True
2020-08-01
Importiamo ancora malati. La sinistra spalanca le porte
Ansa
Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista.
Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni».
Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono.
Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato».
Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto».
Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione».
Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano.
Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo.
La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong
Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri.
Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore.
Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili».
Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica.
Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni».
Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato.
In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori.
Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza.
Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva».
Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile.
Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico
Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi.
In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi.
Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte».
La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi.
Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia.
La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe
Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo.
Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata.
Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere.
Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
Continua a leggereRiduci
Per giustificare il condono, dicevano che bisognava salvare gli «invisibili» dai rischi sanitari. Ora che i focolai, dalla Sicilia al Veneto, dal Piemonte alla Sardegna, sono d'importazione, fingono che i migranti siano sani. Invece, tra loro, la percentuale di positivi è altaAccordo in maggioranza per cancellare i decreti sicurezza (ma solo dopo le regionali). Tornano gli Sprar e si complicano i rimpatri. Così il M5s rinnega le promesse elettoraliTripoli è perduta, perciò Luigi Di Maio e Viminale «virano» sul Maghreb: un'altra emergenza per alimentare i flussiLa Corte motiva la sentenza del 9 luglio: la norma che proibisce la registrazione è irrazionale e getta uno «stigma» sugli stranieriLo speciale contiene quattro articoli Vediamo se abbiamo capito bene. Non dobbiamo abbassare la guardia per non sprecare i sacrifici fatti nei mesi passati. Dobbiamo, come suggeriscono gli esperti del governo, frenare su feste, sagre, eventi pubblici e perfino «feste di matrimonio». Le discoteche e i «night club», lo dice perfino l'Oms, sono luoghi di perdizione e di contagio. Ma gli immigrati no, figurarsi, di quelli mica dobbiamo aver paura. Sono sani come pesci, sono i più controllati di tutti, stanno benissimo e al massimo siamo noi a metterli in pericolo. Ecco, questo è il messaggio che ci viene recapitato negli ultimi giorni. Ed è davvero suggestivo notare come la vulgata cambi alla prima folata di vento, per adattarsi alle evoluzioni della retorica immigrazionista. Fino a un paio di mesi fa, infatti, ci ripetevano continuamente quanto fosse necessaria la sanatoria dei migranti. Il ministro Teresa Bellanova, illustri esponenti del Pd come Marco Minniti e Roberta Pinotti: tutti in fila a ribadire che il condono dei clandestini era una questione di «salute pubblica», perché ci avrebbe permesso di rendere «visibili gli invisibili», i quali notoriamente sono più esposti al rischio contagio. Verso la fine di marzo ci fu addirittura una lettera aperta firmata da decine e decine di associazioni pro migranti, tra cui Asgi e Mediterranea, in cui gli attivisti ribadivano quanto gli stranieri fossero a rischio di contrarre il coronavirus. Senza fissa dimora e senza protezioni, oppure ammassati nei centri di accoglienza, gli aspiranti profughi avevano bisogno di immediate tutele, o almeno questo gridavano i «buoni». Adesso è tutto cambiato: d'improvviso i clandestini sono diventati la quintessenza della salute. E chi - amministratore locale, parlamentare o semplice cittadino - non li vuole nella sua città è da considerarsi un razzista. Emblematico, a questo proposito, ciò che accade in Piemonte. Il governatore Alberto Cirio, un paio di giorni fa, ha detto di essere contrario a nuovi trasferimenti di aspiranti profughi dalla Sicilia. Le sue affermazioni non sono affatto piaciute a Paolo Vineis, docente all'Imperial College di Londra, e Guido Giustetto, presidente dell'Ordine dei medici di Torino. Entrambi, durante l'emergenza, hanno fornito preziosa consulenza alla Regione. Adesso però sono indignati. «Come medici, senza voler entrare nel merito di scelte politiche, ci piacerebbe vivere in una Regione che conosce, e ha tra i suoi valori più forti, la solidarietà nei confronti delle persone fragili», dicono. Già è curioso che i due esprimano un parere sull'accoglienza «come medici». Ma ancora più sorprendente è ciò che aggiungono poco dopo: «Invocare il rischio di contagio da Covid per ridurre l'assegnazione di migranti al Piemonte è fuorviante e scorretto. [...] Il tasso di positività al Covid tra i migranti è intorno all'1,5%», insistono. «Ogni migrante che giunge in Italia è sottoposto a tampone e posto in isolamento se positivo e in quarantena se negativo. Prima di essere trasferiti e distribuiti tra le Regioni, sono sottoposti a test sierologico. All'arrivo a Torino sono nuovamente sottoposti a tampone e posti in isolamento fino a quando giunge il risultato». Molto edificante. Peccato che sia un cumulo di falsità. I migranti, come ha confermato l'assessore regionale alla Sanità della Sicilia, spesso vengono trasferiti in altre Regioni prima di fare il tampone. Lo conferma proprio quanto avvenuto a Torino nelle ultime ore. Da Agrigento sono stati mandati in Piemonte 156 stranieri sbarcati di fresco. Prima di partire sono stati sottoposti a test sierologico. Una volta giunti al Nord hanno fatto il tampone e tra loro sono stati trovati 19 positivi. Dunque la percentuale di contagiati non è esattamente dell'1,5%, ma parecchio più alta. Va anche peggio in Veneto, dove alla Caserma Serena di Treviso le cifre sono esplose: ben 130 contagiati. Il governatore Luca Zaia ha giustamente lanciato l'allarme: «Il tema dei focolai non autoctoni è ormai reale: il 55% dei focolai in Veneto non sono domestici e dobbiamo fare in modo di non buttare via tutto il lavoro che è stato fatto». Le cifre, d'altra parte, parlano chiaro. In Sicilia su 16 nuovi contagiati, 11 sono aspiranti profughi africani. In Sardegna ieri si sono registrati 10 ulteriori casi di Covid: tutti migranti in arrivo dall'Algeria. In Basilicata ai 31 infetti stranieri già ospitati a Potenza e Irsina (Matera) si sono aggiunti altri 3 contagiati, di nuovo stranieri. In Calabria, dei 4 nuovi contagi registrati