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2020-12-06
Tra noi e la trappola Mes solo i ribelli M5s
Vito Crimi (Ansa)
Luigi Di Maio interviene alla videoassemblea congiunta dei parlamentari pentastellati sul voto del prossimo 9 dicembre sulla riforma del Mes: «Cerchiamo di non spezzare la corda», dice Di Maio, «perché a giocare con il fuoco possiamo farci male». Ma pure la Corda si ribella: «Questo è fascismo. Una conduzione», protesta la deputata Emanuela Corda, «che non ci permette di esprimerci. Solo due minuti e mezzo». Lo psicodramma grillino sul Mes non accenna a placarsi, anzi. I 42 deputati e 16 senatori grillini contrari alla riforma tengono sulla graticola Giuseppe Conte. Una bocciatura della risoluzione di maggioranza aprirebbe la crisi di governo. In queste ore i dissidenti del M5s sono sottoposti a pressioni inimmaginabili per cambiare idea. Il ricatto politico è sempre lo stesso: se cade Conte si va alle elezioni e voi perdete la poltrona. In realtà, non è detto che vada così: morto (politicamente) un premier, nulla vieta di farne un altro.
«Se si vuole cambiare idea sulla riforma del Mes», scrive su Facebook il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa, uno dei dissidenti, «lo si fa con una votazione tra i parlamentari o ancora meglio, una votazione tra gli iscritti, così il gruppo verrebbe legittimato a cambiare idea. Abbiamo a disposizione uno strumento come Rousseau, usiamolo». Prove tecniche di ennesima giravolta? Non si sa. Quello che si sa è che da questa vicenda così triste, da qualunque parte la si guardi, chi esce letteralmente a pezzi è don Vito Crimi, reggente per caso del M5s. «Gualtieri è andato in Europa», dice Crimi, «con il pieno mandato perché mi sono assunto la responsabilità di non indebolire la posizione del nostro Paese nei rapporti internazionali europei». Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che va in Europa con il pieno mandato di Crimi, che però viene a sua volta mandato (a quel paese, non in Europa) da mezzo M5s. La tragedia del governo italiano è tutta qui: trattasi in realtà di una farsa.
«La nostra non è una battaglia ideologica», si barcamena Crimi a Sky Tg24, «ma una convinzione, che il Mes, anche quello sanitario, è uno strumento anacronistico, non adeguato a quello che stiamo affrontando. Va superato e smantellato, era nel nostro programma e resta un nostro obiettivo. Anche la riforma non ci piace, perché non cambia gli aspetti negativi dello strumento», aggiunge Crimi, «ma anche se non passasse la riforma, il Mes continuerebbe a esistere, con modalità che riteniamo deleterie». La riforma non ci piace, ma la votiamo. Il Mes vogliamo smantellarlo, ma lo rafforziamo. Vi sembrano contraddizioni? Bazzecole, in confronto al triplo salto mortale con avvitamento rappresentato dalle posizioni odierne rispetto a quanto scriveva il M5s nel suo programma elettorale, pubblicato in prossimità delle elezioni politiche del marzo 2018. «Nel 2012», si legge nel documento, «è stato istituito il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per finanziare i paesi dell'Ue in difficoltà finanziaria in cambio dell'impegno ad attuare un percorso di risanamento della finanza pubblica. Questo percorso si è rivelato nei fatti un calvario che ha distrutto l'economia greca». Non solo: «Nel momento in cui si affida a stati economicamente più forti», recita il programma dei grillini, «la possibilità di poter dettare delle misure rigorose, oltre che dell'agenda economica anche di quella politica, il Mes si sostituisce di fatto alle istituzioni nazionali. La democrazia è divenuta oggetto di trattazione delle organizzazioni finanziarie. Il M5s si opporrà in ogni modo a tutti quei ricatti dei mercati e della finanza internazionale travestiti da riforme. In particolare, ci impegneremo allo smantellamento del Mes (fondo salva Stati) e della cosiddetta Troika». Smantellare e rafforzare, come abbiamo già visto, nel vocabolario grillino sono sinonimi. E come dimenticare il contratto di governo tra Lega e M5s, che fu pilastro del primo governo Conte? «Con lo spirito di ritornare all'impostazione pre Maastricht in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà», si legge nel testo, «si ritiene necessario rivedere, insieme ai partner europei, l'impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, Fiscal compact, Mes, etc.) attualmente basato sul predominio del mercato e sul rispetto di vincoli stringenti dal punto di vista economico e sociale». Istruttivo rileggere anche qualche passaggio della risoluzione presentata alla Camera il 19 giugno 2019 dai capigruppo di M5s e Lega, Francesco D'Uva e Riccardo Molinari, che impegna il governo «in ordine alla riforma del Meccanismoeuropeo di stabilità, a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a render note alle Camere le proposte di modifica al trattato Esm, elaborate in sede europea, al fine di consentire al parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il parlamento non si sia pronunciato».
