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2024-11-08
Il piano di Trump per finire la guerra
Viktor Orban e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Ora che Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti il mondo si chiede quali saranno le linee guida che caratterizzeranno la sua azione politica in politica estera. Qui Trump ha più volte detto che il confronto che lo interessa è quello con la Cina e non quello con la Russia. In tal senso il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha affermato: «Sappiamo che, se siamo deboli nei confronti dei regimi autoritari, allora mettiamo a rischio l’ordine internazionale e mandiamo un segnale di vulnerabilità, molto pericoloso. Gli Usa sanno che è nel loro interesse mostrare fermezza, quando trattiamo con regimi autoritari. Se gli Usa sono deboli nei confronti della Russia, che cosa significa questo per la Cina?». Poi ha provato a recuperare su X: «Mi sono nuovamente congratulato con il presidente americano eletto Donald Trump in una conversazione telefonica. L’Ue e gli Usa condividono valori e interessi comuni. Siamo pronti ad approfondire le relazioni Ue-Usa in tutti i campi. Ho evidenziato le priorità dell’Ue in materia di economia e situazione geopolitica, in particolare Ucraina e Medio Oriente. Continueremo a rendere l’Europa più forte e a investire di più nella nostra difesa e sicurezza». A proposito della Cina, un portavoce del ministero del Commercio, in risposta a una domanda su possibili nuovi dazi e restrizioni tecnologiche Usa contro Pechino, ha detto che «la Cina è disposta a rafforzare la comunicazione con gli Usa, ad espandere la cooperazione e a risolvere le differenze sulla base dei principi di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti». Durante la campagna elettorale Trump ha più volte accusato l’amministrazione Biden di non essere stata in grado di trovare una soluzione politica alla guerra in Ucraina e lo ha stesso ha fatto con la guerra in corso dell’Iran -e i suoi proxy- contro Israele. Ma come farà? Secondo il Wall Street Journal i consiglieri di Trump suggeriscono di congelare il conflitto in corso tra Russia e Ucraina, stabilendo l’occupazione russa di circa il 20% del territorio ucraino e chiedendo a Kiev una sospensione dell’adesione alla Nato, pur garantendo gli aiuti. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, citato dall’agenzia Tass ha detto che «la Russia è pronta ad ascoltare con attenzione eventuali idee sensate da parte dell’Ue su come mettere fine al conflitto in Ucraina. Ma finora sono arrivate solo frasi magiche sulla esclusività della “formula Zelensky”, che porta ad un vicolo cieco». Il passaggio sull’Ue è molto sibillino: se gli Usa dovessero sfilarsi a fronte di un no ucraino alle proposte di Trump, l’Unione europea si troverebbe da sola nel sostegno all’Ucraina. Zelensky nel suo discorso al vertice della Comunità politica europea a Budapest, come riporta Rbc Ukraine, ha affermato: «Ieri ho parlato con il presidente Trump, come molti di voi. È stata una conversazione positiva e produttiva ma nessuno può ancora sapere quali saranno le sue azioni concrete. Ma speriamo che l’America diventi più forte. Questo è il tipo di America di cui l’Europa ha bisogno. E l’America ha bisogno di un’Europa forte». Zelensky ha anche detto che «sarebbe totalmente sbagliato mettere in campo un cessate il fuoco e poi vedere cosa fare». A chi gli chiedeva se, come detto da Viktor Orbán, in Europa ci siano più Paesi a favore di una pace dopo le elezioni americane, il leader ucraino ha replicato con un secco «no». Intanto, ci sono stati nuovi problemi tra Varsavia e Kiev con il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamys che si oppone al trasferimento degli aerei da combattimento MiG-29 in Ucraina, che pattugliano i cieli polacchi: «Il limite dell’assistenza è la propria sicurezza», ha affermato.
Complesso anche lo scenario in Medio Oriente ma attenzione alle parole del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che ha parlato telefonicamente con Donald Trump per congratularsi per la vittoria elettorale. Mbs ha dichiarato: «Non vediamo l’ora di approfondire i legami storici e strategici con gli Stati Uniti sotto la guida di Trump». Chiaro il riferimento ai Patti di Abramo che verranno allargati al riconoscimento reciproco di Israele e Arabia Saudita in cambio della nascita di uno Stato palestinese o perlomeno di un qualcosa che si possa trasformare in uno Stato in tempi ragionevoli. Possibile che Trump chieda a Netanyahu di chiudere definitivamente la partita a Gaza e di fermare l’offensiva in Libano. Ma anche qui non ci sono certezze dato che gli attori sono diversi e di mezzo c’è l’Iran nemico giurato di The Donald. A questo proposito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha minimizzato l’importanza dell’elezione di Trump, affermando all’agenzia Irna che non avrà alcun impatto sulla politica della Repubblica islamica: «Per noi non fa alcuna differenza chi ha vinto le elezioni negli Stati Uniti. L’Iran ha dato priorità allo sviluppo delle relazioni con i Paesi islamici e con quelli limitrofi». In realtà si tratta di una frase per nascondere il panico che da martedì notte imperversa a Teheran.