ieri uno è legato a uno sbarco. In Friuli Venezia Giulia i nuovi contagi sono 3, tutti «d'importazione». Persino il report pubblicato dal ministero della Sanità e dall'Iss specifica che «rimangono distribuiti su quasi tutta la Penisola i focolai e i contagi di importazione». Di fronte a questi numeri, come si fa a dire che gli stranieri non c'entrano e sono più sani di noi? Addirittura Repubblica, ieri, raccontava il grande esodo dalla Tunisia, motivato da... l'epidemia che ha piegato la capitale dello Stato africano. Dobbiamo forse mettere a rischio la salute di tutti per compiacere i tifosi delle frontiere aperte? Vogliamo ritornare in emergenza per colpa di chi viene da fuori? Non è razzismo, è buon senso: anche a sinistra, se volessero, sarebbero in grado di capirlo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-risposta-dei-giallorossi-agli-sbarchi-permessi-facili-cittadinanza-lampo-e-multe-meno-salate-alle-ong" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La risposta dei giallorossi agli sbarchi: permessi facili, cittadinanza lampo e multe meno salate alle Ong Il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, è quasi riuscito nell'impresa di dire una cosa giusta. Ha spiegato che ai flussi migratori ricchi di contagiati serve una «risposta straordinaria o si compromette il lavoro fatto». Ed ecco la risposta meravigliosa offerta dal suo partito e dal governo: spalancare ulteriormente i confini e facilitare l'arrivo in Italia agli stranieri. Nella tarda serata di giovedì, infatti, dopo l'ennesima riunione (la quinta, pare) al Viminale, le forze di maggioranza sembrano aver finalmente trovato un'intesa sulla modifica dei decreti sicurezza. Come sempre si tratta soltanto di annunci, perché i nuovi provvedimenti cominceranno a concretizzarsi soltanto a settembre. Però sembra che ci sia sostanziale accordo dopo mesi di litigi feroci. «Servirà un ulteriore confronto sui contenuti da parte della ministra Lamorgese con gli enti locali, prima di approdare in Consiglio dei ministri. Ma l'impianto di fondo è delineato e va nella giusta direzione», hanno gongolato la vicepresidente vicaria di Italia viva al Senato, Laura Garavini e il capogruppo alla commissione Esteri della Camera, Gennaro Migliore. Quali sono, dunque, le strabilianti e utilissime novità elaborate da Luciana Lamorgese e dagli altri geniacci riuniti a consesso? Tanto per cominciare, vengono radicalmente ridotte le multe alle Ong. La norma salviniana, infatti, prevedeva sanzioni da un minimo di 150.000 euro a un massimo di un milione di euro per gli attivisti «in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane». A ciò si aggiungeva il sequestro della nave e il possibile arresto in in flagranza del comandante. Tutto questo sparisce. Le sanzioni per chi viola i confini, da settembre in poi, andranno «da 10.000 a 50.000 euro» e solo «dopo processo penale». I 5 stelle, sul punto, hanno insistito parecchio. Secondo il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, e la deputata Vittoria Baldino, «le multe alle Ong saranno davvero applicabili». Certo, come no. Intanto stiamo parlando di cifre che un'associazione «umanitaria» di media grandezza, in caso di estremo bisogno, potrebbe permettersi di pagare senza soccombere. E poi bisogna ricordare che le multe scattano soltanto quando una nave Ong viola il divieto di ingresso. Il punto è che se cambia l'atteggiamento del governo e a tutti viene concesso di approdare (come avviene ormai da mesi), ogni sanzione è soltanto simbolica. Le modifiche più fastidiose, però, non riguardano i taxisti del mare, ma gli stessi migranti. Per prima cosa, «il richiedente protezione internazionale, a cui è stato rilasciato il permesso di soggiorno per la richiesta di asilo sarà iscritto nell'anagrafe della popolazione residente». Inoltre «ai richiedenti protezione internazionale che avranno ottenuto l'iscrizione anagrafica, sarà rilasciata una carta d'identità valida per 3 anni». Formalmente non verrà reintrodotta la protezione umanitaria (giustamente) abolita da Salvini, ma ci sarà «un rafforzamento della protezione speciale». Tradotto significa che si riprenderà a concedere permessi di soggiorno anche a chi non lo merita come ai tempi d'oro, con la scusa di «non creare nuovi irregolari». Il permesso ottenuto tramite «protezione speciale», inoltre, sarà facilmente convertibile in permesso di lavoro, dunque l'esercito industriale di riserva sarà facilmente rimpolpato. In compenso sarà ancora più difficile espellere uno straniero, poiché, come spiegava ieri l'agenzia di stampa Public Policy, «verrà rafforzato il principio del non-refoulement per impedire il respingimento o l'espulsione di migranti provenienti da Paesi che violano i diritti umani». Significa che, «come previsto già oggi, non sarà ammesso il respingimento, l'espulsione o l'estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Ma il nuovo decreto allargherà il divieto nel caso ci sia il pericolo di “trattamenti inumani o degradanti"». In pratica basterà dimostrare che si proviene da uno Stato che viola i diritti (magari quelli Lgbt), e zac, si verrà accolti con tutti gli onori. Un altro ritorno al passato è il sostanziale ripristino del sistema Sprar, che i decreti salviniani avevano modificato in Siproimi. Le leggi legastellate avevano giustamente separato i percorsi di accoglienza di richiedenti asilo e profughi: da una parte chi è in attesa di esame, dall'altra chi ha già ottenuto il permesso di restare. Ebbene, grazie alle modifiche dell'attuale governo, i richiedenti asilo potranno essere accolti negli ex Sprar, come già avveniva anni fa. Un'ottima idea per far ripartire la mangiatoia dell'accoglienza. Infine (lo anticipa sempre Public Policy), «scenderà da 4 a 3 anni, tramite il silenzio assenso, il termine massimo per la conclusione delle pratiche per la concessione della cittadinanza per residenza e matrimonio [...]. Per la richiesta dunque saranno necessari “trentasei mesi dalla data di presentazione della domanda" e non più quarantotto. La norma non sarà retroattiva». Gli sbarchi sono in continuo aumento, così come i casi di Covid «di importazione». Serviva, appunto, una «risposta straordinaria». Grazie al governo, presto l'avremo: porte spalancate. Ringraziamo il Pd per il costante impegno a favore dell'invasione e i 5 stelle per l'incredibile coerenza: sono passati dal chiedere «sbarchi zero» al «facciamo entrare tutti». Non era facile. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="usano-la-tunisia-per-occultare-il-fiasco-libico" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> Usano la Tunisia per occultare il fiasco libico Zitti zitti, i soliti noti hanno già preparato la nuova «narrazione», presupposto per un'ulteriore ondata migratoria incontrollata, e base per giustificare l'ennesimo insuccesso della politica di contenimento da parte del governo guidato da Giuseppe Conte. Obiettivo? A fronte della caotica situazione in Libia, deviare l'attenzione sulla Tunisia, mantenendo aperto un altro rubinetto di flussi. In questi giorni, La Verità, con Claudio Antonelli, ha già provveduto a smontare il racconto imbastito sulla Libia a proposito di un recente tragico episodio avvenuto al porto di Homs, troppo frettolosamente presentato colpevolizzando la Guardia costiera libica, accusata di aver sparato sui migranti. L'occasione era mediaticamente e politicamente ghiotta, nel pieno della periodica polemica sugli accordi italolibici e sul nostro addestramento del personale della Guardia costiera: e così a molti non è parso vero di dare per certa una versione poi smentita. A sparare sarebbe stata infatti l'unità antiterrorismo di Misurata: il che ovviamente non chiarisce l'episodio né attenua il dolore. Ma ricostruire i fatti, a maggior ragione in un contesto di guerra, serve almeno a transennare l'estremismo di chi punta solo a far saltare la cooperazione italolibica, di fatto consegnando alla Turchia, oltre a tutto ciò che si è già presa, pure il rapporto con la Guardia costiera libica. E non è difficile immaginare quali conseguenze si determinerebbero: per i libici, sul piano dei diritti umani; e per l'Italia, in termini di sbarchi. Ma allora l'esecutivo, che non ha la forza di sanare la situazione nell'ex scatolone di sabbia, tenta il gioco delle tre carte, facendo la voce grossa con la Tunisia. Lì la crisi economica indotta dal coronavirus ha prodotto conseguenze devastanti, ma la situazione epidemiologica pare gestibile: parliamo di 1.514 casi confermati e 50 vittime. Nondimeno, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ieri esibiva, in un'intervista al Corriere, il pugno di ferro: ha sostenuto di aver chiesto all'ambasciatore tunisino di «accelerare i rimpatri», ha annunciato un «negoziato per un uovo accordo in materia migratoria» e un suo viaggio a Tunisi, paragonando addirittura questa rotta a quella albanese degli anni Novanta. Addirittura, ha chiesto di sospendere le stanziamento da 6,5 milioni per la cooperazione allo sviluppo, facenta capo alla sua vice Emanuela Del Re, in attesa della «collaborazione che abbiamo chiesto alle autorità tunisine», le quali dovrebbero «mettere fuori uso i barchini». Il premier tunisino incaricato, Hichem Mechichi, ha replicato che «l'immigrazione illegale verrà contrastata, sia per quanto riguarda quelli che arrivano in Tunisia, sia in merito a chi vuole partire verso i Paesi europei sui barconi della morte». E ha assicurato di voler «compiere tutti gli sforzi necessari, nella speranza che ogni tunisino possa trovare un'opportunità nel suo Paese in modo da non dover salire sui barconi della morte». La sensazione, però, è che il disegno congiunto di Farnesina e Viminale sia un altro: occultare il fiasco libico, ormai irredimibile, creando un'altra emergenza con la Tunisia - e mantenendo comunque un alto numero di sbarchi. Non a caso, la recente missione magrebina del ministro Luciana Lamorgese non ha prodotto granché. E i numeri dei migranti sbarcati sono più che quadruplicati (dal primo gennaio al 31 luglio 2019 erano solo 3.867, mentre quest'anno sono ben 13.710), le redistribuzioni sono irrisorie (nonostante la fanfara che accompagnò l'accordo di Malta), il nervosismo cresce nella stessa maggioranza, e i cittadini sono comprensibilmente sconcertati. Manca solo che si maneggi in modo superficiale e controproducente il rubinetto dei flussi dalla Tunisia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-della-sanatoria-importa-infetti-2646853947.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-consulta-piccona-salvini-sui-richiedenti-asilo-vanno-iscritti-allanagrafe" data-post-id="2646853947" data-published-at="1596223090" data-use-pagination="False"> La Consulta piccona Salvini sui richiedenti asilo: vanno iscritti all’anagrafe Il governo ha un accordo per demolire i decreti Sicurezza: pilatescamente, approderà in cdm a settembre. E mentre i giallorossi si preparano a cancellare l'ultimo lascito del passaggio di Matteo Salvini al Viminale, la Consulta, che già aveva bocciato i «superprefetti», deposita le motivazioni dell'altra sentenza, risalente al 9 luglio, con cui ha picconato la norma caldeggiata dall'ex ministro: quella sul divieto d'iscrizione all'anagrafe dei richiedenti asilo. Secondo la Corte, interpellata dai tribunali di Milano, Ancona e Salerno, il provvedimento è «irragionevole»: esso, infatti, «contraddice la ratio complessiva del decreto legge». Inoltre, viola la «pari dignità sociale» dello straniero: fa ricadere su di lui uno «stigma», legato alla mancanza di carta d'identità, oltre privarlo di servizi essenziali. Sulla questione s'era aperto un caso politico. Nel marzo 2019, il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, ordinò l'iscrizione all'anagrafe di 60 stranieri, appigliandosi alla «difficoltà interpretativa» del decreto Salvini. A onor del vero, va segnalato che molti tribunali, investiti dai ricorsi, si erano già orientati per l'iscrizione. Essa non è legata al possesso di certi requisiti, bensì alla constatazione di condizioni di fatto: la stabile permanenza in un luogo e la volontà di rimanervi. Gli immigrati devono anche provare di essere regolarmente presenti in Italia; ed è l'avvio stesso del procedimento di richiesta d'asilo a dimostrare la legittimità del soggiorno. Qualche dubbio sorge, però, sulla loro volontà di stabilirsi in Italia. Secondo la Consulta, il periodo medio di permanenza dei richiedenti asilo nel nostro territorio, pari a circa un anno e mezzo, costituisce un «arco temporale rilevante». Saremo populisti, ma con lo stesso ragionamento, basterebbe meno di una borsa di dottorato di ricerca negli Usa, a uno studente italiano, per poter pretendere la carta d'identità americana. Eppure, eliminate le incrostazioni ideologiche che contaminano il dibattito sull'immigrazione, è evidente che quella sarebbe una richiesta insensata. Ancora più discutibile è ciò che i magistrati sostengono a proposito dell'«intrinseca irrazionalità» della disposizione. È vero, riconoscono, che il decreto Sicurezza mirava a sgravare i Comuni in cui risiedevano i richiedenti asilo di «un ulteriore onere» (che ora dovranno sobbarcarsi), però impedire l'iscrizione anagrafica ai migranti «finisce con il limitare le capacità di controllo e monitoraggio dell'autorità pubblica sulla popolazione». Ma i Comuni non sanno già quanti sono e chi sono gli stranieri presenti sul suo territorio? Non sanno in quali strutture sono stati accolti? Se sì, l'iscrizione all'anagrafe non aggiunge nulla alle «capacità di controllo dell'autorità pubblica». Se no, il fatto è gravissimo, indipendentemente da qualsiasi altra misura di vigilanza si possa intraprendere. Malriposta anche la preoccupazione rispetto al godimento dei servizi. I richiedenti asilo hanno diritto ad accedere a tutti quelli previsti dalla legge, oltre agli altri «comunque erogati sul territorio»: asili, tirocini formativi, welfare locale, centri per l'impiego. Garantita pure l'iscrizione al Servizio sanitario nazionale. Ma forse, più che i diritti dei richiedenti asilo, ormai contano le chance di affossare il leader della Lega.
