True
2020-08-01
Importiamo ancora malati. La sinistra spalanca le porte
Ansa
Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista.
Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni».
Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono.
Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato».
Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto».
Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione».
Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano.
Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo.
La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong
Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri.
Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore.
Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili».
Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica.
Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni».
Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato.
In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori.
Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza.
Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva».
Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile.
Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico
Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi.
In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi.
Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte».
La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi.
Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia.
La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe
Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo.
Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata.
Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere.
Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
Continua a leggereRiduci
Per giustificare il condono, dicevano che bisognava salvare gli «invisibili» dai rischi sanitari. Ora che i focolai, dalla Sicilia al Veneto, dal Piemonte alla Sardegna, sono d'importazione, fingono che i migranti siano sani. Invece, tra loro, la percentuale di positivi è altaAccordo in maggioranza per cancellare i decreti sicurezza (ma solo dopo le regionali). Tornano gli Sprar e si complicano i rimpatri. Così il M5s rinnega le promesse elettoraliTripoli è perduta, perciò Luigi Di Maio e Viminale «virano» sul Maghreb: un'altra emergenza per alimentare i flussiLa Corte motiva la sentenza del 9 luglio: la norma che proibisce la registrazione è irrazionale e getta uno «stigma» sugli stranieriLo speciale contiene quattro articoli Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista. Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni». Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono. Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato». Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto». Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione». Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano. Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-dei-giallorossi-agli-sbarchi-permessi-facili-cittadinanza-lampo-e-multe-meno-salate-alle-ong" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri. Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore. Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili». Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica. Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni». Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato. In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori. Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza. Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva». Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-la-tunisia-per-occultare-il-fiasco-libico" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi. In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi. Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte». La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi. Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-consulta-piccona-salvini-sui-richiedenti-asilo-vanno-iscritti-allanagrafe" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo. Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata. Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere. Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
La criminalità finanziaria non è più un fenomeno marginale né un insieme disorganico di reati. È diventata una vera e propria economia parallela, globale e altamente strutturata, capace di muovere nel 2025 circa 4,4 trilioni di dollari, pari a quasi il 4% del Pil mondiale . Una crescita impressionante, accelerata negli ultimi anni, che supera di gran lunga quella dell’economia legale e segnala un cambiamento profondo: il crimine si evolve più rapidamente delle istituzioni chiamate a contrastarlo. Il Rapporto globale sulla criminalità finanziaria 2026 di Nasdaq Verafin descrive un ecosistema ormai industrializzato. Le organizzazioni criminali operano con logiche simili a quelle delle multinazionali: strutture gerarchiche, divisione del lavoro, supply chain globali e un uso massiccio della tecnologia. Non si tratta più di gruppi improvvisati, ma di reti sofisticate, capaci di integrare diverse attività illegali in un unico sistema.
Il traffico di droga resta la principale fonte di ricavi, con oltre 1,1 trilioni di dollari, ma è la crescita della tratta di esseri umani - oltre 528 miliardi - a rappresentare uno degli sviluppi più allarmanti. A questi si aggiungono le perdite dirette causate dalle frodi, che superano i 579 miliardi di dollari, un chiaro segno di una criminalità sempre più orientata a colpire direttamente cittadini e imprese. In questo scenario, emergono i cosiddetti «complessi della truffa»: strutture organizzate su scala industriale dove la frode si combina con lo sfruttamento umano. In alcune aree del mondo, le vittime vengono attirate con false offerte di lavoro e poi costrette a partecipare a operazioni di truffa digitale. Il confine tra vittima e carnefice si assottiglia, mentre la criminalità si alimenta di sé stessa. Il vero elemento di rottura è rappresentato dall’intelligenza artificiale, che ha trasformato la criminalità finanziaria in un sistema più veloce, preciso e soprattutto scalabile. Deepfake, clonazione vocale, messaggi su misura e campagne automatizzate consentono di colpire simultaneamente milioni di persone. Le «hyper-truffe» si adattano in tempo reale alle vulnerabilità delle vittime: frodi digitali di nuova generazione, guidate dall’Ia, che sfruttano identità sintetiche e contenuti altamente personalizzati per rendere gli inganni più credibili, rapidi e difficili da individuare.
