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2018-06-07
Il problema non è l’Italia, ma la fine del Qe
ANSA
A poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.
L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.
Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.
Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.
A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi.
L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.
Claudio Antonelli
Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare»
La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come
Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron.
Come ha notato il quotidiano
Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche.
Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su
Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net.
Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con
Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal.
Per
Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano».
È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli.
Per il premier
Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco.
Alessandro Rico
La Merkel è cauta: «Tratteremo»
Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia.
Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd,
Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto».
Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di
Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato.
Antonio Grizzuti
La Nato non ci sente sulla Russia
Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa».
A questa bilanciata apertura di
Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia.
Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0.
Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo.
Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente.
Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri
Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia».
Alfonso Piscitelli
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La Banca centrale europea chiuderà i rubinetti. Il 14 giugno in Lettonia il consiglio direttivo deciderà le tempistiche per fermare il bazooka di Mario Draghi. Non c'entrano né governo né populismo, è il cambio di strategia sui tassi a mandare in fibrillazione le Borse.Il premier sa che al vertice che si apre domani in Canada avrà gli occhi puntati addosso. La strategia è chiara: l'Italia sarà autorevole e anche ai tavoli europei non si presenterà più con il cappello in mano.Durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è mostrata disponibile a sedersi al tavolo con Roma «nel rispetto delle regole su cui si regge l'Unione».La proposta gialloblù per il disgelo è stata subito fermata dal gran capo dell'Alleanza atlantica, che insiste sulle sanzioni. Tanto a pagarne il prezzo sono le imprese italiane.Lo speciale contiene quattro articoliA poco più di tre mesi da quella che per il momento è l'ultima scadenza annunciata in tema di acquisto titoli, la Bce si prepara a discutere le modalità di riduzione e infine chiusura del Quantitative easing, il cosiddetto bazooka di Mario Draghi. A segnalare la scadenza è stato ieri uno dei suoi membri, Peter Praet, che nel corso di un convegno a Berlino ha anticipato quello che sarà il nodo cruciale della discussione, cioè «se i progressi compiuti finora siano sufficienti a giustificare una graduale uscita» dal programma lanciato nel 2015 e che al momento - e quantomeno fino al 30 settembre - procede al ritmo di 30 miliardi di euro di acquisti ogni mese.L'economista ha spiegato che per compiere questa valutazione saranno presi in considerazione «la forza sottostante dell'economia dell'eurozona» e quanto queste politiche monetarie hanno contribuito alle dinamiche dei salari e dell'inflazione.Le parole di Praet non possono che rimandare a una data precisa sul calendario: quella del prossimo 14 giugno. E a un luogo preciso: Riga, la capitale della Lettonia, dove appunto è prevista la riunione di giugno del consiglio direttivo, il principale organo decisionale della Bce che comprende i sei membri del Comitato esecutivo e i governatori delle banche centrali nazionali dei 19 Stati membri dell'area euro.Nel corso dell'ultima conferenza stampa al termine di un vertice analogo, quello dello scorso 26 aprile, il presidente Mario Draghi aveva segnalato che il tema del proseguimento del Qe dopo settembre non era stato toccato perché si era ritenuto fosse necessario analizzare prima le ragioni dei segnali di un rallentamento della crescita nell'eurozona che si erano appena manifestati. «La prima cosa che dobbiamo fare è capire esattamente e posizionare quello che è successo nel contesto adeguato», aveva spiegato, precisando che occorreva capire se si trattasse di un fenomeno «temporaneo o permanente» e se fosse una questione di offerta o di domanda. Se quello del Quantitative easing è da sempre un tema particolarmente sentito dall'Italia, in ragione del suo corposo debito pubblico, in queste settimane sembra esserlo più che mai. La recente crisi politica che ha preceduto la formazione del nuovo esecutivo guidato da Giuseppe Conte e le indecisioni di Sergio Mattarella hanno infatti visto lo spread tra Btp e Bund schizzare fino a oltre 300 punti base. E ancora oggi il dato viaggia ben sopra quota 200. Un mese e mezzo fa, per usare come riferimento proprio la data della conferenza di Draghi, il differenziale chiudeva a 115 punti.A maggio, gli acquisti di titoli di Stato italiani da parte della Banca centrale europea sono stati pari a 3,6 miliardi di euro: un importo superiore a quello di gennaio e marzo, ma che rispetto ad aprile ha segnato un calo - dovuto a ragioni tecniche - della quota di Btp sul totale. Lo spread è stato motivato da molti con il timore dei mercati nei confronti di un