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2022-08-11
Malta ci ha rifilato il killer che violenta i cavalli
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Il richiedente asilo nigeriano che il 30 luglio scorso a Monteforte Irpino (Avellino) ha assassinato a martellate un commerciante cinese nel suo negozio e mandato all’ospedale in fin di vita un giardiniere bulgaro che stava facendo acquisti era stato rispedito in Italia da Malta per il perverso meccanismo della legislazione sul primo approdo. Robert Omo, infatti, era approdato in Italia, dove si era presentato come un rifugiato e aveva avanzato una richiesta di asilo. Poi aveva cercato fortuna a Malta. Lì, però, si è guadagnato le prime pagine dei quotidiani maltesi, accusato di un reato clamoroso. Il Times of Malta nel novembre 2020 ricostruì che il nigeriano era stato condannato per avere abusato sessualmente di una cavalla in una fattoria alla periferia di Gozo, una delle 21 isolette che costituiscono l’Arcipelago maltese. La corte lo giudicò colpevole dell’inquietante accusa, condannandolo a un anno di carcere e all’espulsione in Italia, Paese di primo approdo in cui aveva presentato la domanda d’asilo. Ma in Italia Omo non voleva starci. E ora il suo legale, l’avvocato Nicola D’Archi, spiega che «voleva tornare in Nigeria, tanto da aver presentato lui stesso domanda in Prefettura per essere rimpatriato». La burocrazia dell’era di Luciana Lamorgese al Viminale, però, accoglie in fretta ma, come dimostrano i drammatici dati sulle espulsioni, non rimpatria. E Omo si è ritrovato alla Caritas di Avellino per un posto letto (ma a volte, conferma chi lo conosceva, si fermava a dormire nel parcheggio del Carrefour di Torrette di Mercogliano, dove riusciva anche a raggranellare qualche euro chiedendo l’elemosina) e un piatto caldo, accolto da don Vitaliano Della Sala, il sacerdote no global attivissimo nel 2001 durante le proteste contro il G8 di Genova e che dal pulpito invita i fedeli non vaccinati a non partecipare alle funzioni religiose («Vaccinarsi significa preoccuparsi per sé ma soprattutto degli altri», ammoniva con l’abito talare durante la pandemia e anche sulla stampa). Pure al centro Caritas, però, il nigeriano si era rivelato incapace di controllarsi. E, anche se nella Diocesi avellinese nessuno vuole parlarne, si sa che proprio la notte precedente alla mattinata di barbara violenza il nigeriano era stato messo alla porta perché aveva colpito in pieno volto un operatore del dormitorio, colpevole di averlo invitato per l’ennesima volta a rispettare le regole. A chi dopo l’omicidio e il tentato omicidio è riuscito a bloccarlo (alcuni dipendenti di un officina a poca distanza dal negozio dell’imprenditore cinese corsi quando in strada hanno sentito urlare una donna e una bambina che il nigeriano stava rincorrendo), Omo ha confessato che aveva pure perso il lavoro e che per questo motivo era andato in escandescenza. Nonostante queste caratteristiche, però, quella di Monteforte Irpino è una storia che i giornali della vulgata hanno sperato rimanesse chiusa in un ghetto mediatico. Soprattutto perché non è in linea con lo storytelling del mito dell’accoglienza che piace a una certa sinistra italiana. Si è arrivati perfino a silenziare il funerale di Gao Yuan Cheng, detto Franco. Nonostante vivesse ormai da anni in contrada Alvanella, a due passi dalla città di Avellino, e fosse da tutti conosciuto per la cordialità con la quale accoglieva nel suo Beautiful city, uno store-ferramenta di prodotti by China, le autorità non hanno partecipato e la cerimonia si è svolta in forma privata. Davanti alla saracinesca dell’attività commerciale, però, in molti hanno lasciato dei fiori o una candela, a conferma che l’imprenditore era particolarmente apprezzato dai cittadini di Monteforte Irpino.