Allo stesso tempo, si è affermato un modello definito «scams-as-a-service»: piattaforme che forniscono strumenti pronti all’uso per lanciare truffe, abbattendo le barriere di ingresso e ampliando il numero di attori coinvolti. Il crimine diventa così accessibile, replicabile e industrializzato. Ma è nel finanziamento del terrorismo che questa evoluzione mostra il suo volto più pericoloso. Nel 2025, i flussi destinati a sostenere attività terroristiche sono stimati in 16,2 miliardi di dollari . Una cifra relativamente contenuta rispetto ad altre attività illecite, ma sufficiente a generare effetti devastanti. Il terrorismo, infatti, non ha bisogno di grandi capitali per colpire: bastano risorse limitate, se ben distribuite. Il modello di finanziamento è cambiato radicalmente. Le grandi transazioni sono state sostituite da una rete di micro-pagamenti distribuiti, difficili da individuare e ancora più difficili da bloccare. I fondi si muovono rapidamente attraverso conti diversi, piattaforme digitali e giurisdizioni multiple, sfruttando la velocità dei sistemi di pagamento globali. Le criptovalute giocano un ruolo sempre più centrale in questo contesto. Offrono anonimato, flessibilità e la possibilità di aggirare i controlli tradizionali. Gli exchange e i wallet digitali diventano punti di intersezione tra economia legale e circuiti illegali, creando nuove vulnerabilità per il sistema finanziario. Allo stesso tempo, le organizzazioni terroristiche hanno imparato a mimetizzarsi all’interno di strutture legittime. Organizzazioni non profit, campagne di crowdfunding e iniziative benefiche vengono utilizzate come copertura per raccogliere fondi. In molti casi, si tratta di entità formalmente regolari, ma sfruttate per scopi illeciti. Un ruolo crescente è svolto anche da intermediari e facilitatori professionisti - avvocati, commercialisti, consulenti - che contribuiscono a costruire architetture finanziarie complesse, spesso attraverso società di comodo e strutture offshore. Il denaro viene frammentato, spostato e ricomposto lungo percorsi che rendono estremamente difficile tracciarne l’origine. La connessione tra terrorismo e altre forme di criminalità è sempre più stretta. I proventi del traffico di droga, della tratta di esseri umani e delle frodi digitali confluiscono in un sistema integrato che alimenta attività estremiste. In particolare, le truffe online rappresentano una fonte di finanziamento rapida e difficilmente tracciabile, perfettamente compatibile con le esigenze operative delle reti terroristiche.
Un elemento chiave è la dimensione transnazionale. Oltre 480 miliardi di dollari vengono trasferiti ogni anno oltre confine, sfruttando le differenze normative e la frammentazione dei sistemi di controllo. Il denaro si muove alla velocità digitale, mentre le indagini richiedono tempi lunghi e cooperazione internazionale. Ed è proprio qui che emerge la principale debolezza del sistema di contrasto. Le informazioni restano frammentate tra banche, piattaforme tecnologiche e forze dell’ordine. Ogni attore possiede una parte del puzzle, ma manca una visione integrata e in tempo reale. I criminali operano come una rete globale, mentre le difese restano divise per settori e giurisdizioni. Il report indica chiaramente che la risposta non può essere individuale. Serve un approccio coordinato, basato sulla condivisione immediata dei dati e sull’utilizzo avanzato dell’intelligenza artificiale anche in chiave difensiva. Seguire i flussi finanziari resta uno degli strumenti più efficaci, ma deve essere integrato in un sistema capace di analizzare le reti nel loro complesso. La criminalità finanziaria del XXI secolo è fluida, adattiva e interconnessa. Combatterla richiede un salto di paradigma altrettanto profondo. Non basta inseguire il denaro: bisogna comprendere le dinamiche che lo muovono. Perché dietro ogni transazione illecita non c’è solo un reato economico. C’è un sistema che alimenta violenza, sfruttamento e instabilità globale. E finché questo sistema continuerà a evolversi più velocemente delle nostre difese, il rischio non sarà solo finanziario, ma strategico.
«I malviventi usano meglio degli Stati l’arma dell’Intelligenza artificiale»
Roberto Andreoli, esperto di compliance bancaria, stiamo perdendo il controllo del sistema finanziario globale?
«Non stiamo perdendo il controllo, ma il sistema è in ritardo rispetto alla velocità del crimine. La criminalità finanziaria oggi non è più episodica: è strutturata, globale e interconnessa. Le reti criminali sfruttano le stesse infrastrutture legittime - banche, pagamenti digitali, crypto - creando un ecosistema parallelo che si muove più velocemente dei controlli. Il problema non è la debolezza del sistema, ma la sua architettura: è stato progettato per operare per giurisdizioni e istituzioni, mentre il crimine opera come una rete globale integrata».
L’Intelligenza artificiale sta dando più vantaggi ai criminali o a chi li combatte?
«Nel breve periodo, i criminali stanno sfruttando meglio l’Ia. Oggi l’Ia permette di creare truffe più credibili, automatizzate e su larga scala: messaggi perfetti, deepfake, identità sintetiche. Ma nel medio-lungo termine, l’Ia può diventare l’arma decisiva per chi combatte il crimine. Le istituzioni stanno investendo per usarla nella prevenzione e nell’analisi dei dati. È una vera corsa tecnologica: chi saprà combinare Ia, dati condivisi e collaborazione vincerà».
