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2024-03-18
Il Niger ha rotto la cooperazione militare con gli Usa
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Ansa
“Il governo del Niger, tenendo conto delle aspirazioni e degli interessi del suo popolo, decide con piena responsabilità di denunciare con effetto immediato l’accordo relativo allo status del personale militare degli Stati Uniti e dei dipendenti civili del Dipartimento di Difesa americano nel territorio della Repubblica del Niger”, ha dichiarato Niamey, secondo cui l'accordo tra i due Paesi, che era stato firmato nel 2012, sarebbe stato imposto al Niger e avrebbe violato le “regole costituzionali e democratiche” della sua sovranità. “Questo accordo non solo è profondamente ingiusto nella sua sostanza, ma non soddisfa nemmeno le aspirazioni e gli interessi del popolo nigerino”, ha proseguito il governo di Niamey.
L’annuncio del Niger è arrivato poco dopo la visita nel Paese di una delegazione statunitense che, secondo i vertici nigerini, “non ha rispettato le pratiche diplomatiche”. “Il governo del Niger si rammarica del desiderio della delegazione americana di negare al popolo nigerino il diritto di scegliere i propri partner e il tipo di partnership in grado di aiutarlo a combattere veramente contro i terroristi”, ha reso noto Niamey.
“Siamo a conoscenza della dichiarazione del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria in Niger, che fa seguito alle franche discussioni a livello senior svoltesi questa settimana a Niamey sulle nostre preoccupazioni riguardo alla traiettoria del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria. Siamo in contatto col Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria e forniremo ulteriori aggiornamenti come richiesto”, ha commentato il Dipartimento di Stato americano. Secondo l’Afp, gli Stati Uniti avrebbero al momento un migliaio di soldati in territorio nigerino, stanziati in una base dal valore di circa cento milioni di dollari. In particolare, le relazioni tra Washington e Niamey sono peggiorate dopo il golpe nigerino, verificatosi lo scorso luglio.
È abbastanza evidente come la svolta di Niamey, annunciata sabato, rappresenti un duro colpo all’influenza americana sul Sahel. Non dimentichiamo d’altronde che, nel corso degli ultimi due anni, anche la Francia ha subito duri colpi nella regione, mentre Mali, Burkina Faso e Niger sono progressivamente entrati nell’orbita di Mosca. Non solo. A settembre scorso, questi tre Paesi hanno siglato un patto di sicurezza che, di fatto benedetto dalla Russia, ha inferto uno schiaffo sia a Parigi che all’Ecowas. A rendere il quadro più preoccupante sta il fatto che, sulla scia della crescente influenza russa, anche l’Iran sta rafforzando la propria longa manus su vari Paesi dell’area: soprattutto il Mali e lo stesso Niger. Non è quindi da escludere che, dietro l’addio di Niamey a Washington, si celi (anche) una manovra congiunta di Mosca e Teheran.
Purtroppo l’amministrazione Biden non sembra ancora capire l’assoluta centralità dell’Africa. E la necessità di rilanciare urgentemente il fianco meridionale della Nato: un contesto, questo, in cui l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primo piano.
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Il Sahel continua ad allontanarsi dall’orbita occidentale. Sabato, il governo del Niger ha sospeso la cooperazione militare con gli Stati Uniti. “Il governo del Niger, tenendo conto delle aspirazioni e degli interessi del suo popolo, decide con piena responsabilità di denunciare con effetto immediato l’accordo relativo allo status del personale militare degli Stati Uniti e dei dipendenti civili del Dipartimento di Difesa americano nel territorio della Repubblica del Niger”, ha dichiarato Niamey, secondo cui l'accordo tra i due Paesi, che era stato firmato nel 2012, sarebbe stato imposto al Niger e avrebbe violato le “regole costituzionali e democratiche” della sua sovranità. “Questo accordo non solo è profondamente ingiusto nella sua sostanza, ma non soddisfa nemmeno le aspirazioni e gli interessi del popolo nigerino”, ha proseguito il governo di Niamey. L’annuncio del Niger è arrivato poco dopo la visita nel Paese di una delegazione statunitense che, secondo i vertici nigerini, “non ha rispettato le pratiche diplomatiche”. “Il governo del Niger si rammarica del desiderio della delegazione americana di negare al popolo nigerino il diritto di scegliere i propri partner e il tipo di partnership in grado di aiutarlo a combattere veramente contro i terroristi”, ha reso noto Niamey. “Siamo a conoscenza della dichiarazione del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria in Niger, che fa seguito alle franche discussioni a livello senior svoltesi questa settimana a Niamey sulle nostre preoccupazioni riguardo alla traiettoria del Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria. Siamo in contatto col Consiglio Nazionale per la Salvaguardia della Patria e forniremo ulteriori aggiornamenti come richiesto”, ha commentato il Dipartimento di Stato americano. Secondo l’Afp, gli Stati Uniti avrebbero al momento un migliaio di soldati in territorio nigerino, stanziati in una base dal valore di circa cento milioni di dollari. In particolare, le relazioni tra Washington e Niamey sono peggiorate dopo il golpe nigerino, verificatosi lo scorso luglio. È abbastanza evidente come la svolta di Niamey, annunciata sabato, rappresenti un duro colpo all’influenza americana sul Sahel. Non dimentichiamo d’altronde che, nel corso degli ultimi due anni, anche la Francia ha subito duri colpi nella regione, mentre Mali, Burkina Faso e Niger sono progressivamente entrati nell’orbita di Mosca. Non solo. A settembre scorso, questi tre Paesi hanno siglato un patto di sicurezza che, di fatto benedetto dalla Russia, ha inferto uno schiaffo sia a Parigi che all’Ecowas. A rendere il quadro più preoccupante sta il fatto che, sulla scia della crescente influenza russa, anche l’Iran sta rafforzando la propria longa manus su vari Paesi dell’area: soprattutto il Mali e lo stesso Niger. Non è quindi da escludere che, dietro l’addio di Niamey a Washington, si celi (anche) una manovra congiunta di Mosca e Teheran. Purtroppo l’amministrazione Biden non sembra ancora capire l’assoluta centralità dell’Africa. E la necessità di rilanciare urgentemente il fianco meridionale della Nato: un contesto, questo, in cui l’Italia potrebbe giocare un ruolo di primo piano.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.