esecutivo sovranista e populista, anche nei giorni in cui il premier incaricato era Carlo Cottarelli (tanto apprezzato da Bruxelles e dall'Fmi). Quanto successo ieri sul fronte Borse e spread aiuta invece a indirizzare l'attenzione sul vero appuntamento dell'anno (Riga, appunto) capace di far ballare i titoli, che nulla ha a che fare con l'Italia né con il suo esecutivo. Anche se riguarderà il nostro Paese molto da vicino, essendo l'Italia da tempo beneficiaria del sostegno di Draghi. L'indice Ftse Italia all share ieri ha chiuso con un moderato rialzo dello 0,32% a quota 24.051,19 punti, dopo aver avvicinato pericolosamente i minimi 2018, toccati una settimana fa. Le parole di Praet (sostenute dal commento equipollente di Jens Weidmann, numero uno della Bundesbank) hanno scaldato l'euro (a un passo da 1,18 dollari) e soprattutto hanno fatto scattare le vendite sui bond governativi, Btp compresi, con il tasso del decennale italiano salito oltre il 2,9%. Le banche, dopo una prima parte di giornata difficile, hanno resistito bene alle pressioni sul fronte obbligazionario. Ha recuperato bene BancoBpm, con gli investitori che sono tornati a concentrarsi sul processo di derisking alla luce delle ultime indiscrezioni che vedono un'accelerazione sul fronte della vendita di Npl. Tutto ciò a indicare che - purtroppo? - il nostro Paese non è al centro dell'interesse dei mercati. Le Borse europee stanno riprezzando i propri titoli in vista della fine del Qe. A quel punto ci sarà un forte sbalzo dei tassi, e dunque un giro di boa per gli investitori che spostano i propri asset dalla Borsa verso i titoli di Stato e pure sulle obbligazioni corporate. In questi momenti i rischi sono elevati sia per i privati sia per gli Stati che piazzano il debito sui mercati. Giuseppe Conte, al pari degli altri capi di Stato e di governo Ue, dovrà farci molta attenzione.Claudio Antonelli<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="conte-prepara-il-debutto-di-fuoco-al-g7-andiamo-a-farci-rispettare" data-post-id="2575767990" data-published-at="1768076978" data-use-pagination="False"> Conte prepara il debutto di fuoco: «Al G7 andiamo a farci rispettare» La politica degli esperti è naufragata, perché gli esperti hanno fallito miseramente. Al G7 di domani e dopodomani, che si svolgerà a Charlevoix, in Canada, comincia l'era degli outsider. Accanto ai veterani come Angela Merkel, Theresa May, Shinzo Abe e il padrone di casa, Justin Trudeau, ci sarà il presidente americano Donald Trump, quello che il bestseller Fuoco e furia descrive come un improvvisatore, uno che nemmeno legge i dossier prima dei summit, oltre, ovviamente, al nuovo presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. Il quale, nel suo discorso di ieri alla Camera per il voto di fiducia, ha voluto rimarcare che al vertice canadese «la prima posizione dell'Italia sarà farsi conoscere e la seconda sarà farsi rispettare». In posizione mediana tra l'establishment e le sue due nemesi, si staglierà il «tecnopopulista» per eccellenza, Emmanuel Macron. Come ha notato il quotidiano Ouest France, l'inquilino dell'Eliseo non ha voluto rendere noti in anticipo i dettagli del colloquio con Trump. «Se riveliamo la ricetta della salsiccia alle persone», avrebbe detto Macron citando Otto von Bismarck, «non sono sicuro che continueranno a mangiarle». Il presidente francese, dunque, non ha rinunciato alla sua opera di persuasione nei confronti di The Donald su due questioni cruciali per l'Europa: i dazi su acciaio e alluminio, che colpiscono le esportazioni Ue, ma soprattutto gli interessi commerciali della Germania e l'accordo sul nucleare con l'Iran. Sul tavolo del G7 canadese ci sarà altresì il problema dell'immigrazione, in aggiunta all'immancabile nota politicamente corretta delle politiche di genere e della lotta contro l'inquinamento da plastiche. Sicuramente gli occhi di tutti saranno puntati su Conte, che fino a pochi giorni fa era un perfetto sconosciuto e che, visto il peso specifico dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, deve cominciare da subito a costruirsi un'immagine di autorevolezza e autonomia. Anche perché il presidente del Consiglio, a Montecitorio, ha annunciato di voler aprire una contrattazione sul debito pubblico con le istituzioni comunitarie. «Noi siamo per negoziare sul fronte della discesa progressiva del debito», ha insistito Conte, secondo il quale ci si dovrà presentare ai tavoli europei non con il cappello in mano, bensì «volendo esprimere un indirizzo politico». Il riferimento è al «vasto programma di investimenti pubblici infrastrutturali», che «potrebbe essere attuato e finanziato in deficit senza creare un problema di sostenibilità dei debiti pubblici», un passaggio del discorso di Conte che riecheggia l'articolo firmato dal ministro dell'Economia, Giovanni Tria e pubblicato su Formiche.net. Se l'obiettivo dell'esecutivo gialloblù è farsi ascoltare da Bruxelles, sarà innanzitutto necessario coprirsi le spalle. E viste le svariate aperture di credito provenute da ambienti americani, sarebbe ragionevole intavolare un dialogo con Trump. Da uomo d'affari, il tycoon newyorkese fa molto affidamento sulla prima impressione e sulla qualità dei rapporti personali. È un tratto caratteriale sul quale la spigolosa cancelliera Merkel, irritata dalla guerra commerciale di Washington e dalle critiche che in passato Trump ha rivolto al surplus tedesco, non ha saputo fare leva. A differenza del suo omologo francese, che invece è entrato in una sorta di idillio con The Donald, al netto delle divergenze su protezionismo e nuclear deal. Per Conte, allora, la soluzione più intelligente è una triangolazione con Francia e Stati Uniti, che rintuzzerebbe l'arsenale per esercitare le dovute pressioni sulla Germania. Finora le idee di ristrutturazione dell'eurozona