L’agenda per cambiare l’America. Confini chiusi, meno green e tasse
Energia, difesa dei confini, tasse: l’agenda di Donald Trump (ri)parte da qui, come hanno annunciato i suoi consiglieri, chiarendo che le priorità del presidente in pectore riguardano il rafforzamento delle frontiere, il contenimento delle politiche green sull’elettrico a favore dell’espansione delle trivellazioni petrolifere e altre misure per promuovere l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. La squadra di Trump ci sta lavorando da mesi, ma il processo del passaggio dei poteri potrebbe non seguire il tracciato istituzionale: la transizione è minata dalla diffidenza di Trump nei confronti dell’amministrazione uscente, quel deep State che l’ex presidente intende smantellare. Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera Usa, ha annunciato che «nei primi 100 giorni dall’insediamento», che avrà luogo il 20 gennaio 2025, i repubblicani promuoveranno un’agenda «audace e conservatrice».
Si parte dall’energia: l’intenzione del presidente eletto è di eliminare i vantaggi promossi da Joe Biden a favore dei veicoli elettrici e smantellare le normative relative all’Esg negli Stati Uniti. Le politiche della nuova amministrazione favoriranno l’esplorazione e la produzione energetica. Com’era prevedibile, la posizione di Trump sui combustibili fossili ha allarmato i sostenitori del clima, tra cui quel Trevor Neilson, legato a doppio filo con Bill Gates, che ha investito sui carburanti sostenibili e coordina il Climate Emergency Fund, finanziatore dei maggiori movimenti ambientalisti radicali mondiali. Anche Biden sta cercando di rallentare i piani di Trump sul gas naturale liquido (gnl) promuovendo uno studio che potrebbe complicare i progetti del presidente.
Come promesso in campagna, Trump prevede di chiudere il confine tra Stati Uniti e Messico, lungo oltre 3.000 chilometri, già dal primo giorno. Per quanto riguarda le tasse, invece, Trump sarebbe orientato a mantenere le promesse fatte ai suoi elettori: non tassare mance e straordinari, ripristino di detrazioni alle tasse statali o locali e non tassare le prestazioni di sicurezza sociale.
Resta soltanto da capire chi lo aiuterà a ribaltare l’America woke. Al netto delle promesse di pacificazione scandite durante la notte elettorale, la preoccupazione sul deep state è tutt’altro che sospesa: Trump ha già annunciato che intende procedere a un repulisti dei «burocrati canaglia» che lo hanno ostacolato nel corso del suo primo mandato, definiti «persone corrotte e disoneste». Il presidente eletto potrebbe emettere un ordine esecutivo per ripristinare l’autorità di licenziare i funzionari ostili attraverso un sistema, noto come allegato F (Schedule F): 20.000 «lealisti» sarebbero già pronti a sostituire l’attuale guardia filo-democratica. Le nomine che spettano al presidente, tuttavia, sono circa 4.000, i dipendenti federali oltre 2 milioni.
Nel frattempo, il team di Trump ha iniziato a discutere sui potenziali membri del futuro governo. Il senatore Marc Rubio sarebbe destinato a Foggy Bottom, la sede del Dipartimento di Stato (l’equivalente del ministero degli Esteri). Gli altri possibili candidati sono l’ex direttore dell’intelligence nazionale Rick Grenell e il senatore Bill Hagerty. Alla Difesa potrebbe andare il senatore repubblicano Tom Cotton, al Tesoro l’investitore miliardario John Paulson, ma si fa anche il nome dell’attuale consulente economico di Trump, Scott Bessent, ex uomo di George Soros. Kash Patel, ex funzionario della sicurezza nazionale di Trump, potrebbe essere destinato a dirigere la Cia ma per l’agenzia di intelligence civile si fa anche il nome di Elise Stefanik, presidente della Conferenza dei Gop alla Camera, già candidata al ruolo di ambasciatrice Usa presso l’Onu. Come frontrunner per lo Stato maggiore della Difesa si parla della fedele Susie Wiles, mentre il governatore del Nord Dakota Doug Burgum, che ha lisciato la designazione a vicepresidente, potrebbe diventare segretario agli Interni. Infine, a rappresentare l’amministrazione alla Casa Bianca nel ruolo di responsabile stampa è data per probabile Karoline Leavitt.
