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2020-08-01
Importiamo ancora malati. La sinistra spalanca le porte
Ansa
Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista.
Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni».
Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono.
Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato».
Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto».
Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione».
Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano.
Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo.
La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong
Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri.
Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore.
Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili».
Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica.
Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni».
Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato.
In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori.
Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza.
Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva».
Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile.
Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico
Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi.
In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi.
Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte».
La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi.
Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia.
La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe
Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo.
Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata.
Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere.
Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
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Per giustificare il condono, dicevano che bisognava salvare gli «invisibili» dai rischi sanitari. Ora che i focolai, dalla Sicilia al Veneto, dal Piemonte alla Sardegna, sono d'importazione, fingono che i migranti siano sani. Invece, tra loro, la percentuale di positivi è altaAccordo in maggioranza per cancellare i decreti sicurezza (ma solo dopo le regionali). Tornano gli Sprar e si complicano i rimpatri. Così il M5s rinnega le promesse elettoraliTripoli è perduta, perciò Luigi Di Maio e Viminale «virano» sul Maghreb: un'altra emergenza per alimentare i flussiLa Corte motiva la sentenza del 9 luglio: la norma che proibisce la registrazione è irrazionale e getta uno «stigma» sugli stranieriLo speciale contiene quattro articoli Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista. Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni». Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono. Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato». Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto». Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione». Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano. Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-dei-giallorossi-agli-sbarchi-permessi-facili-cittadinanza-lampo-e-multe-meno-salate-alle-ong" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri. Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore. Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili». Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica. Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni». Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato. In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori. Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza. Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva». Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-la-tunisia-per-occultare-il-fiasco-libico" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi. In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi. Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte». La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi. Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-consulta-piccona-salvini-sui-richiedenti-asilo-vanno-iscritti-allanagrafe" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo. Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata. Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere. Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
L’Arabia saudita aumenta l’export di petrolio. Trump convoca le Big Tech sull’energia. Gas dall’Artico per l’Ue. Sale il petrolio, inflazione su?
Il giallo è durato per tutta la giornata di ieri, segnata dalla «Furia epica» di Usa e Israele. Un alto funzionario israeliano si era sbilanciato nel pomeriggio: «Cadremmo dalle sedie se Khamenei apparisse in diretta tv». La morte del genero e della nuora del leader, definiti «martiri» dai media iraniani, erano invece già acclarati.
Poi erano state le parole di Benjamin Netanyahu a dare chiari segnali: «Secondo molti segnali Khamenei è morto». Il leader israeliano, che ha detto di aver visto la foto del cadavere, mostrata anche a Donald Trump, ha ringraziato quest’ultimo per l’operazione, «foriera di pace». Non solo, secondo Bibi, «Teheran non può avere armi che ci minacciano, l’operazione continuerà. Il popolo iraniano scenda in piazza». The Donald, dal canto suo, apre invece a un’operazione lampo, di pochi giorni.
Il figlio del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, nel frattempo ha affermato che i tentativi di assassinio del padre sono falliti, assicurando che è in buona salute.
Fonti israeliane annunciano l’eliminazione di Mohammad Pakpour, capo dei Guardiani della rivoluzione, del generale Ali Shamkhani, figura chiave dell’apparato di sicurezza, del ministro della Difesa, Amir Hatami, e del capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei. Si tratta di perdite devastanti per l’architettura politico-militare della Repubblica islamica: una «decapitazione» mirata dei centri nevralgici del potere. Il dato strategico che emerge è la precisione dell’operazione. Americani e israeliani sembrano aver colpito con informazioni puntuali su tempi e luoghi, segno di un’intelligence penetrante.
Ora si può immaginare uno scenario simile a quello venezuelano, con una parte della leadership pronta a negoziare per sopravvivere? Al momento appare improbabile. Nessuno, nelle élite di Teheran, ben diverse dal quelle di Caracas, ha interesse a esporsi in una fase così fluida. Anche Reza Pahlavi, che ambirebbe a rientrare come figura di transizione, resta divisivo e privo di reale esperienza. La sua eventuale ascesa non rappresenterebbe una soluzione automatica, né garantirebbe coesione. L’interrogativo è un altro: l’operazione mira al regime change o al contenimento definitivo del programma nucleare? Probabilmente entrambe. La Repubblica islamica è costruita attorno alla figura della Guida Suprema. Dal 1989 Khamenei non è soltanto un’autorità religiosa, ma il perno politico, strategico e militare del sistema.
