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2019-02-10
Il padrino di Macron minaccia Roma: «È necessario un cambio governo»
Ansa
Non garrisce più al vento il tricolore sbagliato sul balcone del Comune di Cuneo. Norme alla mano (esiste infatti una precisa regolamentazione dei limitati casi in cui è possibile esporre bandiere estere), è toccato al prefetto, su indicazione del governo, richiamare il sindaco, Federico Borgna (centrosinistra), che il giorno prima, forse confondendo il municipio con il terrazzo di casa propria, aveva deciso di issare la bandiera transalpina.
E fa impressione la naturalezza con cui, parlando alle edizioni piemontesi di Repubblica, il sindaco abbia confuso opinioni politiche di parte con doveri istituzionali e di rappresentanza: «Quando ho letto che la Francia aveva richiamato l'ambasciatore, sono stato colto dallo sconforto. La ricerca di consenso in vista delle elezioni europee non può mettere in discussione i rapporti tra i nostri Paesi. Così ho deciso di aggiungere al municipio la bandiera francese».
Non si hanno per ora novità - incredibilmente - sull'analoga iniziativa del rettore dell'università di Torino, Gianmaria Ajani. L'accademico ha consegnato al quotidiano La Stampa il testo del suo comizietto: «Se dovessi fare un appello, potrei dire che mi piacerebbe vedere Torino con 1.000 bandiere francesi appese alle finestre».
Dal bandierone alla bandierina: quella piccola, che diversi utenti Twitter mettono accanto al loro profilo per «presentarsi». Già ieri La Verità ha sottolineato la scelta del Pd di mettere anche il tricolore transalpino nel proprio account ufficiale. Ma sempre sui social, furoreggia (nel senso che scatena il furore degli utenti che continuano a commentare inferociti) la lettera che Andrea Marcucci, capogruppo dei senatori dem, ha inviato a nome di tutti i suoi colleghi all'ambasciatore francese «per rappresentare la nostra vicinanza e il nostro disappunto per i continui attacchi pretestuosi perpetrati da ministri del governo italiano a danno del suo Paese». A parte la parola «perpetrati» (più adatta a un crimine che a un attacco politico), la reazione degli utenti è eloquente. Citiamo alcuni fra i commenti meno scurrili: «Siete dei poveri servi, miserabili ectoplasmi», «Traditori», «Bravi, continuate a scodinzolare», «Gli porti anche le pantofole», «Fracchia e Fantozzi avevano più dignità di voi», «Dichiaratevi prigionieri politici e chiedete asilo alla Francia», «Servilismo imbarazzante», «Proni e sbavanti». Insomma, un successone per il Pd...
Infine, il vero fatto della giornata di ieri: la discesa in campo di Jacques Attali, economista, eminenza grigia sin dai tempi della presidenza Mitterrand, nonché presidente della commissione su economia e crescita (istituita a suo tempo da Nicolas Sarkozy) nella quale coinvolse decine di personalità, tra cui gli italiani Mario Monti e Franco Bassanini.
Da anni, un'ampia letteratura accompagna Attali come mentore (dicono gli estimatori) o «puparo» (dicono i detrattori) di Emmanuel Macron, che fu «scoperto» proprio nell'ambito di quella commissione. Oggi l'inquilino dell'Eliseo ricambia la cortesia ascoltando i consigli dell'economista settantacinquenne.
Intanto è significativo il luogo scelto da Attali per manifestarsi: un'intervista alla Stampa di Torino, il giornale dove ormai collabora da mesi - con fiammeggianti attacchi all'Italia - il cotonatissimo filosofo Bernard Henri Levy. «Gli insulti che questi signori lanciano contro la Francia sono eccellenti notizie pedagogiche», esordisce Attali. «Mostrano a chi non l'avesse ancora capito la natura di questi movimenti che ci riportano agli anni più neri dell'Italia e della Francia». Segue l'evocazione dell'Italia tra gli anni Venti e il 1945, tanto per lasciare a verbale l'accusa di fascismo. Ma è significativo che Attali, in un Paese - la Francia - dove la conversazione pubblica è tutta un «signor presidente, signor ministro», si riferisca a membri del governo italiano chiamandoli «questi signori». La Stampa non ha nulla da obiettare e lascia spazio al gran manovratore transalpino. Il quale prima si cautela con un po' di salamelecchi («sono molto rispettoso della democrazia e in particolare di quella italiana», «non voglio immischiarmi nelle vostre scelte politiche»), ma poi lancia messaggi affilati. «Un cambiamento di governo in Italia sarebbe la soluzione definitiva. Oppure quello attuale deve diventare responsabile». Senza neanche bisogno di parlare in codice, un chiaro avvertimento: o cambiano comportamento, o è meglio che saltino.