Tra le autorità, nessuno si è filato anche il bulgaro Krasimir Petrov Tsankov, che al San Giuseppe Moscati lotta tra la vita e la morte. Tsankov è stato sottoposto a una craniectomia decompressiva (probabilmente causata da una martellata) lo stesso giorno del ricovero. Le sue condizioni vengono monitorate quotidianamente ma, allo stato, restano critiche. Da Omo nel frattempo non è arrivato alcun chiarimento. Ha fatto scena muta davanti al giudice per le indagini preliminari che l’ha interrogato nel carcere di Bellizzi Irpino dopo l’omicidio. «Robert non ricorda l’accaduto, è completamente dissociato», ha spiegato il suo avvocato, annunciando la possibilità di chiedere al giudice di sottoporre l’indagato a una perizia psichiatrica. Le indagini dei carabinieri, anche grazie alle telecamere del circuito chiuso installate nel negozio, hanno permesso invece di ricostruire la dinamica: Omo, a pochi minuti dall’apertura del negozio, dopo aver afferrato dagli scaffali per l’esposizione due pesanti martelli, si è scagliato prima contro il giardiniere bulgaro, poi contro il titolare del negozio (le prime ricostruzioni, invece, riportavano l’inverso). E dopo averli lasciati a terra è uscito di corsa. Il resto della storia è stata ricostruita dagli investigatori con le testimonianze di chi è intervenuto per bloccarlo. Anche con gli inquirenti (l’indagine dei carabinieri è coordinata dalla Procura di Avellino) il nigeriano si è sbottonato poco. Ma con loro avrebbe sostenuto che da qualche tempo alternava stati depressivi a momenti di rabbia in seguito alla morte violenta della madre in Nigeria. Con qualsiasi movente, però, le sue azioni non sono giustificabili. E a rendere ancora più buia questa tragedia sono l’espulsione da Malta e il mancato rimpatrio.
Afghano molesta ragazzine: in galera solo una notte
Una sola notte in cella per A.N., un trentaquattrenne afghano che l’altro giorno, nel primo pomeriggio, avrebbe molestato due ragazzine di 15 anni al Curvone di piazzale Magellano, una spiaggia libera attrezzata e molto frequentata di Ostia. Dopo il fermo con l’accusa di violenza sessuale e l’udienza di convalida (durante la quale il provvedimento della Procura è stato confermato), l’afghano è stato lasciato a piede libero in attesa del processo. Nonostante la Procura abbia insistito per la misura cautelare più grave, portando in aula la ricostruzione dei fatti fornita nell’immediatezza dai carabinieri.
I militari, intervenuti poco prima in uno stabilimento di fianco al Pontile per una rissa tra bagnanti durante la quale un venticinquenne si è ritrovato un cacciavite conficcato nel petto, sono dovuti correre alla spiaggia libera del Curvone dopo una chiamata al numero unico per le emergenze. La segnalazione arrivata via radio era già chiara: due ragazzine vittime di molestie in spiaggia. L’afghano, stando a una prima ricostruzione fornita dai testimoni, avrebbe prima avvicinato in acqua e poi sulla battigia le due minorenni. Poi avrebbe cercato di palpeggiarle (ovviamente da nessuno dei movimenti di femministe si è levata alcuna protesta, visto che l’accusa è ricaduta su uno straniero). Ma in quel momento sull’arenile pubblico c’era una comitiva di stranieri nordeuropei. Le due adolescenti hanno chiesto aiuto e i bagnanti hanno subito avvertito i carabinieri che, al loro arrivo, hanno incrociato l’afghano mentre cercava di allontanarsi dalla spiaggia. I quotidiani locali romani riportano che i bagnanti «cercavano di raggiungerlo per linciarlo» e che i carabinieri «l’hanno sottratto alla folla inferocita». Il sospettato è stato portato dai militari del Nucleo radiomobile in caserma e lì sarebbe stato anche riconosciuto dalle vittime. È finito in carcere a Regina Coeli, dove, però, ha trascorso solo una notte. Dopo la convalida dell’arresto nel palazzo di giustizia di piazzale Clodio, il giudice, nonostante la Procura chiedesse di lasciarlo in carcere («è un uomo che non è in grado di trattenere i suoi impulsi», ha precisato il pm in udienza), ha disposto come unica misura cautelare il divieto di dimora a Roma e l’ha rimesso in libertà. L’afghano, rispondendo alle domande del giudice, ha dichiarato di essere incensurato, di avere un impiego regolare e di vivere a Roma in un appartamento che condivide con un amico.
