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2018-05-17
Il guru di sinistra amato da Macron: «L’Africa ci sta per sommergere»
ANSA
Nella bibliografia di base sull'Africa che i dottorandi della School of advanced international studies dell'università Johns Hopkins di Washington D.C. devono padroneggiare per diventare futuri africanisti di vaglia, si contano 212 studi economici, 63 opere sulle questioni etniche, 34 sulle religioni del continente e solo due titoli sui problemi demografici.
Quello che per gli accademici sembra essere l'ultimo dei problemi relativi all'Africa, per il resto del mondo è invece il primo. Si calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Numeri che fanno spavento.
Ce ne sono tantissimi, e di agghiaccianti, nel volume che sta facendo molto parlare in Francia: La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith. Per capire l'ampiezza del dibattito, basti pensare che il saggio è stato citato persino da Emmanuel Macron, mentre Le Monde, all'atto di recensirlo, ha titolato: «Fino a che punto l'Europa può accogliere i migranti africani senza perdere la sua identità?». Un interrogativo che è già una vittoria, vista la linea editoriale del quotidiano transalpino. Tanta capacità persuasiva verso il mondo progressista deriverà forse dal fatto che Smith è uno di quell'ambiente: ex responsabile per l'Africa di Libération tra il 1988 e il 2000, il giornalista francofono americano ha poi svolto la stessa mansione proprio a Le Monde tra il 2000 e il 2005. Il pedigree, insomma, è democratico a 24 carati. Ma si sa, non esiste peggior reazionario del progressista che ha toccato con mano le illusioni del progresso. E sull'Africa, l'Occidente ha propalato teorie illusorie a vagonate, per secoli. Oggi, tuttavia, gli africani ci presentano il conto.
«La giovane Africa», scrive Smith, «sta correndo verso il Vecchio continente, è scritto nell'ordine delle cose così come lo era, verso la fine del XIX secolo, la “corsa verso l'Africa" dell'Europa. Solamente che questa volta è il popolo a prendere l'iniziativa, il dèmos che ridisegna la cartina del mondo, così come l'imperialismo europeo fu innanzitutto il progetto di una minoranza influente che seppe trascinare con sé lo Stato e la società». Nel 1930, il numero di europei dei quattro principali Paesi coloniali - Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Belgio -presenti sul territorio africano, era di 2 milioni di individui: il 2% della popolazione di quegli Stati e l'1% della popolazione africana. Sempre alla fatidica data del 2050, invece, si conteranno tra i 150 e i 200 milioni di «afroeuropei», cioè migranti e loro eredi.
Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo».
Smith non è comunque nuovo a provocazioni politicamente scorrette. Nel 2003 aveva pubblicato un saggio che aveva fatto molto rumore, dal significativo titolo di Négrologie: pourquoi l'Afrique meurt. Già, perché l'Africa muore? «In gran parte», rispondeva il giornalista, «perché si suicida. È come se, a bordo di una piroga già sbattuta di qua e di là dalla tormenta, i passeggeri, anziché remare per arrivare alla terra ferma, si impegnassero a perforare lo scafo della loro già fragile imbarcazione». Altro che buon selvaggio africano, quindi. Ma Smith va pure oltre, fino ad affermare che, «dall'epoca della decolonizzazione, l'Africa lavora alla propria ricolonizzazione». Per poi affondare il colpo: «È tempo di mettere fine a una doppia ipocrisia: quella degli occidentali che, per la loro colpevolezza storica o per disinteresse smidollato, non dicono la verità agli africani che sanno di essere condannati, a meno che non cessino la loro opera collettiva di autodistruzione; e quella degli africani, ben coscienti dei loro limiti, ma che, arroccati sulla loro “dignità dell'uomo nero" e, in questo, razzisti quanto certi coloni, rifiutano ogni critica radicale per non perdere la pensione alimentare che traggono dalla colpa dell'Occidente». Per poi chiedersi polemicamente: «Su un continente che non ha inventato né la ruota né l'aratro, che ignorava la trazione animale e tarda ancor oggi a praticare la coltivazione irrigata, anche nei bacini fluviali, i cooperanti devono mordersi il labbro se, discutendo con i loro “omologhi" africani, hanno avuto la sfortuna di evocare il “ritardo" dell'Africa?».
Ma ovviamente possiamo far finta di ignorare tutto ciò, in nome di quella che Paul Collier, professore di Oxford e autore del saggio Exodus, definisce «the stuff of teenage dreams», la materia di cui sono fatti i sogni degli adolescenti, ovvero l'illusione che chiunque possa scegliere di vivere ovunque. A parte se sei un bianco che vuole trasferirsi in Africa: quello, infatti, è bieco colonialismo.
Adriano Scianca
Accogliere i migranti non è un dogma: Vienna guida i ribelli
Secondo gli scenari disegnati dai governi dell'area, entro un anno la rotta balcanica delle migrazioni potrebbe essere sottoposta a nuove, fortissime, pressioni. E se Bruxelles non dovesse sbrigarsi a riformare il trattato di Dublino, impostando un apposito meccanismo di gestione delle crisi, si rischierebbe un nuovo repentino turbamento degli equilibri continentali.
Questo è il messaggio lanciato dai ministri di diversi Paesi dell'Europa centrale e balcanica riuniti a Vienna per la prima Conferenza sulla sicurezza dell'Europa centrale (Mesc), organizzata dell'Istituto per gli studi sulla sicurezza dell'Austria, dal movimento paneuropeo e dall'Ordine di San Giorgio. Il ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl, il suo collega della Difesa Mario Kunasek e quello dei Trasporti Norbert Hofer hanno ospitato numerose delegazioni estere in un convegno simbolicamente organizzato nel palazzo che in epoca austroungarica ospitava il ministero della Guerra. A cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale, che con l'applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli voluto dal presidente americano Woodrow Wilson ha portato tanta instabilità alla regione fino ai giorni nostri, il ministro degli Interni sloveno Vesna Gyorkos Znidar, il ministro bulgaro per la presidenza del Consiglio europeo Lilyana Pavlova, il ministro per la Difesa croato Petar Mihatov e l'ambasciatore straordinario ungherese presso l'Ue, Giorgio d'Asburgo, hanno sottolineato che spesso è difficile lavorare con le istituzioni comuni in quanto persiste nei cosiddetti Paesi occidentali ancora una forte incomprensione delle specificità con cui si devono confrontare le capitali nel campo della sicurezza. Paesi nella maggioranza dei casi mediopiccoli nel fronteggiare le reti criminali soffrono del fatto che queste ultime oramai agiscono quasi esclusivamente su scala internazionale e le preposte organizzazioni europee non sono sufficientemente efficaci nella loro azione.
