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2018-06-07
Il problema non è l’Italia, ma la fine del Qe
ANSA
A poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.
L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.
Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.
Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.
A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi.
L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.
Claudio Antonelli
Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare»
La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come
Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron.
Come ha notato il quotidiano
Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche.
Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su
Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net.
Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con
Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal.
Per
Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano».
È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli.
Per il premier
Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco.
Alessandro Rico
La Merkel è cauta: «Tratteremo»
Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia.
Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd,
Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto».
Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di
Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato.
Antonio Grizzuti
La Nato non ci sente sulla Russia
Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa».
A questa bilanciata apertura di
Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia.
Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0.
Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo.
Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente.
Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri
Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia».
Alfonso Piscitelli
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La Banca centrale europea chiuderà i rubinetti. Il 14 giugno in Lettonia il consiglio direttivo deciderà le tempistiche per fermare il bazooka di Mario Draghi. Non c'entrano né governo né populismo, è il cambio di strategia sui tassi a mandare in fibrillazione le Borse.Il premier sa che al vertice che si apre domani in Canada avrà gli occhi puntati addosso. La strategia è chiara: l'Italia sarà autorevole e anche ai tavoli europei non si presenterà più con il cappello in mano.Durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è mostrata disponibile a sedersi al tavolo con Roma «nel rispetto delle regole su cui si regge l'Unione».La proposta gialloblù per il disgelo è stata subito fermata dal gran capo dell'Alleanza atlantica, che insiste sulle sanzioni. Tanto a pagarne il prezzo sono le imprese italiane.Lo speciale contiene quattro articoliA poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi. L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-prepara-il-debutto-di-fuoco-al-g7-andiamo-a-farci-rispettare" data-post-id="2575767990" data-published-at="1781360782" data-use-pagination="False"> Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare» La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron. Come ha notato il quotidiano Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche. Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net. Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal. Per Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano». È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli. Per il premier Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-merkel-e-cauta-tratteremo" data-post-id="2575767990" data-published-at="1781360782" data-use-pagination="False"> La Merkel è cauta: «Tratteremo» Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia. Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd, Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto». Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-nato-non-ci-sente-sulla-russia" data-post-id="2575767990" data-published-at="1781360782" data-use-pagination="False"> La Nato non ci sente sulla Russia Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa». A questa bilanciata apertura di Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia. Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0. Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo. Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente. Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia». Alfonso Piscitelli
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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