delineate da Macron non sono piaciute ai tedeschi. Berlino ha però dato segnali di distensione, che forse dipendono dal maggior rilievo assunto da storici oppositori dell'austerità, quali il ministro delle Finanze socialdemocratico, Olaf Scholz, nella Grosse Koalition. Sui migranti, la Merkel ha ammesso che l'Italia «è stata lasciata sola» e il suo governo ha contribuito a far naufragare la riforma del trattato di Dublino. In più, durante un question time al Bundestag, la cancelliera si è limitata a una risposta sibillina a chi la incalzava sul tema di un possibile salvataggio dell'Italia, proclamandosi disposta a parlare «anche con il prossimo governo italiano». È il momento di intessere alleanze e manifestare agli altri potenti della Terra, senza complessi d'inferiorità, le esigenze del nostro Paese. Approfittando di un'agenda del G7 che include l'emergenza immigrazione e il capitolo degli investimenti per la crescita, un aspetto cruciale per invertire il segno di un'Europa la quale, sotto la guida della Germania mercantilista, si è votata all'export e alla deflazione interna, complice la scomparsa della leva monetaria quale mezzo per attuare i necessari aggiustamenti economici. Lo svantaggio relativo che l'Ue sconterebbe se la guerra dei dazi con gli Stati Uniti proseguisse, alla fine, costringerà Berlino ad addivenire a miti consigli. Per il premier Conte, niente periodo di addestramento. Domani c'è il battesimo del fuoco. Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-merkel-e-cauta-tratteremo" data-post-id="2575767990" data-published-at="1768076978" data-use-pagination="False"> La Merkel è cauta: «Tratteremo» Nemmeno per un politico di lungo corso come Angela Merkel quella di ieri deve essere stata una passeggiata. La cancelliera si è trovata infatti, per la prima volta nella storia recente della Germania, a rispondere alle domande dei deputati del Bundestag senza conoscere in anticipo i contenuti dei quesiti che le sarebbero stati posti. Si tratta del cosiddetto «Regierungsbefragung» (letteralmente «interrogazione del governo»), un question time sul modello inglese introdotto a seguito dei nuovi accordi di coalizione, anche nel tentativo di ravvivare il dibattito parlamentare, spesso giudicato eccessivamente noioso e prevedibile. Il ritmo è stato incalzante: un minuto per le domande, altri sessanta secondi per la risposta, una luce gialla per avvisare che il tempo sta per scadere. Troppo poco per entrare in profondità su alcuni temi che necessiterebbero un approfondimento maggiore, ma allo stesso tempo una modalità stuzzicante per carpire il pensiero di Frau Merkel su questioni di importanza strategia. Come nel caso della domanda, posta dal deputato di Afd, Leif Erik Holm, sui rapporti con il neonato esecutvo guidato da Giuseppe Conte. «Siamo in una fase nella quale ci aspettano nuovi problemi nell'eurozona», ha esordito Holm. «L'Italia ha un nuovo governo che non vuole più sentire parlare di austerità e programma nuove spese e un taglio delle tasse, nonostante l'enorme rapporto debito/Pil». «Come già avvenuto per la Grecia», ha proseguito il membro del Bundestag, «sarebbe pronta a violare il divieto di bail out e salvare un altro Paese a spese dei contribuenti tedeschi e se sì, quanto denaro sarebbe disposta a spendere?». Le provocazioni del deputato di Afd non hanno trovato impreparata la Merkel, la quale ha innanzitutto ricordato al proprio interlocutore come le sentenze della Corte abbiano sempre dichiarato gli interventi in favore della Grecia conformi alla Costituzione tedesca. «In Grecia abbiamo condotto trattative dure, molto dure, ma alla fine siamo arrivati a un buon risultato. Per questo», ha aggiunto, «parlerò anche con il prossimo governo italiano, ricorderò che l'Unione europea si basa sul fatto che tutti gli Stati membri rispettano le regole e in questo spirito riferirò poi sul risultato che sarà stato raggiunto». Un richiamo, quello al rispetto delle regole, che pronunciato da Berlino non manca di strappare un sorriso. La Germania viola infatti sistematicamente la norma contenuta nel cosiddetto «six pack» che impone agli Stati membri di contenere il saldo medio triennale della bilancia commerciale tra il +6% e il -4% in rapporto sul Pil. Secondo i dati Eurostat, la Germania presenta un valore pari al +8,5%, il più alto dell'intera Unione europea dopo l'Irlanda e i Paesi Bassi. La cancelliera sa perfettamente di avere torto sulla questione del surplus, ma è consapevole del fatto che è proprio grazie a questo squilibrio che la locomotiva tedesca può correre al ritmo attuale, compensando gli effetti della crisi demografica e scacciando i dubbi sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. Ma la sibillina risposta di Angela Merkel suona anche come una flebile apertura di credito nei confronti del governo italiano. Detto altrimenti, Berlino si siederà al tavolo e si troverà a trattare, dopo anni di esecutivi tecnici, con un governo pienamente legittimato dal popolo e meno che mai propenso a cedere sui punti che considera più importanti. L'esito del negoziato appare perciò tutt'altro che scontato. Antonio Grizzuti <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-problema-non-e-litalia-ma-la-fine-del-qe-2575767990.