Come sottolineato dalla slovena Gyorkos Znidar i criminali conoscono molto meglio i vantaggi apportati dal sistema Schengen degli stessi cittadini. La responsabile della diplomazia austriaca ha ammesso davanti a un pubblico di esperti che il radicalismo islamico sta diventando un problema serio di fronte al quale non ci si può più nascondere. Nella sola Austria le forze di polizia seguono ben 260 cittadini convertiti al jihad, mentre il governo sloveno e quello croato hanno confermato che la rotta balcanica delle migrazioni potrebbe presto ridivenire problematica in quanto il numero degli illegali fermati nei primi cinque mesi del 2018 cresce esponenzialmente. Da poche centinaia del semestre precedente si è arrivati a circa 4.000 persone fermate sul confine Schengen della Slovenia tra gennaio e maggio.
In seguito alla costruzione del muro in Ungheria la rotta balcanica parte ora dalla Turchia e attraverso la Grecia passa in Albania, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Croazia, ma a interessare gli specialisti della sicurezza è soprattutto la mutata composizione dei migranti. Se in passato provenivano principalmente da Afghanistan, Siria e Iraq ora le nazioni di origine sono sempre più spesso nordafricane. Da Algeria, Libia e Tunisia arrivano elementi fortemente radicalizzati e spesso connessi con attività criminali di vario genere.
I governi dell'Europa centrale ascrivono il cambiamento all'efficace azione di contrasto italiana nel Mediterraneo e, ovviamente, alla porosità e mancanza di coordinamento tra le istituzioni della propria regione in tema di sicurezza, dato che alcuni Paesi sono in area Schengen mentre altri o sono solo membri dell'Unione o addirittura nemmeno vicini alla candidatura. La conferenza Mesc ha portato alla luce un sincero desiderio di collaborazione tra i Paesi e l'auspicio di implementare le capacità della dormiente Cooperazione centroeuropea di difesa (Cedc).
Il governo bulgaro, presidente di turno dell'Ue a cui a luglio succederà proprio quello austriaco, per bocca del ministro Pavlova, ha informato il pubblico che a breve sottoporrà al Consiglio europeo una bozza di emendamento del trattato di Dublino, ma soprattutto una riforma generale del sistema di gestione delle migrazioni. Secondo Sofia se l'Unione non accetterà di allocare maggiori risorse finanziarie, d'istituire un meccanismo comune di gestione delle crisi, d'istituzionalizzare la risposta immediata, di migliorare il sistema di comunicazione dei database e soprattutto non sosterrà l'idea della gestione dei confini esterni da parte di Frontex, non potrà essere in grado di gestire la prossima ondata migratoria che destabilizzerà il continente, in quanto la questione non è se, ma solamente quando ciò avverrà. Secondo i calcoli presentati sono circa 70.000 le persone già oggi potenzialmente pronte a intraprendere il viaggio. Decisamente meno delle 500.000 della crisi del 2015, ma qualitativamente assai più pericolose.
Laris Gaiser
In Europa 3,8 milioni di finti profughi
Sono 3,8 milioni le richieste di asilo che sono state rifiutate nell'Unione europea negli ultimi dieci anni. E scusate se è poco. Il dato emerge dal rapporto del Network europeo sulla migrazione, think tank che in questi giorni celebra i suoi dieci anni di vita. E fornisce una serie di dati interessanti, seppur orientati, in realtà, a spingere i Paesi Ue verso un'accoglienza ancora maggiore.
Secondo il Network, sono 5,9 milioni le richieste di asilo presentate negli ultimi dieci anni in Ue. Di queste, 2,1 milioni hanno ricevuto l'ok alla prima decisione (dati da cui si estrae la cifra di cui sopra, ovvero i 3,8 milioni di richieste rifiutate).
Nell'ultimo decennio, prosegue lo studio, circa 1,7 milioni di richiedenti asilo arrivati in Europa aveva meno di 18 anni, e 357.000 erano non accompagnati. Tra il 2008 ed il 2017 sono stati 7,4 milioni i migranti residenti irregolarmente registrati. Ben 5,3 milioni hanno ricevuto l'ordine di allontanarsi dall'Ue, ma solo 2,3 milioni sono stati i rimpatriati. Inoltre, negli ultimi 9 anni, 17 milioni di immigrati sono venuti in Europa per lavorare, studiare o per ricongiungimento familiare. Secondo il rapporto, circa cinque su dieci degli immigrati arrivati nell'Ue si trova ad affrontare povertà o esclusione sociale, rispetto ai due su dieci della popolazione nazionale.
Alla presentazione del rapporto è intervenuto anche il commissario europeo alla Migrazione, Dimitris Avramopoulos, che ha detto: «L'orologio corre, è tempo che gli Stati membri si affrettino» a trovare una posizione comune sulla revisione del regolamento di Dublino. Sulla riforma, ha insistito il commissario, «il Parlamento europeo ha già espresso una posizione comune, ed è al fianco della Commissione. È arrivato il momento che anche i Paesi» trovino un accordo: «questo non risolve tutto, ma è una parte della soluzione». Sulla situazione italiana Avramopoulos, che già martedì aveva espresso l'auspicio di una conferma delle politiche sull'immigrazione da parte del nostro futuro governo, ha ribadito: «Ripeto quanto già detto, penso che l'Italia proseguirà sulla strada percorsa fino ad adesso su tutti i temi. L'Italia è uno dei Paesi fondatori dell'Ue e sono certo che gli italiani siano impegnati in questa prospettiva europea. Siamo pienamente fiduciosi nel presidente Sergio Mattarella, nella Costituzione e nella Repubblica italiana». Parole che sono suonate come un avvertimento e che sono state rispedite al mittente da Matteo Salvini («ennesima interferenza di non eletti»). Parallelamente però da Bruxelles è arrivata una bordata di segno opposto: «Pochi rimpatri? Tutta colpa dell'Italia». Parola di Laurent Muschel, direttore alla Migrazione della Commissione europea: «I rimpatri dalla Penisola sono nulli perché mancano i centri di detenzione». Musica per le orecchie di chi, come la Lega, vuole voltare pagina.
