True
2020-12-06
Tra noi e la trappola Mes solo i ribelli M5s
Vito Crimi (Ansa)
Luigi Di Maio interviene alla videoassemblea congiunta dei parlamentari pentastellati sul voto del prossimo 9 dicembre sulla riforma del Mes: «Cerchiamo di non spezzare la corda», dice Di Maio, «perché a giocare con il fuoco possiamo farci male». Ma pure la Corda si ribella: «Questo è fascismo. Una conduzione», protesta la deputata Emanuela Corda, «che non ci permette di esprimerci. Solo due minuti e mezzo». Lo psicodramma grillino sul Mes non accenna a placarsi, anzi. I 42 deputati e 16 senatori grillini contrari alla riforma tengono sulla graticola Giuseppe Conte. Una bocciatura della risoluzione di maggioranza aprirebbe la crisi di governo. In queste ore i dissidenti del M5s sono sottoposti a pressioni inimmaginabili per cambiare idea. Il ricatto politico è sempre lo stesso: se cade Conte si va alle elezioni e voi perdete la poltrona. In realtà, non è detto che vada così: morto (politicamente) un premier, nulla vieta di farne un altro.
«Se si vuole cambiare idea sulla riforma del Mes», scrive su Facebook il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa, uno dei dissidenti, «lo si fa con una votazione tra i parlamentari o ancora meglio, una votazione tra gli iscritti, così il gruppo verrebbe legittimato a cambiare idea. Abbiamo a disposizione uno strumento come Rousseau, usiamolo». Prove tecniche di ennesima giravolta? Non si sa. Quello che si sa è che da questa vicenda così triste, da qualunque parte la si guardi, chi esce letteralmente a pezzi è don Vito Crimi, reggente per caso del M5s. «Gualtieri è andato in Europa», dice Crimi, «con il pieno mandato perché mi sono assunto la responsabilità di non indebolire la posizione del nostro Paese nei rapporti internazionali europei». Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che va in Europa con il pieno mandato di Crimi, che però viene a sua volta mandato (a quel paese, non in Europa) da mezzo M5s. La tragedia del governo italiano è tutta qui: trattasi in realtà di una farsa.
«La nostra non è una battaglia ideologica», si barcamena Crimi a Sky Tg24, «ma una convinzione, che il Mes, anche quello sanitario, è uno strumento anacronistico, non adeguato a quello che stiamo affrontando. Va superato e smantellato, era nel nostro programma e resta un nostro obiettivo. Anche la riforma non ci piace, perché non cambia gli aspetti negativi dello strumento», aggiunge Crimi, «ma anche se non passasse la riforma, il Mes continuerebbe a esistere, con modalità che riteniamo deleterie». La riforma non ci piace, ma la votiamo. Il Mes vogliamo smantellarlo, ma lo rafforziamo. Vi sembrano contraddizioni? Bazzecole, in confronto al triplo salto mortale con avvitamento rappresentato dalle posizioni odierne rispetto a quanto scriveva il M5s nel suo programma elettorale, pubblicato in prossimità delle elezioni politiche del marzo 2018. «Nel 2012», si legge nel documento, «è stato istituito il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per finanziare i paesi dell'Ue in difficoltà finanziaria in cambio dell'impegno ad attuare un percorso di risanamento della finanza pubblica. Questo percorso si è rivelato nei fatti un calvario che ha distrutto l'economia greca». Non solo: «Nel momento in cui si affida a stati economicamente più forti», recita il programma dei grillini, «la possibilità di poter dettare delle misure rigorose, oltre che dell'agenda economica anche di quella politica, il Mes si sostituisce di fatto alle istituzioni nazionali. La democrazia è divenuta oggetto di trattazione delle organizzazioni finanziarie. Il M5s si opporrà in ogni modo a tutti quei ricatti dei mercati e della finanza internazionale travestiti da riforme. In particolare, ci impegneremo allo smantellamento del Mes (fondo salva Stati) e della cosiddetta Troika». Smantellare e rafforzare, come abbiamo già visto, nel vocabolario grillino sono sinonimi. E come dimenticare il contratto di governo tra Lega e M5s, che fu pilastro del primo governo Conte? «Con lo spirito di ritornare all'impostazione pre Maastricht in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà», si legge nel testo, «si ritiene necessario rivedere, insieme ai partner europei, l'impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, Fiscal compact, Mes, etc.) attualmente basato sul predominio del mercato e sul rispetto di vincoli stringenti dal punto di vista economico e sociale». Istruttivo rileggere anche qualche passaggio della risoluzione presentata alla Camera il 19 giugno 2019 dai capigruppo di M5s e Lega, Francesco D'Uva e Riccardo Molinari, che impegna il governo «in ordine alla riforma del Meccanismoeuropeo di stabilità, a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a render note alle Camere le proposte di modifica al trattato Esm, elaborate in sede europea, al fine di consentire al parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il parlamento non si sia pronunciato».
