True
2021-01-12
Chiusure a casaccio. E il virus se ne frega
Ansa
Prima o poi bisognerà scrivere un saggio di scienza politica dedicato al governo giallorosso e alle sue mirabili innovazioni. Pur inabili a tutto, gli attuali detentori del potere sono riusciti a inventare una nuova e inedita forma di oppressione: l'autoritarismo a puntate. Proibiscono, censurano e segregano, ma un poco alla volta. Come un carnefice che, invece di martoriarti con cento frustate in un giorno ti sfinisca con una staffilata al dì per cento giorni di fila. Piccolo esercizio di memoria. In estate, Giuseppe Conte ripeteva che l'Italia non avrebbe chiuso mai più. E infatti, nel giro di poche settimane, ha richiuso di nuovo benché appena più blandamente. «Colpa degli infami che sono andati in discoteca!», gridavano politici e giornalisti in coro. Discoteche e vacanze non c'entravano nulla, ma non contava: l'importante era scaricare la croce sulle spalle dei negazionisti veri e soprattutto presunti e dei famigerati «irresponsabili».
In ottobre, assieme alla serrata, ecco la nuova promessa: «Se riusciremo a tenere sotto controllo la curva epidemiologica», disse Conte, «dopo novembre le restrizioni potrebbero essere allentate. A dicembre potremmo tornare a respirare». E aggiunse: meglio limitare le libertà subito per poi godersi in pace il Natale. Giunto novembre, però, di riaperture nemmeno l'ombra. Vennero introdotte le zone colorate, con la promessa che - grazie al nuovo metodo scientifico - non ci sarebbe stata discrezionalità: avrebbero chiuso solo le regioni in chiara violazione dei parametri cristallini. Per l'ennesima volta gli italiani hanno tirato il freno e ingoiato il rospo, sono tornati a sedersi in salotto attendendo di poter uscire un po' per le feste.
Come è andata a finire? Ovvio: di apertura per le feste manco a parlarne. Giusto qualche giorno prima di Natale si è potuto godere di un pizzico di libertà di movimento in più, onde svuotarsi il portafogli con lo shopping. Una boccata d'aria costata cara, perché non appena i cittadini hanno messo piede fuori di casa son partite le rampogne: «La gente esce, che schifo! Imbecilli, vogliono fare come con le discoteche in estate!». Esatto: Conte ha invitato gli italiani a fare spese, e non appena questi hanno obbedito, sono stati trattati da untori. Risultato: Natale barricato, Capodanno fantozzianamente anticipato, coprifuoco e zone rosse a tappeto. E qui viene davvero il bello. Perché dopo tutto questo, tornano a dirci che la situazione non è migliorata. Affermano che bisogna richiudere e occorre preparasi a settimane di sacrifici. Peggio: poiché il quadro è drammatico, il governo ha deciso di modificare il meccanismo dei colori. Se non fosse atroce, ci sarebbe da ridere. Prima hanno imposto il semaforo sostenendo che avrebbe posto fine a ogni polemica, basando ogni restrizione sui numeri e non sulle valutazioni politiche: regole trasparenti, insomma. Poi ci hanno assicurato che questo sistema funzionava perfettamente e stava portando risultati, dunque andava mantenuto. Ma oggi, guarda un po', ci spiegano che bisogna cambiare le regole. Come fanno i bambini capricciosi: non riesco a vincere giocando con gli amici? Allora modifico il regolamento. Il punto è che le allucinanti restrizioni imposte finora non hanno prodotto alcun effetto positivo. I contagi restano, i morti pure (con qualche variazione) e non c'è rosso o arancione che tenga: il semaforo è un fallimento. Anche perché ogni volta che il quadro pare migliorare i parametri vengono modificati e si torna punto e a capo: il supplizio di Tantalo in versione sanitaria.
