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2022-08-11
Malta ci ha rifilato il killer che violenta i cavalli
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Il richiedente asilo nigeriano che il 30 luglio scorso a Monteforte Irpino (Avellino) ha assassinato a martellate un commerciante cinese nel suo negozio e mandato all’ospedale in fin di vita un giardiniere bulgaro che stava facendo acquisti era stato rispedito in Italia da Malta per il perverso meccanismo della legislazione sul primo approdo. Robert Omo, infatti, era approdato in Italia, dove si era presentato come un rifugiato e aveva avanzato una richiesta di asilo. Poi aveva cercato fortuna a Malta. Lì, però, si è guadagnato le prime pagine dei quotidiani maltesi, accusato di un reato clamoroso. Il Times of Malta nel novembre 2020 ricostruì che il nigeriano era stato condannato per avere abusato sessualmente di una cavalla in una fattoria alla periferia di Gozo, una delle 21 isolette che costituiscono l’Arcipelago maltese. La corte lo giudicò colpevole dell’inquietante accusa, condannandolo a un anno di carcere e all’espulsione in Italia, Paese di primo approdo in cui aveva presentato la domanda d’asilo. Ma in Italia Omo non voleva starci. E ora il suo legale, l’avvocato Nicola D’Archi, spiega che «voleva tornare in Nigeria, tanto da aver presentato lui stesso domanda in Prefettura per essere rimpatriato». La burocrazia dell’era di Luciana Lamorgese al Viminale, però, accoglie in fretta ma, come dimostrano i drammatici dati sulle espulsioni, non rimpatria. E Omo si è ritrovato alla Caritas di Avellino per un posto letto (ma a volte, conferma chi lo conosceva, si fermava a dormire nel parcheggio del Carrefour di Torrette di Mercogliano, dove riusciva anche a raggranellare qualche euro chiedendo l’elemosina) e un piatto caldo, accolto da don Vitaliano Della Sala, il sacerdote no global attivissimo nel 2001 durante le proteste contro il G8 di Genova e che dal pulpito invita i fedeli non vaccinati a non partecipare alle funzioni religiose («Vaccinarsi significa preoccuparsi per sé ma soprattutto degli altri», ammoniva con l’abito talare durante la pandemia e anche sulla stampa). Pure al centro Caritas, però, il nigeriano si era rivelato incapace di controllarsi. E, anche se nella Diocesi avellinese nessuno vuole parlarne, si sa che proprio la notte precedente alla mattinata di barbara violenza il nigeriano era stato messo alla porta perché aveva colpito in pieno volto un operatore del dormitorio, colpevole di averlo invitato per l’ennesima volta a rispettare le regole. A chi dopo l’omicidio e il tentato omicidio è riuscito a bloccarlo (alcuni dipendenti di un officina a poca distanza dal negozio dell’imprenditore cinese corsi quando in strada hanno sentito urlare una donna e una bambina che il nigeriano stava rincorrendo), Omo ha confessato che aveva pure perso il lavoro e che per questo motivo era andato in escandescenza. Nonostante queste caratteristiche, però, quella di Monteforte Irpino è una storia che i giornali della vulgata hanno sperato rimanesse chiusa in un ghetto mediatico. Soprattutto perché non è in linea con lo storytelling del mito dell’accoglienza che piace a una certa sinistra italiana. Si è arrivati perfino a silenziare il funerale di Gao Yuan Cheng, detto Franco. Nonostante vivesse ormai da anni in contrada Alvanella, a due passi dalla città di Avellino, e fosse da tutti conosciuto per la cordialità con la quale accoglieva nel suo Beautiful city, uno store-ferramenta di prodotti by China, le autorità non hanno partecipato e la cerimonia si è svolta in forma privata. Davanti alla saracinesca dell’attività commerciale, però, in molti hanno lasciato dei fiori o una candela, a conferma che l’imprenditore era particolarmente apprezzato dai cittadini di Monteforte Irpino.
