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2024-11-08
Il piano di Trump per finire la guerra
Viktor Orban e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Ora che Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti il mondo si chiede quali saranno le linee guida che caratterizzeranno la sua azione politica in politica estera. Qui Trump ha più volte detto che il confronto che lo interessa è quello con la Cina e non quello con la Russia. In tal senso il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha affermato: «Sappiamo che, se siamo deboli nei confronti dei regimi autoritari, allora mettiamo a rischio l’ordine internazionale e mandiamo un segnale di vulnerabilità, molto pericoloso. Gli Usa sanno che è nel loro interesse mostrare fermezza, quando trattiamo con regimi autoritari. Se gli Usa sono deboli nei confronti della Russia, che cosa significa questo per la Cina?». Poi ha provato a recuperare su X: «Mi sono nuovamente congratulato con il presidente americano eletto Donald Trump in una conversazione telefonica. L’Ue e gli Usa condividono valori e interessi comuni. Siamo pronti ad approfondire le relazioni Ue-Usa in tutti i campi. Ho evidenziato le priorità dell’Ue in materia di economia e situazione geopolitica, in particolare Ucraina e Medio Oriente. Continueremo a rendere l’Europa più forte e a investire di più nella nostra difesa e sicurezza». A proposito della Cina, un portavoce del ministero del Commercio, in risposta a una domanda su possibili nuovi dazi e restrizioni tecnologiche Usa contro Pechino, ha detto che «la Cina è disposta a rafforzare la comunicazione con gli Usa, ad espandere la cooperazione e a risolvere le differenze sulla base dei principi di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti». Durante la campagna elettorale Trump ha più volte accusato l’amministrazione Biden di non essere stata in grado di trovare una soluzione politica alla guerra in Ucraina e lo ha stesso ha fatto con la guerra in corso dell’Iran -e i suoi proxy- contro Israele. Ma come farà? Secondo il Wall Street Journal i consiglieri di Trump suggeriscono di congelare il conflitto in corso tra Russia e Ucraina, stabilendo l’occupazione russa di circa il 20% del territorio ucraino e chiedendo a Kiev una sospensione dell’adesione alla Nato, pur garantendo gli aiuti. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, citato dall’agenzia Tass ha detto che «la Russia è pronta ad ascoltare con attenzione eventuali idee sensate da parte dell’Ue su come mettere fine al conflitto in Ucraina. Ma finora sono arrivate solo frasi magiche sulla esclusività della “formula Zelensky”, che porta ad un vicolo cieco». Il passaggio sull’Ue è molto sibillino: se gli Usa dovessero sfilarsi a fronte di un no ucraino alle proposte di Trump, l’Unione europea si troverebbe da sola nel sostegno all’Ucraina. Zelensky nel suo discorso al vertice della Comunità politica europea a Budapest, come riporta Rbc Ukraine, ha affermato: «Ieri ho parlato con il presidente Trump, come molti di voi. È stata una conversazione positiva e produttiva ma nessuno può ancora sapere quali saranno le sue azioni concrete. Ma speriamo che l’America diventi più forte. Questo è il tipo di America di cui l’Europa ha bisogno. E l’America ha bisogno di un’Europa forte». Zelensky ha anche detto che «sarebbe totalmente sbagliato mettere in campo un cessate il fuoco e poi vedere cosa fare». A chi gli chiedeva se, come detto da Viktor Orbán, in Europa ci siano più Paesi a favore di una pace dopo le elezioni americane, il leader ucraino ha replicato con un secco «no». Intanto, ci sono stati nuovi problemi tra Varsavia e Kiev con il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamys che si oppone al trasferimento degli aerei da combattimento MiG-29 in Ucraina, che pattugliano i cieli polacchi: «Il limite dell’assistenza è la propria sicurezza», ha affermato.
