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2021-01-12
Chiusure a casaccio. E il virus se ne frega
Ansa
Prima o poi bisognerà scrivere un saggio di scienza politica dedicato al governo giallorosso e alle sue mirabili innovazioni. Pur inabili a tutto, gli attuali detentori del potere sono riusciti a inventare una nuova e inedita forma di oppressione: l'autoritarismo a puntate. Proibiscono, censurano e segregano, ma un poco alla volta. Come un carnefice che, invece di martoriarti con cento frustate in un giorno ti sfinisca con una staffilata al dì per cento giorni di fila. Piccolo esercizio di memoria. In estate, Giuseppe Conte ripeteva che l'Italia non avrebbe chiuso mai più. E infatti, nel giro di poche settimane, ha richiuso di nuovo benché appena più blandamente. «Colpa degli infami che sono andati in discoteca!», gridavano politici e giornalisti in coro. Discoteche e vacanze non c'entravano nulla, ma non contava: l'importante era scaricare la croce sulle spalle dei negazionisti veri e soprattutto presunti e dei famigerati «irresponsabili».
In ottobre, assieme alla serrata, ecco la nuova promessa: «Se riusciremo a tenere sotto controllo la curva epidemiologica», disse Conte, «dopo novembre le restrizioni potrebbero essere allentate. A dicembre potremmo tornare a respirare». E aggiunse: meglio limitare le libertà subito per poi godersi in pace il Natale. Giunto novembre, però, di riaperture nemmeno l'ombra. Vennero introdotte le zone colorate, con la promessa che - grazie al nuovo metodo scientifico - non ci sarebbe stata discrezionalità: avrebbero chiuso solo le regioni in chiara violazione dei parametri cristallini. Per l'ennesima volta gli italiani hanno tirato il freno e ingoiato il rospo, sono tornati a sedersi in salotto attendendo di poter uscire un po' per le feste.
Come è andata a finire? Ovvio: di apertura per le feste manco a parlarne. Giusto qualche giorno prima di Natale si è potuto godere di un pizzico di libertà di movimento in più, onde svuotarsi il portafogli con lo shopping. Una boccata d'aria costata cara, perché non appena i cittadini hanno messo piede fuori di casa son partite le rampogne: «La gente esce, che schifo! Imbecilli, vogliono fare come con le discoteche in estate!». Esatto: Conte ha invitato gli italiani a fare spese, e non appena questi hanno obbedito, sono stati trattati da untori. Risultato: Natale barricato, Capodanno fantozzianamente anticipato, coprifuoco e zone rosse a tappeto. E qui viene davvero il bello. Perché dopo tutto questo, tornano a dirci che la situazione non è migliorata. Affermano che bisogna richiudere e occorre preparasi a settimane di sacrifici. Peggio: poiché il quadro è drammatico, il governo ha deciso di modificare il meccanismo dei colori. Se non fosse atroce, ci sarebbe da ridere. Prima hanno imposto il semaforo sostenendo che avrebbe posto fine a ogni polemica, basando ogni restrizione sui numeri e non sulle valutazioni politiche: regole trasparenti, insomma. Poi ci hanno assicurato che questo sistema funzionava perfettamente e stava portando risultati, dunque andava mantenuto. Ma oggi, guarda un po', ci spiegano che bisogna cambiare le regole. Come fanno i bambini capricciosi: non riesco a vincere giocando con gli amici? Allora modifico il regolamento. Il punto è che le allucinanti restrizioni imposte finora non hanno prodotto alcun effetto positivo. I contagi restano, i morti pure (con qualche variazione) e non c'è rosso o arancione che tenga: il semaforo è un fallimento. Anche perché ogni volta che il quadro pare migliorare i parametri vengono modificati e si torna punto e a capo: il supplizio di Tantalo in versione sanitaria.
