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2018-05-17
Il guru di sinistra amato da Macron: «L’Africa ci sta per sommergere»
ANSA
Nella bibliografia di base sull'Africa che i dottorandi della School of advanced international studies dell'università Johns Hopkins di Washington D.C. devono padroneggiare per diventare futuri africanisti di vaglia, si contano 212 studi economici, 63 opere sulle questioni etniche, 34 sulle religioni del continente e solo due titoli sui problemi demografici.
Quello che per gli accademici sembra essere l'ultimo dei problemi relativi all'Africa, per il resto del mondo è invece il primo. Si calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Numeri che fanno spavento.
Ce ne sono tantissimi, e di agghiaccianti, nel volume che sta facendo molto parlare in Francia: La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith. Per capire l'ampiezza del dibattito, basti pensare che il saggio è stato citato persino da Emmanuel Macron, mentre Le Monde, all'atto di recensirlo, ha titolato: «Fino a che punto l'Europa può accogliere i migranti africani senza perdere la sua identità?». Un interrogativo che è già una vittoria, vista la linea editoriale del quotidiano transalpino. Tanta capacità persuasiva verso il mondo progressista deriverà forse dal fatto che Smith è uno di quell'ambiente: ex responsabile per l'Africa di Libération tra il 1988 e il 2000, il giornalista francofono americano ha poi svolto la stessa mansione proprio a Le Monde tra il 2000 e il 2005. Il pedigree, insomma, è democratico a 24 carati. Ma si sa, non esiste peggior reazionario del progressista che ha toccato con mano le illusioni del progresso. E sull'Africa, l'Occidente ha propalato teorie illusorie a vagonate, per secoli. Oggi, tuttavia, gli africani ci presentano il conto.
«La giovane Africa», scrive Smith, «sta correndo verso il Vecchio continente, è scritto nell'ordine delle cose così come lo era, verso la fine del XIX secolo, la “corsa verso l'Africa" dell'Europa. Solamente che questa volta è il popolo a prendere l'iniziativa, il dèmos che ridisegna la cartina del mondo, così come l'imperialismo europeo fu innanzitutto il progetto di una minoranza influente che seppe trascinare con sé lo Stato e la società». Nel 1930, il numero di europei dei quattro principali Paesi coloniali - Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Belgio -presenti sul territorio africano, era di 2 milioni di individui: il 2% della popolazione di quegli Stati e l'1% della popolazione africana. Sempre alla fatidica data del 2050, invece, si conteranno tra i 150 e i 200 milioni di «afroeuropei», cioè migranti e loro eredi.
Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo».
Smith non è comunque nuovo a provocazioni politicamente scorrette. Nel 2003 aveva pubblicato un saggio che aveva fatto molto rumore, dal significativo titolo di Négrologie: pourquoi l'Afrique meurt. Già, perché l'Africa muore? «In gran parte», rispondeva il giornalista, «perché si suicida. È come se, a bordo di una piroga già sbattuta di qua e di là dalla tormenta, i passeggeri, anziché remare per arrivare alla terra ferma, si impegnassero a perforare lo scafo della loro già fragile imbarcazione». Altro che buon selvaggio africano, quindi. Ma Smith va pure oltre, fino ad affermare che, «dall'epoca della decolonizzazione, l'Africa lavora alla propria ricolonizzazione». Per poi affondare il colpo: «È tempo di mettere fine a una doppia ipocrisia: quella degli occidentali che, per la loro colpevolezza storica o per disinteresse smidollato, non dicono la verità agli africani che sanno di essere condannati, a meno che non cessino la loro opera collettiva di autodistruzione; e quella degli africani, ben coscienti dei loro limiti, ma che, arroccati sulla loro “dignità dell'uomo nero" e, in questo, razzisti quanto certi coloni, rifiutano ogni critica radicale per non perdere la pensione alimentare che traggono dalla colpa dell'Occidente». Per poi chiedersi polemicamente: «Su un continente che non ha inventato né la ruota né l'aratro, che ignorava la trazione animale e tarda ancor oggi a praticare la coltivazione irrigata, anche nei bacini fluviali, i cooperanti devono mordersi il labbro se, discutendo con i loro “omologhi" africani, hanno avuto la sfortuna di evocare il “ritardo" dell'Africa?».
