True
2024-11-08
Il piano di Trump per finire la guerra
Viktor Orban e Volodymyr Zelensky (Ansa)
Ora che Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti il mondo si chiede quali saranno le linee guida che caratterizzeranno la sua azione politica in politica estera. Qui Trump ha più volte detto che il confronto che lo interessa è quello con la Cina e non quello con la Russia. In tal senso il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha affermato: «Sappiamo che, se siamo deboli nei confronti dei regimi autoritari, allora mettiamo a rischio l’ordine internazionale e mandiamo un segnale di vulnerabilità, molto pericoloso. Gli Usa sanno che è nel loro interesse mostrare fermezza, quando trattiamo con regimi autoritari. Se gli Usa sono deboli nei confronti della Russia, che cosa significa questo per la Cina?». Poi ha provato a recuperare su X: «Mi sono nuovamente congratulato con il presidente americano eletto Donald Trump in una conversazione telefonica. L’Ue e gli Usa condividono valori e interessi comuni. Siamo pronti ad approfondire le relazioni Ue-Usa in tutti i campi. Ho evidenziato le priorità dell’Ue in materia di economia e situazione geopolitica, in particolare Ucraina e Medio Oriente. Continueremo a rendere l’Europa più forte e a investire di più nella nostra difesa e sicurezza». A proposito della Cina, un portavoce del ministero del Commercio, in risposta a una domanda su possibili nuovi dazi e restrizioni tecnologiche Usa contro Pechino, ha detto che «la Cina è disposta a rafforzare la comunicazione con gli Usa, ad espandere la cooperazione e a risolvere le differenze sulla base dei principi di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti». Durante la campagna elettorale Trump ha più volte accusato l’amministrazione Biden di non essere stata in grado di trovare una soluzione politica alla guerra in Ucraina e lo ha stesso ha fatto con la guerra in corso dell’Iran -e i suoi proxy- contro Israele. Ma come farà? Secondo il Wall Street Journal i consiglieri di Trump suggeriscono di congelare il conflitto in corso tra Russia e Ucraina, stabilendo l’occupazione russa di circa il 20% del territorio ucraino e chiedendo a Kiev una sospensione dell’adesione alla Nato, pur garantendo gli aiuti. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, citato dall’agenzia Tass ha detto che «la Russia è pronta ad ascoltare con attenzione eventuali idee sensate da parte dell’Ue su come mettere fine al conflitto in Ucraina. Ma finora sono arrivate solo frasi magiche sulla esclusività della “formula Zelensky”, che porta ad un vicolo cieco». Il passaggio sull’Ue è molto sibillino: se gli Usa dovessero sfilarsi a fronte di un no ucraino alle proposte di Trump, l’Unione europea si troverebbe da sola nel sostegno all’Ucraina. Zelensky nel suo discorso al vertice della Comunità politica europea a Budapest, come riporta Rbc Ukraine, ha affermato: «Ieri ho parlato con il presidente Trump, come molti di voi. È stata una conversazione positiva e produttiva ma nessuno può ancora sapere quali saranno le sue azioni concrete. Ma speriamo che l’America diventi più forte. Questo è il tipo di America di cui l’Europa ha bisogno. E l’America ha bisogno di un’Europa forte». Zelensky ha anche detto che «sarebbe totalmente sbagliato mettere in campo un cessate il fuoco e poi vedere cosa fare». A chi gli chiedeva se, come detto da Viktor Orbán, in Europa ci siano più Paesi a favore di una pace dopo le elezioni americane, il leader ucraino ha replicato con un secco «no». Intanto, ci sono stati nuovi problemi tra Varsavia e Kiev con il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamys che si oppone al trasferimento degli aerei da combattimento MiG-29 in Ucraina, che pattugliano i cieli polacchi: «Il limite dell’assistenza è la propria sicurezza», ha affermato.