Gli unici risultati che le zone producono sono negativi: ammazzano l'economia, distruggono il morale della popolazione, rovinano la vita a milioni di persone, colpiscono i ragazzi che non riescono a tornare a scuola. Creano il caos e gettano tutti nella confusione più totale. Ci si sveglia la mattina e prima di capire in che diamine di colore ci si trovi e che cavolo si possa o non si possa fare bisogna consultare gli oracoli. A tutto ciò si aggiunge l'odiosa sensazione di essere presi per i fondelli. Persino Agostino Miozzo, capo del Cts, dice che non resta che rassegnarsi a convivere con il virus. Eppure il governo insiste a imporre chiusure inutili e arbitrarie. Su quali studi si basano? Su quali modelli e quali piani testati a livello internazionale? Nessuno sa dirlo. In compenso, Giuseppe e soci sono bravissimi a trovare colpevoli. È facile: nel mirino ci sono sempre gli italiani irresponsabili e riottosi. Ieri il Corriere della Sera dedicava il titolone di prima pagina alla «movida». A quanto pare serve una «linea dura» contro i criminali che si ostinano a far bisboccia in giro. Basta qualche foto scattata a Lucca e mezzo video registrato a Catania per far ripartire la caccia alle streghe. Davvero questi pensano che siamo tutti scemi. Abbiamo vissuto il Natale e il Capodanno blindati; non ci si può manco sedere al bar per un caffè; nel tardo pomeriggio cala la mannaia e ci vengono a parlare di movida? Dopo tutte le castronerie che hanno collezionato vengono a dirci che il problema sono i ristoratori che tentano di sopravvivere facendo asporto dopo le 18? Qui viene il sospetto che l'unica movida la facciano a Roma, esagerando con il gin prima delle conferenze stampa. Se il premier e i suoi bevessero, per lo meno avrebbero una scusa. Il guaio è che purtroppo l'alcol non c'entra. L'unico motivo per cui ci impediscono di tornare alla vita è che, se smettessero di tenerci prigionieri, i giallorossi non potrebbero più restare al loro posto. Se l'Italia è in emergenza non si può certo tornare a votare. Se la colpa di tutto è degli italiani che folleggiano, di sicuro non si può cambiare il timoniere.
Ecco la realtà: si manda a processo Salvini per aver tenuto qualche centinaio di persone ferme su una nave vicino alla costa e il governo sequestra una nazione pur di salvarsi le chiappe. Non siamo noi a dover stare reclusi: sono loro che vanno internati.
L’ultima mazzata ai commercianti. Per i baristi asporto vietato
Linea dura su spostamenti e movida, confermata la norma sui due ospiti a casa, chiusi cinema, teatri, palestre e piscine, in forse la fascia arancione per tutti nei fine settimana. Non passa però, nel vertice con gli enti locali per il nuovo dpcm anti Covid «l'incidenza settimanale», ossia il rapporto tra positivi e abitanti, in particolare 250 contagi settimanali su 100.000 abitanti, che avrebbe fatto scattare il lockdown regionale, come aveva proposto l'Istituto superiore di sanità. Quindi niente zone rosse automatiche perché, come fatto notare dallo spesso presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ci sarebbe stato un effetto disincentivante sulla politica di testing tramite tamponi, ossia, meno tamponi per trovare meno positivi. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha anticipato che sarà mantenuto il modello delle fasce e che sarà confermato l'abbassamento della soglia dell'Rt: con 1 si va in arancione e con 1,25 in zona rossa. Il testo del dpcm, che durerà un mese o 45 giorni, ancora non c'è e non arriverà prima di giovedì, ma intanto ieri c'è stato il confronto tra governo e Regioni per definire le norme che entreranno in vigore sabato prossimo, 16 gennaio. Mercoledì, infatti, sarà Speranza ad illustrare in Parlamento le nuove misure anti Covid del dpcm e ad annunciare la proroga dello stato di emergenza, che scadrà il 31 gennaio, per altri 3 mesi. E ieri il premier Giuseppe Conte è andato giù duro: «Sta arrivando un'impennata dei contagi, dopo Gran Bretagna, Irlanda Germania, sta arrivando anche da noi e non sarà facile, dobbiamo fare ancora dei sacrifici».
