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2025-04-11
Il Pd: guai se la Meloni ottiene vantaggi per l’Italia da Trump
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Il giorno dell’incontro si avvicina. Giovedì prossimo Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca. Va dato atto che ci vuole un certo coraggio visto le ultime sparate di Donald Trump. Siamo però convinti che sia la mossa giusta. Non perché l’ha detto Carlo Calenda, unico delle opposizioni a non strumentalizzare la postura internazionale del premier, ma perché la trattativa è l’unica strada possibile con un levantino come il tycoon.
La scelta, come abbiamo già scritto, ha dato fastidio alla Francia. La quale ha fatto un passo indietro solo perché non ha titolo di intromettersi e perché affida al proprio soft power ben infiltrato lungo la Penisola il compito di intralciare le mosse del governo. Ma anche il Quirinale, nelle ultime ore, ha dato un messaggio molto importante. Si tratta della visita di Carlo d’Inghilterra a Roma. Con la scusa di festeggiare i 20 anni di matrimonio con Camilla ha fatto ciò che gli inglesi sono bravissimi a fare. Ha ricordato la storia di amicizia, la democrazia che ci lega (parlando in Aula) e si è limitato a omettere tutti gli interessi discordanti che abbiamo nei Balcani (basti pensare a quanto fa l’intelligence Uk in Kosovo) e che abbiamo avuto in Egitto (ricordiamo la vicenda Giulio Regeni). Ma adesso re Carlo III piace alla gente che piace e rappresenta l’alternativa a Trump.
Nulla da dire dal punto di vista della postura, ma se ciò diventa di nuovo un messaggio al governo per far sapere che non dovrebbe andare a trattare, allora c’è da dissentire. Primo. Il fatto che ieri Trump abbia ricordato di voler trattare dal punto di vista dei dazi la ue come un blocco unico, non significa che sul piatto della bilancia non vadano posti altre temi per aprire spiragli. Secondo, entrando nel merito di chi frena Meloni, la Francia, come abbiamo visto più volte nelle ultime settimane, punta chiaramente a rafforzare il proprio asse con Berlino e godere dei fondi comuni per il riarmo. L’ultimo esempio? La richiesta fatta l’altro ieri in sede di Consiglio di ulteriori fondi per il progetto dei satelliti Ue. Inutile dire che quei fondi andranno a un consorzio a trazione parigina in aggiunta a una ulteriore tranche da destinare a Eutelsat. Si capisce ancor meglio tutto il pressing contro il governo per non avviare il contratto con Starlink. Il timore della Francia e, a questo punto, anche dell’Inghilterra è che la Meloni, nel suo bilaterale, possa affrontare esattamente questi temi e avviare un dialogo per investimenti reciproci. Non sappiamo quali siano i faldoni nella valigetta del premier. A quanto risulta alla Verità, gli Stati Uniti hanno un particolare interesse per Fincantieri. Vorrebbero ragionare su una estensione delle attività Usa o nuove partnership. Certo, chiederanno impegno finanziario e potenziamento delle attività in loco che per Trump significano posti di lavoro. In cambio Meloni potrebbe chiedere maggiori investimenti delle Big Tech a partire da Aws, la società di Amazon che si occupa di cloud. Significherebbero più posti di lavoro per l’Italia.