Gli unici risultati che le zone producono sono negativi: ammazzano l'economia, distruggono il morale della popolazione, rovinano la vita a milioni di persone, colpiscono i ragazzi che non riescono a tornare a scuola. Creano il caos e gettano tutti nella confusione più totale. Ci si sveglia la mattina e prima di capire in che diamine di colore ci si trovi e che cavolo si possa o non si possa fare bisogna consultare gli oracoli. A tutto ciò si aggiunge l'odiosa sensazione di essere presi per i fondelli. Persino Agostino Miozzo, capo del Cts, dice che non resta che rassegnarsi a convivere con il virus. Eppure il governo insiste a imporre chiusure inutili e arbitrarie. Su quali studi si basano? Su quali modelli e quali piani testati a livello internazionale? Nessuno sa dirlo. In compenso, Giuseppe e soci sono bravissimi a trovare colpevoli. È facile: nel mirino ci sono sempre gli italiani irresponsabili e riottosi. Ieri il Corriere della Sera dedicava il titolone di prima pagina alla «movida». A quanto pare serve una «linea dura» contro i criminali che si ostinano a far bisboccia in giro. Basta qualche foto scattata a Lucca e mezzo video registrato a Catania per far ripartire la caccia alle streghe. Davvero questi pensano che siamo tutti scemi. Abbiamo vissuto il Natale e il Capodanno blindati; non ci si può manco sedere al bar per un caffè; nel tardo pomeriggio cala la mannaia e ci vengono a parlare di movida? Dopo tutte le castronerie che hanno collezionato vengono a dirci che il problema sono i ristoratori che tentano di sopravvivere facendo asporto dopo le 18? Qui viene il sospetto che l'unica movida la facciano a Roma, esagerando con il gin prima delle conferenze stampa. Se il premier e i suoi bevessero, per lo meno avrebbero una scusa. Il guaio è che purtroppo l'alcol non c'entra. L'unico motivo per cui ci impediscono di tornare alla vita è che, se smettessero di tenerci prigionieri, i giallorossi non potrebbero più restare al loro posto. Se l'Italia è in emergenza non si può certo tornare a votare. Se la colpa di tutto è degli italiani che folleggiano, di sicuro non si può cambiare il timoniere.
Ecco la realtà: si manda a processo Salvini per aver tenuto qualche centinaio di persone ferme su una nave vicino alla costa e il governo sequestra una nazione pur di salvarsi le chiappe. Non siamo noi a dover stare reclusi: sono loro che vanno internati.
L’ultima mazzata ai commercianti. Per i baristi asporto vietato
Linea dura su spostamenti e movida, confermata la norma sui due ospiti a casa, chiusi cinema, teatri, palestre e piscine, in forse la fascia arancione per tutti nei fine settimana. Non passa però, nel vertice con gli enti locali per il nuovo dpcm anti Covid «l'incidenza settimanale», ossia il rapporto tra positivi e abitanti, in particolare 250 contagi settimanali su 100.000 abitanti, che avrebbe fatto scattare il lockdown regionale, come aveva proposto l'Istituto superiore di sanità. Quindi niente zone rosse automatiche perché, come fatto notare dallo spesso presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ci sarebbe stato un effetto disincentivante sulla politica di testing tramite tamponi, ossia, meno tamponi per trovare meno positivi. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha anticipato che sarà mantenuto il modello delle fasce e che sarà confermato l'abbassamento della soglia dell'Rt: con 1 si va in arancione e con 1,25 in zona rossa. Il testo del dpcm, che durerà un mese o 45 giorni, ancora non c'è e non arriverà prima di giovedì, ma intanto ieri c'è stato il confronto tra governo e Regioni per definire le norme che entreranno in vigore sabato prossimo, 16 gennaio. Mercoledì, infatti, sarà Speranza ad illustrare in Parlamento le nuove misure anti Covid del dpcm e ad annunciare la proroga dello stato di emergenza, che scadrà il 31 gennaio, per altri 3 mesi. E ieri il premier Giuseppe Conte è andato giù duro: «Sta arrivando un'impennata dei contagi, dopo Gran Bretagna, Irlanda Germania, sta arrivando anche da noi e non sarà facile, dobbiamo fare ancora dei sacrifici».