Gianluca Caramanna (Ansa)
Dopo le polemiche dell’anno scorso, poi smentite dai dati, si apre una nuova stagione turistica. Gianluca Caramanna è responsabile del turismo di Fratelli d’Italia e consigliere del ministro del Turismo per i rapporti istituzionali. Onorevole, è passato ormai un anno: come è andata davvero la scorsa stagione turistica?
«Nel 2025 abbiamo assistito a polemiche inutili, che poi sono state contraddette dai numeri su arrivi e presenze. Sicuramente abbiamo avuto un dato che ha premiato le politiche del governo perché abbiamo avuto il tutto esaurito sia nei borghi sia nelle aree interne, dando ragione a quelle politiche di delocalizzazione messe in campo dal ministero del Turismo e dal governo Meloni».
Quali sono i primi dati di quest’anno?
«Abbiamo già visto anche nel 2026, soprattutto nel primo trimestre, un incremento rispetto al 2025. Abbiamo avuto dei dati previsionali che danno anche per questa stagione estiva un incremento. Ma soprattutto il dato positivo è quello che vede gli italiani in aumento in vacanza in Italia. Quindi il turismo straniero tiene - con ovviamente i Paesi per noi strategici come Germania, Francia, Svizzera e Spagna in testa - ma con un turismo extraeuropeo che continua a crescere, come gli Stati Uniti e il Canada».
Qual è il dato che l’ha colpita di più?
«Quello dei borghi e delle aree interne che hanno sostenuto il Pil e contribuito per 5 miliardi. Abbiamo avuto più di 100 milioni di presenze soltanto nei piccoli comuni a vocazione turistica, aree interne e, come dicevamo prima, le destinazioni turisticamente meno note. Nel 2025 il turismo ha registrato l’ennesimo record con 476 milioni di presenze. Un record storico che ci vede superare anche la Francia e quindi tallonare per poco la Spagna».
Cos’ha fatto il governo per cercare di tutelare il turismo?
«Col governo Meloni il ministero del Turismo è stato il primo a redigere un piano strategico del turismo interamente fatto dal ministero. Con dei punti strategici come la formazione e l’accessibilità. La digitalizzazione ovviamente è ormai diventata un punto fermo in quelli che sono i nuovi mestieri del turismo, ma soprattutto per quello che può essere in particolare la promozione e la pianificazione turistica sul territorio. E poi c’è l’intelligenza artificiale, che è stata aggiunta in seguito nel piano strategico proprio per l'importanza che ormai riveste per quanto riguarda anche la gestione dei flussi turistici».
E poi, diceva, c’è la formazione...
«Il governo l’ha finanziata inizialmente con 21 milioni di euro e resta centrale perché oggi la qualità dei servizi che realmente può farci vincere la sfida con i Paesi concorrenti nel turismo la si vince con un’adeguata formazione. Più il personale è qualificato, più la nostra offerta turistica sarà superiore alle altre».
Come migliorare quindi la formazione?
«Dobbiamo lavorare per rafforzare anche il rapporto con le università, con gli istituti alberghieri E con i corsi di specializzazione affinché la nostra qualità del servizio sia sempre migliore».
E poi c’è la sostenibilità.
«Uno dei comparti che abbiamo seguito di più è stato quello del turismo all’aria aperta, che è stato adeguatamente sostenuto, valorizzato come forse non era mai stato fatto in passato. E anche questo ha contribuito enormemente a far crescere flussi turistici. Noi sappiamo che alcune nazioni, soprattutto del nord Europa e anche extraeuropee, preferiscono questo modello di turismo. Un turismo spesso all’aria aperta, a contatto con la natura. Un turismo sostenibile che ovviamente in questo momento viene spesso preferito. Abbiamo sostenuto anche il turismo delle ciclovie, quindi il cicloturismo, un altro modello di turismo green».
E poi c’è un grande connubio, tra Italia e enogastronomia...
«Non dimentichiamoci che la cucina italiana è diventata patrimonio immateriale dell’Unesco e questo ovviamente ha dato una spinta in più ad alcune destinazioni nel nostro Paese. Sei turisti su dieci scelgono l’Italia per la cucina e poi a quest’ultima legano altre esperienze che possono essere culturali, religiose e sportive. Ma la cucina resta centrale nella scelta della nostra destinazione e questo è un valore aggiunto sul quale dobbiamo lavorare anche in futuro».
Quali sono le priorità per il governo oggi?
«Bisogna creare una fortissima sinergia tra tutti gli interlocutori e tutta la filiera del turismo. In passato ci sono state grandissime difficoltà proprio nella gestione dei vari livelli di turismo. Ma quest’ultimo parte dalle Pro loco di un piccolissimo territorio e passa per il Comune, per la Regione e per il Ministero. Mettere insieme tutta questa filiera è una grande missione. E poi bisognerebbe tenere maggiormente conto che il turismo oggi incide in modo importante per tre milioni di occupati. Soltanto l’anno scorso abbiamo avuto 500.000 contratti di lavoro a tempo indeterminato in più. Quindi il turismo sta contribuendo al mondo del lavoro, e dobbiamo fare in modo di far crescere ancora di più, dato che in alcuni settori manca ancora personale».
Lei prima ha parlato di delocalizzazione e dell’importanza dei borghi. Ci può anche qui spiegare un po’ meglio gli obiettivi? Perché si è scelta questa strada?