Le criptovalute sono diventate il nuovo paradiso per il riciclaggio e il terrorismo?
«Le criptovalute sono diventate un acceleratore del fenomeno, ma non il suo centro esclusivo. Da un lato, consentono trasferimenti rapidi, globali e difficili da bloccare. Sono sempre più usate per truffe, riciclaggio e anche per aggirare sanzioni internazionali. Dall’altro lato, introducono una novità fondamentale: la trasparenza; le transazioni sono tracciabili e analizzabili in modo molto più efficace rispetto alla finanza tradizionale. Il vero rischio non è la crypto in sé, ma la sua integrazione con sistemi tradizionali e reti criminali globali».
Le banche sono preparate a fronteggiare criminali che usano l’Ia?
«Le banche stanno evolvendo rapidamente, ma non sono ancora pienamente preparate a fronteggiare criminali che usano l’Ia, soprattutto per la velocità con cui la minaccia sta cambiando. Secondo il Rapporto Clusit 2026, gli attacchi cyber sono entrati in una fase di crescita esponenziale sia in numero che in gravità, con un +48,7% in un solo anno. Le banche non affrontano solo più attacchi, ma attacchi più sofisticati e distruttivi. Nel settore finanziario gli attaccanti sfruttano malware sempre più evoluti, vulnerabilità di sistemi complessi e interconnessi e tecniche di social engineering potenziate dall’Ia che sono in forte crescita. L’Ia consente inoltre di automatizzare le campagne e colpire su larga scala, rendendo efficaci anche attacchi non altamente specializzati. Questo spiega perché sempre più incidenti derivano da campagne generalizzate e replicabili. Sul fronte difensivo, le banche stanno introducendo strumenti avanzati come sistemi di detection basati su Ia e modelli di monitoraggio continuo, ma emergono due limiti strutturali: il primo legato alla complessità tecnologica, ovvero infrastrutture legacy, interconnessione con terze parti e supply chain aumentano la superficie di attacco; il secondo legato alla frammentazione informativa, ove ogni istituzione vede solo una parte del problema. Il risultato è una dinamica asimmetrica: i criminali operano come reti integrate e automatizzate e le banche reagiscono ancora in modo prevalentemente individuale».
Le organizzazioni criminali funzionano ormai come multinazionali?
«Sì, oggi le organizzazioni criminali operano con logiche industriali: divisione del lavoro, uso intensivo di tecnologia, modelli scalabili e collaborazione tra gruppi. Esistono “fabbriche di truffe” e servizi criminali venduti sul mercato, come riciclaggio o frodi “chiavi in mano”. In alcuni casi, queste strutture sono collegate a traffico di uomini e lavoro forzato. Non si tratta più di criminalità marginale, ma di imprese globali ad alta efficienza».
Senza cooperazione internazionale reale, la lotta alla criminalità finanziaria è destinata al fallimento?
«Sì, perché il problema è globale per definizione. Le reti criminali operano senza confini, mentre le risposte restano spesso nazionali e frammentate. Questa asimmetria è il principale vantaggio dei criminali. Il punto meno visibile, ma forse più decisivo, è che il confronto non si gioca più solo sul terreno della repressione, bensì su quello dell’architettura del sistema. I recenti report mostrano chiaramente che il vantaggio competitivo oggi non è nella forza normativa, ma nella capacità di leggere e collegare i dati in modo sistemico. Le reti criminali, come detto, operano già come piattaforme: integrano servizi, condividono informazioni, ottimizzano processi. Le istituzioni, invece, restano in gran parte organizzate per confini, competenze e silos informativi. Questo crea una frattura che nessuna tecnologia, da sola, può colmare. La sfida è costruire un’infrastruttura di cooperazione reale - tra Stati, intermediari e settore tecnologico - capace di trasformare informazioni disperse in intelligence operativa».
I «deepfake» non ingannano più solo i nonni
Il sistema finanziario globale sta affrontando una crescita senza precedenti delle frodi e dei crimini economici, alimentata dall’uso massiccio dell’Intelligenza artificiale e da reti criminali sempre più organizzate. La criminalità finanziaria si è trasformata in un’industria su scala globale, capace di adattarsi rapidamente alle nuove tecnologie e di colpire simultaneamente cittadini, imprese e istituzioni. I flussi finanziari illeciti hanno raggiunto livelli record, arrivando a circa 4,4 trilioni di dollari nel 2025. Le sole frodi hanno generato perdite superiori ai 579 miliardi di dollari.