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Gli analisti al seguito del tycoon suggeriscono di congelare il conflitto, blindando le posizioni russe sul 20% del territorio ucraino. Per Kiev aiuti, ma niente Nato. Pronto il rilancio dei Patti di Abramo con i sauditi mentre Pechino per il momento resta guardinga.Pronto anche un giro di vite fra i funzionari per smontare le insidie del deep State.Lo speciale contiene due articoliOra che Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti il mondo si chiede quali saranno le linee guida che caratterizzeranno la sua azione politica in politica estera. Qui Trump ha più volte detto che il confronto che lo interessa è quello con la Cina e non quello con la Russia. In tal senso il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha affermato: «Sappiamo che, se siamo deboli nei confronti dei regimi autoritari, allora mettiamo a rischio l’ordine internazionale e mandiamo un segnale di vulnerabilità, molto pericoloso. Gli Usa sanno che è nel loro interesse mostrare fermezza, quando trattiamo con regimi autoritari. Se gli Usa sono deboli nei confronti della Russia, che cosa significa questo per la Cina?». Poi ha provato a recuperare su X: «Mi sono nuovamente congratulato con il presidente americano eletto Donald Trump in una conversazione telefonica. L’Ue e gli Usa condividono valori e interessi comuni. Siamo pronti ad approfondire le relazioni Ue-Usa in tutti i campi. Ho evidenziato le priorità dell’Ue in materia di economia e situazione geopolitica, in particolare Ucraina e Medio Oriente. Continueremo a rendere l’Europa più forte e a investire di più nella nostra difesa e sicurezza». A proposito della Cina, un portavoce del ministero del Commercio, in risposta a una domanda su possibili nuovi dazi e restrizioni tecnologiche Usa contro Pechino, ha detto che «la Cina è disposta a rafforzare la comunicazione con gli Usa, ad espandere la cooperazione e a risolvere le differenze sulla base dei principi di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti». Durante la campagna elettorale Trump ha più volte accusato l’amministrazione Biden di non essere stata in grado di trovare una soluzione politica alla guerra in Ucraina e lo ha stesso ha fatto con la guerra in corso dell’Iran -e i suoi proxy- contro Israele. Ma come farà? Secondo il Wall Street Journal i consiglieri di Trump suggeriscono di congelare il conflitto in corso tra Russia e Ucraina, stabilendo l’occupazione russa di circa il 20% del territorio ucraino e chiedendo a Kiev una sospensione dell’adesione alla Nato, pur garantendo gli aiuti. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, citato dall’agenzia Tass ha detto che «la Russia è pronta ad ascoltare con attenzione eventuali idee sensate da parte dell’Ue su come mettere fine al conflitto in Ucraina. Ma finora sono arrivate solo frasi magiche sulla esclusività della “formula Zelensky”, che porta ad un vicolo cieco». Il passaggio sull’Ue è molto sibillino: se gli Usa dovessero sfilarsi a fronte di un no ucraino alle proposte di Trump, l’Unione europea si troverebbe da sola nel sostegno all’Ucraina. Zelensky nel suo discorso al vertice della Comunità politica europea a Budapest, come riporta Rbc Ukraine, ha affermato: «Ieri ho parlato con il presidente Trump, come molti di voi. È stata una conversazione positiva e produttiva ma nessuno può ancora sapere quali saranno le sue azioni concrete. Ma speriamo che l’America diventi più forte. Questo è il tipo di America di cui l’Europa ha bisogno. E l’America ha bisogno di un’Europa forte». Zelensky ha anche detto che «sarebbe totalmente sbagliato mettere in campo un cessate il fuoco e poi vedere cosa fare». A chi gli chiedeva se, come detto da Viktor Orbán, in Europa ci siano più Paesi a favore di una pace dopo le elezioni americane, il leader ucraino ha replicato con un secco «no». Intanto, ci sono stati nuovi problemi tra Varsavia e Kiev con il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamys che si oppone al trasferimento degli aerei da combattimento MiG-29 in Ucraina, che pattugliano i cieli polacchi: «Il limite dell’assistenza è la propria sicurezza», ha affermato. Complesso anche lo scenario in Medio Oriente ma attenzione alle parole del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che ha parlato telefonicamente con Donald Trump per congratularsi per la vittoria elettorale. Mbs ha dichiarato: «Non vediamo l’ora di approfondire i legami storici e strategici con gli Stati Uniti sotto la guida di Trump». Chiaro il riferimento ai Patti di Abramo che verranno allargati al riconoscimento reciproco di Israele e Arabia Saudita in cambio della nascita di uno Stato palestinese o perlomeno di un qualcosa che si possa trasformare in uno Stato in tempi ragionevoli. Possibile che Trump chieda a Netanyahu di chiudere definitivamente la partita a Gaza e di fermare l’offensiva in Libano. Ma anche qui non ci sono certezze dato che gli attori sono diversi e di mezzo c’è l’Iran nemico giurato di The Donald. A questo proposito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha minimizzato l’importanza dell’elezione di Trump, affermando all’agenzia Irna che non avrà alcun impatto sulla politica della Repubblica islamica: «Per noi non fa alcuna differenza chi ha vinto le elezioni negli Stati Uniti. L’Iran ha dato priorità allo sviluppo delle relazioni con i Paesi islamici e con quelli limitrofi». In realtà si tratta di una frase per nascondere il panico che da martedì notte imperversa a Teheran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-di-trump-per-finire-la-guerra-2669632451.