E allora, tra le ipotesi al vaglio del governo c'è la possibile conferma della zona gialla rinforzata che vieta gli spostamenti tra Regioni; visite (una in un giorno) a parenti ed amici massimo in 2, senza contare i minorenni, come accaduto durante le feste natalizie; conferma del divieto di asporto di cibi e bevande dai bar dopo le 18 per impedire aperitivi improvvisati in strada; in forse, per ora i week end arancioni. Consentita solo la consegna a domicilio. Una misura che non riguarderà i ristoranti. Speranza pensa però di «facilitare ancora l'ingresso in arancione provando a lavorare sull'indice di rischio e non su Rt. In questa fase di recrudescenza qualora si sia in rischio alto (valutato in base ai 21 parametri) si potrebbe andare automaticamente in arancione. Quadro epidemiologico molto complesso».
L'ultima novità del provvedimento potrebbe essere l'introduzione di una quarta fascia di colore, ovvero la zona bianca che scatterebbe per quei territori che hanno un indice di contagio pari allo 0,50, aree in cui di fatto si tornerebbe alla normalità anche se con i numeri attuali sarà difficilmente raggiungibile da qualsiasi regione prima di febbraio o marzo. Nel dpcm saranno confermate le altre regole che già conosciamo: coprifuoco dalle ore 22, chiusure di palestre e piscine, il 18 gennaio non riapriranno gli impianti da sci come era stato ipotizzato, chiusi cinema e teatri mentre i musei potrebbero riaprire ma soltanto nelle regioni gialle. Anche se durante la riunione si è riscontrata una generale condivisione del «rigore» del nuovo dpcm, con alcuni governatori come Vincenzo De Luca, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga che hanno proposto l'idea di una zona arancione nazionale, ci sarà comunque un nuovo incontro giovedì per limare il testo, anche perché la stretta anti movida, con il divieto di asporto dopo le 18 per i bar, non piace al presidente della Liguria Giovanni Toti: «Queste attività, pur potendo continuare con le consegne a domicilio, rischiano di essere penalizzate ancora di più, dopo aver già subito pesanti restrizioni». Ma il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, presente al vertice, ha garantito «ristori per tutte le attività che rimarranno chiuse».
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L'esecutivo cambia ancora i criteri per le restrizioni e si mette a combattere una fantomatica «movida». Ormai le regole imposte da Giuseppe Conte sfuggono a qualsiasi logica che non sia il mero mantenimento del potereNel prossimo dpcm di Giuseppi prevista un'altra ondata di chiusure indiscriminateLo speciale contiene due articoliPrima o poi bisognerà scrivere un saggio di scienza politica dedicato al governo giallorosso e alle sue mirabili innovazioni. Pur inabili a tutto, gli attuali detentori del potere sono riusciti a inventare una nuova e inedita forma di oppressione: l'autoritarismo a puntate. Proibiscono, censurano e segregano, ma un poco alla volta. Come un carnefice che, invece di martoriarti con cento frustate in un giorno ti sfinisca con una staffilata al dì per cento giorni di fila. Piccolo esercizio di memoria. In estate, Giuseppe Conte ripeteva che l'Italia non avrebbe chiuso mai più. E infatti, nel giro di poche settimane, ha richiuso di nuovo benché appena più blandamente. «Colpa degli infami che sono andati in discoteca!», gridavano politici e giornalisti in coro. Discoteche e vacanze non c'entravano nulla, ma non contava: l'importante era scaricare la croce sulle spalle dei negazionisti veri e soprattutto presunti e dei famigerati «irresponsabili». In ottobre, assieme alla serrata, ecco la nuova promessa: «Se riusciremo a tenere sotto controllo la curva epidemiologica», disse Conte, «dopo novembre le restrizioni potrebbero essere allentate. A dicembre potremmo tornare a respirare». E aggiunse: meglio limitare le libertà subito per poi godersi in pace il Natale. Giunto novembre, però, di riaperture nemmeno l'ombra. Vennero introdotte le zone colorate, con la promessa che - grazie al nuovo metodo scientifico - non ci sarebbe stata discrezionalità: avrebbero chiuso solo le regioni in chiara violazione dei parametri cristallini. Per l'ennesima volta gli italiani hanno tirato il freno e ingoiato il rospo, sono tornati a sedersi in salotto attendendo di poter uscire un