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2025-04-11
Il Pd: guai se la Meloni ottiene vantaggi per l’Italia da Trump
Donald Trump e Giorgia Meloni (Ansa)
Il giorno dell’incontro si avvicina. Giovedì prossimo Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca. Va dato atto che ci vuole un certo coraggio visto le ultime sparate di Donald Trump. Siamo però convinti che sia la mossa giusta. Non perché l’ha detto Carlo Calenda, unico delle opposizioni a non strumentalizzare la postura internazionale del premier, ma perché la trattativa è l’unica strada possibile con un levantino come il tycoon.
La scelta, come abbiamo già scritto, ha dato fastidio alla Francia. La quale ha fatto un passo indietro solo perché non ha titolo di intromettersi e perché affida al proprio soft power ben infiltrato lungo la Penisola il compito di intralciare le mosse del governo. Ma anche il Quirinale, nelle ultime ore, ha dato un messaggio molto importante. Si tratta della visita di Carlo d’Inghilterra a Roma. Con la scusa di festeggiare i 20 anni di matrimonio con Camilla ha fatto ciò che gli inglesi sono bravissimi a fare. Ha ricordato la storia di amicizia, la democrazia che ci lega (parlando in Aula) e si è limitato a omettere tutti gli interessi discordanti che abbiamo nei Balcani (basti pensare a quanto fa l’intelligence Uk in Kosovo) e che abbiamo avuto in Egitto (ricordiamo la vicenda Giulio Regeni). Ma adesso re Carlo III piace alla gente che piace e rappresenta l’alternativa a Trump.
Nulla da dire dal punto di vista della postura, ma se ciò diventa di nuovo un messaggio al governo per far sapere che non dovrebbe andare a trattare, allora c’è da dissentire. Primo. Il fatto che ieri Trump abbia ricordato di voler trattare dal punto di vista dei dazi la ue come un blocco unico, non significa che sul piatto della bilancia non vadano posti altre temi per aprire spiragli. Secondo, entrando nel merito di chi frena Meloni, la Francia, come abbiamo visto più volte nelle ultime settimane, punta chiaramente a rafforzare il proprio asse con Berlino e godere dei fondi comuni per il riarmo. L’ultimo esempio? La richiesta fatta l’altro ieri in sede di Consiglio di ulteriori fondi per il progetto dei satelliti Ue. Inutile dire che quei fondi andranno a un consorzio a trazione parigina in aggiunta a una ulteriore tranche da destinare a Eutelsat. Si capisce ancor meglio tutto il pressing contro il governo per non avviare il contratto con Starlink. Il timore della Francia e, a questo punto, anche dell’Inghilterra è che la Meloni, nel suo bilaterale, possa affrontare esattamente questi temi e avviare un dialogo per investimenti reciproci. Non sappiamo quali siano i faldoni nella valigetta del premier. A quanto risulta alla Verità, gli Stati Uniti hanno un particolare interesse per Fincantieri. Vorrebbero ragionare su una estensione delle attività Usa o nuove partnership. Certo, chiederanno impegno finanziario e potenziamento delle attività in loco che per Trump significano posti di lavoro. In cambio Meloni potrebbe chiedere maggiori investimenti delle Big Tech a partire da Aws, la società di Amazon che si occupa di cloud. Significherebbero più posti di lavoro per l’Italia.