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lagenda-per-cambiare-lamerica-confini-chiusi-meno-green-e-tasse" data-post-id="2669632451" data-published-at="1731008820" data-use-pagination="False"> L’agenda per cambiare l’America. Confini chiusi, meno green e tasse Energia, difesa dei confini, tasse: l’agenda di Donald Trump (ri)parte da qui, come hanno annunciato i suoi consiglieri, chiarendo che le priorità del presidente in pectore riguardano il rafforzamento delle frontiere, il contenimento delle politiche green sull’elettrico a favore dell’espansione delle trivellazioni petrolifere e altre misure per promuovere l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. La squadra di Trump ci sta lavorando da mesi, ma il processo del passaggio dei poteri potrebbe non seguire il tracciato istituzionale: la transizione è minata dalla diffidenza di Trump nei confronti dell’amministrazione uscente, quel deep State che l’ex presidente intende smantellare. Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera Usa, ha annunciato che «nei primi 100 giorni dall’insediamento», che avrà luogo il 20 gennaio 2025, i repubblicani promuoveranno un’agenda «audace e conservatrice». Si parte dall’energia: l’intenzione del presidente eletto è di eliminare i vantaggi promossi da Joe Biden a favore dei veicoli elettrici e smantellare le normative relative all’Esg negli Stati Uniti. Le politiche della nuova amministrazione favoriranno l’esplorazione e la produzione energetica. Com’era prevedibile, la posizione di Trump sui combustibili fossili ha allarmato i sostenitori del clima, tra cui quel Trevor Neilson, legato a doppio filo con Bill Gates, che ha investito sui carburanti sostenibili e coordina il Climate Emergency Fund, finanziatore dei maggiori movimenti ambientalisti radicali mondiali. Anche Biden sta cercando di rallentare i piani di Trump sul gas naturale liquido (gnl) promuovendo uno studio che potrebbe complicare i progetti del presidente. Come promesso in campagna, Trump prevede di chiudere il confine tra Stati Uniti e Messico, lungo oltre 3.000 chilometri, già dal primo giorno. Per quanto riguarda le tasse, invece, Trump sarebbe orientato a mantenere le promesse fatte ai suoi elettori: non tassare mance e straordinari, ripristino di detrazioni alle tasse statali o locali e non tassare le prestazioni di sicurezza sociale. Resta soltanto da capire chi lo aiuterà a ribaltare l’America woke. Al netto delle promesse di pacificazione scandite durante la notte elettorale, la preoccupazione sul deep state è tutt’altro che sospesa: Trump ha già annunciato che intende procedere a un repulisti dei «burocrati canaglia» che lo hanno ostacolato nel corso del suo primo mandato, definiti «persone corrotte e disoneste». Il presidente eletto potrebbe emettere un ordine esecutivo per ripristinare l’autorità di licenziare i funzionari ostili attraverso un sistema, noto come allegato F (Schedule F): 20.000 «lealisti» sarebbero già pronti a sostituire l’attuale guardia filo-democratica. Le nomine che spettano al presidente, tuttavia, sono circa 4.000, i dipendenti federali oltre 2 milioni. Nel frattempo, il team di Trump ha iniziato a discutere sui potenziali membri del futuro governo. Il senatore Marc Rubio sarebbe destinato a Foggy Bottom, la sede del Dipartimento di Stato (l’equivalente del ministero degli Esteri). Gli altri possibili candidati sono l’ex direttore dell’intelligence nazionale Rick Grenell e il senatore Bill Hagerty. Alla Difesa potrebbe andare il senatore repubblicano Tom Cotton, al Tesoro l’investitore miliardario John Paulson, ma si fa anche il nome dell’attuale consulente economico di Trump, Scott Bessent, ex uomo di George Soros. Kash Patel, ex funzionario della sicurezza nazionale di Trump, potrebbe essere destinato a dirigere la Cia ma per l’agenzia di intelligence civile si fa anche il nome di Elise Stefanik, presidente della Conferenza dei Gop alla Camera, già candidata al ruolo di ambasciatrice Usa presso l’Onu. Come frontrunner per lo Stato maggiore della Difesa si parla della fedele Susie Wiles, mentre il governatore del Nord Dakota Doug Burgum, che ha lisciato la designazione a vicepresidente, potrebbe diventare segretario agli Interni. Infine, a rappresentare l’amministrazione alla Casa Bianca nel ruolo di responsabile stampa è data per probabile Karoline Leavitt.