Tutto dimenticato, insabbiato, contraddetto. Il M5s si prepara alla più grande figuraccia della sua storia. Se i dissidenti terranno duro, Conte andrà a casa. Se cambieranno idea, il M5s sarà finito. In Forza Italia anche i più convinti sostenitori della riforma del Mes si stanno convincendo del fatto che tenere in vita artificialmente questo governo con qualche «aiutino» sia una pessima idea. Il conto alla rovescia, per Giuseppi, è iniziato.
Sul salva Stati Conte usa il metodo Ue. Non è mai il momento per dire di no
Ora non è il momento, più tardi». Chissà a quanti lettori sarà capitato durante l'infanzia di ascoltare una simile frase dai propri genitori, per respingere una qualsiasi richiesta. Risposta seguita da «ormai è troppo tardi», quando si tornava alla carica, credendo fosse giunto il momento.
Purtroppo è il filo conduttore dei nostri rapporti con l'Europa. Senza andare troppo indietro nel tempo, partendo dal 2012, ci siamo ritrovati ad approvare Fiscal compact, equilibrio di bilancio in Costituzione, approvazione del Mes, il cosiddetto Two pack (che blinda il percorso per l'approvazione della legge di bilancio) e il bail in, sempre ricevendo lo stesso trattamento. La fase di discussione vera si è sempre svolta dietro le quinte, con scarso o nullo coinvolgimento dell'opinione pubblica e del Parlamento (dal 2012 la Legge Moavero, purtroppo priva di sanzioni, ha posto fine a questo scempio). Quando, improvvisamente, il tema è uscito dalle segrete stanze dell'Eurogruppo (delle cui riunioni non restano verbali) per approdare al Consiglio Ecofin o all'Eurosummit o al Consiglio europeo, non era più il momento di fare obiezioni perché era troppo tardi, ed abbiamo dovuto silenziosamente subire regole dannose per gli interessi del Paese. A tale danno si è sempre aggiunta la beffa di una postuma resipiscenza, non appena i protagonisti di quelle scelte scellerate hanno abbandonato i rispettivi ruoli.
Valga, per tutti, la testimonianza resa anni dopo dallo scomparso ex ministro dell'Economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, a proposito dell'approvazione del bail-in, fatta in fretta nel dicembre 2013 perché incombevano le elezioni dell'Europarlamento: «…Che cosa poteva succedere all'Italia, al debito pubblico, al nostro spread, in un periodo di tale durata? Era effettivamente un rischio importante. […] Le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: sì, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però… Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli […] nei confronti dell'Italia in quel momento c'era una situazione quasi degasperiana». Saccomanni terminò dicendo che «…si era in una situazione in cui non c'era alcuna possibilità di bloccare il negoziato e, se anche ci fosse stata, sarebbe stato molto probabilmente più dannosa che altro…». Peccato che, al termine di quell'Ecofin, Saccomanni avesse commentato trionfante su Twitter: «Con l'Unione Bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso». Dopo meno di due anni ci sono state la risoluzione, liquidazione o ricapitalizzazione precauzionale di otto banche con l'indice di Borsa crollato del 60% in pochi mesi. L'ex ministro Giovanni Tria paventò un ricatto, dichiarando in audizione parlamentare che «se l'Italia non accettava, si sarebbe diffusa la notizia che l'Italia non accettava perché aveva il sistema bancario prossimo al fallimento, il che significava avere il fallimento del sistema bancario».