Tutto dimenticato, insabbiato, contraddetto. Il M5s si prepara alla più grande figuraccia della sua storia. Se i dissidenti terranno duro, Conte andrà a casa. Se cambieranno idea, il M5s sarà finito. In Forza Italia anche i più convinti sostenitori della riforma del Mes si stanno convincendo del fatto che tenere in vita artificialmente questo governo con qualche «aiutino» sia una pessima idea. Il conto alla rovescia, per Giuseppi, è iniziato.
Sul salva Stati Conte usa il metodo Ue. Non è mai il momento per dire di no
Ora non è il momento, più tardi». Chissà a quanti lettori sarà capitato durante l'infanzia di ascoltare una simile frase dai propri genitori, per respingere una qualsiasi richiesta. Risposta seguita da «ormai è troppo tardi», quando si tornava alla carica, credendo fosse giunto il momento.
Purtroppo è il filo conduttore dei nostri rapporti con l'Europa. Senza andare troppo indietro nel tempo, partendo dal 2012, ci siamo ritrovati ad approvare Fiscal compact, equilibrio di bilancio in Costituzione, approvazione del Mes, il cosiddetto Two pack (che blinda il percorso per l'approvazione della legge di bilancio) e il bail in, sempre ricevendo lo stesso trattamento. La fase di discussione vera si è sempre svolta dietro le quinte, con scarso o nullo coinvolgimento dell'opinione pubblica e del Parlamento (dal 2012 la Legge Moavero, purtroppo priva di sanzioni, ha posto fine a questo scempio). Quando, improvvisamente, il tema è uscito dalle segrete stanze dell'Eurogruppo (delle cui riunioni non restano verbali) per approdare al Consiglio Ecofin o all'Eurosummit o al Consiglio europeo, non era più il momento di fare obiezioni perché era troppo tardi, ed abbiamo dovuto silenziosamente subire regole dannose per gli interessi del Paese. A tale danno si è sempre aggiunta la beffa di una postuma resipiscenza, non appena i protagonisti di quelle scelte scellerate hanno abbandonato i rispettivi ruoli.
Valga, per tutti, la testimonianza resa anni dopo dallo scomparso ex ministro dell'Economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, a proposito dell'approvazione del bail-in, fatta in fretta nel dicembre 2013 perché incombevano le elezioni dell'Europarlamento: «…Che cosa poteva succedere all'Italia, al debito pubblico, al nostro spread, in un periodo di tale durata? Era effettivamente un rischio importante. […] Le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: sì, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però… Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli […] nei confronti dell'Italia in quel momento c'era una situazione quasi degasperiana». Saccomanni terminò dicendo che «…si era in una situazione in cui non c'era alcuna possibilità di bloccare il negoziato e, se anche ci fosse stata, sarebbe stato molto probabilmente più dannosa che altro…». Peccato che, al termine di quell'Ecofin, Saccomanni avesse commentato trionfante su Twitter: «Con l'Unione Bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso». Dopo meno di due anni ci sono state la risoluzione, liquidazione o ricapitalizzazione precauzionale di otto banche con l'indice di Borsa crollato del 60% in pochi mesi. L'ex ministro Giovanni Tria paventò un ricatto, dichiarando in audizione parlamentare che «se l'Italia non accettava, si sarebbe diffusa la notizia che l'Italia non accettava perché aveva il sistema bancario prossimo al fallimento, il che significava avere il fallimento del sistema bancario».