Certo, sarà esimente il ruolo di Roma per fare blocco contro chi vuole inasprire (Parigi e Madrid) le barriere di ingresso alle società digitali. Un problema che viene visto solo sul versante Usa ma che affligge anche gli altri colossi. Non ci sono solo Dsa e Dma ma anche le complicazioni fiscali. Pensate alla notizia dell’altro ieri che riguarda Ion di Andrea Pignataro. L’accusa è di aver evaso mezzo miliardo 10 anni fa, cifra ora lievitata a 1,2 miliardi per gli interessi. La Gdf indaga, giustamente. Ma le norme vanno riviste e devono essere chiare per tutto il Continente e per tutte le società. Ciò per dire che è su questo che si dovrà fare leva se si vuole portare avanti in qualche modo la proposta zero dazi da entrambe i lati. Sappiamo bene che il calcolo fatto da Trump il giorno della conferenza stampa nel giardino delle rose somma mele e pere. Da un lato dazi veri e propri e dall’altro burocrazia, multe, tasse, vincoli. Difficile da quantificare in percentuale ma certamente fardelli a carico di imprese e consumatori. Lo zero dazi da entrambe i lati non si può fare se non si semplifica la burocrazia Ue. E, su questo, i socialisti sembrano non sentire ragioni. Insistono con il Green deal fino a estenderlo all’acciaio e all’alluminio con il Cbam. Questo è il ghiaccio sottile su cui si muoverà la Meloni anche se dalla sua potrebbero esserci altre carte. La mossa di Trump, compresa la retro innescata con la moratoria di 90 giorni, è sicuramente dettata dal timore del debito pubblico e dell’impennata del costo degli interessi, ma non cancella l’obiettivo principale. Puntare alla Cina e cercare di isolarla dal resto dell’Occidente. Questo è l’altro ghiaccio sottile su cui Meloni può trovarsi a pattinare. Certamente la Germania non vuole raffreddare ulteriormente i rapporti con Pechino ma a noi, in questo momento, può fare comodo. Uno dei temi sul tavolo il prossimo 17 aprile, a quanto risulta, sarebbe il rilancio dei progetti concordati lo scorso settembre con Larry Fink, ad di Blackrock. Tra questi, il loro ingresso nei porti italiani. Sarebbe la fine definitiva delle mire cinesi a partire da Taranto. Non sono dettagli ma un posizionamento internazionale di lungo termine. A Taranto si fa il futuro dell’eolico, della sovranità energetica che può finire in mano cinese e degli equilibri dei traffici mediterranei. Se le concessioni ora in mano ai turchi finissero a Pechino, sarebbe un segnale pessimo nelle relazioni Italia-Usa.
Il Pd tifa sempre contro. Non vuole che Giorgia porti a casa dei risultati
Non gli resta che sdraiarsi davanti al gate a Fiumicino il Giovedì santo. Bisogna impedire che fra una settimana Giorgia Meloni vada a Washington a incontrare Donald Trump per difendere le aziende italiane. Ed è immaginabile che l’opposizione si mobiliti nell’unico modo che le riesce: una bella manifestazione democratica, un sit-in stile Ultima generazione per non far partire l’aereo. Dalle parti del Nazareno l’allarme è totale. Scende in campo l’economista keynesiana Elly Schlein in prima persona: «Non è altro che una manovra di facciata, andare alla Casa Bianca con il cappello in mano non ha senso. L’incertezza sui dazi di Trump causa danno alle imprese, il governo ci dica cosa vuol fare».
Per la verità, la strategia dell’esecutivo è chiara: utilizzare il vantaggio competitivo di una legittima consonanza politica per cucire una strategia favorevole al made in Italy in tutte le sue forme. Ma al Pd questo non va bene, meglio la rissa che avrebbe come risultato il fallimento. La segretaria non si dà pace perché «serve che l’Europa si muova in sintonia». Ciò che va bene per Bruxelles deve andare bene per l’Italia; è il sentimento profondo, autenticamente anti-italiano, che affiora ancora una volta fra i dem, pronti per interessi di bottega (vedi sondaggi elettorali) a voltare le spalle all’economia nazionale.
Tre mesi di dilazione saranno utili per muovere la diplomazia con forza ed è questo l’obiettivo del viaggio a Washington di Meloni. Ma al Nazareno viene visto come fumo negli occhi. Non sapendo a cosa aggrapparsi, Schlein chiede una svolta surreale: «Palazzo Chigi ha parlato solo con gli imprenditori, noi vogliamo che vengano coinvolti anche i sindacati». Con quale ruolo è impossibile sapere, forse perché in una manifestazione di piazza sventolerebbero bandiere più rosse degli altri. Sembra incredibile, ma questo accade. Lo conferma implicitamente uno dei colonnelli, Andrea Orlando: «Il governo è timido e reticente, al contrario dell’Unione europea che ha fatto ciò che si doveva fare». Vale a dire inscenare il solito muro contro muro di derivazione macroniana che sta diventando una Waterloo per tutti.
