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2021-01-12
Chiusure a casaccio. E il virus se ne frega
Ansa
Prima o poi bisognerà scrivere un saggio di scienza politica dedicato al governo giallorosso e alle sue mirabili innovazioni. Pur inabili a tutto, gli attuali detentori del potere sono riusciti a inventare una nuova e inedita forma di oppressione: l'autoritarismo a puntate. Proibiscono, censurano e segregano, ma un poco alla volta. Come un carnefice che, invece di martoriarti con cento frustate in un giorno ti sfinisca con una staffilata al dì per cento giorni di fila. Piccolo esercizio di memoria. In estate, Giuseppe Conte ripeteva che l'Italia non avrebbe chiuso mai più. E infatti, nel giro di poche settimane, ha richiuso di nuovo benché appena più blandamente. «Colpa degli infami che sono andati in discoteca!», gridavano politici e giornalisti in coro. Discoteche e vacanze non c'entravano nulla, ma non contava: l'importante era scaricare la croce sulle spalle dei negazionisti veri e soprattutto presunti e dei famigerati «irresponsabili».
In ottobre, assieme alla serrata, ecco la nuova promessa: «Se riusciremo a tenere sotto controllo la curva epidemiologica», disse Conte, «dopo novembre le restrizioni potrebbero essere allentate. A dicembre potremmo tornare a respirare». E aggiunse: meglio limitare le libertà subito per poi godersi in pace il Natale. Giunto novembre, però, di riaperture nemmeno l'ombra. Vennero introdotte le zone colorate, con la promessa che - grazie al nuovo metodo scientifico - non ci sarebbe stata discrezionalità: avrebbero chiuso solo le regioni in chiara violazione dei parametri cristallini. Per l'ennesima volta gli italiani hanno tirato il freno e ingoiato il rospo, sono tornati a sedersi in salotto attendendo di poter uscire un po' per le feste.
Come è andata a finire? Ovvio: di apertura per le feste manco a parlarne. Giusto qualche giorno prima di Natale si è potuto godere di un pizzico di libertà di movimento in più, onde svuotarsi il portafogli con lo shopping. Una boccata d'aria costata cara, perché non appena i cittadini hanno messo piede fuori di casa son partite le rampogne: «La gente esce, che schifo! Imbecilli, vogliono fare come con le discoteche in estate!». Esatto: Conte ha invitato gli italiani a fare spese, e non appena questi hanno obbedito, sono stati trattati da untori. Risultato: Natale barricato, Capodanno fantozzianamente anticipato, coprifuoco e zone rosse a tappeto. E qui viene davvero il bello. Perché dopo tutto questo, tornano a dirci che la situazione non è migliorata. Affermano che bisogna richiudere e occorre preparasi a settimane di sacrifici. Peggio: poiché il quadro è drammatico, il governo ha deciso di modificare il meccanismo dei colori. Se non fosse atroce, ci sarebbe da ridere. Prima hanno imposto il semaforo sostenendo che avrebbe posto fine a ogni polemica, basando ogni restrizione sui numeri e non sulle valutazioni politiche: regole trasparenti, insomma. Poi ci hanno assicurato che questo sistema funzionava perfettamente e stava portando risultati, dunque andava mantenuto. Ma oggi, guarda un po', ci spiegano che bisogna cambiare le regole. Come fanno i bambini capricciosi: non riesco a vincere giocando con gli amici? Allora modifico il regolamento. Il punto è che le allucinanti restrizioni imposte finora non hanno prodotto alcun effetto positivo. I contagi restano, i morti pure (con qualche variazione) e non c'è rosso o arancione che tenga: il semaforo è un fallimento. Anche perché ogni volta che il quadro pare migliorare i parametri vengono modificati e si torna punto e a capo: il supplizio di Tantalo in versione sanitaria.
Gli unici risultati che le zone producono sono negativi: ammazzano l'economia, distruggono il morale della popolazione, rovinano la vita a milioni di persone, colpiscono i ragazzi che non riescono a tornare a scuola. Creano il caos e gettano tutti nella confusione più totale. Ci si sveglia la mattina e prima di capire in che diamine di colore ci si trovi e che cavolo si possa o non si possa fare bisogna consultare gli oracoli. A tutto ciò si aggiunge l'odiosa sensazione di essere presi per i fondelli. Persino Agostino Miozzo, capo del Cts, dice che non resta che rassegnarsi a convivere con il virus. Eppure il governo insiste a imporre chiusure inutili e arbitrarie. Su quali studi si basano? Su quali modelli e quali piani testati a livello internazionale? Nessuno sa dirlo. In compenso, Giuseppe e soci sono bravissimi a trovare colpevoli. È facile: nel mirino ci sono sempre gli italiani irresponsabili e riottosi. Ieri il Corriere della Sera dedicava il titolone di prima pagina alla «movida». A quanto pare serve una «linea dura» contro i criminali che si ostinano a far bisboccia in giro. Basta qualche foto scattata a Lucca e mezzo video registrato a Catania per far ripartire la caccia alle streghe. Davvero questi pensano che siamo tutti scemi. Abbiamo vissuto il Natale e il Capodanno blindati; non ci si può manco sedere al bar per un caffè; nel tardo pomeriggio cala la mannaia e ci vengono a parlare di movida? Dopo tutte le castronerie che hanno collezionato vengono a dirci che il problema sono i ristoratori che tentano di sopravvivere facendo asporto dopo le 18? Qui viene il sospetto che l'unica movida la facciano a Roma, esagerando con il gin prima delle conferenze stampa. Se il premier e i suoi bevessero, per lo meno avrebbero una scusa. Il guaio è che purtroppo l'alcol non c'entra. L'unico motivo per cui ci impediscono di tornare alla vita è che, se smettessero di tenerci prigionieri, i giallorossi non potrebbero più restare al loro posto. Se l'Italia è in emergenza non si può certo tornare a votare. Se la colpa di tutto è degli italiani che folleggiano, di sicuro non si può cambiare il timoniere.
