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2023-12-11
Il presepe ha 800 anni (e fa ancora paura)
Ansa
Alda Merini ricorda che ammirandolo, da bambina, si sentiva come «in un regno di favola bello che abbiamo perduto». La gioia che dava realizzarlo ripagava l’allora giovane e povero Mario Rigoni Stern e i suoi amici «di tutte le rinunce che la situazione delle famiglie imponeva». Un altro scrittore, Giovannino Guareschi, il «papà» di don Camillo e Peppone, se ne costruì uno perfino mentre era detenuto in un campo di concentramento nazista. Stiamo naturalmente parlando del presepe, simbolo natalizio per antonomasia che quest’anno conosce una ricorrenza speciale: quella delle 800 candeline. Proprio così.
Risale difatti al Natale 1223, in quel di Greccio, la prima sacra rappresentazione della nascita di Gesù Bambino; e, come noto, l’artefice ne fu san Francesco d’Assisi. Meno nota è forse la dinamica che vide la nascita del presepe. In breve, ci dicono le Fonti Francescane, accadde questo: circa due settimane prima della solennità natalizia il Poverello convocò un tale Giovanni dandogli disposizioni ben precise.
«Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù», furono le parole dell’Assisiate, «precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Da quanto sappiamo, Giovanni – servendosi d’una nicchia naturale – non realizzò propriamente un «presepe vivente», limitandosi a predisporre una greppia, colma di fieno, il bue e l’asino. La rappresentazione però colpì molti frati, giunti il 25 dicembre di quell’anno a Greccio, e lo stesso Poverello ne fu estasiato. «In quella scena commovente», ebbe infatti a commentare, «risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme». 800 anni dopo «la nuova Betlemme» è diventata un pilastro dell’infanzia di tanti, anche celebri, con ciascuno che ha una sua personalissima memoria del presepe.
Per esempio, in aggiunta agli autori ricordati in apertura, possiamo segnalare il commovente ricordo condiviso sul mensile Il Timone da Pupi Avati. Si era nel 1943, c’era la guerra, il futuro regista aveva allora solo cinque anni, la sua Bologna era occupata dai nazisti e lui e la sua famiglia erano sfollati. Ciò nonostante, con l’avvicinarsi del Natale, il piccolo Avati soffriva l’assenza del presepe. «Allora mio padre e mio nonno», ricorda il regista, «rischiando enormemente, di sera, si avviarono a piedi a piazza Marconi, a Bologna, cercando di evitare tutti i contatti con i luoghi abitati e le strade frequentate dai tedeschi, per andare al mercato di Santa Lucia, un mercato in cui vendono tutto l’occorrente per poter fare il presepe e l’albero di Natale». «Così, mio padre e mio nonno», continua il viaggio avatiano nella memoria, «rischiando di essere portati in Germania, arrivarono, per di più a piedi, a Bologna e mi comprarono le statuine del presepe. Dunque quel primo presepe che riuscimmo a fare durante l’occupazione nazista sicuramente fu il più importante di tutta la mia esistenza».
Ma il presepe non è solo eredità del passato, è anche un’attrazione molto seguita perfino – paradossalmente – nell’Italia laica e secolarizzata di oggi, come mostrano l’enorme seguito che hanno rappresentazioni, «viventi» e non, della grotta di Betlemme. Praticamente in ogni angolo della penisola in queste settimane è possibile ammirare presepi, in ogni allestimento e dimensione. In Liguria, precisamente a Manarola, c’è per esempio il presepe più grande del mondo - di cui parliamo nella pagina accanto. E dove non ci sono numeri record per la singola rappresentazione, sono le singole rappresentazioni a moltiplicarsi in modo stupefacente. Basti pensare alle vie di Ossana, comune trentino di neanche 1.000 anime in Val di Sole, dove ogni anno si rinnova una tradizione che vede esporre per le vie del paese oltre 1.600 presepi fatti a mano; un’iniziativa che porta da quelle parti fino a 30.000 presenze. E poi ci sono anche i presepi di sabbia. In Veneto, a Jesolo l’ultima edizione della Jesolo Sand Nativity prima di quella attuale aveva superato la soglia delle 80.000 presenze, 25.000 delle quali solo nei primi quattro giorni del 2023.