Siamo a oggi, e abbiamo il vantaggio di conoscere il copione e poterci liberare della miscela di bugie, ambiguità e arroganza con cui si vuole fare passare la riforma del Mes, che sta allo Stato come il bail in sta alle banche. Uno strumento per la gestione «ordinata» delle crisi, che promette di essere la rovina dello Stato che si vuole «salvare». Ritroviamo quella mistura nelle parole del presidente Giuseppe Conte consegnate a Repubblica ieri. Al netto del tono ultimativo e arrogante di «ora inizia la ricostruzione nel segno dell'Europa e sarà il mio governo a guidarla perché non cadrò sul Mes» (a cui obiettiamo chiedendo dove sia il mandato per decidere il futuro del nostro Paese per così tanti anni a venire), Conte sostiene che «abbiamo ereditato il Mes dai precedenti esecutivi. Abbiamo offerto un contributo importante alla sua riforma». Omette «solo» che era lui il premier del governo precedente e, in quella veste, si impegnò all'Eurosummit del 21 giugno 2019 a «proseguire i lavori su tutto il pacchetto globale». Tale pacchetto comprendeva riforma del Trattato Mes e Bicc (strumento di bilancio per la competitività e la convergenza), oltre al completamento dell'Unione bancaria i cui lavori erano però indietro. Ammesso e non concesso che il Bicc sia stato sostituito dal Next Generation Ue (i due strumenti differiscono per diversi aspetti), per tenere fede ai suoi impegni Conte, al prossimo Euro Summit di venerdì 11, potrà dire solo una cosa: la riforma del Mes è bloccata fino a quando non viene approvato almeno il Ngeu. Altrimenti, delle due l'una: o ha mentito agli italiani e al Parlamento il 21 giugno 2019 o lo farà sia mercoledì a Roma sia venerdì a Bruxelles. Se Conte dichiara che il Mes non gode di grande appeal e proporrà di riconsiderare in modo più radicale la sua struttura e la sua funzione, perché essere ambiguo e approvare ora una riforma che lascia intatti e peggiora tutti i difetti di questa istituzione?
Sostenere che «continueremo a lavorare per attuare lo schema europeo di assicurazione dei depositi (Edis)» - dimenticando però che il comunicato dell'Eurogruppo di lunedì scorso fa cenno a un «trattamento prudenziale (cioè penalizzante) dei titoli di Stato nei bilanci bancari» - significa ripetere lo stesso schema ricattatorio del passato. Quando pensa di farcelo sapere? Quando sarà troppo tardi per dire no? Come con la riforma del Mes? Non funziona più, non siamo più bambini.
Continua a leggereRiduci
In una agitata riunione notturna, il reggente Vito Crimi ammette: «Ho detto a Gualtieri di avallare la riforma del Mes». È rivoltaDal Fiscal compact al bail in, l'Europa funziona così: prima si decide tutto in segreto, e quando il tema diventa di pubblico dominio, è tardi per fare obiezioni. Proprio il modo in cui il premier gestisce il dibattito sul FondoLo speciale contiene due articoliLuigi Di Maio interviene alla videoassemblea congiunta dei parlamentari pentastellati sul voto del prossimo 9 dicembre sulla riforma del Mes: «Cerchiamo di non spezzare la corda», dice Di Maio, «perché a giocare con il fuoco possiamo farci male». Ma pure la Corda si ribella: «Questo è fascismo. Una conduzione», protesta la deputata Emanuela Corda, «che non ci permette di esprimerci. Solo due minuti e mezzo». Lo psicodramma grillino sul Mes non accenna a placarsi, anzi. I 42 deputati e 16 senatori grillini contrari alla riforma tengono sulla graticola Giuseppe Conte. Una bocciatura della risoluzione di maggioranza aprirebbe la crisi di governo. In queste ore i dissidenti del M5s sono sottoposti a pressioni inimmaginabili per cambiare idea. Il ricatto politico è sempre lo stesso: se cade Conte si va alle elezioni e voi perdete la poltrona. In realtà, non è detto che vada così: morto (politicamente) un premier, nulla vieta di farne un altro. «Se si vuole cambiare idea sulla riforma del Mes», scrive su Facebook il sottosegretario al Mef, Alessio Villarosa, uno dei dissidenti, «lo si fa con una votazione tra i parlamentari o ancora meglio, una votazione tra gli iscritti, così il gruppo verrebbe legittimato a cambiare idea. Abbiamo a disposizione uno strumento come Rousseau, usiamolo». Prove tecniche di ennesima giravolta? Non si sa. Quello che si sa è che da questa vicenda così triste, da qualunque parte la si guardi, chi esce letteralmente a pezzi è don Vito Crimi, reggente per caso del M5s. «Gualtieri è andato in Europa», dice Crimi, «con il pieno mandato perché mi sono assunto la responsabilità di non indebolire la posizione del nostro Paese nei rapporti internazionali europei». Il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri che va in Europa con il pieno mandato di Crimi, che però viene a sua volta mandato (a quel paese, non in Europa) da mezzo M5s. La