Le gastriti galoppano, questo viaggio non s’ha da fare. Per il Pd un successo sarebbe letale, quindi avanti tutta con la critica che diventa scherno. Dopo essersi infilati l’elmetto sul riarmo voluto da Ursula Von der Leyen, al Nazareno se lo incollano alle fronti «poco ammobiliate di pensiero» (copyright di Indro Montanelli) anche sulla guerra commerciale. A dare manforte arriva anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri: «Ogni Paese ha diritto di intrattenere rapporti bilaterali ma forza dell’Italia è l’Europa e solo la Ue unita può influenzare le scelte americane». Ubaldo Pagano, capogruppo in commissione Bilancio, s’inventa una realtà marziana: «Meloni è isolata, servono soldi veri per le imprese». Ha nostalgia degli helicopter money a prestito anche perché la strategia del cappello in mano, che ha caratterizzato gli ultimi quattro governi di sinistra, è l’unica che ha mandato a memoria dopo le tabelline del nove.
Prendere le parti dell’industria e del commercio del Paese è considerato un insulto dalla sinistra compatta. In attesa di una sfuriata di Romano Prodi contro qualche cronista, alle giaculatorie si aggiunge il Movimento 5 stelle con il noto imprenditore Riccardo Ricciardi (gestiva un chiringuito a Massa Carrara): «Invece di ripetere “non preoccupatevi” con sussiego sovranista, il premier venga in Aula a spiegare prima della visita negli Stati Uniti». Il post leninista Marco Grimaldi (Avs) supera tutti in eleganza e chiede al ministro Adolfo Urso: «Si tolga il cappellino di Trump, che ha detto che Meloni va lì a baciargli il c…».
Il nervosismo dilaga e non poteva non contagiare Matteo Renzi, colui che più di tutti ha mangiato cappelli come Rockerduck nella sua carriera politica in ginocchio da Bruxelles. Con un post su X accusa Meloni «di condurre una narrazione forviante, utile solo a raccogliere like». Ancora furente per la legge che gli impedisce di arricchirsi in conferenze da Lawrence d’Arabia, sarebbe pronto a sdraiarsi per primo a Fiumicino.
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Sul tavolo del delicatissimo incontro non solo dazi, ma anche possibili investimenti reciproci che potrebbero favorire le nostre aziende. Ma ai dem questo non sta bene: «Il premier resti a casa, tratti soltanto Bruxelles». Il presidente americano spiazza ancora tutti: «La Ue è un blocco unico».Lo speciale contiene due articoliIl giorno dell’incontro si avvicina. Giovedì prossimo Giorgia Meloni sarà alla Casa Bianca. Va dato atto che ci vuole un certo coraggio visto le ultime sparate di Donald Trump. Siamo però convinti che sia la mossa giusta. Non perché l’ha detto Carlo Calenda, unico delle opposizioni a non strumentalizzare la postura internazionale del premier, ma perché la trattativa è l’unica strada possibile con un levantino come il tycoon.La scelta, come abbiamo già scritto, ha dato fastidio alla Francia. La quale ha fatto un passo indietro solo perché non ha titolo di intromettersi e perché affida al proprio soft power ben infiltrato lungo la Penisola il compito di intralciare le mosse del governo. Ma anche il Quirinale, nelle ultime ore, ha dato un messaggio molto importante. Si tratta della visita di Carlo d’Inghilterra a Roma. Con la scusa di festeggiare i 20 anni di matrimonio con Camilla ha fatto ciò che gli inglesi sono bravissimi a fare. Ha ricordato la storia di amicizia, la democrazia che ci lega (parlando in Aula) e si è limitato a omettere tutti gli interessi discordanti che abbiamo nei Balcani (basti pensare a quanto fa l’intelligence Uk in Kosovo) e che abbiamo avuto in Egitto (ricordiamo la vicenda Giulio Regeni). Ma adesso re Carlo III piace alla gente che piace e rappresenta l’alternativa a Trump.Nulla da dire dal punto di vista della postura, ma se ciò diventa di nuovo un messaggio al governo per far sapere che non dovrebbe andare a trattare, allora c’è da dissentire. Primo. Il fatto che ieri Trump abbia ricordato di voler trattare dal punto di vista dei dazi la ue come un blocco unico, non significa che sul piatto della bilancia non vadano posti altre temi per aprire spiragli. Secondo, entrando nel merito di chi frena Meloni, la Francia, come