Francesco Lollobrigida (Ansa)
I numeri indicati dal Masaf mostrano un rafforzamento dell’attività ispettiva: nel quinquennio 2021-2025 i controlli nel settore agroalimentare sono cresciuti del 25,7%, passando da 251.659 a 315.308 interventi. Ancora più marcato l’aumento dei controlli congiunti, cioè quelli svolti da almeno due enti nello stesso intervento: tra il 2023 e il 2025 sono quasi raddoppiati, passando da 1.127 a 2.174, con un incremento del 93%.
«Con l’istituzione della Cabina di regia, approvata con la legge di Tutela dell’Agroalimentare del 15 aprile scorso, abbiamo reso permanente il confronto tra le Forze dell’Ordine e gli organismi deputati al controllo nel settore agroalimentare», ha dichiarato Lollobrigida. «Lo abbiamo fatto perché i numeri parlano da soli. Non solo con la Cabina di regia i controlli sono aumentati, ma è aumentata anche la loro efficacia».
Secondo il ministro, il nuovo modello consente di concentrare le verifiche dove il rischio è maggiore, evitando duplicazioni e interventi inutili sugli operatori corretti. «Nella cabina di regia tutti gli operatori preposti ai controlli, ma anche le associazioni agricole, si confrontano scegliendo al meglio il settore da controllare secondo un indice di rischio. Si evitano così le sovrapposizioni, evitando vessazioni su imprenditori onesti, e si liberano risorse per contrastare chi non gioca secondo le regole».
Alla Cabina di regia partecipano, tra gli altri, Icqrf, Carabinieri, Cufaa, Nas, Capitanerie di Porto, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Agea, Polizia di Stato, ministero della Salute e rappresentanti delle principali organizzazioni agricole. L’obiettivo è migliorare il coordinamento operativo, condividere informazioni e rendere più efficace l’azione di prevenzione e repressione delle frodi. L’efficacia del sistema emerge anche dall’aumento delle irregolarità accertate, dei sequestri e delle segnalazioni all’autorità giudiziaria. Il Cufaa ha registrato una crescita significativa della quota di attività irregolari: se nel 2021 un’attività su tre risultava non conforme, nel 2025 più di una su due ha evidenziato irregolarità. Nel settore della ristorazione etnica, le Capitanerie di Porto hanno accertato nel 2025 415 illeciti su 594 ispezioni. Nel comparto vitivinicolo, oleario e lattiero-caseario, 137 controlli svolti dall’Icqrf su 101 strutture hanno portato alla rilevazione di 66 irregolarità, 78 denunce e al sequestro di circa 1000 tonnellate di alimenti.
Centrale anche il ruolo del Ruci, il Registro unico dei controlli ispettivi, utilizzato per evitare doppi controlli e ridurre il cosiddetto «controllo vessatorio». L’inserimento dei controlli nel Registro è passato da poche decine di unità nel 2016 a oltre 30.000 nuovi controlli nel 2025, con una crescita superiore al 300% negli ultimi cinque anni. In aumento anche le consultazioni: da poco più di 19.000 accessi nel 2016 a oltre 60.000 nel 2025.
Nel corso della riunione è stato inoltre analizzato il Piano operativo dei controlli 2026, che prevede un ulteriore rafforzamento delle verifiche congiunte e l’introduzione dei controlli congiunti rafforzati, con almeno tre enti di vigilanza coinvolti.
Particolare attenzione sarà riservata ai prodotti di importazione, con controlli mirati presso porti e valichi di confine su tracciabilità, sicurezza alimentare, benessere animale e residui di pesticidi. «Dal 2026 stiamo conducendo questi controlli specifici a Genova, Napoli, Salerno e Trieste e a breve avremo i risultati», ha spiegato Lollobrigida. «Non permetteremo mai che i prodotti che non seguono le nostre regole entrino indisturbati nel mercato italiano ed europeo».