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-nato-non-ci-sente-sulla-russia" data-post-id="2575767990" data-published-at="1768076978" data-use-pagination="False"> La Nato non ci sente sulla Russia Fedeltà atlantica, ma anche apertura alla Russia. Nel discorso al Senato di Giuseppe Conte spira un po' la brezza di Pratica di Mare, la località laziale dove nel 2002 Silvio Berlusconi si prodigò per avvicinare come mai era avvenuto prima l'America del petroliere Bush e la Russia di Putin. In effetti il presidente del Consiglio gialloblù ha rilanciato la linea di conciliazione «Russia-America» che in questi anni è stata propria del centrodestra. Ha detto Conte, dando un colpo al cerchio e uno alla botte: «Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all'Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d'America quale alleato privilegiato. Saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni, a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa». A questa bilanciata apertura di Conte nel giro di poche ore ha risposto il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg ribadendo la possibilità del dialogo con la Russia ma anche che «le sanzioni sono importanti». Importanti fino al punto da essere inamovibili? A tracciare un limite invalicabile interviene ovviamente la prima della classe nella scuola europea, la cancelliera Angela Merkel: «L'annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l'esclusione della Russia dal G8». Il punto è che proprio i tedeschi in questi mesi hanno alternato dichiarazioni di principio contro «il dittatore Putin» a una politica economica assai pragmatica, per non dire spregiudicata. A metà marzo, in seguito alla opaca vicenda dell'avvelenamento dell'ex agente russo Skripal, la Germania prendeva posizione espellendo diplomatici russi; ma poche ore dopo dava il via libera al raddoppio del gasdotto Nord Stream. Il governo tedesco riesce così ad avere la botte piena di imperativi kantiani e la moglie ubriaca di gas dalla Russia… Difficile ora fare la morale all'Italia. Anche il nostro Paese potrebbe ora cercare una quadratura del cerchio per riaprire le rotte commerciali con la Russia, senza smantellare del tutto l'edificio delle sanzioni (che comunque col tempo sembrano essere destinate a cadere). Quella italiana è stata l'economia più colpita da questa guerra fredda 2.0. Secondo dati diffusi in primavera dalla Coldiretti, il meccanismo automatico di sanzioni e controsanzioni ci è costato 3 miliardi di euro nel 2017. Le esportazioni verso Mosca sono calate da un volume di 10,7 miliardi del 2013 agli attuali 7 miliardi e mezzo. Le sanzioni hanno colpito una lista abbondante di prodotti agroalimentari, con il divieto di ingresso in Russia di frutta e verdura, formaggi, carne, salame, anche pesce. Ma le tensioni commerciali hanno prodotto effetti negativi anche sull'esportazione di prodotti non colpiti direttamente come i capi di moda, le automobili e quei beni di lusso nei quali maggiormente si esercita l'attrazione del made in Italy sui mercati in espansione dell'Oriente. Le associazioni dei piccoli e medi imprenditori, gli operatori turistici e da ultima la Coldiretti con una nota dell'11 aprile hanno spinto affinché la politica italiana lanciasse a livello internazionale una proposta di disgelo, seguendo peraltro quella che è una tradizione della nostra diplomazia. Ma anche in questo campo la sinistra e i grandi media non sembrano aver capito la posta in gioco: se ieri Salvini e oggi Conte insistono per riaprire i canali con la Russia non è per assecondare le trame di qualche oscuro fronte «populista» e identitario, ma perché «ce lo chiede la nostra economia». Alfonso Piscitelli
Chalet Franz Kraler - Club Moritzino di Cortina d’Ampezzo. Nel riquadro, la famiglia Kraler
Oggi, in un momento storico segnato dall’attesa per le Olimpiadi Milano-Cortina 2026, Franz Kraler si trova al centro di una nuova fase evolutiva: tra il fermento del periodo pre olimpico, il dialogo costante con le grandi maison e l’apertura a nuovi linguaggi del lusso contemporaneo, come dimostra l’esperienza dello Chalet Franz Kraler. Un racconto fatto di intuizioni, relazioni e visione, che continua a guardare al futuro grazie a Franz, alla moglie Daniela e al figlio Alexander senza dimenticare mai le proprie radici. Ne parliamo con Daniela Kraler.
Quando è nata la vostra storia?
«Nel 1984 a Dobbiaco, tra un incontro fortuito che ha segnato il nostro amore e ha dato vita alla nostra avventura imprenditoriale. Franz era già nel mondo dell’abbigliamento e articoli sportivi con la sua famiglia; dopo il nostro matrimonio e il mio trasferimento da Verona a Dobbiaco, abbiamo aperto la prima boutique di fianco alle scuderie di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria, che proprio a Dobbiaco aveva una delle sue residenze. È da quell’incontro, tra moda, territorio e sogno imprenditoriale, che è germogliata l’idea di un luogo in cui eleganza e relazione potessero convivere armoniosamente».
Come si è evoluta l’azienda dopo la prima apertura?
«Dopo Dobbiaco, la nostra crescita è stata guidata da strategia, visione e un pizzico di casualità. Nel 2004 siamo arrivati a Cortina d’Ampezzo con il primo negozio di proprietà in Corso Italia 107, oggi sede Dior. La posizione era perfetta: nel cuore della via pedonale, con una piazzetta antistante che è stata teatro di eventi e installazioni culturali, consolidando la nostra presenza nel cuore della città. Successivamente abbiamo acquisito gli spazi sotto l’Hotel Cortina, così come il palazzo accanto all’hotel, ancora oggi sede di Louis Vuitton. Il nostro quartier generale si trova ora nel building affacciato sulla piazzetta di Dior, che si articola ai civici 119, 127 e 111, quest’ultimo dedicato all’uomo. Questi spazi sono diventati il cuore pulsante dei nostri eventi, happening e installazioni, unendo retail, cultura e spettacolo».
Che ruolo ha Cortina nella storia dei Kraler?
«Cortina, la perla delle Dolomiti e luogo di villeggiatura della nobiltà e dell’alta borghesia dagli anni Cinquanta, è stata una tappa fondamentale nel nostro percorso. Dal 2004, con la prima boutique e la piazzetta centrale, è diventata un laboratorio di sperimentazione, dialogo culturale e visione internazionale, permettendoci di raccontare il lusso in chiave scenografica, teatrale e profondamente radicata nel territorio alpino».