«Ho solo sfiorato una delle ragazze mentre nuotavo», si è difeso in aula l’afghano. Una versione in contrasto con quella fornita dalle due minorenni, che davanti ai carabinieri hanno sostenuto di essere state molestate e palpeggiate, e con la testimonianza di una terza ragazza che confermerebbe il racconto delle due vittime. «Stava nuotando», ha spiegato il suo avvocato (che ha chiesto la scarcerazione o in alternativa l’obbligo di firma davanti all’autorità giudiziaria), aggiungendo che «è stato un gesto involontario» e che il suo cliente «non voleva comprimere la libertà sessuale delle ragazze». Inoltre ha affermato che l’indagato «non le conosceva e che non si era reso conto dell’età». A stabilire se questa tesi sarà sufficiente a garantire all’afghano un’assoluzione sarà il Tribunale. La prossima udienza davanti ai giudici del Tribunale di piazzale Clodio è fissata per il 20 settembre. Per ora l’indagato è tornato in libertà.
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Robert Omo ha ucciso un cinese e ferito gravemente un bulgaro. Ma siccome è arrivato col barcone nessuno ha pianto le vittime.Afghano molesta ragazzine: in galera solo una notte. L’uomo ha avvicinato e palpeggiato due quindicenni sulla spiaggia di Ostia. Dopo l’intervento dei carabinieri è tornato libero.Lo speciale comprende due articoli. Il richiedente asilo nigeriano che il 30 luglio scorso a Monteforte Irpino (Avellino) ha assassinato a martellate un commerciante cinese nel suo negozio e mandato all’ospedale in fin di vita un giardiniere bulgaro che stava facendo acquisti era stato rispedito in Italia da Malta per il perverso meccanismo della legislazione sul primo approdo. Robert Omo, infatti, era approdato in Italia, dove si era presentato come un rifugiato e aveva avanzato una richiesta di asilo. Poi aveva cercato fortuna a Malta. Lì, però, si è guadagnato le prime pagine dei quotidiani maltesi, accusato di un reato clamoroso. Il Times of Malta nel novembre 2020 ricostruì che il nigeriano era stato condannato per avere abusato sessualmente di una cavalla in una fattoria alla periferia di Gozo, una delle 21 isolette che costituiscono l’Arcipelago maltese. La corte lo giudicò colpevole dell’inquietante accusa, condannandolo a un anno di carcere e all’espulsione in Italia, Paese di primo approdo in cui aveva presentato la domanda d’asilo. Ma in Italia Omo non voleva starci. E ora il suo legale, l’avvocato Nicola D’Archi, spiega che «voleva tornare in Nigeria, tanto da aver presentato lui stesso domanda in Prefettura per essere rimpatriato». La burocrazia dell’era di Luciana Lamorgese al Viminale, però, accoglie in fretta ma, come dimostrano i drammatici dati sulle espulsioni, non rimpatria. E Omo si è ritrovato alla Caritas di Avellino per un posto letto (ma a volte, conferma chi lo conosceva, si fermava a dormire nel parcheggio del Carrefour di Torrette di Mercogliano, dove riusciva anche a raggranellare qualche euro chiedendo l’elemosina) e un piatto caldo, accolto da don Vitaliano Della Sala, il sacerdote no global attivissimo nel 2001 durante le proteste contro il G8 di Genova e che dal pulpito invita i fedeli non vaccinati a non partecipare alle funzioni religiose («Vaccinarsi significa preoccuparsi per sé ma soprattutto degli altri», ammoniva con l’abito talare durante la pandemia e anche sulla stampa). Pure al centro Caritas, però, il nigeriano si era rivelato incapace di controllarsi. E, anche se nella Diocesi avellinese nessuno vuole parlarne, si sa che proprio la notte precedente alla mattinata