Fabrizio La Rocca
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Stephen Smith, già firma di Libération e Le Monde, ha scritto un saggio citato dal presidente francese nel quale, dati alla mano, prevede un'invasione biblica. E punge: «I neri? Non avevano neanche la ruota...».Intanto, i governi di Ungheria, Croazia, Bulgaria e Slovenia, capeggiati dall'Austria, sfidano Bruxelles: riveda Dublino o ci arrangiamo.Negli ultimi 10 anni, l'Unione europea ha visto un numero enorme di richieste d'asilo bocciate. Tante, sulla carta, le espulsioni. Ma sono meno della metà quelle davvero eseguite.Lo speciale contiene tre articoli.Nella bibliografia di base sull'Africa che i dottorandi della School of advanced international studies dell'università Johns Hopkins di Washington D.C. devono padroneggiare per diventare futuri africanisti di vaglia, si contano 212 studi economici, 63 opere sulle questioni etniche, 34 sulle religioni del continente e solo due titoli sui problemi demografici. Quello che per gli accademici sembra essere l'ultimo dei problemi relativi all'Africa, per il resto del mondo è invece il primo. Si calcola infatti che, nel 2050, su un totale di 10 miliardi di abitanti della terra, almeno il 25% sarà africano. Nel 2100, su un totale di 11 miliardi, gli abitanti del Continente nero saranno il 40%. Numeri che fanno spavento. Ce ne sono tantissimi, e di agghiaccianti, nel volume che sta facendo molto parlare in Francia: La ruée vers l'Europe, di Stephen Smith. Per capire l'ampiezza del dibattito, basti pensare che il saggio è stato citato persino da Emmanuel Macron, mentre Le Monde, all'atto di recensirlo, ha titolato: «Fino a che punto l'Europa può accogliere i migranti africani senza perdere la sua identità?». Un interrogativo che è già una vittoria, vista la linea editoriale del quotidiano transalpino. Tanta capacità persuasiva verso il mondo progressista deriverà forse dal fatto che Smith è uno di quell'ambiente: ex responsabile per l'Africa di Libération tra il 1988 e il 2000, il giornalista francofono americano ha poi svolto la stessa mansione proprio a Le Monde tra il 2000 e il 2005. Il pedigree, insomma, è democratico a 24 carati. Ma si sa, non esiste peggior reazionario del progressista che ha toccato con mano le illusioni del progresso. E sull'Africa, l'Occidente ha propalato teorie illusorie a vagonate, per secoli. Oggi, tuttavia, gli africani ci presentano il conto. «La giovane Africa», scrive Smith, «sta correndo verso il Vecchio continente, è scritto nell'ordine delle cose così come lo era, verso la fine del XIX secolo, la “corsa verso l'Africa" dell'Europa. Solamente che questa volta è il popolo a prendere l'iniziativa, il dèmos che ridisegna la cartina del mondo, così come l'imperialismo europeo fu innanzitutto il progetto di una minoranza influente che seppe trascinare con sé lo Stato e la società». Nel 1930, il numero di europei dei quattro principali Paesi coloniali - Gran Bretagna, Francia, Portogallo e Belgio -presenti sul territorio africano, era di 2 milioni di individui: il 2% della popolazione di quegli Stati e l'1% della popolazione africana. Sempre alla fatidica data del 2050, invece, si conteranno tra i 150 e i 200 milioni di «afroeuropei», cioè migranti e loro eredi. Il rapporto tra le due masse umane separate fra loro dal Mediterraneo, del resto, è eloquente: oggi 510 milioni di europei osservano impotenti 1,3 miliardi di africani che scalpitano. Tra 35 anni, saremo in 450 contro 2,5 miliardi. In tutto il continente, del resto, il 40% della popolazione ha meno di 15 anni. Insomma, se pensate che i flussi di questi anni siano un esodo biblico, avete completamente sbagliato le proporzioni del fenomeno: la verità è che l'Africa non ha ancora cominciato a muoversi. Soprattutto quella subsahariana. La popolazione di questa parte del Continente nero è passata da 230 milioni nel 1960 a un miliardo nel 2015. Nella stessa zona, fino a qualche anno fa troppo povera per partire (che gli immigrati siano spinti dalla miseria ormai lo credono solo i gonzi, la verità è che si sposta chi se lo può permettere), sta ora crescendo una classe media che ha le conoscenze, l'ambizione e i fondi per decidere di rifarsi una vita nel «primo mondo». Smith non è comunque nuovo a provocazioni politicamente scorrette. Nel 2003 aveva pubblicato un saggio che aveva fatto molto rumore, dal significativo titolo di Négrologie: pourquoi l'Afrique meurt. Già, perché l'Africa muore? «In gran parte», rispondeva il giornalista, «perché si suicida. È come se, a bordo di una piroga già sbattuta di qua e di là dalla tormenta, i passeggeri, anziché remare per arrivare alla terra ferma, si impegnassero a perforare lo scafo della loro già fragile imbarcazione». Altro che buon selvaggio africano, quindi. Ma Smith va pure oltre, fino ad affermare che, «dall'epoca della decolonizzazione, l'Africa lavora alla propria ricolonizzazione». Per poi affondare il colpo: «È tempo di mettere fine a una doppia ipocrisia: quella degli occidentali che, per la loro colpevolezza storica o per disinteresse smidollato, non dicono la verità agli africani che sanno di essere condannati, a meno che non cessino la loro opera collettiva di autodistruzione; e quella degli africani, ben coscienti dei loro limiti, ma che, arroccati sulla loro “dignità dell'uomo nero" e, in questo, razzisti quanto certi coloni, rifiutano ogni critica radicale per non perdere la pensione alimentare che traggono dalla colpa dell'Occidente». Per poi chiedersi polemicamente: «Su un continente che non ha inventato né la ruota né l'aratro, che ignorava la trazione animale e tarda ancor oggi a praticare la coltivazione irrigata, anche nei bacini fluviali, i cooperanti devono mordersi il labbro se, discutendo con i loro “omologhi" africani, hanno avuto la sfortuna di evocare il “ritardo" dell'Africa?».Ma ovviamente possiamo far finta di ignorare tutto ciò, in nome di quella che Paul Collier, professore di Oxford e autore del saggio Exodus, definisce «the stuff of teenage dreams», la materia di cui sono fatti i sogni degli adolescenti, ovvero l'illusione che chiunque possa scegliere di vivere ovunque. A parte se sei un bianco che vuole trasferirsi in Africa: quello, infatti, è bieco colonialismo.Adriano Scianca<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-di-sinistra-amato-da-macron-lafrica-ci-sta-per-sommergere-2569413404.