True
2021-01-12
Chiusure a casaccio. E il virus se ne frega
Ansa
Prima o poi bisognerà scrivere un saggio di scienza politica dedicato al governo giallorosso e alle sue mirabili innovazioni. Pur inabili a tutto, gli attuali detentori del potere sono riusciti a inventare una nuova e inedita forma di oppressione: l'autoritarismo a puntate. Proibiscono, censurano e segregano, ma un poco alla volta. Come un carnefice che, invece di martoriarti con cento frustate in un giorno ti sfinisca con una staffilata al dì per cento giorni di fila. Piccolo esercizio di memoria. In estate, Giuseppe Conte ripeteva che l'Italia non avrebbe chiuso mai più. E infatti, nel giro di poche settimane, ha richiuso di nuovo benché appena più blandamente. «Colpa degli infami che sono andati in discoteca!», gridavano politici e giornalisti in coro. Discoteche e vacanze non c'entravano nulla, ma non contava: l'importante era scaricare la croce sulle spalle dei negazionisti veri e soprattutto presunti e dei famigerati «irresponsabili».
In ottobre, assieme alla serrata, ecco la nuova promessa: «Se riusciremo a tenere sotto controllo la curva epidemiologica», disse Conte, «dopo novembre le restrizioni potrebbero essere allentate. A dicembre potremmo tornare a respirare». E aggiunse: meglio limitare le libertà subito per poi godersi in pace il Natale. Giunto novembre, però, di riaperture nemmeno l'ombra. Vennero introdotte le zone colorate, con la promessa che - grazie al nuovo metodo scientifico - non ci sarebbe stata discrezionalità: avrebbero chiuso solo le regioni in chiara violazione dei parametri cristallini. Per l'ennesima volta gli italiani hanno tirato il freno e ingoiato il rospo, sono tornati a sedersi in salotto attendendo di poter uscire un po' per le feste.
Come è andata a finire? Ovvio: di apertura per le feste manco a parlarne. Giusto qualche giorno prima di Natale si è potuto godere di un pizzico di libertà di movimento in più, onde svuotarsi il portafogli con lo shopping. Una boccata d'aria costata cara, perché non appena i cittadini hanno messo piede fuori di casa son partite le rampogne: «La gente esce, che schifo! Imbecilli, vogliono fare come con le discoteche in estate!». Esatto: Conte ha invitato gli italiani a fare spese, e non appena questi hanno obbedito, sono stati trattati da untori. Risultato: Natale barricato, Capodanno fantozzianamente anticipato, coprifuoco e zone rosse a tappeto. E qui viene davvero il bello. Perché dopo tutto questo, tornano a dirci che la situazione non è migliorata. Affermano che bisogna richiudere e occorre preparasi a settimane di sacrifici. Peggio: poiché il quadro è drammatico, il governo ha deciso di modificare il meccanismo dei colori. Se non fosse atroce, ci sarebbe da ridere. Prima hanno imposto il semaforo sostenendo che avrebbe posto fine a ogni polemica, basando ogni restrizione sui numeri e non sulle valutazioni politiche: regole trasparenti, insomma. Poi ci hanno assicurato che questo sistema funzionava perfettamente e stava portando risultati, dunque andava mantenuto. Ma oggi, guarda un po', ci spiegano che bisogna cambiare le regole. Come fanno i bambini capricciosi: non riesco a vincere giocando con gli amici? Allora modifico il regolamento. Il punto è che le allucinanti restrizioni imposte finora non hanno prodotto alcun effetto positivo. I contagi restano, i morti pure (con qualche variazione) e non c'è rosso o arancione che tenga: il semaforo è un fallimento. Anche perché ogni volta che il quadro pare migliorare i parametri vengono modificati e si torna punto e a capo: il supplizio di Tantalo in versione sanitaria.