La passione per «la nuova Betlemme» riguarda naturalmente anche le isole. In Sardegna il presepe di Assolo, in provincia di Oristano, con i suoi oltre 200 figuranti è celebrato come il più significativo dell’isola, e la Sicilia non è da meno; ad Ispica, Ragusa, il presepe vivente attira 11.000 presenze, mentre ad Agira dal 1989 c’è una seguitissima rappresentazione della nascita di Gesù che viene allestita proprio la notte di Natale. Insomma, paese che vai presepe che trovi. Ciò nonostante, il presepe è talvolta occasione di polemiche. Al punto che, al di là delle solite polemiche di chivorrebbe eliminarlo perché lo ritiene un’offesa ai musulmani, negli anni c’è chi è stato in grado di vederci, udite udite, perfino del «fascismo».
Non è uno scherzo: nel 2018 l’Anpi Provinciale di Milano è arrivata a rivolgersi ufficialmente nientemeno che a Laura Boldrini e ad Emanuele Fiano denunciando come sulla pagina Facebook del presidente della commissione sicurezza del Municipio 4, Francesco Rocca di Fratelli d’Italia, si potesse scorgere «una pastorella nell’atto di fare il saluto romano». Nel 2019 in Francia, precisamente a Tolosa, era invece toccato ad una cinquantina di militanti dell’Union Antifasciste Toulousaine interrompere un presepe vivente di bambini delle elementari, allestito in place Saint-Georges, al grido di: «Stop ai fascisti». Visti i tempi, non ci sarebbe da stupirsi se il presepe fosse accusato di rappresentare una «famiglia patriarcale». Aspettiamoci di tutto.
Anche perché un po’ politicamente scorretta, in effetti, la riproduzione della Natività lo è. Tanto per cominciare perché il presepe – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra «culture diverse», essendo popolato esclusivamente da ebrei. Non è neppure vero che esso offra l’immagine di Gesù Bambino «povero». Anzitutto perché se ci fosse stata tutta questa attenzione alla povertà san Giuseppe – come ironicamente notava il cardinal Giacomo Biffi – ai Magi avrebbe dovuto rispondere: «L’oro non lo possiamo accettare, perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve». Lo stesso Bambinello, inoltre, risulta perfino di origini nobili: il padre, Giuseppe, era infatti «figlio di Davide» (Mt 1,20) e la madre, Maria, era molto probabilmente appartenente alla stirpe di Aronne per la sua stretta parentela con Elisabetta, senza poter escludere antenati davidici. E che dire del fatto che nel presepe vediamo rappresentata, inutile negarlo, una famiglia composta ad un uomo ed una donna perfino sposati?
Ironie a parte, se solo ci si riflettesse più spesso non si potrebbe dubitare del fatto che il presepe sia la più formidabile rappresentazione di civiltà, umanità e progresso. Vi troviamo infatti una giovane donna che mette al mondo suo figlio dopo aver detto un libero e coraggioso «sì» alla vita; un uomo vero, che sceglie di non ripudiare questa madre, proteggendola; Dio che si fa Bambino, imprimendo una svolta decisiva nell’affermazione storica dei diritti dei più piccoli e della persona; infine, semplici pastori che – pur essendo socialmente ben poco considerati, se non visti male – sono i primi ad avere il privilegio di far visita alla Sacra famiglia. Scusate se è poco.
Durante le feste ne viene vandalizzato uno al giorno
Il fatto che abbia 800 anni di storia e sia parte integrante dell’identità italiana non protegge il presepe da atti vandalici. Al contrario, episodi di distruzione della Natività o di furto di statuine si verificano con frequenza preoccupante da ormai diversi anni. Adesso è ancora per ovvie ragioni impossibile tracciare un bilancio di quanto accadrà nelle festività natalizie alle porte, anche se degli episodi preoccupanti già si sono verificati. Come a Pietrasanta, in Versilia, dove a fine novembre i soliti ignoti si son divertiti a prendere a calci, rovinandole, alcune figure del presepe. Che sono state subito riparate, anche se ciò non rende l’accaduto meno grave. «Sono azioni che si commentano da sole e che lasciano tanta amarezza», è stato il commento di Adamo Pierotti, una delle menti insieme a Paolo Bazzichi, Giacomo Vannucci e Paolo Bigi del presepe locale.