Siamo a oggi, e abbiamo il vantaggio di conoscere il copione e poterci liberare della miscela di bugie, ambiguità e arroganza con cui si vuole fare passare la riforma del Mes, che sta allo Stato come il bail in sta alle banche. Uno strumento per la gestione «ordinata» delle crisi, che promette di essere la rovina dello Stato che si vuole «salvare». Ritroviamo quella mistura nelle parole del presidente Giuseppe Conte consegnate a Repubblica ieri. Al netto del tono ultimativo e arrogante di «ora inizia la ricostruzione nel segno dell'Europa e sarà il mio governo a guidarla perché non cadrò sul Mes» (a cui obiettiamo chiedendo dove sia il mandato per decidere il futuro del nostro Paese per così tanti anni a venire), Conte sostiene che «abbiamo ereditato il Mes dai precedenti esecutivi. Abbiamo offerto un contributo importante alla sua riforma». Omette «solo» che era lui il premier del governo precedente e, in quella veste, si impegnò all'Eurosummit del 21 giugno 2019 a «proseguire i lavori su tutto il pacchetto globale». Tale pacchetto comprendeva riforma del Trattato Mes e Bicc (strumento di bilancio per la competitività e la convergenza), oltre al completamento dell'Unione bancaria i cui lavori erano però indietro. Ammesso e non concesso che il Bicc sia stato sostituito dal Next Generation Ue (i due strumenti differiscono per diversi aspetti), per tenere fede ai suoi impegni Conte, al prossimo Euro Summit di venerdì 11, potrà dire solo una cosa: la riforma del Mes è bloccata fino a quando non viene approvato almeno il Ngeu. Altrimenti, delle due l'una: o ha mentito agli italiani e al Parlamento il 21 giugno 2019 o lo farà sia mercoledì a Roma sia venerdì a Bruxelles. Se Conte dichiara che il Mes non gode di grande appeal e proporrà di riconsiderare in modo più radicale la sua struttura e la sua funzione, perché essere ambiguo e approvare ora una riforma che lascia intatti e peggiora tutti i difetti di questa istituzione?
Sostenere che «continueremo a lavorare per attuare lo schema europeo di assicurazione dei depositi (Edis)» - dimenticando però che il comunicato dell'Eurogruppo di lunedì scorso fa cenno a un «trattamento prudenziale (cioè penalizzante) dei titoli di Stato nei bilanci bancari» - significa ripetere lo stesso schema ricattatorio del passato. Quando pensa di farcelo sapere? Quando sarà troppo tardi per dire no? Come con la riforma del Mes? Non funziona più, non siamo più bambini.
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In una agitata riunione notturna, il reggente Vito Crimi ammette: «Ho detto a Gualtieri di avallare la riforma del Mes». È rivoltaDal Fiscal compact al bail in, l'Europa funziona così: prima si decide tutto in segreto, e quando il tema diventa di pubblico dominio, è tardi per fare obiezioni. Proprio il modo in cui il premier gestisce il dibattito sul FondoLo speciale contiene due articoliLuigi Di Maio interviene alla videoassemblea congiunta dei parlamentari pentastellati sul voto del prossimo 9 dicembre sulla riforma del Mes: «Cerchiamo di non spezzare la corda», dice Di Maio, «perché a giocare con il fuoco possiamo farci male». Ma pure la Corda si ribella: «Questo è fascismo. Una conduzione», protesta la deputata Emanuela Corda, «che non ci permette di esprimerci. Solo due minuti e mezzo». Lo psicodramma grillino sul Mes non accenna a placarsi, anzi. I 42 deputati e 16 senatori grillini contrari alla riforma tengono sulla graticola Giuseppe Conte. Una bocciatura della risoluzione di maggioranza aprirebbe la crisi di governo. In queste ore i dissidenti del M5s sono sottoposti a pressioni inimmaginabili per cambiare idea. Il ricatto politico è sempre lo stesso: se cade Conte si va alle elezioni e voi perdete la poltrona. In realtà, non è detto che vada così: morto (politicamente) un premier, nulla vieta di farne un altro. «Se si vuole cambiare idea sulla riforma del Mes», scrive su Facebook il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa, uno dei dissidenti, «lo si fa con una votazione tra i parlamentari o ancora meglio, una votazione tra gli iscritti, così il gruppo verrebbe legittimato a cambiare idea. Abbiamo a disposizione uno strumento come Rousseau, usiamolo». Prove tecniche di ennesima giravolta? Non si sa. Quello che si sa è che da questa vicenda così triste, da qualunque parte la si guardi, chi esce letteralmente a pezzi è don Vito Crimi, reggente per caso del M5s. «Gualtieri è andato in Europa», dice Crimi, «con il pieno mandato perché mi sono assunto la responsabilità di non indebolire la posizione del nostro Paese nei rapporti internazionali europei». Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che va in Europa con il pieno mandato di Crimi, che però viene a sua volta mandato (a quel paese, non in Europa) da mezzo M5s. La tragedia del governo italiano è tutta qui: trattasi in realtà di una farsa. «La nostra non è una battaglia ideologica», si barcamena Crimi a Sky Tg24, «ma una convinzione, che il Mes, anche quello sanitario, è uno strumento anacronistico, non adeguato a quello che stiamo affrontando. Va superato e smantellato, era nel nostro programma e resta un nostro obiettivo. Anche la riforma non ci piace, perché non cambia gli aspetti negativi dello strumento», aggiunge Crimi, «ma anche se non passasse la riforma, il Mes continuerebbe a esistere, con modalità che riteniamo deleterie». La riforma non ci piace, ma la votiamo. Il Mes vogliamo smantellarlo, ma lo rafforziamo. Vi sembrano contraddizioni? Bazzecole, in confronto al triplo salto mortale con avvitamento rappresentato dalle posizioni odierne rispetto a quanto scriveva il M5s nel suo programma elettorale, pubblicato in prossimità delle elezioni politiche del marzo 2018. «Nel 2012», si legge nel documento, «è stato istituito il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per finanziare i paesi dell'Ue in difficoltà finanziaria in cambio dell'impegno ad attuare un percorso di risanamento della finanza pubblica. Questo percorso si è rivelato nei fatti un calvario che ha distrutto l'economia greca». Non solo: «Nel momento in cui si affida a stati economicamente più forti», recita il programma dei grillini, «la possibilità di poter dettare delle misure rigorose, oltre che dell'agenda economica anche di quella politica, il Mes si sostituisce di fatto alle istituzioni nazionali. La democrazia è divenuta oggetto di trattazione delle organizzazioni finanziarie. Il M5s si opporrà in ogni modo a tutti quei ricatti dei mercati e della finanza internazionale travestiti da riforme. In particolare, ci impegneremo allo smantellamento del Mes (fondo salva Stati) e della cosiddetta Troika». Smantellare e rafforzare, come abbiamo già visto, nel vocabolario grillino sono sinonimi. E come dimenticare il contratto di governo tra Lega e M5s, che fu pilastro del primo governo Conte? «Con lo spirito di ritornare all'impostazione pre Maastricht in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà», si legge nel testo, «si ritiene necessario rivedere, insieme ai partner europei, l'impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, Fiscal compact, Mes, etc.) attualmente basato sul predominio del mercato e sul rispetto di vincoli stringenti dal punto di vista economico e sociale». Istruttivo rileggere anche qualche passaggio della risoluzione presentata alla Camera il 19 giugno 2019 dai capigruppo di M5s e Lega, Francesco D'Uva e Riccardo Molinari, che impegna il governo «in ordine alla riforma del Meccanismoeuropeo di stabilità, a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a render note alle Camere le proposte di modifica al trattato Esm, elaborate in sede europea, al fine di consentire al parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il parlamento non si sia pronunciato». Tutto dimenticato, insabbiato, contraddetto. Il M5s si prepara alla più grande figuraccia della sua storia. Se i dissidenti terranno duro, Conte andrà a casa. Se cambieranno idea, il M5s sarà finito. In Forza Italia anche i più convinti sostenitori della riforma del Mes si stanno convincendo del fatto che tenere in vita artificialmente questo governo con qualche «aiutino» sia una pessima idea. Il conto alla rovescia, per Giuseppi, è iniziato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-movimento-5-stelle-alle-comiche-finali-il-fondo-va-azzerato-quindi-riformiamolo-2649325598.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-salva-stati-conte-usa-il-metodo-ue-non-e-mai-il-momento-per-dire-di-no" data-post-id="2649325598" data-published-at="1607212439" data-use-pagination="False"> Sul salva Stati Conte usa il metodo Ue. Non è mai il momento per dire di no Ora non è il momento, più tardi». Chissà a quanti lettori sarà capitato durante l'infanzia di ascoltare una simile frase dai propri genitori, per respingere una qualsiasi richiesta. Risposta seguita da «ormai è troppo tardi», quando si tornava alla carica, credendo fosse giunto il momento. Purtroppo è il filo conduttore dei nostri rapporti con l'Europa. Senza andare troppo indietro nel tempo, partendo dal 2012, ci siamo ritrovati ad approvare Fiscal compact, equilibrio di bilancio in Costituzione, approvazione del Mes, il cosiddetto Two pack (che blinda il percorso per l'approvazione della legge di bilancio) e il bail in, sempre ricevendo lo stesso trattamento. La fase di discussione vera