«Come detto, i borghi incidono per oltre 5 miliardi di contributi al Pil. Il turismo nei borghi contribuisce ogni anno non soltanto con quei soldi, ma anche con oltre 2,3 miliardi di euro di entrate fiscali per le casse dello Stato. E quindi la ricaduta occupazionale, soprattutto in questi centri, è superiore ai 90.000 occupati complessivi tra diretti, indiretti e indotto. Nel 2025 i piccoli comuni rappresentano circa il 68% dei comuni italiani che registrano flussi turistici e contribuiscono a circa il 20% delle presenze turistiche complessive. Sono numeri importanti, che possono aiutare economicamente alcune aree del nostro territorio».
Come farlo?
«I borghi, oltre ad essere promossi, devono essere adeguatamente digitalizzati, devono essere raggiungibili e, infine, devono essere promossi. Proprio a partire da queste necessità abbiamo iniziato a lavorare anche sui cammini».
Ci spieghi meglio...
«La riqualificazione dei cammini diventa strategica per attraversare alcuni territori unici. Faccio un esempio su tutti: la Via Lauretana, che unisce Loreto ad Assisi, due città che hanno un grande valore artistico e religioso. Quello era un cammino ormai quasi dimenticato che abbiamo riqualificato e messo a sistema, promuovendolo adeguatamente. Come il cammino di San Francesco, quello di San Benedetto e la Via Francigena. Decisioni che sono state messe in campo per offrire sempre più opportunità al turista che arriva in Italia».
Non di soli cammini o di mare vive l’uomo. Che cosa si è fatto per la montagna?
«Questo settore continua a crescere e questo governo ha investito 480 milioni per la montagna per fare in modo che anche la montagna possa destagionalizzarsi, soprattutto nell’Appennino, e che quindi dia un’offerta di livello che sia legata al wellness, al turismo sportivo, non soltanto d’inverno ma anche d’estate. Questo ovviamente favorisce il lavoro stagionale, facendolo diventare un impiego per tutto l’anno e non soltanto legato ad alcuni mesi dell’anno».
Il governo però ha chiesto anche all’Unione europea di fare qualcosa di più e di creare un fondo ad hoc per il turismo.
«Lo abbiamo chiesto più volte. Io, in prima persona, ho partecipato a diversi meeting europei dove abbiamo chiesto di inserire il turismo all’interno del fondo temporaneo, come si fa anche per altre materie, come l'agricoltura, proprio per poter aiutare in questo momento di difficoltà internazionale alcuni settori del turismo come le agenzie di viaggio e i tour operator. Nello stesso tempo sarebbe opportuno creare un fondo ad hoc, a prescindere dalla situazione che abbiamo nel Golfo, di sostegno urgente al turismo. Perché abbiamo visto che, nel corso degli anni, il turismo può subire contraccolpi legati una volta al Covid e un’altra alle tensioni internazionali».
Continua a leggereRiduci
Kimi Antonelli (Ansa)
È il bimbo che vinse tre volte, il più giovane della storia nel principato. E lo fa come solo il più grande di tutti sapeva farlo, Ayrton Senna; domina dal primo giro, prende a schiaffi avversari e destino impiccione, guarda nello specchietto retrovisore l’intero circo della F1 che arranca incapace di tenergli la scia.
Quella di Montecarlo è una cavalcata, è una sinfonia, è il punto esclamativo su una sensazione: abbiamo visto nascere un genio italiano. Lui, cresciuto nell’Emilia dei motori, lasciato andare al suo destino lontano da Maranello da quel talent scout al contrario che si chiama John Elkann. Nel momento della decisione, il numero uno della Rossa ha preferito ingaggiare Hamilton per 50 milioni piuttosto che bloccare per 4 il ragazzo della porta accanto. Una scelta di marketing. Un califfo.
A 19 anni Andrea Antonelli da Bologna si mette la mano sul cuore ascoltando l’inno di Mameli, avvolto nel tricolore. L’ultima volta era risuonato da queste parti per un pilota italiano 22 anni fa con Jarno Trulli. E Kimi non era ancora nato. Per riascoltare la penultima serve una musicassetta: Riccardo Patrese 44 anni fa. Sorriso pulito come la guida, sguardo da imbucato «che ci faccio qui?», Antonelli ha fatto il vuoto ma non sembra sorpreso: «È solo un grande momento». Fa il timido anche se in gara mostra tutt’altro: la precisione di Alain Prost, il piede pesante di Jacques Villeneuve, la cattiveria da cannibale di quell’Ayrton che lui celebra in ogni gran premio con il numero 12 sulla sua Mercedes.
Cinque vittorie nelle ultime sei gare, in testa al Mondiale con 156 punti, 66 di vantaggio su nonno Hamilton e 68 sul compagno George Russel che in teoria sarebbe la prima guida della squadra tedesca. Lui galoppa, gli altri camminano. Anche perché lui cavalca un’astronave perfetta, gli altri macchine normali e qualche camion. È ciò che pensa Charles Leclerc della sua Ferrari, che lo tradisce mandandolo contro il muro quando è terzo. Alla fine è furibondo: «Fottuti freni. Non sono uno che si nasconde dietro scuse e più volte mi sono preso la fottuta colpa anche quando c’erano piccole cose non ottimali. In più mi hanno richiamato ai box quando dovevo rimanere in pista».
Leclerc è una furia rossa, non riesce a calmarsi, in casa sua pensava di salire almeno sul podio. «Ho appena toccato il freno, è una pressione che non si può neppure definire “frenare”. Quello dietro come se non ci fosse, quello davanti ti dà il doppio della coppia. E questo perché la temperatura non è giusta. Qui ci sarà da parlare». Nero come lui è Max Verstappen, per un giorno niente Superman: il motore lo tradisce alla partenza, mai stato in gara.
Ben diverso il clima in casa Antonelli. Il baby è raggiante ma con i piedi piantati per terra. «È stata una gara incredibile ma tutto il weekend è stato grandioso grazie al lavoro del team. Il passo era formidabile, è venuto tutto naturale. Ma dobbiamo stare calmi, non c’è nulla di finito, bisogna alzare l’asticella e continuare a spingere. Non volevo ripartire dopo la bandiera rossa, ma è andata bene». Quello è stato un momento difficile, frustrante, da vivere in presa diretta. Lui sta galoppando verso il trionfo con un vantaggio da toast e birretta. Li ha già messi in fila tutti quando, a dieci giri dalla fine, prima l’incidente di Lance Stroll, poi quello di Leclerc rimettono in gioco la vittoria.