Ma ovviamente possiamo far finta di ignorare tutto ciò, in nome di quella che Paul Collier, professore di Oxford e autore del saggio Exodus, definisce «the stuff of teenage dreams», la materia di cui sono fatti i sogni degli adolescenti, ovvero l'illusione che chiunque possa scegliere di vivere ovunque. A parte se sei un bianco che vuole trasferirsi in Africa: quello, infatti, è bieco colonialismo.
Adriano Scianca
Accogliere i migranti non è un dogma: Vienna guida i ribelli
Secondo gli scenari disegnati dai governi dell'area, entro un anno la rotta balcanica delle migrazioni potrebbe essere sottoposta a nuove, fortissime, pressioni. E se Bruxelles non dovesse sbrigarsi a riformare il trattato di Dublino, impostando un apposito meccanismo di gestione delle crisi, si rischierebbe un nuovo repentino turbamento degli equilibri continentali.
Questo è il messaggio lanciato dai ministri di diversi Paesi dell'Europa centrale e balcanica riuniti a Vienna per la prima Conferenza sulla sicurezza dell'Europa centrale (Mesc), organizzata dell'Istituto per gli studi sulla sicurezza dell'Austria, dal movimento paneuropeo e dall'Ordine di San Giorgio. Il ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl, il suo collega della Difesa Mario Kunasek e quello dei Trasporti Norbert Hofer hanno ospitato numerose delegazioni estere in un convegno simbolicamente organizzato nel palazzo che in epoca austroungarica ospitava il ministero della Guerra. A cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale, che con l'applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli voluto dal presidente americano Woodrow Wilson ha portato tanta instabilità alla regione fino ai giorni nostri, il ministro degli Interni sloveno Vesna Gyorkos Znidar, il ministro bulgaro per la presidenza del Consiglio europeo Lilyana Pavlova, il ministro per la Difesa croato Petar Mihatov e l'ambasciatore straordinario ungherese presso l'Ue, Giorgio d'Asburgo, hanno sottolineato che spesso è difficile lavorare con le istituzioni comuni in quanto persiste nei cosiddetti Paesi occidentali ancora una forte incomprensione delle specificità con cui si devono confrontare le capitali nel campo della sicurezza. Paesi nella maggioranza dei casi mediopiccoli nel fronteggiare le reti criminali soffrono del fatto che queste ultime oramai agiscono quasi esclusivamente su scala internazionale e le preposte organizzazioni europee non sono sufficientemente efficaci nella loro azione.
Come sottolineato dalla slovena Gyorkos Znidar i criminali conoscono molto meglio i vantaggi apportati dal sistema Schengen degli stessi cittadini. La responsabile della diplomazia austriaca ha ammesso davanti a un pubblico di esperti che il radicalismo islamico sta diventando un problema serio di fronte al quale non ci si può più nascondere. Nella sola Austria le forze di polizia seguono ben 260 cittadini convertiti al jihad, mentre il governo sloveno e quello croato hanno confermato che la rotta balcanica delle migrazioni potrebbe presto ridivenire problematica in quanto il numero degli illegali fermati nei primi cinque mesi del 2018 cresce esponenzialmente. Da poche centinaia del semestre precedente si è arrivati a circa 4.000 persone fermate sul confine Schengen della Slovenia tra gennaio e maggio.
In seguito alla costruzione del muro in Ungheria la rotta balcanica parte ora dalla Turchia e attraverso la Grecia passa in Albania, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Croazia, ma a interessare gli specialisti della sicurezza è soprattutto la mutata composizione dei migranti. Se in passato provenivano principalmente da Afghanistan, Siria e Iraq ora le nazioni di origine sono sempre più spesso nordafricane. Da Algeria, Libia e Tunisia arrivano elementi fortemente radicalizzati e spesso connessi con attività criminali di vario genere.
I governi dell'Europa centrale ascrivono il cambiamento all'efficace azione di contrasto italiana nel Mediterraneo e, ovviamente, alla porosità e mancanza di coordinamento tra le istituzioni della propria regione in tema di sicurezza, dato che alcuni Paesi sono in area Schengen mentre altri o sono solo membri dell'Unione o addirittura nemmeno vicini alla candidatura. La conferenza Mesc ha portato alla luce un sincero desiderio di collaborazione tra i Paesi e l'auspicio di implementare le capacità della dormiente Cooperazione centroeuropea di difesa (Cedc).