si è sempre svolta dietro le quinte, con scarso o nullo coinvolgimento dell'opinione pubblica e del Parlamento (dal 2012 la Legge Moavero, purtroppo priva di sanzioni, ha posto fine a questo scempio). Quando, improvvisamente, il tema è uscito dalle segrete stanze dell'Eurogruppo (delle cui riunioni non restano verbali) per approdare al Consiglio Ecofin o all'Eurosummit o al Consiglio europeo, non era più il momento di fare obiezioni perché era troppo tardi, ed abbiamo dovuto silenziosamente subire regole dannose per gli interessi del Paese. A tale danno si è sempre aggiunta la beffa di una postuma resipiscenza, non appena i protagonisti di quelle scelte scellerate hanno abbandonato i rispettivi ruoli. Valga, per tutti, la testimonianza resa anni dopo dallo scomparso ex ministro dell'Economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, a proposito dell'approvazione del bail-in, fatta in fretta nel dicembre 2013 perché incombevano le elezioni dell'Europarlamento: «…Che cosa poteva succedere all'Italia, al debito pubblico, al nostro spread, in un periodo di tale durata? Era effettivamente un rischio importante. […] Le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: sì, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però… Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli […] nei confronti dell'Italia in quel momento c'era una situazione quasi degasperiana». Saccomanni terminò dicendo che «…si era in una situazione in cui non c'era alcuna possibilità di bloccare il negoziato e, se anche ci fosse stata, sarebbe stato molto probabilmente più dannosa che altro…». Peccato che, al termine di quell'Ecofin, Saccomanni avesse commentato trionfante su Twitter: «Con l'Unione Bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso». Dopo meno di due anni ci sono state la risoluzione, liquidazione o ricapitalizzazione precauzionale di otto banche con l'indice di Borsa crollato del 60% in pochi mesi. L'ex ministro Giovanni Tria paventò un ricatto, dichiarando in audizione parlamentare che «se l'Italia non accettava, si sarebbe diffusa la notizia che l'Italia non accettava perché aveva il sistema bancario prossimo al fallimento, il che significava avere il fallimento del sistema bancario». Siamo a oggi, e abbiamo il vantaggio di conoscere il copione e poterci liberare della miscela di bugie, ambiguità e arroganza con cui si vuole fare passare la riforma del Mes, che sta allo Stato come il bail in sta alle banche. Uno strumento per la gestione «ordinata» delle crisi, che promette di essere la rovina dello Stato che si vuole «salvare». Ritroviamo quella mistura nelle parole del presidente Giuseppe Conte consegnate a Repubblica ieri. Al netto del tono ultimativo e arrogante di «ora inizia la ricostruzione nel segno dell'Europa e sarà il mio governo a guidarla perché non cadrò sul Mes» (a cui obiettiamo chiedendo dove sia il mandato per decidere il futuro del nostro Paese per così tanti anni a venire), Conte sostiene che «abbiamo ereditato il Mes dai precedenti esecutivi. Abbiamo offerto un contributo importante alla sua riforma». Omette «solo» che era lui il premier del governo precedente e, in quella veste, si impegnò all'Eurosummit del 21 giugno 2019 a «proseguire i lavori su tutto il pacchetto globale». Tale pacchetto comprendeva riforma del Trattato Mes e Bicc (strumento di bilancio per la competitività e la convergenza), oltre al completamento dell'Unione bancaria i cui lavori erano però indietro. Ammesso e non concesso che il Bicc sia stato sostituito dal Next Generation Ue (i due strumenti differiscono per diversi aspetti), per tenere fede ai suoi impegni Conte, al prossimo Euro Summit di venerdì 11, potrà dire solo una cosa: la riforma del Mes è bloccata fino a quando non viene approvato almeno il Ngeu. Altrimenti, delle due l'una: o ha mentito agli italiani e al Parlamento il 21 giugno 2019 o lo farà sia mercoledì a Roma sia venerdì a Bruxelles. Se Conte dichiara che il Mes non gode di grande appeal e proporrà di riconsiderare in modo più radicale la sua struttura e la sua funzione, perché essere ambiguo e approvare ora una riforma che lascia intatti e peggiora tutti i difetti di questa istituzione? Sostenere che «continueremo a lavorare per attuare lo schema europeo di assicurazione dei depositi (Edis)» - dimenticando però che il comunicato dell'Eurogruppo di lunedì scorso fa cenno a un «trattamento prudenziale (cioè penalizzante) dei titoli di Stato nei bilanci bancari» - significa ripetere lo stesso schema ricattatorio del passato. Quando pensa di farcelo sapere? Quando sarà troppo tardi per dire no? Come con la riforma del Mes? Non funziona più, non siamo più bambini.
