ai servizi sociali, ma i suoi avvocati alla fine di luglio del 2025 inoltrarono al Quirinale una domanda di grazia. Dovendo accudire un minore adottato da lei e dal compagno e bisognoso di cure all’estero, Minetti tramite i legali chiese di essere esentata dall’espiazione della pena. Domanda legittima, che poteva essere accolta o respinta, ma che sul Colle trovò una rapida istruzione e appena una settimana dopo, weekend compreso, il fascicolo riguardante l’ex igienista dentale finì sul tavolo del ministero della Giustizia, inoltrato dal responsabile dell’ufficio grazie di Mattarella. E da via Arenula la richiesta fu spedita a Milano, alla Procura generale della Corte d’appello, per il dovuto parere. In pochi mesi, Minetti fu dunque sollevata da ogni pendenza con la giustizia e autorizzata a occuparsi del figlio adottivo. Tutto bene? Eh, no, perché quando la notizia della grazia divenne di dominio pubblico, ai giornalisti del Fatto quotidiano cominciarono a prudere le mani. Così, a metà aprile, la vicenda di presunti favoritismi nell’adozione, di misteri profondi nella scomparsa della madre del bimbo e pure di oscuri decessi, uniti a un giro di festini a base di coca e donnine allegre in Uruguay, finì in prima pagina, con tanto di testimonianze rigorosamente anonime.
Un giallo internazionale, in luoghi esotici frequentati dal jet set, con sullo sfondo addirittura l’ombra di Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo che ha inguaiato mezzo mondo, governi e regni compresi, era un’occasione troppo ghiotta. Soprattutto se la si poteva rovesciare contro il governo in carica e il ministro della Giustizia. Sono bastati tre o quattro giorni di campagna a tutta pagina e pur di fronte al nulla, perché le testimonianze anonime sono il nulla, al Quirinale, sempre attento all’immagine sacra e inviolabile del presidente, ci dev’essere stata un po’ di tensione. E così ecco partire un secco comunicato per ingiungere al ministero di via Arenula di fare chiarezza e accertare se nella ricostruzione del percorso di grazia alla Minetti fossero stati omessi comportamenti poco commendevoli. Cioè il Colle chiedeva al ministero di verificare se il ministero, che pur nella faccenda non aveva avuto alcun ruolo se non quello di inoltrare la richiesta del Quirinale, avesse compiuto errori. La palla a questo punto è passata alla Procura generale di Milano, che pure aveva concesso il nulla osta, e nel frattempo, mentre le opposizioni reclamavano le dimissioni di Nordio, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci si presentava in tv, da Bianca Berlinguer, per dire che una sua fonte accreditava un viaggio del Guardasigilli a casa della Minetti, in Uruguay. Bum. La bomba era pronta per esplodere e per spazzare via sia il ministro che il suo governo.
Peccato che Nordio non conosca la Minetti e non abbia dunque mai messo piede nella sua casa in Sudamerica. E peccato che adesso la Procura generale abbia accertato che le accuse contro l’ex consigliera regionale, i festini, l’adozione taroccata, l’uccisione del legale e pure la sparizione della madre naturale del bambino adottato siano tutte un’invenzione. In altre parole, una bufala.
A questo punto però si impongono due riflessioni. La prima è sul cosiddetto giornalismo d’inchiesta, che le inchieste le confeziona con le chiacchiere. La seconda invece riguarda Sergio Mattarella, monarca a cui la stampa plaude a ogni sospiro, ma a cui basta qualche titolo del Fatto quotidiano per fare marcia indietro, lasciando che i suoi uffici scarichino le responsabilità di un presunto passo falso su altri.
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Erri De Luca (Imagoeconomica)
Hanno danzato sul filo dell’ortodossia politica, e ogni volta che con una frase si sono resi conto di sconfinare sono corsi a precisarla, a limarla, a modificarla in un continuo gioco di negazioni e smentite: un fenomenale Lago dei cigni della correttezza politica. Solo che in quel lago gli intellettuali hanno tirato sassi e pietroni, salvo poi - come prevedibile - ritrarre la mano.
L’ultimo capitolo della saga è forse il più emblematico. A sentire le parti, non è accaduto nulla. Non vi è dissidio, non vi è censura, non vi è niente: il vuoto. Sembra una riedizione delle purghe sovietiche: la gente spariva, ma niente cambiava, non era accaduto nulla, l’assente semplicemente non esisteva, non era mai stato. Ecco dunque che Erri De Luca dichiara al Corriere della Sera: «Per me non è successo niente». E ribadisce: «Niente di che». Però qualcosa è successo, e cioè che lo scrittore e traduttore è stato cacciato dalla rassegna Salerno letteratura. Avrebbe dovuto tenere la prolusione, il discorso introduttivo del festival. Ma gli organizzatori hanno deciso di ritirare l’invito. Anche per la direzione della kermesse, tuttavia, non è successo niente. «Nessuna censura», dice al Mattino uno dei due artistici, Gennaro Carillo, docente di Dottrine politiche all’università Suor Orsola Benincasa. Ma la censura, piaccia o no, c’è stata.