La Costituzione affida all’Assemblea degli Esperti la nomina del successore. In caso di «vacanza del potere», è previsto un consiglio provvisorio. Tuttavia, il meccanismo formale è solo una parte della partita. La vera dinamica si gioca nei rapporti di forza tra clero, apparato e Pasdaran. I Guardiani della rivoluzione costituiscono oggi il pilastro operativo del regime: controllano sicurezza interna, intelligence, programmi missilistici, proiezione regionale e ampie porzioni dell’economia. In una fase di crisi, il loro ruolo diventerebbe decisivo per garantire continuità e deterrenza. Negli ultimi anni il loro peso è cresciuto, accentuando la natura securitaria dello Stato. Una successione malgestita potrebbe rafforzare ulteriormente questa tendenza.
Esistono linee di frattura latenti. La prima riguarda il rapporto tra componente religiosa tradizionale e apparato militare. La seconda concerne l’ipotesi di una successione percepita come dinastica, con il nome di Mojtaba Khamenei spesso evocato negli ambienti diplomatici: una soluzione che potrebbe generare malumori nel clero, poiché contrasterebbe con la narrativa rivoluzionaria del 1979. La terza linea riguarda l’indirizzo strategico: irrigidimento permanente contro l’Occidente oppure gestione tattica delle tensioni per alleggerire sanzioni e isolamento. Non va trascurato il ruolo di Ali Larijani, figura di lungo corso, ex comandante dei Pasdaran e attuale responsabile della sicurezza nazionale, che nelle ultime settimane avrebbe assunto un peso crescente, mettendo in ombra il presidente, Masoud Pezeshkian, alle prese con un mandato fragile e un Paese sotto pressione economica. Storicamente, la narrativa dell’assedio esterno ha rafforzato la coesione delle élite iraniane. In presenza di un’escalation militare, il sistema potrebbe reagire serrando i ranghi e congelando le divisioni interne. La popolazione rappresenta l’incognita più difficile da decifrare: le proteste degli ultimi anni hanno evidenziato un malcontento profondo, ma un conflitto aperto potrebbe temporaneamente alimentare un riflesso nazionalista.
Il rischio maggiore non è una frattura immediata, bensì una transizione mal coordinata che, nel medio periodo, trasformi tensioni latenti in conflitto politico aperto. L’Iran non è un attore isolato: la sua rete di milizie in Medio Oriente, il dossier nucleare e il confronto con Israele e Stati Uniti rendono ogni mutamento al vertice un evento dalle ricadute regionali. Una destabilizzazione interna avrebbe effetti su Libano, Siria, Iraq e Yemen, incidendo sull’intero equilibrio di deterrenza. La possibilità di una frattura esiste, ma non appare imminente. Il sistema iraniano è stato costruito per assorbire choc e gestire transizioni controllate. Molto dipenderà dal comportamento dei Pasdaran. La variabile decisiva non è l’esistenza di divisioni - fisiologiche in ogni sistema - ma se le circostanze attuali siano sufficienti a farle esplodere in modo irreversibile. Ed è su questo crinale che si gioca oggi la stabilità dell’Iran.
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L'ayatollah Ali Khamenei (Getty Images)
L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Teheran ha risposto lanciando missili contro le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e colpendo anche la Capitale saudita Riyad, mentre ad Abu Dhabi c’è stata la prima vittima. Il nuovo scontro con l’Iran ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende ancora più profonda l’antica frattura fra musulmani sciiti e musulmani sunniti. L’isolamento internazionale di Teheran, capace di avere rapporti stretti soltanto con la galassia di movimenti e minoranze sciite tutte finanziate dall’Iran, appare sempre più evidente. Il contrattacco degli Ayatollah ha scelto di non limitarsi a puntare su Israele, come nella cosiddetta guerra dei 12 giorni, ma il loro obiettivo primario sono diventate le basi statunitensi in Medio Oriente, ospitate da Paesi che sono ormai apertamente nemici dell’Iran.
Gerusalemme, con il supporto di Washington, sta lavorando da anni per rafforzare i rapporti con il mondo arabo e l’adesione di quattro nazioni arabe e sunnite come Marocco, Sudan, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti agli Accordi di Abramo ha dimostrato chiaramente quale fosse la loro scelta di campo. La Giordania ormai da anni lavora con gli israeliani ed è stata la contraerea di Amman, con istruttori inglesi e francesi, a intercettare la maggior parte dei missili e droni iraniani diretti in Israele. L’Arabia Saudita aveva iniziato il percorso di adesione agli Accordi di Abramo, vale a dire il riconoscimento di Israele, un iter poi bloccato, ma non annullato definitivamente, dopo la guerra a Gaza. Riyad aveva subito assunto il ruolo di portavoce politico regionale, denunciando gli attacchi iraniani contro Qatar, Bahrein, Emirati, Kuwait e presentandoli come un’aggressione collettiva ai Paesi arabi del Golfo. Un atto geopolitico fondamentale che rafforza la narrativa di un fronte arabo compatto, una situazione estremamente rara nella storia di questa regione.