Gruppone e i primi due quasi appaiati dopo due ore di battaglia. Allora Kimi ricorda ciò che Toto Wolff, patron della Mercedes e suo padre putativo in pista, gli aveva detto al via per esorcizzare la voglia di strafare. «Ragazzo devi solo partire pulito, qui non c’è bisogno di fare qualcosa di magico». Ma l’attesa è snervante, mentre gli addetti aprono un cantiere surreale stile tangenziale per rattoppare in tutta fretta l’asfalto danneggiato nel punto d’uscita della Ferrari. Al secondo via Antonelli brucia di nuovo Hamilton e va, imprendibile nel vento, mentre il sette volte campione del mondo (chiuderà a oltre sei secondi) già pensa al premio di consolazione di Kim Kardashian in una suite dell’Hotel de Paris.
È nata una stella, questa è la conferma nella gara più psichiatrica del Pianeta. Dove al primo errore sei fuori, dove se non hai cuore non vedi mai il traguardo. Antonelli ha una cassetta degli attrezzi immensa e dopo Montecarlo l’orizzonte infinito dipende da lui. Ora il Mondiale italiano non è più una parola da esorcizzare ma un obiettivo da raggiungere. In faccia anche alla Ferrari che poteva essere sua. Ma Elkann ha preferito il vecchio cimelio con i dreadlock e il progetto perdente della saponetta elettrica. Come dice Leclerc, ci sarà da parlare.
Continua a leggereRiduci
Riccardo Molinari (Ansa)
«L’Europa parla solo di armi, e intanto ci condanna alla dipendenza industriale dagli altri Paesi. Solo il nucleare può garantire la sicurezza energetica del Paese e la sopravvivenza delle famiglie italiane».
Riccardo Molinari, capogruppo della Lega alla Camera, rilancia la necessità di uno scostamento di bilancio per affrontare l’impennata dei prezzi energetici: «Non escludiamo tasse sui profitti delle banche e delle aziende di energia, che macinano utili mentre gli italiani arrancano». E sullo scontro interno alla Lega con il governatore Zaia: «Vedrete, marceremo compatti. Vannacci? Mai più con lui. Uno che inneggia alla Decima Mas è incompatibile con la Lega».
L’Unione europea ha detto sì alla richiesta dell’Italia di avere maggiore flessibilità di bilancio per far fronte alla crisi energetica. Ma non si tratta esattamente di un assegno in bianco.
«Questa apertura rappresenta un successo della Lega e del ministro Giorgetti. Certamente non basta e non risolve i nostri problemi, perché riguarda soltanto gli investimenti in energie rinnovabili, un po’ come il Pnrr. Abbiamo bisogno di una deroga sulla spesa corrente, per affrontare il caro energia che travolge famiglie e aziende».
Dunque?
«L’Europa insiste con la sua visione ideologica. L’Italia dipende energeticamente da Paesi terzi, e pensare di risolvere tutto con le rinnovabili significa prendere in giro i cittadini. Una potenza industriale come la nostra non ci permette di sostituire l’energia fossile con il green. Per questo dobbiamo sperimentare il nucleare».
La sicurezza energetica passa da lì?
«Aver approvato il disegno di legge delega sul nucleare non vuol dire che domani avremo le centrali. Ma stiamo lavorando per essere più autonomi, con bollette più basse nei prossimi anni. È una tecnologia nuova, più sicura, un modello completamente diverso dal passato».
Non teme un referendum sul nucleare?
«Spiegheremo i benefici di questa tecnologia. Si aprirà un dibattito serio. Abbiamo i migliori ingegneri e fisici, le migliori aziende del settore, che vanno in giro per il mondo a costruire centrali nucleari. Bisogna utilizzare queste grandi professionalità al servizio del Paese».
L’opposizione farà le barricate?
«Viste le posizioni della sinistra estrema, una cosa è certa: se vince il campo largo, dimentichiamoci la sicurezza energetica. Bloccheranno il nucleare, e ci renderanno ancora più dipendenti da altri Paesi per gas, petrolio ed energia elettrica prodotta col nucleare».
Le rinnovabili dunque non sono la cura?
«I dati europei sul calo della produzione industriale sono drammatici proprio per colpa delle politiche green, che ci hanno reso dipendenti dalle altre potenze. Abbiamo appaltato all’estero la produzione di materiali fondamentali. Ci sorprendiamo perché il settore degli elettrodomestici si trasferisce in Turchia, ma è perché da quelle parti non hanno i vincoli ambientali che abbiamo noi. Per non parlare dell’automotive, che ci vede succubi della Cina. C’è una volontà di affossare l’industria europea, e adesso anche Confindustria ci dà ragione».
Si cerca l’autonomia europea nel campo della difesa militare, ma non nell’industria?
«Sì, ed è un atteggiamento schizofrenico. Si mette l’accento sugli armamenti solo per spingerci lontano dagli Stati Uniti. E invece il legame con gli Usa deve restare solido, perché se devo decidere da che parte stare, non ho dubbi. Preferisco dipendere dagli Stati Uniti piuttosto che dai cinesi. Per questo, è stato un bene che il premier Meloni non abbia partecipato al vertice con Starmer, Macron e Merz».
E il gas russo?
«Se lo acquistano Macron e Sánchez, non si capisce perché non dovremmo farlo noi. Ungheria e Slovacchia non hanno mai interrotto il flusso. L’obiettivo dev’essere quello di diversificare, per evitare gli shock».
Salvini ha palesato la possibilità di una tassa sui profitti delle banche. Possiamo confermare che vi batterete per questo?
«In questi quattro anni grazie al ministro Giorgetti abbiamo, come Paese, recuperato credibilità finanziaria, lo spread si è ridotto, paghiamo meno interessi sul debito e siamo quasi fuori dalla procedura d’infrazione. Per questo stiamo cercando una mediazione con l’Ue per avere l’autorizzazione a derogare al patto di stabilità potendo spendere così per tagliare i costi delle bollette e dei carburanti, ma se non arriverà l’autorizzazione saremo costretti a farlo lo stesso. Se dobbiamo trovare le risorse, anche un’eventuale tassazione degli utili delle banche dev’essere messa all’ordine del giorno. Stesso discorso per le società energetiche».
Il governo ha dato il via libera al decreto legge per l’ attuazione del Patto europeo su migrazione e asilo. Adesso si attendono le norme sul blocco navale.