Il giornalista non fa né una piega né un plissé, e Attali ribadisce il concetto: «Da un punto di vista francese, europeo e anche di tanti miei amici italiani, visto che il vostro governo dopo mesi e mesi non cambia atteggiamento, dovrebbe cambiare. Risolverebbe tutti i problemi». Spiace dover ricordare ad Attali (La Stampa non l'ha fatto) che i cambi di governo in Italia non li decidono Attali e i suoi «amici», ma le maggioranze parlamentari e gli elettori. Come ha spiegato Matteo Salvini: «Se Macron è stato eletto promettendo tanto e poi ha combinato poco questo non lo decidono gli italiani ma i francesi
Inutile girarci intorno».
D'altra parte è noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, centrato sul ruolo guida del Pd. Poi, prima della formazione del governo gialloblù, gli stessi ambienti auspicavano - come male minore - un'intesa Pd-M5s, per addomesticare i grillini. Infine, hanno lavorato sulle faglie tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra i ministri tecnici e gli altri, tra il Quirinale e i partiti di maggioranza. Il «partito francese» è all'opera.
Daniele Capezzone
Parigi cede e accoglie sette migranti
Per ora è una resa. La Francia cerca di allentare la tensione e accontenta il governo italiano sui migranti della Sea Watch 3: «Ne prenderemo sette», ha annunciato il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, ieri mattina.
Dopo le tensioni dei giorni scorsi, Parigi aveva minacciato di non accogliere più nessuno. E questa sembrava una sentenza non impugnabile. Castaner, però, ha fatto retromarcia: «La Francia manterrà i suoi impegni». Matteo Salvini ha subito rilanciato la notizia sui social: «Ottimo. Con il dialogo si risolvono tutti i problemi. Parlerò con il mio collega ministro francese, spero di vederlo in settimana».
Già in mattinata gli animi si erano stemperati. E infatti il vicepremier, precisando di restare fermo sulla sua posizione, aveva detto di non cercare lo scontro: «Non siamo noi i litigiosi, sai cosa me ne frega a me di litigare con Macron?». Parole pronunciate pubblicamente, all'assemblea dei risparmiatori della Popolare di Vicenza. «Abbiamo il dossier sui terroristi italiani che soggiornano in Francia, il confine con Ventimiglia, abbiamo parecchi problemi da risolvere».
Per Salvini il cambio di rotta francese potrebbe derivare dal fatto «che quando l'Italia prende un impegno lo mantiene ed evidentemente, lo fanno anche i francesi. Se la Francia ne prenderà sette, sette volte grazie». E ancora: «Se per risolvere il problema dell'immigrazione avessi dovuto attendere Bruxelles avremmo aspettato sei anni e sarebbero arrivati altri 200.000 di immigrati. Invece siamo andati da soli. Mi è costata qualche inchiesta, però noi facciamo da soli». E, addirittura, secondo quanto riferito da fonti del Viminale, Parigi avrebbe anche appoggiato l'Italia per chiedere rimpatri più efficaci in alcuni Paesi africani, a partire dal Senegal. In Italia, infatti, ci sono decine di senegalesi irregolari pronti per l'espulsione.
Le Ong, intanto, non si arrendono. E da Roma lanciano un appello ai sindaci italiani ed europei per creare una «rete per la difesa dei valori fondanti della Costituzione europea». I tassisti del mare, con in prima fila Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno riunito i primi cittadini di Barcellona, Madrid, Zaragoza, Valencia, Napoli, Palermo, Milano, Latina, Bologna, sperando di far leva sul governo far riaprire i porti.
Lunedì e martedì, però, tecnici del ministero delle Infrastrutture e della gestione delle acque marine dell'Olanda svolgeranno un'ispezione tecnica sulla nave Sea Watch 3, ancora ormeggiata nel porto di Catania. Le autorità italiane sono state informate dell'ispezione tecnica da parte dello Stato di bandiera della barca da diporto spacciata per imbarcazione da soccorso. Il taxi per migranti è ancorato per questione amministrative: la Guardia costiera ha riscontrato una serie di anomalie. La Procura di Catania, poi, ha accertato che la motonave presenta tutte le caratteristiche dello yatch, «con tutto ciò che ne consegue in termini di inidoneità a ospitare un numero di passeggeri ben più elevato di quello per cui è stata concepita». Ora spetterà agli olandesi correre ai ripari.