E in effetti Carillo deve in parte ammetterlo: «Abbiamo preferito riconsiderare la nostra decisione originaria anche per evitare strumentalizzazioni. La prolusione che detta un po’ la linea al festival implica una certa identità di vedute, con chi te la commissiona, quantomeno rispetto alla più tragica delle evidenze: i morti civili di Gaza». Evitare strumentalizzazioni. Ma da parte di chi? E come? Fantastico: censurano, ma a strumentalizzare sono sempre gli altri.
In fondo è questo il punto centrale di tutta la vicenda che ha coinvolto Erri De Luca e, di rimbalzo, l’intera sinistra. Nessuno ha avuto fino in fondo il coraggio delle proprie azioni e dei propri pensieri. Ciascuno ha agito, ma poi ha negato di averlo fatto. Ciascuno ha preso posizione, ma l’ha subito rinnegata per timore di rimediare brutte figure e perdere prestigio.
Tutto è iniziato quando De Luca ha partecipato al festival degli Scrittori di Gerusalemme e per l’occasione ha rilasciato una intervista al giornale Israel Hayom, pronunciando alcune parole che non avrebbe dovuto proferire. «In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione», ha detto De Luca. «Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui [...] è già sionista per questo fatto stesso».
Lo scrittore campano non si è fermato lì. Anzi ha aggiunto alcune considerazioni sulla questione palestinese: «So benissimo cosa sia un genocidio e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso [...] la popolazione paga sempre il prezzo più alto».
Infine, dal palco della rassegna di Gerusalemme, De Luca ha assestato il colpo finale: «Da noi c’è una radicalizzazione favorevole ad Hamas», ha dichiarato. «Che però non osa dirlo - dice solo “per il popolo palestinese”, ma è proprio Hamas la maggiore oppressione del popolo palestinese».
In realtà, al festival israeliano De Luca era stato anche piuttosto critico nei riguardi del governo Netanyahu. Ha detto che la guerra in corso avrebbe potuto rappresentare un grande cambiamento: «Dal punto di vista della Palestina, perché potrebbe liberarsi di Hamas e finalmente scegliere le proprie rappresentanze politiche. E per Israele, di cambiare governo e rendere questo cambiamento la possibilità di un avvento di pace - non di cessate il fuoco provvisorio, ma direttamente nella magnifica parola: pace, shalom».
Insomma, far passare De Luca come un sostenitore del massacro dei palestinesi o un fan di Netanyahu è per lo meno scorretto, se non peggio. Eppure, non appena stralci della sua intervista sono usciti in Italia, è esattamente così che lo hanno descritto i suoi (ex) amici di sinistra. Praticamente da ogni parte sono piovuti strali indignatissimi contro lo scrittore, che da venerato maestro arbasiniano si è tramutato nel proverbiale solito stronzo. Succede spesso, fra i progressisti: basta un minimo scostamento dalla linea ufficiale del partito unico degli intellettuali per essere spediti al rogo. È un rogo simbolico, per carità, ma non privo di conseguenze: si perdono soldi, incarichi, spazi, credibilità. Si viene messi al bando come ai tempi di Stalin.
Forse nel timore della gogna e delle relative ricadute professionali, De Luca ha cercato di correggere il tiro. Ha precisato che per lui essere sionista significa soltanto difendere il diritto a esistere di Israele. Ha rimarcato il suo fastidio nei riguardi del governo Netanyahu. Ma non c’è stato niente da fare. Così funziona il pensiero unico: bisogna parlare del tema che gli intellettuali di regime hanno selezionato e bisogna farlo negli esatti termini da loro indicati, altrimenti si finisce male.
E De Luca è finito male. Era un eroe quando difendeva le ragioni dell’Ucraina e ancora di più quando invocava il sabotaggio della Tav. Ora lo cacciano dal festival di Salerno. Lui, a differenza di quanto fatto in passato (nello specifico con la Tav), ha provato a rimangiarsi almeno in parte le uscite improvvide, ma non ci è riuscito. E adesso minimizza: «Non sarò a Salerno per motivi personali, anzi sono abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta. Non faccio alcuna polemica con manifestazione che ha problemi a ricevermi».
Peggio di De Luca sono, decisamente, i suoi colleghi. I quali hanno agito per riflesso condizionato: censura, mordacchia, bando. Non c’è illustre intellettuale progressista che si sia sottratto all’unanime denigrazione del traditore: tutti, in serie, hanno girato il pollice verso il basso (anche per timore che poi potesse toccare a uno di loro la gita al patibolo).