Il dato che colpisce è che non c’è un periodo dell’anno in cui la rappresentazione della Natività di Gesù sia al sicuro da bravate o presunte tali. Basti vedere che cosa è accaduto lo scorso maggio – quindi ben lontano dal periodo natalizio – a Cuggiono, Milano, dove soggetti non identificati si sono introdotti nella sede dell’Apc, acronimo di Associazione presepio Cuggiono, rovinando i presepi realizzati negli anni dai soci del gruppo. Ciò non toglie come il periodo in cui le distruzioni di presepi si fanno più frequenti, va da sé, sia quello in cui essi sono più allestiti, e cioè sotto Natale.
La Verità si è presa la briga di fare un conteggio di quanto accaduto durante le feste dello scorso anno, spulciando le cronache locali nel periodo compreso dal 19 dicembre 2022 a fine gennaio 2023. Risultato: in poco più di un mese sono stati vandalizzati o distrutti oltre 40 presepi. Uno al giorno, in pratica. Da Firenze a Milano, da Pisa a Foggia, da Busto Arsizio a Trapani, non c’è città né provincia della penisola che sia insomma stata risparmiata da tali episodi. E non c’è neppure ambiente in cui il presepe possa considerarsi al sicuro, come dimostra quanto accaduto a Verona, dove qualcuno è giunto a rubare le statuine dell’allestimento del reparto di radiologia dell’ospedale di Borgo Roma «Un episodio vergognoso soprattutto in un periodo come questo e in un luogo che si dovrebbe considerare con la giusta sensibilità», era stato in quella occasione il commento, indignato, del presidente della Regione, Luca Zaia.
Pochi giorni prima di quel fatto avvenuto in Veneto una statua di Gesù Bambino era stata rubata nottetempo pure dal presepe di piazza Duomo a Firenze, suscitando lo sdegno del cardinale Giuseppe Betori, che aveva definito «molto triste» il dover suo malgrado «ancora una volta registrare atti come questi che offendono il presepe, simbolo della fede e della tradizione della nostra gente». Va detto che in qualche caso i ladri di statuine, fortunatamente, si ravvedono. Così è per esempio avvenuto ad inizio 2023 a Missaglia, Lecco, dove chi aveva rubato la statua del presepe allestito vicino alla grotta della Nostra signora di Lourdes ad Ossola, frazione del paese, è tornato sui suoi passi rimettendola al suo posto. Sono però eccezioni.
La gran parte delle volte i presepi distrutti o vandalizzati tali restano, fino a quando non ci si prende la briga di sistemarli. Quel che colpisce è come dinnanzi a cotanti, sistematici episodi non ci sia nessuno, tanto meno nelle istituzioni, che si prenda la briga di chiamarli per quello che sono: esempi di cristianofobia, di odio più o meno dichiarato non già contro un allestimento natalizio, bensì verso il simbolo cristiano per antonomasia.
«Il nostro è quello più grande del mondo. Eppure è boicottato»
8 km di cavi elettrici, 17.000 lampadine, circa 250 figure a grandezza naturale, tutte ricavate da materiali inutilizzati o riciclati, e migliaia di visitatori ogni anno. Bastano già questi numeri per comprendere l’eccezionalità del presepe di Manarola, paesello ligure in provincia della Spezia che non arriva a 400 abitanti ma che, dal 2007, può vantare l’inserimento nientemeno che nel Guinness dei primati: per il presepe più grande del mondo, ovviamente. Un record che la località ligure deve a Mario Andreoli, ex ferroviere e primo realizzatore, nel lontano 1976, di quest’opera. Andreoli è morto a 94 anni nel dicembre dello scorso anno. Ma il suo presepe vive ancora, grazie al lavoro dell’associazione «Presepe di Manarola Mario Andreoli», composta da una trentina di persone. Il loro portavoce è Stefano Cassigoli, 35 anni, che La Verità ha avvicinato per saperne di più su questa rappresentazione della Natività, che ogni anno viene inaugurata l’8 dicembre e resta visibile fino al 14 di gennaio, con l’illuminazione programmata dal tramonto alle 22 nei giorni feriali e fino a mezzanotte nei giorni festivi.
Cassigoli, partiamo dal principio. Com’è nata questa attrazione di Manarola?