Certo, sarà esimente il ruolo di Roma per fare blocco contro chi vuole inasprire (Parigi e Madrid) le barriere di ingresso alle società digitali. Un problema che viene visto solo sul versante Usa ma che affligge anche gli altri colossi. Non ci sono solo Dsa e Dma ma anche le complicazioni fiscali. Pensate alla notizia dell’altro ieri che riguarda Ion di Andrea Pignataro. L’accusa è di aver evaso mezzo miliardo 10 anni fa, cifra ora lievitata a 1,2 miliardi per gli interessi. La Gdf indaga, giustamente. Ma le norme vanno riviste e devono essere chiare per tutto il Continente e per tutte le società. Ciò per dire che è su questo che si dovrà fare leva se si vuole portare avanti in qualche modo la proposta zero dazi da entrambe i lati. Sappiamo bene che il calcolo fatto da Trump il giorno della conferenza stampa nel giardino delle rose somma mele e pere. Da un lato dazi veri e propri e dall’altro burocrazia, multe, tasse, vincoli. Difficile da quantificare in percentuale ma certamente fardelli a carico di imprese e consumatori. Lo zero dazi da entrambe i lati non si può fare se non si semplifica la burocrazia Ue. E, su questo, i socialisti sembrano non sentire ragioni. Insistono con il Green deal fino a estenderlo all’acciaio e all’alluminio con il Cbam. Questo è il ghiaccio sottile su cui si muoverà la Meloni anche se dalla sua potrebbero esserci altre carte. La mossa di Trump, compresa la retro innescata con la moratoria di 90 giorni, è sicuramente dettata dal timore del debito pubblico e dell’impennata del costo degli interessi, ma non cancella l’obiettivo principale. Puntare alla Cina e cercare di isolarla dal resto dell’Occidente. Questo è l’altro ghiaccio sottile su cui Meloni può trovarsi a pattinare. Certamente la Germania non vuole raffreddare ulteriormente i rapporti con Pechino ma a noi, in questo momento, può fare comodo. Uno dei temi sul tavolo il prossimo 17 aprile, a quanto risulta, sarebbe il rilancio dei progetti concordati lo scorso settembre con Larry Fink, ad di Blackrock. Tra questi, il loro ingresso nei porti italiani. Sarebbe la fine definitiva delle mire cinesi a partire da Taranto. Non sono dettagli ma un posizionamento internazionale di lungo termine. A Taranto si fa il futuro dell’eolico, della sovranità energetica che può finire in mano cinese e degli equilibri dei traffici mediterranei. Se le concessioni ora in mano ai turchi finissero a Pechino, sarebbe un segnale pessimo nelle relazioni Italia-Usa.
Il Pd tifa sempre contro. Non vuole che Giorgia porti a casa dei risultati
Non gli resta che sdraiarsi davanti al gate a Fiumicino il Giovedì santo. Bisogna impedire che fra una settimana Giorgia Meloni vada a Washington a incontrare Donald Trump per difendere le aziende italiane. Ed è immaginabile che l’opposizione si mobiliti nell’unico modo che le riesce: una bella manifestazione democratica, un sit-in stile Ultima generazione per non far partire l’aereo. Dalle parti del Nazareno l’allarme è totale. Scende in campo l’economista keynesiana Elly Schlein in prima persona: «Non è altro che una manovra di facciata, andare alla Casa Bianca con il cappello in mano non ha senso. L’incertezza sui dazi di Trump causa danno alle imprese, il governo ci dica cosa vuol fare».
Per la verità, la strategia dell’esecutivo è chiara: utilizzare il vantaggio competitivo di una legittima consonanza politica per cucire una strategia favorevole al made in Italy in tutte le sue forme. Ma al Pd questo non va bene, meglio la rissa che avrebbe come risultato il fallimento. La segretaria non si dà pace perché «serve che l’Europa si muova in sintonia». Ciò che va bene per Bruxelles deve andare bene per l’Italia; è il sentimento profondo, autenticamente anti-italiano, che affiora ancora una volta fra i dem, pronti per interessi di bottega (vedi sondaggi elettorali) a voltare le spalle all’economia nazionale.
Tre mesi di dilazione saranno utili per muovere la diplomazia con forza ed è questo l’obiettivo del viaggio a Washington di Meloni. Ma al Nazareno viene visto come fumo negli occhi. Non sapendo a cosa aggrapparsi, Schlein chiede una svolta surreale: «Palazzo Chigi ha parlato solo con gli imprenditori, noi vogliamo che vengano coinvolti anche i sindacati». Con quale ruolo è impossibile sapere, forse perché in una manifestazione di piazza sventolerebbero bandiere più rosse degli altri. Sembra incredibile, ma questo accade. Lo conferma implicitamente uno dei colonnelli, Andrea Orlando: «Il governo è timido e reticente, al contrario dell’Unione europea che ha fatto ciò che si doveva fare». Vale a dire inscenare il solito muro contro muro di derivazione macroniana che sta diventando una Waterloo per tutti.
Le gastriti galoppano, questo viaggio non s’ha da fare. Per il Pd un successo sarebbe letale, quindi avanti tutta con la critica che diventa scherno. Dopo essersi infilati l’elmetto sul riarmo voluto da Ursula Von der Leyen, al Nazareno se lo incollano alle fronti «poco ammobiliate di pensiero» (copyright di Indro Montanelli) anche sulla guerra commerciale. A dare manforte arriva anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri: «Ogni Paese ha diritto di intrattenere rapporti bilaterali ma forza dell’Italia è l’Europa e solo la Ue unita può influenzare le scelte americane». Ubaldo Pagano, capogruppo in commissione Bilancio, s’inventa una realtà marziana: «Meloni è isolata, servono soldi veri per le imprese». Ha nostalgia degli helicopter money a prestito anche perché la strategia del cappello in mano, che ha caratterizzato gli ultimi quattro governi di sinistra, è l’unica che ha mandato a memoria dopo le tabelline del nove.