Complesso anche lo scenario in Medio Oriente ma attenzione alle parole del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che ha parlato telefonicamente con Donald Trump per congratularsi per la vittoria elettorale. Mbs ha dichiarato: «Non vediamo l’ora di approfondire i legami storici e strategici con gli Stati Uniti sotto la guida di Trump». Chiaro il riferimento ai Patti di Abramo che verranno allargati al riconoscimento reciproco di Israele e Arabia Saudita in cambio della nascita di uno Stato palestinese o perlomeno di un qualcosa che si possa trasformare in uno Stato in tempi ragionevoli. Possibile che Trump chieda a Netanyahu di chiudere definitivamente la partita a Gaza e di fermare l’offensiva in Libano. Ma anche qui non ci sono certezze dato che gli attori sono diversi e di mezzo c’è l’Iran nemico giurato di The Donald. A questo proposito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha minimizzato l’importanza dell’elezione di Trump, affermando all’agenzia Irna che non avrà alcun impatto sulla politica della Repubblica islamica: «Per noi non fa alcuna differenza chi ha vinto le elezioni negli Stati Uniti. L’Iran ha dato priorità allo sviluppo delle relazioni con i Paesi islamici e con quelli limitrofi». In realtà si tratta di una frase per nascondere il panico che da martedì notte imperversa a Teheran.
L’agenda per cambiare l’America. Confini chiusi, meno green e tasse
Energia, difesa dei confini, tasse: l’agenda di Donald Trump (ri)parte da qui, come hanno annunciato i suoi consiglieri, chiarendo che le priorità del presidente in pectore riguardano il rafforzamento delle frontiere, il contenimento delle politiche green sull’elettrico a favore dell’espansione delle trivellazioni petrolifere e altre misure per promuovere l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. La squadra di Trump ci sta lavorando da mesi, ma il processo del passaggio dei poteri potrebbe non seguire il tracciato istituzionale: la transizione è minata dalla diffidenza di Trump nei confronti dell’amministrazione uscente, quel deep State che l’ex presidente intende smantellare. Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera Usa, ha annunciato che «nei primi 100 giorni dall’insediamento», che avrà luogo il 20 gennaio 2025, i repubblicani promuoveranno un’agenda «audace e conservatrice».
Si parte dall’energia: l’intenzione del presidente eletto è di eliminare i vantaggi promossi da Joe Biden a favore dei veicoli elettrici e smantellare le normative relative all’Esg negli Stati Uniti. Le politiche della nuova amministrazione favoriranno l’esplorazione e la produzione energetica. Com’era prevedibile, la posizione di Trump sui combustibili fossili ha allarmato i sostenitori del clima, tra cui quel Trevor Neilson, legato a doppio filo con Bill Gates, che ha investito sui carburanti sostenibili e coordina il Climate Emergency Fund, finanziatore dei maggiori movimenti ambientalisti radicali mondiali. Anche Biden sta cercando di rallentare i piani di Trump sul gas naturale liquido (gnl) promuovendo uno studio che potrebbe complicare i progetti del presidente.
Come promesso in campagna, Trump prevede di chiudere il confine tra Stati Uniti e Messico, lungo oltre 3.000 chilometri, già dal primo giorno. Per quanto riguarda le tasse, invece, Trump sarebbe orientato a mantenere le promesse fatte ai suoi elettori: non tassare mance e straordinari, ripristino di detrazioni alle tasse statali o locali e non tassare le prestazioni di sicurezza sociale.
Resta soltanto da capire chi lo aiuterà a ribaltare l’America woke. Al netto delle promesse di pacificazione scandite durante la notte elettorale, la preoccupazione sul deep state è tutt’altro che sospesa: Trump ha già annunciato che intende procedere a un repulisti dei «burocrati canaglia» che lo hanno ostacolato nel corso del suo primo mandato, definiti «persone corrotte e disoneste». Il presidente eletto potrebbe emettere un ordine esecutivo per ripristinare l’autorità di licenziare i funzionari ostili attraverso un sistema, noto come allegato F (Schedule F): 20.000 «lealisti» sarebbero già pronti a sostituire l’attuale guardia filo-democratica. Le nomine che spettano al presidente, tuttavia, sono circa 4.000, i dipendenti federali oltre 2 milioni.
Nel frattempo, il team di Trump ha iniziato a discutere sui potenziali membri del futuro governo. Il senatore Marc Rubio sarebbe destinato a Foggy Bottom, la sede del Dipartimento di Stato (l’equivalente del ministero degli Esteri). Gli altri possibili candidati sono l’ex direttore dell’intelligence nazionale Rick Grenell e il senatore Bill Hagerty. Alla Difesa potrebbe andare il senatore repubblicano Tom Cotton, al Tesoro l’investitore miliardario John Paulson, ma si fa anche il nome dell’attuale consulente economico di Trump, Scott Bessent, ex uomo di George Soros. Kash Patel, ex funzionario della sicurezza nazionale di Trump, potrebbe essere destinato a dirigere la Cia ma per l’agenzia di intelligence civile si fa anche il nome di Elise Stefanik, presidente della Conferenza dei Gop alla Camera, già candidata al ruolo di ambasciatrice Usa presso l’Onu. Come frontrunner per lo Stato maggiore della Difesa si parla della fedele Susie Wiles, mentre il governatore del Nord Dakota Doug Burgum, che ha lisciato la designazione a vicepresidente, potrebbe diventare segretario agli Interni. Infine, a rappresentare l’amministrazione alla Casa Bianca nel ruolo di responsabile stampa è data per probabile Karoline Leavitt.