Enrica Bonaccorti (Ansa)
Il grande pubblico la conosce per i suoi trascorsi di conduttrice e opinionista tv, ruoli ricoperti a partire dai primi anni Ottanta e proseguiti in modo pressoché continuativo fino a pochi anni or sono, ma la Bonaccorti, nei suoi 75 anni di vita (era nata a Savona il 18 novembre 1949), ha fatto tantissimo altro. Innanzitutto l’attrice, muovendo i primi passi in ambito teatrale tra il finire degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, in quella Capitale dove si era da poco trasferita con la famiglia. Il suo debutto avviene presso il Teatro alla Ringhiera di Trastevere, uno dei tanti luoghi di sperimentazione e avanguardia della Roma di quel tempo (curiosità: lo spazio era situato in Via dei Riari e i Riario erano una nobile famiglia di origini savonesi, come Enrica), quindi giunge la partecipazione, nel 1970, allo spettacolo Mi è cascata una ragazza nel piatto (dalla pièce dell’inglese Terence Frisby), al fianco di Domenico Modugno e Paola Quattrini. Nello stesso periodo, in virtù della frequentazione di Modugno, si cimenta nella stesura di liriche, co-firmando i testi di due capisaldi del repertorio dell’artista pugliese: Amara terra mia (1971) e l’ancor più celebre La lontananza, uscita l’anno precedente. Al 1973 risale un evento fondamentale nell’esistenza della Bonaccorti: la nascita dell’amata (e unica) figlia Verdiana, frutto della relazione con l’allora marito Daniele Pettinari, regista e sceneggiatore. Nel 1969, intanto, Enrica aveva debuttato al cinema, entrando nel cast del film Metti, una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi. Seguirà la partecipazione a numerose pellicole, buona parte delle quali riconducibili ai generi (talvolta fusi tra loro) della commedia e dell’erotismo, quest’ultimo frequentato dalla Bonaccorti in ragione di un fisico procace e statuario, esibito in film come Il maschio ruspante di Antonio Racioppi (1973) e Rag. Arturo De Fanti, bancario precario di Luciano Salce (1980) e in seguito, nel 1982, in un servizio fotografico per la rivista Playboy.
La carriera televisiva, che le darà la piena celebrità, ha inizio come già detto nei primi anni Ottanta, dapprima con le trasmissioni Rai Italia sera (1983-1986) e Pronto, chi gioca? (1985-1987, continuazione del Pronto, Raffaella? condotto dalla Carrà), poi con vari programmi per la Fininvest come La giostra (1987-1988), Cari genitori (1988) e l’indimenticata prima edizione di Non è la Rai (1991-1992). La Bonaccorti è stata anche scrittrice: nel suo ultimo libro, Nove novelle senza lieto fine, pubblicato pochi mesi fa, vi è un componimento in cui, confermando la sua abilità nell’uso delle parole, affronta con ironia ammirevole quella morte che sapeva vicina a causa del carcinoma al pancreas da cui era affetta: «Ho spesso pensato / alla morte / ma non ci ho mai veramente creduto / Soprattutto alla mia / Ora fra anagrafe e acciacchi / qualche dubbio mi assale / E se anch’io fossi mortale? / Ma non voglio sapere / né approfondire / l’idea di morire / mi uccide».
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Non solo talento e allenamento: l’era dei dati entra nelle competizioni e vale miliardi. Dopo l’esperienza di Milano-Cortina 2026, l’intelligenza artificiale spinge performance, strategie e coinvolgimento dei tifosi, con un mercato globale previsto in crescita del 310% entro il 2034.
Alle Olimpiadi Invernali di Giochi Olimpici Invernali Milano Cortina 2026 non si è visto solo talento, fatica e spettacolo. Accanto agli atleti, spesso lontano dalle telecamere, ha lavorato anche un altro protagonista: l’algoritmo. Silenzioso, invisibile, ma sempre più decisivo. È il segno di una trasformazione che non riguarda solo una singola edizione dei Giochi, ma l’intero sistema sportivo.
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo Fortune Business Insights, il mercato globale dell’intelligenza artificiale applicata allo sport valeva 1,22 miliardi di dollari nel 2025, salirà a 1,43 miliardi nel 2026 e toccherà i 5,01 miliardi entro il 2034. Una crescita del +310% in meno di dieci anni, con un tasso medio annuo del 16,9%. A trainare questa espansione sono soprattutto le decisioni basate sui dati per migliorare le prestazioni e i risultati competitivi, insieme alle soluzioni di coinvolgimento personalizzato dei tifosi. Sempre più diffusa è anche l’analisi predittiva, utilizzata per prevenire infortuni, gestire i carichi di allenamento e programmare lo sviluppo degli atleti, mentre le piattaforme cloud rendono questi strumenti accessibili a squadre e campionati di ogni dimensione.
A Milano-Cortina l’intelligenza artificiale si è vista in modo concreto. Il Comitato Olimpico Internazionale ha presentato Olympic Gpt, un assistente digitale capace di rispondere in tempo reale alle domande degli spettatori su regolamenti, risultati e curiosità. Una sorta di guida virtuale per orientarsi tra gare e classifiche. Dietro le quinte, Olympic Broadcasting Services ha sperimentato strumenti di Ia per catalogare enormi flussi video, creare highlight automatici e arricchire le immagini con dati e analisi in tempo reale. Il salto di uno sciatore «fermato» a mezz’aria, con grafica su velocità e angolo d’atterraggio, non è solo un effetto scenico: è un nuovo modo di raccontare lo sport.