di barbara violenza il nigeriano era stato messo alla porta perché aveva colpito in pieno volto un operatore del dormitorio, colpevole di averlo invitato per l’ennesima volta a rispettare le regole. A chi dopo l’omicidio e il tentato omicidio è riuscito a bloccarlo (alcuni dipendenti di un officina a poca distanza dal negozio dell’imprenditore cinese corsi quando in strada hanno sentito urlare una donna e una bambina che il nigeriano stava rincorrendo), Omo ha confessato che aveva pure perso il lavoro e che per questo motivo era andato in escandescenza. Nonostante queste caratteristiche, però, quella di Monteforte Irpino è una storia che i giornali della vulgata hanno sperato rimanesse chiusa in un ghetto mediatico. Soprattutto perché non è in linea con lo storytelling del mito dell’accoglienza che piace a una certa sinistra italiana. Si è arrivati perfino a silenziare il funerale di Gao Yuan Cheng, detto Franco. Nonostante vivesse ormai da anni in contrada Alvanella, a due passi dalla città di Avellino, e fosse da tutti conosciuto per la cordialità con la quale accoglieva nel suo Beautiful city, uno store-ferramenta di prodotti by China, le autorità non hanno partecipato e la cerimonia si è svolta in forma privata. Davanti alla saracinesca dell’attività commerciale, però, in molti hanno lasciato dei fiori o una candela, a conferma che l’imprenditore era particolarmente apprezzato dai cittadini di Monteforte Irpino.Tra le autorità, nessuno si è filato anche il bulgaro Krasimir Petrov Tsankov, che al San Giuseppe Moscati lotta tra la vita e la morte. Tsankov è stato sottoposto a una craniectomia decompressiva (probabilmente causata da una martellata) lo stesso giorno del ricovero. Le sue condizioni vengono monitorate quotidianamente ma, allo stato, restano critiche. Da Omo nel frattempo non è arrivato alcun chiarimento. Ha fatto scena muta davanti al giudice per le indagini preliminari che l’ha interrogato nel carcere di Bellizzi Irpino dopo l’omicidio. «Robert non ricorda l’accaduto, è completamente dissociato», ha spiegato il suo avvocato, annunciando la possibilità di chiedere al giudice di sottoporre l’indagato a una perizia psichiatrica. Le indagini dei carabinieri, anche grazie alle telecamere del circuito chiuso installate nel negozio, hanno permesso invece di ricostruire la dinamica: Omo, a pochi minuti dall’apertura del negozio, dopo aver afferrato dagli scaffali per l’esposizione due pesanti martelli, si è scagliato prima contro il giardiniere bulgaro, poi contro il titolare del negozio (le prime ricostruzioni, invece, riportavano l’inverso). E dopo averli lasciati a terra è uscito di corsa. Il resto della storia è stata ricostruita dagli investigatori con le testimonianze di chi è intervenuto per bloccarlo. Anche con gli inquirenti (l’indagine dei carabinieri è coordinata dalla Procura di Avellino) il nigeriano si è sbottonato poco. Ma con loro avrebbe sostenuto che da qualche tempo alternava stati depressivi a momenti di rabbia in seguito alla morte violenta della madre in Nigeria. Con qualsiasi movente, però, le sue azioni non sono giustificabili. E a rendere ancora più buia questa tragedia sono l’espulsione da Malta e il mancato rimpatrio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-killer-di-avellino-rimbalzato-da-malta-lo-cacciarono-perche-violentava-i-cavalli-2657843186.