Tra le autorità, nessuno si è filato anche il bulgaro Krasimir Petrov Tsankov, che al San Giuseppe Moscati lotta tra la vita e la morte. Tsankov è stato sottoposto a una craniectomia decompressiva (probabilmente causata da una martellata) lo stesso giorno del ricovero. Le sue condizioni vengono monitorate quotidianamente ma, allo stato, restano critiche. Da Omo nel frattempo non è arrivato alcun chiarimento. Ha fatto scena muta davanti al giudice per le indagini preliminari che l’ha interrogato nel carcere di Bellizzi Irpino dopo l’omicidio. «Robert non ricorda l’accaduto, è completamente dissociato», ha spiegato il suo avvocato, annunciando la possibilità di chiedere al giudice di sottoporre l’indagato a una perizia psichiatrica. Le indagini dei carabinieri, anche grazie alle telecamere del circuito chiuso installate nel negozio, hanno permesso invece di ricostruire la dinamica: Omo, a pochi minuti dall’apertura del negozio, dopo aver afferrato dagli scaffali per l’esposizione due pesanti martelli, si è scagliato prima contro il giardiniere bulgaro, poi contro il titolare del negozio (le prime ricostruzioni, invece, riportavano l’inverso). E dopo averli lasciati a terra è uscito di corsa. Il resto della storia è stata ricostruita dagli investigatori con le testimonianze di chi è intervenuto per bloccarlo. Anche con gli inquirenti (l’indagine dei carabinieri è coordinata dalla Procura di Avellino) il nigeriano si è sbottonato poco. Ma con loro avrebbe sostenuto che da qualche tempo alternava stati depressivi a momenti di rabbia in seguito alla morte violenta della madre in Nigeria. Con qualsiasi movente, però, le sue azioni non sono giustificabili. E a rendere ancora più buia questa tragedia sono l’espulsione da Malta e il mancato rimpatrio.
Afghano molesta ragazzine: in galera solo una notte
Una sola notte in cella per A.N., un trentaquattrenne afghano che l’altro giorno, nel primo pomeriggio, avrebbe molestato due ragazzine di 15 anni al Curvone di piazzale Magellano, una spiaggia libera attrezzata e molto frequentata di Ostia. Dopo il fermo con l’accusa di violenza sessuale e l’udienza di convalida (durante la quale il provvedimento della Procura è stato confermato), l’afghano è stato lasciato a piede libero in attesa del processo. Nonostante la Procura abbia insistito per la misura cautelare più grave, portando in aula la ricostruzione dei fatti fornita nell’immediatezza dai carabinieri.
I militari, intervenuti poco prima in uno stabilimento di fianco al Pontile per una rissa tra bagnanti durante la quale un venticinquenne si è ritrovato un cacciavite conficcato nel petto, sono dovuti correre alla spiaggia libera del Curvone dopo una chiamata al numero unico per le emergenze. La segnalazione arrivata via radio era già chiara: due ragazzine vittime di molestie in spiaggia. L’afghano, stando a una prima ricostruzione fornita dai testimoni, avrebbe prima avvicinato in acqua e poi sulla battigia le due minorenni. Poi avrebbe cercato di palpeggiarle (ovviamente da nessuno dei movimenti di femministe si è levata alcuna protesta, visto che l’accusa è ricaduta su uno straniero). Ma in quel momento sull’arenile pubblico c’era una comitiva di stranieri nordeuropei. Le due adolescenti hanno chiesto aiuto e i bagnanti hanno subito avvertito i carabinieri che, al loro arrivo, hanno incrociato l’afghano mentre cercava di allontanarsi dalla spiaggia. I quotidiani locali romani riportano che i bagnanti «cercavano di raggiungerlo per linciarlo» e che i carabinieri «l’hanno sottratto alla folla inferocita». Il sospettato è stato portato dai militari del Nucleo radiomobile in caserma e lì sarebbe stato anche riconosciuto dalle vittime. È finito in carcere a Regina Coeli, dove, però, ha trascorso solo una notte. Dopo la convalida dell’arresto nel palazzo di giustizia di piazzale Clodio, il giudice, nonostante la Procura chiedesse di lasciarlo in carcere («è un uomo che non è in grado di trattenere i suoi impulsi», ha precisato il pm in udienza), ha disposto come unica misura cautelare il divieto di dimora a Roma e l’ha rimesso in libertà. L’afghano, rispondendo alle domande del giudice, ha dichiarato di essere incensurato, di avere un impiego regolare e di vivere a Roma in un appartamento che condivide con un amico.
«Ho solo sfiorato una delle ragazze mentre nuotavo», si è difeso in aula l’afghano. Una versione in contrasto con quella fornita dalle due minorenni, che davanti ai carabinieri hanno sostenuto di essere state molestate e palpeggiate, e con la testimonianza di una terza ragazza che confermerebbe il racconto delle due vittime. «Stava nuotando», ha spiegato il suo avvocato (che ha chiesto la scarcerazione o in alternativa l’obbligo di firma davanti all’autorità giudiziaria), aggiungendo che «è stato un gesto involontario» e che il suo cliente «non voleva comprimere la libertà sessuale delle ragazze». Inoltre ha affermato che l’indagato «non le conosceva e che non si era reso conto dell’età». A stabilire se questa tesi sarà sufficiente a garantire all’afghano un’assoluzione sarà il Tribunale. La prossima udienza davanti ai giudici del Tribunale di piazzale Clodio è fissata per il 20 settembre. Per ora l’indagato è tornato in libertà.