Ecco la realtà: si manda a processo Salvini per aver tenuto qualche centinaio di persone ferme su una nave vicino alla costa e il governo sequestra una nazione pur di salvarsi le chiappe. Non siamo noi a dover stare reclusi: sono loro che vanno internati.
L’ultima mazzata ai commercianti. Per i baristi asporto vietato
Linea dura su spostamenti e movida, confermata la norma sui due ospiti a casa, chiusi cinema, teatri, palestre e piscine, in forse la fascia arancione per tutti nei fine settimana. Non passa però, nel vertice con gli enti locali per il nuovo dpcm anti Covid «l'incidenza settimanale», ossia il rapporto tra positivi e abitanti, in particolare 250 contagi settimanali su 100.000 abitanti, che avrebbe fatto scattare il lockdown regionale, come aveva proposto l'Istituto superiore di sanità. Quindi niente zone rosse automatiche perché, come fatto notare dallo spesso presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ci sarebbe stato un effetto disincentivante sulla politica di testing tramite tamponi, ossia, meno tamponi per trovare meno positivi. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha anticipato che sarà mantenuto il modello delle fasce e che sarà confermato l'abbassamento della soglia dell'Rt: con 1 si va in arancione e con 1,25 in zona rossa. Il testo del dpcm, che durerà un mese o 45 giorni, ancora non c'è e non arriverà prima di giovedì, ma intanto ieri c'è stato il confronto tra governo e Regioni per definire le norme che entreranno in vigore sabato prossimo, 16 gennaio. Mercoledì, infatti, sarà Speranza ad illustrare in Parlamento le nuove misure anti Covid del dpcm e ad annunciare la proroga dello stato di emergenza, che scadrà il 31 gennaio, per altri 3 mesi. E ieri il premier Giuseppe Conte è andato giù duro: «Sta arrivando un'impennata dei contagi, dopo Gran Bretagna, Irlanda Germania, sta arrivando anche da noi e non sarà facile, dobbiamo fare ancora dei sacrifici».
E allora, tra le ipotesi al vaglio del governo c'è la possibile conferma della zona gialla rinforzata che vieta gli spostamenti tra Regioni; visite (una in un giorno) a parenti ed amici massimo in 2, senza contare i minorenni, come accaduto durante le feste natalizie; conferma del divieto di asporto di cibi e bevande dai bar dopo le 18 per impedire aperitivi improvvisati in strada; in forse, per ora i week end arancioni. Consentita solo la consegna a domicilio. Una misura che non riguarderà i ristoranti. Speranza pensa però di «facilitare ancora l'ingresso in arancione provando a lavorare sull'indice di rischio e non su Rt. In questa fase di recrudescenza qualora si sia in rischio alto (valutato in base ai 21 parametri) si potrebbe andare automaticamente in arancione. Quadro epidemiologico molto complesso».
L'ultima novità del provvedimento potrebbe essere l'introduzione di una quarta fascia di colore, ovvero la zona bianca che scatterebbe per quei territori che hanno un indice di contagio pari allo 0,50, aree in cui di fatto si tornerebbe alla normalità anche se con i numeri attuali sarà difficilmente raggiungibile da qualsiasi regione prima di febbraio o marzo. Nel dpcm saranno confermate le altre regole che già conosciamo: coprifuoco dalle ore 22, chiusure di palestre e piscine, il 18 gennaio non riapriranno gli impianti da sci come era stato ipotizzato, chiusi cinema e teatri mentre i musei potrebbero riaprire ma soltanto nelle regioni gialle. Anche se durante la riunione si è riscontrata una generale condivisione del «rigore» del nuovo dpcm, con alcuni governatori come Vincenzo De Luca, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga che hanno proposto l'idea di una zona arancione nazionale, ci sarà comunque un nuovo incontro giovedì per limare il testo, anche perché la stretta anti movida, con il divieto di asporto dopo le 18 per i bar, non piace al presidente della Liguria Giovanni Toti: «Queste attività, pur potendo continuare con le consegne a domicilio, rischiano di essere penalizzate ancora di più, dopo aver già subito pesanti restrizioni». Ma il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, presente al vertice, ha garantito «ristori per tutte le attività che rimarranno chiuse».