Alla base di questa escalation c’è l’uso crescente dell’intelligenza artificiale. Strumenti avanzati consentono di creare deepfake, messaggi personalizzati e campagne automatizzate capaci di convincere le vittime con un realismo sempre maggiore. Le operazioni fraudolente sono progettate per essere scalabili, replicabili e rapide, riducendo i tempi di individuazione e aumentando i profitti. Le truffe non sono più fenomeni isolati ma parte di un ecosistema criminale interconnesso. I proventi alimentano altre attività illegali, dal traffico di droga alla tratta di esseri umani fino al finanziamento del terrorismo, creando una rete economica clandestina che si autoalimenta. Le organizzazioni operano come multinazionali, con strutture complesse e strategie di espansione globale. Un ruolo crescente è svolto dalle truffe basate sull’ingegneria sociale, in cui le vittime vengono indotte a trasferire denaro credendo di interagire con soggetti legittimi. Tra gli schemi più diffusi figurano truffe sugli investimenti, compromissioni delle email aziendali, falsi intermediari finanziari e impersonificazione.
La digitalizzazione dei pagamenti e l’interconnessione globale hanno accelerato il fenomeno. Trasferimenti istantanei, piattaforme online e criptovalute permettono di spostare rapidamente i fondi, rendendo difficile il tracciamento. Le operazioni si sviluppano su più Paesi, sfruttando differenze normative e lacune nei controlli. Anche le truffe informatiche sono in aumento. Phishing, violazioni dei dati e attacchi cyber vengono utilizzati per accedere ai conti delle vittime. L’intelligenza artificiale consente di personalizzare gli attacchi, aumentando le probabilità di successo e riducendo i costi operativi. L’impatto sociale è significativo: oltre ad aziende e banche, vengono colpiti cittadini comuni, soprattutto le fasce più vulnerabili. Le perdite degli anziani raggiungono decine di miliardi di dollari, mentre i giovani risultano sempre più esposti a truffe sui social media. Di fronte a questa evoluzione emerge la necessità di una risposta coordinata tra istituzioni finanziarie, autorità pubbliche e settore tecnologico. La collaborazione internazionale, lo scambio di informazioni e l’uso dell’intelligenza artificiale in funzione difensiva diventano elementi fondamentali per contrastare una criminalità sempre più tecnologicamente avanzata.
Continua a leggereRiduci
Recep Tayyip Erdogan (Ansa). Nel riquadro l'analista geopolitico di Limes, Daniele Santoro
Gli Stati Uniti hanno perso l’attimo, avrebbero dovuto dichiarare vittoria dopo la morte di Khamenei e, in qualche modo, accontentarsi per non finire impantanati. Ma Daniele Santoro, che ha vissuto per anni in Turchia, aggiunge anche una nuova pedina sulla scacchiera mediorientale. Dove ormai noi forse siamo abituati a considerare Stati Uniti, Israele e Iran attori principali in questa guerra, l’analista geopolitico di Limes attacca un tassello, quello che un tempo veniva considerato soltanto un ponte tra Oriente e Occidente e, invece, oggi conta molto di più: ovvero il Paese di Erdogan.
Trump ha rinviato di una settimana il suo ultimatum per l’attacco contro le infrastrutture elettriche della Repubblica islamica: è un tentativo di trovare un accordo diplomatico?
«Sicuramente sì, si tratta di provare a trovare una via diplomatica. Ma più che altro testimonia la disperazione con cui Trump sta implorando i persiani di concedergli un accordo. Lui rischia di uscire con le ossa rotte da questa guerra e ne è consapevole. Il presidente Usa è stato convinto da Netanyahu che si sarebbe trattato di una guerra facile, ora ha capito che non sarà così e sta cercando una via d’uscita. L’Iran è in vantaggio e non è detto che gli ayatollah vogliano cedere, potrebbero voler andare avanti».
In queste ore si parla molto di fine della guerra. Lei ci crede?
«No, queste guerre non finiscono mai: abbiamo visto a Gaza o in Ucraina, conflitti che si protraggono per il dilettantismo con cui vengono prima intrapresi, poi condotti. La guerra andrà avanti, seppur con delle tregue, ma ormai non ci sarà una fine vera e propria e soprattutto non ci sarà un happy ending. La verità è che Israele e Iran hanno tutto l’interesse perché la guerra continui: il loro è un tornaconto che, invece, gli Stati Uniti non hanno, soprattutto dal punto di vista economico».
Cioè mi sta dicendo che l’Iran paradossalmente rischia di uscirne rafforzato?
