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2025-04-11
Il Pd: guai se la Meloni ottiene vantaggi per l’Italia da Trump
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Il giorno dell’incontro si avvicina. Giovedì prossimo Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca. Va dato atto che ci vuole un certo coraggio visto le ultime sparate di Donald Trump. Siamo però convinti che sia la mossa giusta. Non perché l’ha detto Carlo Calenda, unico delle opposizioni a non strumentalizzare la postura internazionale del premier, ma perché la trattativa è l’unica strada possibile con un levantino come il tycoon.
La scelta, come abbiamo già scritto, ha dato fastidio alla Francia. La quale ha fatto un passo indietro solo perché non ha titolo di intromettersi e perché affida al proprio soft power ben infiltrato lungo la Penisola il compito di intralciare le mosse del governo. Ma anche il Quirinale, nelle ultime ore, ha dato un messaggio molto importante. Si tratta della visita di Carlo d’Inghilterra a Roma. Con la scusa di festeggiare i 20 anni di matrimonio con Camilla ha fatto ciò che gli inglesi sono bravissimi a fare. Ha ricordato la storia di amicizia, la democrazia che ci lega (parlando in Aula) e si è limitato a omettere tutti gli interessi discordanti che abbiamo nei Balcani (basti pensare a quanto fa l’intelligence Uk in Kosovo) e che abbiamo avuto in Egitto (ricordiamo la vicenda Giulio Regeni). Ma adesso re Carlo III piace alla gente che piace e rappresenta l’alternativa a Trump.
Nulla da dire dal punto di vista della postura, ma se ciò diventa di nuovo un messaggio al governo per far sapere che non dovrebbe andare a trattare, allora c’è da dissentire. Primo. Il fatto che ieri Trump abbia ricordato di voler trattare dal punto di vista dei dazi la ue come un blocco unico, non significa che sul piatto della bilancia non vadano posti altre temi per aprire spiragli. Secondo, entrando nel merito di chi frena Meloni, la Francia, come abbiamo visto più volte nelle ultime settimane, punta chiaramente a rafforzare il proprio asse con Berlino e godere dei fondi comuni per il riarmo. L’ultimo esempio? La richiesta fatta l’altro ieri in sede di Consiglio di ulteriori fondi per il progetto dei satelliti Ue. Inutile dire che quei fondi andranno a un consorzio a trazione parigina in aggiunta a una ulteriore tranche da destinare a Eutelsat. Si capisce ancor meglio tutto il pressing contro il governo per non avviare il contratto con Starlink. Il timore della Francia e, a questo punto, anche dell’Inghilterra è che la Meloni, nel suo bilaterale, possa affrontare esattamente questi temi e avviare un dialogo per investimenti reciproci. Non sappiamo quali siano i faldoni nella valigetta del premier. A quanto risulta alla Verità, gli Stati Uniti hanno un particolare interesse per Fincantieri. Vorrebbero ragionare su una estensione delle attività Usa o nuove partnership. Certo, chiederanno impegno finanziario e potenziamento delle attività in loco che per Trump significano posti di lavoro. In cambio Meloni potrebbe chiedere maggiori investimenti delle Big Tech a partire da Aws, la società di Amazon che si occupa di cloud. Significherebbero più posti di lavoro per l’Italia.
