True
2020-12-06
Tra noi e la trappola Mes solo i ribelli M5s
Vito Crimi (Ansa)
Luigi Di Maio interviene alla videoassemblea congiunta dei parlamentari pentastellati sul voto del prossimo 9 dicembre sulla riforma del Mes: «Cerchiamo di non spezzare la corda», dice Di Maio, «perché a giocare con il fuoco possiamo farci male». Ma pure la Corda si ribella: «Questo è fascismo. Una conduzione», protesta la deputata Emanuela Corda, «che non ci permette di esprimerci. Solo due minuti e mezzo». Lo psicodramma grillino sul Mes non accenna a placarsi, anzi. I 42 deputati e 16 senatori grillini contrari alla riforma tengono sulla graticola Giuseppe Conte. Una bocciatura della risoluzione di maggioranza aprirebbe la crisi di governo. In queste ore i dissidenti del M5s sono sottoposti a pressioni inimmaginabili per cambiare idea. Il ricatto politico è sempre lo stesso: se cade Conte si va alle elezioni e voi perdete la poltrona. In realtà, non è detto che vada così: morto (politicamente) un premier, nulla vieta di farne un altro.
«Se si vuole cambiare idea sulla riforma del Mes», scrive su Facebook il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa, uno dei dissidenti, «lo si fa con una votazione tra i parlamentari o ancora meglio, una votazione tra gli iscritti, così il gruppo verrebbe legittimato a cambiare idea. Abbiamo a disposizione uno strumento come Rousseau, usiamolo». Prove tecniche di ennesima giravolta? Non si sa. Quello che si sa è che da questa vicenda così triste, da qualunque parte la si guardi, chi esce letteralmente a pezzi è don Vito Crimi, reggente per caso del M5s. «Gualtieri è andato in Europa», dice Crimi, «con il pieno mandato perché mi sono assunto la responsabilità di non indebolire la posizione del nostro Paese nei rapporti internazionali europei». Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che va in Europa con il pieno mandato di Crimi, che però viene a sua volta mandato (a quel paese, non in Europa) da mezzo M5s. La tragedia del governo italiano è tutta qui: trattasi in realtà di una farsa.
«La nostra non è una battaglia ideologica», si barcamena Crimi a Sky Tg24, «ma una convinzione, che il Mes, anche quello sanitario, è uno strumento anacronistico, non adeguato a quello che stiamo affrontando. Va superato e smantellato, era nel nostro programma e resta un nostro obiettivo. Anche la riforma non ci piace, perché non cambia gli aspetti negativi dello strumento», aggiunge Crimi, «ma anche se non passasse la riforma, il Mes continuerebbe a esistere, con modalità che riteniamo deleterie». La riforma non ci piace, ma la votiamo. Il Mes vogliamo smantellarlo, ma lo rafforziamo. Vi sembrano contraddizioni? Bazzecole, in confronto al triplo salto mortale con avvitamento rappresentato dalle posizioni odierne rispetto a quanto scriveva il M5s nel suo programma elettorale, pubblicato in prossimità delle elezioni politiche del marzo 2018. «Nel 2012», si legge nel documento, «è stato istituito il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per finanziare i paesi dell'Ue in difficoltà finanziaria in cambio dell'impegno ad attuare un percorso di risanamento della finanza pubblica. Questo percorso si è rivelato nei fatti un calvario che ha distrutto l'economia greca». Non solo: «Nel momento in cui si affida a stati economicamente più forti», recita il programma dei grillini, «la possibilità di poter dettare delle misure rigorose, oltre che dell'agenda economica anche di quella politica, il Mes si sostituisce di fatto alle istituzioni nazionali. La democrazia è divenuta oggetto di trattazione delle organizzazioni finanziarie. Il M5s si opporrà in ogni modo a tutti quei ricatti dei mercati e della finanza internazionale travestiti da riforme. In particolare, ci impegneremo allo smantellamento del Mes (fondo salva Stati) e della cosiddetta Troika». Smantellare e rafforzare, come abbiamo già visto, nel vocabolario grillino sono sinonimi. E come dimenticare il contratto di governo tra Lega e M5s, che fu pilastro del primo governo Conte? «Con lo spirito di ritornare all'impostazione pre Maastricht in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà», si legge nel testo, «si ritiene necessario rivedere, insieme ai partner europei, l'impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, Fiscal compact, Mes, etc.) attualmente basato sul predominio del mercato e sul rispetto di vincoli stringenti dal punto di vista economico e sociale». Istruttivo rileggere anche qualche passaggio della risoluzione presentata alla Camera il 19 giugno 2019 dai capigruppo di M5s e Lega, Francesco D'Uva e Riccardo Molinari, che impegna il governo «in ordine alla riforma del Meccanismoeuropeo di stabilità, a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a render note alle Camere le proposte di modifica al trattato Esm, elaborate in sede europea, al fine di consentire al parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il parlamento non si sia pronunciato».