«Intanto ricordiamo che, grazie al mix di leggi che abbiamo messo in campo nel tempo, abbiamo ridotto del 60% gli sbarchi dei clandestini. Gli accordi con i Paesi di partenza, in particolare la Tunisia e la Libia, hanno drasticamente ridotto i flussi da quei Paesi, anche se sono stati duramente contrastati dalla sinistra, ma alla fine funzionano. E all’interno dei confini, abbiamo affrontato il problema “maranza” dando più poteri a polizia e magistratura, e a Milano secondo la questura sono cresciuti del 40% gli arresti di minorenni. Continueremo su questa linea».
L’omicidio di Henry Nowak ha fatto esplodere scontri in Inghilterra. Qual è il messaggio secondo lei?
«Ci vedo il solito doppiopesismo, il razzismo al contrario, una tendenza che si vede anche in Italia. Ogni volta che un reato è commesso da uno straniero, parte il giustificazionismo. E chi non è d’accordo è tacciato di razzismo, non si vuole guardare in faccia la realtà. Basta guardare la popolazione carceraria del nostro Paese, per metà composta da stranieri: è evidente che esiste un problema di mancata integrazione e di devianza in alcune comunità».
La Lega diventerà un partito sul modello bavarese, come chiede Luca Zaia?
«Questo non posso saperlo, è una decisione che dovrà prendere il segretario, immagino che avremo modo di parlarne, magari non sui giornali ma nelle sedi di partito. Troppe chiacchiere a mezzo stampa sulle dinamiche interne non fanno bene al movimento».
Una ventata di federalismo interno può essere salutare per la Lega?
«La Lega è nata per rappresentare le esigenze del Nord, è nata al Nord e deve continuare a valorizzare quello che è uno dei suoi asset più forti: il radicamento territoriale, la difesa dagli assalti dello Stato centrale. È quello che ci differenzia da tutti gli altri partiti, essere il sindacato del territorio, il partito degli amministratori, il partito dei ceti produttivi, dei lavoratori. È quello il nostro punto di forza, al di là delle alchimie organizzative del partito».
Il summit leghista di Treviso, tra qualche settimana, sarà una resa dei conti con l’ex governatore del Veneto, oppure immagina già un compromesso?
«Non esiste alcuna resa dei conti da fare con Zaia, Luca è uno degli uomini di punta della Lega e va valorizzato, non contrastato, il merito dello straordinario risultato in Veneto di pochi mesi fa è soprattutto suo. Per il resto credo che i dirigenti della Lega debbano avere tutti quanti ben presente una cosa: in questo partito si è sempre discusso sulla linea politica, nelle sedi opportune, salvo poi marciare sempre compatti. Se questo vale nei momenti in cui le cose vanno bene, deve valere soprattutto nei momenti di difficoltà. Partendo da un vantaggio, in vista delle prossime politiche: la classe dirigente di questo partito, i dirigenti, gli amministratori, sono i migliori in assoluto».
Come farete a disinnescare l’ascesa di Vannacci, quotato intorno al 4%?
«La Lega non ha bisogno di ragionamenti su come arginare Vannacci. Anzi, la sua uscita dalle nostre file ha fatto chiarezza sulla linea politica del partito. Su di lui ho sempre avuto un’opinione chiara, mentre altri gli stendevano i tappeti rossi: Vannacci porta un messaggio antitetico ai valori storici della Lega».
Quindi?
«Quindi chi in questi giorni sta lasciando la Lega per inseguire Vannacci – e non sono così tanti – evidentemente si trovava nel posto sbagliato fin dal principio. Insomma, per noi è l’occasione per ricordare chi siamo: non un partito di estrema destra nazionalista, ma un partito federalista, autonomista, presente nei territori, che mantiene alta l’attenzione soprattutto sul nord del Paese».
Dunque possiamo dire «mai con Vannacci», oppure, in qualche modo, bisognerà tenere i rapporti con lui e cercare di inglobare anche quel mondo? «Nessun nemico a destra»?
«Per quanto mi riguarda, non può esserci alcuna apertura per chi tradisce un partito che gli ha dato tutto. Ma al di là di questo, c’è l’ostacolo politico: il programma di Vannacci, uno che inneggia alla Decima Mas, è incompatibile con la Lega. Sono due mondi che non si toccano».
Continua a leggereRiduci
John Bolton (Ansa)
Putin rifiuta l’incontro con Zelensky. La possibilità di trovare un accordo è ancora lontana?
«Penso, come hanno dichiarato molti analisti, che l’Ucraina in questo momento sia in vantaggio. Allo stesso tempo, però, tutto ciò non è sufficiente per cambiare radicalmente la natura del conflitto. Putin è stato probabilmente avvisato dai suoi militari del fatto che le forze ucraine non si sarebbero sgretolate entro l’estate come sosteneva il leader del Cremlino, anzi. Come ho detto, gli ucraini stanno combattendo molto bene e l’attacco a San Pietroburgo con l’invasione nel territorio avversario ne è la prova. Quindi, a un certo punto, Putin deve capire e ammettere che la guerra non sta andando come pensava. Sono ormai passati quattro anni ed è da due che Putin dovrebbe aver imparato il da farsi. Non è immaginabile che la sua propaganda della vittoria russa dietro l’angolo possa durare all’infinito. Non lo è, non è così. Quindi questo potrebbe far scoppiare presto un incendio a Mosca: forse Putin troverà un modo per spegnere l’incendio e trarre comunque credibilità dal conflitto per ricostruire l’economia e l’esercito. Ma questo non significa che la guerra sia finita. Il leader del Cremlino cerca di ricostruire l’impero russo. L’ha detto nel 2005. Temo ci speri ancora, e con lui molti russi. Possedere il 20% di Ucraina non è il suo obbiettivo. Lui vuole tutta l’Ucraina».
E quindi, Putin sta bluffando? O potrebbe esserci una tregua temporanea?
«La storia potrebbe ripetersi, come nel 2014 dopo l’invasione della Crimea, la guerra potrebbe durare ancora molti anni, tra alti e bassi. Può darsi possano esserci dei negoziati, ma temo che Putin non voglia ancora davvero trattare e chiudere la partita».
Anche il braccio di ferro tra Usa e Iran sembra non finire mai. L’Iran ha recentemente interrotto i negoziati con gli Usa: che interesse avrebbero gli ayatollah nel porre fine alla guerra?