Il governo bulgaro, presidente di turno dell'Ue a cui a luglio succederà proprio quello austriaco, per bocca del ministro Pavlova, ha informato il pubblico che a breve sottoporrà al Consiglio europeo una bozza di emendamento del trattato di Dublino, ma soprattutto una riforma generale del sistema di gestione delle migrazioni. Secondo Sofia se l'Unione non accetterà di allocare maggiori risorse finanziarie, d'istituire un meccanismo comune di gestione delle crisi, d'istituzionalizzare la risposta immediata, di migliorare il sistema di comunicazione dei database e soprattutto non sosterrà l'idea della gestione dei confini esterni da parte di Frontex, non potrà essere in grado di gestire la prossima ondata migratoria che destabilizzerà il continente, in quanto la questione non è se, ma solamente quando ciò avverrà. Secondo i calcoli presentati sono circa 70.000 le persone già oggi potenzialmente pronte a intraprendere il viaggio. Decisamente meno delle 500.000 della crisi del 2015, ma qualitativamente assai più pericolose.
Laris Gaiser
In Europa 3,8 milioni di finti profughi
Sono 3,8 milioni le richieste di asilo che sono state rifiutate nell'Unione europea negli ultimi dieci anni. E scusate se è poco. Il dato emerge dal rapporto del Network europeo sulla migrazione, think tank che in questi giorni celebra i suoi dieci anni di vita. E fornisce una serie di dati interessanti, seppur orientati, in realtà, a spingere i Paesi Ue verso un'accoglienza ancora maggiore.
Secondo il Network, sono 5,9 milioni le richieste di asilo presentate negli ultimi dieci anni in Ue. Di queste, 2,1 milioni hanno ricevuto l'ok alla prima decisione (dati da cui si estrae la cifra di cui sopra, ovvero i 3,8 milioni di richieste rifiutate).
Nell'ultimo decennio, prosegue lo studio, circa 1,7 milioni di richiedenti asilo arrivati in Europa aveva meno di 18 anni, e 357.000 erano non accompagnati. Tra il 2008 ed il 2017 sono stati 7,4 milioni i migranti residenti irregolarmente registrati. Ben 5,3 milioni hanno ricevuto l'ordine di allontanarsi dall'Ue, ma solo 2,3 milioni sono stati i rimpatriati. Inoltre, negli ultimi 9 anni, 17 milioni di immigrati sono venuti in Europa per lavorare, studiare o per ricongiungimento familiare. Secondo il rapporto, circa cinque su dieci degli immigrati arrivati nell'Ue si trova ad affrontare povertà o esclusione sociale, rispetto ai due su dieci della popolazione nazionale.
Alla presentazione del rapporto è intervenuto anche il commissario europeo alla Migrazione, Dimitris Avramopoulos, che ha detto: «L'orologio corre, è tempo che gli Stati membri si affrettino» a trovare una posizione comune sulla revisione del regolamento di Dublino. Sulla riforma, ha insistito il commissario, «il Parlamento europeo ha già espresso una posizione comune, ed è al fianco della Commissione. È arrivato il momento che anche i Paesi» trovino un accordo: «questo non risolve tutto, ma è una parte della soluzione». Sulla situazione italiana Avramopoulos, che già martedì aveva espresso l'auspicio di una conferma delle politiche sull'immigrazione da parte del nostro futuro governo, ha ribadito: «Ripeto quanto già detto, penso che l'Italia proseguirà sulla strada percorsa fino ad adesso su tutti i temi. L'Italia è uno dei Paesi fondatori dell'Ue e sono certo che gli italiani siano impegnati in questa prospettiva europea. Siamo pienamente fiduciosi nel presidente Sergio Mattarella, nella Costituzione e nella Repubblica italiana». Parole che sono suonate come un avvertimento e che sono state rispedite al mittente da Matteo Salvini («ennesima interferenza di non eletti»). Parallelamente però da Bruxelles è arrivata una bordata di segno opposto: «Pochi rimpatri? Tutta colpa dell'Italia». Parola di Laurent Muschel, direttore alla Migrazione della Commissione europea: «I rimpatri dalla Penisola sono nulli perché mancano i centri di detenzione». Musica per le orecchie di chi, come la Lega, vuole voltare pagina.