Complesso anche lo scenario in Medio Oriente ma attenzione alle parole del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che ha parlato telefonicamente con Donald Trump per congratularsi per la vittoria elettorale. Mbs ha dichiarato: «Non vediamo l’ora di approfondire i legami storici e strategici con gli Stati Uniti sotto la guida di Trump». Chiaro il riferimento ai Patti di Abramo che verranno allargati al riconoscimento reciproco di Israele e Arabia Saudita in cambio della nascita di uno Stato palestinese o perlomeno di un qualcosa che si possa trasformare in uno Stato in tempi ragionevoli. Possibile che Trump chieda a Netanyahu di chiudere definitivamente la partita a Gaza e di fermare l’offensiva in Libano. Ma anche qui non ci sono certezze dato che gli attori sono diversi e di mezzo c’è l’Iran nemico giurato di The Donald. A questo proposito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha minimizzato l’importanza dell’elezione di Trump, affermando all’agenzia Irna che non avrà alcun impatto sulla politica della Repubblica islamica: «Per noi non fa alcuna differenza chi ha vinto le elezioni negli Stati Uniti. L’Iran ha dato priorità allo sviluppo delle relazioni con i Paesi islamici e con quelli limitrofi». In realtà si tratta di una frase per nascondere il panico che da martedì notte imperversa a Teheran.
L’agenda per cambiare l’America. Confini chiusi, meno green e tasse
Energia, difesa dei confini, tasse: l’agenda di Donald Trump (ri)parte da qui, come hanno annunciato i suoi consiglieri, chiarendo che le priorità del presidente in pectore riguardano il rafforzamento delle frontiere, il contenimento delle politiche green sull’elettrico a favore dell’espansione delle trivellazioni petrolifere e altre misure per promuovere l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. La squadra di Trump ci sta lavorando da mesi, ma il processo del passaggio dei poteri potrebbe non seguire il tracciato istituzionale: la transizione è minata dalla diffidenza di Trump nei confronti dell’amministrazione uscente, quel deep State che l’ex presidente intende smantellare. Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera Usa, ha annunciato che «nei primi 100 giorni dall’insediamento», che avrà luogo il 20 gennaio 2025, i repubblicani promuoveranno un’agenda «audace e conservatrice».
Si parte dall’energia: l’intenzione del presidente eletto è di eliminare i vantaggi promossi da Joe Biden a favore dei veicoli elettrici e smantellare le normative relative all’Esg negli Stati Uniti. Le politiche della nuova amministrazione favoriranno l’esplorazione e la produzione energetica. Com’era prevedibile, la posizione di Trump sui combustibili fossili ha allarmato i sostenitori del clima, tra cui quel Trevor Neilson, legato a doppio filo con Bill Gates, che ha investito sui carburanti sostenibili e coordina il Climate Emergency Fund, finanziatore dei maggiori movimenti ambientalisti radicali mondiali. Anche Biden sta cercando di rallentare i piani di Trump sul gas naturale liquido (gnl) promuovendo uno studio che potrebbe complicare i progetti del presidente.
Come promesso in campagna, Trump prevede di chiudere il confine tra Stati Uniti e Messico, lungo oltre 3.000 chilometri, già dal primo giorno. Per quanto riguarda le tasse, invece, Trump sarebbe orientato a mantenere le promesse fatte ai suoi elettori: non tassare mance e straordinari, ripristino di detrazioni alle tasse statali o locali e non tassare le prestazioni di sicurezza sociale.
Resta soltanto da capire chi lo aiuterà a ribaltare l’America woke. Al netto delle promesse di pacificazione scandite durante la notte elettorale, la preoccupazione sul deep state è tutt’altro che sospesa: Trump ha già annunciato che intende procedere a un repulisti dei «burocrati canaglia» che lo hanno ostacolato nel corso del suo primo mandato, definiti «persone corrotte e disoneste». Il presidente eletto potrebbe emettere un ordine esecutivo per ripristinare l’autorità di licenziare i funzionari ostili attraverso un sistema, noto come allegato F (Schedule F): 20.000 «lealisti» sarebbero già pronti a sostituire l’attuale guardia filo-democratica. Le nomine che spettano al presidente, tuttavia, sono circa 4.000, i dipendenti federali oltre 2 milioni.