Prendere le parti dell’industria e del commercio del Paese è considerato un insulto dalla sinistra compatta. In attesa di una sfuriata di Romano Prodi contro qualche cronista, alle giaculatorie si aggiunge il Movimento 5 stelle con il noto imprenditore Riccardo Ricciardi (gestiva un chiringuito a Massa Carrara): «Invece di ripetere “non preoccupatevi” con sussiego sovranista, il premier venga in Aula a spiegare prima della visita negli Stati Uniti». Il post leninista Marco Grimaldi (Avs) supera tutti in eleganza e chiede al ministro Adolfo Urso: «Si tolga il cappellino di Trump, che ha detto che Meloni va lì a baciargli il c…».
Il nervosismo dilaga e non poteva non contagiare Matteo Renzi, colui che più di tutti ha mangiato cappelli come Rockerduck nella sua carriera politica in ginocchio da Bruxelles. Con un post su X accusa Meloni «di condurre una narrazione forviante, utile solo a raccogliere like». Ancora furente per la legge che gli impedisce di arricchirsi in conferenze da Lawrence d’Arabia, sarebbe pronto a sdraiarsi per primo a Fiumicino.
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Sul tavolo del delicatissimo incontro non solo dazi, ma anche possibili investimenti reciproci che potrebbero favorire le nostre aziende. Ma ai dem questo non sta bene: «Il premier resti a casa, tratti soltanto Bruxelles». Il presidente americano spiazza ancora tutti: «La Ue è un blocco unico».Lo speciale contiene due articoliIl giorno dell’incontro si avvicina. Giovedì prossimo Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca. Va dato atto che ci vuole un certo coraggio visto le ultime sparate di Donald Trump. Siamo però convinti che sia la mossa giusta. Non perché l’ha detto Carlo Calenda, unico delle opposizioni a non strumentalizzare la postura internazionale del premier, ma perché la trattativa è l’unica strada possibile con un levantino come il tycoon.La scelta, come abbiamo già scritto, ha dato fastidio alla Francia. La quale ha fatto un passo indietro solo perché non ha titolo di intromettersi e perché affida al proprio soft power ben infiltrato lungo la Penisola il compito di intralciare le mosse del governo. Ma anche il Quirinale, nelle ultime ore, ha dato un messaggio molto importante. Si tratta della visita di Carlo d’Inghilterra a Roma. Con la scusa di festeggiare i 20 anni di matrimonio con Camilla ha fatto ciò che gli inglesi sono bravissimi a fare. Ha ricordato la storia di amicizia, la democrazia che ci lega (parlando in Aula) e si è limitato a omettere tutti gli interessi discordanti che abbiamo nei Balcani (basti pensare a quanto fa l’intelligence Uk in Kosovo) e che abbiamo avuto in Egitto (ricordiamo la vicenda Giulio Regeni). Ma adesso re Carlo III piace alla gente che piace e rappresenta l’alternativa a Trump.Nulla da dire dal punto di vista della postura, ma se ciò diventa di nuovo un messaggio al governo per far sapere che non dovrebbe andare a trattare, allora c’è da dissentire. Primo. Il fatto che ieri Trump abbia ricordato di voler trattare dal punto di vista dei dazi la ue come un blocco unico, non significa che sul piatto della bilancia non vadano posti altre temi per aprire spiragli. Secondo, entrando nel merito di chi frena Meloni, la Francia, come abbiamo visto più volte nelle ultime settimane, punta chiaramente a rafforzare il proprio asse con Berlino e godere dei fondi comuni per il riarmo. L’ultimo esempio? La richiesta fatta l’altro ieri in sede di Consiglio di ulteriori fondi per il progetto dei satelliti Ue. Inutile dire che quei fondi andranno a un consorzio a trazione parigina in aggiunta a una ulteriore tranche da destinare a Eutelsat. Si capisce ancor meglio tutto il pressing contro il governo per non avviare il contratto con Starlink. Il timore della Francia e, a questo punto, anche dell’Inghilterra è che la Meloni, nel suo bilaterale, possa affrontare esattamente questi temi e avviare un dialogo per investimenti reciproci. Non sappiamo quali siano i faldoni nella valigetta del premier. A quanto risulta alla Verità, gli Stati Uniti hanno un particolare interesse per Fincantieri. Vorrebbero ragionare su una estensione delle attività Usa o nuove partnership. Certo, chiederanno