«L’Iran oggi è più forte e si trova in una posizione di vantaggio rispetto a prima della guerra: ha conquistato Hormuz, ha le carte in mano ed è competitivo con gli altri Paesi. Basti pensare che gli iraniani hanno provocato uno shock energetico quasi senza precedenti, un blocco che ha investito tutto il mondo, e per questo la Repubblica islamica esce rafforzata dalla guerra. Oggi, facciamo un esempio concreto, l’Iraq non può stoccare greggio, non può esportarlo via Hormuz e quindi perde capacità di commercio. Invece, con l’ok di Trump alla cancellazione delle sanzioni nei confronti dell’Iran, il Paese degli ayatollah sfrutta l’opportunità commerciale e con questi dollari guadagnati potrà finanziare un’espansione in Iraq e affiliare la popolazione alla guerra contro l’Occidente. Quest’ultimo invece perde miliardi di dollari perché non può più esportare. Quello economico è un verdetto fondamentale che fa la differenza e decreta il vantaggio dell’Iran: l’Iran ha vinto perché controlla Hormuz. Trump causa uno shock petrolifero, poi piuttosto che alimentare lo shock fa entrare in circolazione il petrolio iraniano, facendo chiaramente un autogol».
Trump, in caso, potrà dichiarare «vittoria» anche senza un regime change?
«Lui ci prova e ci proverà, attraverso una narrazione che lo faccia passare per vittorioso nonostante l’esito della guerra. Però sarà difficile, al di là della questione economica di cui abbiamo parlato, far passare il concetto. Penso alle petromonarchie del Golfo (per esempio non potrà più difendere i propri alleati del Golfo, su tutti il Qatar che va incontro ad almeno 6 anni di blocco dell’esportazione di gas), che hanno la percezione di essere stati coinvolti in un conflitto che non volevano, ma soprattutto sarà difficile convincere la sua base.
Il vicepresidente J.D. Vance ha criticato aspramente Netanyahu per aver venduto agli Usa il conflitto nel Golfo come un conflitto lampo, quando invece così non è stato. Il rapporto tra gli alleati di ferro del Medio Oriente potrebbe cambiare?
«La base Maga pensa che l’America sia stata trascinata in guerra senza un reale interesse, di questo ne sono convinti dal primo minuto. Per Vance e una buona fetta del partito repubblicano, infatti, si tratta di una guerra che, anzi, va palesemente contro gli interessi americani. Una guerra dove le monarchie del Golfo, alleate degli Usa in Medio Oriente, sono diventate le principali vittime. Trump aveva promesso in campagna elettorale di interessarsi soltanto degli Usa e di non farsi carico di guerre non sue, che portassero l’America fuori dai confini. Così non è stato».
Dal costo del petrolio, al crollo di Wall Street, all’insoddisfazione della base Maga: il prezzo della guerra è diventato troppo alto per il presidente Usa?
«Trump guarda alle elezioni di Midterm ed è molto preoccupato dell’opinione pubblica statunitense. Gli iraniani, d’altra parte, potrebbero non concedergli un accordo proprio perché sanno che impantanarlo in una guerra a pochi mesi da una votazione rischierebbe di essere letale per il suo futuro da presidente. Quindi la strada diplomatica potrebbe diventare impervia in modo calcolato. E pensare che nella testa di Trump, invece, avrebbe dovuto trattarsi di una guerra per distrarre gli americani dai problemi dell’economia interna, dai files di Epstein… un grande errore di calcolo».
Secondo lei, alla fine la Casa Bianca sarà obbligata a inviare truppe sul terreno per occupare l’isola di Kharg, snodo commerciale cruciale per tutto l’Occidente?
«Questo dipende ancora una volta non dagli Stati Uniti ma dall’Iran: so che può sembrare un paradosso ma l’Iran non aspetta altro, ovvero vorrebbe un’escalation. Perché gli Usa hanno perso l’attimo. Mi spiego, oggi non hanno più possibilità di vincere la guerra: gli americani avrebbero dovuto accontentarsi di avere ucciso Khamenei e uscire dal conflitto dichiarando vittoria. L’Iran sarebbe stato azzoppato per anni, anche per via degli attacchi strategici. Adesso gli strateghi americani sanno che rispondere con una potenziale operazione di terra a Kharg potrebbe essere un rischio perché l’Iran si è preparato da anni a questa guerra. L’America fino a oggi ha voluto evitare il coinvolgimento diretto con truppe di terra (ricordiamoci Afghanistan, Iraq…) risultato sempre fallimentare. Perché il regime è detestato dalla maggior parte della popolazione iraniana. Ma il meccanismo è semplice: gli iraniani odiano vivere sotto gli ayatollah ma se il nemico diventa l’Occidente, la popolazione iraniana diventa patriottica e sotto le bombe si stringe intorno a quello che ha. Il regime prima della guerra era debole, oggetto di proteste e scontri violentissimi in piazza, ma la guerra distrae dai diritti umani e riporta l’attenzione alla mera sopravvivenza».