Nel frattempo, il team di Trump ha iniziato a discutere sui potenziali membri del futuro governo. Il senatore Marc Rubio sarebbe destinato a Foggy Bottom, la sede del Dipartimento di Stato (l’equivalente del ministero degli Esteri). Gli altri possibili candidati sono l’ex direttore dell’intelligence nazionale Rick Grenell e il senatore Bill Hagerty. Alla Difesa potrebbe andare il senatore repubblicano Tom Cotton, al Tesoro l’investitore miliardario John Paulson, ma si fa anche il nome dell’attuale consulente economico di Trump, Scott Bessent, ex uomo di George Soros. Kash Patel, ex funzionario della sicurezza nazionale di Trump, potrebbe essere destinato a dirigere la Cia ma per l’agenzia di intelligence civile si fa anche il nome di Elise Stefanik, presidente della Conferenza dei Gop alla Camera, già candidata al ruolo di ambasciatrice Usa presso l’Onu. Come frontrunner per lo Stato maggiore della Difesa si parla della fedele Susie Wiles, mentre il governatore del Nord Dakota Doug Burgum, che ha lisciato la designazione a vicepresidente, potrebbe diventare segretario agli Interni. Infine, a rappresentare l’amministrazione alla Casa Bianca nel ruolo di responsabile stampa è data per probabile Karoline Leavitt.
Continua a leggereRiduci
Gli analisti al seguito del tycoon suggeriscono di congelare il conflitto, blindando le posizioni russe sul 20% del territorio ucraino. Per Kiev aiuti, ma niente Nato. Pronto il rilancio dei Patti di Abramo con i sauditi mentre Pechino per il momento resta guardinga.Pronto anche un giro di vite fra i funzionari per smontare le insidie del deep State.Lo speciale contiene due articoliOra che Donald Trump è il quarantasettesimo presidente degli Stati Uniti il mondo si chiede quali saranno le linee guida che caratterizzeranno la sua azione politica in politica estera. Qui Trump ha più volte detto che il confronto che lo interessa è quello con la Cina e non quello con la Russia. In tal senso il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha affermato: «Sappiamo che, se siamo deboli nei confronti dei regimi autoritari, allora mettiamo a rischio l’ordine internazionale e mandiamo un segnale di vulnerabilità, molto pericoloso. Gli Usa sanno che è nel loro interesse mostrare fermezza, quando trattiamo con regimi autoritari. Se gli Usa sono deboli nei confronti della Russia, che cosa significa questo per la Cina?». Poi ha provato a recuperare su X: «Mi sono nuovamente congratulato con il presidente americano eletto Donald Trump in una conversazione telefonica. L’Ue e gli Usa condividono valori e interessi comuni. Siamo pronti ad approfondire le relazioni Ue-Usa in tutti i campi. Ho evidenziato le priorità dell’Ue in materia di economia e situazione geopolitica, in particolare Ucraina e Medio Oriente. Continueremo a rendere l’Europa più forte e a investire di più nella nostra difesa e sicurezza». A proposito della Cina, un portavoce del ministero del Commercio, in risposta a una domanda su possibili nuovi dazi e restrizioni tecnologiche Usa contro Pechino, ha detto che «la Cina è disposta a rafforzare la comunicazione con gli Usa, ad espandere la cooperazione e a risolvere le differenze sulla base dei principi di rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione vantaggiosa per tutti». Durante la campagna elettorale Trump ha più volte accusato l’amministrazione Biden di non essere stata in grado di trovare una soluzione politica alla guerra in Ucraina e lo ha stesso ha fatto con la guerra in corso dell’Iran -e i suoi proxy- contro Israele. Ma come farà? Secondo il Wall Street Journal i consiglieri di Trump suggeriscono di congelare il conflitto in corso tra Russia e Ucraina, stabilendo l’occupazione russa di circa il 20% del territorio ucraino e chiedendo a Kiev una sospensione