abbiamo visto più volte nelle ultime settimane, punta chiaramente a rafforzare il proprio asse con Berlino e godere dei fondi comuni per il riarmo. L’ultimo esempio? La richiesta fatta l’altro ieri in sede di Consiglio di ulteriori fondi per il progetto dei satelliti Ue. Inutile dire che quei fondi andranno a un consorzio a trazione parigina in aggiunta a una ulteriore tranche da destinare a Eutelsat. Si capisce ancor meglio tutto il pressing contro il governo per non avviare il contratto con Starlink. Il timore della Francia e, a questo punto, anche dell’Inghilterra è che la Meloni, nel suo bilaterale, possa affrontare esattamente questi temi e avviare un dialogo per investimenti reciproci. Non sappiamo quali siano i faldoni nella valigetta del premier. A quanto risulta alla Verità, gli Stati Uniti hanno un particolare interesse per Fincantieri. Vorrebbero ragionare su una estensione delle attività Usa o nuove partnership. Certo, chiederanno impegno finanziario e potenziamento delle attività in loco che per Trump significano posti di lavoro. In cambio Meloni potrebbe chiedere maggiori investimenti delle Big Tech a partire da Aws, la società di Amazon che si occupa di cloud. Significherebbero più posti di lavoro per l’Italia.Certo, sarà esimente il ruolo di Roma per fare blocco contro chi vuole inasprire (Parigi e Madrid) le barriere di ingresso alle società digitali. Un problema che viene visto solo sul versante Usa ma che affligge anche gli altri colossi. Non ci sono solo Dsa e Dma ma anche le complicazioni fiscali. Pensate alla notizia dell’altro ieri che riguarda Ion di Andrea Pignataro. L’accusa è di aver evaso mezzo miliardo 10 anni fa, cifra ora lievitata a 1,2 miliardi per gli interessi. La Gdf indaga, giustamente. Ma le norme vanno riviste e devono essere chiare per tutto il Continente e per tutte le società. Ciò per dire che è su questo che si dovrà fare leva se si vuole portare avanti in qualche modo la proposta zero dazi da entrambe i lati. Sappiamo bene che il calcolo fatto da Trump il giorno della conferenza stampa nel giardino delle rose somma mele e pere. Da un lato dazi veri e propri e dall’altro burocrazia, multe, tasse, vincoli. Difficile da quantificare in percentuale ma certamente fardelli a carico di imprese e consumatori. Lo zero dazi da entrambe i lati non si può fare se non si semplifica la burocrazia Ue. E, su questo, i socialisti sembrano non sentire ragioni. Insistono con il Green deal fino a estenderlo all’acciaio e all’alluminio con il Cbam. Questo è il ghiaccio sottile su cui si muoverà la Meloni anche se dalla sua potrebbero esserci altre carte. La mossa di Trump, compresa la retro innescata con la moratoria di 90 giorni, è sicuramente dettata dal timore del debito pubblico e dell’impennata del costo degli interessi, ma non cancella l’obiettivo principale. Puntare alla Cina e cercare di isolarla dal resto dell’Occidente. Questo è l’altro ghiaccio sottile su cui Meloni può trovarsi a pattinare. Certamente la Germania non vuole raffreddare ulteriormente i rapporti con Pechino ma a noi, in questo momento, può fare comodo. Uno dei temi sul tavolo il prossimo 17 aprile, a quanto risulta, sarebbe il rilancio dei progetti concordati lo scorso settembre con Larry Fink, ad di Blackrock. Tra questi, il loro ingresso nei porti italiani. Sarebbe la fine definitiva delle mire cinesi a partire da Taranto. Non sono dettagli ma un posizionamento internazionale di lungo termine. A Taranto si fa il futuro dell’eolico, della sovranità energetica che può finire in mano cinese e degli equilibri dei traffici mediterranei. Se le concessioni ora in mano ai turchi finissero a Pechino, sarebbe un segnale pessimo nelle relazioni Italia-Usa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-pd-guai-se-la-meloni-ottiene-vantaggi-per-litalia-da-tump-2671742937.