po' per le feste.Come è andata a finire? Ovvio: di apertura per le feste manco a parlarne. Giusto qualche giorno prima di Natale si è potuto godere di un pizzico di libertà di movimento in più, onde svuotarsi il portafogli con lo shopping. Una boccata d'aria costata cara, perché non appena i cittadini hanno messo piede fuori di casa son partite le rampogne: «La gente esce, che schifo! Imbecilli, vogliono fare come con le discoteche in estate!». Esatto: Conte ha invitato gli italiani a fare spese, e non appena questi hanno obbedito, sono stati trattati da untori. Risultato: Natale barricato, Capodanno fantozzianamente anticipato, coprifuoco e zone rosse a tappeto. E qui viene davvero il bello. Perché dopo tutto questo, tornano a dirci che la situazione non è migliorata. Affermano che bisogna richiudere e occorre preparasi a settimane di sacrifici. Peggio: poiché il quadro è drammatico, il governo ha deciso di modificare il meccanismo dei colori. Se non fosse atroce, ci sarebbe da ridere. Prima hanno imposto il semaforo sostenendo che avrebbe posto fine a ogni polemica, basando ogni restrizione sui numeri e non sulle valutazioni politiche: regole trasparenti, insomma. Poi ci hanno assicurato che questo sistema funzionava perfettamente e stava portando risultati, dunque andava mantenuto. Ma oggi, guarda un po', ci spiegano che bisogna cambiare le regole. Come fanno i bambini capricciosi: non riesco a vincere giocando con gli amici? Allora modifico il regolamento. Il punto è che le allucinanti restrizioni imposte finora non hanno prodotto alcun effetto positivo. I contagi restano, i morti pure (con qualche variazione) e non c'è rosso o arancione che tenga: il semaforo è un fallimento. Anche perché ogni volta che il quadro pare migliorare i parametri vengono modificati e si torna punto e a capo: il supplizio di Tantalo in versione sanitaria. Gli unici risultati che le zone producono sono negativi: ammazzano l'economia, distruggono il morale della popolazione, rovinano la vita a milioni di persone, colpiscono i ragazzi che non riescono a tornare a scuola. Creano il caos e gettano tutti nella confusione più totale. Ci si sveglia la mattina e prima di capire in che diamine di colore ci si trovi e che cavolo si possa o non si possa fare bisogna consultare gli oracoli. A tutto ciò si aggiunge l'odiosa sensazione di essere presi per i fondelli. Persino Agostino Miozzo, capo del Cts, dice che non resta che rassegnarsi a convivere con il virus. Eppure il governo insiste a imporre chiusure inutili e arbitrarie. Su quali studi si basano? Su quali modelli e quali piani testati a livello internazionale? Nessuno sa dirlo. In compenso, Giuseppe e soci sono bravissimi a trovare colpevoli. È facile: nel mirino ci sono sempre gli italiani irresponsabili e riottosi. Ieri il Corriere della Sera dedicava il titolone di prima pagina alla «movida». A quanto pare serve una «linea dura» contro i criminali che si ostinano a far bisboccia in giro. Basta qualche foto scattata a Lucca e mezzo video registrato a Catania per far ripartire la caccia alle streghe. Davvero questi pensano che siamo tutti scemi. Abbiamo vissuto il Natale e il Capodanno blindati; non ci si può manco sedere al bar per un caffè; nel tardo pomeriggio cala la mannaia e ci vengono a parlare di movida? Dopo tutte le castronerie che hanno collezionato vengono a dirci che il problema sono i ristoratori che tentano di sopravvivere facendo asporto dopo le 18? Qui viene il sospetto che l'unica movida la facciano a Roma, esagerando con il gin prima delle conferenze stampa. Se il premier e i suoi bevessero, per lo meno avrebbero una scusa. Il guaio è che purtroppo l'alcol non c'entra. L'unico motivo per cui ci impediscono di tornare alla vita è che, se smettessero di tenerci prigionieri, i giallorossi non potrebbero più restare al loro posto. Se l'Italia è in emergenza non si può certo tornare a votare. Se la colpa di tutto è degli italiani che folleggiano, di sicuro non si può cambiare il timoniere.Ecco la realtà: si manda a processo Salvini per aver tenuto qualche centinaio di persone ferme su una nave vicino alla costa e il governo sequestra una nazione pur di salvarsi le chiappe. Non siamo noi a dover stare reclusi: sono loro che vanno