Quanto ai direttori artistici del festival salernitano, beh, lì si raggiunge l’apice dell’ipocrisia, dato che non hanno nemmeno il coraggio di dirla tutta: hanno cacciato Erri, ma appunto sostengono che non vi sia censura. Sullo sfondo l’altro De Luca - Vincenzo, sindaco di Salerno - aleggia silente e lascia che gli intellettuali organici si macellino fra loro.
Il punto, vedete, non è nemmeno capire se De Luca abbia ragione o meno. La ragione qui non conta un fico secco. Conta conformarsi, obbedire prontamente, a prescindere dalla causa. Certo anche la destra, ultimamente, ha dato prova di mal tollerare il dissenso, e non abbiamo mancato di farlo notare. Ma a sinistra alligna il vero professionismo della censura. La quale, in effetti, ormai è la norma. Tant’è che la esercitano e poi dicono: non è successo niente. In effetti non fa quasi più notizia.
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Emanuele Fisicaro, uno dei tre legali di Nicole Minetti (Imagoeconomica)
A spiegarlo è il comunicato firmato il 3 giugno dalla procuratrice generale Francesca Nanni e trasmesso al ministro della Giustizia e poi al Quirinale.
Proprio da qui potrebbe aprirsi un secondo fronte. I legali - Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi - hanno preso atto dell’esito delle verifiche e hanno confermato le iniziative per il risarcimento dei danni. Le prime richieste riguardano oltre cinquanta articoli del Fatto quotidiano, comprese le edizioni online, e la puntata di Report del 3 maggio (oltre a quella di Cartabianca del 28 aprile). Il danno, spiegano, è legato soprattutto al pregiudizio arrecato al minore: nelle prossime settimane è fissato il primo incontro per la mediazione. Non solo. I legali si riservano anche ulteriori iniziative, comprese quelle penali, cioè le denunce per diffamazione.
Del resto il comunicato della Procura ricostruisce l’iter e non lascia margini di interpretazione. La domanda di grazia era stata presentata al ministro della Giustizia, poi trasmessa alla Procura generale per l’istruttoria. Milano aveva svolto gli accertamenti, formulato le proprie osservazioni e inviato il fascicolo al ministero. Dopo gli articoli del Fatto, il Quirinale aveva chiesto al ministro di acquisire informazioni urgenti. A quel punto sono stati delegati nuovi accertamenti a Carabinieri e Interpol.
Il risultato è il cuore del documento firmato dalla procura generale: non sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito nel procedimento di grazia. Al contrario, la Procura elenca una serie di conferme sui punti contestati: adozione, condizioni cliniche del minore, assenza di pendenze all’estero, profilo personale di Minetti e accuse sul suo stile di vita recente.
Sull’adozione, la Procura scrive che non emergono irregolarità nel procedimento, già riconosciuto in Italia dal Tribunale per i minorenni di Venezia. Precisa inoltre che, contrariamente a quanto riportato dal Fatto quotidiano, il legale morto in Uruguay non era il legale dei genitori biologici, ma il legale del minore, favorevole all’adozione. Nel procedimento non vi fu alcuna battaglia legale: i genitori naturali non si costituirono, furono rappresentati da un difensore d’ufficio e la madre biologica risultò da sempre irreperibile.
Anche sulla morte del legale uruguaiano la Procura è esplicita: il procuratore della Repubblica in Uruguay ha riferito che non vi sono ipotesi di reato.
Sul fronte sanitario, il comunicato conferma il grave quadro clinico del minore, in cura al Boston Children’s Hospital, e la necessità della presenza della madre in occasione di controlli e terapie. Confermati anche i consulti presso strutture ospedaliere di Cleveland e New York, oltre che in Italia.
Quanto a Minetti, la Procura scrive che non risultano segnalazioni di reato, pendenze giudiziarie o coinvolgimenti in indagini in Uruguay e in Spagna, né a suo carico né a carico di Giuseppe Cipriani. Risultano inoltre confermati il volontariato in Italia e la presenza pressoché stabile in Italia dal gennaio 2024 e per tutto il 2025, salvo brevi rientri in Uruguay.
La nota affronta infine le accuse della massaggiatrice, prima in forma anonima e poi con nome e cognome, su presunte feste con droga e sesso a cui Minetti avrebbe partecipato negli ultimi anni. Secondo la Procura, quelle affermazioni risultano smentite da numerose dichiarazioni raccolte sia in sede di indagini difensive sia dai Carabinieri da persone informate sui fatti.
Non è stata disposta una rogatoria internazionale. La Procura spiega che il trattato di cooperazione giudiziaria penale tra Italia e Uruguay riguarda l’acquisizione di prove in un procedimento penale.
Ora il confronto può spostarsi nelle aule di giustizia. Il punto sarà se le notizie pubblicate fossero vere, verificate e raccontate nei limiti del diritto di cronaca.
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