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Maurizio Landini (Ansa)
Noi ancora continuiamo a pensare che si rivolga agli operai, agli impiegati, magari ai precari. Ottusamente, non abbiamo capito che questo è passato. La Cgil, gliene va dato atto, ha fatto di tutto per mostrarci che eravamo in errore, ma noi duri: insistevamo con i lavoratori, i residui della borghesia e del proletariato. Invece oggi il sindacato si rivolge a un altro pubblico. Gli intellettuali, l’alta borghesia di sinistra, la classe creativa tanto celebrata dagli ideologi liberal americani dei primi anni Novanta. Quelli radicali nei toni, ultraliberisti nei modi (e per lo più a proprio favore).
L’illuminazione a riguardo ci è arrivata in queste ultime ore. Cioè quando abbiamo appreso che il sindacato ha messo in piedi una grande iniziativa. Oggi, apprendiamo, «è il giorno dello sciopero della cultura proclamato da Fp Cgil e Nidil Cgil», Insomma scioperano i lavoratori della cultura, quelli che tengono in piedi eventi, rassegne, festival e kermesse assortite. Giusto, giustissimo. Sappiamo da anni che l’intero comparto si regge su stipendi ridicoli, totale precarietà, finte partite Iva e patetico clientelismo, spesso alimentato proprio da editori, associazioni e organizzatori che fanno grandi professioni di socialismo e poi non pagano l’ufficio stampa.
Che cosa chiede la Cgil? Forse una redistribuzione del reddito fra autori e editori celebrati e operai dell’editoria? Forse riduzione del compenso degli attori a favore delle maestranze? Macché. Lo sciopero serve «per cambiare le politiche del governo che tagliano i finanziamenti a tutti i settori della cultura, mettendo a rischio la continuità quotidiana del servizio pubblico». E «per chiedere di rivedere le scelte che distraggono le risorse dal finanziamento al settore in favore degli stanziamenti in armi». Insomma, il sindacato vuole più soldi per la cultura, così che il sistema rimanga uguale e i soliti continuino a guadagnare, magari con un bel film sovvenzionato dallo Stato che nessuno andrà a vedere. O con uno spettacolo appaltato ai soliti amici del giro buono, che ringrazieranno firmando il prossimo appello promosso da Pd e Cgil.
A tale riguardo il sindacato ci offre un meraviglioso spunto. Domani, finito lo sciopero, le truppe sinistrorse della Cgil sfileranno a Roma assieme ai patrioti dell’Anpi e dell’Arci contro il corteo organizzato dal comitato Remigrazione contro l’immigrazione di massa. La locandina della manifestazione l’ha disegnata l’amico Zerocalcare. Cioè un signore che, per la serie animata Due spicci realizzata per Netflix, ha beneficiato di contributi pubblici tramite tax credit per la bellezza di 3 milioni di euro. Giova ricordare che attorno alla serie ci sono state anche alcune polemiche partite dalla pagina Instagram dell’Unione Italiana Animatori, dove sono comparse denunce anonime di alcuni professionisti che lamentano di aver dovuto sopportare condizioni di lavoro non proprio favorevolissime. La produzione della serie si è affrettata a mandare smentite e diffide, l’Unione animatori ha tenuto il punto. In ogni caso, quel che conta è l’intervento di Zerocalcare medesimo, che ha dichiarato: «Il dato surreale di tutta questa discussione è che io non sono né un animatore né un produttore. Quindi non ho proprio gli strumenti per fare proposte valide su ‘sta roba». Il fatto, però, è che di «quella roba» lui non è solo autore, ma anche produttore esecutivo. Può darsi sia un incarico formale per fargli avere più controllo creativo o più soldi. Ma scaricare a prescindere le colpe su altri è un po’ troppo facile. Tanto più che la Cgil ha promosso un referendum che chiedeva tra le altre cose di sanzionare gli imprenditori proprio per circostanze simili, cioè per lo sfruttamento operato da altri.
Questo bel quadretto ci ha fatto aprire gli occhi sul sindacato. Zerocalcare è il perfetto esponente della categoria sociale a cui la Cgil si rivolge. Il militante che lavora per il colosso multinazionale e scarica le responsabilità, salvo poi disegnare i manifesti di lotta e boicottare le kermesse dove ci sono «i fascisti». Magari proprio le stesse kermesse in cui lavoratori precari si dannano per vendere i libri degli autori radicali e combattenti. Il target della Cgil sono i produttori a cui si devono dare più soldi pubblici perché continuino a esercitare l’egemonia (economica più che culturale). A questo genere di intellettuali e starlette piace occuparsi di grandi temi come l’immigrazione, perché li fa sentire bravi e umani. E la Cgil li accontenta chiedendo di censurare le manifestazioni sulla remigrazione e sponsorizzando l’accoglienza. Se poi l’immigrazione produce disastri come quello di Amendolara, dove i caporali pakistani hanno bruciato vivi quattro braccianti loro connazionali, è comunque colpa dei perfidi fasci.