L’intelligenza artificiale però non si limita a descrivere le imprese, contribuisce a costruirle. La snowboarder americana Maddie Mastro ha corretto un errore tecnico grazie alla ricostruzione tridimensionale del suo movimento attraverso modelli basati su IA. La nazionale statunitense di bob e skeleton ha trasformato micro-variazioni e dati in un vantaggio competitivo. Nel pattinaggio di velocità sono stati creati gemelli digitali degli atleti per simulare la resistenza dell’aria, replicando virtualmente ciò che un tempo si faceva in galleria del vento. Secondo Giacinto Fiore e Pasquale Viscanti, fondatori della community Intelligenza Artificiale Spiegata Semplice e organizzatori della Ai Week, l’Ai non sostituisce il talento ma lo amplifica, permettendo di vedere dettagli invisibili e di prendere decisioni migliori in meno tempo. In discipline dove le medaglie si decidono per centesimi, anche una micro-correzione può fare la differenza. Anche l’Italia ha investito in monitoraggi e protocolli scientifici. Le due medaglie d’oro nello sci di Federica Brignone, tornata in gara dopo un grave infortunio, raccontano anche di analisi continue e della collaborazione tra la Federazione Italiana Sport Invernali e partner privati per prevenire ricadute e ottimizzare il rientro. E perfino il curling, diventato popolare grazie ai successi di Stefania Constantini e Amos Mosaner, ha visto l’impiego di sistemi capaci di tracciare traiettorie reali e previsionali in tempo reale, offrendo un supporto tattico che fino a ieri era affidato soprattutto all’intuito.
La trasformazione in atto si muove lungo cinque direttrici principali: l’ottimizzazione delle performance in tempo reale attraverso sensori e dispositivi indossabili; la previsione preventiva degli infortuni grazie all’analisi di dati biometrici e carichi di lavoro; il coinvolgimento personalizzato dei tifosi con contenuti e offerte su misura; lo storytelling automatizzato con riassunti generati in tempo reale; e un modello decisionale sempre più fondato su analisi oggettive di video e dati statistici. La passione resta umana, ma l’infrastruttura che la sostiene è sempre più intelligente. E quanto visto a Milano-Cortina potrebbe essere solo l’inizio.
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Sul fronte macro, il conflitto che coinvolge Usa, Israele e Iran ha riacceso petrolio e gas, riportando al centro il rischio inflazione e la possibilità che la discesa dei tassi diventi più lenta e accidentata. «La situazione geopolitica fragile e il balzo energetico rischiano di mettere in difficoltà molte aziende, con possibili effetti a catena sul fronte dei prestiti e un aumento delle sofferenze», commenta Gaziano, «rendendo il percorso di riduzione dei tassi da parte delle banche centrali molto più accidentato del previsto. Uno scenario che lo stesso Donald Trump non può permettersi a lungo, visto il calo di gradimento tra i suoi sostenitori iniziali dovuto all’incertezza economica». Negli Usa la volatilità sostiene ancora trading e advisory; in Europa, invece, la maggiore dipendenza energetica rende il settore più esposto a uno choc prolungato.
«L’esposizione diretta delle banche europee al conflitto in Medio Oriente è molto limitata e si concentra essenzialmente negli Emirati Arabi Uniti, riguardando due istituti, Standard Chartered e Hsbc», aggiunge Jerome Legras, head of research Axiom Alternative Investments. «Dato ciò», continua, «il meccanismo di trasmissione del rischio dominante per gli istituti di credito del Vecchio continente è quello macroeconomico: uno choc dei prezzi del petrolio che si ripercuote sull’inflazione, sulle aspettative dei tassi di interesse e sulle condizioni di finanziamento in generale, piuttosto che tradursi in perdite dirette di bilancio. Sebbene i fattori geopolitici siano molto diversi, questo scenario macroeconomico non è dissimile da quello osservato durante le prime settimane della guerra in Ucraina. In quell’occasione, l’impatto sui tassi ha pesato di più rispetto a quello sulla qualità degli attivi, grazie alle ingenti riserve detenute dalle banche e ai loro criteri conservativi nella concessione dei prestiti. Resta da vedere se lo stesso vale per una guerra che probabilmente sarà molto più breve».
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Un secolo di storia, un racconto di famiglia, cultura e bollicine italiane: così Valdo ha celebrato a Milano i suoi primi cento anni. Il Teatro Gerolamo è diventato per un giorno il palcoscenico di un viaggio attraverso i riti sociali, le trasformazioni del gusto, una visione imprenditoriale e l’evoluzione di un prodotto che è diventato un’icona contemporanea.