Gli unici risultati che le zone producono sono negativi: ammazzano l'economia, distruggono il morale della popolazione, rovinano la vita a milioni di persone, colpiscono i ragazzi che non riescono a tornare a scuola. Creano il caos e gettano tutti nella confusione più totale. Ci si sveglia la mattina e prima di capire in che diamine di colore ci si trovi e che cavolo si possa o non si possa fare bisogna consultare gli oracoli. A tutto ciò si aggiunge l'odiosa sensazione di essere presi per i fondelli. Persino Agostino Miozzo, capo del Cts, dice che non resta che rassegnarsi a convivere con il virus. Eppure il governo insiste a imporre chiusure inutili e arbitrarie. Su quali studi si basano? Su quali modelli e quali piani testati a livello internazionale? Nessuno sa dirlo. In compenso, Giuseppe e soci sono bravissimi a trovare colpevoli. È facile: nel mirino ci sono sempre gli italiani irresponsabili e riottosi. Ieri il Corriere della Sera dedicava il titolone di prima pagina alla «movida». A quanto pare serve una «linea dura» contro i criminali che si ostinano a far bisboccia in giro. Basta qualche foto scattata a Lucca e mezzo video registrato a Catania per far ripartire la caccia alle streghe. Davvero questi pensano che siamo tutti scemi. Abbiamo vissuto il Natale e il Capodanno blindati; non ci si può manco sedere al bar per un caffè; nel tardo pomeriggio cala la mannaia e ci vengono a parlare di movida? Dopo tutte le castronerie che hanno collezionato vengono a dirci che il problema sono i ristoratori che tentano di sopravvivere facendo asporto dopo le 18? Qui viene il sospetto che l'unica movida la facciano a Roma, esagerando con il gin prima delle conferenze stampa. Se il premier e i suoi bevessero, per lo meno avrebbero una scusa. Il guaio è che purtroppo l'alcol non c'entra. L'unico motivo per cui ci impediscono di tornare alla vita è che, se smettessero di tenerci prigionieri, i giallorossi non potrebbero più restare al loro posto. Se l'Italia è in emergenza non si può certo tornare a votare. Se la colpa di tutto è degli italiani che folleggiano, di sicuro non si può cambiare il timoniere.
Ecco la realtà: si manda a processo Salvini per aver tenuto qualche centinaio di persone ferme su una nave vicino alla costa e il governo sequestra una nazione pur di salvarsi le chiappe. Non siamo noi a dover stare reclusi: sono loro che vanno internati.
L’ultima mazzata ai commercianti. Per i baristi asporto vietato
Linea dura su spostamenti e movida, confermata la norma sui due ospiti a casa, chiusi cinema, teatri, palestre e piscine, in forse la fascia arancione per tutti nei fine settimana. Non passa però, nel vertice con gli enti locali per il nuovo dpcm anti Covid «l'incidenza settimanale», ossia il rapporto tra positivi e abitanti, in particolare 250 contagi settimanali su 100.000 abitanti, che avrebbe fatto scattare il lockdown regionale, come aveva proposto l'Istituto superiore di sanità. Quindi niente zone rosse automatiche perché, come fatto notare dallo spesso presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ci sarebbe stato un effetto disincentivante sulla politica di testing tramite tamponi, ossia, meno tamponi per trovare meno positivi. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha anticipato che sarà mantenuto il modello delle fasce e che sarà confermato l'abbassamento della soglia dell'Rt: con 1 si va in arancione e con 1,25 in zona rossa. Il testo del dpcm, che durerà un mese o 45 giorni, ancora non c'è e non arriverà prima di giovedì, ma intanto ieri c'è stato il confronto tra governo e Regioni per definire le norme che entreranno in vigore sabato prossimo, 16 gennaio. Mercoledì, infatti, sarà Speranza ad illustrare in Parlamento le nuove misure anti Covid del dpcm e ad annunciare la proroga dello stato di emergenza, che scadrà il 31 gennaio, per altri 3 mesi. E ieri il premier Giuseppe Conte è andato giù duro: «Sta arrivando un'impennata dei contagi, dopo Gran Bretagna, Irlanda Germania, sta arrivando anche da noi e non sarà facile, dobbiamo fare ancora dei sacrifici».
E allora, tra le ipotesi al vaglio del governo c'è la possibile conferma della zona gialla rinforzata che vieta gli spostamenti tra Regioni; visite (una in un giorno) a parenti ed amici massimo in 2, senza contare i minorenni, come accaduto durante le feste natalizie; conferma del divieto di asporto di cibi e bevande dai bar dopo le 18 per impedire aperitivi improvvisati in strada; in forse, per ora i week end arancioni. Consentita solo la consegna a domicilio. Una misura che non riguarderà i ristoranti. Speranza pensa però di «facilitare ancora l'ingresso in arancione provando a lavorare sull'indice di rischio e non su Rt. In questa fase di recrudescenza qualora si sia in rischio alto (valutato in base ai 21 parametri) si potrebbe andare automaticamente in arancione. Quadro epidemiologico molto complesso».
