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2019-02-10
Il padrino di Macron minaccia Roma: «È necessario un cambio governo»
Ansa
Non garrisce più al vento il tricolore sbagliato sul balcone del Comune di Cuneo. Norme alla mano (esiste infatti una precisa regolamentazione dei limitati casi in cui è possibile esporre bandiere estere), è toccato al prefetto, su indicazione del governo, richiamare il sindaco, Federico Borgna (centrosinistra), che il giorno prima, forse confondendo il municipio con il terrazzo di casa propria, aveva deciso di issare la bandiera transalpina.
E fa impressione la naturalezza con cui, parlando alle edizioni piemontesi di Repubblica, il sindaco abbia confuso opinioni politiche di parte con doveri istituzionali e di rappresentanza: «Quando ho letto che la Francia aveva richiamato l'ambasciatore, sono stato colto dallo sconforto. La ricerca di consenso in vista delle elezioni europee non può mettere in discussione i rapporti tra i nostri Paesi. Così ho deciso di aggiungere al municipio la bandiera francese».
Non si hanno per ora novità - incredibilmente - sull'analoga iniziativa del rettore dell'università di Torino, Gianmaria Ajani. L'accademico ha consegnato al quotidiano La Stampa il testo del suo comizietto: «Se dovessi fare un appello, potrei dire che mi piacerebbe vedere Torino con 1.000 bandiere francesi appese alle finestre».
Dal bandierone alla bandierina: quella piccola, che diversi utenti Twitter mettono accanto al loro profilo per «presentarsi». Già ieri La Verità ha sottolineato la scelta del Pd di mettere anche il tricolore transalpino nel proprio account ufficiale. Ma sempre sui social, furoreggia (nel senso che scatena il furore degli utenti che continuano a commentare inferociti) la lettera che Andrea Marcucci, capogruppo dei senatori dem, ha inviato a nome di tutti i suoi colleghi all'ambasciatore francese «per rappresentare la nostra vicinanza e il nostro disappunto per i continui attacchi pretestuosi perpetrati da ministri del governo italiano a danno del suo Paese». A parte la parola «perpetrati» (più adatta a un crimine che a un attacco politico), la reazione degli utenti è eloquente. Citiamo alcuni fra i commenti meno scurrili: «Siete dei poveri servi, miserabili ectoplasmi», «Traditori», «Bravi, continuate a scodinzolare», «Gli porti anche le pantofole», «Fracchia e Fantozzi avevano più dignità di voi», «Dichiaratevi prigionieri politici e chiedete asilo alla Francia», «Servilismo imbarazzante», «Proni e sbavanti». Insomma, un successone per il Pd...
Infine, il vero fatto della giornata di ieri: la discesa in campo di Jacques Attali, economista, eminenza grigia sin dai tempi della presidenza Mitterrand, nonché presidente della commissione su economia e crescita (istituita a suo tempo da Nicolas Sarkozy) nella quale coinvolse decine di personalità, tra cui gli italiani Mario Monti e Franco Bassanini.
Da anni, un'ampia letteratura accompagna Attali come mentore (dicono gli estimatori) o «puparo» (dicono i detrattori) di Emmanuel Macron, che fu «scoperto» proprio nell'ambito di quella commissione. Oggi l'inquilino dell'Eliseo ricambia la cortesia ascoltando i consigli dell'economista settantacinquenne.
Intanto è significativo il luogo scelto da Attali per manifestarsi: un'intervista alla Stampa di Torino, il giornale dove ormai collabora da mesi - con fiammeggianti attacchi all'Italia - il cotonatissimo filosofo Bernard Henri Levy. «Gli insulti che questi signori lanciano contro la Francia sono eccellenti notizie pedagogiche», esordisce Attali. «Mostrano a chi non l'avesse ancora capito la natura di questi movimenti che ci riportano agli anni più neri dell'Italia e della Francia». Segue l'evocazione dell'Italia tra gli anni Venti e il 1945, tanto per lasciare a verbale l'accusa di fascismo. Ma è significativo che Attali, in un Paese - la Francia - dove la conversazione pubblica è tutta un «signor presidente, signor ministro», si riferisca a membri del governo italiano chiamandoli «questi signori». La Stampa non ha nulla da obiettare e lascia spazio al gran manovratore transalpino. Il quale prima si cautela con un po' di salamelecchi («sono molto rispettoso della democrazia e in particolare di quella italiana», «non voglio immischiarmi nelle vostre scelte politiche»), ma poi lancia messaggi affilati. «Un cambiamento di governo in Italia sarebbe la soluzione definitiva. Oppure quello attuale deve diventare responsabile». Senza neanche bisogno di parlare in codice, un chiaro avvertimento: o cambiano comportamento, o è meglio che saltino.