Il capo dell’Agenzia navale Dominguez ha dichiarato che nessuna task force militare infiltrata e nessun drone potrà rompere lo stallo di Hormuz: è d’accordo?
«Penso che se gli Usa avessero avuto la capacità di rompere il blocco di Hormuz, lo avrebbero già fatto. L’America non ha un piano. L’Iran si prepara a questa guerra da anni, sapevano che questo momento sarebbe arrivato ed erano e sono prontissimi».
Quella che lei stesso ha definito «la guerra di Trump e Netanyahu» come cambierà il Medio Ooriente?
«Questa guerra ha già cambiato il Medio Oriente, sicuramente il primo effetto è stato quello di rafforzare il regime persiano e quello israeliano. Israele però vuole staccare gli Usa dalla Turchia che resta il suo nemico numero uno. La Turchia sta accerchiando Israele. Questo attacco circoscrive l’operato della Turchia ed è una dinamica che crea attrito con gli Usa perché ne limita il raggio di azione. E poi bisogna capire cosa succederà: Netanyahu dovrà fare i conti con i suoi soldati. Israele e Iran senza la guerra, ovvero un nemico dichiarato, stanno in piedi? Come evolverà il rapporto Usa-Israele? Torniamo agli attacchi alle petromonarchie, nodo cruciale. Israele, da una parte, potrebbe garantire sicurezza a questi Stati, ma dall’altra l’Arabia saudita sta facendo asse con Turchia e Pakistan, per sfuggire al conflitto».
Lei è un esperto del mondo turco e ha detto che la Turchia uscirà come la vera vincitrice di questa guerra. Per quale motivo?
«Sicuramente nel medio e lungo periodo la Turchia è l’unica ad avere un’idea imperiale. Evidentemente Iran e Israele hanno una loro idea di Medio Oriente, mentre la Turchia ha un’idea diversa, di pace e sicuramente non bellica. Credo che sia probabile che convinca molti altri Paesi e le masse arabe a pensarla così e ad allearsi».
La Turchia è ormai un nostro vicino, visto che si è insediata in Libia. Come la dovremmo considerare? Un’amica che potrebbe servirci?
«Innanzitutto, penso che la Turchia andrebbe almeno presa in considerazione, questo sarebbe già un passo avanti: sicuramente dovremmo approcciare la Turchia come non abbiamo mai fatto perché non abbiamo le risorse mentali. L’Italia dovrebbe provare a ricomporre le fratture con i nostri partner, dalla Libia alla Francia. In Libia, per esempio, i turchi fanno fatica a controllare tutto, l’Eni potrebbe essere una pedina di scambio per recuperare influenza sul territorio, idem Cipro… Insomma la Turchia può essere una possibilità da sfruttare per noi».
Ci sta dicendo che dovrebbe essere un nostro interlocutore privilegiato?
«La Turchia non è più il ponte tra Oriente e Occidente come l’abbiamo sempre inteso, la Turchia è la Turchia. Loro non sono né occidentali né orientali, sono turchi. Una cerniera di collegamento tra Europa e Oriente, inteso come vari Orienti, dal Caucaso ai Balcani, fino al Medi Oriente. Quello che prima poteva sembrare uno strumento, invece, oggi è un attore principale. Un Paese che tiene insieme molte dimensioni culturali».
Continua a leggereRiduci
Il ceo di d’Amico Società di Navigazione, Cesare d’Amico (Imagoeconomica)
«La guerra in Iran ha avuto un impatto sensibile sul trasporto marittimo. Il traffico nello Stretto è drasticamente ridotto (oltre il 90%) e in questo momento praticamente paralizzato. Circa 3.000 navi sono bloccate all’interno del Golfo Persico. Per cui le compagnie di navigazione, tra cui la nostra, hanno deviato su rotte alternative. Tutto questo comporta un’interruzione delle catene di approvvigionamento, soprattutto per energia, materie prime, semilavorati e merci deperibili e non, dirette verso Asia, Medio Oriente ed Europa».
È uno scenario drammatico quello tracciato da Cesare d’Amico, ceo di d’Amico Società di Navigazione. L’armatore ricorda che «dal Golfo Persico vengono esportati insieme al petrolio e i suoi derivati anche il 33% dei fertilizzanti determinanti nell’agricoltura, il 30% di materie prime per l’industria edile, il 14% della produzione di alluminio. Invece i Paesi del Golfo Persico a loro volta importano circa 200 milioni di tonnellate l’anno di prodotti agricoli. La conseguenza immediata è che i noli si impennano e vi è una esplosione dei costi assicurativi a conseguenza dell’aumentato rischio, il che genera facilmente del panico, perché si pensa non si riesca a trovare una nave o sia impossibile trasportare il carico. È una situazione molto delicata che va gestita con prudenza e attenzione».