tragedia del governo italiano è tutta qui: trattasi in realtà di una farsa. «La nostra non è una battaglia ideologica», si barcamena Crimi a Sky Tg24, «ma una convinzione, che il Mes, anche quello sanitario, è uno strumento anacronistico, non adeguato a quello che stiamo affrontando. Va superato e smantellato, era nel nostro programma e resta un nostro obiettivo. Anche la riforma non ci piace, perché non cambia gli aspetti negativi dello strumento», aggiunge Crimi, «ma anche se non passasse la riforma, il Mes continuerebbe a esistere, con modalità che riteniamo deleterie». La riforma non ci piace, ma la votiamo. Il Mes vogliamo smantellarlo, ma lo rafforziamo. Vi sembrano contraddizioni? Bazzecole, in confronto al triplo salto mortale con avvitamento rappresentato dalle posizioni odierne rispetto a quanto scriveva il M5s nel suo programma elettorale, pubblicato in prossimità delle elezioni politiche del marzo 2018. «Nel 2012», si legge nel documento, «è stato istituito il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) per finanziare i paesi dell'Ue in difficoltà finanziaria in cambio dell'impegno ad attuare un percorso di risanamento della finanza pubblica. Questo percorso si è rivelato nei fatti un calvario che ha distrutto l'economia greca». Non solo: «Nel momento in cui si affida a stati economicamente più forti», recita il programma dei grillini, «la possibilità di poter dettare delle misure rigorose, oltre che dell'agenda economica anche di quella politica, il Mes si sostituisce di fatto alle istituzioni nazionali. La democrazia è divenuta oggetto di trattazione delle organizzazioni finanziarie. Il M5s si opporrà in ogni modo a tutti quei ricatti dei mercati e della finanza internazionale travestiti da riforme. In particolare, ci impegneremo allo smantellamento del Mes (fondo salva Stati) e della cosiddetta Troika». Smantellare e rafforzare, come abbiamo già visto, nel vocabolario grillino sono sinonimi. E come dimenticare il contratto di governo tra Lega e M5s, che fu pilastro del primo governo Conte? «Con lo spirito di ritornare all'impostazione pre Maastricht in cui gli Stati europei erano mossi da un genuino intento di pace, fratellanza, cooperazione e solidarietà», si legge nel testo, «si ritiene necessario rivedere, insieme ai partner europei, l'impianto della governance economica europea (politica monetaria unica, Patto di stabilità e crescita, Fiscal compact, Mes, etc.) attualmente basato sul predominio del mercato e sul rispetto di vincoli stringenti dal punto di vista economico e sociale». Istruttivo rileggere anche qualche passaggio della risoluzione presentata alla Camera il 19 giugno 2019 dai capigruppo di M5s e Lega, Francesco D'Uva e Riccardo Molinari, che impegna il governo «in ordine alla riforma del Meccanismoeuropeo di stabilità, a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a render note alle Camere le proposte di modifica al trattato Esm, elaborate in sede europea, al fine di consentire al parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il parlamento non si sia pronunciato». Tutto dimenticato, insabbiato, contraddetto. Il M5s si prepara alla più grande figuraccia della sua storia. Se i dissidenti terranno duro, Conte andrà a casa. Se cambieranno idea, il M5s sarà finito. In Forza Italia anche i più convinti sostenitori della riforma del Mes si stanno convincendo del fatto che tenere in vita artificialmente questo governo con qualche «aiutino» sia una pessima idea. Il conto alla rovescia, per Giuseppi, è iniziato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-movimento-5-stelle-alle-comiche-finali-il-fondo-va-azzerato-quindi-riformiamolo-2649325598.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sul-salva-stati-conte-usa-il-metodo-ue-non-e-mai-il-momento-per-dire-di-no" data-post-id="2649325598" data-published-at="1607212439" data-use-pagination="False"> Sul salva Stati Conte usa il metodo Ue. Non è mai il momento per dire di no Ora non è il momento, più tardi». Chissà a quanti lettori sarà capitato durante l'infanzia di ascoltare una simile frase dai propri genitori, per respingere una qualsiasi richiesta. Risposta seguita da «ormai è troppo tardi», quando si tornava alla carica, credendo fosse giunto il momento. Purtroppo è il filo conduttore dei nostri rapporti con l'Europa. Senza andare troppo indietro nel tempo, partendo dal 2012, ci siamo ritrovati ad approvare Fiscal compact, equilibrio di bilancio in Costituzione, approvazione del Mes, il cosiddetto Two pack (che blinda il percorso per l'approvazione della legge di bilancio) e il bail in, sempre ricevendo lo stesso trattamento. La fase di discussione vera si è sempre svolta dietro le quinte, con scarso o nullo coinvolgimento dell'opinione pubblica e