Il giornalista non fa né una piega né un plissé, e Attali ribadisce il concetto: «Da un punto di vista francese, europeo e anche di tanti miei amici italiani, visto che il vostro governo dopo mesi e mesi non cambia atteggiamento, dovrebbe cambiare. Risolverebbe tutti i problemi». Spiace dover ricordare ad Attali (La Stampa non l'ha fatto) che i cambi di governo in Italia non li decidono Attali e i suoi «amici», ma le maggioranze parlamentari e gli elettori. Come ha spiegato Matteo Salvini: «Se Macron è stato eletto promettendo tanto e poi ha combinato poco questo non lo decidono gli italiani ma i francesi
Inutile girarci intorno».
D'altra parte è noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, centrato sul ruolo guida del Pd. Poi, prima della formazione del governo gialloblù, gli stessi ambienti auspicavano - come male minore - un'intesa Pd-M5s, per addomesticare i grillini. Infine, hanno lavorato sulle faglie tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra i ministri tecnici e gli altri, tra il Quirinale e i partiti di maggioranza. Il «partito francese» è all'opera.
Daniele Capezzone
Parigi cede e accoglie sette migranti
Per ora è una resa. La Francia cerca di allentare la tensione e accontenta il governo italiano sui migranti della Sea Watch 3: «Ne prenderemo sette», ha annunciato il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, ieri mattina.
Dopo le tensioni dei giorni scorsi, Parigi aveva minacciato di non accogliere più nessuno. E questa sembrava una sentenza non impugnabile. Castaner, però, ha fatto retromarcia: «La Francia manterrà i suoi impegni». Matteo Salvini ha subito rilanciato la notizia sui social: «Ottimo. Con il dialogo si risolvono tutti i problemi. Parlerò con il mio collega ministro francese, spero di vederlo in settimana».
Già in mattinata gli animi si erano stemperati. E infatti il vicepremier, precisando di restare fermo sulla sua posizione, aveva detto di non cercare lo scontro: «Non siamo noi i litigiosi, sai cosa me ne frega a me di litigare con Macron?». Parole pronunciate pubblicamente, all'assemblea dei risparmiatori della Popolare di Vicenza. «Abbiamo il dossier sui terroristi italiani che soggiornano in Francia, il confine con Ventimiglia, abbiamo parecchi problemi da risolvere».
Per Salvini il cambio di rotta francese potrebbe derivare dal fatto «che quando l'Italia prende un impegno lo mantiene ed evidentemente, lo fanno anche i francesi. Se la Francia ne prenderà sette, sette volte grazie». E ancora: «Se per risolvere il problema dell'immigrazione avessi dovuto attendere Bruxelles avremmo aspettato sei anni e sarebbero arrivati altri 200.000 di immigrati. Invece siamo andati da soli. Mi è costata qualche inchiesta, però noi facciamo da soli». E, addirittura, secondo quanto riferito da fonti del Viminale, Parigi avrebbe anche appoggiato l'Italia per chiedere rimpatri più efficaci in alcuni Paesi africani, a partire dal Senegal. In Italia, infatti, ci sono decine di senegalesi irregolari pronti per l'espulsione.
Le Ong, intanto, non si arrendono. E da Roma lanciano un appello ai sindaci italiani ed europei per creare una «rete per la difesa dei valori fondanti della Costituzione europea». I tassisti del mare, con in prima fila Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno riunito i primi cittadini di Barcellona, Madrid, Zaragoza, Valencia, Napoli, Palermo, Milano, Latina, Bologna, sperando di far leva sul governo far riaprire i porti.
Lunedì e martedì, però, tecnici del ministero delle Infrastrutture e della gestione delle acque marine dell'Olanda svolgeranno un'ispezione tecnica sulla nave Sea Watch 3, ancora ormeggiata nel porto di Catania. Le autorità italiane sono state informate dell'ispezione tecnica da parte dello Stato di bandiera della barca da diporto spacciata per imbarcazione da soccorso. Il taxi per migranti è ancorato per questione amministrative: la Guardia costiera ha riscontrato una serie di anomalie. La Procura di Catania, poi, ha accertato che la motonave presenta tutte le caratteristiche dello yatch, «con tutto ciò che ne consegue in termini di inidoneità a ospitare un numero di passeggeri ben più elevato di quello per cui è stata concepita». Ora spetterà agli olandesi correre ai ripari.