Perché Cortina è strategica per un luxury retailer come Franz Kraler?
«Perché unisce natura, storia e un pubblico internazionale sensibile al lusso esperienziale. È una piazza che ascolta e risponde alle aspirazioni estetiche contemporanee, un palcoscenico naturale dove accogliere clienti che cercano qualità, cultura e senso di appartenenza. Qui il nostro progetto diventa molto più di una boutique: è un hub culturale e relazionale, integrato con il territorio e la comunità».
Come si sta preparando Franz Kraler per il periodo olimpico?
«Stiamo trasformando la presenza a Cortina in un ecosistema che va oltre il retail tradizionale. La boutique è stata ripensata come un’esperienza immersiva, mentre lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino assume una dimensione culturale e sociale, intrecciando moda, ospitalità, performance e relazioni. Questo modello ci permette di dialogare con il mondo in modo contemporaneo, festoso e relazionale, anticipando l’energia e l’entusiasmo delle Olimpiadi».
Che opportunità rappresenta questo periodo per la maison?
«I Giochi sono una straordinaria occasione per condividere la nostra visione di lusso esperienziale con un pubblico internazionale, rafforzare alleanze con brand globali, e trasformare ogni incontro in un momento memorabile. È un’opportunità per mostrare come una boutique possa essere teatro di cultura, design e comunità».
Qual è il rapporto con le maison internazionali più prestigiose?
«Di collaborazione e rispetto. Le partnership non sono meri accordi commerciali, ma dialoghi creativi: insieme progettiamo capsule esclusive, scenografie e installazioni che valorizzano tanto i prodotti quanto l’ecosistema spaziale in cui sono presentati. Questo ci consente di raccontare ogni Maison in modo unico, contestualizzato e memorabile».
E ora anche lo Chalet Franz Kraler - Club Moritzino.
«È un progetto di ospitalità totale, nato in collaborazione con il leggendario Club Moritzino. Non è solo un ristorante o uno ski-bar: è un palcoscenico di esperienze - eventi, performance, mostre, relazioni - dove moda, arte, gastronomia e territorio si fondono, trasformando la montagna in teatro contemporaneo».
Nel futuro?
«Il consolidamento della nostra presenza a Bolzano, sviluppando collaborazioni con brand ancora non presenti nel capoluogo. L’intento è continuare a raccontare il lusso come un’esperienza totale e immersiva, dove territorio, estetica e relazioni si intrecciano in modalità sempre nuove, sorprendenti e autenticamente emozionali».
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Grazie alle star di Hollywood e ai turisti americani che facevano a gara quando arrivavano a Roma per andare a mangiare le fettuccine da lui, il mito di Alfredo che si va sempre più opacizzando in Italia, non è mai tramontato in America. È vero che laggiù il piatto con cui è diventato celeberrimo, le fettuccine all’uovo tirate e tagliate a mano, condite solo con burro e parmigiano reggiano, non ha più niente a che vedere con la ricetta originale, ma il mito di Alfredo è perpetuato in milioni e milioni di menu.
Per i mangiatori a stelle e strisce, infatti, basta il nome per avere una garanzia del made in Italy. Basta il nome Alfredo per far chioccolare l’acquolina in bocca ai golosi amanti dei (pseudo)piatti all’italiana. L’oste romano e le fettuccine sono un simbolo legato al cinema, ai dialoghi muti, fatti di soli sguardi tra Douglas Fairbanks e Mary Pickford, di Vacanze Romane, di Gregory Peck in Vespa con Audrey Hepburn, di Dolce vita. Basta che nella lista dei piatti si nomini Alfredo per assolvere la pasta scotta e il relativo condimento. Un esempio? Recentemente abbiamo sfogliato il menu del ristorante Dave and Buster’s sulla 42nd Street a Times Square, New York City. Chiamare ristorante il Dave eccetera eccetera, è riduttivo. Dave è il classico locale all’americana, consigliato a chi ama i grassi gusti all’americana e l’abbondanza dei piatti, ma sconsigliato ai palati esigenti e a chi cerca tranquillità o intimità. Offre un servizio completo: food, drink, fun, entertainment. Oltre a mangiare in una delle grandi sale piatti ciclopici per quantità e calorie (food); oltre al bere straripanti aperitivi e cocktail (drink); grandi e piccoli possono andare a digerire nella vasta sala giochi affollata di videogame e macchinette varie (fun); sulle pareti giganteschi schermi proiettano per 18 ore al giorno gli eventi sportivi più gettonati: basket, football, baseball (entertainment).
Il locale newyorchese fa parte di una catena di 178 restaurant, stesso nome, stesso food, stessa filosofia, presenti in 43 Stati Usa. Tornando al chilometrico menu, nella sezione Perfect Pastas si celebra Alfredo, re incontrastato della pasta lunga, sia pure farlocca come le borse Gucci o Louis Vuitton distese che i vu’ cumprà della Grande mela vendono lungo i marciapiedi intorno al Rockefeller center.