E allora, tra le ipotesi al vaglio del governo c'è la possibile conferma della zona gialla rinforzata che vieta gli spostamenti tra Regioni; visite (una in un giorno) a parenti ed amici massimo in 2, senza contare i minorenni, come accaduto durante le feste natalizie; conferma del divieto di asporto di cibi e bevande dai bar dopo le 18 per impedire aperitivi improvvisati in strada; in forse, per ora i week end arancioni. Consentita solo la consegna a domicilio. Una misura che non riguarderà i ristoranti. Speranza pensa però di «facilitare ancora l'ingresso in arancione provando a lavorare sull'indice di rischio e non su Rt. In questa fase di recrudescenza qualora si sia in rischio alto (valutato in base ai 21 parametri) si potrebbe andare automaticamente in arancione. Quadro epidemiologico molto complesso».
L'ultima novità del provvedimento potrebbe essere l'introduzione di una quarta fascia di colore, ovvero la zona bianca che scatterebbe per quei territori che hanno un indice di contagio pari allo 0,50, aree in cui di fatto si tornerebbe alla normalità anche se con i numeri attuali sarà difficilmente raggiungibile da qualsiasi regione prima di febbraio o marzo. Nel dpcm saranno confermate le altre regole che già conosciamo: coprifuoco dalle ore 22, chiusure di palestre e piscine, il 18 gennaio non riapriranno gli impianti da sci come era stato ipotizzato, chiusi cinema e teatri mentre i musei potrebbero riaprire ma soltanto nelle regioni gialle. Anche se durante la riunione si è riscontrata una generale condivisione del «rigore» del nuovo dpcm, con alcuni governatori come Vincenzo De Luca, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga che hanno proposto l'idea di una zona arancione nazionale, ci sarà comunque un nuovo incontro giovedì per limare il testo, anche perché la stretta anti movida, con il divieto di asporto dopo le 18 per i bar, non piace al presidente della Liguria Giovanni Toti: «Queste attività, pur potendo continuare con le consegne a domicilio, rischiano di essere penalizzate ancora di più, dopo aver già subito pesanti restrizioni». Ma il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, presente al vertice, ha garantito «ristori per tutte le attività che rimarranno chiuse».
Continua a leggereRiduci
L'esecutivo cambia ancora i criteri per le restrizioni e si mette a combattere una fantomatica «movida». Ormai le regole imposte da Giuseppe Conte sfuggono a qualsiasi logica che non sia il mero mantenimento del potereNel prossimo dpcm di Giuseppi prevista un'altra ondata di chiusure indiscriminateLo speciale contiene due articoliPrima o poi bisognerà scrivere un saggio di scienza politica dedicato al governo giallorosso e alle sue mirabili innovazioni. Pur inabili a tutto, gli attuali detentori del potere sono riusciti a inventare una nuova e inedita forma di oppressione: l'autoritarismo a puntate. Proibiscono, censurano e segregano, ma un poco alla volta. Come un carnefice che, invece di martoriarti con cento frustate in un giorno ti sfinisca con una staffilata al dì per cento giorni di fila. Piccolo esercizio di memoria. In estate, Giuseppe Conte ripeteva che l'Italia non avrebbe chiuso mai più. E infatti, nel giro di poche settimane, ha richiuso di nuovo benché appena più blandamente. «Colpa degli infami che sono andati in discoteca!», gridavano politici e giornalisti in coro. Discoteche e vacanze non c'entravano nulla, ma non contava: l'importante era scaricare la croce sulle spalle dei negazionisti veri e soprattutto presunti e dei famigerati «irresponsabili». In ottobre, assieme alla serrata, ecco la nuova promessa: «Se riusciremo a tenere sotto controllo la curva epidemiologica», disse Conte, «dopo novembre le restrizioni potrebbero essere allentate. A dicembre potremmo tornare a respirare». E aggiunse: meglio limitare le libertà subito per poi godersi in pace il Natale. Giunto novembre, però, di riaperture nemmeno l'ombra. Vennero introdotte le zone colorate, con la promessa che - grazie al nuovo metodo scientifico - non ci sarebbe stata discrezionalità: avrebbero chiuso solo le regioni in chiara violazione dei parametri cristallini. Per l'ennesima volta gli italiani hanno tirato il freno e ingoiato il rospo, sono tornati a sedersi in salotto attendendo di poter uscire un