L'ultima novità del provvedimento potrebbe essere l'introduzione di una quarta fascia di colore, ovvero la zona bianca che scatterebbe per quei territori che hanno un indice di contagio pari allo 0,50, aree in cui di fatto si tornerebbe alla normalità anche se con i numeri attuali sarà difficilmente raggiungibile da qualsiasi regione prima di febbraio o marzo. Nel dpcm saranno confermate le altre regole che già conosciamo: coprifuoco dalle ore 22, chiusure di palestre e piscine, il 18 gennaio non riapriranno gli impianti da sci come era stato ipotizzato, chiusi cinema e teatri mentre i musei potrebbero riaprire ma soltanto nelle regioni gialle. Anche se durante la riunione si è riscontrata una generale condivisione del «rigore» del nuovo dpcm, con alcuni governatori come Vincenzo De Luca, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga che hanno proposto l'idea di una zona arancione nazionale, ci sarà comunque un nuovo incontro giovedì per limare il testo, anche perché la stretta anti movida, con il divieto di asporto dopo le 18 per i bar, non piace al presidente della Liguria Giovanni Toti: «Queste attività, pur potendo continuare con le consegne a domicilio, rischiano di essere penalizzate ancora di più, dopo aver già subito pesanti restrizioni». Ma il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, presente al vertice, ha garantito «ristori per tutte le attività che rimarranno chiuse».
Continua a leggereRiduci
L'esecutivo cambia ancora i criteri per le restrizioni e si mette a combattere una fantomatica «movida». Ormai le regole imposte da Giuseppe Conte sfuggono a qualsiasi logica che non sia il mero mantenimento del potereNel prossimo dpcm di Giuseppi prevista un'altra ondata di chiusure indiscriminateLo speciale contiene due articoliPrima o poi bisognerà scrivere un saggio di scienza politica dedicato al governo giallorosso e alle sue mirabili innovazioni. Pur inabili a tutto, gli attuali detentori del potere sono riusciti a inventare una nuova e inedita forma di oppressione: l'autoritarismo a puntate. Proibiscono, censurano e segregano, ma un poco alla volta. Come un carnefice che, invece di martoriarti con cento frustate in un giorno ti sfinisca con una staffilata al dì per cento giorni di fila. Piccolo esercizio di memoria. In estate, Giuseppe Conte ripeteva che l'Italia non avrebbe chiuso mai più. E infatti, nel giro di poche settimane, ha richiuso di nuovo benché appena più blandamente. «Colpa degli infami che sono andati in discoteca!», gridavano politici e giornalisti in coro. Discoteche e vacanze non c'entravano nulla, ma non contava: l'importante era scaricare la croce sulle spalle dei negazionisti veri e soprattutto presunti e dei famigerati «irresponsabili». In ottobre, assieme alla serrata, ecco la nuova promessa: «Se riusciremo a tenere sotto controllo la curva epidemiologica», disse Conte, «dopo novembre le restrizioni potrebbero essere allentate. A dicembre potremmo tornare a respirare». E aggiunse: meglio limitare le libertà subito per poi godersi in pace il Natale. Giunto novembre, però, di riaperture nemmeno l'ombra. Vennero introdotte le zone colorate, con la promessa che - grazie al nuovo metodo scientifico - non ci sarebbe stata discrezionalità: avrebbero chiuso solo le regioni in chiara violazione dei parametri cristallini. Per l'ennesima volta gli italiani hanno tirato il freno e ingoiato il rospo, sono tornati a sedersi in salotto attendendo di poter uscire un po' per le feste.Come è andata a finire? Ovvio: di apertura per le feste manco a parlarne. Giusto qualche giorno prima di Natale si è potuto godere di un pizzico di libertà di movimento in più, onde svuotarsi il portafogli con lo shopping. Una boccata d'aria costata cara, perché non appena i cittadini hanno messo piede fuori di casa son partite le rampogne: «La gente esce, che schifo! Imbecilli, vogliono fare come con le discoteche in estate!». Esatto: Conte ha invitato gli italiani a fare spese, e non appena questi hanno obbedito, sono stati trattati da untori. Risultato: Natale barricato, Capodanno fantozzianamente anticipato, coprifuoco e zone rosse a tappeto. E qui viene davvero il bello. Perché dopo tutto questo, tornano a dirci che la situazione non è migliorata. Affermano che bisogna richiudere e occorre preparasi a settimane di sacrifici. Peggio: poiché il quadro è drammatico, il governo ha deciso di modificare il meccanismo dei colori. Se non fosse atroce, ci sarebbe da ridere. Prima hanno imposto il semaforo