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2020-08-01
Importiamo ancora malati. La sinistra spalanca le porte
Ansa
Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista.
Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni».
Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono.
Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato».
Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto».
Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione».
Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano.
Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo.
La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong
Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri.
Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore.
Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili».
Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica.
Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni».
Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato.
In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori.
Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza.
Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva».
Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile.
Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico
Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi.
In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi.
Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte».
La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi.
Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia.
La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe
Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo.
Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata.
Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere.
Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
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Per giustificare il condono, dicevano che bisognava salvare gli «invisibili» dai rischi sanitari. Ora che i focolai, dalla Sicilia al Veneto, dal Piemonte alla Sardegna, sono d'importazione, fingono che i migranti siano sani. Invece, tra loro, la percentuale di positivi è altaAccordo in maggioranza per cancellare i decreti sicurezza (ma solo dopo le regionali). Tornano gli Sprar e si complicano i rimpatri. Così il M5s rinnega le promesse elettoraliTripoli è perduta, perciò Luigi Di Maio e Viminale «virano» sul Maghreb: un'altra emergenza per alimentare i flussiLa Corte motiva la sentenza del 9 luglio: la norma che proibisce la registrazione è irrazionale e getta uno «stigma» sugli stranieriLo speciale contiene quattro articoli Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista. Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni». Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono. Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato». Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto». Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione». Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano. Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-dei-giallorossi-agli-sbarchi-permessi-facili-cittadinanza-lampo-e-multe-meno-salate-alle-ong" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri. Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore. Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili». Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica. Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni». Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato. In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori. Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza. Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva». Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-la-tunisia-per-occultare-il-fiasco-libico" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi. In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi. Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte». La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi. Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-consulta-piccona-salvini-sui-richiedenti-asilo-vanno-iscritti-allanagrafe" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo. Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata. Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere. Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
Figlio di immigrati della Lucania, Rocco Anthony Petrone fu direttore di lancio e dell’intero programma spaziale
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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Lo sbarco di passeggeri ed equipaggio dalla nave da crociera MV Hondius al porto di Granadilla de Abona a Tenerife (Ansa)
L’Organizzazione mondiale della sanità, le autorità spagnole e la compagnia di crociere Oceanwide Expeditions hanno predisposto un protocollo rigidissimo per evitare qualsiasi rischio di contagio e hanno dichiarato che nessuno sulla nave da crociera presenta attualmente sintomi da Hantavirus, ovvero febbre, mal di testa, lieve diarrea. L’infezione da Hantavirus umano si contrae principalmente attraverso il contatto con urina, feci o saliva di roditori infetti o toccando superfici contaminate. L’esposizione si verifica in genere durante attività come la pulizia di edifici infestati da roditori, sebbene possa verificarsi anche durante le normali attività in aree fortemente infestate.
Gli spagnoli evacuati sono stati ricoverati in quarantena in un ospedale di Madrid. Anche i 5 cittadini francesi sono stati rimpatriati e saranno sottoposti a quarantena in ospedale per 72 ore, poi a domicilio, in isolamento di 45 giorni, con l’attivazione di un monitoraggio adeguato. Ieri, dopo i canadesi, l’ultimo volo in partenza da Tenerife è stato quello per gli Stati Uniti, dove i 17 croceristi saranno trasferiti sotto scorta sanitaria in una struttura federale di quarantena a Omaha, nel Nebraska. Oggi sono attesi altri due voli: uno dall’Australia, che trasporterà passeggeri australiani e neozelandesi, nonché un cittadino britannico residente in Australia e uno dai Paesi Bassi per prelevare alcuni passeggeri che non sono riusciti a trovare un volo oltre a trasportare alcuni membri dell’equipaggio e passeggeri provenienti da altri Paesi. Per l’isola delle Canarie si è trattato di un’emergenza senza precedenti e Madrid ha dovuto autorizzare l’operazione malvista dall’amministrazione locale per motivi di sicurezza sanitaria. «Il trauma del Covid è ancora presente, lo comprendiamo, ma la situazione è migliore ora» ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus aggiungendo: «Voglio che la gente di Tenerife abbia fiducia in quanto diciamo inoltre è importante anche la solidarietà per garantire una risposta efficace». Papa Leone ieri nell’Angelus ha espresso la sua gratitudine per «l’accoglienza della popolazione delle Canarie, che ha permesso alla nave da crociera Hondius di attraccare con a bordo i pazienti affetti da Hantavirus».
Benché sulla Hondius non ci fossero nostri connazionali, quattro persone sono in «sorveglianza attiva» come richiesto dal ministero della Salute. Sono passeggeri arrivati nel nostro Paese con un volo Klm in coincidenza per Roma su cui era salita per alcuni minuti (era collassata prima del decollo ed era stata subito evacuata), la donna poi ricoverata a Johannesburg e lì deceduta. Il capo del Dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Mara Campitiello ha rassicurato: «Non c’è il rischio di una nuova pandemia da Hantavirus, non ci troviamo nella stessa situazione del Covid, attualmente non c’è nessun allarme, è un virus diverso dal Covid seppure più letale, a basso contagio; la principale trasmissione è attraverso saliva, urina, feci di roditori e solo in piccola parte per via aerea e inter-umana». Per quanto riguarda gli italiani, «il periodo di incubazione è lungo, quindi è giusto consigliare l’isolamento. La contagiosità sembra non essere in fase pre-clinica ma attualmente i quattro passeggeri non presentano alcun sintomo». Intanto sono stati segnalati dal ministero alle Regioni Veneto, Calabria, Campania e Toscana, che hanno attivato la sorveglianza attiva.
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