Prima di chiedere censure a destra e a manca (soprattutto a destra), la Cgil dovrebbe guardare in casa propria. Pensare agli amici Vip di cui si circonda e ai propri rappresentanti. Ad esempio Mauro Baldi, 66 anni, già segretario provinciale di Rovigo della sezione agricoltura della Cgil ora divenuto segretario provinciale a Sicurezza e Legalità, Ambiente, Artigianato e Immigrazione. Costui è finito a processo per falsa testimonianza nell’ambito di una brutta storia che coinvolge alcuni lavoratori sfruttati, per cui sono stati condannati a due anni e tre mesi per estorsione tre imprenditori.
Come spiega Il Corriere della Sera, «secondo l’accusa, con l’avallo della Cgil, il 19 dicembre 2017 i tre datori di lavoro avevano fatto firmare un accordo stragiudiziale a tre operai paventando loro un licenziamento o che i loro contratti non sarebbero stati rinnovati, se non avessero accettato di incassare 100 euro a testa come saldo e stralcio di ogni pretesa sugli straordinari che avanzavano». Certo, può darsi che - proprio come Zerocalcare - il sindacalista di Rovigo sia innocente. Ma una riflessione sul tema la Cgil potrebbe anche farla, visto quanto ama fare la morale agli altri. Sappiamo però che non si disturberà: dopo tutto si tratta solo di qualche operaio sfruttato, roba che non rientra fra le competenze del sindacato.
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Dal 18 luglio al 15 agosto Asiago ospita la 60ª edizione di Asiagofestival. In programma l'omaggio a Vivaldi, la prima assoluta di Manos Tsangaris ispirata alla leggenda dell'Altar Knotto e un ricordo della fondatrice Fiorella Benetti Brazzale.
Sessant'anni di musica, ricerca e tradizione. Asiagofestival taglia nel 2026 il traguardo della sua sessantesima edizione e si prepara ad animare l'Altopiano con un calendario di appuntamenti che, dal 18 luglio al 15 agosto, porterà ad Asiago alcuni protagonisti della scena musicale internazionale, insieme a nuove produzioni e omaggi alla storia della rassegna.
L'inaugurazione, in via eccezionale al Teatro Millepini il 18 luglio, sarà affidata al concerto Omaggio ad Antonio Vivaldi, realizzato in collaborazione con la Società del Quartetto di Vicenza. Sul palco saliranno la violinista Chouchane Siranossian, il direttore veneto Andrea Marcon e l'Orchestra giovanile Frau Musika.
Tra i momenti più attesi dell'edizione 2026 figurano gli appuntamenti dedicati al compositore ospite Manos Tsangaris, protagonista il 6 e 7 agosto nella Chiesa di San Rocco. In quell'occasione verrà presentata in prima esecuzione assoluta un'opera dedicata alla città di Asiago e ispirata alla leggenda cimbra dell'«Altar Knotto». Tra i due concerti, la mattina del 7 agosto nella sala consiliare del municipio, si terrà anche il tradizionale incontro con il compositore, occasione di confronto diretto con il pubblico.
Il festival renderà inoltre omaggio alla propria fondatrice, Fiorella Benetti Brazzale, figura centrale nella nascita e nello sviluppo della manifestazione. Il 9 agosto il Teatro Millepini ospiterà l'incontro Donne dell'Altopiano, durante il quale la scrittrice e storica Raffaella Calgaro dialogherà con Roberto Brazzale, figlio di Fiorella.
Spazio anche alla musica da camera con il progetto L'Officina cameristica, in programma il 13 e 14 agosto. Protagonisti saranno la violinista norvegese Vilde Frang, Josè Gallardo al pianoforte, Tomoko Akasaka alla viola e Julius Berger al violoncello.
La chiusura della rassegna è prevista per il 15 agosto nel Duomo di San Matteo, dove si esibirà l'organista Alberto Barbetta, vincitore della quarta edizione del Concorso Organistico Internazionale Fiorella Benetti Brazzale – Città di Vicenza.
La sessantesima edizione rappresenta un traguardo significativo per una manifestazione nata negli anni Sessanta grazie all'iniziativa di Fiorella Benetti Brazzale, organista, compositrice e docente originaria di Asiago. Con il sostegno della parrocchia di San Matteo, il festival prese forma con l'obiettivo di promuovere e diffondere la cultura musicale sull'Altopiano, portando negli anni interpreti e formazioni di rilievo nazionale e internazionale.