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="accogliere-i-migranti-non-e-un-dogma-vienna-guida-i-ribelli" data-post-id="2569413404" data-published-at="1778996520" data-use-pagination="False"> Accogliere i migranti non è un dogma: Vienna guida i ribelli Secondo gli scenari disegnati dai governi dell'area, entro un anno la rotta balcanica delle migrazioni potrebbe essere sottoposta a nuove, fortissime, pressioni. E se Bruxelles non dovesse sbrigarsi a riformare il trattato di Dublino, impostando un apposito meccanismo di gestione delle crisi, si rischierebbe un nuovo repentino turbamento degli equilibri continentali. Questo è il messaggio lanciato dai ministri di diversi Paesi dell'Europa centrale e balcanica riuniti a Vienna per la prima Conferenza sulla sicurezza dell'Europa centrale (Mesc), organizzata dell'Istituto per gli studi sulla sicurezza dell'Austria, dal movimento paneuropeo e dall'Ordine di San Giorgio. Il ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl, il suo collega della Difesa Mario Kunasek e quello dei Trasporti Norbert Hofer hanno ospitato numerose delegazioni estere in un convegno simbolicamente organizzato nel palazzo che in epoca austroungarica ospitava il ministero della Guerra. A cento anni dalla fine del primo conflitto mondiale, che con l'applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli voluto dal presidente americano Woodrow Wilson ha portato tanta instabilità alla regione fino ai giorni nostri, il ministro degli Interni sloveno Vesna Gyorkos Znidar, il ministro bulgaro per la presidenza del Consiglio europeo Lilyana Pavlova, il ministro per la Difesa croato Petar Mihatov e l'ambasciatore straordinario ungherese presso l'Ue, Giorgio d'Asburgo, hanno sottolineato che spesso è difficile lavorare con le istituzioni comuni in quanto persiste nei cosiddetti Paesi occidentali ancora una forte incomprensione delle specificità con cui si devono confrontare le capitali nel campo della sicurezza. Paesi nella maggioranza dei casi mediopiccoli nel fronteggiare le reti criminali soffrono del fatto che queste ultime oramai agiscono quasi esclusivamente su scala internazionale e le preposte organizzazioni europee non sono sufficientemente efficaci nella loro azione. Come sottolineato dalla slovena Gyorkos Znidar i criminali conoscono molto meglio i vantaggi apportati dal sistema Schengen degli stessi cittadini. La responsabile della diplomazia austriaca ha ammesso davanti a un pubblico di esperti che il radicalismo islamico sta diventando un problema serio di fronte al quale non ci si può più nascondere. Nella sola Austria le forze di polizia seguono ben 260 cittadini convertiti al jihad, mentre il governo sloveno e quello croato hanno confermato che la rotta balcanica delle migrazioni potrebbe presto ridivenire problematica in quanto il numero degli illegali fermati nei primi cinque mesi del 2018 cresce esponenzialmente. Da poche centinaia del semestre precedente si è arrivati a circa 4.000 persone fermate sul confine Schengen della Slovenia tra gennaio e maggio. In seguito alla costruzione del muro in Ungheria la rotta balcanica parte ora dalla Turchia e attraverso la Grecia passa in Albania, Montenegro, Bosnia Erzegovina e Croazia, ma a interessare gli specialisti della sicurezza è soprattutto la mutata composizione dei migranti. Se in passato provenivano principalmente da Afghanistan, Siria e Iraq ora le nazioni di origine sono sempre più spesso nordafricane. Da Algeria, Libia e Tunisia arrivano elementi fortemente radicalizzati e spesso connessi con attività criminali di vario genere. I governi dell'Europa centrale ascrivono il cambiamento all'efficace azione di contrasto italiana nel Mediterraneo e, ovviamente, alla porosità e mancanza di coordinamento tra le istituzioni della propria regione in tema di sicurezza, dato che alcuni Paesi sono in area Schengen mentre altri o sono solo membri dell'Unione o addirittura nemmeno vicini alla candidatura. La conferenza Mesc ha portato alla luce un sincero desiderio di collaborazione tra i Paesi e l'auspicio di implementare le capacità della dormiente Cooperazione centroeuropea di difesa (Cedc). Il governo bulgaro, presidente di turno dell'Ue a cui a luglio succederà proprio quello austriaco, per bocca del ministro Pavlova, ha informato il pubblico che a breve sottoporrà al Consiglio europeo una bozza di emendamento del trattato di Dublino, ma soprattutto una riforma generale del sistema di gestione delle migrazioni. Secondo Sofia se l'Unione non accetterà di allocare maggiori risorse finanziarie, d'istituire un meccanismo comune di gestione delle crisi, d'istituzionalizzare la risposta immediata, di migliorare il sistema di comunicazione dei database e soprattutto non sosterrà l'idea della gestione dei confini esterni da parte di Frontex, non potrà essere in grado di gestire la prossima ondata migratoria che destabilizzerà il continente, in quanto la questione non è se, ma solamente quando ciò avverrà. Secondo i calcoli presentati sono circa 70.000 le persone già oggi potenzialmente pronte a intraprendere il viaggio. Decisamente meno delle 500.000 della crisi del 2015, ma qualitativamente assai più pericolose. Laris Gaiser <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-guru-di-sinistra-amato-da-macron-lafrica-ci-sta-per-sommergere-2569413404.