impegno finanziario e potenziamento delle attività in loco che per Trump significano posti di lavoro. In cambio Meloni potrebbe chiedere maggiori investimenti delle Big Tech a partire da Aws, la società di Amazon che si occupa di cloud. Significherebbero più posti di lavoro per l’Italia.Certo, sarà esimente il ruolo di Roma per fare blocco contro chi vuole inasprire (Parigi e Madrid) le barriere di ingresso alle società digitali. Un problema che viene visto solo sul versante Usa ma che affligge anche gli altri colossi. Non ci sono solo Dsa e Dma ma anche le complicazioni fiscali. Pensate alla notizia dell’altro ieri che riguarda Ion di Andrea Pignataro. L’accusa è di aver evaso mezzo miliardo 10 anni fa, cifra ora lievitata a 1,2 miliardi per gli interessi. La Gdf indaga, giustamente. Ma le norme vanno riviste e devono essere chiare per tutto il Continente e per tutte le società. Ciò per dire che è su questo che si dovrà fare leva se si vuole portare avanti in qualche modo la proposta zero dazi da entrambe i lati. Sappiamo bene che il calcolo fatto da Trump il giorno della conferenza stampa nel giardino delle rose somma mele e pere. Da un lato dazi veri e propri e dall’altro burocrazia, multe, tasse, vincoli. Difficile da quantificare in percentuale ma certamente fardelli a carico di imprese e consumatori. Lo zero dazi da entrambe i lati non si può fare se non si semplifica la burocrazia Ue. E, su questo, i socialisti sembrano non sentire ragioni. Insistono con il Green deal fino a estenderlo all’acciaio e all’alluminio con il Cbam. Questo è il ghiaccio sottile su cui si muoverà la Meloni anche se dalla sua potrebbero esserci altre carte. La mossa di Trump, compresa la retro innescata con la moratoria di 90 giorni, è sicuramente dettata dal timore del debito pubblico e dell’impennata del costo degli interessi, ma non cancella l’obiettivo principale. Puntare alla Cina e cercare di isolarla dal resto dell’Occidente. Questo è l’altro ghiaccio sottile su cui Meloni può trovarsi a pattinare. Certamente la Germania non vuole raffreddare ulteriormente i rapporti con Pechino ma a noi, in questo momento, può fare comodo. Uno dei temi sul tavolo il prossimo 17 aprile, a quanto risulta, sarebbe il rilancio dei progetti concordati lo scorso settembre con Larry Fink, ad di Blackrock. Tra questi, il loro ingresso nei porti italiani. Sarebbe la fine definitiva delle mire cinesi a partire da Taranto. Non sono dettagli ma un posizionamento internazionale di lungo termine. A Taranto si fa il futuro dell’eolico, della sovranità energetica che può finire in mano cinese e degli equilibri dei traffici mediterranei. Se le concessioni ora in mano ai turchi finissero a Pechino, sarebbe un segnale pessimo nelle relazioni Italia-Usa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-guai-se-la-meloni-ottiene-vantaggi-per-litalia-da-tump-2671742937.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-tifa-sempre-contro-non-vuole-che-giorgia-porti-a-casa-dei-risultati" data-post-id="2671742937" data-published-at="1744315682" data-use-pagination="False"> Il Pd tifa sempre contro. Non vuole che Giorgia porti a casa dei risultati Non gli resta che sdraiarsi davanti al gate a Fiumicino il Giovedì santo. Bisogna impedire che fra una settimana Giorgia Meloni vada a Washington a incontrare Donald Trump per difendere le aziende italiane. Ed è immaginabile che l’opposizione si mobiliti nell’unico modo che le riesce: una bella manifestazione democratica, un sit-in stile Ultima generazione per non far partire l’aereo. Dalle parti del Nazareno l’allarme è totale. Scende in campo l’economista keynesiana Elly Schlein in prima persona: «Non è altro che una manovra di facciata, andare alla Casa Bianca con il cappello in mano non ha senso. L’incertezza sui dazi di Trump causa danno alle imprese, il governo ci dica cosa vuol fare». Per la verità, la strategia dell’esecutivo è chiara: utilizzare il vantaggio competitivo di una legittima consonanza politica per cucire una strategia favorevole al made in Italy in tutte le sue forme. Ma al Pd questo non va bene, meglio la rissa che avrebbe come risultato il fallimento. La segretaria non si dà pace perché «serve che l’Europa