dell’adesione alla Nato, pur garantendo gli aiuti. Il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, citato dall’agenzia Tass ha detto che «la Russia è pronta ad ascoltare con attenzione eventuali idee sensate da parte dell’Ue su come mettere fine al conflitto in Ucraina. Ma finora sono arrivate solo frasi magiche sulla esclusività della “formula Zelensky”, che porta ad un vicolo cieco». Il passaggio sull’Ue è molto sibillino: se gli Usa dovessero sfilarsi a fronte di un no ucraino alle proposte di Trump, l’Unione europea si troverebbe da sola nel sostegno all’Ucraina. Zelensky nel suo discorso al vertice della Comunità politica europea a Budapest, come riporta Rbc Ukraine, ha affermato: «Ieri ho parlato con il presidente Trump, come molti di voi. È stata una conversazione positiva e produttiva ma nessuno può ancora sapere quali saranno le sue azioni concrete. Ma speriamo che l’America diventi più forte. Questo è il tipo di America di cui l’Europa ha bisogno. E l’America ha bisogno di un’Europa forte». Zelensky ha anche detto che «sarebbe totalmente sbagliato mettere in campo un cessate il fuoco e poi vedere cosa fare». A chi gli chiedeva se, come detto da Viktor Orbán, in Europa ci siano più Paesi a favore di una pace dopo le elezioni americane, il leader ucraino ha replicato con un secco «no». Intanto, ci sono stati nuovi problemi tra Varsavia e Kiev con il ministro della Difesa polacco Wladyslaw Kosiniak-Kamys che si oppone al trasferimento degli aerei da combattimento MiG-29 in Ucraina, che pattugliano i cieli polacchi: «Il limite dell’assistenza è la propria sicurezza», ha affermato. Complesso anche lo scenario in Medio Oriente ma attenzione alle parole del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, che ha parlato telefonicamente con Donald Trump per congratularsi per la vittoria elettorale. Mbs ha dichiarato: «Non vediamo l’ora di approfondire i legami storici e strategici con gli Stati Uniti sotto la guida di Trump». Chiaro il riferimento ai Patti di Abramo che verranno allargati al riconoscimento reciproco di Israele e Arabia Saudita in cambio della nascita di uno Stato palestinese o perlomeno di un qualcosa che si possa trasformare in uno Stato in tempi ragionevoli. Possibile che Trump chieda a Netanyahu di chiudere definitivamente la partita a Gaza e di fermare l’offensiva in Libano. Ma anche qui non ci sono certezze dato che gli attori sono diversi e di mezzo c’è l’Iran nemico giurato di The Donald. A questo proposito il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha minimizzato l’importanza dell’elezione di Trump, affermando all’agenzia Irna che non avrà alcun impatto sulla politica della Repubblica islamica: «Per noi non fa alcuna differenza chi ha vinto le elezioni negli Stati Uniti. L’Iran ha dato priorità allo sviluppo delle relazioni con i Paesi islamici e con quelli limitrofi». In realtà si tratta di una frase per nascondere il panico che da martedì notte imperversa a Teheran.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-piano-di-trump-per-finire-la-guerra-2669632451.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lagenda-per-cambiare-lamerica-confini-chiusi-meno-green-e-tasse" data-post-id="2669632451" data-published-at="1731008820" data-use-pagination="False"> L’agenda per cambiare l’America. Confini chiusi, meno green e tasse Energia, difesa dei confini, tasse: l’agenda di Donald Trump (ri)parte da qui, come hanno annunciato i suoi consiglieri, chiarendo che le priorità del presidente in pectore riguardano il rafforzamento delle frontiere, il contenimento delle politiche green sull’elettrico a favore dell’espansione delle trivellazioni petrolifere e altre misure per promuovere l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. La squadra di Trump ci sta lavorando