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2020-08-01
Importiamo ancora malati. La sinistra spalanca le porte
Ansa
Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista.
Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni».
Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono.
Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato».
Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto».
Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione».
Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano.
Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo.
La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong
Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri.
Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore.
Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili».
Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica.
Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni».
Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato.
In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori.
Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza.
Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva».
Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile.
Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico
Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi.
In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi.
Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte».
La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi.
Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia.
La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe
Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo.
Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata.
Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere.
Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
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Per giustificare il condono, dicevano che bisognava salvare gli «invisibili» dai rischi sanitari. Ora che i focolai, dalla Sicilia al Veneto, dal Piemonte alla Sardegna, sono d'importazione, fingono che i migranti siano sani. Invece, tra loro, la percentuale di positivi è altaAccordo in maggioranza per cancellare i decreti sicurezza (ma solo dopo le regionali). Tornano gli Sprar e si complicano i rimpatri. Così il M5s rinnega le promesse elettoraliTripoli è perduta, perciò Luigi Di Maio e Viminale «virano» sul Maghreb: un'altra emergenza per alimentare i flussiLa Corte motiva la sentenza del 9 luglio: la norma che proibisce la registrazione è irrazionale e getta uno «stigma» sugli stranieriLo speciale contiene quattro articoli Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista. Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni». Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono. Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato». Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto». Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione». Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano. Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-dei-giallorossi-agli-sbarchi-permessi-facili-cittadinanza-lampo-e-multe-meno-salate-alle-ong" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri. Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore. Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili». Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica. Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni». Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato. In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori. Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza. Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva». Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-la-tunisia-per-occultare-il-fiasco-libico" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi. In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi. Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte». La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi. Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-consulta-piccona-salvini-sui-richiedenti-asilo-vanno-iscritti-allanagrafe" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo. Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata. Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere. Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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Le attività investigative, avviate nel 2024 a seguito di approfondimenti fiscali su una società con sede nel Lodigiano, risultata essere una società cartiera che emetteva fatture per operazioni inesistenti per migliaia di euro, hanno portato alla luce un’organizzazione criminale in grado di trasferire in Cina oltre 200 milioni di euro.
Secondo gli investigatori, il sodalizio sfruttava i complessi meccanismi di riciclaggio tipici del cosiddetto «underground banking», ossia sistemi di trasferimento di denaro che operano al di fuori dei circuiti finanziari ufficiali e regolamentati, aggirando i controlli antiriciclaggio. Le somme venivano spesso trasferite attraverso triangolazioni con altri Paesi europei prima di giungere a destinazione.
Questo sistema consentiva ai beneficiari delle fatture false di riciclare proventi derivanti da diverse tipologie di reati presupposto, tra cui reati tributari, societari e fallimentari, ma anche attività legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata. Parallelamente, soggetti appartenenti alla comunità cinese avrebbero potuto riciclare ingenti quantità di denaro proveniente dalle proprie attività economiche e rimpatriare in Cina somme già «ripulite».
Il meccanismo si basava su una compensazione tra il denaro contante restituito ai beneficiari delle fatture false e i bonifici effettuati da questi ultimi sui conti correnti gestiti dall’organizzazione.
In numerose operazioni i trasferimenti venivano effettuati mediante l’utilizzo dei cosiddetti «virtual iban», particolari codici che consentono di reindirizzare i fondi verso un unico conto principale, mascherando i reali beneficiari e rendendo particolarmente complessa la ricostruzione dei flussi finanziari legati alle false fatturazioni.
L’organizzazione criminale avrebbe operato attraverso 41 società cartiere, gestite da un ufficio anonimo con sede a Chiari, in provincia di Brescia. Attraverso queste strutture sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti per un valore complessivo di circa 200 milioni di euro nei confronti di numerose società clienti.
Le somme ricevute venivano successivamente trasferite all’estero e, in un secondo momento, retrocesse in contanti alle società beneficiarie delle false fatture. Per questo servizio l’organizzazione tratteneva una commissione pari al 10 per cento degli importi movimentati.
Le indagini hanno inoltre accertato che alcune società avrebbero indebitamente sfruttato le normative agevolative previste per gli eventi sismici dell’Abruzzo del 2009 e quelle introdotte durante la pandemia da Covid-19, inserendo in contabilità crediti inesistenti utilizzati per compensare debiti di natura fiscale, previdenziale e assicurativa.
Una delle società cartiere sarebbe stata utilizzata anche per realizzare una frode Iva nell’importazione di merci dall’India attraverso il ricorso illecito al regime del deposito Iva, che consente agli operatori economici di lavorare in sospensione d’imposta e di rinviare il pagamento dell’Iva a una fase successiva all’importazione.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la società fittizia si limitava a interporsi tra il fornitore e il destinatario finale della merce, senza svolgere alcuna reale attività commerciale e senza mai assolvere al pagamento dell’imposta dovuta.
Tra i destinatari delle misure cautelari personali figura anche un commercialista italiano, ritenuto responsabile della gestione amministrativa e contabile delle imprese riconducibili all’organizzazione. L’uomo avrebbe predisposto i modelli F24 utilizzati dalle società beneficiarie delle indebite compensazioni, oltre a tutta la documentazione necessaria per conferire alle aziende coinvolte una parvenza di regolarità formale.
Contestualmente all’esecuzione delle otto misure cautelari personali — tra cui gli arresti domiciliari nei confronti del presunto capo dell’associazione, con applicazione del braccialetto elettronico — l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di circa 31 milioni di euro.
I sequestri hanno riguardato i componenti dell’organizzazione e gli altri indagati, nonché le 41 società cartiere, i relativi conti correnti e l’ufficio «occulto» utilizzato per la gestione dell’intera struttura criminale.
Le misure patrimoniali hanno interessato disponibilità finanziarie, quote societarie, immobili, autovetture e beni di lusso, tra cui orologi e preziosi.
Nel corso delle perquisizioni, grazie al supporto delle unità cinofile «cash dog» in servizio presso i reparti della Guardia di Finanza degli aeroporti di Bergamo-Orio al Serio e Milano-Linate, sono stati inoltre rinvenuti e sequestrati oltre 100mila euro in contanti occultati all’interno di immobili e autovetture.s
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Paola Cortellesi (Ansa)
Nella festa del 2 giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito - la divisione - e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo tale anelito non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i «moralmente inferiori». Fino a un certo punto siamo andati benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo.
Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti, di omissioni nel discorso della Cortellesi ce ne sono state moltissime. Ha ricordato un Paese nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma ha elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto «triangolo della morte», un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali e tra loro le donne non sono state poche.
Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette «marocchinate». Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere, ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini.
Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che, negli anni Venti, la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Winston Churchill e Charles De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare.
Comunque nelle Università dell’Italietta fascista si è laureata Rita Levi Montalicini . La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe e i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia, ossia orfanatrofi di Stato.
Ma il convitato di pietra più grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato Giorgia Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata a entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, Giorgia Meloni, che è arrivata a essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la «figlia di» o «la moglie di». Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia lei.
Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?
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