Ma il regno dell’Arabia Saudita ha fatto molto di più, dopo che l’Iran aveva colpito la sua Capitale e le regioni orientali, dichiarando che si sarebbe riservata il diritto di rispondere a livello militare. Il portavoce del governo saudita ha usato parole forti dichiarando che quella iraniana era un’aggressione ingiustificata e che verranno prese tutte le contromisure necessarie per difendere la sicurezza nazionale e proteggere il territorio, i cittadini e i residenti, senza escludere l’opzione di rispondere all’aggressione di Teheran con tutta la forza necessaria. Le parole dell’Arabia Saudita hanno un peso eccezionale nel mondo arabo-sunnita, perché la casata degli Al Saud è custode dei luoghi più sacri dell’islam. Il peso di ogni decisione presa a Riyad è determinante per molte nazioni del Golfo Persico e del Medioriente. Se i sauditi con il loro peso economico, storico, geopolitico e religioso, scendessero in guerra al fianco di Israele, questo avrebbe un valore addirittura superiore alla firma degli Accordi di Abramo, che sarebbe comunque stato un passo storico. L’offensiva sul Golfo appare un chiaro boomerang per Teheran che così ha spinto le nazioni arabe a una scelta, accelerando comunque un processo che appariva inevitabile. L’influenza statunitense è in grande crescita in Medio Oriente e Israele si sta affermando come potenza geopolitica regionale. I suoi competitor per questo ruolo erano appunto l’Iran, l’Arabia Saudita, che pare aver abdicato da questo ruolo e la Turchia che in queste ore si sta proponendo come mediatore per recuperare una qualche credibilità internazionale.
In una guerra dove anche la propaganda ha un peso determinante, il regime degli Ayatollah ha chiesto al gruppo libanese filo-iraniano di Hezbollah di fare un appello agli Stati e ai popoli della regione di opporsi all’aggressione contro l’Iran, ma senza specificare se i miliziani interverranno direttamente nel conflitto. Le esplosioni di grattacieli e centri commerciali a Manama e Dubai restano però emblematiche di questa fase della guerra. Località fortemente turistiche e apparse sempre lontane da ogni tipo di violenza si sono improvvisamente ritrovate in prima linea con morti e feriti.
L’ultima mossa iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz, quasi disperata e utilizzata di solito soltanto come minaccia, è un danno enorme per i Paesi del Golfo che esportano da questo stretto passaggio oltre il 25% del petrolio mondiale e quasi il 20% del gas liquefatto. L’Iran potrebbe minare il passaggio più stretto rendendo questa via marittima inservibile e colpendo con forza le economie delle nazioni affacciate sul Golfo Persico. La guerra fra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra potrebbe rapidamente prendere una nuova forma e diventare uno scontro fra sciiti e sunniti, che riporta alla memoria la lunga guerra fra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Le mosse iraniane appaiono limitate e il coinvolgimento delle nazioni arabe del Golfo Persico è servito soltanto ad aumentate il fronte che si oppone all’ormai pericolante regime degli Ayatollah. L’apporto saudita alla guerra non sarebbe determinante a livello militare, ma avrebbe un significato profondo e definitivo per il mondo arabo.
Usa e Israele affossano Teheran che si vendica sui «fratelli» arabi
È iniziata all’alba l’operazione «Furia epica» condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. E l’effetto domino della rappresaglia iraniana sta paralizzando il Medio Oriente.
Gli obiettivi dei raid americani e israeliani sono stati i siti nucleari, l’apparato militare, ma anche la struttura presidenziale iraniana. Dalle immagini satellitari risulta infatti evidente che sia stata colpita a Teheran l’area che ospita la residenza del leader supremo, Ali Khamenei, l’ufficio presidenziale e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. In serata di è chiarita la sorte toccata all’ayatollah: prima i funzionari iraniani hanno dichiarato che si trovava in un luogo sicuro, ma alla fine da Israele è arrivata la conferma del ritrovamento del cadavere della Guida suprema. Per i media iraniani pare invece certa la morte del genero e della nuora di Khamenei. E secondo alcune indiscrezioni potrebbero essere stati eliminati anche il comandante delle Guardie rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, anche se al momento non ci sono conferme ufficiali.
A condividere un primo bilancio dei raid è stato Israele: l’Idf ha dichiarato che è stato «completato un ampio attacco contro i sistemi di difesa strategici» dell’Iran, incluso un «avanzato sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale». Nell’operazione sono stati impiegati «200 aerei da caccia» israeliani, con «centinaia di munizioni» che sono state «sganciate contro 500 obiettivi». L’operazione è stata di certo estesa: Karaj, Qom, Isfahan, Shiraz, Chabahar, Urmia, Minab sono solo alcune delle località colpite. I media iraniani parlano almeno di 201 morti e oltre 740 feriti. E proprio a Minab, nel Sud dell’Iran, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo 85 persone secondo la stampa dell’Iran. Il target di Gerusalemme era una delle sedi del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica che si trova sempre nella stessa località.