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Robert Omo ha ucciso un cinese e ferito gravemente un bulgaro. Ma siccome è arrivato col barcone nessuno ha pianto le vittime.Afghano molesta ragazzine: in galera solo una notte. L’uomo ha avvicinato e palpeggiato due quindicenni sulla spiaggia di Ostia. Dopo l’intervento dei carabinieri è tornato libero.Lo speciale comprende due articoli. Il richiedente asilo nigeriano che il 30 luglio scorso a Monteforte Irpino (Avellino) ha assassinato a martellate un commerciante cinese nel suo negozio e mandato all’ospedale in fin di vita un giardiniere bulgaro che stava facendo acquisti era stato rispedito in Italia da Malta per il perverso meccanismo della legislazione sul primo approdo. Robert Omo, infatti, era approdato in Italia, dove si era presentato come un rifugiato e aveva avanzato una richiesta di asilo. Poi aveva cercato fortuna a Malta. Lì, però, si è guadagnato le prime pagine dei quotidiani maltesi, accusato di un reato clamoroso. Il Times of Malta nel novembre 2020 ricostruì che il nigeriano era stato condannato per avere abusato sessualmente di una cavalla in una fattoria alla periferia di Gozo, una delle 21 isolette che costituiscono l’Arcipelago maltese. La corte lo giudicò colpevole dell’inquietante accusa, condannandolo a un anno di carcere e all’espulsione in Italia, Paese di primo approdo in cui aveva presentato la domanda d’asilo. Ma in Italia Omo non voleva starci. E ora il suo legale, l’avvocato Nicola D’Archi, spiega che «voleva tornare in Nigeria, tanto da aver presentato lui stesso domanda in Prefettura per essere rimpatriato». La burocrazia dell’era di Luciana Lamorgese al Viminale, però, accoglie in fretta ma, come dimostrano i drammatici dati sulle espulsioni, non rimpatria. E Omo si è ritrovato alla Caritas di Avellino per un posto letto (ma a volte, conferma chi lo conosceva, si fermava a dormire nel parcheggio del Carrefour di Torrette di Mercogliano, dove riusciva anche a raggranellare qualche euro chiedendo l’elemosina) e un piatto caldo, accolto da don Vitaliano Della Sala, il sacerdote no global attivissimo nel 2001 durante le proteste contro il G8 di Genova e che dal pulpito invita i fedeli non vaccinati a non partecipare alle funzioni religiose («Vaccinarsi significa preoccuparsi per sé ma soprattutto degli altri», ammoniva con l’abito talare durante la pandemia e anche sulla stampa). Pure al centro Caritas, però, il nigeriano si era rivelato incapace di controllarsi. E, anche se nella Diocesi avellinese nessuno vuole parlarne, si sa che proprio la notte precedente alla mattinata di barbara violenza il nigeriano era stato messo alla porta perché aveva colpito in pieno volto un operatore del dormitorio, colpevole di averlo invitato per l’ennesima volta a rispettare le regole. A chi dopo l’omicidio e il tentato omicidio è riuscito a bloccarlo (alcuni dipendenti di un officina a poca distanza dal negozio dell’imprenditore cinese corsi quando in strada hanno sentito urlare una donna e una bambina che il nigeriano stava rincorrendo), Omo ha confessato che aveva pure perso il lavoro e che per questo motivo era andato in escandescenza. Nonostante queste caratteristiche, però, quella di Monteforte Irpino è una storia che i giornali della vulgata hanno sperato rimanesse chiusa in un ghetto mediatico. Soprattutto perché non è in linea con lo storytelling del mito dell’accoglienza che piace a una certa sinistra italiana. Si è arrivati perfino a silenziare il funerale di Gao Yuan Cheng, detto Franco. Nonostante vivesse ormai da anni in contrada Alvanella, a due passi dalla città di Avellino, e fosse da tutti conosciuto per la cordialità con la quale accoglieva nel suo Beautiful city, uno store-ferramenta di prodotti by China, le autorità non hanno partecipato e la cerimonia si è svolta in forma privata. Davanti alla saracinesca dell’attività commerciale, però, in molti hanno lasciato dei fiori o una candela, a conferma che l’imprenditore era particolarmente apprezzato dai cittadini di Monteforte Irpino.Tra le autorità, nessuno si è filato anche il bulgaro Krasimir Petrov Tsankov, che al San Giuseppe Moscati lotta tra la vita e la morte. Tsankov è stato sottoposto a una craniectomia decompressiva (probabilmente causata da una martellata) lo stesso giorno del ricovero. Le sue condizioni vengono monitorate quotidianamente ma, allo stato, restano critiche. Da Omo nel frattempo non è arrivato alcun chiarimento. Ha fatto scena muta davanti al giudice per le indagini preliminari che l’ha interrogato nel carcere di Bellizzi Irpino dopo l’omicidio. «Robert non ricorda l’accaduto, è completamente dissociato», ha spiegato il suo avvocato, annunciando la possibilità di chiedere al giudice di sottoporre l’indagato a una perizia psichiatrica. Le indagini dei