si muova in sintonia». Ciò che va bene per Bruxelles deve andare bene per l’Italia; è il sentimento profondo, autenticamente anti-italiano, che affiora ancora una volta fra i dem, pronti per interessi di bottega (vedi sondaggi elettorali) a voltare le spalle all’economia nazionale. Tre mesi di dilazione saranno utili per muovere la diplomazia con forza ed è questo l’obiettivo del viaggio a Washington di Meloni. Ma al Nazareno viene visto come fumo negli occhi. Non sapendo a cosa aggrapparsi, Schlein chiede una svolta surreale: «Palazzo Chigi ha parlato solo con gli imprenditori, noi vogliamo che vengano coinvolti anche i sindacati». Con quale ruolo è impossibile sapere, forse perché in una manifestazione di piazza sventolerebbero bandiere più rosse degli altri. Sembra incredibile, ma questo accade. Lo conferma implicitamente uno dei colonnelli, Andrea Orlando: «Il governo è timido e reticente, al contrario dell’Unione europea che ha fatto ciò che si doveva fare». Vale a dire inscenare il solito muro contro muro di derivazione macroniana che sta diventando una Waterloo per tutti. Le gastriti galoppano, questo viaggio non s’ha da fare. Per il Pd un successo sarebbe letale, quindi avanti tutta con la critica che diventa scherno. Dopo essersi infilati l’elmetto sul riarmo voluto da Ursula Von der Leyen, al Nazareno se lo incollano alle fronti «poco ammobiliate di pensiero» (copyright di Indro Montanelli) anche sulla guerra commerciale. A dare manforte arriva anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri: «Ogni Paese ha diritto di intrattenere rapporti bilaterali ma forza dell’Italia è l’Europa e solo la Ue unita può influenzare le scelte americane». Ubaldo Pagano, capogruppo in commissione Bilancio, s’inventa una realtà marziana: «Meloni è isolata, servono soldi veri per le imprese». Ha nostalgia degli helicopter money a prestito anche perché la strategia del cappello in mano, che ha caratterizzato gli ultimi quattro governi di sinistra, è l’unica che ha mandato a memoria dopo le tabelline del nove. Prendere le parti dell’industria e del commercio del Paese è considerato un insulto dalla sinistra compatta. In attesa di una sfuriata di Romano Prodi contro qualche cronista, alle giaculatorie si aggiunge il Movimento 5 stelle con il noto imprenditore Riccardo Ricciardi (gestiva un chiringuito a Massa Carrara): «Invece di ripetere “non preoccupatevi” con sussiego sovranista, il premier venga in Aula a spiegare prima della visita negli Stati Uniti». Il post leninista Marco Grimaldi (Avs) supera tutti in eleganza e chiede al ministro Adolfo Urso: «Si tolga il cappellino di Trump, che ha detto che Meloni va lì a baciargli il c…». Il nervosismo dilaga e non poteva non contagiare Matteo Renzi, colui che più di tutti ha mangiato cappelli come Rockerduck nella sua carriera politica in ginocchio da Bruxelles. Con un post su X accusa Meloni «di condurre una narrazione forviante, utile solo a raccogliere like». Ancora furente per la legge che gli impedisce di arricchirsi in conferenze da Lawrence d’Arabia, sarebbe pronto a sdraiarsi per primo a Fiumicino.
Xi Jinping (Ansa)
Dopo una visita sia nel nuovo Centro di studi strategici di Pechino sia presso l’ufficio scenari (Net assessment) del Pentagono nei primi anni Novanta mi convinsi di raccomandare ai miei studenti in International futures (Futuri internazionali, cioè scenaristica) presso la University of Georgia, nei pressi di Atlanta, di studiare il gioco cinese del «Go» oltre che quello degli scacchi, cosa che continuo a fare all’Università G. Marconi, Roma, agli studenti che chiedono metodi per gli scenari di geopolitica. Il primo gioco richiede una capacità di strategia paziente per occupare in modo prevalente, circolare e flessibile uno spazio, derivabile dal pensiero strategico di Sun Tsu. Il secondo richiede una strategia rapida e strutturata per abbattere il re avversario, compatibile con l’idea di vittoria veloce di Carl von Clausewitz. Semplificando, la raccomandazione fu ed è di usare nell’analisi strategica il blitz quando c’erano/ci sono le condizioni di superiorità per farlo e la circolarità di lungo periodo nei casi di inferiorità in attesa di un’inversione.