Cosa potrebbe accadere qualora il conflitto dovesse durare per altri mesi ancora?
«Più a lungo questa situazione si protrarrà, più sarà complesso e lento il ritorno a condizioni di normalità. Guardando a quanto accaduto con il Covid, anche dopo la fase acuta i costi di trasporto e i noli sono rimasti elevati per un periodo prolungato. Su alcune tipologie di merci il nolo incide mediamente tra il 7% e il 12%. Sarà inoltre determinante capire come evolveranno i prezzi delle materie prime e dei prodotti. Diverso è il comparto dei container, che risulta particolarmente colpito, dato che i flussi in entrata e in uscita sono sostanzialmente fermi. Attualmente una parte significativa del commercio globale è bloccata, con effetti diretti e spesso negativi sui costi. Tutto questo senza considerare i danni che la guerra sta causando alle varie infrastrutture e che potrebbero avere delle conseguenze importanti anche dopo la conclusione del conflitto. A questo riguardo sappiamo che il 16% delle infrastrutture per l’esportazione del gas dal Qatar è stato seriamente danneggiato e potrebbero volerci fino a 5 anni per riportare i volumi di esportazione di gas a quelli di prima del conflitto».
Ci sono soluzioni alternative al canale di Hormuz da prendere in considerazione per il trasporto?
«L’unica alternativa al momento, che riguarda solamente il petrolio, è attraverso l’uso della pipeline che fu realizzata negli anni Ottanta, che unisce il Golfo Persico e il Mar Rosso. Cosa che sta già avvenendo. Con transito delle navi dal Mediterraneo attraverso Suez verso Gedda e il contrario, dal momento che la rotta di Bab el Mandeb verso sud resta altamente compromessa, anche se al momento gli Huthi sembrerebbe non partecipino al conflitto».
Come vi siete regolati? Avete bloccato la flotta o scelto tratte diverse?
«Fin dall’inizio del conflitto tra Ucraina e Russia, insieme a mio cugino Paolo abbiamo preso la decisione chiara di non far operare le nostre navi in aree di guerra. La priorità assoluta resta la sicurezza dei marittimi, e non intendiamo esporli ad alcun rischio finché non saranno garantite condizioni di transito sicuro. Auspichiamo la possibilità di organizzare convogli commerciali scortati da unità militari, come avvenuto in passato durante l’invasione dell’Iraq, quando fu assicurato il passaggio nello stretto di Hormuz. Anche il presidente di Confitarma, Mario Zanetti, ha sollecitato il governo italiano a valutare questa opzione. In precedenti esperienze, la Marina Militare ha svolto un ruolo estremamente efficace, contribuendo a mantenere gli equipaggi in condizioni di tranquillità e sicurezza grazie alla presenza costante delle navi di scorta».
Di quanto sono aumentati i premi assicurativi? E quanto si prevede che saliranno ancora qualora il conflitto dovesse proseguire?
«Con la dichiarazione di zona di guerra tutta una serie di coperture assicurative sono state annullate. La Lloyd’s di Londra ha cominciato a dare ogni 12 ore le sue quotazioni per il passaggio di Hormuz, quotazioni che possono cambiare in ogni momento. I primi effetti sono importanti, si parla del 5% del valore della nave. Quindi, se considero una nave di medie dimensioni dal valore di 30 milioni di euro, significa un aumento di 1 milione e mezzo. Se andiamo ad applicare le tariffe su petroliere o navi da 300.000 tonnellate, che possono arrivare a valere anche 200 milioni di dollari, il rincaro è di 10 milioni di dollari e vale per una settimana. Significa che se passati 7 giorni non si è riusciti a uscire è necessario rinegoziare con l’assicurazione. Oggi questo costo viene ribaltato al noleggiatore o al caricatore, verrà poi considerato nel prezzo della merce per poi avere aumenti anche per il consumatore finale».
E i rincari dei noli?
«La situazione resta estremamente fluida con un mercato estremamente volatile in cui assistiamo a noli estremamente onerosi ma anche a navi che devono cambiare posizione in zavorra (quindi vuote) per trovare un carico».
Quanto incidono i noli e quanto i premi sulle merci trasportate?