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-europa-3-8-milioni-di-finti-profughi" data-post-id="2569413404" data-published-at="1778996520" data-use-pagination="False"> In Europa 3,8 milioni di finti profughi Sono 3,8 milioni le richieste di asilo che sono state rifiutate nell'Unione europea negli ultimi dieci anni. E scusate se è poco. Il dato emerge dal rapporto del Network europeo sulla migrazione, think tank che in questi giorni celebra i suoi dieci anni di vita. E fornisce una serie di dati interessanti, seppur orientati, in realtà, a spingere i Paesi Ue verso un'accoglienza ancora maggiore. Secondo il Network, sono 5,9 milioni le richieste di asilo presentate negli ultimi dieci anni in Ue. Di queste, 2,1 milioni hanno ricevuto l'ok alla prima decisione (dati da cui si estrae la cifra di cui sopra, ovvero i 3,8 milioni di richieste rifiutate). Nell'ultimo decennio, prosegue lo studio, circa 1,7 milioni di richiedenti asilo arrivati in Europa aveva meno di 18 anni, e 357.000 erano non accompagnati. Tra il 2008 ed il 2017 sono stati 7,4 milioni i migranti residenti irregolarmente registrati. Ben 5,3 milioni hanno ricevuto l'ordine di allontanarsi dall'Ue, ma solo 2,3 milioni sono stati i rimpatriati. Inoltre, negli ultimi 9 anni, 17 milioni di immigrati sono venuti in Europa per lavorare, studiare o per ricongiungimento familiare. Secondo il rapporto, circa cinque su dieci degli immigrati arrivati nell'Ue si trova ad affrontare povertà o esclusione sociale, rispetto ai due su dieci della popolazione nazionale. Alla presentazione del rapporto è intervenuto anche il commissario europeo alla Migrazione, Dimitris Avramopoulos, che ha detto: «L'orologio corre, è tempo che gli Stati membri si affrettino» a trovare una posizione comune sulla revisione del regolamento di Dublino. Sulla riforma, ha insistito il commissario, «il Parlamento europeo ha già espresso una posizione comune, ed è al fianco della Commissione. È arrivato il momento che anche i Paesi» trovino un accordo: «questo non risolve tutto, ma è una parte della soluzione». Sulla situazione italiana Avramopoulos, che già martedì aveva espresso l'auspicio di una conferma delle politiche sull'immigrazione da parte del nostro futuro governo, ha ribadito: «Ripeto quanto già detto, penso che l'Italia proseguirà sulla strada percorsa fino ad adesso su tutti i temi. L'Italia è uno dei Paesi fondatori dell'Ue e sono certo che gli italiani siano impegnati in questa prospettiva europea. Siamo pienamente fiduciosi nel presidente Sergio Mattarella, nella Costituzione e nella Repubblica italiana». Parole che sono suonate come un avvertimento e che sono state rispedite al mittente da Matteo Salvini («ennesima interferenza di non eletti»). Parallelamente però da Bruxelles è arrivata una bordata di segno opposto: «Pochi rimpatri? Tutta colpa dell'Italia». Parola di Laurent Muschel, direttore alla Migrazione della Commissione europea: «I rimpatri dalla Penisola sono nulli perché mancano i centri di detenzione». Musica per le orecchie di chi, come la Lega, vuole voltare pagina. Fabrizio La Rocca
Quanti sono gli attentatori che in Spagna, in Francia, in Belgio o in Gran Bretagna avevano la cittadinanza del Paese che hanno colpito a morte? Alcuni degli autori della strage di Barcellona del 2017 erano nati in Catalogna, figli di immigrati di origine marocchina, come l’autore della tentata carneficina di ieri, ma questo non ha impedito loro di uccidere 16 persone e ferirne altre 130, travolgendole con un pulmino sulla rambla. Un anno prima, a Nizza, un nordafricano con passaporto francese aveva guidato il camion in mezzo alla folla sulla Promenade des Anglais , uccidendo 86 persone e ferendone altre 458. A Bruxelles, nel 2016 alcuni dei componenti della cellula criminale che uccise 32 persone e ne ferì 340 erano belgi, nati da famiglie immigrate marocchine. E che dire dell’attentatore di Manchester, in Gran Bretagna, che nel 2017 si fece esplodere in mezzo ai fan della cantante americana Ariana Grande, una strage che fece 22 morti e 250 feriti? Era nato nel Regno Unito, figlio di immigrati libici, accolti in Inghilterra come rifugiati politici in fuga dal regime di Muhammar Gheddafi. Anche lui, come l’autore dell’«incidente stradale» di Modena, aveva studiato economia all’università ma poi, invece di occuparsi di profitti e perdite, aveva imboccato la via del terrorismo, anzi, dello Stato islamico.
Nel caso di Modena, il sindaco della città emiliana, Massimo Mezzetti, si è affrettato a definire il marocchino che ha investito deliberatamente otto persone, alcune delle quali fino a ieri sera lottavano fra la vita e la morte, un «pazzo criminale», aggiungendo che l’uomo «non avrebbe tutte le rotelle a posto». In serata in effetti si è appreso che era stato in cura psichiatrica. Ma è un commento che gira al largo dalla questione principale, e che evita di usare termini come attentato, ma parla solo di atto scellerato o sciagurato. E cosa può essere se non un attentato la decisione di invadere ad alta velocità un marciapiede nel centro città, accelerando la corsa della vettura e dirigendola direttamente contro la folla? Come può essere definita la scelta di investire decine di passanti se non un attentato? Altro che pazzo, che automobilista a cui manca qualche rotella. A prescindere dalla motivazione, cioè che si tratti un attentato di matrice religiosa, culturale o ambientale (ho sentito che l’autore della tentata strage si giustificherebbe dicendo di essere bullizzato), è evidente che quanto è successo a Modena non è altro che terrorismo. Lo so, adesso ci diranno che, nonostante avesse la carta d’identità italiana, nonostante avesse studiato a Bergamo e fosse laureato in economia, il killer della città emiliana si sentiva emarginato. Colpa insomma della mancata integrazione e dunque, anche se aveva le carte in regola per trovare un lavoro e costruirsi un futuro in Italia, rispettandone le leggi, alla fine ci spiegheranno che la responsabilità è nostra, perché dobbiamo fare di più per far sentire queste persone a casa propria, altrimenti vivranno da estranei e matureranno un rancore contro di noi. Insomma, averli accolti non basta, lasciare che spesso la facciano da padroni a casa nostra neppure. Dobbiamo anche comprenderli e coccolarli, perché altrimenti rischiamo che salgano a bordo di una vettura e sfoghino la loro frustrazione contro di noi. Se questo è il modo di ragionare, tanto vale arrenderci. Tanto vale stabilire che hanno vinto loro. Le vittime non siamo noi, ma loro. È il ribaltamento della realtà, ma soprattutto del buon senso. Ed è la nostra fine.