Certo, sarà esimente il ruolo di Roma per fare blocco contro chi vuole inasprire (Parigi e Madrid) le barriere di ingresso alle società digitali. Un problema che viene visto solo sul versante Usa ma che affligge anche gli altri colossi. Non ci sono solo Dsa e Dma ma anche le complicazioni fiscali. Pensate alla notizia dell’altro ieri che riguarda Ion di Andrea Pignataro. L’accusa è di aver evaso mezzo miliardo 10 anni fa, cifra ora lievitata a 1,2 miliardi per gli interessi. La Gdf indaga, giustamente. Ma le norme vanno riviste e devono essere chiare per tutto il Continente e per tutte le società. Ciò per dire che è su questo che si dovrà fare leva se si vuole portare avanti in qualche modo la proposta zero dazi da entrambe i lati. Sappiamo bene che il calcolo fatto da Trump il giorno della conferenza stampa nel giardino delle rose somma mele e pere. Da un lato dazi veri e propri e dall’altro burocrazia, multe, tasse, vincoli. Difficile da quantificare in percentuale ma certamente fardelli a carico di imprese e consumatori. Lo zero dazi da entrambe i lati non si può fare se non si semplifica la burocrazia Ue. E, su questo, i socialisti sembrano non sentire ragioni. Insistono con il Green deal fino a estenderlo all’acciaio e all’alluminio con il Cbam. Questo è il ghiaccio sottile su cui si muoverà la Meloni anche se dalla sua potrebbero esserci altre carte. La mossa di Trump, compresa la retro innescata con la moratoria di 90 giorni, è sicuramente dettata dal timore del debito pubblico e dell’impennata del costo degli interessi, ma non cancella l’obiettivo principale. Puntare alla Cina e cercare di isolarla dal resto dell’Occidente. Questo è l’altro ghiaccio sottile su cui Meloni può trovarsi a pattinare. Certamente la Germania non vuole raffreddare ulteriormente i rapporti con Pechino ma a noi, in questo momento, può fare comodo. Uno dei temi sul tavolo il prossimo 17 aprile, a quanto risulta, sarebbe il rilancio dei progetti concordati lo scorso settembre con Larry Fink, ad di Blackrock. Tra questi, il loro ingresso nei porti italiani. Sarebbe la fine definitiva delle mire cinesi a partire da Taranto. Non sono dettagli ma un posizionamento internazionale di lungo termine. A Taranto si fa il futuro dell’eolico, della sovranità energetica che può finire in mano cinese e degli equilibri dei traffici mediterranei. Se le concessioni ora in mano ai turchi finissero a Pechino, sarebbe un segnale pessimo nelle relazioni Italia-Usa.
Il Pd tifa sempre contro. Non vuole che Giorgia porti a casa dei risultati
Non gli resta che sdraiarsi davanti al gate a Fiumicino il Giovedì santo. Bisogna impedire che fra una settimana Giorgia Meloni vada a Washington a incontrare Donald Trump per difendere le aziende italiane. Ed è immaginabile che l’opposizione si mobiliti nell’unico modo che le riesce: una bella manifestazione democratica, un sit-in stile Ultima generazione per non far partire l’aereo. Dalle parti del Nazareno l’allarme è totale. Scende in campo l’economista keynesiana Elly Schlein in prima persona: «Non è altro che una manovra di facciata, andare alla Casa Bianca con il cappello in mano non ha senso. L’incertezza sui dazi di Trump causa danno alle imprese, il governo ci dica cosa vuol fare».
Per la verità, la strategia dell’esecutivo è chiara: utilizzare il vantaggio competitivo di una legittima consonanza politica per cucire una strategia favorevole al made in Italy in tutte le sue forme. Ma al Pd questo non va bene, meglio la rissa che avrebbe come risultato il fallimento. La segretaria non si dà pace perché «serve che l’Europa si muova in sintonia». Ciò che va bene per Bruxelles deve andare bene per l’Italia; è il sentimento profondo, autenticamente anti-italiano, che affiora ancora una volta fra i dem, pronti per interessi di bottega (vedi sondaggi elettorali) a voltare le spalle all’economia nazionale.
Tre mesi di dilazione saranno utili per muovere la diplomazia con forza ed è questo l’obiettivo del viaggio a Washington di Meloni. Ma al Nazareno viene visto come fumo negli occhi. Non sapendo a cosa aggrapparsi, Schlein chiede una svolta surreale: «Palazzo Chigi ha parlato solo con gli imprenditori, noi vogliamo che vengano coinvolti anche i sindacati». Con quale ruolo è impossibile sapere, forse perché in una manifestazione di piazza sventolerebbero bandiere più rosse degli altri. Sembra incredibile, ma questo accade. Lo conferma implicitamente uno dei colonnelli, Andrea Orlando: «Il governo è timido e reticente, al contrario dell’Unione europea che ha fatto ciò che si doveva fare». Vale a dire inscenare il solito muro contro muro di derivazione macroniana che sta diventando una Waterloo per tutti.