«Anche qui non ci sono dati univoci, dipendono dal valore della merce. Comunque, nelle condizioni attuali, il costo logistico complessivo può incidere tra il 10% e il 15%, con il nolo come componente principale e i premi assicurativi che, in uno scenario di guerra, assumono un peso insolitamente elevato e crescente. Va detto che i prodotti raffinati che l’Europa importa dal Golfo Persico rappresentano solo il 4%, contano molto più il West Africa e gli Stati Uniti. Influenza il gas che va a influire sulla generazione di energia. Una fetta importante di gas proviene dal Golfo Persico, quasi il 20%, e un deficit potrebbe portare alla riattivazione delle centrali termoelettriche e quindi dell’importazione di carbone dall’Australia, dall’Indonesia e dal Sud Africa. Per far sì che i prezzi dell’energia non salgano troppo bisogna trovare un giusto mix e quindi ricorrere anche al trasporto di carbone. A questo riguardo ben venga il provvedimento del governo di non fermare completamente un paio di centrali in Italia. In momenti di crisi energetica piuttosto rilevanti è importante avere la possibilità di poter usufruire anche del carbone, storicamente la fonte di energia fossile più economica, al fine di calmierare i prezzi dell’energia ed in particolare le possibili speculazioni».
I premi assicurativi impattano sulla marginalità operativa? Come vengono ripartiti con i caricatori?
«Nel contesto attuale, l’armatore sembra disporre di un margine di manovra più ampio; tuttavia, è fondamentale ricordare che, al di là delle decisioni operative, l’equipaggio mantiene la facoltà di opporsi alla navigazione in determinate aree. In tali circostanze, nessuna leva economica può risultare determinante. Se in passato queste zone, pur considerate a rischio, comportavano premi assicurativi standard – generalmente compresi tra i 15.000 e i 30.000 dollari e già inclusi nel conto viaggio – oggi lo scenario è mutato: si tratta di un rischio che l’armatore non è più disposto ad assumersi, e i relativi costi assicurativi vengono quindi quotati separatamente e sostenuti dal carico».
C’è il rischio che i rincari assicurativi e dei noli permangano anche alla fine del conflitto?
«La conclusione delle ostilità ridurrebbe drasticamente gli extra costi assicurativi con il loro azzeramento solo con il consolidamento dell’assenza di rischio totale al transito. Invece per quanto concerne i noli il riaggiustamento e riallineamento dipenderà da come la filiera logistica si normalizzerà».
I vostri equipaggi sono addestrati in caso di emergenza?
«Manteniamo un contatto costante con tutte le nostre navi nel mondo. A bordo sono già previste procedure codificate per affrontare situazioni di rischio, come l’ingresso improvviso in un’area di conflitto. Gli equipaggi sono preparati e sanno esattamente come comportarsi. Hanno inoltre la possibilità di restare in continuo contatto con le proprie famiglie, così da rassicurarle anche in contesti complessi. Si parla molto dei ritardi nelle merci, dei costi e dell’impatto sui consumi, ma troppo poco di chi rende possibile contenere questi effetti. Sono i nostri equipaggi, che lavorano con grande dedizione e professionalità: un impegno di cui dobbiamo essere profondamente grati e orgogliosi».
Continua a leggereRiduci
Nell’ambito dei servizi di contrasto alla gestione illecita dei rifiuti, i funzionari dell’Ufficio Adm di Napoli, insieme ai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli, hanno sequestrato, all’interno del porto partenopeo, diversi container destinati in Nigeria.
All’interno dei container sono stati rinvenuti 130.808 chilogrammi di rifiuti tessili, classificati come rifiuti speciali non pericolosi. Secondo la documentazione accompagnatoria, però, avrebbero dovuto contenere oggettistica usata. Per questi fatti sono stati denunciati due responsabili con le accuse di traffico illecito di rifiuti e falso ideologico.
In particolare, a seguito di una specifica attività di analisi dei rischi locali, i funzionari dell’Adm e le Fiamme gialle del II Gruppo Napoli hanno accertato la presenza, all’interno dei container, di numerosi sacchi contenenti indumenti, scarpe e borse usate, provenienti dalla raccolta nei centri urbani. Tali materiali sono stati classificati come rifiuti tessili, in quanto non sottoposti ai prescritti processi di selezione e igienizzazione.
L’analisi della documentazione ha inoltre permesso di accertare che le due società che avevano organizzato la spedizione non disponevano delle necessarie autorizzazioni per il trattamento dei rifiuti.
Al termine dei controlli, i legali rappresentanti delle due società — un 47enne originario del napoletano e una 59enne originaria dell’Ucraina — sono stati deferiti all’Autorità giudiziaria presso la Procura della Repubblica del Tribunale di Napoli per traffico illecito di rifiuti e falso ideologico.
L’operazione conferma la collaborazione tra l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza nel contrasto ai traffici illeciti e nella tutela dell’ambiente.
Continua a leggereRiduci