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Le Forze dell'ordine durante la perquisizione della casa di Salim el Koudri (Ansa)
Dopo aver fatto piombare l’Italia nell’incubo del terrorismo islamico, Salim El Koudri, 31 anni, origini marocchine ma cittadinanza italiana, ha dato una versione confusa agli investigatori che lo hanno arrestato: non ha giustificato con il fanatismo ideologico il suo terribile gesto. Ma avrebbe parlato di emarginazione, forse anche di bullismo. In pratica, se ha preso l’auto e l’ha lanciata a 100 all’ora nel centro di Modena, falciando otto persone (e amputando due gambe a una donna), la colpa è della società italiana.
Sembrerebbe questa la prima giustificazione che avrebbe offerto il ragazzo al momento dell’arresto. Su di lui il nostro Antiterrorismo non aveva alcuna segnalazione. Non era entrato in nessun database di radicalizzati. Così come la sua famiglia. «Non ci sono elementi per poter qualificare come gesto terroristico quello di El Koudri, inteso come ideologicamente o religiosamente orientato, ma siamo di fronte a un grave disagio», ci spiega un investigatore. Il padre, Mohamed, era in attesa di ottenere la cittadinanza italiana. Un iter che era in dirittura d’arrivo. Non è difficile immaginare che cosa avrà pensato ieri il genitore quando ha avuto la notizia che tutto quello che aveva costruito nel nostro Paese era andato in frantumi.
Il figlio, quando è stato fermato, dopo avere travolto i passanti e ferito con un coltello un uomo che aveva provato a bloccarlo, secondo alcune testimonianze, non ha pronunciato frasi rituali come Allah Akbar, ma è apparso subito in stato confusionale, anche se i test per verificare l’assunzione di droga e alcol hanno dato esito negativo. Quindi El Koudri avrebbe preso la decisione di lanciarsi sui passanti senza essere obnubilato da alcuna sostanza. Ma solo da un profondo disagio interiore. Il ragazzo, negli anni passati, sarebbe stato in cura almeno sino all’anno scorso presso un centro di salute mentale di Modena. Il trentunenne, nato a Seriate (Bergamo), è residente a Ravarino, un paese di poco più di 6.000 abitanti a cavallo delle province di Modena e Bologna. Il sindaco Maurizia Rebecchi, contattata dalla Verità, ci ha detto: «Il primissimo pensiero va alle vittime, ai gravissimi feriti di questo atto. Mi lasci esprimere la vicinanza. So che l’attentatore è un cittadino italiano nato a Bergamo. La sua famiglia non ci era nota, perché non si è mai rivolta ai nostri servizi sociali. Questo nucleo aveva la propria autonomia e la propria vita come tante altre famiglie del nostro territorio».
Le notizie ieri sera erano ancora frammentarie. Quello che siamo riusciti a sapere, grazie a Internet, è che Salim, dopo aver frequentato le scuole superiori a Modena (il liceo scientifico Tassoni), ha conseguito una laurea triennale in Economia. Il giovane aveva un profilo Instagram, che però, quando lo abbiamo cercato, risultava bloccato e i suoi contenuti rimossi. Restavano solo le tracce di scatti e reel da fotografo non professionista.
La sua attività social è stata rapidamente setacciata dagli specialisti dell’Antiterrorismo guidati da Lucio Pifferi, ma, nell’immediatezza, non ha offerto elementi d’interesse. Salim attualmente sarebbe disoccupato, anche se in passato è stato un lavoratore interinale. Da qui, forse, la sensazione di trovarsi in una condizione di emarginazione. Salim ha anche una sorella, Carmen, 33 anni, anche lei laureata. Su Internet appare come una ragazza dallo stile occidentale. In una foto compare con un tailleur e un top. In un’altra durante un viaggio all’estero. Indossa jeans occidentali e nessun velo islamico. Papà Mohammed ha 63 anni, la madre, Fatima, 57. Nessuno dei due compare nell’archivio della Camera di commercio per un qualche tipo di attività imprenditoriale svolta nel nostro Paese.
Entrambi i figli compaiono in un elenco degli alunni ammessi alle borse di studio per l’anno scolastico 2010-2011. Insomma, si tratterebbe di una famiglia insospettabile. Quasi invisibile. Nessun precedente penale, nessun problema di radicalizzazione.
Eppure proprio in quell’humus di apparente assoluta normalità, Salim avrebbe iniziato a covare una rabbia sorda contro il mondo che lo circonda. Che, a suo giudizio, non lo avrebbe accolto nel modo giusto. E che dopo la laurea gli avrebbe voltato le spalle.
Di fronte a un quadro del genere non è facile immaginare delle contromisure o dare un giudizio. Di questo dovrà occuparsi la magistratura. Ma di certo è un segnale preoccupante che nella ricca Emilia, un giovane italo-marocchino, apparentemente più inserito di tanti altri suoi coetanei, abbia deciso di lanciarsi contro ignari passanti per fare una strage, rovinando anche la propria vita e quella dei famigliari. Ieri sera, quando il giornale è andato in stampa, erano ancora in corso le perquisizioni a casa dell’uomo. L’analisi di cellulare e computer sarà fatta con le garanzie previste dalla legge e, quindi, occorrerà qualche tempo per sapere se emergeranno elementi che potranno chiarire il senso di un gesto che al momento sembra non averne.
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Monica Montefalcone durante un'immersione. Nel riquadro, con la figlia Giorgia (Ansa)
Si trovavano a Vaavu, un piccolo atollo con meno di 2.200 abitanti. Desideravano vedere una grotta a oltre 50 metri di profondità, nonostante le norme locali proibiscano di oltrepassare i 30. «Bisogna essere sub esperti per arrivare a quelle profondità e loro lo erano», racconta un incursore di Marina alla Verità. «Quando muore un gruppo in questo modo si tratta molto spesso di un’intossicazione da monossido e forse in questo caso potrebbe esserci stata una miscela di gas sbagliata», prosegue. Ma non è l’unica possibilità. Perché nelle grotte capita di perdersi: «Si solleva del sedimento e non si trova più la via per uscire». La pista sulla dinamica dei decessi si potrà iniziare a intuire guardando il contenuto delle bombole: «Se sono ancora piene è perché sono morti per intossicazione da monossido o per una miscela sbagliata. Se invece sono finite è perché si sono persi».