«Tutto ebbe inizio nel 1961 quando il padre di Mario Andreoli, in punto di morte, gli chiese di ripristinare tre croci che erano nel campo di famiglia - infatti la collina dove c’è il presepe si chiama “collina delle tre croci” - e che, essendo in legno, erano usurate e stavano cadendo a pezzi. Poi Mario, di sua iniziativa, decise di illuminare queste tre croci con la batteria di una macchina e la cosa ebbe successo perché il paese non era molto illuminato, e tutt’ora di notte la collina è completamente buia».
Come si è arrivati al presepe?
«Fu una iniziativa di Mario, che dopo un paio di anni da questa illuminazione delle croci decise di ampliare quello che c’era, realizzando delle figure per rappresentare la Natività fino ai numeri che ci sono oggi».
Ma chi era Mario Andreoli?
«Era un addetto delle pulizie dei treni, quindi qualcuno che svolgeva un lavoro che non c’entrava assolutamente con l’elettricità o con cose legate al presepe, che fu per lui un hobby. È stato quindi per passione che lui ha creato questo presepe enorme. Le figure aveva iniziato a costruirle come in realtà sono ancora oggi, prendendo pezzi di legno, ferro e plastica- tutto materiale riciclato. Sono tutte figure a grandezza naturale».
Addirittura?
«Sì, alcune di queste figure sono alte un metro e ottanta, anche un metro e novanta e neppure leggerissime. Infatti ancora noi oggi ci chiediamo come facesse Mario nei primi anni a fare tutto da solo, perché la collina è grande. Non esagero se dico che fino a dieci anni fa lui non voleva assolutamente nessuno ad aiutarlo».
Faceva tutto da solo?
«Tutto completamente da solo. Praticamente, nel momento in cui smontava il presepe - intorno ad aprile o maggio - di lì ad un mese doveva ricominciare a rimettere tutto su. Era insomma per lui un lavoro di mesi, perché quelle che compongono il presepe sono sempre state attorno alle 200, 250 figure. E tutte le figure che ancora oggi sono presenti nel presepe sono ancora quelle realizzate da Mario. Lui era la mente artistica del presepe e non voleva assolutamente che venissero allestite figure non sue. Erano tutte sue idee».
Ci sono stati dei cambiamenti dal presepe realizzato da Andreoli a quello di oggi?
«Le uniche cose rimaste uguali sono le pecorelle, che all’interno hanno ancora le lampadine ad incandescenza, diciamo, come si usavano una volta. Tutte le altre figure sono oggi illuminate da del tubo luminoso, che è molto più pratico soprattutto per la protezione della pioggia e dal vento, essendo più isolate dagli agenti atmosferici».
Quanti visitatori avete ogni anno per il vostro presepe?
«Un numero preciso è difficile da dare. Noi ogni anno cerchiamo più che altro di avere un’idea sulla giornata inaugurale, che è l’8 dicembre. Posso dirle che capita di avere anche 2 o 3.000 persone. Poi a vederlo vengono comunque centinaia di persone al giorno, anche perché non c’è un posto preciso da dove il presepe si può guardare. Tanta gente lo ammira dal piazzale della chiesa o nella via alta del paese».
Da tempo, a danno dei presepi sono frequenti degli atti vandalici. Ne avete avuti anche voi?
«Sì, purtroppo anche noi abbiamo registrato degli atti vandalici. La cosa peggiore che si possa fare al nostro presepe è tagliare i fili che portano l’elettricità dal quadro generale fino alle figure ed è già successo più volte. In uno o due casi siamo sicuri che non si sia trattato di un errore - le figure sono in mezzo a dei campi coltivati e può succedere che uno con il decespugliatore tagli i fili -, ma sia stato fatto apposta».
Lei che lo allestisce ogni anno, prova ancora emozione davanti al vostro presepe?
«Sì, l’emozione è sempre tanta. Ormai il presepe è diventata una cosa caratteristica di Manarola. Appena si nomina il presepe in automatico la gente pensa subito a Manarola, quindi è diventato qualcosa a cui tutta la comunità tiene molto, non solo i volontari che ogni anno lo allestiscono bensì tutta la gente del posto. Passano gli anni, però il momento dell’accensione del presepe è sempre un’emozione».