Fabrizio La Rocca
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Stephen Smith, già firma di Libération e Le Monde, ha scritto un saggio citato dal presidente francese nel quale, dati alla mano, prevede un'invasione biblica. E punge: «I neri? Non avevano neanche la ruota...».Intanto, i governi di Ungheria, Croazia, Bulgaria e Slovenia, capeggiati dall'Austria, sfidano Bruxelles: riveda Dublino o ci arrangiamo.Negli ultimi 10 anni, l'Unione europea ha visto un numero enorme di richieste d'asilo bocciate. Tante, sulla carta, le espulsioni. Ma sono meno della metà quelle davvero eseguite.Lo speciale contiene tre articoli.Nella bibliografia di base sull'Africa che i dottorandi della School of advanced international studies dell'università Johns Hopkins di Washington D.C. devono padroneggiare per diventare futuri africanisti di vaglia, si contano 212 studi economici, 63 opere sulle questioni etniche, 34 sulle religioni del continente e solo due titoli sui problemi demografici. Quello che per gli accademici sembra essere l'ultimo dei problemi relativi all'Africa, per il resto del mondo è invece il primo. Si calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Numeri che fanno spavento. Ce ne sono tantissimi, e di agghiaccianti, nel volume che sta facendo molto parlare in Francia: La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith. Per capire l'ampiezza del dibattito, basti pensare che il saggio è stato citato persino da Emmanuel Macron, mentre Le Monde, all'atto di recensirlo, ha titolato: «Fino a che punto l'Europa può accogliere i migranti africani senza perdere la sua identità?». Un interrogativo che è già una vittoria, vista la linea editoriale del quotidiano transalpino. Tanta capacità persuasiva verso il mondo progressista deriverà forse dal fatto che Smith è uno di quell'ambiente: ex responsabile per l'Africa di Libération tra il 1988 e il 2000, il giornalista francofono americano ha poi svolto la stessa mansione proprio a Le Monde tra il 2000 e il 2005. Il pedigree, insomma, è democratico a 24 carati. Ma si sa, non esiste peggior reazionario del progressista che ha toccato con mano le illusioni del progresso. E sull'Africa, l'Occidente ha propalato teorie illusorie a vagonate, per secoli. Oggi, tuttavia, gli africani ci presentano il conto. «La giovane Africa», scrive Smith, «sta correndo verso il Vecchio continente, è scritto nell'ordine delle cose così come lo era, verso la fine del XIX secolo, la “corsa verso l'Africa" dell'Europa. Solamente che questa volta è il popolo a prendere l'iniziativa, il dèmos che ridisegna la cartina del mondo, così come l'imperialismo europeo fu innanzitutto il progetto di una minoranza influente che seppe trascinare con sé lo Stato e la società». Nel 1930, il numero di europei dei quattro principali Paesi coloniali - Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Belgio -presenti sul territorio africano, era di 2 milioni di individui: il 2% della popolazione di quegli Stati e l'1% della popolazione africana. Sempre alla fatidica data del 2050, invece, si conteranno tra i 150 e i 200 milioni di «afroeuropei», cioè migranti e loro eredi. Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Smith non è comunque nuovo a provocazioni politicamente scorrette. Nel 2003 aveva pubblicato un saggio che aveva fatto molto rumore, dal significativo titolo di Négrologie: pourquoi l'Afrique meurt. Già, perché l'Africa muore? «In gran parte», rispondeva il giornalista, «perché si suicida. È come se, a bordo di una piroga già sbattuta di qua e di là dalla tormenta, i passeggeri, anziché remare per arrivare alla terra ferma, si impegnassero a perforare lo scafo della loro già fragile imbarcazione». Altro che buon selvaggio africano, quindi. Ma Smith va pure oltre, fino ad affermare che, «dall'epoca della decolonizzazione, l'Africa lavora alla propria ricolonizzazione». Per poi affondare il colpo: «È tempo di mettere fine a una doppia ipocrisia: quella degli occidentali che, per la loro colpevolezza storica o per disinteresse smidollato, non dicono la verità agli africani che sanno di essere condannati, a meno che non cessino la loro opera collettiva di autodistruzione; e quella degli africani, ben coscienti dei loro limiti, ma che, arroccati sulla loro “dignità dell'uomo nero" e, in questo, razzisti quanto certi coloni, rifiutano ogni critica radicale per non perdere la pensione alimentare che traggono dalla colpa dell'Occidente». Per