Recuperare i corpi, e quindi anche le bombole, non è facile. Nella serata di ieri, infatti, è partito un team finlandese specializzato in recuperi subacquei. Poche ore prima, però, è morto il sub che si era messo alla ricerca delle salme. Si chiamava Mohammed Mahdi, era un uomo delle Forze nazionali di difesa maldiviane e quel mare lo conosceva come le sue tasche. Come i quattro turisti italiani, anche lui è sceso nella grotta. Ha cercato ovunque per trovare un segno del loro passaggio. Nel momento in cui è risalito in superficie ha iniziato ad accusare i sintomi della malattia da decompressione. L’azoto crea bolle nel sangue e nei tessuti. Il corpo inizia a pesare, le vertigini danno alla testa, fino a quando, nelle forme più gravi, arriva il crollo e quindi la morte. Un altro decesso. I giornali parlano di maledizione della grotta. Non è così. Non c’entra la scaramanzia, la buona o la cattiva sorte. La maledizione vera la porta addosso chi è rimasto. Carlo Sommacal è due volte vittima. Ha perso sua moglie, Monica Montefalcone, e la loro figlia, Giorgia. Entrambe inghiottite dalla grotta: «Io non so cosa sia successo là sotto. Ma è davvero strano che siano morti in cinque. Mia moglie ha fatto cinquemila immersioni. È una esperta, sa cosa fare anche in caso di difficoltà». Usa il presente. Non riesce a spingersi all’imperfetto o, peggio ancora, al passato remoto. «Mi hanno detto che il corpo ritrovato non è quello di mia moglie». Il corpo di madre e figlia è ancora lì. Nessuno sa dove. «Di solito Monica quando si immergeva aveva una GoPro. Non so se l’avesse anche l’altro giorno. Se la trovano magari da lì si potrà capire cosa è successo», prosegue.
Carlo, anche se non vuole, deve cercare di farsi forza: «Lo devo a mio figlio Matteo. Ho perso tre persone in pochi mesi: prima mio fratello, adesso mia moglie e mia figlia. Io provo a resistere ma lui non so come reagirà». Continua, mentre parla, a pensare alla moglie: «È una “tedesca”: alle 11 si va a messa, alle 19.30 si cena. E guai a farla ritardare di un solo minuto. E anche su quelle cose lì delle immersioni. Sarà stato il destino, tutte le precauzioni possibili loro ce le hanno».
Eppure non è bastato. La morte arriva, prende e scappa, portando con sé amori, sogni e aspirazioni. Come quelli di Giorgia, che si doveva laureare tra un mese in ingegneria biomedica. Non potrà più farlo. E nemmeno suo fratello, Matteo, potrà festeggiare il compleanno con sua mamma e sua sorella. Racconta infatti Carlo: «Mio figlio fa il compleanno il 22 maggio. E intanto le stava preparando la festa di laurea di nascosto». Come è normale che sia, padre e figlio non hanno dormito. Il marito di Monica ha passato tutta la notte sul balcone. Pensieri, sigarette. E la carta che diventa rossa e poi fumo che corre verso il cielo: «Sul poggiolo», racconta Carlo, «abbiamo dei vasi di fiori e non ho mai visto un bocciolo. Oggi c’erano. È un segno per me, sono Monica e Giorgia che mi stanno parlando, che mi dicono di stare tranquillo». Ma farlo non è facile. «Non mi sono fermato un attimo. Ho dovuto dirlo a mio figlio, al fidanzato di Giorgia, ai miei suoceri che abitano poco lontano da qui. Loro si erano trasferiti da Milano quando sono nati i miei figli. Giorgia stava sempre con loro. Li andava a trovare, giocava a carte con loro».
Di fronte alla morte si torna bambini. Ci si continua a chiedere: perché? Perché è successo? Perché proprio a loro? Perché è capitato mentre facevano una cosa che amavano? Un po’ come Cristo sulla Croce: «Padre, perché mi hai abbandonato?». Lo stesso fa Carlo: «Vorrei tanto incontrare Dio un giorno e chiedergli perché si è accanito con noi. Monica era sempre sorridente, sempre solare. Onesta e soprattutto scrupolosa». Perché? Orietta Stella, la legale del tour operator verbanese Albatros Top Boat che ha venduto il pacchetto per la crociera subacquea nella quale hanno perso la vita cinque italiani, è partita per le Maldive. «Voglio capire cosa è accaduto a queste povere persone», dice all’Ansa mentre entra in aeroporto, «e voglio seguire il recupero dei loro corpi». È il perché umano, quelle delle cause materiali e degli errori umani. Ma resta il perché più alto. Quello che Carlo chiede a Dio.
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Ora la sfida è duplice, ovvero non solo salvaguardia della memoria ma anche trasmissione delle proprie radici alle nuove generazioni, dove il rischio di omologazione legato a una globalizzazione passiva rischia di far perdere la propria identità, il tutto non inteso come sciovinismo sovranista, ma come scambio reciproco con altre culture, qual è poi la realtà stessa della cucina italiana, laddove alcuni suoi piatti identitari, come ad esempio la pasta al pomodoro, hanno le singole radici nate altrove. Il pomodoro dalle Americhe e la pasta essiccata è tradizione araba a sua volta di origine persiana. Tra le varie sezioni dei patrimoni Unesco vi è anche quello di Città creative per la gastronomia.
Nel mondo sono oltre una sessantina, tre in Italia: Alba per il Piemonte, Parma per l’Emilia-Romagna, Bergamo per la Lombardia. Ognuna con le sue tentazioni golose, ulteriore volano di quel turismo esperienziale che vuol andare oltre la visione di paesaggi, arte e architetture. Nelle nostre narrazioni golose abbiamo già raccontato dei peccati di gola che si possono godere a Napoli, come a Roma, Venezia, Matera, a suo tempo Capitale europea della cultura, e molte altre. È tempo di andare a scoprire i tesori della Marca gioiosa e golosa, registrata nelle mappe geografiche come Treviso. Pochi sanno che quella che fu la sede protagonista del pruriginoso Signore e signori di Pietro Germi in realtà è un concentrato di eccellenze anche nel settore della cultura materiale, ovvero la gastronomia.