po' per le feste.Come è andata a finire? Ovvio: di apertura per le feste manco a parlarne. Giusto qualche giorno prima di Natale si è potuto godere di un pizzico di libertà di movimento in più, onde svuotarsi il portafogli con lo shopping. Una boccata d'aria costata cara, perché non appena i cittadini hanno messo piede fuori di casa son partite le rampogne: «La gente esce, che schifo! Imbecilli, vogliono fare come con le discoteche in estate!». Esatto: Conte ha invitato gli italiani a fare spese, e non appena questi hanno obbedito, sono stati trattati da untori. Risultato: Natale barricato, Capodanno fantozzianamente anticipato, coprifuoco e zone rosse a tappeto. E qui viene davvero il bello. Perché dopo tutto questo, tornano a dirci che la situazione non è migliorata. Affermano che bisogna richiudere e occorre preparasi a settimane di sacrifici. Peggio: poiché il quadro è drammatico, il governo ha deciso di modificare il meccanismo dei colori. Se non fosse atroce, ci sarebbe da ridere. Prima hanno imposto il semaforo sostenendo che avrebbe posto fine a ogni polemica, basando ogni restrizione sui numeri e non sulle valutazioni politiche: regole trasparenti, insomma. Poi ci hanno assicurato che questo sistema funzionava perfettamente e stava portando risultati, dunque andava mantenuto. Ma oggi, guarda un po', ci spiegano che bisogna cambiare le regole. Come fanno i bambini capricciosi: non riesco a vincere giocando con gli amici? Allora modifico il regolamento. Il punto è che le allucinanti restrizioni imposte finora non hanno prodotto alcun effetto positivo. I contagi restano, i morti pure (con qualche variazione) e non c'è rosso o arancione che tenga: il semaforo è un fallimento. Anche perché ogni volta che il quadro pare migliorare i parametri vengono modificati e si torna punto e a capo: il supplizio di Tantalo in versione sanitaria. Gli unici risultati che le zone producono sono negativi: ammazzano l'economia, distruggono il morale della popolazione, rovinano la vita a milioni di persone, colpiscono i ragazzi che non riescono a tornare a scuola. Creano il caos e gettano tutti nella confusione più totale. Ci si sveglia la mattina e prima di capire in che diamine di colore ci si trovi e che cavolo si possa o non si possa fare bisogna consultare gli oracoli. A tutto ciò si aggiunge l'odiosa sensazione di essere presi per i fondelli. Persino Agostino Miozzo, capo del Cts, dice che non resta che rassegnarsi a convivere con il virus. Eppure il governo insiste a imporre chiusure inutili e arbitrarie. Su quali studi si basano? Su quali modelli e quali piani testati a livello internazionale? Nessuno sa dirlo. In compenso, Giuseppe e soci sono bravissimi a trovare colpevoli. È facile: nel mirino ci sono sempre gli italiani irresponsabili e riottosi. Ieri il Corriere della Sera dedicava il titolone di prima pagina alla «movida». A quanto pare serve una «linea dura» contro i criminali che si ostinano a far bisboccia in giro. Basta qualche foto scattata a Lucca e mezzo video registrato a Catania per far ripartire la caccia alle streghe. Davvero questi pensano che siamo tutti scemi. Abbiamo vissuto il Natale e il Capodanno blindati; non ci si può manco sedere al bar per un caffè; nel tardo pomeriggio cala la mannaia e ci vengono a parlare di movida? Dopo tutte le castronerie che hanno collezionato vengono a dirci che il problema sono i ristoratori che tentano di sopravvivere facendo asporto dopo le 18? Qui viene il sospetto che l'unica movida la facciano a Roma, esagerando con il gin prima delle conferenze stampa. Se il premier e i suoi bevessero, per lo meno avrebbero una scusa. Il guaio è che purtroppo l'alcol non c'entra. L'unico motivo per cui ci impediscono di tornare alla vita è che, se smettessero di tenerci prigionieri, i giallorossi non potrebbero più restare al loro posto. Se l'Italia è in emergenza non si può certo tornare a votare. Se la colpa di tutto è degli italiani che folleggiano, di sicuro non si può cambiare il timoniere.Ecco la realtà: si manda a processo Salvini per aver tenuto qualche centinaio di persone ferme su una nave vicino alla costa e il governo sequestra una nazione pur di salvarsi le chiappe. Non siamo noi a dover stare reclusi: sono loro che vanno