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="afghano-molesta-ragazzine-in-galera-solo-una-notte" data-post-id="2657843186" data-published-at="1660159348" data-use-pagination="False"> Afghano molesta ragazzine: in galera solo una notte Una sola notte in cella per A.N., un trentaquattrenne afghano che l’altro giorno, nel primo pomeriggio, avrebbe molestato due ragazzine di 15 anni al Curvone di piazzale Magellano, una spiaggia libera attrezzata e molto frequentata di Ostia. Dopo il fermo con l’accusa di violenza sessuale e l’udienza di convalida (durante la quale il provvedimento della Procura è stato confermato), l’afghano è stato lasciato a piede libero in attesa del processo. Nonostante la Procura abbia insistito per la misura cautelare più grave, portando in aula la ricostruzione dei fatti fornita nell’immediatezza dai carabinieri. I militari, intervenuti poco prima in uno stabilimento di fianco al Pontile per una rissa tra bagnanti durante la quale un venticinquenne si è ritrovato un cacciavite conficcato nel petto, sono dovuti correre alla spiaggia libera del Curvone dopo una chiamata al numero unico per le emergenze. La segnalazione arrivata via radio era già chiara: due ragazzine vittime di molestie in spiaggia. L’afghano, stando a una prima ricostruzione fornita dai testimoni, avrebbe prima avvicinato in acqua e poi sulla battigia le due minorenni. Poi avrebbe cercato di palpeggiarle (ovviamente da nessuno dei movimenti di femministe si è levata alcuna protesta, visto che l’accusa è ricaduta su uno straniero). Ma in quel momento sull’arenile pubblico c’era una comitiva di stranieri nordeuropei. Le due adolescenti hanno chiesto aiuto e i bagnanti hanno subito avvertito i carabinieri che, al loro arrivo, hanno incrociato l’afghano mentre cercava di allontanarsi dalla spiaggia. I quotidiani locali romani riportano che i bagnanti «cercavano di raggiungerlo per linciarlo» e che i carabinieri «l’hanno sottratto alla folla inferocita». Il sospettato è stato portato dai militari del Nucleo radiomobile in caserma e lì sarebbe stato anche riconosciuto dalle vittime. È finito in carcere a Regina Coeli, dove, però, ha trascorso solo una notte. Dopo la convalida dell’arresto nel palazzo di giustizia di piazzale Clodio, il giudice, nonostante la Procura chiedesse di lasciarlo in carcere («è un uomo che non è in grado di trattenere i suoi impulsi», ha precisato il pm in udienza), ha disposto come unica misura cautelare il divieto di dimora a Roma e l’ha rimesso in libertà. L’afghano, rispondendo alle domande del giudice, ha dichiarato di essere incensurato, di avere un impiego regolare e di vivere a Roma in un appartamento che condivide con un amico. «Ho solo sfiorato una delle ragazze mentre nuotavo», si è difeso in aula l’afghano. Una versione in contrasto con quella fornita dalle due minorenni, che davanti ai carabinieri hanno sostenuto di essere state molestate e palpeggiate, e con la testimonianza di una terza ragazza che confermerebbe il racconto delle due vittime. «Stava nuotando», ha spiegato il suo avvocato (che ha chiesto la scarcerazione o in alternativa l’obbligo di firma davanti all’autorità giudiziaria), aggiungendo che «è stato un gesto involontario» e che il suo cliente «non voleva comprimere la libertà sessuale delle ragazze». Inoltre ha affermato che l’indagato «non le conosceva e che non si era reso conto dell’età». A stabilire se questa tesi sarà sufficiente a garantire all’afghano un’assoluzione sarà il Tribunale. La prossima udienza davanti ai giudici del Tribunale di piazzale Clodio è fissata per il 20 settembre. Per ora l’indagato è tornato in libertà.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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