internati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-conosce-una-sola-strategia-colpevolizzarci-per-tenerci-rinchiusi-2649879340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lultima-mazzata-ai-commercianti-per-i-baristi-asporto-vietato" data-post-id="2649879340" data-published-at="1610404787" data-use-pagination="False"> L’ultima mazzata ai commercianti. Per i baristi asporto vietato Linea dura su spostamenti e movida, confermata la norma sui due ospiti a casa, chiusi cinema, teatri, palestre e piscine, in forse la fascia arancione per tutti nei fine settimana. Non passa però, nel vertice con gli enti locali per il nuovo dpcm anti Covid «l'incidenza settimanale», ossia il rapporto tra positivi e abitanti, in particolare 250 contagi settimanali su 100.000 abitanti, che avrebbe fatto scattare il lockdown regionale, come aveva proposto l'Istituto superiore di sanità. Quindi niente zone rosse automatiche perché, come fatto notare dallo spesso presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ci sarebbe stato un effetto disincentivante sulla politica di testing tramite tamponi, ossia, meno tamponi per trovare meno positivi. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha anticipato che sarà mantenuto il modello delle fasce e che sarà confermato l'abbassamento della soglia dell'Rt: con 1 si va in arancione e con 1,25 in zona rossa. Il testo del dpcm, che durerà un mese o 45 giorni, ancora non c'è e non arriverà prima di giovedì, ma intanto ieri c'è stato il confronto tra governo e Regioni per definire le norme che entreranno in vigore sabato prossimo, 16 gennaio. Mercoledì, infatti, sarà Speranza ad illustrare in Parlamento le nuove misure anti Covid del dpcm e ad annunciare la proroga dello stato di emergenza, che scadrà il 31 gennaio, per altri 3 mesi. E ieri il premier Giuseppe Conte è andato giù duro: «Sta arrivando un'impennata dei contagi, dopo Gran Bretagna, Irlanda Germania, sta arrivando anche da noi e non sarà facile, dobbiamo fare ancora dei sacrifici». E allora, tra le ipotesi al vaglio del governo c'è la possibile conferma della zona gialla rinforzata che vieta gli spostamenti tra Regioni; visite (una in un giorno) a parenti ed amici massimo in 2, senza contare i minorenni, come accaduto durante le feste natalizie; conferma del divieto di asporto di cibi e bevande dai bar dopo le 18 per impedire aperitivi improvvisati in strada; in forse, per ora i week end arancioni. Consentita solo la consegna a domicilio. Una misura che non riguarderà i ristoranti. Speranza pensa però di «facilitare ancora l'ingresso in arancione provando a lavorare sull'indice di rischio e non su Rt. In questa fase di recrudescenza qualora si sia in rischio alto (valutato in base ai 21 parametri) si potrebbe andare automaticamente in arancione. Quadro epidemiologico molto complesso». L'ultima novità del provvedimento potrebbe essere l'introduzione di una quarta fascia di colore, ovvero la zona bianca che scatterebbe per quei territori che hanno un indice di contagio pari allo 0,50, aree in cui di fatto si tornerebbe alla normalità anche se con i numeri attuali sarà difficilmente raggiungibile da qualsiasi regione prima di febbraio o marzo. Nel dpcm saranno confermate le altre regole che già conosciamo: coprifuoco dalle ore 22, chiusure di palestre e piscine, il 18 gennaio non riapriranno gli impianti da sci come era stato ipotizzato, chiusi cinema e teatri mentre i musei potrebbero riaprire ma soltanto nelle regioni gialle. Anche se durante la riunione si è riscontrata una generale condivisione del «rigore» del nuovo dpcm, con alcuni governatori come Vincenzo De Luca, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga che hanno proposto l'idea di una zona arancione nazionale, ci sarà comunque un nuovo incontro giovedì per limare il testo, anche perché la stretta anti movida, con il divieto di asporto dopo le 18 per i bar, non piace al presidente della Liguria Giovanni Toti: «Queste attività, pur potendo continuare con le consegne a domicilio, rischiano di essere penalizzate ancora di più, dopo aver già subito pesanti restrizioni». Ma il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, presente al vertice, ha garantito «ristori per tutte le attività che rimarranno chiuse».
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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