Fabio Amendolara
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L'economista Jacques Attali evoca il pericolo fascismo in Italia. Poi lancia un avvertimento: «O i gialloblù si calmano o scatta la soluzione definitiva». Intanto i prefetti rimuovono i tricolori transalpini issati dal Pd.Il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, fa retromarcia sulla Sea Watch 3: «Onoreremo gli impegni». Salvini esulta: «Con il dialogo i problemi si risolvono».Lo speciale contiene due articoliNon garrisce più al vento il tricolore sbagliato sul balcone del Comune di Cuneo. Norme alla mano (esiste infatti una precisa regolamentazione dei limitati casi in cui è possibile esporre bandiere estere), è toccato al prefetto, su indicazione del governo, richiamare il sindaco, Federico Borgna (centrosinistra), che il giorno prima, forse confondendo il municipio con il terrazzo di casa propria, aveva deciso di issare la bandiera transalpina. E fa impressione la naturalezza con cui, parlando alle edizioni piemontesi di Repubblica, il sindaco abbia confuso opinioni politiche di parte con doveri istituzionali e di rappresentanza: «Quando ho letto che la Francia aveva richiamato l'ambasciatore, sono stato colto dallo sconforto. La ricerca di consenso in vista delle elezioni europee non può mettere in discussione i rapporti tra i nostri Paesi. Così ho deciso di aggiungere al municipio la bandiera francese».Non si hanno per ora novità - incredibilmente - sull'analoga iniziativa del rettore dell'università di Torino, Gianmaria Ajani. L'accademico ha consegnato al quotidiano La Stampa il testo del suo comizietto: «Se dovessi fare un appello, potrei dire che mi piacerebbe vedere Torino con 1.000 bandiere francesi appese alle finestre». Dal bandierone alla bandierina: quella piccola, che diversi utenti Twitter mettono accanto al loro profilo per «presentarsi». Già ieri La Verità ha sottolineato la scelta del Pd di mettere anche il tricolore transalpino nel proprio account ufficiale. Ma sempre sui social, furoreggia (nel senso che scatena il furore degli utenti che continuano a commentare inferociti) la lettera che Andrea Marcucci, capogruppo dei senatori dem, ha inviato a nome di tutti i suoi colleghi all'ambasciatore francese «per rappresentare la nostra vicinanza e il nostro disappunto per i continui attacchi pretestuosi perpetrati da ministri del governo italiano a danno del suo Paese». A parte la parola «perpetrati» (più adatta a un crimine che a un attacco politico), la reazione degli utenti è eloquente. Citiamo alcuni fra i commenti meno scurrili: «Siete dei poveri servi, miserabili ectoplasmi», «Traditori», «Bravi, continuate a scodinzolare», «Gli porti anche le pantofole», «Fracchia e Fantozzi avevano più dignità di voi», «Dichiaratevi prigionieri politici e chiedete asilo alla Francia», «Servilismo imbarazzante», «Proni e sbavanti». Insomma, un successone per il Pd... Infine, il vero fatto della giornata di ieri: la discesa in campo di Jacques Attali, economista, eminenza grigia sin dai tempi della presidenza Mitterrand, nonché presidente della commissione su economia e crescita (istituita a suo tempo da Nicolas Sarkozy) nella quale coinvolse decine di personalità, tra cui gli italiani Mario Monti e Franco Bassanini.Da anni, un'ampia letteratura accompagna Attali come mentore (dicono gli estimatori) o «puparo» (dicono i detrattori) di Emmanuel Macron, che fu «scoperto» proprio nell'ambito di quella commissione. Oggi l'inquilino dell'Eliseo ricambia la cortesia ascoltando i consigli dell'economista settantacinquenne. Intanto è significativo il luogo scelto da Attali per manifestarsi: un'intervista alla Stampa di Torino, il giornale dove ormai collabora da mesi - con fiammeggianti attacchi all'Italia - il cotonatissimo filosofo Bernard Henri Levy. «Gli insulti che questi signori lanciano contro la Francia sono eccellenti notizie pedagogiche», esordisce Attali. «Mostrano a chi non l'avesse ancora capito la natura di questi movimenti che ci riportano agli anni più neri dell'Italia e della Francia». Segue l'evocazione dell'Italia tra gli anni Venti e il 1945, tanto per lasciare a verbale l'accusa di fascismo. Ma è significativo che Attali, in un Paese - la Francia - dove la conversazione pubblica è tutta un «signor presidente, signor ministro», si riferisca a membri del governo italiano chiamandoli «questi signori». La Stampa non ha nulla da obiettare e lascia spazio al gran manovratore transalpino. Il quale prima si cautela con un po' di salamelecchi («sono molto rispettoso della democrazia e in particolare di quella italiana», «non voglio immischiarmi nelle vostre scelte politiche»), ma poi lancia messaggi affilati. «Un cambiamento di governo in Italia sarebbe la soluzione definitiva. Oppure quello attuale deve diventare responsabile». Senza neanche bisogno di parlare in codice, un chiaro avvertimento: o cambiano