da mesi, ma il processo del passaggio dei poteri potrebbe non seguire il tracciato istituzionale: la transizione è minata dalla diffidenza di Trump nei confronti dell’amministrazione uscente, quel deep State che l’ex presidente intende smantellare. Steve Scalise, capogruppo dei repubblicani alla Camera Usa, ha annunciato che «nei primi 100 giorni dall’insediamento», che avrà luogo il 20 gennaio 2025, i repubblicani promuoveranno un’agenda «audace e conservatrice». Si parte dall’energia: l’intenzione del presidente eletto è di eliminare i vantaggi promossi da Joe Biden a favore dei veicoli elettrici e smantellare le normative relative all’Esg negli Stati Uniti. Le politiche della nuova amministrazione favoriranno l’esplorazione e la produzione energetica. Com’era prevedibile, la posizione di Trump sui combustibili fossili ha allarmato i sostenitori del clima, tra cui quel Trevor Neilson, legato a doppio filo con Bill Gates, che ha investito sui carburanti sostenibili e coordina il Climate Emergency Fund, finanziatore dei maggiori movimenti ambientalisti radicali mondiali. Anche Biden sta cercando di rallentare i piani di Trump sul gas naturale liquido (gnl) promuovendo uno studio che potrebbe complicare i progetti del presidente. Come promesso in campagna, Trump prevede di chiudere il confine tra Stati Uniti e Messico, lungo oltre 3.000 chilometri, già dal primo giorno. Per quanto riguarda le tasse, invece, Trump sarebbe orientato a mantenere le promesse fatte ai suoi elettori: non tassare mance e straordinari, ripristino di detrazioni alle tasse statali o locali e non tassare le prestazioni di sicurezza sociale. Resta soltanto da capire chi lo aiuterà a ribaltare l’America woke. Al netto delle promesse di pacificazione scandite durante la notte elettorale, la preoccupazione sul deep state è tutt’altro che sospesa: Trump ha già annunciato che intende procedere a un repulisti dei «burocrati canaglia» che lo hanno ostacolato nel corso del suo primo mandato, definiti «persone corrotte e disoneste». Il presidente eletto potrebbe emettere un ordine esecutivo per ripristinare l’autorità di licenziare i funzionari ostili attraverso un sistema, noto come allegato F (Schedule F): 20.000 «lealisti» sarebbero già pronti a sostituire l’attuale guardia filo-democratica. Le nomine che spettano al presidente, tuttavia, sono circa 4.000, i dipendenti federali oltre 2 milioni. Nel frattempo, il team di Trump ha iniziato a discutere sui potenziali membri del futuro governo. Il senatore Marc Rubio sarebbe destinato a Foggy Bottom, la sede del Dipartimento di Stato (l’equivalente del ministero degli Esteri). Gli altri possibili candidati sono l’ex direttore dell’intelligence nazionale Rick Grenell e il senatore Bill Hagerty. Alla Difesa potrebbe andare il senatore repubblicano Tom Cotton, al Tesoro l’investitore miliardario John Paulson, ma si fa anche il nome dell’attuale consulente economico di Trump, Scott Bessent, ex uomo di George Soros. Kash Patel, ex funzionario della sicurezza nazionale di Trump, potrebbe essere destinato a dirigere la Cia ma per l’agenzia di intelligence civile si fa anche il nome di Elise Stefanik, presidente della Conferenza dei Gop alla Camera, già candidata al ruolo di ambasciatrice Usa presso l’Onu. Come frontrunner per lo Stato maggiore della Difesa si parla della fedele Susie Wiles, mentre il governatore del Nord Dakota Doug Burgum, che ha lisciato la designazione a vicepresidente, potrebbe diventare segretario agli Interni. Infine, a rappresentare l’amministrazione alla Casa Bianca nel ruolo di responsabile stampa è data per probabile Karoline Leavitt.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
Continua a leggereRiduci
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
Continua a leggereRiduci