carabinieri, anche grazie alle telecamere del circuito chiuso installate nel negozio, hanno permesso invece di ricostruire la dinamica: Omo, a pochi minuti dall’apertura del negozio, dopo aver afferrato dagli scaffali per l’esposizione due pesanti martelli, si è scagliato prima contro il giardiniere bulgaro, poi contro il titolare del negozio (le prime ricostruzioni, invece, riportavano l’inverso). E dopo averli lasciati a terra è uscito di corsa. Il resto della storia è stata ricostruita dagli investigatori con le testimonianze di chi è intervenuto per bloccarlo. Anche con gli inquirenti (l’indagine dei carabinieri è coordinata dalla Procura di Avellino) il nigeriano si è sbottonato poco. Ma con loro avrebbe sostenuto che da qualche tempo alternava stati depressivi a momenti di rabbia in seguito alla morte violenta della madre in Nigeria. Con qualsiasi movente, però, le sue azioni non sono giustificabili. E a rendere ancora più buia questa tragedia sono l’espulsione da Malta e il mancato rimpatrio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-killer-di-avellino-rimbalzato-da-malta-lo-cacciarono-perche-violentava-i-cavalli-2657843186.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="afghano-molesta-ragazzine-in-galera-solo-una-notte" data-post-id="2657843186" data-published-at="1660159348" data-use-pagination="False"> Afghano molesta ragazzine: in galera solo una notte Una sola notte in cella per A.N., un trentaquattrenne afghano che l’altro giorno, nel primo pomeriggio, avrebbe molestato due ragazzine di 15 anni al Curvone di piazzale Magellano, una spiaggia libera attrezzata e molto frequentata di Ostia. Dopo il fermo con l’accusa di violenza sessuale e l’udienza di convalida (durante la quale il provvedimento della Procura è stato confermato), l’afghano è stato lasciato a piede libero in attesa del processo. Nonostante la Procura abbia insistito per la misura cautelare più grave, portando in aula la ricostruzione dei fatti fornita nell’immediatezza dai carabinieri. I militari, intervenuti poco prima in uno stabilimento di fianco al Pontile per una rissa tra bagnanti durante la quale un venticinquenne si è ritrovato un cacciavite conficcato nel petto, sono dovuti correre alla spiaggia libera del Curvone dopo una chiamata al numero unico per le emergenze. La segnalazione arrivata via radio era già chiara: due ragazzine vittime di molestie in spiaggia. L’afghano, stando a una prima ricostruzione fornita dai testimoni, avrebbe prima avvicinato in acqua e poi sulla battigia le due minorenni. Poi avrebbe cercato di palpeggiarle (ovviamente da nessuno dei movimenti di femministe si è levata alcuna protesta, visto che l’accusa è ricaduta su uno straniero). Ma in quel momento sull’arenile pubblico c’era una comitiva di stranieri nordeuropei. Le due adolescenti hanno chiesto aiuto e i bagnanti hanno subito avvertito i carabinieri che, al loro arrivo, hanno incrociato l’afghano mentre cercava di allontanarsi dalla spiaggia. I quotidiani locali romani riportano che i bagnanti «cercavano di raggiungerlo per linciarlo» e che i carabinieri «l’hanno sottratto alla folla inferocita». Il sospettato è stato portato dai militari del Nucleo radiomobile in caserma e lì sarebbe stato anche riconosciuto dalle vittime. È finito in carcere a Regina Coeli, dove, però, ha trascorso solo una notte. Dopo la convalida dell’arresto nel palazzo di giustizia di piazzale Clodio, il giudice, nonostante la Procura chiedesse di lasciarlo in carcere («è un uomo che non è in grado di trattenere i suoi impulsi», ha precisato il pm in udienza), ha disposto come unica misura cautelare il divieto di dimora a Roma e l’ha rimesso in libertà. L’afghano, rispondendo alle domande del giudice, ha dichiarato di essere incensurato, di avere un impiego regolare e di vivere a Roma in un appartamento che condivide con un amico. «Ho solo sfiorato una delle ragazze mentre nuotavo», si è difeso in aula l’afghano. Una versione in contrasto con quella fornita dalle due minorenni, che davanti ai carabinieri hanno sostenuto di essere state molestate e palpeggiate, e con la testimonianza di una terza ragazza che confermerebbe il racconto delle due vittime. «Stava nuotando», ha spiegato il suo avvocato (che ha chiesto la scarcerazione o in alternativa l’obbligo di firma davanti all’autorità giudiziaria), aggiungendo che «è stato un gesto involontario» e che il suo cliente «non voleva comprimere la libertà sessuale delle ragazze». Inoltre ha affermato che l’indagato «non le conosceva e che non si era reso conto dell’età». A stabilire se questa tesi sarà sufficiente a garantire all’afghano un’assoluzione sarà il Tribunale. La prossima udienza davanti ai giudici del Tribunale di piazzale Clodio è fissata per il 20 settembre. Per ora l’indagato è tornato in libertà.