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-pd-tifa-sempre-contro-non-vuole-che-giorgia-porti-a-casa-dei-risultati" data-post-id="2671742937" data-published-at="1744315682" data-use-pagination="False"> Il Pd tifa sempre contro. Non vuole che Giorgia porti a casa dei risultati Non gli resta che sdraiarsi davanti al gate a Fiumicino il Giovedì santo. Bisogna impedire che fra una settimana Giorgia Meloni vada a Washington a incontrare Donald Trump per difendere le aziende italiane. Ed è immaginabile che l’opposizione si mobiliti nell’unico modo che le riesce: una bella manifestazione democratica, un sit-in stile Ultima generazione per non far partire l’aereo. Dalle parti del Nazareno l’allarme è totale. Scende in campo l’economista keynesiana Elly Schlein in prima persona: «Non è altro che una manovra di facciata, andare alla Casa Bianca con il cappello in mano non ha senso. L’incertezza sui dazi di Trump causa danno alle imprese, il governo ci dica cosa vuol fare». Per la verità, la strategia dell’esecutivo è chiara: utilizzare il vantaggio competitivo di una legittima consonanza politica per cucire una strategia favorevole al made in Italy in tutte le sue forme. Ma al Pd questo non va bene, meglio la rissa che avrebbe come risultato il fallimento. La segretaria non si dà pace perché «serve che l’Europa si muova in sintonia». Ciò che va bene per Bruxelles deve andare bene per l’Italia; è il sentimento profondo, autenticamente anti-italiano, che affiora ancora una volta fra i dem, pronti per interessi di bottega (vedi sondaggi elettorali) a voltare le spalle all’economia nazionale. Tre mesi di dilazione saranno utili per muovere la diplomazia con forza ed è questo l’obiettivo del viaggio a Washington di Meloni. Ma al Nazareno viene visto come fumo negli occhi. Non sapendo a cosa aggrapparsi, Schlein chiede una svolta surreale: «Palazzo Chigi ha parlato solo con gli imprenditori, noi vogliamo che vengano coinvolti anche i sindacati». Con quale ruolo è impossibile sapere, forse perché in una manifestazione di piazza sventolerebbero bandiere più rosse degli altri. Sembra incredibile, ma questo accade. Lo conferma implicitamente uno dei colonnelli, Andrea Orlando: «Il governo è timido e reticente, al contrario dell’Unione europea che ha fatto ciò che si doveva fare». Vale a dire inscenare il solito muro contro muro di derivazione macroniana che sta diventando una Waterloo per tutti. Le gastriti galoppano, questo viaggio non s’ha da fare. Per il Pd un successo sarebbe letale, quindi avanti tutta con la critica che diventa scherno. Dopo essersi infilati l’elmetto sul riarmo voluto da Ursula Von der Leyen, al Nazareno se lo incollano alle fronti «poco ammobiliate di pensiero» (copyright di Indro Montanelli) anche sulla guerra commerciale. A dare manforte arriva anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri: «Ogni Paese ha diritto di intrattenere rapporti bilaterali ma forza dell’Italia è l’Europa e solo la Ue unita può influenzare le scelte americane». Ubaldo Pagano, capogruppo in commissione Bilancio, s’inventa una realtà marziana: «Meloni è isolata, servono soldi veri per le imprese». Ha nostalgia degli helicopter money a prestito anche perché la strategia del cappello in mano, che ha caratterizzato gli ultimi quattro governi di sinistra, è l’unica che ha mandato a memoria dopo le tabelline del nove. Prendere le parti dell’industria e del commercio del Paese è considerato un insulto dalla sinistra compatta. In attesa di una sfuriata di Romano Prodi contro qualche cronista, alle giaculatorie si aggiunge il Movimento 5 stelle con il noto imprenditore Riccardo Ricciardi (gestiva un chiringuito a Massa Carrara): «Invece di ripetere “non preoccupatevi” con sussiego sovranista, il premier venga in Aula a spiegare prima della visita negli Stati Uniti». Il post leninista Marco Grimaldi (Avs) supera tutti in eleganza e chiede al ministro Adolfo Urso: «Si tolga il cappellino di Trump, che ha detto che Meloni va lì a baciargli il c…». Il nervosismo dilaga e non poteva non contagiare Matteo Renzi, colui che più di tutti ha mangiato cappelli come Rockerduck nella sua carriera politica in ginocchio da Bruxelles. Con un post su X accusa Meloni «di condurre una narrazione forviante, utile solo a raccogliere like». Ancora furente per la legge che gli impedisce di arricchirsi in conferenze da Lawrence d’Arabia, sarebbe pronto a sdraiarsi per primo a Fiumicino.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.