«Allora, penso che al momento il regime stia guadagnando tempo. Credono che la loro determinazione sia più forte di quella di Trump. E pensano che Trump farà marcia indietro per ottenere un accordo che apra lo Stretto di Hormuz. Così il prezzo internazionale del petrolio scenderà e quindi il prezzo della benzina alla pompa negli Stati Uniti si abbasserà di conseguenza. Il tempo è dalla parte dell’Iran, anche se gli iraniani sono gravemente danneggiati dal blocco americano del loro petrolio. Credono che ci sia più pressione su Trump che su di loro. E comunque, si potrebbe arrivare a un accordo che alla fine apra lo Stretto di Hormuz. Ma anche senza sapere quali sarebbero i termini, ne beneficerà il regime in Iran più di quanto ne beneficerà Trump. E gli iraniani non si preoccupano della situazione economica del loro popolo. Si preoccupano della sopravvivenza del regime. Questo è il loro obiettivo primario».
Voglio parlare anche degli attacchi in Libano: il premier israeliano Netanyahu sta giocando la sua partita a scapito degli Usa?
«Gli iraniani credono di poter fare pressione su Trump perché faccia pressione su Netanyahu, così da fermare la guerra in Libano contro Hezbollah. Ogni giorno che gli israeliani attaccano Hezbollah e lo affondano, affondano anche l’Iran, questo è chiaro a tutti. E Trump non la vede così: sta iniziando a percepire gli israeliani come un ostacolo per raggiungere il suo accordo con l’Iran. Gli iraniani lo sanno. E quindi Teheran sta usando Trump come se fosse un proprio agente per fermare gli attacchi israeliani. Ora, non è ben chiaro cosa sia successo in Libano: Trump ha detto in un post sui social media che le forze israeliane stavano andando verso Beirut. Ma in realtà non ci sarebbero mai state forze israeliane che andavano verso Beirut. C’era stato un attacco aereo sulle postazioni di Hezbollah. Ma fino a oggi, le operazioni israeliane nel sud di Libano continuano, anche se non c’è un attacco di terra nei sobborghi di Beirut».
Ma cosa ne pensa della media di due post all’ora sui social di Trump? Un modo di fare comunicazione politica in tempo di guerra?
«Trump usa i social tutto il tempo, come tutti sanno. Non penso che sia un buon metodo per gestire gli affari internazionali. A volte stare in silenzio è la cosa migliore da fare. Ma questo è contro il Dna di Trump. Non può stopparsi, darsi un freno e provare a non parlare».
Tornando alla guerra: faccio una sintesi, mi dica se è corretta: gli Stati Uniti sono contro Teheran. Israele è contro il Libano. Troppo semplicistica?
«Penso che i due conflitti siano collegati, non importa come la si guardi. Se fossi al posto di Trump direi a Netanyahu di fare ciò che vuole con Hezbollah. E poi direi agli ayatollah che non si devono preoccupare di ridurre il proprio programma nucleare, tanto finché sarà così Netanyahu continuerà a fare ciò che vuole. Ma Trump non pensa in termini strategici. Non pensa in prospettiva, ma ragiona soltanto su ciò che sta davanti alla sua faccia. E in questo momento stiamo perdendo, anche dal punto di vista economico».
Cosa pensa l’opinione pubblica negli Stati Uniti del presidente Trump in merito alla sua condotta e alle guerre?
«Il suo consenso è in forte declino. E la preoccupazione degli americani per l’economia è aumentata, anzi aumenta giorno dopo giorno. È per questo che i repubblicani in Congresso e in vista delle elezioni sono così preoccupati: perché se il prezzo del petrolio non diminuisce, se l’effetto dei prezzi del gas sui cibi e sugli altri beni di prima necessità non migliora, allora sarà molto dura per loro vincere a novembre».
L’incontro di Trump con Xi Jinping a Pechino è da considerarsi un successo?
«In questo momento è chiaro che quell’incontro non ha portato a nulla. In apparenza Trump ha ottenuto una grande accoglienza, che è ciò che voleva. Ha ricevuto un benvenuto molto caloroso, così come quando era già andato nel 2017. Ma in termini di risultati tangibili, no. Il risultato più evidente finora è che Trump ha descritto la vendita di armi da 14 miliardi di dollari degli Stati Uniti a Taiwan come un’ottima moneta di scambio: e questo è stato un grande shock per le persone a Taiwan e un grande shock per molte persone del Congresso che pensano, invece, che sia importante vendere le armi a Taiwan e proteggere l’isola. Non stiamo regalando le armi, tra l’altro, ma le stiamo vendendo. Ed è importante offrire armi in modo che possano servire come deterrente contro l’aggressione cinese, è ovvio. Certo è che Trump ha ottenuto l’attenzione di tutti su Taiwan».
Ma per distogliere l’attenzione dal pantano Iran, invece, non c’è il rischio che Trump attacchi Cuba?
«Trovo ci sia molta speculazione su questo aspetto. Ma dobbiamo ammettere che esistono una serie di attacchi che sembrano essere sempre più vicini. Non penso che quello a Cuba sia probabile: il regime cubano è stato un fallimento, è vero. La pressione sull’economia per tagliare l’acquisto di petrolio è forte ma le persone dovrebbero ricordarsi che c’è una grande comunità cubana in Florida, e anche nel resto del Paese. Il governo non vuole un accordo con il regime, vuole che il regime si sottometta e basta. E alla Casa Bianca credono, avendo parlato con i giovani sull’isola che non hanno mai vissuto sotto altri governi, che i cubani siano molto insoddisfatti. Quindi vedono un’altissima opposizione al regime, un po’ come se i cubani chiedessero agli Stati Uniti di intervenire. E abbiamo il primo segretario di Stato cubano Marco Rubio, che ascolta le sue radici».
Ma ci sarebbe differenza tra un blitz a Cuba e l’attacco di gennaio in Venezuela?
«Per gli americani Cuba è ̀ diversa da tutto il resto del mondo. Ogni bambino a scuola impara che cosa c’è a pochi chilometri dalle nostre spiagge e non bisogna ricordare la guerra fredda per sapere che Cuba fa parte della storia degli Stati Uniti. Quindi ci sono molte persone con amici e parenti lì: è quasi come se fosse un Paese europeo, l’Irlanda, l’Italia o qualsiasi altra nazione che abbia discendenti negli Stati Uniti. E questa relazione rende diversa Cuba dal Venezuela, dall’Iran o da qualunque altro luogo e obiettivo militare».
Continua a leggereRiduci