Sono quattro i piatti che fanno riferimento ad Alfredo. Il Bistro steak & shrimp Alfredo linguine consiste in un controfiletto di manzo alla griglia su un letto di linguine, con gamberi, funghi, pomodorini, prezzemolo, parmigiano e salsa Alfredo all’astice. Un guazzabuglio di mare, monti, orto e stalla. Costa 27,99 dollari, circa 24 euro e dà una bella botta di calorie: 1.480. Il secondo piatto, Blackened Chicken Alfredo, prevede pezzi di pollo arrostito, condito con funghi, pomodorini a cubetti e salsa Alfredo su un letto di linguine. Costa 20,49 dollari. C’è poi il Chicken Parmesan Alfredo: petto di pollo in crosta di parmigiano servito su linguine in salsa Alfredo, condito con marinara rustica, un mix di 5 formaggi, pomodorini ciliegini, basilico fresco e parmigiano grattugiato: 1.660 calorie a 21,49 dollari. Il quarto piatto è il Cajun Shrimp Pasta: gamberi scottati, salsiccia formaggio cheddar con peperoncino jalapeño, rigatoni, peperoni in Alfredo sauce con parmigiano grattugiato, 24,99 dollari. Sia pure americanizzato, in Yankeelandia Alfredo è un mito come Joe Petrosino e Frank Sinatra. La leggenda del suo ristorante e delle fettuccine, raccontate dalle star di Hollywood al ritorno da Roma, ha tuttora un successo incredibile negli States, popolarità testimoniata dagli oltre 800 libri di cucina americani pubblicati negli ultimi cent’anni.
Alfredo Di Lelio nasce nel cuore di Roma, a Trastevere, nel 1883. È il primo di 11 figli. Inizia l’attività di ristoratore nel localino di famiglia in piazza Rosa, ora piazza Colonna, demolito per far posto alla galleria commerciale ora intitolata ad Alberto Sordi. Mamma Angelina era ai fornelli e lui girava per i tavoli, giovanissimo cameriere pronto al saluto, alla battuta e pronto soprattutto a rincorrere i clienti che cercavano di sgattaiolare via senza pagare il conto. Croccanti supplì e vino dei Castelli erano le specialità della minuscola trattoria. Alfredo scriverà nella sua biografia: «Mi piaceva il lavoro. Potevo incontrare molte persone, come giornalisti, facchini, operai e artisti di varietà. E quando i tavoli erano pieni fuori, ero solito servire il cibo sulle sedie, senza tovaglie o formalità, ma sempre con un sorriso e pronto a ridere e scherzare con chiunque».
La chiusura della taverna in via Rosa, il matrimonio con Ines Ferratini («La ragazza più bella di Trastevere»), l’apertura di un nuovo ristorante in via della Scrofa, che prenderà il nome da lui, Ristorante Alfredo, a pochi passi da piazza Navona e da Castel Sant’Angelo, sono le tappe che porteranno il «re» nell’olimpo della cucina italiana. Il mito di Di Lelio e delle fettuccine nasce con la nascita di Armando, il primogenito. Ines ha un complicato dopo parto: è sfinita e ha perso l’appetito. Alfredo è preoccupato e convinto che la moglie si rimetterà in forma solo se riprende a mangiare. «Un giorno decisi di prendere il toro per le corna e risolvere il problema una volta per tutte», racconta nella biografia. «Andai in cucina a preparare un piatto che avrebbe tentato Ines. Doveva essere qualcosa di appetitoso e nutriente allo stesso tempo, ma essere semplice, perché non le piacevano i sughi troppo elaborati. Pensai alle fettuccine alla romana, fatte in casa con le uova e farina extrafine, tagliate a mano e condite solo con burro. Anzi, condite due volte con burro e con il miglior Parmigiano reggiano. Scolata la pasta, condita e dopo aver recitato un’Ave Maria per Sant’Anna, patrona dei parti, portai le fettuccine a mia moglie». Le fettuccine piacquero talmente a Ines che, ripresasi, suggerì al marito di metterle in menu. È così che le fettuccine al doppio burro in via della Scrofa diventarono la carta vincente di Alfredo.
Una carta che, dopo aver conquistato i palati romani, conquistò quelli americani grazie a due star del cinema muto. Accadde nel 1927. Racconta Alfredo: «La porta del ristorante si aprì ed entrarono due stranieri. Lui alto e forte, con un sorriso aperto e amichevole; lei bionda, bellissima ed elegantissima. Li guardai mentre li conducevo al tavolo migliore della sala. Sapevo di averli già visti, ma dove? Andai da Ines che disse: “Li abbiamo visti al cinema. Sono Mary Pickford e Douglas Fairbanks“».
Erano proprio loro, la felice coppia dei film internazionali di passaggio per Roma, al loro primo viaggio in Europa. Doug e Mary mangiarono con appetito le fettuccine, Alla fine pagarono il conto e si congratularono con Alfredo. Tornarono la sera accompagnati da una folla di giornalisti e fotografi. Si sedettero allo stesso tavolo del pranzo e chiesero ad Alfredo le fettuccine. «Li ebbi a pranzo e a cena durante tutto il loro soggiorno. Alla loro partenza da Roma, mi lasciarono il ricordo diventato il simbolo e l’insegna del ristorante: la forchetta e il cucchiaio d’oro con la dedica di Mary e Doug incisa: To Alfredo, the king of the noodles».
La leggenda di Alfredo re delle fettuccine iniziò in quel giorno del 1927. La stampa mondiale parlava di Mary Pickford e Douglas Fairbanks e di Alfredo, «re delle fettuccine». Da quel giorno altre star del cinema, re, capi di Stato, premi Nobel, campioni dello sport e una marea di personaggi famosissimi si sono seduti ai tavoli di via della Scrofa conquistati dalle fettuccine e dalla simpatia di Alfredo. Ma questa è una storia da riprendere.