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La prima rappresentazione della nascita di Gesù risale al 1223. E dopo tanto tempo è sempre amatissima dalla gente comune. Ma per il politicamente corretto è un simbolo di intolleranza.Danneggiamenti e distruzioni sono in aumento. Le istituzioni dovrebbero chiamarli col loro nome: atti di «cristianofobia»Il portavoce dell’associazione di Manarola (La Spezia) Stefano Cassigoli: «Tutto nasce dall’idea di un ferroviere. A volte ci tagliano l’elettricità».Lo speciale contiene tre articoliAlda Merini ricorda che ammirandolo, da bambina, si sentiva come «in un regno di favola bello che abbiamo perduto». La gioia che dava realizzarlo ripagava l’allora giovane e povero Mario Rigoni Stern e i suoi amici «di tutte le rinunce che la situazione delle famiglie imponeva». Un altro scrittore, Giovannino Guareschi, il «papà» di don Camillo e Peppone, se ne costruì uno perfino mentre era detenuto in un campo di concentramento nazista. Stiamo naturalmente parlando del presepe, simbolo natalizio per antonomasia che quest’anno conosce una ricorrenza speciale: quella delle 800 candeline. Proprio così. Risale difatti al Natale 1223, in quel di Greccio, la prima sacra rappresentazione della nascita di Gesù Bambino; e, come noto, l’artefice ne fu san Francesco d’Assisi. Meno nota è forse la dinamica che vide la nascita del presepe. In breve, ci dicono le Fonti Francescane, accadde questo: circa due settimane prima della solennità natalizia il Poverello convocò un tale Giovanni dandogli disposizioni ben precise.«Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù», furono le parole dell’Assisiate, «precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello». Da quanto sappiamo, Giovanni – servendosi d’una nicchia naturale – non realizzò propriamente un «presepe vivente», limitandosi a predisporre una greppia, colma di fieno, il bue e l’asino. La rappresentazione però colpì molti frati, giunti il 25 dicembre di quell’anno a Greccio, e lo stesso Poverello ne fu estasiato. «In quella scena commovente», ebbe infatti a commentare, «risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà. Greccio è divenuto come una nuova Betlemme». 800 anni dopo «la nuova Betlemme» è diventata un pilastro dell’infanzia di tanti, anche celebri, con ciascuno che ha una sua personalissima memoria del presepe. Per esempio, in aggiunta agli autori ricordati in apertura, possiamo segnalare il commovente ricordo condiviso sul mensile Il Timone da Pupi Avati. Si era nel 1943, c’era la guerra, il futuro regista aveva allora solo cinque anni, la sua Bologna era occupata dai nazisti e lui e la sua famiglia erano sfollati. Ciò nonostante, con l’avvicinarsi del Natale, il piccolo Avati soffriva l’assenza del presepe. «Allora mio padre e mio nonno», ricorda il regista, «rischiando enormemente, di sera, si avviarono a piedi a piazza Marconi, a Bologna, cercando di evitare tutti i contatti con i luoghi abitati e le strade frequentate dai tedeschi, per andare al mercato di Santa Lucia, un mercato in cui vendono tutto l’occorrente per poter fare il presepe e l’albero di Natale». «Così, mio padre e mio nonno», continua il viaggio avatiano nella memoria, «rischiando di essere portati in Germania, arrivarono, per di più a piedi, a Bologna e mi comprarono le statuine del presepe. Dunque quel primo presepe che riuscimmo a fare durante l’occupazione nazista sicuramente fu il più importante di tutta la mia esistenza».Ma il presepe non è solo eredità del passato, è anche un’attrazione molto seguita perfino – paradossalmente – nell’Italia laica e secolarizzata di oggi, come mostrano l’enorme seguito che hanno rappresentazioni, «viventi» e non, della grotta di Betlemme. Praticamente in ogni angolo della penisola in queste settimane è possibile ammirare presepi, in ogni allestimento e dimensione. In Liguria, precisamente a Manarola, c’è per esempio il presepe più grande del mondo - di cui parliamo nella pagina accanto. E dove non ci sono numeri record per la singola rappresentazione, sono le singole rappresentazioni a moltiplicarsi in modo stupefacente. Basti pensare alle vie di Ossana, comune trentino di neanche 