del Parlamento (dal 2012 la Legge Moavero, purtroppo priva di sanzioni, ha posto fine a questo scempio). Quando, improvvisamente, il tema è uscito dalle segrete stanze dell'Eurogruppo (delle cui riunioni non restano verbali) per approdare al Consiglio Ecofin o all'Eurosummit o al Consiglio europeo, non era più il momento di fare obiezioni perché era troppo tardi, ed abbiamo dovuto silenziosamente subire regole dannose per gli interessi del Paese. A tale danno si è sempre aggiunta la beffa di una postuma resipiscenza, non appena i protagonisti di quelle scelte scellerate hanno abbandonato i rispettivi ruoli. Valga, per tutti, la testimonianza resa anni dopo dallo scomparso ex ministro dell'Economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, a proposito dell'approvazione del bail-in, fatta in fretta nel dicembre 2013 perché incombevano le elezioni dell'Europarlamento: «…Che cosa poteva succedere all'Italia, al debito pubblico, al nostro spread, in un periodo di tale durata? Era effettivamente un rischio importante. […] Le argomentazioni che noi avanzavamo venissero accolte privatamente dicendo: sì, in effetti voi avete ragione, questa situazione rischia di essere difficile da gestire, però… Lascio i puntini di sospensione per non dire cose più sgradevoli […] nei confronti dell'Italia in quel momento c'era una situazione quasi degasperiana». Saccomanni terminò dicendo che «…si era in una situazione in cui non c'era alcuna possibilità di bloccare il negoziato e, se anche ci fosse stata, sarebbe stato molto probabilmente più dannosa che altro…». Peccato che, al termine di quell'Ecofin, Saccomanni avesse commentato trionfante su Twitter: «Con l'Unione Bancaria risparmiatori meglio tutelati, possibilità più credito e costo denaro più basso». Dopo meno di due anni ci sono state la risoluzione, liquidazione o ricapitalizzazione precauzionale di otto banche con l'indice di Borsa crollato del 60% in pochi mesi. L'ex ministro Giovanni Tria paventò un ricatto, dichiarando in audizione parlamentare che «se l'Italia non accettava, si sarebbe diffusa la notizia che l'Italia non accettava perché aveva il sistema bancario prossimo al fallimento, il che significava avere il fallimento del sistema bancario». Siamo a oggi, e abbiamo il vantaggio di conoscere il copione e poterci liberare della miscela di bugie, ambiguità e arroganza con cui si vuole fare passare la riforma del Mes, che sta allo Stato come il bail in sta alle banche. Uno strumento per la gestione «ordinata» delle crisi, che promette di essere la rovina dello Stato che si vuole «salvare». Ritroviamo quella mistura nelle parole del presidente Giuseppe Conte consegnate a Repubblica ieri. Al netto del tono ultimativo e arrogante di «ora inizia la ricostruzione nel segno dell'Europa e sarà il mio governo a guidarla perché non cadrò sul Mes» (a cui obiettiamo chiedendo dove sia il mandato per decidere il futuro del nostro Paese per così tanti anni a venire), Conte sostiene che «abbiamo ereditato il Mes dai precedenti esecutivi. Abbiamo offerto un contributo importante alla sua riforma». Omette «solo» che era lui il premier del governo precedente e, in quella veste, si impegnò all'Eurosummit del 21 giugno 2019 a «proseguire i lavori su tutto il pacchetto globale». Tale pacchetto comprendeva riforma del Trattato Mes e Bicc (strumento di bilancio per la competitività e la convergenza), oltre al completamento dell'Unione bancaria i cui lavori erano però indietro. Ammesso e non concesso che il Bicc sia stato sostituito dal Next Generation Ue (i due strumenti differiscono per diversi aspetti), per tenere fede ai suoi impegni Conte, al prossimo Euro Summit di venerdì 11, potrà dire solo una cosa: la riforma del Mes è bloccata fino a quando non viene approvato almeno il Ngeu. Altrimenti, delle due l'una: o ha mentito agli italiani e al Parlamento il 21 giugno 2019 o lo farà sia mercoledì a Roma sia venerdì a Bruxelles. Se Conte dichiara che il Mes non gode di grande appeal e proporrà di riconsiderare in modo più radicale la sua struttura e la sua funzione, perché essere ambiguo e approvare ora una riforma che lascia intatti e peggiora tutti i difetti di questa istituzione? Sostenere che «continueremo a lavorare per attuare lo schema europeo di assicurazione dei depositi (Edis)» - dimenticando però che il comunicato dell'Eurogruppo di lunedì scorso fa cenno a un «trattamento prudenziale (cioè penalizzante) dei titoli di Stato nei bilanci bancari» - significa ripetere lo stesso schema ricattatorio del passato. Quando pensa di farcelo sapere? Quando sarà troppo tardi per dire no? Come con la riforma del Mes? Non funziona più, non siamo più bambini.
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
Continua a leggereRiduci