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Gli analisti al seguito del tycoon suggeriscono di congelare il conflitto, blindando le posizioni russe sul 20% del territorio ucraino. Per Kiev aiuti, ma niente Nato. Pronto il rilancio dei Patti di Abramo con i sauditi mentre Pechino per il momento resta guardinga.Pronto anche un giro di vite fra i funzionari per smontare le insidie del deep State.Lo speciale contiene due articoliOra che Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti il mondo si chiede quali saranno le linee guida che caratterizzeranno la sua azione politica in politica estera. Qui Trump ha più volte detto che il confronto che lo interessa è quello con la Cina e non quello con la Russia. In tal senso il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha affermato: «Sappiamo che, se siamo deboli nei confronti dei regimi autoritari, allora mettiamo a rischio l’ordine internazionale e mandiamo un segnale di vulnerabilità, molto pericoloso. Gli Usa sanno che è nel loro interesse mostrare fermezza, quando trattiamo con regimi autoritari. Se gli Usa sono deboli nei confronti della Russia, che cosa significa questo per la Cina?». Poi ha provato a recuperare su X: «Mi sono nuovamente congratulato con il presidente americano eletto Donald Trump in una conversazione telefonica. L’Ue e gli Usa condividono valori e interessi comuni. Siamo pronti ad approfondire le relazioni Ue-Usa in tutti i campi. Ho evidenziato le priorità dell’Ue in materia di economia e situazione geopolitica, in particolare Ucraina e Medio Oriente. Continueremo a rendere l’Europa più forte e a investire di più nella nostra difesa e sicurezza». A proposito della Cina, un portavoce del ministero del Commercio, in risposta a una domanda su possibili nuovi dazi e restrizioni tecnologiche Usa contro Pechino, ha detto che «la Cina è disposta a rafforzare la comunicazione con gli Usa, ad espandere la cooperazione e a risolvere le differenze sulla base dei principi di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti». Durante la campagna elettorale Trump ha più volte accusato l’amministrazione Biden di non essere stata in grado di trovare una soluzione politica alla guerra in Ucraina e lo ha stesso ha fatto con la guerra in corso dell’Iran -e i suoi proxy- contro Israele. Ma come farà? Secondo il Wall Street Journal i consiglieri di Trump suggeriscono di congelare il conflitto in corso tra Russia e Ucraina, stabilendo l’occupazione russa di circa il 20% del territorio ucraino e chiedendo a Kiev una sospensione dell’adesione alla Nato, pur garantendo gli aiuti. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, citato dall’agenzia Tass ha detto che «la Russia è pronta ad ascoltare con attenzione eventuali idee sensate da parte dell’Ue su come mettere fine al conflitto in Ucraina. Ma finora sono arrivate solo frasi magiche sulla esclusività della “formula Zelensky”, che porta ad un vicolo cieco». Il passaggio sull’Ue è molto sibillino: se gli Usa dovessero sfilarsi a fronte di un no ucraino alle proposte di Trump, l’Unione europea si troverebbe da sola nel sostegno all’Ucraina. Zelensky nel suo discorso al vertice della Comunità politica europea a Budapest, come riporta Rbc Ukraine, ha affermato: «Ieri ho parlato con il presidente Trump, come molti di voi. È stata una conversazione positiva e produttiva ma nessuno può ancora sapere quali saranno le sue azioni concrete. Ma speriamo che l’America diventi più forte. Questo è il tipo di America di cui l’Europa ha bisogno. E l’America ha bisogno di un’Europa forte». Zelensky ha anche detto che «sarebbe totalmente sbagliato mettere in campo un cessate il fuoco e poi vedere cosa fare». A chi gli chiedeva se, come detto da Viktor Orbán, in Europa ci siano più Paesi a favore di una pace dopo le elezioni americane, il leader ucraino ha replicato con un secco «no». Intanto, ci sono stati nuovi problemi tra Varsavia e Kiev con il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamys che si oppone al trasferimento degli aerei da combattimento MiG-29 in Ucraina, che pattugliano i cieli polacchi: «Il limite dell’assistenza è la propria sicurezza», ha