poi chiedersi polemicamente: «Su un continente che non ha inventato né la ruota né l'aratro, che ignorava la trazione animale e tarda ancor oggi a praticare la coltivazione irrigata, anche nei bacini fluviali, i cooperanti devono mordersi il labbro se, discutendo con i loro “omologhi" africani, hanno avuto la sfortuna di evocare il “ritardo" dell'Africa?».Ma ovviamente possiamo far finta di ignorare tutto ciò, in nome di quella che Paul Collier, professore di Oxford e autore del saggio Exodus, definisce «the stuff of teenage dreams», la materia di cui sono fatti i sogni degli adolescenti, ovvero l'illusione che chiunque possa scegliere di vivere ovunque. A parte se sei un bianco che vuole trasferirsi in Africa: quello, infatti, è bieco colonialismo.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-di-sinistra-amato-da-macron-lafrica-ci-sta-per-sommergere-2569413404.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="accogliere-i-migranti-non-e-un-dogma-vienna-guida-i-ribelli" data-post-id="2569413404" data-published-at="1778672977" data-use-pagination="False"> Accogliere i migranti non è un dogma: Vienna guida i ribelli Secondo gli scenari disegnati dai governi dell'area, entro un anno la rotta balcanica delle migrazioni potrebbe essere sottoposta a nuove, fortissime, pressioni. E se Bruxelles non dovesse sbrigarsi a riformare il trattato di Dublino, impostando un apposito meccanismo di gestione delle crisi, si rischierebbe un nuovo repentino turbamento degli equilibri continentali. Questo è il messaggio lanciato dai ministri di diversi Paesi dell'Europa centrale e balcanica riuniti a Vienna per la prima Conferenza sulla sicurezza dell'Europa centrale (Mesc), organizzata dell'Istituto per gli studi sulla sicurezza dell'Austria, dal movimento paneuropeo e dall'Ordine di San Giorgio. Il ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl, il suo collega della Difesa Mario Kunasek e quello dei Trasporti Norbert Hofer hanno ospitato numerose delegazioni estere in un convegno simbolicamente organizzato nel palazzo che in epoca austroungarica ospitava il ministero della Guerra. A cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale, che con l'applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli voluto dal presidente americano Woodrow Wilson ha portato tanta instabilità alla regione fino ai giorni nostri, il ministro degli Interni sloveno Vesna Gyorkos Znidar, il ministro bulgaro per la presidenza del Consiglio europeo Lilyana Pavlova, il ministro per la Difesa croato Petar Mihatov e l'ambasciatore straordinario ungherese presso l'Ue, Giorgio d'Asburgo, hanno sottolineato che spesso è difficile lavorare con le istituzioni comuni in quanto persiste nei cosiddetti Paesi occidentali ancora una forte incomprensione delle specificità con cui si devono confrontare le capitali nel campo della sicurezza. Paesi nella maggioranza dei casi mediopiccoli nel fronteggiare le reti criminali soffrono del fatto che queste ultime oramai agiscono quasi esclusivamente su scala internazionale e le preposte organizzazioni europee non sono sufficientemente efficaci nella loro azione. Come sottolineato dalla slovena Gyorkos Znidar i criminali conoscono molto meglio i vantaggi apportati dal sistema Schengen degli stessi cittadini. La responsabile della diplomazia austriaca ha ammesso davanti a un pubblico di esperti che il radicalismo islamico sta diventando un problema serio di fronte al quale non ci si può più nascondere. Nella sola Austria le forze di polizia seguono ben 260 cittadini convertiti al jihad, mentre il governo sloveno e quello croato hanno confermato che la rotta balcanica delle migrazioni potrebbe presto ridivenire problematica in quanto il numero degli illegali fermati nei primi cinque mesi del 2018 cresce esponenzialmente. Da poche centinaia del semestre precedente si è arrivati a circa 4.000 persone fermate sul confine Schengen della Slovenia tra gennaio e maggio. In seguito alla costruzione del muro in Ungheria la rotta balcanica parte ora dalla Turchia e attraverso la Grecia passa in Albania, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Croazia, ma a interessare gli specialisti della sicurezza è soprattutto la mutata composizione dei migranti. Se in passato provenivano principalmente da Afghanistan, Siria e Iraq ora le nazioni di origine sono sempre più spesso nordafricane. Da Algeria, Libia e Tunisia arrivano elementi fortemente radicalizzati e spesso