1.000 anime in Val di Sole, dove ogni anno si rinnova una tradizione che vede esporre per le vie del paese oltre 1.600 presepi fatti a mano; un’iniziativa che porta da quelle parti fino a 30.000 presenze. E poi ci sono anche i presepi di sabbia. In Veneto, a Jesolo l’ultima edizione della Jesolo Sand Nativity prima di quella attuale aveva superato la soglia delle 80.000 presenze, 25.000 delle quali solo nei primi quattro giorni del 2023.La passione per «la nuova Betlemme» riguarda naturalmente anche le isole. In Sardegna il presepe di Assolo, in provincia di Oristano, con i suoi oltre 200 figuranti è celebrato come il più significativo dell’isola, e la Sicilia non è da meno; ad Ispica, Ragusa, il presepe vivente attira 11.000 presenze, mentre ad Agira dal 1989 c’è una seguitissima rappresentazione della nascita di Gesù che viene allestita proprio la notte di Natale. Insomma, paese che vai presepe che trovi. Ciò nonostante, il presepe è talvolta occasione di polemiche. Al punto che, al di là delle solite polemiche di chivorrebbe eliminarlo perché lo ritiene un’offesa ai musulmani, negli anni c’è chi è stato in grado di vederci, udite udite, perfino del «fascismo». Non è uno scherzo: nel 2018 l’Anpi Provinciale di Milano è arrivata a rivolgersi ufficialmente nientemeno che a Laura Boldrini e ad Emanuele Fiano denunciando come sulla pagina Facebook del presidente della commissione sicurezza del Municipio 4, Francesco Rocca di Fratelli d’Italia, si potesse scorgere «una pastorella nell’atto di fare il saluto romano». Nel 2019 in Francia, precisamente a Tolosa, era invece toccato ad una cinquantina di militanti dell’Union Antifasciste Toulousaine interrompere un presepe vivente di bambini delle elementari, allestito in place Saint-Georges, al grido di: «Stop ai fascisti». Visti i tempi, non ci sarebbe da stupirsi se il presepe fosse accusato di rappresentare una «famiglia patriarcale». Aspettiamoci di tutto.Anche perché un po’ politicamente scorretta, in effetti, la riproduzione della Natività lo è. Tanto per cominciare perché il presepe – se si escludono i Magi – non rappresenta affatto l’incontro fra «culture diverse», essendo popolato esclusivamente da ebrei. Non è neppure vero che esso offra l’immagine di Gesù Bambino «povero». Anzitutto perché se ci fosse stata tutta questa attenzione alla povertà san Giuseppe – come ironicamente notava il cardinal Giacomo Biffi – ai Magi avrebbe dovuto rispondere: «L’oro non lo possiamo accettare, perché è segno di ricchezza e contamina chi lo dà e chi lo riceve». Lo stesso Bambinello, inoltre, risulta perfino di origini nobili: il padre, Giuseppe, era infatti «figlio di Davide» (Mt 1,20) e la madre, Maria, era molto probabilmente appartenente alla stirpe di Aronne per la sua stretta parentela con Elisabetta, senza poter escludere antenati davidici. E che dire del fatto che nel presepe vediamo rappresentata, inutile negarlo, una famiglia composta ad un uomo ed una donna perfino sposati? Ironie a parte, se solo ci si riflettesse più spesso non si potrebbe dubitare del fatto che il presepe sia la più formidabile rappresentazione di civiltà, umanità e progresso. Vi troviamo infatti una giovane donna che mette al mondo suo figlio dopo aver detto un libero e coraggioso «sì» alla vita; un uomo vero, che sceglie di non ripudiare questa madre, proteggendola; Dio che si fa Bambino, imprimendo una svolta decisiva nell’affermazione storica dei diritti dei più piccoli e della persona; infine, semplici pastori che – pur essendo socialmente ben poco considerati, se non visti male – sono i primi ad avere il privilegio di far visita alla Sacra famiglia. 