affermato. Complesso anche lo scenario in Medio Oriente ma attenzione alle parole del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che ha parlato telefonicamente con Donald Trump per congratularsi per la vittoria elettorale. Mbs ha dichiarato: «Non vediamo l’ora di approfondire i legami storici e strategici con gli Stati Uniti sotto la guida di Trump». Chiaro il riferimento ai Patti di Abramo che verranno allargati al riconoscimento reciproco di Israele e Arabia Saudita in cambio della nascita di uno Stato palestinese o perlomeno di un qualcosa che si possa trasformare in uno Stato in tempi ragionevoli. Possibile che Trump chieda a Netanyahu di chiudere definitivamente la partita a Gaza e di fermare l’offensiva in Libano. Ma anche qui non ci sono certezze dato che gli attori sono diversi e di mezzo c’è l’Iran nemico giurato di The Donald. A questo proposito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha minimizzato l’importanza dell’elezione di Trump, affermando all’agenzia Irna che non avrà alcun impatto sulla politica della Repubblica islamica: «Per noi non fa alcuna differenza chi ha vinto le elezioni negli Stati Uniti. L’Iran ha dato priorità allo sviluppo delle relazioni con i Paesi islamici e con quelli limitrofi». In realtà si tratta di una frase per nascondere il panico che da martedì notte imperversa a Teheran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-di-trump-per-finire-la-guerra-2669632451.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lagenda-per-cambiare-lamerica-confini-chiusi-meno-green-e-tasse" data-post-id="2669632451" data-published-at="1731008820" data-use-pagination="False"> L’agenda per cambiare l’America. Confini chiusi, meno green e tasse Energia, difesa dei confini, tasse: l’agenda di Donald Trump (ri)parte da qui, come hanno annunciato i suoi consiglieri, chiarendo che le priorità del presidente in pectore riguardano il rafforzamento delle frontiere, il contenimento delle politiche green sull’elettrico a favore dell’espansione delle trivellazioni petrolifere e altre misure per promuovere l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. La squadra di Trump ci sta lavorando da mesi, ma il processo del passaggio dei poteri potrebbe non seguire il tracciato istituzionale: la transizione è minata dalla diffidenza di Trump nei confronti dell’amministrazione uscente, quel deep State che l’ex presidente intende smantellare. Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera Usa, ha annunciato che «nei primi 100 giorni dall’insediamento», che avrà luogo il 20 gennaio 2025, i repubblicani promuoveranno un’agenda «audace e conservatrice». Si parte dall’energia: l’intenzione del presidente eletto è di eliminare i vantaggi promossi da Joe Biden a favore dei veicoli elettrici e smantellare le normative relative all’Esg negli Stati Uniti. Le politiche della nuova amministrazione favoriranno l’esplorazione e la produzione energetica. Com’era prevedibile, la posizione di Trump sui combustibili fossili ha allarmato i sostenitori del clima, tra cui quel Trevor Neilson, legato a doppio filo con Bill Gates, che ha investito sui carburanti sostenibili e coordina il Climate Emergency Fund, finanziatore dei maggiori movimenti ambientalisti radicali mondiali. Anche Biden sta cercando di rallentare i piani di Trump sul gas naturale liquido (gnl) promuovendo uno studio che potrebbe complicare i progetti del presidente. Come promesso in campagna, Trump prevede di chiudere il confine tra Stati Uniti e Messico, lungo oltre 3.000 chilometri, già dal primo giorno. Per quanto riguarda le tasse, invece, Trump sarebbe orientato a mantenere le promesse fatte ai suoi elettori: non tassare mance e straordinari, ripristino di detrazioni alle tasse statali o locali e non tassare le prestazioni di sicurezza sociale. Resta soltanto da capire chi lo aiuterà a ribaltare l’America woke. Al netto delle promesse di pacificazione scandite durante la notte elettorale, la preoccupazione sul deep state è tutt’altro che sospesa: Trump ha già annunciato che intende procedere a un repulisti dei «burocrati canaglia» che lo hanno ostacolato nel corso del