Gilberto Pichetto Fratin (Ansa)
Abbiamo elaborato una formula utile (mix di fonti) per accelerare l’esito in Italia di energia elettrica (e altra) abbondante a costi minimizzati. Lo scenario probabilistico vede questo risultato possibile e accelerabile, ma alla condizione di un coordinamento governativo interministeriale gestito dal massimo potere esecutivo, cioè Palazzo Chigi, con la responsabilità di un sottosegretario dedicato con poteri straordinari delegati dal Parlamento sotto il controllo diretto del presidente del Consiglio e indiretto (ma con relazione speciale) del Quirinale: programma Dinamo.
Semplificando, propongo un’organizzazione verticale controllata dalle regole democratiche per gestire un’emergenza nazionale. Qui spiego perché il programma Dinamo sarebbe una soluzione sistemica alla domanda di energia a bassi costi ora insoddisfatta e in prospettiva destinata a crescere: da qui la necessità di dichiarazione un’emergenza nazionale multivariata.
Prima emergenza. È ben noto che i costi energetici in Italia siano dal 20 al 30% superiori alle nazioni comparabili in Europa, e quelli europei superiori agli statunitensi e a quelli di altre nazioni concorrenti. Se non li abbassiamo in tempi utili il destino del sistema produttivo italiano (in gran parte ingaggiato nella competizione globale) è la deindustrializzazione con conseguenza di impoverimento nazionale. I tempi teorici per riparare questo gap competitivo, evitando la deindustrializzazione, sono brevi perché l’impatto è già evidente nonostante l’impegno del governo per attutirlo. Il calcolo dei tempi di riparazione/soluzione di questo gap, computando potenziali combinati con la loro concretizzazione, individuano sette anni di tempo per ottenere più energia a minori costi, cioè entro il 2033, ma iniziando subito ad attivare la soluzione stessa.
Seconda emergenza. Il calcolo di quanta più energia servirà nel prossimo futuro è complesso sul lato della stima di precisione, ma è semplice su quella della tendenza: ne servirà tanta di più. I centri di calcolo per le diverse generazioni successive di servizi di Intelligenza artificiale già richiedono e richiederanno enormi volumi di energia elettrica (oltre che di acqua) in comparazione con quelli odierni. L’irruzione di grandi quantità di robot per l’automazione industriale ha tempi imprecisati, ma è probabile che non siano lunghi, aggiungendo un altro pezzo di domanda energetica a costi minimizzabili per competitività commerciale (e finanziaria). Semplificando, una prima stima del programma Dinamo, anche stimando tempi e modi elettrificanti di nazioni competitrici, è di ottenere una soluzione almeno sufficiente entro sette anni. Ma, appunto, iniziando il prima possibile. Anche perché è sempre più evidente l’impatto sfidante della necessità di adattamento a picchi di calore non brevi che richiedono la creazione di vasti ambienti microclimatizzati, vestizioni speciali (esoscheletri a batteria che reggono sistemi capaci di ridurre il calore, o il freddo, estremi attorno alla pelle di un umano in fase attiva) ed efficiente termoregolazione nelle abitazioni. Già con i picchi di calore attuali si osservano blackout per eccesso di domanda di elettricità, segnale di un’emergenza già in atto.
Terza emergenza. Riguarda la necessità di ridurre i costi per le famiglie italiane perché sono sottocapitalizzate mediamente. L’energia è un costo diretto a cui si aggiunge quello indiretto assimilabile all’inflazione generata dal costo diffuso dell’energia.
In sintesi, semplificando, tre emergenze gravi già nel presente e con rischio di peggioramento nel futuro hanno una soluzione unica, cioè Dinamo, con la seguente missione: a) abolire con atti sospensivi tutti i vincoli burocratici non giustificati sostanzialmente per l’installazione di fonti energetiche; b) adeguare le reti di distribuzione elettrica a un aumento della domanda; c) concentrare capitale di investimento con formula Ppp, cioè cooperazione pubblico-privato, per dare scala adeguata all’aumento del potenziale di offerta energetica, in particolare elettrica. Tale raccomandazione è compatibile con una formula (mobile) di mix energetico: fossile, nucleare, rinnovabile, idroelettrico, geotermico e in prospettiva delle maree marine. Dove è prevedibile una riduzione lenta del fossile, un incremento graduale del nucleare di nuova generazione e un aumento rapidissimo (perché tecnologia alternativa già matura) delle rinnovabili, una manutenzione più precisa dell’idroelettrico, uno sfruttamento più esteso del geotermico e innovazioni sollecitate dalla disponibilità di capitale di investimento. Una simulazione preliminare mostra che in sette anni il risultato di più energia a costi minori è raggiungibile. Andrebbe precisato il calcolo del costo per le utenze calibrato con il rendimento degli investimenti, ma tale scenario computazionale dipende dall’azione di un’autorità coordinatrice che definisca un piano temporalizzato poi base per analisi quantitative più precise.