Dopo la scomparsa di Fiorella Benetti Brazzale nel 1992, l'esperienza di Asiagofestival è proseguita grazie alla costituzione dell'Associazione culturale Amici della Musica di Asiago, intitolata alla fondatrice. Dal 1993 il festival ha continuato a crescere, mantenendo vivo lo spirito originario e rafforzando il dialogo tra tradizione e contemporaneità. Dal 1998 la rassegna invita ogni anno un compositore di fama internazionale, commissionandogli un'opera da eseguire in prima assoluta durante il festival. Una formula che ha contribuito a consolidare l'identità di Asiagofestival come luogo di incontro tra il grande repertorio e la musica del presente.
L'edizione 2026 sarà diretta artisticamente da Josè Gallardo e Hyun-Jung Berger, mentre la direzione organizzativa sarà affidata ad Alberto Brazzale.
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Christine Lagarde (Ansa)
Mentre la Bce continua a muoversi con la sicurezza di chi crede che il freno monetario sia sempre la risposta giusta, fioccano le proteste. Alcune da un coro inatteso come la presidenza di Confindustria. «Credo che in un momento come questo, visto quello che sta succedendo e, visto che comunque le cause non sono interne ma sono esterne, più che un rialzo dei tassi mi aspettavo un ribasso dei tassi», dice Emanuele Orsini, «mentre esce l’iperammortamento per l’Italia e noi invitiamo le imprese a investire, c’è un +0,25% sui tassi. Credo che questo non sia un grande segnale. Noi oggi abbiamo bisogno che le imprese corrano e investano. Abbiamo bisogno di produrre e che incrementino la produttività». Anche i governi alzano la voce. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è tra i più espliciti: «Il rialzo dei tassi non solo è inutile rispetto all’origine del problema (lo choc energetico nato dalla chiusura di Hormuz), ma rischia di aggravare una situazione già fragile». Il punto è semplice: se l’inflazione arriva dall’esterno, alzare il costo del denaro dentro l’Eurozona significa colpire la domanda senza toccare la causa. Si cura il malato con una terapia che agisce sui sintomi e ignora la malattia. Ancora più netto Antonio Tajani, che smonta la logica della stretta: «L’aumento dei tassi non aiuta nessuno». Una bocciatura politica e tecnica.
Così, mentre Roma alza l’asticella del dissenso, da Washington arriva una conferma che pesa come un macigno. Il Fondo monetario internazionale non lascia spazio: se il prezzo dell’energia e l’inflazione restano coerenti con le attuali proiezioni, «potrebbe essere necessario un orientamento di politica monetaria leggermente più restrittivo». Insomma, altri rialzi dei tassi sono non solo possibili, ma coerenti con lo scenario centrale. Il paradosso è evidente: mentre governi e imprese chiedono respiro, le istituzioni internazionali preparano il terreno a un ulteriore irrigidimento.
In particolare, la Bce sembra procedere come se il costo sociale della stretta fosse una variabile secondaria. Lagarde insiste sulla necessità di mantenere la credibilità anti inflazione, come se quella credibilità non avesse un prezzo: credito più caro, investimenti più deboli, famiglie sotto pressione e crescita compressa.
Il tutto in nome di un’inflazione che, per ammissione della stessa Bce, è alimentata in larga parte da fattori energetici e geopolitici, quindi esterni alla domanda interna. Qui sta la frattura politica ed economica più profonda: da un lato una banca centrale che continua a rispondere con la leva dei tassi a uno choc che non nasce dal sistema economico; dall’altro governi che vedono il rischio di una terapia che finisce per diventare parte del problema. Il quadro non aiuta la narrazione ottimista. L’inflazione viene stimata al 3% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, con il ritorno al 2% spostato addirittura al 2028. Una traiettoria che somiglia a una lunga sospensione della normalità.
Nel frattempo, la crescita resta debole, quasi trattenuta. E qui la critica si fa più politica: perché una banca centrale che continua a privilegiare la stretta in un contesto di choc esterni finisce per assumere, di fatto, il rischio di raffreddare l’economia oltre il necessario.
Il risultato è un’Europa che procede con il freno tirato, mentre il Fmi avverte che il percorso potrebbe richiedere ancora ulteriori strette. Qui il cerchio si chiude: la Bce stringe per combattere l’inflazione, il Fmi annuncia la possibilità di stringere ancora, governi e industriali denunciano gli effetti collaterali. Nel mezzo un’economia reale che paga il conto più alto: quello di una politica monetaria che, nel tentativo di non arrivare in ritardo sull’inflazione, rischia di arrivare in anticipo sulla recessione.
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