suo primo mandato, definiti «persone corrotte e disoneste». Il presidente eletto potrebbe emettere un ordine esecutivo per ripristinare l’autorità di licenziare i funzionari ostili attraverso un sistema, noto come allegato F (Schedule F): 20.000 «lealisti» sarebbero già pronti a sostituire l’attuale guardia filo-democratica. Le nomine che spettano al presidente, tuttavia, sono circa 4.000, i dipendenti federali oltre 2 milioni. Nel frattempo, il team di Trump ha iniziato a discutere sui potenziali membri del futuro governo. Il senatore Marc Rubio sarebbe destinato a Foggy Bottom, la sede del Dipartimento di Stato (l’equivalente del ministero degli Esteri). Gli altri possibili candidati sono l’ex direttore dell’intelligence nazionale Rick Grenell e il senatore Bill Hagerty. Alla Difesa potrebbe andare il senatore repubblicano Tom Cotton, al Tesoro l’investitore miliardario John Paulson, ma si fa anche il nome dell’attuale consulente economico di Trump, Scott Bessent, ex uomo di George Soros. Kash Patel, ex funzionario della sicurezza nazionale di Trump, potrebbe essere destinato a dirigere la Cia ma per l’agenzia di intelligence civile si fa anche il nome di Elise Stefanik, presidente della Conferenza dei Gop alla Camera, già candidata al ruolo di ambasciatrice Usa presso l’Onu. Come frontrunner per lo Stato maggiore della Difesa si parla della fedele Susie Wiles, mentre il governatore del Nord Dakota Doug Burgum, che ha lisciato la designazione a vicepresidente, potrebbe diventare segretario agli Interni. Infine, a rappresentare l’amministrazione alla Casa Bianca nel ruolo di responsabile stampa è data per probabile Karoline Leavitt.
Nel decreto sicurezza «viene introdotta la previsione del fermo di prevenzione. Preciso che l’interlocuzione con il Quirinale è stata sempre molto proficua, da ultimo ieri, ma è stata sempre molto proficua. Ci sono state giuste sottolineature ma il testo esce come era stato proposto sin dall’inizio».
Lo ha detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. Il fermo di prevenzione «Non è una misura liberticida, in molti ordinamenti è presente, e c’è il rapporto con l’autorità giudiziaria, a cui viene comunicato che la persona è accompagnata in un ufficio di polizia e trattenuta fino a due ore. Se poi dovesse ravvisare che non ci sono le condizioni può disporre la liberazione: è stato sempre così nella nostra formulazione, conosciamo i limiti fissati dalla Costituzione sulla limitazione della libertà personale».
Auro Bulbarelli (Ansa)
Al suo posto la voce dell’evento sarà Paolo Petrecca, affiancato dallo scrittore Fabio Genovese (previsto come seconda voce anche di Bulbarelli) e dal commento tecnico dell’ex fondista olimpionica Stefania Belmondo. Un terzo commentatore probabilmente reso necessario dal fatto che Petrecca non è un esperto di sport invernali.
Tutto è iniziato a fine gennaio quando l’ideatore della cerimonia, Marco Balich (imprenditore e designer di 16 cerimonie olimpiche, ha iniziato organizzando i tour dei Pink Floyd e dei Rolling Stone), ha annunciato che era stata preparata un’entrata bellissima per Mattarella. Quindi Bulbarelli, come ci riferisce chi lo ha incontrato in queste ore per lui buie, ha pensato che non fosse quel gran segreto. E il giorno dopo in conferenza stampa, pensando che la notizia fosse stata sdoganata, si è lasciato scappare una frase del tutto innocente. Questa: «Non possiamo entrare nei dettagli, ma alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi ci sarà una sorpresa di Mattarella». Nelle testa di tutti è venuto subito in mente il paragone con Londra 2012, quando la regina Elisabetta girò uno sketch insieme con James Bond, alias Daniel Craig. Apriti cielo. Dal Quirinale si infuriano e contattano il Comitato olimpico per protestare per la sorpresa rovinata, minacciando di far saltare tutto se la notizia fosse uscita sui media. I giornali di sinistra parlano subito di gaffe e di dilettantismo. Sull’argomento esternano il capogruppo Avs Peppe De Cristofaro («Si intervenga prima del disastro») e la senatrice renziana Dafne Musolino («Ecco il risultato delle recenti nomine in salsa leghista»).