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Papa Leone XIV (Getty Images)
Con quali conseguenze nel presente? Leone XIV passa all’attualità: «La guerra è tornata di moda», nota, «si ricerca la pace mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto». E mina il «diritto umanitario internazionale, il cui rispetto non può dipendere dalle circostanze e dagli interessi militari e strategici». Quindi entra nella parte forse più interessante della sua riflessione (il cui testo integrale è disponibile qui: shorturl.at/kXrLE). «Riscoprire il significato delle parole», spiega, «è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla Sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro». «Nei nostri giorni», prosegue, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».
Secondo Prevost, questo indebolimento del nesso tra parola e realtà avviene paradossalmente in nome della libertà di espressione. Occorre la forza di ribaltare tale dinamica fallace: «La libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla verità. Duole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».
obiezione di coscienza
Raramente si era udita dal soglio pontificio una critica così radicale all’eterogenesi dei fini della mentalità contemporanea. Ma è solo l’inizio: «Da questa deriva ne conseguono altre che finiscono per comprimere i diritti fondamentali della persona, a partire dalla libertà di coscienza». Dall’opposizione all’aborto a quella all’eutanasia, Leone difende l’obiezione di coscienza - «non ribellione, ma atto di fedeltà a sé stessi» - che «sembra essere oggetto di un’accresciuta messa in discussione da parte degli Stati, anche da quelli che si dichiarano fondati sulla democrazia e i diritti umani». E sul tema dell’attacco alla libertà religiosa operata da regimi liberali, dalle democrazie occidentali, insomma a casa nostra, è nettissimo: «Rischia di essere compressa la libertà religiosa, che - come ricordava Benedetto XVI - è il primo dei diritti umani perché esprime la realtà più fondamentale della persona». Nel difenderla, per i cristiani «ma anche per tutte le altre comunità religiose», distingue due tipi di aggressione: prima, ovviamente, quella più esplicita. Dice: «La persecuzione dei cristiani rimane una delle crisi dei diritti umani più diffuse al giorno d’oggi, che colpisce oltre 380 milioni di credenti in tutto il mondo, i quali subiscono livelli elevati o estremi di discriminazione, violenza e oppressione a causa della loro fede. Il fenomeno interessa circa un cristiano su sette a livello globale», e cita senza perifrasi anche la «violenza jihadista» che uccide i fedeli di Cristo. Poi è altrettanto esplicito a proposito della «sottile forma di discriminazione religiosa nei confronti dei cristiani, che si sta diffondendo anche in Paesi dove essi sono numericamente maggioritari, come in Europa o nelle Americhe, dove talvolta si vedono limitare la possibilità di annunciare le verità evangeliche per ragioni politiche o ideologiche, specialmente quando difendono la dignità dei più deboli, dei nascituri o dei rifugiati e dei migranti o promuovono la famiglia».
E sulla famiglia declina la prima delle limitazioni pratiche alla concezione cristiana dell’esistenza: «Nonostante la sua centralità, l’istituzione familiare si trova oggi di fronte a due sfide cruciali. Da un lato, si assiste a una tendenza preoccupante nel sistema internazionale a trascurare e sottovalutare il suo fondamentale ruolo sociale. Dall’altro, non si può nascondere la crescente e dolorosa realtà di famiglie fragili, disgregate e sofferenti, afflitte da difficoltà interne e da fenomeni inquietanti, inclusa la violenza domestica. La vocazione all’amore e alla vita, che si manifesta in modo eminente nell’unione esclusiva e indissolubile tra la donna e l’uomo, impone un imperativo etico fondamentale: mettere le famiglie nelle condizioni di accogliere e prendersi cura pienamente della vita nascente».
famiglia, aborto, fine vita
Inevitabili in bocca a un Papa, ma particolarmente decisi, sono gli affondi sull’aborto («la Santa Sede esprime profonda preoccupazione in merito ai progetti volti a finanziare la mobilità transfrontaliera finalizzata all’accesso al cosiddetto “diritto all’aborto sicuro” e ritiene deplorevole che risorse pubbliche vengano destinate alla soppressione della vita»), sulla maternità surrogata (che, «trasformando la gestazione in un servizio negoziabile, vìola la dignità sia del bambino ridotto a “prodotto”, sia della madre, strumentalizzandone il corpo e il processo generativo e alterando il progetto di relazionalità originaria della famiglia») e sull’eutanasia («È compito anche della società civile e degli Stati rispondere concretamente alle situazioni di fragilità, offrendo soluzioni alla sofferenza umana, quali le cure palliative, e promuovendo politiche di autentica solidarietà, anziché incoraggiare forme di illusoria compassione come l’eutanasia»).
Ma è sul «corto circuito» dei diritti che Prevost offre forse il contributo più alto e dissonante rispetto al modo comune di pensare il mondo: «Si sta verificando un vero e proprio “corto circuito” dei diritti umani. Il diritto alla libertà di espressione, alla libertà di coscienza, alla libertà religiosa e perfino alla vita, subiscono limitazioni in nome di altri cosiddetti nuovi diritti, con il risultato che l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità».
la città di dio
Nel ragionamento del Papa, con evidenti echi ratzingeriani anti-relativistici, Dio è quasi uno sbocco «laico» della ragione umana e della sua ricerca di felicità: «Ricercare solo beni immanenti mina quella “tranquillità dell’ordine” che per Agostino costituisce l’essenza stessa della pace. Mancando un fondamento trascendente e oggettivo, prevale solo l’amor di sé fino all’indifferenza per Dio che governa la città terrena». Tuttavia, come nota Agostino, «è grande l’insensatezza dell’orgoglio in questi individui che pongono nella vita presente il fine del bene e che pensano di rendersi felici da sé stessi».