Tutto dimenticato, insabbiato, contraddetto. Il M5s si prepara alla più grande figuraccia della sua storia. Se i dissidenti terranno duro, Conte andrà a casa. Se cambieranno idea, il M5s sarà finito. In Forza Italia anche i più convinti sostenitori della riforma del Mes si stanno convincendo del fatto che tenere in vita artificialmente questo governo con qualche «aiutino» sia una pessima idea. Il conto alla rovescia, per Giuseppi, è iniziato.
Sul salva Stati Conte usa il metodo Ue. Non è mai il momento per dire di no
Ora non è il momento, più tardi». Chissà a quanti lettori sarà capitato durante l'infanzia di ascoltare una simile frase dai propri genitori, per respingere una qualsiasi richiesta. Risposta seguita da «ormai è troppo tardi», quando si tornava alla carica, credendo fosse giunto il momento.
Purtroppo è il filo conduttore dei nostri rapporti con l'Europa. Senza andare troppo indietro nel tempo, partendo dal 2012, ci siamo ritrovati ad approvare Fiscal compact, equilibrio di bilancio in Costituzione, approvazione del Mes, il cosiddetto Two pack (che blinda il percorso per l'approvazione della legge di bilancio) e il bail in, sempre ricevendo lo stesso trattamento. La fase di discussione vera si è sempre svolta dietro le quinte, con scarso o nullo coinvolgimento dell'opinione pubblica e del Parlamento (dal 2012 la Legge Moavero, purtroppo priva di sanzioni, ha posto fine a questo scempio). Quando, improvvisamente, il tema è uscito dalle segrete stanze dell'Eurogruppo (delle cui riunioni non restano verbali) per approdare al Consiglio Ecofin o all'Eurosummit o al Consiglio europeo, non era più il momento di fare obiezioni perché era troppo tardi, ed abbiamo dovuto silenziosamente subire regole dannose per gli interessi del Paese. A tale danno si è sempre aggiunta la beffa di una postuma resipiscenza, non appena i protagonisti di quelle scelte scellerate hanno abbandonato i rispettivi ruoli.
Valga, per tutti, la testimonianza resa anni dopo dallo scomparso ex ministro dell'Economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, a proposito dell'approvazione del bail-in, fatta in fretta nel dicembre 2013 perché incombevano le elezioni dell'Europarlamento: «…Che cosa poteva succedere all'Italia, al debito pubblico, al nostro spread, in un periodo di tale durata? Era effettivamente un rischio importante. […] Le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: sì, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però… Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli […] nei confronti dell'Italia in quel momento c'era una situazione quasi degasperiana». Saccomanni terminò dicendo che «…si era in una situazione in cui non c'era alcuna possibilità di bloccare il negoziato e, se anche ci fosse stata, sarebbe stato molto probabilmente più dannosa che altro…». Peccato che, al termine di quell'Ecofin, Saccomanni avesse commentato trionfante su Twitter: «Con l'Unione Bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso». Dopo meno di due anni ci sono state la risoluzione, liquidazione o ricapitalizzazione precauzionale di otto banche con l'indice di Borsa crollato del 60% in pochi mesi. L'ex ministro Giovanni Tria paventò un ricatto, dichiarando in audizione parlamentare che «se l'Italia non accettava, si sarebbe diffusa la notizia che l'Italia non accettava perché aveva il sistema bancario prossimo al fallimento, il che significava avere il fallimento del sistema bancario».