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Come a Pietrasanta, in Versilia, dove a fine novembre i soliti ignoti si son divertiti a prendere a calci, rovinandole, alcune figure del presepe. Che sono state subito riparate, anche se ciò non rende l’accaduto meno grave. «Sono azioni che si commentano da sole e che lasciano tanta amarezza», è stato il commento di Adamo Pierotti, una delle menti insieme a Paolo Bazzichi, Giacomo Vannucci e Paolo Bigi del presepe locale. Il dato che colpisce è che non c’è un periodo dell’anno in cui la rappresentazione della Natività di Gesù sia al sicuro da bravate o presunte tali. Basti vedere che cosa è accaduto lo scorso maggio – quindi ben lontano dal periodo natalizio – a Cuggiono, Milano, dove soggetti non identificati si sono introdotti nella sede dell’Apc, acronimo di Associazione presepio Cuggiono, rovinando i presepi realizzati negli anni dai soci del gruppo. Ciò non toglie come il periodo in cui le distruzioni di presepi si fanno più frequenti, va da sé, sia quello in cui essi sono più allestiti, e cioè sotto Natale. La Verità si è presa la briga di fare un conteggio di quanto accaduto durante le feste dello scorso anno, spulciando le cronache locali nel periodo compreso dal 19 dicembre 2022 a fine gennaio 2023. Risultato: in poco più di un mese sono stati vandalizzati o distrutti oltre 40 presepi. Uno al giorno, in pratica. Da Firenze a Milano, da Pisa a Foggia, da Busto Arsizio a Trapani, non c’è città né provincia della penisola che sia insomma stata risparmiata da tali episodi. E non c’è neppure ambiente in cui il presepe possa considerarsi al sicuro, come dimostra quanto accaduto a Verona, dove qualcuno è giunto a rubare le statuine dell’allestimento del reparto di radiologia dell’ospedale di Borgo Roma «Un episodio vergognoso soprattutto in un periodo come questo e in un luogo che si dovrebbe considerare con la giusta sensibilità», era stato in quella occasione il commento, indignato, del presidente della Regione, Luca Zaia. Pochi giorni prima di quel fatto avvenuto in Veneto una statua di Gesù Bambino era stata rubata nottetempo pure dal presepe di piazza Duomo a Firenze, suscitando lo sdegno del cardinale Giuseppe Betori, che aveva definito «molto triste» il dover suo malgrado «ancora una volta registrare atti come questi che offendono il presepe, simbolo della fede e della tradizione della nostra gente». Va detto che in qualche caso i ladri di statuine, fortunatamente, si ravvedono. Così è per esempio avvenuto ad inizio 2023 a Missaglia, Lecco, dove chi aveva rubato la statua del presepe allestito vicino alla grotta della Nostra signora di Lourdes ad Ossola, frazione del paese, è tornato sui suoi passi rimettendola al suo posto. Sono però eccezioni. La gran parte delle volte i presepi distrutti o vandalizzati tali restano, fino a quando non ci si prende la briga di sistemarli. Quel che colpisce è come dinnanzi a cotanti, sistematici episodi non ci sia nessuno, tanto meno nelle istituzioni, che si prenda la briga di chiamarli per quello che sono: esempi di cristianofobia, di odio più o meno dichiarato non già contro un allestimento natalizio, bensì verso il simbolo cristiano per antonomasia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-presepe-ha-800-anni-e-fa-ancora-paura-2666510402.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-nostro-e-quello-piu-grande-del-mondo-eppure-e-boicottato" data-post-id="2666510402" data-published-at="1702172685" data-use-pagination="False"> «Il nostro è quello più grande del mondo. Eppure è boicottato» 8 km di cavi elettrici, 17.000 lampadine, circa 250 figure a grandezza naturale, tutte ricavate da materiali inutilizzati o riciclati, e migliaia di visitatori ogni anno. Bastano già questi numeri per comprendere l’eccezionalità del presepe di Manarola, paesello ligure in provincia della Spezia che non arriva a 400 abitanti ma che, dal 2007, può vantare l’inserimento nientemeno che nel Guinness dei primati: per il presepe più grande del mondo, ovviamente. Un record che la località ligure deve a Mario Andreoli, ex ferroviere e primo realizzatore, nel lontano 1976, di quest’opera. Andreoli è morto a 94 anni nel dicembre dello scorso anno. Ma il suo presepe vive ancora, grazie al lavoro dell’associazione «Presepe di Manarola Mario Andreoli», composta da una trentina di persone. Il loro portavoce è Stefano Cassigoli, 35 anni, che La Verità ha avvicinato per saperne di più su questa rappresentazione della Natività, che ogni anno viene inaugurata l’8 dicembre e resta visibile fino al 14 di gennaio, con l’illuminazione programmata dal tramonto alle 22 nei giorni feriali e fino a mezzanotte nei giorni festivi. Cassigoli, partiamo dal