Astrazione? Mica tanto: Leone si tuffa con sintesi giornalistica su tutti gli scenari devastati del mondo. Ucraina: «La Santa Sede riafferma con decisione l’urgenza di un cessate il fuoco immediato e di un dialogo animato dalla ricerca sincera di vie capaci di condurre alla pace». Terra Santa: «La Santa Sede guarda con particolare attenzione ad ogni iniziativa diplomatica che provveda a garantire ai palestinesi della Striscia di Gaza un futuro di pace e di giustizia durature, così come all’intero popolo palestinese e all’intero popolo israeliano. [...] Si rileva, purtroppo, l’aumento delle violenze in Cisgiordania, perpetrate contro la popolazione civile palestinese, che ha il diritto a vivere in pace nella propria terra», e qui lo sguardo pare calibrato sulle azioni dei coloni coperte dal governo Netanyahu. E poi Venezuela, dove non si notano particolari rimpianti per il blitz trumpiano: «In seguito ai recenti sviluppi, rinnovo l’appello a rispettare la volontà del popolo venezuelano e a impegnarsi per la tutela dei diritti umani e civili di ognuno e per l’edificazione di un futuro di stabilità e di concordia [...] e così risollevarsi dalla grave crisi che affligge il Paese da molti anni».
Il manifesto del Papa è scritto.
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Getty Images
La vicenda ha sollevato un polverone tra i democratici Usa, che addebitano a Donald Trump anche questa responsabilità, equiparandolo a un dittatore sanguinario a capo di una «moderna Gestapo», come già l’anno scorso il governatore democratico del Minnesota Tim Walz aveva definito l’Ice. «Il sangue è nelle mani di chi all’interno dell’amministrazione ha spinto verso una politica estrema» contro l’immigrazione clandestina, ha puntato il dito il leader della minoranza democratica alla Camera, Hakeem Jeffries, mentre Chris Murphy, senatore dem del Connecticut, ha contestato esplicitamente l’«illegalità» dell’agenzia Ice (ma non quella dei clandestini). Ma la stampa americana, anche quella progressista, sembra non seguirli su questa strada: nella sua ricostruzione, perfino il Nyt descrive la scena di Minneapolis spiegando, in buona sostanza, che il terzo agente avrebbe sparato vedendo che la donna, dopo che non si era fermata all’alt dei due colleghi, gli stava puntando contro con la macchina. È stato lo stesso New York Times a rivelare che l’agente, Jonathan Ross, era stato recentemente vittima di un incidente simile con un clandestino guatemalteco condannato per abusi sessuali, che gli era andato contro con la macchina e lo aveva trascinato per 100 metri, provocandogli uno squarcio sull’avambraccio e venti punti di sutura.
Come sempre accade negli Usa, dove le forze dell’ordine di default, che abbiano torto o ragione, sono tutelate dalle istituzioni, ieri il vicepresidente americano J.D. Vance ha promesso «immunità assoluta all’agente Ice». Ma a scandalizzare la stampa è più la frettolosa lettura dei fatti che non la presunta «istigazione a delinquere» che certi politici dem attribuiscono a Trump: «Dal presidente fino al sindaco (democratico) di Minneapolis, Jacob Frey, le presunte autorità hanno mostrato poco interesse nell’apprendere cosa sia successo realmente a Minneapolis», hanno contestato gli editor del giornale Free Press, «il segretario alla Sicurezza nazionale, Kristi Noem, ha fatto peggio, descrivendo l’incidente come un “atto di terrorismo interno”. Gli americani meritano di meglio», è la chiosa.
Sarà che gli yankees sono ormai abituati al grilletto facile della polizia («Questo tipo di sparatoria accade spesso», ha scritto il giornalista Wesley Lowery su X), fatto sta che neanche la stampa Usa ha superato le vette raggiunte ieri da Repubblica, che ha dedicato alla tragica vicenda diversi articoli: e così la sparatoria è diventata una «esecuzione», gli agenti Ice che svolgono l’ingrato compito di dare la caccia ai clandestini sono stati qualificati come «pretoriani di Trump», mentre un’intervista a Jonathan Safran Foer ha illuminato i lettori sul «potere americano che normalizza la crudeltà».
Nel frattempo gli attacchi contro l’Ice (che non è una creatura di Trump essendo stata istituita nel 2003) in Europa sono diventati mainstream: Dominick Skinner, trentenne residente in Olanda, ha aperto un sito che si chiama Ice List in cui, «per combattere il fascismo», pubblica nomi, foto e profili social degli agenti, promettendo che «non rimarranno nascosti a lungo!».
Ciliegina sulla torta sfuggita a Repubblica e alla stampa italiana: Indivisible twin cities, che ha guidato le proteste contro l’Ice e si autodefinisce «gruppo di volontari di base», come se fossero cani sciolti, è in realtà una propaggine dell’Indivisible project di Washington, movimento per «sconfiggere l’agenda di Trump» che, secondo i registri pubblici, ha ricevuto 7.850.000 dollari dalla Open society foundations (Osf) di George Soros. Sarà forse per questo che la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act perché, secondo l’amministrazione Trump, finanzia «antifa» e soggetti coinvolti in scontri, danni alla proprietà privata e, appunto, attacchi alle operazioni contro l’immigrazione clandestina.
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