Siamo a oggi, e abbiamo il vantaggio di conoscere il copione e poterci liberare della miscela di bugie, ambiguità e arroganza con cui si vuole fare passare la riforma del Mes, che sta allo Stato come il bail in sta alle banche. Uno strumento per la gestione «ordinata» delle crisi, che promette di essere la rovina dello Stato che si vuole «salvare». Ritroviamo quella mistura nelle parole del presidente Giuseppe Conte consegnate a Repubblica ieri. Al netto del tono ultimativo e arrogante di «ora inizia la ricostruzione nel segno dell'Europa e sarà il mio governo a guidarla perché non cadrò sul Mes» (a cui obiettiamo chiedendo dove sia il mandato per decidere il futuro del nostro Paese per così tanti anni a venire), Conte sostiene che «abbiamo ereditato il Mes dai precedenti esecutivi. Abbiamo offerto un contributo importante alla sua riforma». Omette «solo» che era lui il premier del governo precedente e, in quella veste, si impegnò all'Eurosummit del 21 giugno 2019 a «proseguire i lavori su tutto il pacchetto globale». Tale pacchetto comprendeva riforma del Trattato Mes e Bicc (strumento di bilancio per la competitività e la convergenza), oltre al completamento dell'Unione bancaria i cui lavori erano però indietro. Ammesso e non concesso che il Bicc sia stato sostituito dal Next Generation Ue (i due strumenti differiscono per diversi aspetti), per tenere fede ai suoi impegni Conte, al prossimo Euro Summit di venerdì 11, potrà dire solo una cosa: la riforma del Mes è bloccata fino a quando non viene approvato almeno il Ngeu. Altrimenti, delle due l'una: o ha mentito agli italiani e al Parlamento il 21 giugno 2019 o lo farà sia mercoledì a Roma sia venerdì a Bruxelles. Se Conte dichiara che il Mes non gode di grande appeal e proporrà di riconsiderare in modo più radicale la sua struttura e la sua funzione, perché essere ambiguo e approvare ora una riforma che lascia intatti e peggiora tutti i difetti di questa istituzione?
Sostenere che «continueremo a lavorare per attuare lo schema europeo di assicurazione dei depositi (Edis)» - dimenticando però che il comunicato dell'Eurogruppo di lunedì scorso fa cenno a un «trattamento prudenziale (cioè penalizzante) dei titoli di Stato nei bilanci bancari» - significa ripetere lo stesso schema ricattatorio del passato. Quando pensa di farcelo sapere? Quando sarà troppo tardi per dire no? Come con la riforma del Mes? Non funziona più, non siamo più bambini.
Continua a leggereRiduci
In una agitata riunione notturna, il reggente Vito Crimi ammette: «Ho detto a Gualtieri di avallare la riforma del Mes». È rivoltaDal Fiscal compact al bail in, l'Europa funziona così: prima si decide tutto in segreto, e quando il tema diventa di pubblico dominio, è tardi per fare obiezioni. Proprio il modo in cui il premier gestisce il dibattito sul FondoLo speciale contiene due articoliLuigi Di Maio interviene alla videoassemblea congiunta dei parlamentari pentastellati sul voto del prossimo 9 dicembre sulla riforma del Mes: «Cerchiamo di non spezzare la corda», dice Di Maio, «perché a giocare con il fuoco possiamo farci male». Ma pure la Corda si ribella: «Questo è fascismo. Una conduzione», protesta la deputata Emanuela Corda, «che non ci permette di esprimerci. Solo due minuti e mezzo». Lo psicodramma grillino sul Mes non accenna a placarsi, anzi. I 42 deputati e 16 senatori grillini contrari alla riforma tengono sulla graticola Giuseppe Conte. Una bocciatura della risoluzione di maggioranza aprirebbe la crisi di governo. In queste ore i dissidenti del M5s sono sottoposti a pressioni inimmaginabili per cambiare idea. Il ricatto politico è sempre lo stesso: se cade Conte si va alle elezioni e voi perdete la poltrona. In realtà, non è detto che vada così: morto (politicamente) un premier, nulla vieta di farne un altro. «Se si vuole cambiare idea sulla riforma del Mes», scrive su Facebook il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa, uno dei dissidenti, «lo si fa con una votazione tra i parlamentari o ancora meglio, una votazione tra gli iscritti, così il gruppo verrebbe legittimato a cambiare idea. Abbiamo a disposizione uno strumento come Rousseau, usiamolo». Prove tecniche di ennesima giravolta? Non si sa. Quello che si sa è che da questa vicenda così triste, da qualunque parte la si guardi, chi esce letteralmente a pezzi è don Vito Crimi, reggente per caso del M5s. «Gualtieri è andato in Europa», dice Crimi, «con il pieno mandato perché mi sono assunto la responsabilità di non indebolire la posizione del nostro Paese nei rapporti internazionali europei». Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che va in Europa con il pieno mandato di Crimi, che però viene a sua volta mandato (a quel paese, non in Europa) da mezzo M5s. La tragedia del governo italiano è tutta qui: trattasi in realtà di una farsa. «La nostra non è una battaglia ideologica», si barcamena Crimi a Sky Tg24, «ma una convinzione, che il Mes, anche quello sanitario, è uno strumento anacronistico, non adeguato a quello che stiamo affrontando. Va superato e smantellato, era nel nostro programma e resta un nostro obiettivo. Anche la riforma non ci piace, perché non cambia gli aspetti negativi dello strumento», aggiunge Crimi, «ma anche se non passasse la riforma, il Mes continuerebbe a esistere, con modalità che riteniamo deleterie». La riforma non ci piace, ma la votiamo. Il Mes vogliamo smantellarlo, ma lo rafforziamo. Vi sembrano contraddizioni? Bazzecole, in confronto al triplo salto mortale con avvitamento rappresentato dalle posizioni odierne rispetto a quanto scriveva il M5s nel suo programma elettorale, pubblicato in prossimità delle elezioni politiche del marzo 2018. «Nel 2012», si legge nel documento, «è stato istituito il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per finanziare i paesi dell'Ue in difficoltà finanziaria in cambio dell'impegno ad attuare un percorso di risanamento della finanza pubblica. Questo percorso si è rivelato nei fatti un calvario che ha distrutto l'economia greca». Non solo: «Nel momento in cui si affida a stati economicamente più forti», recita il programma dei grillini, «la possibilità di poter dettare delle misure rigorose, oltre che dell'agenda economica anche di quella politica, il Mes si sostituisce di fatto alle istituzioni nazionali. La democrazia è divenuta oggetto di trattazione delle organizzazioni finanziarie. Il M5s si opporrà in ogni modo a tutti quei ricatti dei mercati e della finanza internazionale travestiti da riforme. In particolare, ci impegneremo allo smantellamento del Mes (fondo salva Stati) e della cosiddetta Troika». Smantellare e rafforzare, come abbiamo già visto, nel vocabolario grillino sono sinonimi. E come dimenticare il contratto di governo tra Lega e M5s, che fu pilastro del primo governo Conte? «Con lo spirito di ritornare all'impostazione pre Maastricht in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà», si legge nel testo, «si ritiene necessario rivedere, insieme ai partner europei, l'impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, Fiscal compact, Mes, etc.) attualmente basato sul predominio del mercato e sul rispetto di vincoli stringenti dal punto di vista economico e sociale». Istruttivo rileggere anche qualche passaggio della risoluzione presentata alla Camera il 19 giugno 2019 dai capigruppo di M5s e Lega, Francesco D'Uva e Riccardo Molinari, che impegna il governo «in ordine alla riforma del Meccanismoeuropeo di stabilità, a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a render note alle Camere le proposte di modifica al trattato Esm, elaborate in sede europea, al fine di consentire al parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il parlamento non si sia pronunciato». Tutto dimenticato, insabbiato, contraddetto. Il M5s si prepara alla più grande figuraccia della sua storia. Se i dissidenti terranno duro, Conte andrà a casa. Se cambieranno idea, il M5s sarà finito. In Forza Italia anche i più convinti sostenitori della riforma del Mes si stanno convincendo del fatto che tenere in vita artificialmente questo governo con qualche «aiutino» sia una pessima idea. Il conto alla rovescia, per Giuseppi, è iniziato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-movimento-5-stelle-alle-comiche-finali-il-fondo-va-azzerato-quindi-riformiamolo-2649325598.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-salva-stati-conte-usa-il-metodo-ue-non-e-mai-il-momento-per-dire-di-no" data-post-id="2649325598" data-published-at="1607212439" data-use-pagination="False"> Sul salva Stati Conte usa il metodo Ue. Non è mai il momento per dire di no Ora non è il momento, più tardi». Chissà a quanti lettori sarà capitato durante l'infanzia di ascoltare una simile frase dai propri genitori, per respingere una qualsiasi richiesta. Risposta seguita da «ormai è troppo tardi», quando si tornava alla carica, credendo fosse giunto il momento. Purtroppo è il filo conduttore dei nostri rapporti con l'Europa. Senza andare troppo indietro nel tempo, partendo dal 2012, ci siamo ritrovati ad approvare Fiscal compact, equilibrio di bilancio in Costituzione, approvazione del Mes, il cosiddetto Two pack (che blinda il percorso per l'approvazione della legge di bilancio) e il bail in, sempre ricevendo lo stesso trattamento. La fase di discussione vera si è sempre svolta dietro le quinte, con scarso o nullo coinvolgimento dell'opinione pubblica e del Parlamento (dal 2012 la Legge Moavero, purtroppo priva di sanzioni, ha