Fabio Amendolara
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L'economista Jacques Attali evoca il pericolo fascismo in Italia. Poi lancia un avvertimento: «O i gialloblù si calmano o scatta la soluzione definitiva». Intanto i prefetti rimuovono i tricolori transalpini issati dal Pd.Il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, fa retromarcia sulla Sea Watch 3: «Onoreremo gli impegni». Salvini esulta: «Con il dialogo i problemi si risolvono».Lo speciale contiene due articoliNon garrisce più al vento il tricolore sbagliato sul balcone del Comune di Cuneo. Norme alla mano (esiste infatti una precisa regolamentazione dei limitati casi in cui è possibile esporre bandiere estere), è toccato al prefetto, su indicazione del governo, richiamare il sindaco, Federico Borgna (centrosinistra), che il giorno prima, forse confondendo il municipio con il terrazzo di casa propria, aveva deciso di issare la bandiera transalpina. E fa impressione la naturalezza con cui, parlando alle edizioni piemontesi di Repubblica, il sindaco abbia confuso opinioni politiche di parte con doveri istituzionali e di rappresentanza: «Quando ho letto che la Francia aveva richiamato l'ambasciatore, sono stato colto dallo sconforto. La ricerca di consenso in vista delle elezioni europee non può mettere in discussione i rapporti tra i nostri Paesi. Così ho deciso di aggiungere al municipio la bandiera francese».Non si hanno per ora novità - incredibilmente - sull'analoga iniziativa del rettore dell'università di Torino, Gianmaria Ajani. L'accademico ha consegnato al quotidiano La Stampa il testo del suo comizietto: «Se dovessi fare un appello, potrei dire che mi piacerebbe vedere Torino con 1.000 bandiere francesi appese alle finestre». Dal bandierone alla bandierina: quella piccola, che diversi utenti Twitter mettono accanto al loro profilo per «presentarsi». Già ieri La Verità ha sottolineato la scelta del Pd di mettere anche il tricolore transalpino nel proprio account ufficiale. Ma sempre sui social, furoreggia (nel senso che scatena il furore degli utenti che continuano a commentare inferociti) la lettera che Andrea Marcucci, capogruppo dei senatori dem, ha inviato a nome di tutti i suoi colleghi all'ambasciatore francese «per rappresentare la nostra vicinanza e il nostro disappunto per i continui attacchi pretestuosi perpetrati da ministri del governo italiano a danno del suo Paese». A parte la parola «perpetrati» (più adatta a un crimine che a un attacco politico), la reazione degli utenti è eloquente. Citiamo alcuni fra i commenti meno scurrili: «Siete dei poveri servi, miserabili ectoplasmi», «Traditori», «Bravi, continuate a scodinzolare», «Gli porti anche le pantofole», «Fracchia e Fantozzi avevano più dignità di voi», «Dichiaratevi prigionieri politici e chiedete asilo alla Francia», «Servilismo imbarazzante», «Proni e sbavanti». Insomma, un successone per il Pd... Infine, il vero fatto della giornata di ieri: la discesa in campo di Jacques Attali, economista, eminenza grigia sin dai tempi della presidenza Mitterrand, nonché presidente della commissione su economia e crescita (istituita a suo tempo da Nicolas Sarkozy) nella quale coinvolse decine di personalità, tra cui gli italiani Mario Monti e Franco Bassanini.Da anni, un'ampia letteratura accompagna Attali come mentore (dicono gli estimatori) o «puparo» (dicono i detrattori) di Emmanuel Macron, che fu «scoperto» proprio nell'ambito di quella commissione. Oggi l'inquilino dell'Eliseo ricambia la cortesia ascoltando i consigli dell'economista settantacinquenne. Intanto è significativo il luogo scelto da Attali per manifestarsi: un'intervista alla Stampa di Torino, il giornale dove ormai collabora da mesi - con fiammeggianti attacchi all'Italia - il cotonatissimo filosofo Bernard Henri Levy. «Gli insulti che questi signori lanciano contro la Francia sono eccellenti notizie pedagogiche», esordisce Attali. «Mostrano a chi non l'avesse ancora capito la natura di questi movimenti che ci riportano agli anni più neri dell'Italia e della Francia». Segue l'evocazione dell'Italia tra gli anni Venti e il 1945, tanto per lasciare a verbale l'accusa di fascismo. Ma è significativo che Attali, in un Paese - la Francia - dove la conversazione pubblica è tutta un «signor presidente, signor ministro», si riferisca a membri del governo italiano chiamandoli «questi signori». La Stampa non ha nulla da obiettare e lascia spazio al gran manovratore transalpino. Il quale prima si cautela con un po' di salamelecchi («sono molto rispettoso della democrazia e in particolare di quella italiana», «non voglio immischiarmi nelle vostre scelte politiche»), ma poi lancia messaggi affilati. «Un cambiamento di governo in Italia sarebbe la soluzione definitiva. Oppure quello attuale deve diventare responsabile». Senza