È così che l’evento Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura ha intrecciato narrazione corale, immagini e racconti, restituendo il Prosecco non solo come prodotto, ma come gesto conviviale, linguaggio sociale e simbolo di italianità.
A guidare il pubblico tra ricordi, aneddoti e visioni future è stato Pino Strabioli, conduttore televisivo e divulgatore di costume. Al suo fianco, Pierluigi Bolla, presidente di Valdo e seconda generazione alla guida dell’azienda, ha raccontato il percorso della famiglia e della società, affiancato dalla chef stellata Chiara Pavan e dal giornalista wine expert Giulio Somma. «Se dovessi rappresentare in una definizione la storia di Valdo direi: “una vita vivace”», ha spiegato Bolla, citando lo storico claim pubblicitario degli anni Novanta. «Valdo ha sempre guardato al cambiamento con ottimismo, portando, con la freschezza di un perlage unico, gioia e leggerezza anche nei momenti quotidiani». La storia della famiglia Bolla, partita da Albano che nel 1883 produceva vino per i propri ospiti a Soave, ha trovato continuità nella creazione di Valdo nel 1951, un nome e un brand capaci di coniugare tradizione e innovazione. L’azienda ha saputo anticipare i tempi e costruire uno stile vinicolo riconoscibile. «Dalle sperimentazioni sul metodo classico alle cuvée dedicate alla ristorazione, Valdo ha creato vini che raccontano una storia enologica significativa», ha sottolineato Somma. Per Chiara Pavan, il legame tra territorio e gusto è centrale: «Il prosecco è legato a una terra vocata, con sapori unici, ed è ideale per una cucina sostenibile e attenta alle materie prime».
Pierluigi Bolla
L’intervista esclusiva realizzata a margine con Pierluigi Bolla ha reso ancora più chiaro il filo rosso tra passato e futuro dell’azienda. «Innovazione e tradizione sono sempre stati un mantra per Valdo», spiega l'imprenditore. «Oggi abbiamo sfide importanti: lo sviluppo dell’azienda Magredi, nuovi vini e spumanti, e il progetto dello spumante no alcohol. Innovazione e tradizione sono i binari su cui l’azienda deve continuare a muoversi». Ma l’attualità impone anche di guardare con prudenza ai mercati internazionali. Bolla parla di una «tempesta perfetta»: dazi, svalutazione dell’euro e un cambiamento nei comportamenti dei consumatori globali. «Si produce più vino di quello che si consuma. Negli Stati Uniti e in Francia si stanno spiantando migliaia di ettari. La situazione è complessa e richiede esperienza, prudenza, visione e qualche scommessa». Nonostante le difficoltà, il presidente di Valdo mantiene un ottimismo realistico: «Bisogna navigare in tempesta con la consapevolezza del nostro DNA imprenditoriale: avere visione, essere ottimisti e fare scelte coraggiose. L’impegno è vincere, come abbiamo fatto per cento anni».
Il talk e l’intervista hanno anche esplorato la strada del Prosecco del futuro. Valdo Purø – Alcohol Free Blanc de Blancs rappresenta una sperimentazione significativa: il primo spumante analcolico dell’azienda, premiato con la medaglia d’oro al Berliner Wein Trophy. Un esempio di come Valdo sappia conciliare innovazione, identità storica e attenzione al mercato contemporaneo. La sostenibilità è un tema centrale, sia per la produzione del vino sia per la cucina. «Oggi la cucina è più sobria, concentrata sulla materia prima e attenta all’ambiente», spiega Pavan. «È proprio il rispetto del territorio e dell’ecosistema a permetterci di avere prodotti di qualità e sapori autentici». Il territorio rimane cuore pulsante dell’azienda: le colline di Conegliano e Valdobbiadene, patrimonio Unesco, continuano a offrire la miglior espressione della Glera, interpretata con competenza e spirito innovativo. L’acquisizione di nuovi vigneti nelle Grave del Friuli amplia le possibilità di sperimentazione, tra metodo Charmat, classico e vini fermi.
La celebrazione del centenario non è solo memoria, ma impegno verso il futuro. Bolla sottolinea l’importanza di gestire la crescita in un mercato maturo, senza inseguire mode ma guidando il proprio percorso con responsabilità. «Cent’anni non sono un traguardo, sono una responsabilità», conclude. «Significa aver attraversato la storia senza perdere identità, sapere cambiare senza smarrirsi e avere ancora voglia e coraggio di innovare». Tra brindisi, ricordi e visioni, Milano ha salutato un secolo di Valdo, un’azienda che ha trasformato le bollicine in cultura, leggerezza e futuro, pronta a continuare a raccontare la propria storia, e quella di un’Italia che cambia ma continua a brindare con le sue eccellenze vinicole.
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