Pechino mostra di saper usare molto bene le due azioni strategiche in relazione alle condizioni di realtà: nel caso del dominio di Hong Kong, violando gli accordi siglati con Londra nel 1997, ha fatto un blitz; in quello di Taiwan adotta una strategia di dominio nel lungo termine aspettando o la superiorità militare nei confronti degli Stati Uniti oppure un loro cedimento, ricercando ambedue. L’America ha condotto con perfezione un’azione lampo di dominio nei confronti del Venezuela, ma con scopi condizionanti e non sostitutivi del regime, mostrando una postura di minimo sforzo per ottenere il risultato. Buona interpretazione di von Clausewitz in relazione ai vincoli di consenso interno. E sia lo sbarramento geopolitico per contenere il potere cinese nel Pacifico via negazione alla crescente flotta cinese degli spazi marini sia il tentativo di staccare la Russia dalla Cina sono buoni esempi di impiego delle logiche del «Go», ma troppo influenzate dal tradizionale concetto di «contenimento» che implica stallo, ma non soluzione. Sarebbe imprudente pensare che a Pechino non valutino contromosse. E ci sono segni che lo stiano facendo cercando posizioni dove l’America è meno forte.
Pechino ha aumentato il corteggiamento delle nazioni colpite dalla strategia dazista, trasformandola in opportunità di convergenza con le stesse. Ha trovato molteplici aperture negli alleati dell’America è ciò influisce sulla postura di convergenza/divergenza tra Ue e Cina. Nei confronti degli Stati Uniti Pechino impiega tre azioni: a) confronto simmetrico, per esempio la minaccia di blocco delle forniture delle terre rare che ha costretto Washington a ridurre la frizione con Pechino e a varare una strategia (Pax Silica) per prendere il controllo di queste materie, ma con tempi lunghi; b) ridurre al minimo le frizioni dirette con l’America a conduzione Donald Trump; c) ma sostenendo in modi il più nascosti possibile una moltiplicazione dei focolai di guerra o geo-turbolenze per disperdere la forza statunitense, per esempio la sospettata sollecitazione a una parte del regime iraniano di attivare Hamas per attaccare Israele e così ottenere una reazione che impedisse la convergenza di Gerusalemme con le nazioni arabe sunnite. O le forniture indirette di missilistica agli Huthi. Ora questa strategia sta cambiando: aumentando l’azione a) della strategia; ammorbidendo il punto b); e non insistendo troppo sul punto c).
In sintesi, Pechino si contrappone all’America cercando di convincerne gli alleati ad avere relazioni positive, per isolarla, ma dando segnali a Washington di non eccessiva ostilità concreta, pur forte quella verbale. Ciò serve per autotutela nelle contingenze e a ridurre le possibili frizioni con l’Ue scossa dalla relazione problematica con l’America per riuscire a penetrarla di più: nel gioco del Go tra le due potenze la Cina tenta di separare gli europei dall’America, non contrastando (al momento) la sua strategia di trattati commerciali globali, e Washington tenta di staccare la Russia dalla Cina stessa. Ma c’è un cambiamento più profondo a Pechino: la sua economia ha bisogno di sostenere l’export e ciò la costringe a una strategia «buonista», ma sta tentando un colpaccio: generare una moneta elettronica con garanzie solide che sostituisca il dollaro nel lungo termine, ma con benefici rapidi. Probabilmente anche per tale motivo Trump ha scelto un nuovo banchiere centrale credibile e il ministro del Tesoro ha corretto Trump stesso dichiarando che la discesa del dollaro non sarà eccessiva. Ma il dato che mostra volontà e potenziale di dominio globale della Cina è l’accelerazione del riarmo e degli investimenti tecnologici. Solo una riconvergenza forte tra Ue e Stati Uniti potrà mantenere la superiorità dell’alleanza tra democrazie sulla Cina autoritaria per condizionarla. In caso contrario saremo condizionati noi.
www.carlopelanda.com
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