neanche bisogno di parlare in codice, un chiaro avvertimento: o cambiano comportamento, o è meglio che saltino. Il giornalista non fa né una piega né un plissé, e Attali ribadisce il concetto: «Da un punto di vista francese, europeo e anche di tanti miei amici italiani, visto che il vostro governo dopo mesi e mesi non cambia atteggiamento, dovrebbe cambiare. Risolverebbe tutti i problemi». Spiace dover ricordare ad Attali (La Stampa non l'ha fatto) che i cambi di governo in Italia non li decidono Attali e i suoi «amici», ma le maggioranze parlamentari e gli elettori. Come ha spiegato Matteo Salvini: «Se Macron è stato eletto promettendo tanto e poi ha combinato poco questo non lo decidono gli italiani ma i francesi Inutile girarci intorno». D'altra parte è noto che a Parigi tanti auspicavano un esito elettorale diverso prima del 4 marzo, centrato sul ruolo guida del Pd. Poi, prima della formazione del governo gialloblù, gli stessi ambienti auspicavano - come male minore - un'intesa Pd-M5s, per addomesticare i grillini. Infine, hanno lavorato sulle faglie tra il Mef e gli azionisti di maggioranza dell'esecutivo, tra i ministri tecnici e gli altri, tra il Quirinale e i partiti di maggioranza. Il «partito francese» è all'opera. Daniele Capezzone<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-padrino-di-macron-minaccia-roma-e-necessario-un-cambio-governo-2628488784.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parigi-cede-e-accoglie-sette-migranti" data-post-id="2628488784" data-published-at="1767742592" data-use-pagination="False"> Parigi cede e accoglie sette migranti Per ora è una resa. La Francia cerca di allentare la tensione e accontenta il governo italiano sui migranti della Sea Watch 3: «Ne prenderemo sette», ha annunciato il ministro dell'Interno, Christophe Castaner, ieri mattina. Dopo le tensioni dei giorni scorsi, Parigi aveva minacciato di non accogliere più nessuno. E questa sembrava una sentenza non impugnabile. Castaner, però, ha fatto retromarcia: «La Francia manterrà i suoi impegni». Matteo Salvini ha subito rilanciato la notizia sui social: «Ottimo. Con il dialogo si risolvono tutti i problemi. Parlerò con il mio collega ministro francese, spero di vederlo in settimana». Già in mattinata gli animi si erano stemperati. E infatti il vicepremier, precisando di restare fermo sulla sua posizione, aveva detto di non cercare lo scontro: «Non siamo noi i litigiosi, sai cosa me ne frega a me di litigare con Macron?». Parole pronunciate pubblicamente, all'assemblea dei risparmiatori della Popolare di Vicenza. «Abbiamo il dossier sui terroristi italiani che soggiornano in Francia, il confine con Ventimiglia, abbiamo parecchi problemi da risolvere». Per Salvini il cambio di rotta francese potrebbe derivare dal fatto «che quando l'Italia prende un impegno lo mantiene ed evidentemente, lo fanno anche i francesi. Se la Francia ne prenderà sette, sette volte grazie». E ancora: «Se per risolvere il problema dell'immigrazione avessi dovuto attendere Bruxelles avremmo aspettato sei anni e sarebbero arrivati altri 200.000 di immigrati. Invece siamo andati da soli. Mi è costata qualche inchiesta, però noi facciamo da soli». E, addirittura, secondo quanto riferito da fonti del Viminale, Parigi avrebbe anche appoggiato l'Italia per chiedere rimpatri più efficaci in alcuni Paesi africani, a partire dal Senegal. In Italia, infatti, ci sono decine di senegalesi irregolari pronti per l'espulsione. Le Ong, intanto, non si arrendono. E da Roma lanciano un appello ai sindaci italiani ed europei per creare una «rete per la difesa dei valori fondanti della Costituzione europea». I tassisti del mare, con in prima fila Sea Watch, Proactiva Open Arms e Mediterranea, hanno riunito i primi cittadini di Barcellona, Madrid, Zaragoza, Valencia, Napoli, Palermo, Milano, Latina, Bologna, sperando di far leva sul governo far riaprire i porti. Lunedì e martedì, però, tecnici del ministero delle Infrastrutture e della gestione delle acque marine dell'Olanda svolgeranno un'ispezione tecnica sulla nave Sea Watch 3, ancora ormeggiata nel porto di Catania. Le autorità italiane sono state informate dell'ispezione tecnica da parte dello Stato di bandiera della barca da diporto spacciata per imbarcazione da soccorso. Il taxi per migranti è ancorato per questione amministrative: la Guardia costiera ha riscontrato una serie di anomalie. La Procura di Catania, poi, ha accertato che la motonave presenta tutte le caratteristiche dello yatch, «con tutto ciò che ne consegue in termini di inidoneità a ospitare un numero di passeggeri ben più elevato di quello per cui è stata concepita». Ora spetterà agli olandesi correre ai ripari. Fabio Amendolara
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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