internati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-conosce-una-sola-strategia-colpevolizzarci-per-tenerci-rinchiusi-2649879340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lultima-mazzata-ai-commercianti-per-i-baristi-asporto-vietato" data-post-id="2649879340" data-published-at="1610404787" data-use-pagination="False"> L’ultima mazzata ai commercianti. Per i baristi asporto vietato Linea dura su spostamenti e movida, confermata la norma sui due ospiti a casa, chiusi cinema, teatri, palestre e piscine, in forse la fascia arancione per tutti nei fine settimana. Non passa però, nel vertice con gli enti locali per il nuovo dpcm anti Covid «l'incidenza settimanale», ossia il rapporto tra positivi e abitanti, in particolare 250 contagi settimanali su 100.000 abitanti, che avrebbe fatto scattare il lockdown regionale, come aveva proposto l'Istituto superiore di sanità. Quindi niente zone rosse automatiche perché, come fatto notare dallo spesso presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ci sarebbe stato un effetto disincentivante sulla politica di testing tramite tamponi, ossia, meno tamponi per trovare meno positivi. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha anticipato che sarà mantenuto il modello delle fasce e che sarà confermato l'abbassamento della soglia dell'Rt: con 1 si va in arancione e con 1,25 in zona rossa. Il testo del dpcm, che durerà un mese o 45 giorni, ancora non c'è e non arriverà prima di giovedì, ma intanto ieri c'è stato il confronto tra governo e Regioni per definire le norme che entreranno in vigore sabato prossimo, 16 gennaio. Mercoledì, infatti, sarà Speranza ad illustrare in Parlamento le nuove misure anti Covid del dpcm e ad annunciare la proroga dello stato di emergenza, che scadrà il 31 gennaio, per altri 3 mesi. E ieri il premier Giuseppe Conte è andato giù duro: «Sta arrivando un'impennata dei contagi, dopo Gran Bretagna, Irlanda Germania, sta arrivando anche da noi e non sarà facile, dobbiamo fare ancora dei sacrifici». E allora, tra le ipotesi al vaglio del governo c'è la possibile conferma della zona gialla rinforzata che vieta gli spostamenti tra Regioni; visite (una in un giorno) a parenti ed amici massimo in 2, senza contare i minorenni, come accaduto durante le feste natalizie; conferma del divieto di asporto di cibi e bevande dai bar dopo le 18 per impedire aperitivi improvvisati in strada; in forse, per ora i week end arancioni. Consentita solo la consegna a domicilio. Una misura che non riguarderà i ristoranti. Speranza pensa però di «facilitare ancora l'ingresso in arancione provando a lavorare sull'indice di rischio e non su Rt. In questa fase di recrudescenza qualora si sia in rischio alto (valutato in base ai 21 parametri) si potrebbe andare automaticamente in arancione. Quadro epidemiologico molto complesso». L'ultima novità del provvedimento potrebbe essere l'introduzione di una quarta fascia di colore, ovvero la zona bianca che scatterebbe per quei territori che hanno un indice di contagio pari allo 0,50, aree in cui di fatto si tornerebbe alla normalità anche se con i numeri attuali sarà difficilmente raggiungibile da qualsiasi regione prima di febbraio o marzo. Nel dpcm saranno confermate le altre regole che già conosciamo: coprifuoco dalle ore 22, chiusure di palestre e piscine, il 18 gennaio non riapriranno gli impianti da sci come era stato ipotizzato, chiusi cinema e teatri mentre i musei potrebbero riaprire ma soltanto nelle regioni gialle. Anche se durante la riunione si è riscontrata una generale condivisione del «rigore» del nuovo dpcm, con alcuni governatori come Vincenzo De Luca, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga che hanno proposto l'idea di una zona arancione nazionale, ci sarà comunque un nuovo incontro giovedì per limare il testo, anche perché la stretta anti movida, con il divieto di asporto dopo le 18 per i bar, non piace al presidente della Liguria Giovanni Toti: «Queste attività, pur potendo continuare con le consegne a domicilio, rischiano di essere penalizzate ancora di più, dopo aver già subito pesanti restrizioni». Ma il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, presente al vertice, ha garantito «ristori per tutte le attività che rimarranno chiuse».
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.