sostenendo che avrebbe posto fine a ogni polemica, basando ogni restrizione sui numeri e non sulle valutazioni politiche: regole trasparenti, insomma. Poi ci hanno assicurato che questo sistema funzionava perfettamente e stava portando risultati, dunque andava mantenuto. Ma oggi, guarda un po', ci spiegano che bisogna cambiare le regole. Come fanno i bambini capricciosi: non riesco a vincere giocando con gli amici? Allora modifico il regolamento. Il punto è che le allucinanti restrizioni imposte finora non hanno prodotto alcun effetto positivo. I contagi restano, i morti pure (con qualche variazione) e non c'è rosso o arancione che tenga: il semaforo è un fallimento. Anche perché ogni volta che il quadro pare migliorare i parametri vengono modificati e si torna punto e a capo: il supplizio di Tantalo in versione sanitaria. Gli unici risultati che le zone producono sono negativi: ammazzano l'economia, distruggono il morale della popolazione, rovinano la vita a milioni di persone, colpiscono i ragazzi che non riescono a tornare a scuola. Creano il caos e gettano tutti nella confusione più totale. Ci si sveglia la mattina e prima di capire in che diamine di colore ci si trovi e che cavolo si possa o non si possa fare bisogna consultare gli oracoli. A tutto ciò si aggiunge l'odiosa sensazione di essere presi per i fondelli. Persino Agostino Miozzo, capo del Cts, dice che non resta che rassegnarsi a convivere con il virus. Eppure il governo insiste a imporre chiusure inutili e arbitrarie. Su quali studi si basano? Su quali modelli e quali piani testati a livello internazionale? Nessuno sa dirlo. In compenso, Giuseppe e soci sono bravissimi a trovare colpevoli. È facile: nel mirino ci sono sempre gli italiani irresponsabili e riottosi. Ieri il Corriere della Sera dedicava il titolone di prima pagina alla «movida». A quanto pare serve una «linea dura» contro i criminali che si ostinano a far bisboccia in giro. Basta qualche foto scattata a Lucca e mezzo video registrato a Catania per far ripartire la caccia alle streghe. Davvero questi pensano che siamo tutti scemi. Abbiamo vissuto il Natale e il Capodanno blindati; non ci si può manco sedere al bar per un caffè; nel tardo pomeriggio cala la mannaia e ci vengono a parlare di movida? Dopo tutte le castronerie che hanno collezionato vengono a dirci che il problema sono i ristoratori che tentano di sopravvivere facendo asporto dopo le 18? Qui viene il sospetto che l'unica movida la facciano a Roma, esagerando con il gin prima delle conferenze stampa. Se il premier e i suoi bevessero, per lo meno avrebbero una scusa. Il guaio è che purtroppo l'alcol non c'entra. L'unico motivo per cui ci impediscono di tornare alla vita è che, se smettessero di tenerci prigionieri, i giallorossi non potrebbero più restare al loro posto. Se l'Italia è in emergenza non si può certo tornare a votare. Se la colpa di tutto è degli italiani che folleggiano, di sicuro non si può cambiare il timoniere.Ecco la realtà: si manda a processo Salvini per aver tenuto qualche centinaio di persone ferme su una nave vicino alla costa e il governo sequestra una nazione pur di salvarsi le chiappe. Non siamo noi a dover stare reclusi: sono loro che vanno internati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-conosce-una-sola-strategia-colpevolizzarci-per-tenerci-rinchiusi-2649879340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lultima-mazzata-ai-commercianti-per-i-baristi-asporto-vietato" data-post-id="2649879340" data-published-at="1610404787" data-use-pagination="False"> L’ultima mazzata ai commercianti. Per i baristi asporto vietato Linea dura su spostamenti e movida, confermata la norma sui due ospiti a casa, chiusi cinema, teatri, palestre e piscine, in forse la fascia arancione per tutti nei fine settimana. Non passa però, nel vertice con gli enti locali per il nuovo dpcm anti Covid «l'incidenza settimanale», ossia il rapporto tra positivi e abitanti, in particolare 250 contagi settimanali su 100.000 abitanti, che avrebbe fatto scattare il lockdown regionale, come aveva proposto l'Istituto superiore di sanità. Quindi niente zone rosse automatiche perché, come fatto notare dallo spesso presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ci sarebbe stato un effetto disincentivante sulla politica di testing tramite tamponi, ossia, meno tamponi per trovare meno positivi. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha anticipato che sarà mantenuto il modello delle fasce e che sarà confermato l'abbassamento della soglia dell'Rt: con 1 si va in arancione e con 1,25 in zona rossa. Il testo del dpcm, che durerà un mese o 45 giorni, ancora non c'è e non arriverà prima di giovedì, ma intanto ieri c'è stato il confronto tra governo e Regioni per definire le norme che entreranno in vigore sabato prossimo, 16 gennaio. Mercoledì, infatti, sarà Speranza ad illustrare in Parlamento le nuove misure anti Covid del dpcm e ad annunciare la proroga dello stato di emergenza, che scadrà il 31 gennaio, per altri 3 mesi. E ieri il premier Giuseppe Conte è andato giù duro: «Sta arrivando un'impennata dei contagi, dopo Gran Bretagna, Irlanda Germania, sta arrivando anche da noi e non sarà facile, dobbiamo fare ancora dei sacrifici». E allora, tra le ipotesi al vaglio del governo c'è la possibile conferma della zona gialla rinforzata che vieta gli spostamenti tra Regioni; visite (una in un giorno) a parenti ed amici massimo in 2, senza contare i minorenni, come accaduto durante le feste natalizie; conferma del divieto di asporto di cibi e bevande dai bar dopo le 18 per impedire aperitivi improvvisati in strada; in forse, per ora i week end arancioni. Consentita solo la consegna a domicilio. Una misura che non riguarderà i ristoranti. Speranza pensa però di «facilitare ancora l'ingresso in arancione provando a lavorare sull'indice di rischio e non su Rt. In questa fase di recrudescenza qualora si sia in rischio alto (valutato in base ai 21 parametri) si potrebbe andare automaticamente in arancione. Quadro epidemiologico molto complesso». L'ultima novità del provvedimento potrebbe essere l'introduzione di una quarta fascia di colore, ovvero la zona bianca che scatterebbe per quei territori che hanno un indice di contagio pari allo 0,50, aree in cui di fatto si tornerebbe alla normalità anche se con i numeri attuali sarà difficilmente raggiungibile da qualsiasi regione prima di febbraio o marzo. Nel dpcm saranno confermate le altre regole che già conosciamo: coprifuoco dalle ore 22, chiusure di palestre e piscine, il 18 gennaio non riapriranno gli impianti da sci come era stato ipotizzato, chiusi cinema e teatri mentre i musei potrebbero riaprire ma soltanto nelle regioni gialle. Anche se durante la riunione si è riscontrata una generale condivisione del «rigore» del nuovo dpcm, con alcuni governatori come Vincenzo De Luca, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga che hanno proposto l'idea di una zona arancione nazionale, ci sarà comunque un nuovo incontro giovedì per limare il testo, anche perché la stretta anti movida, con il divieto di asporto dopo le 18 per i bar, non piace al presidente della Liguria Giovanni Toti: «Queste attività, pur potendo continuare con le consegne a domicilio, rischiano di essere penalizzate ancora di più, dopo aver già subito pesanti restrizioni». Ma il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, presente al vertice, ha garantito «ristori per tutte le attività che rimarranno chiuse».
iStock
Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
Continua a leggereRiduci
Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
Continua a leggereRiduci
Giovanni Franzoni, il vincitore Franjo von Allmen e il terzo classificato Dominik Paris festeggiano durante la cerimonia di premiazione dopo la discesa libera maschile di sci alpino, ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Per l’Italia è un avvio che pesa, perché lo sci alpino riporta subito il tricolore tra i primi tre e inaugura il medagliere azzurro. Franzoni, 24 anni, alla prima Olimpiade, conferma una stagione già segnata dai grandi risultati e centra il secondo posto con 20 centesimi di ritardo. Paris, alla quinta partecipazione ai Giochi, trova finalmente la sua prima medaglia olimpica: un bronzo che chiude un cerchio lungo una carriera fatta di vittorie in Coppa del mondo e titoli iridati, ma senza podi a cinque cerchi. «Pensare a inizio stagione di vincere Kitzbuhel e portare una medaglia in discesa, cose che non avrei mai immaginato…», ha raccontato Franzoni dopo la gara. Paris ha parlato di un risultato «perfetto così», sottolineando il valore del podio condiviso con il compagno di squadra. Alle spalle dei due azzurri, la gara ha confermato l’equilibrio e la difficoltà della Stelvio: Odermatt quarto, poi gli altri protagonisti della specialità. Mattia Casse ha chiuso undicesimo, Florian Schieder diciassettesimo. Per l’Italia è comunque un ritorno sul podio olimpico nella discesa maschile che mancava da Sochi 2014.