Ci tengo a sottolineare che non sto criticando l’azione di governo che si sta muovendo nella direzione detta, ma sto proponendo un’accelerazione, giustificata dall’emergenza, via architettura politica verticale qui chiamata programma Dinamo. Che oltre al livello nazionale dovrebbe avere anche uno regionale sia coordinato con quello nazionale stesso sia con uno spazio di autonomia per aumentare la concorrenza territoriale grazie a minori costi dell’energia. L’Italia ha bisogno di una scossa data dalla concorrenza e deburocratizzazione.
www.carlopelanda.com
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Luca Mercalli (Ansa)
Perché lo spauracchio alla fine è sempre quello, per colpa del cambio climatico dovremo contare più decessi. Poco importa che i quattro piccini morti in Francia fossero stati lasciati al sole, in auto chiuse e surriscaldate, condizione atroce anche se le temperature non avessero superato i 25 gradi. E vogliamo parlare dei 40, annegati in cerca di refrigerio? È come dire che se aumenta il consumo di gelati aumentano gli annegati, correlazione vicino allo zero. D’estate fa più caldo, più gente mangia il gelato, anche più persone fanno il bagno e alcuni appunto annegano ma non certo (e non solo) per avere mangiato il gelato.
Ci mancava poi il climatologo Luca Mercalli, che ieri l’ha sparata davvero grossa. A proposito di Hormuz ha detto: «Speriamo rimanga un po’ più chiuso perché così ci mettiamo di buona lena a installare i pannelli solari per sostituire il petrolio». Una demenzialità. Non contento, ha ricordato che il 40% dei consumi energetici europei avviene in casa. «Le bollette alte hanno fatto cose buone», è il Mercalli pensiero dispensato ieri. Nemmeno al più convinto ambientalista potrebbe passare per la testa di fare battute su uno snodo vitale, sulla cui riapertura tutti guardano con apprensione. L’uomo del farfallino si sta forse augurando che la guerra prosegua?
Lo stress climatico sta facendo dare i numeri. Basta vedere quello che viene dichiarato in Spagna. Il Sistema di monitoraggio giornaliero della mortalità (MoMo) ha stimato che durante la prima ondata di calore di quest’anno, tra il 21 e il 25 giugno, si siano verificati 212 decessi attribuibili alle alte temperature.
«I decessi denunciati in Spagna sono stime statistiche», spiega lo scienziato dei dati Marco Roccetti, professore ordinario di Human Data Science all’università di Bologna Alma Mater.
«Il loro sistema MoMo non conta i certificati di morte, in cui il medico ha scritto espressamente “deceduto a causa del caldo”, perché ovunque nel mondo identificare la causa esatta di un decesso richiede tempo. E le statistiche ufficiali definitive, anche quelle dell’Ine, l’equivalente spagnolo dell’Istat, arrivano spesso con mesi di ritardo. Per superare questo limite e avere dati immediati, MoMo usa il calcolo della mortalità in eccesso. Non è un conteggio nominale basato sulle cartelle cliniche, ma una stima statistica in tempo reale».
Ricorda, il professore, che l’anno scorso in Spagna, nei mesi estivi furono stimati circa 3.500 morti per calore, «poi però le cartelle cliniche certificate da Ine attestarono numeri molto minori, dell’ordine di alcune centinaia».
È dunque sbagliato azzardare dati sui decessi, in attesa di riscontri ufficiali? «È importante l’indice di correlazione», fa notare il professore. «Se la curva di morti per caldo denunciata da MoMo ha i suoi picchi in corrispondenza dei picchi dei decessi per caldo, che saranno certificati ex post da Ine, potremo dedurre che gli eccessi di mortalità stimati da MoMo coincidono con gli eccessi reali. Anche se con numeri molto diversi. In conclusione, è molto probabile che in questi giorni si siano avuti picchi di decessi correlati al caldo in Spagna, ma che siano esattamente 212 non è serio dirlo».
Non è serio insistere con l’emergenza caldo, per poi dimenticarsi delle problematiche invernali. Ci ha pensato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright, a ricordarlo all’Europa. «In inverno muoiono sempre più persone che in estate, perché il freddo è un killer molto più letale del caldo», ha affermato in un videomessaggio inviato alla conferenza dell’Alliance for Responsible Citizenship, un incontro di influenti personalità conservatrici, molte delle quali contestano i dati sul cambiamento climatico.
«Non si possono davvero paragonare i decessi dovuti al caldo e quelli dovuti al freddo», ha obiettato Friederike Otto, professoressa di scienze climatiche all’Imperial College di Londra. «I decessi dovuti al freddo sono un problema solo nei Paesi che effettivamente subiscono ondate di freddo». Wright ha parlato dei decessi in Europa nell’inverno del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece impennare i prezzi dell’energia, affermando che «l’impatto sulla mortalità è devastante».