Stappiamo il primo posto sul podio con l’immancabile prosecco, il vino italiano più esportato al mondo. A fargli da spalla, e non solo per gioioso abbinamento di gola, il tiramisù, leader anch’esso nell’export, con buona pace del panetun lombardo. È una storia che parte da lontano, non prima di aver ricordato che un altro dei simboli della Marca trevigiana a meritare il podio è il suo radicchio rosso, primo ortaggio italiano ad aver ottenuto il riconoscimento europeo Igp (Indicazione geografica protetta) nel 1996. Nel 1959, per volontà dell’allora assessore alla Cultura Dino De Poli, poi divenuto deus ex machina di Fondazione Cassa Marca, e di Bepi Mazzotti (colui che riportò alla dignità che meritavano le ville venete), prende vita il Festival della cucina trevigiana, il primo dedicato a una cucina locale a livello nazionale.
Ecco allora che, alla vigilia di quel boom economico del dopoguerra che vide Treviso tra le protagoniste, i ristoratori propongono piatti a rischio di estinzione. Dalla sopa coada (una zuppa di pane e piccione) ai fasioi co le tirache (tagliatelle e fagioli irrobustite dalle cotiche di maiale), e che dire della fongadina, un goloso e intrigante frattagliame assortito che solo pochissimi oramai continuano a proporre, con capofila Da Procida, a San Biagio di Callata. Nel 1966 Mazzotti propone la Strada del vino bianco (zizzagando tra le colline del prosecco), la prima a livello nazionale dedicata a un vino, cui seguirà, poco dopo, quella del vino rosso, sulla sinistra Piave, con gli stappi di raboso a fare la differenza. Una buona cucina ha bisogno di degni ambasciatori e anche qui il dream team ai fornelli non manca di degni protagonisti. Ad esempio Gian Carlo Pasin, colui che forse meglio di tutti ha saputo declinare l’amato radicchio con degni ricettari pubblicati nel tempo. Ambasciatore della trevigianità nei cinque continenti, a lui il Rotary di Treviso ha dedicato il Premio «AlsaQuerci» destinato a giovani promesse della cucina locale. E poi Alfredo Beltrame, un trevigiano cittadino del mondo. Sua l’intuizione de «Il Toula», il primo brand di cucina italiana nel mondo, con sedi in 27 Paesi. Così come i fratelli Giuliano e Celeste Tonon, il loro locale alle falde del Montello. Per lustri scelti da Alitalia quali ambasciatori ai fornelli quando andava a inaugurare nuovi scali nel mondo.
L’Italia dello street food è ricca di eccellenze, la piadina una per tutte, ma a Treviso troverete degna accoglienza con la porchetta. La zampata d’autore l’hanno saputa dare i fratelli Beltrame, all’inizio del secolo scorso. Una porchetta «una e trina», come l’ha ben definita Bepo Zoppelli, storico editore e libraio, nonché delegato della locale Accademia italiana della cucina. Nel forno venivano contemporaneamente cotte tre porchette, rigorosamente di coscia di maiale (tradizionalmente si usano lombo o pancetta) e qui sta l’originalità della porchetta trevigiana. Una volta sgrassate, il lardo residuo veniva spedito al fornaio Casellato che così impastava ancor più succulenti panini. Le cotenne, nel frattempo, venivano sbriciolate e miste al sale che poi veniva sparso sul gustoso affettato, prima di essere servito al piatto con relativo panino. Il panorama della cucina trevigiana viaggia in tantissimi altri pianeti golosi, cui segue una breve citazione. Con lo spiedo c’è accesa rivalità con le terre bresciane, ognuna a rivendicarne la più autentica originalità.
Nella Marca golosa e gioiosa indiscussa capitale è Pieve di Soligo, dove esistono due confraternite dedicate. La tradizione parte da secoli lontani, quando lo spiedo era punto di unione per rendere il giusto onore alla cacciagione, così come agli animali da cortile. Addetti alla bisogna i menarosti, manovalanza dedicata al far girare lentamente per ore lo spiedo e alimentarlo con il fuoco, per rendere poi i prodotti prelibati al piatto. Menarosti ingiustamente entrati nella vulgata come tirapiedi molesti o poco più. In realtà la giusta redenzione arriva dal maestro dei maestri spiedatori, Ezio Antoniazzi. «Il rito dello spiedo va oltre il cucinare vero e proprio. Vi è una umanità assortita tra chi ci lavora, chi osserva curioso, perché la poesia dello spiedo sta proprio in una piacevole convivialità che inizia molto prima del sedersi a tavola».
È ora di andar per i campi, seguendo la stagione. Se il Veneto è un po’ la capitale italiana dell’asparago bianco con le sue diverse varietali, la Marca ne può vantare due, con origini diverse. Tutti sanno che pioniere è stato il vicentino asparago di Bassano, le cui proprietà furono scoperte casualmente dai coltivatori locali quando una devastante esondazione del Brenta dimostrò che l’asparago ancora bianco, prima di uscire alla luce del Sole, era molto più buono della consueta variante verde fino ad allora conosciuta. Il successo si consolidò, quasi per una sorta di redenzione celeste, poiché in quegli anni molti illustri prelati imboccavano la Valsugana per recarsi al Concilio di Trento. Sulle rive del Piave, più precisamente a Cimadolmo, raccolsero la sfida e, grazie anche alle acque del fiume che portavano a valle tutti i fermenti che giungevano dai boschi in altura, si sviluppò la coltivazione di un asparago di alta qualità. In degustazioni alla cieca svolte tra cultori del bianco turione, spesso quello di Cimadolmo risultò vincitore sul più blasonato bassanese. Poi vi è l’asparago di Badoere, sulle rive del Sile. Da sempre terreno dedito alla coltivazione del gelso, da cui la bachicoltura e quindi l’economia della seta. Tuttavia, a metà Ottocento, un’anteprima della sfida di quella globalizzazione che, oramai, ci riguarda ogni giorno. Iniziarono ad arrivare dalla Cina carichi di seta che spiazzarono mercati e coltivazioni storiche del territorio. Sulle rive del Sile non si persero d’animo e, memori anche delle coltivazioni tra Piave e Brenta, ne fecero tesoro e ora anche l’asparago di Badoere ha la sua nicchia di palati e cucine fidelizzate.
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