comportamento, o è meglio che saltino. Il giornalista non fa né una piega né un plissé, e Attali ribadisce il concetto: «Da un punto di vista francese, europeo e anche di tanti miei amici italiani, visto che il vostro governo dopo mesi e mesi non cambia atteggiamento, dovrebbe cambiare. Risolverebbe tutti i problemi». Spiace dover ricordare ad Attali (La Stampa non l'ha fatto) che i cambi di governo in Italia non li decidono Attali e i suoi «amici», ma le maggioranze parlamentari e gli elettori. Come ha spiegato Matteo Salvini: «Se Macron è stato eletto promettendo tanto e poi ha combinato poco questo non lo decidono gli italiani ma i francesi Inutile girarci intorno». D'altra parte è noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, centrato sul ruolo guida del Pd. Poi, prima della formazione del governo gialloblù, gli stessi ambienti auspicavano - come male minore - un'intesa Pd-M5s, per addomesticare i grillini. Infine, hanno lavorato sulle faglie tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra i ministri tecnici e gli altri, tra il Quirinale e i partiti di maggioranza. Il «partito francese» è all'opera. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-padrino-di-macron-minaccia-roma-e-necessario-un-cambio-governo-2628488784.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-cede-e-accoglie-sette-migranti" data-post-id="2628488784" data-published-at="1775651266" data-use-pagination="False"> Parigi cede e accoglie sette migranti Per ora è una resa. La Francia cerca di allentare la tensione e accontenta il governo italiano sui migranti della Sea Watch 3: «Ne prenderemo sette», ha annunciato il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, ieri mattina. Dopo le tensioni dei giorni scorsi, Parigi aveva minacciato di non accogliere più nessuno. E questa sembrava una sentenza non impugnabile. Castaner, però, ha fatto retromarcia: «La Francia manterrà i suoi impegni». Matteo Salvini ha subito rilanciato la notizia sui social: «Ottimo. Con il dialogo si risolvono tutti i problemi. Parlerò con il mio collega ministro francese, spero di vederlo in settimana». Già in mattinata gli animi si erano stemperati. E infatti il vicepremier, precisando di restare fermo sulla sua posizione, aveva detto di non cercare lo scontro: «Non siamo noi i litigiosi, sai cosa me ne frega a me di litigare con Macron?». Parole pronunciate pubblicamente, all'assemblea dei risparmiatori della Popolare di Vicenza. «Abbiamo il dossier sui terroristi italiani che soggiornano in Francia, il confine con Ventimiglia, abbiamo parecchi problemi da risolvere». Per Salvini il cambio di rotta francese potrebbe derivare dal fatto «che quando l'Italia prende un impegno lo mantiene ed evidentemente, lo fanno anche i francesi. Se la Francia ne prenderà sette, sette volte grazie». E ancora: «Se per risolvere il problema dell'immigrazione avessi dovuto attendere Bruxelles avremmo aspettato sei anni e sarebbero arrivati altri 200.000 di immigrati. Invece siamo andati da soli. Mi è costata qualche inchiesta, però noi facciamo da soli». E, addirittura, secondo quanto riferito da fonti del Viminale, Parigi avrebbe anche appoggiato l'Italia per chiedere rimpatri più efficaci in alcuni Paesi africani, a partire dal Senegal. In Italia, infatti, ci sono decine di senegalesi irregolari pronti per l'espulsione. Le Ong, intanto, non si arrendono. E da Roma lanciano un appello ai sindaci italiani ed europei per creare una «rete per la difesa dei valori fondanti della Costituzione europea». I tassisti del mare, con in prima fila Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno riunito i primi cittadini di Barcellona, Madrid, Zaragoza, Valencia, Napoli, Palermo, Milano, Latina, Bologna, sperando di far leva sul governo far riaprire i porti. Lunedì e martedì, però, tecnici del ministero delle Infrastrutture e della gestione delle acque marine dell'Olanda svolgeranno un'ispezione tecnica sulla nave Sea Watch 3, ancora ormeggiata nel porto di Catania. Le autorità italiane sono state informate dell'ispezione tecnica da parte dello Stato di bandiera della barca da diporto spacciata per imbarcazione da soccorso. Il taxi per migranti è ancorato per questione amministrative: la Guardia costiera ha riscontrato una serie di anomalie. La Procura di Catania, poi, ha accertato che la motonave presenta tutte le caratteristiche dello yatch, «con tutto ciò che ne consegue in termini di inidoneità a ospitare un numero di passeggeri ben più elevato di quello per cui è stata concepita». Ora spetterà agli olandesi correre ai ripari. Fabio Amendolara
Viktor Orbán e JD Vance (Ansa)
Pur ribadendo che Washington è pronta a collaborare con qualsiasi primo ministro, Vance ha di fatto operato un endorsement esplicito, che trasforma la sua visita in un atto politico e rende ancora più evidente la frattura profonda che attraversa ormai da mesi l’Occidente.