Le gastriti galoppano, questo viaggio non s’ha da fare. Per il Pd un successo sarebbe letale, quindi avanti tutta con la critica che diventa scherno. Dopo essersi infilati l’elmetto sul riarmo voluto da Ursula Von der Leyen, al Nazareno se lo incollano alle fronti «poco ammobiliate di pensiero» (copyright di Indro Montanelli) anche sulla guerra commerciale. A dare manforte arriva anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri: «Ogni Paese ha diritto di intrattenere rapporti bilaterali ma forza dell’Italia è l’Europa e solo la Ue unita può influenzare le scelte americane». Ubaldo Pagano, capogruppo in commissione Bilancio, s’inventa una realtà marziana: «Meloni è isolata, servono soldi veri per le imprese». Ha nostalgia degli helicopter money a prestito anche perché la strategia del cappello in mano, che ha caratterizzato gli ultimi quattro governi di sinistra, è l’unica che ha mandato a memoria dopo le tabelline del nove.
Prendere le parti dell’industria e del commercio del Paese è considerato un insulto dalla sinistra compatta. In attesa di una sfuriata di Romano Prodi contro qualche cronista, alle giaculatorie si aggiunge il Movimento 5 stelle con il noto imprenditore Riccardo Ricciardi (gestiva un chiringuito a Massa Carrara): «Invece di ripetere “non preoccupatevi” con sussiego sovranista, il premier venga in Aula a spiegare prima della visita negli Stati Uniti». Il post leninista Marco Grimaldi (Avs) supera tutti in eleganza e chiede al ministro Adolfo Urso: «Si tolga il cappellino di Trump, che ha detto che Meloni va lì a baciargli il c…».
Il nervosismo dilaga e non poteva non contagiare Matteo Renzi, colui che più di tutti ha mangiato cappelli come Rockerduck nella sua carriera politica in ginocchio da Bruxelles. Con un post su X accusa Meloni «di condurre una narrazione forviante, utile solo a raccogliere like». Ancora furente per la legge che gli impedisce di arricchirsi in conferenze da Lawrence d’Arabia, sarebbe pronto a sdraiarsi per primo a Fiumicino.
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Sul tavolo del delicatissimo incontro non solo dazi, ma anche possibili investimenti reciproci che potrebbero favorire le nostre aziende. Ma ai dem questo non sta bene: «Il premier resti a casa, tratti soltanto Bruxelles». Il presidente americano spiazza ancora tutti: «La Ue è un blocco unico».Lo speciale contiene due articoliIl giorno dell’incontro si avvicina. Giovedì prossimo Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca. Va dato atto che ci vuole un certo coraggio visto le ultime sparate di Donald Trump. Siamo però convinti che sia la mossa giusta. Non perché l’ha detto Carlo Calenda, unico delle opposizioni a non strumentalizzare la postura internazionale del premier, ma perché la trattativa è l’unica strada possibile con un levantino come il tycoon.La scelta, come abbiamo già scritto, ha dato fastidio alla Francia. La quale ha fatto un passo indietro solo perché non ha titolo di intromettersi e perché affida al proprio soft power ben infiltrato lungo la Penisola il compito di intralciare le mosse del governo. Ma anche il Quirinale, nelle ultime ore, ha dato un messaggio molto importante. Si tratta della visita di Carlo d’Inghilterra a Roma. Con la scusa di festeggiare i 20 anni di matrimonio con Camilla ha fatto ciò che gli inglesi sono bravissimi a fare. Ha ricordato la storia di amicizia, la democrazia che ci lega (parlando in Aula) e si è limitato a omettere tutti gli interessi discordanti che abbiamo nei Balcani (basti pensare a quanto fa l’intelligence Uk in Kosovo) e che abbiamo avuto in Egitto (ricordiamo la vicenda Giulio Regeni). Ma adesso re Carlo III piace alla gente che piace e rappresenta l’alternativa a Trump.Nulla da dire dal punto di vista della postura, ma se ciò diventa di nuovo un messaggio al governo per far sapere che non dovrebbe andare a trattare, allora c’è da dissentire. Primo. Il fatto che ieri Trump abbia ricordato di voler trattare dal punto di vista dei dazi la ue come un blocco unico, non significa che sul piatto della bilancia non vadano posti altre temi per aprire spiragli. Secondo, entrando nel merito di chi frena Meloni, la Francia, come