posto fine a questo scempio). Quando, improvvisamente, il tema è uscito dalle segrete stanze dell'Eurogruppo (delle cui riunioni non restano verbali) per approdare al Consiglio Ecofin o all'Eurosummit o al Consiglio europeo, non era più il momento di fare obiezioni perché era troppo tardi, ed abbiamo dovuto silenziosamente subire regole dannose per gli interessi del Paese. A tale danno si è sempre aggiunta la beffa di una postuma resipiscenza, non appena i protagonisti di quelle scelte scellerate hanno abbandonato i rispettivi ruoli. Valga, per tutti, la testimonianza resa anni dopo dallo scomparso ex ministro dell'Economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, a proposito dell'approvazione del bail-in, fatta in fretta nel dicembre 2013 perché incombevano le elezioni dell'Europarlamento: «…Che cosa poteva succedere all'Italia, al debito pubblico, al nostro spread, in un periodo di tale durata? Era effettivamente un rischio importante. […] Le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: sì, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però… Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli […] nei confronti dell'Italia in quel momento c'era una situazione quasi degasperiana». Saccomanni terminò dicendo che «…si era in una situazione in cui non c'era alcuna possibilità di bloccare il negoziato e, se anche ci fosse stata, sarebbe stato molto probabilmente più dannosa che altro…». Peccato che, al termine di quell'Ecofin, Saccomanni avesse commentato trionfante su Twitter: «Con l'Unione Bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso». Dopo meno di due anni ci sono state la risoluzione, liquidazione o ricapitalizzazione precauzionale di otto banche con l'indice di Borsa crollato del 60% in pochi mesi. L'ex ministro Giovanni Tria paventò un ricatto, dichiarando in audizione parlamentare che «se l'Italia non accettava, si sarebbe diffusa la notizia che l'Italia non accettava perché aveva il sistema bancario prossimo al fallimento, il che significava avere il fallimento del sistema bancario». Siamo a oggi, e abbiamo il vantaggio di conoscere il copione e poterci liberare della miscela di bugie, ambiguità e arroganza con cui si vuole fare passare la riforma del Mes, che sta allo Stato come il bail in sta alle banche. Uno strumento per la gestione «ordinata» delle crisi, che promette di essere la rovina dello Stato che si vuole «salvare». Ritroviamo quella mistura nelle parole del presidente Giuseppe Conte consegnate a Repubblica ieri. Al netto del tono ultimativo e arrogante di «ora inizia la ricostruzione nel segno dell'Europa e sarà il mio governo a guidarla perché non cadrò sul Mes» (a cui obiettiamo chiedendo dove sia il mandato per decidere il futuro del nostro Paese per così tanti anni a venire), Conte sostiene che «abbiamo ereditato il Mes dai precedenti esecutivi. Abbiamo offerto un contributo importante alla sua riforma». Omette «solo» che era lui il premier del governo precedente e, in quella veste, si impegnò all'Eurosummit del 21 giugno 2019 a «proseguire i lavori su tutto il pacchetto globale». Tale pacchetto comprendeva riforma del Trattato Mes e Bicc (strumento di bilancio per la competitività e la convergenza), oltre al completamento dell'Unione bancaria i cui lavori erano però indietro. Ammesso e non concesso che il Bicc sia stato sostituito dal Next Generation Ue (i due strumenti differiscono per diversi aspetti), per tenere fede ai suoi impegni Conte, al prossimo Euro Summit di venerdì 11, potrà dire solo una cosa: la riforma del Mes è bloccata fino a quando non viene approvato almeno il Ngeu. Altrimenti, delle due l'una: o ha mentito agli italiani e al Parlamento il 21 giugno 2019 o lo farà sia mercoledì a Roma sia venerdì a Bruxelles. Se Conte dichiara che il Mes non gode di grande appeal e proporrà di riconsiderare in modo più radicale la sua struttura e la sua funzione, perché essere ambiguo e approvare ora una riforma che lascia intatti e peggiora tutti i difetti di questa istituzione? Sostenere che «continueremo a lavorare per attuare lo schema europeo di assicurazione dei depositi (Edis)» - dimenticando però che il comunicato dell'Eurogruppo di lunedì scorso fa cenno a un «trattamento prudenziale (cioè penalizzante) dei titoli di Stato nei bilanci bancari» - significa ripetere lo stesso schema ricattatorio del passato. Quando pensa di farcelo sapere? Quando sarà troppo tardi per dire no? Come con la riforma del Mes? Non funziona più, non siamo più bambini.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
Continua a leggereRiduci
Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
Continua a leggereRiduci
Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
Continua a leggereRiduci