Il bersaglio principale delle parole di Vance è l’Unione europea, accusata di esercitare pressioni indebite sul processo elettorale ungherese. «Se il presidente degli Stati Uniti mi ha mandato qui, è perché riteniamo che l’ingerenza della burocrazia di Bruxelles sia stata davvero vergognosa». E ha aggiunto, con tono polemico: «L’Ungheria ha il diritto di scegliere la propria strada», quindi «non dirò al popolo ungherese come votare. Incoraggerei i burocrati di Bruxelles a fare lo stesso».
Accanto all’attacco all’Unione, il vice di Donald Trump ha confermato la piena legittimazione del premier ungherese. «Voglio aiutare il più possibile il primo ministro in vista di questa stagione elettorale», ha dichiarato, rendendo esplicito il sostegno a Orbán, presentato da Vance come un alleato politico e culturale di Washington. Nel corso del suo intervento, d’altronde, è intervenuto telefonicamente Trump in persona, che si è rivolto agli ungheresi dicendo che il loro primo ministro «non ha permesso a nessuno di prendere d’assalto il vostro Paese e invaderlo come hanno fatto altri, rovinando le loro nazioni. Ha mantenuto il vostro Paese solido e ha fatto un lavoro fantastico». Da parte sua, Orbán ha lodato Trump, affermando che il tycoon «ha messo fine al potere dell’élite progressista globale, affermando che il patriottismo non è un crimine ma una virtù».
Insomma, tra Washington e Budapest c’è totale sintonia. Il terreno su cui questa convergenza si manifesta con maggiore evidenza, in particolare, è quello della guerra in Ucraina. Vance ha ribadito la necessità di puntare su una soluzione negoziale, criticando implicitamente la linea europea fondata sul sostegno militare a Kiev. «Serve una soluzione negoziata, non un’escalation senza fine», ha detto, indicando la necessità di aprire un canale diplomatico con Mosca. L’Ungheria, in questa prospettiva, può diventare un interlocutore utile per favorire un dialogo e ridurre la tensione tra le controparti.
Non meno significativo è il passaggio sull’energia. In proposito, anzi, Vance ha definito Orbán come «il leader più autorevole d’Europa» in materia di «sicurezza e indipendenza energetica». Peraltro, ha aggiunto, «è divertente vedere i primi ministri e i leader di alcune capitali dell’Europa occidentale parlare della crisi energetica, mentre avrebbero dovuto seguire le politiche di Orbán in Ungheria». In questo modo, ha evidenziato, la crisi «sarebbe stata molto meno grave».
Durante il suo intervento, il vicepresidente americano ha anche evocato il tema delle interferenze straniere in senso più ampio, sostenendo che vi sarebbero state ingerenze da parte dell’intelligence ucraina sia nelle elezioni americane sia in quelle ungheresi, senza però fornire elementi a sostegno di questa accusa. Un passaggio tutto da verificare, certo, ma che contribuisce ad alimentare un clima già fortemente polarizzato e a rendere ancora più profonda la distanza tra le due sponde dell’Atlantico.
Non a caso, la Commissione europea ha reagito con durezza alle parole di Vance, ritorcendo contro il vicepresidente la stessa accusa di ingerenza: «Le elezioni sono una scelta esclusiva dei cittadini, da noi le elezioni non sono decise dalle Big Tech e dai loro algoritmi», ha commentato un portavoce di Ursula von der Leyen.
Il 12 aprile, insomma, non si voterà soltanto in Ungheria: si vedrà fino a che punto arriva la frattura tra Europa e Stati Uniti.
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