abbiamo visto più volte nelle ultime settimane, punta chiaramente a rafforzare il proprio asse con Berlino e godere dei fondi comuni per il riarmo. L’ultimo esempio? La richiesta fatta l’altro ieri in sede di Consiglio di ulteriori fondi per il progetto dei satelliti Ue. Inutile dire che quei fondi andranno a un consorzio a trazione parigina in aggiunta a una ulteriore tranche da destinare a Eutelsat. Si capisce ancor meglio tutto il pressing contro il governo per non avviare il contratto con Starlink. Il timore della Francia e, a questo punto, anche dell’Inghilterra è che la Meloni, nel suo bilaterale, possa affrontare esattamente questi temi e avviare un dialogo per investimenti reciproci. Non sappiamo quali siano i faldoni nella valigetta del premier. A quanto risulta alla Verità, gli Stati Uniti hanno un particolare interesse per Fincantieri. Vorrebbero ragionare su una estensione delle attività Usa o nuove partnership. Certo, chiederanno impegno finanziario e potenziamento delle attività in loco che per Trump significano posti di lavoro. In cambio Meloni potrebbe chiedere maggiori investimenti delle Big Tech a partire da Aws, la società di Amazon che si occupa di cloud. Significherebbero più posti di lavoro per l’Italia.Certo, sarà esimente il ruolo di Roma per fare blocco contro chi vuole inasprire (Parigi e Madrid) le barriere di ingresso alle società digitali. Un problema che viene visto solo sul versante Usa ma che affligge anche gli altri colossi. Non ci sono solo Dsa e Dma ma anche le complicazioni fiscali. Pensate alla notizia dell’altro ieri che riguarda Ion di Andrea Pignataro. L’accusa è di aver evaso mezzo miliardo 10 anni fa, cifra ora lievitata a 1,2 miliardi per gli interessi. La Gdf indaga, giustamente. Ma le norme vanno riviste e devono essere chiare per tutto il Continente e per tutte le società. Ciò per dire che è su questo che si dovrà fare leva se si vuole portare avanti in qualche modo la proposta zero dazi da entrambe i lati. Sappiamo bene che il calcolo fatto da Trump il giorno della conferenza stampa nel giardino delle rose somma mele e pere. Da un lato dazi veri e propri e dall’altro burocrazia, multe, tasse, vincoli. Difficile da quantificare in percentuale ma certamente fardelli a carico di imprese e consumatori. Lo zero dazi da entrambe i lati non si può fare se non si semplifica la burocrazia Ue. E, su questo, i socialisti sembrano non sentire ragioni. Insistono con il Green deal fino a estenderlo all’acciaio e all’alluminio con il Cbam. Questo è il ghiaccio sottile su cui si muoverà la Meloni anche se dalla sua potrebbero esserci altre carte. La mossa di Trump, compresa la retro innescata con la moratoria di 90 giorni, è sicuramente dettata dal timore del debito pubblico e dell’impennata del costo degli interessi, ma non cancella l’obiettivo principale. Puntare alla Cina e cercare di isolarla dal resto dell’Occidente. Questo è l’altro ghiaccio sottile su cui Meloni può trovarsi a pattinare. Certamente la Germania non vuole raffreddare ulteriormente i rapporti con Pechino ma a noi, in questo momento, può fare comodo. Uno dei temi sul tavolo il prossimo 17 aprile, a quanto risulta, sarebbe il rilancio dei progetti concordati lo scorso settembre con Larry Fink, ad di Blackrock. Tra questi, il loro ingresso nei porti italiani. Sarebbe la fine definitiva delle mire cinesi a partire da Taranto. Non sono dettagli ma un posizionamento internazionale di lungo termine. A Taranto si fa il futuro dell’eolico, della sovranità energetica che può finire in mano cinese e degli equilibri dei traffici mediterranei. Se le concessioni ora in mano ai turchi finissero a Pechino, sarebbe un segnale pessimo nelle relazioni Italia-Usa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-guai-se-la-meloni-ottiene-vantaggi-per-litalia-da-tump-2671742937.