La giornata ha avuto il suo centro anche a Cortina, dove la seconda prova cronometrata della discesa femminile è stata interrotta per la scarsa visibilità. Prima dello stop il miglior tempo era della statunitense Breezy Johnson, davanti alla tedesca Weidle-Winkelmann e a Lindsey Vonn. Tra le azzurre, Sofia Goggia ha ottenuto il sesto tempo provvisorio, seguita da Federica Brignone settima. «Oggi ho fatto nell’80% della pista esattamente quello che volevo, però c’è quel 20% da mettere bene a posto», ha spiegato Goggia, raccontando anche dell’errore in partenza che le è costato tempo. Brignone, dal canto suo, ha parlato di sensazioni in crescita e ha rimandato la decisione sulla gara: «Nel pomeriggio ci incontreremo e insieme decideremo cosa è meglio per me».
Proprio attorno alla presenza di Lindsey Vonn si è accesa la polemica del giorno. Dopo le parole di Brignone, che aveva messo in dubbio la compatibilità tra un infortunio serio al ginocchio e un rientro così rapido, è arrivato anche il commento di Goggia: «Ai posteri l’ardua sentenza». La bergamasca ha ricordato la propria esperienza e ha lasciato intendere che un recupero del genere, a parità di diagnosi, sarebbe difficile da spiegare, pur notando come le condizioni della pista, con neve più morbida, possano incidere sulla sciabilità. Brignone aveva già chiarito la sua posizione: «Se avesse avuto un problema grave come il mio oggi non sarebbe qui», aggiungendo comunque che Vonn «è sicuramente una grande donna e ha un grande coraggio».
Intanto, dal fondo arrivano i primi verdetti dello skiathlon femminile a Tesero: oro e argento alla Svezia con Frida Karlsson ed Ebba Andersson, bronzo alla norvegese Heidi Weng. La migliore delle italiane è Martina Di Centa, 28ª, seguita da Anna Comarella e Maria Gismondi più indietro. Buone notizie anche dallo snowboard, con Maria Gasslitter qualificata per la finale dello Slopestyle a Livigno grazie al dodicesimo posto nella prima run. Nell’hockey femminile, invece, Finlandia e Svizzera affrontano le partite nonostante problemi di salute segnalati in alcune atlete, ma la natura esatta non è confermata. Nel pomeriggio è arrivata invece la seconda sconfitta nel doppio misto di curling per Stefania Constantini e Amos Mosaner. Gli azzurri hanno ceduto 9-4 alla Svezia nella quinta partita del girone. La classifica ora si fa complicata: Svezia e Canada restano davanti all'Italia negli scontri diretti. A questo punto, in chiave qualificazione, diventa fondamentale e decisiva la partita in programma stasera contro la Norvegia.
Sul piano istituzionale, nonostante le polemiche relative alla telecronaca Rai, il presidente della Fondazione Milano-Cortina, Giovanni Malagò, ha parlato di «tanti consensi» per la cerimonia di apertura, rivendicando un avvio forte dei Giochi. E proprio dalla serata di San Siro sono arrivate anche le voci degli azzurri del volley presenti alla sfilata, da Anna Danesi a Simone Giannelli, che hanno raccontato l’emozione di vivere dal vivo un momento olimpico. Momento olimpico che resta segnato soprattutto da questo sabato e dalla neve di Bormio, grazie al magnifico doppio podio che dà subito un volto concreto alla spedizione italiana. Franzoni e Paris, due generazioni diverse, aprono il medagliere e fissano il primo punto fermo dei Giochi in casa: l’Italia c’è, e ha iniziato l'Olimpiade casalinga con il piede giusto.
Continua a leggereRiduci