Il riscaldamento insufficiente è una delle principali cause di morte in inverno in Europa. Nello studio del settembre 2024 pubblicato su The Lancet e dal titolo «Impatto della mortalità correlata alla temperatura e variazioni previste in 1368 regioni europee: uno studio di modellizzazione», i decessi dovuti al freddo superano quelli causati dal caldo con un rapporto di 8,3 a 1.
Pur prevedendo un aumento del riscaldamento globale, gli scienziati immaginano che a fine secolo il rapporto sarà di 6,7 a 1. Sempre più decessi per il freddo.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Che c’entrano le ascelle sudate degli altri?
Mentre Bruxelles è inondata di caldo, come del resto anche altri Paesi europei, venerdì il personale che lavora a Palazzo Berlaymont, sede della Commissione Ue, ha ricevuto verso mezzogiorno un sms con questo avviso: a causa delle condizioni meteorologiche estreme, è stato necessario spegnere l’impianto di climatizzazione dal primo piano al settimo piano per il resto della giornata. E fin qui sarebbe quello che è successo anche da tante altre parti.
Ma l’edificio ha 13 piani e, oltre a ospitare la presidente Ursula e i suoi 26 commissari, accoglie anche 3.000 dipendenti. Ursula lavora al tredicesimo piano e la maggior parte dei commissari si trova dall’ottavo piano in su. Quindi loro con le ascelle asciutte, tutti gli altri, dal settimo piano in giù, con le ascelle bagnate. È l’inaugurazione di una nuova forma di ecologismo: quello fatto con le ascelle degli altri. Ha detto bene un funzionario europeo che lavora dal settimo piano in giù: queste cose non accadevano dall’epoca medievale, dove il vassallo aveva più rispetto dei valvassori e dei valvassini. L’imperatrice Ursula se ne fotte di tutti e tre. Nel suo Medioevo lei ha diritto all’aria condizionata e gli altri no.
Mentre gli altri morivano di caldo, lei se ne stava tranquilla al riparo dal global warming di cui si parla un giorno sì e un giorno no. Tra le norme di comportamento indicate per il popolo bue europeo c’era anche quella di contenere l’uso dei condizionatori e delle lavatrici. Certo, lei la camicia, stando al fresco, magari se la cambia una volta a settimana, mentre il cofano che porta in testa lo deve riempire di lacca, favorendo il buco dell’ozono, tutti i giorni.
Un altro funzionario ha concordato con l’opinione del suo collega sul fatto che si tratti di una «vergogna». Ci sono andati piano, forse perché nonostante l’anonimato che è stato loro garantito, avevano comunque paura delle reazioni di quelli dall’ottavo piano in su. Non è solo una vergogna, è un’onta, detta con linguaggio aulico, cioè un’offesa e un oltraggio molto grave a chi lavora. Ed è anche un’ignominia, cioè un atto che esprime il disonore di chi lo ha compiuto.
La Commissione europea ha spesso richiamato nei suoi documenti la necessità di eliminare la realtà del caporalato e poi, quando ha dovuto proteggere le proprie ascelle, se n’è sbattuta delle ascelle degli altri, lasciandoli lavorare ed esprimendo una solidarietà pari a quella di soggetti spregevoli che comandano il caporalato.
Ma io mi chiedo: come si fa a fare una cosa del genere? Con quale senso del rispetto altrui? Con quale senso del rispetto della dignità del lavoro altrui? Ma da ora in poi, con quale credibilità potranno chiedere sacrifici ai cittadini europei, non essendo neanche stati capaci di bloccare le attività di tutto il palazzo né di non spegnere l’aria condizionata dal settimo piano in giù, tantomeno di andare tutti a casa senza discriminazioni di sorta. No, hanno fatto i pinguini con l’aria condizionata a palla, lasciando i dipendenti in quel palazzo di metallo e di vetro che senza aria condizionata è diventato una fornace. O meglio, una griglia, tanto sulla griglia c’erano gli altri. A un certo punto, forse, avranno pensato: andiamo a girarli perché da una parte sono già cotti. Da questi c’è da aspettarsi di tutto. Ormai non ci meraviglierebbe più niente. Per la verità, da tempo, però quest’ultimo fatto è veramente fuori da ogni logica.
In Europa, solo un quinto delle famiglie è dotato di aria condizionata, in più chi ce l’ha deve o non usarla, sempre secondo i commissari, o usarla al minimo. Altro che coerenza ecologica, qui c’è della coerenza fotti-logica: fai agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te stesso. Siamo all’inversione radicale e totale della regola aurea dei comportamenti eticamente corretti o almeno decenti, da un punto di vista morale.