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-tifa-sempre-contro-non-vuole-che-giorgia-porti-a-casa-dei-risultati" data-post-id="2671742937" data-published-at="1744315682" data-use-pagination="False"> Il Pd tifa sempre contro. Non vuole che Giorgia porti a casa dei risultati Non gli resta che sdraiarsi davanti al gate a Fiumicino il Giovedì santo. Bisogna impedire che fra una settimana Giorgia Meloni vada a Washington a incontrare Donald Trump per difendere le aziende italiane. Ed è immaginabile che l’opposizione si mobiliti nell’unico modo che le riesce: una bella manifestazione democratica, un sit-in stile Ultima generazione per non far partire l’aereo. Dalle parti del Nazareno l’allarme è totale. Scende in campo l’economista keynesiana Elly Schlein in prima persona: «Non è altro che una manovra di facciata, andare alla Casa Bianca con il cappello in mano non ha senso. L’incertezza sui dazi di Trump causa danno alle imprese, il governo ci dica cosa vuol fare». Per la verità, la strategia dell’esecutivo è chiara: utilizzare il vantaggio competitivo di una legittima consonanza politica per cucire una strategia favorevole al made in Italy in tutte le sue forme. Ma al Pd questo non va bene, meglio la rissa che avrebbe come risultato il fallimento. La segretaria non si dà pace perché «serve che l’Europa si muova in sintonia». Ciò che va bene per Bruxelles deve andare bene per l’Italia; è il sentimento profondo, autenticamente anti-italiano, che affiora ancora una volta fra i dem, pronti per interessi di bottega (vedi sondaggi elettorali) a voltare le spalle all’economia nazionale. Tre mesi di dilazione saranno utili per muovere la diplomazia con forza ed è questo l’obiettivo del viaggio a Washington di Meloni. Ma al Nazareno viene visto come fumo negli occhi. Non sapendo a cosa aggrapparsi, Schlein chiede una svolta surreale: «Palazzo Chigi ha parlato solo con gli imprenditori, noi vogliamo che vengano coinvolti anche i sindacati». Con quale ruolo è impossibile sapere, forse perché in una manifestazione di piazza sventolerebbero bandiere più rosse degli altri. Sembra incredibile, ma questo accade. Lo conferma implicitamente uno dei colonnelli, Andrea Orlando: «Il governo è timido e reticente, al contrario dell’Unione europea che ha fatto ciò che si doveva fare». Vale a dire inscenare il solito muro contro muro di derivazione macroniana che sta diventando una Waterloo per tutti. Le gastriti galoppano, questo viaggio non s’ha da fare. Per il Pd un successo sarebbe letale, quindi avanti tutta con la critica che diventa scherno. Dopo essersi infilati l’elmetto sul riarmo voluto da Ursula Von der Leyen, al Nazareno se lo incollano alle fronti «poco ammobiliate di pensiero» (copyright di Indro Montanelli) anche sulla guerra commerciale. A dare manforte arriva anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri: «Ogni Paese ha diritto di intrattenere rapporti bilaterali ma forza dell’Italia è l’Europa e solo la Ue unita può influenzare le scelte americane». Ubaldo Pagano, capogruppo in commissione Bilancio, s’inventa una realtà marziana: «Meloni è isolata, servono soldi veri per le imprese». Ha nostalgia degli helicopter money a prestito anche perché la strategia del cappello in mano, che ha caratterizzato gli ultimi quattro governi di sinistra, è l’unica che ha mandato a memoria dopo le tabelline del nove. Prendere le parti dell’industria e del commercio del Paese è considerato un insulto dalla sinistra compatta. In attesa di una sfuriata di Romano Prodi contro qualche cronista, alle giaculatorie si aggiunge il Movimento 5 stelle con il noto imprenditore Riccardo Ricciardi (gestiva un chiringuito a Massa Carrara): «Invece di ripetere “non preoccupatevi” con sussiego sovranista, il premier venga in Aula a spiegare prima della visita negli Stati Uniti». Il post leninista Marco Grimaldi (Avs) supera tutti in eleganza e chiede al ministro Adolfo Urso: «Si tolga il cappellino di Trump, che ha detto che Meloni va lì a baciargli il c…». Il nervosismo dilaga e non poteva non contagiare Matteo Renzi, colui che più di tutti ha mangiato cappelli come Rockerduck nella sua carriera politica in ginocchio da Bruxelles. Con un post su X accusa Meloni «di condurre una narrazione forviante, utile solo a raccogliere like». Ancora furente per la legge che gli impedisce di arricchirsi in conferenze da Lawrence d’Arabia, sarebbe pronto a sdraiarsi per primo a Fiumicino.
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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