Il presidente della Fondazione Milano-Cortina ed ex presidente del Coni Giovanni Malagò si prende subito la briga di smentire pubblicamente Bulbarelli («Un’affermazione sensazionalistica destituita di ogni fondamento»), facendolo passare, come si è lamentato con gli amici il giornalista, «da mitomane». Da Bulbarelli non arrivano repliche. Le nostre fonti dentro la tv di Stato ci hanno spiegato che l’ex direttore di Rai sport sarebbe stato rassicurato dai vertici di viale Mazzini che gli avrebbero chiesto di non proferir parola e di lasciare passare il temporale, promettendogli che si sarebbe sistemato tutto. «Invece non si è sistemato un bel niente», si è sfogato Bulbarelli con i colleghi. «Mi hanno tolto la cosa più bella di una lunga carriera e mi hanno abbandonato come un naufrago su una zattera». Nelle stanze del Media center di viale Eginardo, a Milano, dove ci siamo accampati in queste ore, i giornalisti della Rai sono sconcertati per quanto successo. Il loro capo progetto è saltato dalla sera alla mattina per una telefonata (furiosa) del Quirinale.
Per Bulbarelli lo sketch di Mattarella doveva essere una «cosa simpatica e basta, da farci un sorriso», da far dire «guarda il capo dello Stato che cosa fa» e, invece, «è successo l’inferno». Il cronista, dopo una settimana, giurano i bene informati, «ancora non si spiega che cosa sia successo». Noi possiamo confermare che la chiamata del Colle più alto è arrivata ai vertici del Cio e i toni erano piuttosto accesi. Un’arrabbiatura che ha avuto conseguenze immediate. Anche se dal Quirinale giurano che «nessuno ha mai chiesto la testa di Bulbarelli». Ma Mattarella e i suoi più stretti collaboratori, evidentemente, non ne hanno bisogno. Hanno trovato subito qualcuno pronto a interpretare gli umori del Quirinale e a comportarsi di conseguenza. Dal Colle fanno sapere, anzi, che Mattarella stasera dovrebbe recitare la parte preparata per lui, dal momento che ai più stretti collaboratori del capo dello Stato era arrivata la voce che se la scenetta fosse saltata, Bulbarelli avrebbe perso il posto di telecronista della cerimonia d’apertura. Ma nonostante il lodevole «sacrificio» del prode Sergio, il giornalista è stato ugualmente sostituito. Una decisione di cui il Quirinale rifiuta con nettezza la paternità. E nei corridoi dell’augusto palazzo c’è chi spiega l’avvicendamento tra Bulbarelli e Petrecca con l’eterna guerra dei partiti dentro alla Rai. Ovviamente i partiti rispediscono il telegramma al mittente.
Ma che cosa ha scatenato tanto nervosismo? La Verità è riuscita ad avere la scaletta che è stata consegnata, lunedì con l’obbligo di embargo, alle televisioni accreditate in vista della cerimonia dello stadio San Siro. Una delle scene dello spettacolo è raffigurata sul book ufficiale con una strip nella quale si vedono l’interno di un tram, la sagoma di Mattarella con un orsacchiotto in mano e il motociclista Valentino Rossi con cappello d’ordinanza da tranviere. Uno storyboard a disegni in cui si legge questa descrizione: «Il segmento inizia con un video narrativo che accompagna l’arrivo delle autorità. Un tram storico attraversa Milano, trasportando un passeggero misterioso osservato inizialmente solo di spalle. Famiglie, bambini, giovani e adulti salgono alla fermata». Il secondo quadro offre ai giornalisti di tutto il mondo un’immagine rassicurante di nonno Mattarella: «Durante il tragitto, un gesto semplice e umano-il recupero di un peluche caduto- svela l’identità del passeggero: è il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella». Ma ecco la sorpresa finale preparata dagli ideatori della cerimonia: «Al capilinea, davanti allo stadio di San Siro, il conducente del tram lo saluta: è Valentino Rossi, un cameo che unisce sport e immaginario collettivo». Nientepopodimeno. Anche perché è notizia di ieri che il nostro Fisco ha scovato 200.000 evasori totali e, si sa, l’ex campione di Tavullia qualche problema con l’Erario lo ha avuto. E il suo nome, quest’estate, è comparso nella storiaccia di presunta corruzione che ha portato all’iscrizione sul registro degli indagati dell’ex sindaco di Pesaro Matteo Ricci, accusato di avere utilizzato impropriamente fondi pubblici per realizzare diverse opere cittadine, tra cui una grande riproduzione del Casco del Dottore. Rossi, dalla Procura, non è accusato di nulla. Ma, come nella vicenda dello sketch, è stato coinvolto suo malgrado.
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