Insisto molto su questa vergogna vera e propria perché i comportamenti, talora, soprattutto quando coscientemente attuati svelano molto a proposito di chi li compie. Si può insistere continuamente contro ogni evidenza empirica, nei propri provvedimenti che generano effetti negativi, se non perché solo guidati da un’ideologia astratta e dannosa?
C’è forse qualcuno che dice che non c’è un problema ecologico nel nostro mondo? Tutti preferiremmo vivere in città senza le polveri sottili che danneggiano spesso irrimediabilmente i nostri polmoni. Tutti vorremmo respirare un’aria pulita. Tutti ci preoccupiamo per il futuro dei nostri figli da un punto di vista ambientale.
Ma chi ci governa, oltre che a preoccuparsene, deve, a partire da se stesso, agire di conseguenza. Non può lasciare agli altri gli oneri dell’ascella sudata e a se stesso gli onori dell’ascella pulita. Altrimenti dal global warming si passa direttamente al global fotting. All’inizio della settimana la Commissione ha diffuso delle linee guida per il proprio personale, tra cui evitare di uscire nelle ore più calde della giornata, bere acqua regolarmente e iniziare a lavorare prima. Tre colpi di genio. Poi, sempre per questi lavoratori, ha pensato bene di spegnere l’aria condizionata. Maria Teresa a chi chiedeva il pane disse di dare delle brioche. Questi a chi muore di caldo dicono di dare degli asciugamani.
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Guido Guidesi (Ansa)
«Non sempre aver ragione dà soddisfazione». All’indomani della notizia che in Volkswagen rischiano di saltare 100.000 posti e quattro stabilimenti potrebbero chiudere, Guido Guidesi, assessore allo Sviluppo economico della Regione Lombardia, ricorda che già nel 2021 aveva lanciato l’allarme per la Lombardia, sulle conseguenze della decisione del Parlamento europeo di terminare nel 2035 le vendite di auto nuove a benzina e diesel. «Allora dissi che erano a rischio 20.000 posti di lavoro e mi riferivo solo al contesto lombardo», afferma Guidesi commentando le notizie che arrivano dalla Germania. Una preoccupazione giustificata dai numeri dell’automotive. Secondo i dati di Confindustria, in Lombardia ci sono circa 1.000 imprese attive nel settore, di cui il 90% sono Pmi, impiegano oltre 50.000 addetti e fatturano complessivamente oltre 20 miliardi di euro. È la seconda regione in Italia tra le filiere automotive e la quinta in Europa.
Le associazioni di categoria e sindacati, nel 2021 avevano stimato che una transazione troppo rapida verso l’elettrico, mette in pericolo, in tutta Italia, circa 70.000 posti di lavoro. Quindi la decisione di Volkswagen di ridurre di 100.000 unità l’organico era un disastro annunciato e non solo dalla stessa casa automobilistica che aveva già varato un piano di riduzione dei costi, rivelatosi insufficiente. «Molto probabilmente avremo una mobilità sostenibile in Europa che sarà marchiata Cina», commenta Guidesi. «Un suicidio industriale che entrerà nei libri di storia: profitto finanziario immediato, supponenza e regole stupide distruggono la più grande industria del Continente». L’assessore poi puntualizza che gli obiettivi ambientali vanno bene ma «ci sia libertà su come raggiungerli altrimenti l’automotive sarà un precedente di tanti altri settori industriali». La viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in occasione del Consiglio Ue Ambiente, che si è svolto venerdì scorso a Lussemburgo, ha rilanciato quella che potrebbe essere una strada da seguire. «Siamo convinti che l’elettrico sarà un protagonista importante del percorso di transizione del settore automotive. Ma non possiamo costruire il futuro dell’automotive europeo su una sola tecnologia: significa cadere nel rischio di legare il futuro industriale del settore a chi al momento ha il controllo di determinate filiere critiche. Non chiediamo un passo indietro, ma una strada in più per ottenere lo stesso obiettivo climatico».
L’Italia insiste sulla necessità di introdurre nel regolamento «una nuova categoria di veicoli a carburanti sostenibili, da considerare anche ai fini regolatori nell'ambito dei veicoli a emissioni zero», ha ribadito la viceministra.
Gava ha sottolineato una realtà preoccupante: «In Italia nei primi cinque mesi dell’anno i marchi legati a gruppi automobilistici extraeuropei, e quindi non prodotti nella Ue, hanno già raggiunto circa l’11% del mercato italiano. Dobbiamo diversificare». Poi ha ricordato che «l’Europa ha già infrastrutture per la diffusione dei combustibili liquidi». La strategia è di «alimentarle anche con combustibili sostenibili per garantire la nostra sicurezza energetica ed economica. Dobbiamo introdurre questa categoria di veicoli non per indebolire gli obiettivi climatici, ma per raggiungerli con più strumenti e più coraggio politico».
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