principio. Com’è nata questa attrazione di Manarola? «Tutto ebbe inizio nel 1961 quando il padre di Mario Andreoli, in punto di morte, gli chiese di ripristinare tre croci che erano nel campo di famiglia - infatti la collina dove c’è il presepe si chiama “collina delle tre croci” - e che, essendo in legno, erano usurate e stavano cadendo a pezzi. Poi Mario, di sua iniziativa, decise di illuminare queste tre croci con la batteria di una macchina e la cosa ebbe successo perché il paese non era molto illuminato, e tutt’ora di notte la collina è completamente buia». Come si è arrivati al presepe? «Fu una iniziativa di Mario, che dopo un paio di anni da questa illuminazione delle croci decise di ampliare quello che c’era, realizzando delle figure per rappresentare la Natività fino ai numeri che ci sono oggi». Ma chi era Mario Andreoli? «Era un addetto delle pulizie dei treni, quindi qualcuno che svolgeva un lavoro che non c’entrava assolutamente con l’elettricità o con cose legate al presepe, che fu per lui un hobby. È stato quindi per passione che lui ha creato questo presepe enorme. Le figure aveva iniziato a costruirle come in realtà sono ancora oggi, prendendo pezzi di legno, ferro e plastica- tutto materiale riciclato. Sono tutte figure a grandezza naturale». Addirittura? «Sì, alcune di queste figure sono alte un metro e ottanta, anche un metro e novanta e neppure leggerissime. Infatti ancora noi oggi ci chiediamo come facesse Mario nei primi anni a fare tutto da solo, perché la collina è grande. Non esagero se dico che fino a dieci anni fa lui non voleva assolutamente nessuno ad aiutarlo». Faceva tutto da solo? «Tutto completamente da solo. Praticamente, nel momento in cui smontava il presepe - intorno ad aprile o maggio - di lì ad un mese doveva ricominciare a rimettere tutto su. Era insomma per lui un lavoro di mesi, perché quelle che compongono il presepe sono sempre state attorno alle 200, 250 figure. E tutte le figure che ancora oggi sono presenti nel presepe sono ancora quelle realizzate da Mario. Lui era la mente artistica del presepe e non voleva assolutamente che venissero allestite figure non sue. Erano tutte sue idee». Ci sono stati dei cambiamenti dal presepe realizzato da Andreoli a quello di oggi? «Le uniche cose rimaste uguali sono le pecorelle, che all’interno hanno ancora le lampadine ad incandescenza, diciamo, come si usavano una volta. Tutte le altre figure sono oggi illuminate da del tubo luminoso, che è molto più pratico soprattutto per la protezione della pioggia e dal vento, essendo più isolate dagli agenti atmosferici». Quanti visitatori avete ogni anno per il vostro presepe? «Un numero preciso è difficile da dare. Noi ogni anno cerchiamo più che altro di avere un’idea sulla giornata inaugurale, che è l’8 dicembre. Posso dirle che capita di avere anche 2 o 3.000 persone. Poi a vederlo vengono comunque centinaia di persone al giorno, anche perché non c’è un posto preciso da dove il presepe si può guardare. Tanta gente lo ammira dal piazzale della chiesa o nella via alta del paese». Da tempo, a danno dei presepi sono frequenti degli atti vandalici. Ne avete avuti anche voi? «Sì, purtroppo anche noi abbiamo registrato degli atti vandalici. La cosa peggiore che si possa fare al nostro presepe è tagliare i fili che portano l’elettricità dal quadro generale fino alle figure ed è già successo più volte. In uno o due casi siamo sicuri che non si sia trattato di un errore - le figure sono in mezzo a dei campi coltivati e può succedere che uno con il decespugliatore tagli i fili -, ma sia stato fatto apposta». Lei che lo allestisce ogni anno, prova ancora emozione davanti al vostro presepe? «Sì, l’emozione è sempre tanta. Ormai il presepe è diventata una cosa caratteristica di Manarola. Appena si nomina il presepe in automatico la gente pensa subito a Manarola, quindi è diventato qualcosa a cui tutta la comunità tiene molto, non solo i volontari che ogni anno lo allestiscono bensì tutta la gente del posto. Passano gli anni, però il momento dell’accensione del presepe è sempre un’emozione».
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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