connessi con attività criminali di vario genere. I governi dell'Europa centrale ascrivono il cambiamento all'efficace azione di contrasto italiana nel Mediterraneo e, ovviamente, alla porosità e mancanza di coordinamento tra le istituzioni della propria regione in tema di sicurezza, dato che alcuni Paesi sono in area Schengen mentre altri o sono solo membri dell'Unione o addirittura nemmeno vicini alla candidatura. La conferenza Mesc ha portato alla luce un sincero desiderio di collaborazione tra i Paesi e l'auspicio di implementare le capacità della dormiente Cooperazione centroeuropea di difesa (Cedc). Il governo bulgaro, presidente di turno dell'Ue a cui a luglio succederà proprio quello austriaco, per bocca del ministro Pavlova, ha informato il pubblico che a breve sottoporrà al Consiglio europeo una bozza di emendamento del trattato di Dublino, ma soprattutto una riforma generale del sistema di gestione delle migrazioni. Secondo Sofia se l'Unione non accetterà di allocare maggiori risorse finanziarie, d'istituire un meccanismo comune di gestione delle crisi, d'istituzionalizzare la risposta immediata, di migliorare il sistema di comunicazione dei database e soprattutto non sosterrà l'idea della gestione dei confini esterni da parte di Frontex, non potrà essere in grado di gestire la prossima ondata migratoria che destabilizzerà il continente, in quanto la questione non è se, ma solamente quando ciò avverrà. Secondo i calcoli presentati sono circa 70.000 le persone già oggi potenzialmente pronte a intraprendere il viaggio. Decisamente meno delle 500.000 della crisi del 2015, ma qualitativamente assai più pericolose. Laris Gaiser <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-di-sinistra-amato-da-macron-lafrica-ci-sta-per-sommergere-2569413404.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-europa-3-8-milioni-di-finti-profughi" data-post-id="2569413404" data-published-at="1778672977" data-use-pagination="False"> In Europa 3,8 milioni di finti profughi Sono 3,8 milioni le richieste di asilo che sono state rifiutate nell'Unione europea negli ultimi dieci anni. E scusate se è poco. Il dato emerge dal rapporto del Network europeo sulla migrazione, think tank che in questi giorni celebra i suoi dieci anni di vita. E fornisce una serie di dati interessanti, seppur orientati, in realtà, a spingere i Paesi Ue verso un'accoglienza ancora maggiore. Secondo il Network, sono 5,9 milioni le richieste di asilo presentate negli ultimi dieci anni in Ue. Di queste, 2,1 milioni hanno ricevuto l'ok alla prima decisione (dati da cui si estrae la cifra di cui sopra, ovvero i 3,8 milioni di richieste rifiutate). Nell'ultimo decennio, prosegue lo studio, circa 1,7 milioni di richiedenti asilo arrivati in Europa aveva meno di 18 anni, e 357.000 erano non accompagnati. Tra il 2008 ed il 2017 sono stati 7,4 milioni i migranti residenti irregolarmente registrati. Ben 5,3 milioni hanno ricevuto l'ordine di allontanarsi dall'Ue, ma solo 2,3 milioni sono stati i rimpatriati. Inoltre, negli ultimi 9 anni, 17 milioni di immigrati sono venuti in Europa per lavorare, studiare o per ricongiungimento familiare. Secondo il rapporto, circa cinque su dieci degli immigrati arrivati nell'Ue si trova ad affrontare povertà o esclusione sociale, rispetto ai due su dieci della popolazione nazionale. Alla presentazione del rapporto è intervenuto anche il commissario europeo alla Migrazione, Dimitris Avramopoulos, che ha detto: «L'orologio corre, è tempo che gli Stati membri si affrettino» a trovare una posizione comune sulla revisione del regolamento di Dublino. Sulla riforma, ha insistito il commissario, «il Parlamento europeo ha già espresso una posizione comune, ed è al fianco della Commissione. È arrivato il momento che anche i Paesi» trovino un accordo: «questo non risolve tutto, ma è una parte della soluzione». Sulla situazione italiana Avramopoulos, che già martedì aveva espresso l'auspicio di una conferma delle politiche sull'immigrazione da parte del nostro futuro governo, ha ribadito: «Ripeto quanto già detto, penso che l'Italia proseguirà sulla strada percorsa fino ad adesso su tutti i temi. L'Italia è uno dei Paesi fondatori dell'Ue e sono certo che gli italiani siano impegnati in questa prospettiva europea. Siamo pienamente fiduciosi nel presidente Sergio Mattarella, nella Costituzione e nella Repubblica italiana». Parole che sono suonate come un avvertimento e che sono state rispedite al mittente da Matteo Salvini («ennesima interferenza di non eletti»). Parallelamente però da Bruxelles è arrivata una bordata di segno opposto: «Pochi rimpatri? Tutta colpa dell'Italia». Parola di Laurent Muschel, direttore alla Migrazione della Commissione europea: «I rimpatri dalla Penisola sono nulli perché mancano i centri di detenzione». Musica per le orecchie di chi, come la Lega, vuole voltare pagina. Fabrizio La Rocca
Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (Ansa)
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
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Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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Edi Rama (Ansa)
«A tutti i giornalisti italiani e non solo che ci hanno contattato in merito a una citazione fuorviante riportata da un organo di stampa a seguito di un’intervista con il ministro degli Esteri albanese, vorrei ribadire, in modo chiaro e, spero, una volta per tutte, che il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà». Insomma più chiaro di così non poteva essere. Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha in un’intervista a Euractiv, aveva detto: «L’accordo ha una durata di cinque anni e non sono sicuro che ci sarà un rinnovo», precisando: «Non ci sarà alcun rinnovo perché saremo membri dell’Ue». Parole che il Fatto quotidiano ha tradotto così: «L’Albania non ha intenzione di rinnovare l’intesa sui Cpr con l’Italia». Traduzione sulla quale le opposizioni hanno ricamato e speculato.
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd ha commentato: «Il governo di Tirana ha assestato un colpo ulteriore ad un modello totalmente fallimentare confermando l’intenzione di non proseguire su quella strada, assolutamente folle e odiosa, oltre il 2029. Giorgia Meloni aveva spiegato che “fun-zio-ne-ran-no!”, e ancora una volta prendeva in giro gli italiani». Stessa linea tenuta da Avs che con Filiberto Zaratti, capogruppo di Avs in commissione Affari costituzionali della Camera, è uscita così: «Sono diventati il simbolo di una destra incapace di governare: anche l’Albania prende ora le distanze dai Cpr extraterritoriali, rendendo ufficiale un fallimento ampiamente preannunciato. Dovevano essere il modello per l’Unione europea, sono oggi l’imbarazzante testimonianza di accordi che hanno fatto spendere milioni al nostro Paese. Meloni ora si scusi per l’arroganza con cui hanno imposto questa follia».
Speculazione pura, come chiarito dal premier Edi Rama, e dall’incontro tra il ministro degli Interni albanese Besfort Lamallari, e il ministro degli Interni Matteo Piantedosi a Tirana, in cui ieri si sono rinnovati stima reciproca: «I due ministri si sono confrontati soprattutto sugli sviluppi futuri del protocollo Italia-Albania, anche in vista dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti europei in materia di migrazione e asilo, condividendo l’opportunità di proseguire sulla cooperazione avviata, che ha costituito un modello innovativo apprezzato dai principali Paesi europei, e che costituisce un elemento caratterizzante dell’amicizia tra i due Paesi», ha fatto sapere il Viminale.
L’analisi di quanto accaduto l’avevano già chiarita perfettamente alcuni esponenti di Fratelli d’Italia. Il capogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami ha puntualizzato: «Le dichiarazioni del ministro degli Esteri albanese, su cui le opposizioni stanno montando le solite pretestuose polemiche, sono ovvie e scontate. È risaputo che nel 2030 l’Albania entrerà nell’Unione europea e quindi quel Protocollo che l’Italia aveva firmato con un Paese Terzo, quale è attualmente l’Albania, potrà divenire un accordo tra due Paesi ma stavolta appartenenti all’Unione europea. E tutto questo è confermato dalla presenza proprio a Tirana del ministro Piantedosi, che si è incontrato con il suo omologo albanese per lavorare sulla prosecuzione della collaborazione avviata». Così anche la deputata Sara Kelany, responsabile dipartimento immigrazione di Fdi: «Le dichiarazioni del ministro albanese sul protocollo Italia-Albania sono state strumentalizzate da parte della sinistra, il contenuto era evidente e sarebbe stato facilmente comprensibile se si fosse letto non solo il titolo». L’ennesima figuraccia della sinistra nell’ultimo di trovare argomenti per fare l’opposizione che sui temi in quattro anni ancora non è riuscita a creare.
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