Dall’altra parte, la rappresaglia iraniana è arrivata qualche ora dopo i primi attacchi sul suo territorio. Il primo Paese su cui si è sfogata la vendetta di Teheran è stato Israele: già nelle prime ore della mattina sono suonate le sirene a Tel Aviv, la popolazione si è nascosta nei rifugi e lo spazio aereo è stato chiuso. I missili iraniani sono stati intercettati, ma nel pomeriggio è scattato di nuovo l’allarme. La polizia israeliana ha dichiarato che non risultano vittime, ma alcune proprietà sono state danneggiate.
La risposta di Teheran si è anche estesa a macchia d’olio nei Paesi vicini che ospitano le basi militari statunitensi. A essere stati attaccati sono stati gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita e la Giordania. Il Central command americano ha sottolineato che ci sono «danni minimi alle installazioni americane», ma alcuni Paesi del Golfo hanno già avvertito che si riservano «il diritto di rispondere» all’Iran. Nel Bahrein sono stati danneggiati alcuni edifici della capitale. In Kuwait almeno 12 persone sono finite in ospedale. Ad Abu Dhabi si conta una vittima, mentre a Dubai le esplosioni hanno scatenato un incendio nell’isola artificiale Palm Jumeirah. E l’intera regione è paralizzata: diverse compagnie aeree hanno cancellato i voli su Israele, Libano, Bahrein, Giordania, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman. Ed Emirates e Qatar Airways hanno annunciato la sospensione dei voli da e per Dubai e Doha. A sostegno degli «alleati del Golfo» è intanto intervenuto il Regno Unito: il premier britannico, Keir Starmer, ha affermato che gli aerei della Raf si sono alzati in volo «nei cieli del Medio Oriente». Dall’altra parte, i Pasdaran hanno chiuso lo stretto di Hormuz, mettendo a rischio un quinto del petrolio mondiale.
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L'ex sede del centro popolare occupato «Gramigna» di Padova (Ansa)
La storia è paradigmatica di tutto ciò che da anni contestiamo: i ritardi della giustizia, lo sguardo strabico di chi dovrebbe perseguire chi non rispetta la legge, l’appropriazione indebita di beni pubblici da parte di gruppi fortemente politicizzati, i militanti dei centri sociali spacciati per filantropi, la connessione con ambienti vicini all’estremismo e, a volte, al terrorismo. Sì, a Padova tutto si tiene. La polizia ha tenuto sott’occhio il gruppo di no global e disobbedienti per anni, intercettandone gli esponenti e individuando chi tirava le fila dell’occupazione delle case. Le registrazioni delle telefonate hanno consentito di capire come si muovesse l’organizzazione e come fosse in grado di bloccare gli sgomberi, organizzando presidi per impedire alla forza pubblica di agire. Gli investigatori alla fine hanno presentato il conto, ma l’inchiesta, iniziata nel 2014 e che già nel 2015 aveva portato all’avvio dei procedimenti giudiziari, si è scontrata con l’inerzia della magistratura, che prima di arrivare a processo ha impiegato anni dovendo anche riformulare le accuse. Capi d’imputazione come resistenza aggravata alle forze dell’ordine si sono infatti trasformati in interruzione di pubblico servizio semplice e dunque anche per quelli è scattata la prescrizione.
A giudizio erano finiti in tanti, tra i quali una professoressa di matematica, che secondo la Digos dirigeva le operazioni muovendo gruppi di extracomunitari (nelle intercettazioni sono chiamati arabi) per impedire l’intervento della polizia nei palazzi occupati. Nell’inchiesta sono finiti pure due esponenti delle nuove Brigate rosse, così da non far mancare neppure qualche deriva terroristica. La combriccola di estremisti a quanto pare aveva anche occupato una palazzina dell’Ater data in gestione all’Associazione sordi veneti, che il gruppo di militanti aveva sfrattato, arrivando a minacciarne funzionari e iscritti. Reati gravi, da perseguire? Ovviamente sì, ma forse la Procura aveva altre priorità e i giudici pure. Così, no global e disobbedienti e persino brigatisti, dopo anni di occupazioni, saranno liberi di organizzarsi per commettere altri reati.
E poi c’è chi nega che ci sia bisogno di una riforma che sanzioni i magistrati che sbagliano e, soprattutto, di leggi che consentano di trattenere in carcere o in questura violenti ed estremisti.
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