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L'esecutivo cambia ancora i criteri per le restrizioni e si mette a combattere una fantomatica «movida». Ormai le regole imposte da Giuseppe Conte sfuggono a qualsiasi logica che non sia il mero mantenimento del potereNel prossimo dpcm di Giuseppi prevista un'altra ondata di chiusure indiscriminateLo speciale contiene due articoliPrima o poi bisognerà scrivere un saggio di scienza politica dedicato al governo giallorosso e alle sue mirabili innovazioni. Pur inabili a tutto, gli attuali detentori del potere sono riusciti a inventare una nuova e inedita forma di oppressione: l'autoritarismo a puntate. Proibiscono, censurano e segregano, ma un poco alla volta. Come un carnefice che, invece di martoriarti con cento frustate in un giorno ti sfinisca con una staffilata al dì per cento giorni di fila. Piccolo esercizio di memoria. In estate, Giuseppe Conte ripeteva che l'Italia non avrebbe chiuso mai più. E infatti, nel giro di poche settimane, ha richiuso di nuovo benché appena più blandamente. «Colpa degli infami che sono andati in discoteca!», gridavano politici e giornalisti in coro. Discoteche e vacanze non c'entravano nulla, ma non contava: l'importante era scaricare la croce sulle spalle dei negazionisti veri e soprattutto presunti e dei famigerati «irresponsabili». In ottobre, assieme alla serrata, ecco la nuova promessa: «Se riusciremo a tenere sotto controllo la curva epidemiologica», disse Conte, «dopo novembre le restrizioni potrebbero essere allentate. A dicembre potremmo tornare a respirare». E aggiunse: meglio limitare le libertà subito per poi godersi in pace il Natale. Giunto novembre, però, di riaperture nemmeno l'ombra. Vennero introdotte le zone colorate, con la promessa che - grazie al nuovo metodo scientifico - non ci sarebbe stata discrezionalità: avrebbero chiuso solo le regioni in chiara violazione dei parametri cristallini. Per l'ennesima volta gli italiani hanno tirato il freno e ingoiato il rospo, sono tornati a sedersi in salotto attendendo di poter uscire un po' per le feste.Come è andata a finire? Ovvio: di apertura per le feste manco a parlarne. Giusto qualche giorno prima di Natale si è potuto godere di un pizzico di libertà di movimento in più, onde svuotarsi il portafogli con lo shopping. Una boccata d'aria costata cara, perché non appena i cittadini hanno messo piede fuori di casa son partite le rampogne: «La gente esce, che schifo! Imbecilli, vogliono fare come con le discoteche in estate!». Esatto: Conte ha invitato gli italiani a fare spese, e non appena questi hanno obbedito, sono stati trattati da untori. Risultato: Natale barricato, Capodanno fantozzianamente anticipato, coprifuoco e zone rosse a tappeto. E qui viene davvero il bello. Perché dopo tutto questo, tornano a dirci che la situazione non è migliorata. Affermano che bisogna richiudere e occorre preparasi a settimane di sacrifici. Peggio: poiché il quadro è drammatico, il governo ha deciso di modificare il meccanismo dei colori. Se non fosse atroce, ci sarebbe da ridere. Prima hanno imposto il semaforo sostenendo che avrebbe posto fine a ogni polemica, basando ogni restrizione sui numeri e non sulle valutazioni politiche: regole trasparenti, insomma. Poi ci hanno assicurato che questo sistema funzionava perfettamente e stava portando risultati, dunque andava mantenuto. Ma oggi, guarda un po', ci spiegano che bisogna cambiare le regole. Come fanno i bambini capricciosi: non riesco a vincere giocando con gli amici? Allora modifico il regolamento. Il punto è che le allucinanti restrizioni imposte finora non hanno prodotto alcun effetto positivo. I contagi restano, i morti pure (con qualche variazione) e non c'è rosso o arancione che tenga: il semaforo è un fallimento. Anche perché ogni volta che il quadro pare migliorare i parametri vengono modificati e si torna punto e a capo: il supplizio di Tantalo in versione sanitaria. Gli unici risultati che le zone producono sono negativi: ammazzano l'economia, distruggono il morale della popolazione, rovinano la vita a milioni di persone, colpiscono i ragazzi che non riescono a tornare a scuola. Creano il caos e gettano tutti nella confusione più totale. Ci si sveglia la mattina e prima di capire in che diamine di colore ci si trovi e che cavolo si possa o non si possa fare bisogna consultare gli oracoli. A tutto ciò si aggiunge l'odiosa sensazione di essere presi per i fondelli. Persino Agostino Miozzo, capo del Cts, dice che non resta che rassegnarsi a convivere con il virus. Eppure il governo insiste a imporre chiusure inutili e arbitrarie. Su quali studi si basano? Su quali modelli e quali piani testati a livello internazionale? Nessuno sa dirlo. In compenso, Giuseppe e soci sono bravissimi a trovare colpevoli. È facile: nel mirino ci sono sempre gli italiani irresponsabili e riottosi. Ieri il Corriere della Sera dedicava il titolone di prima pagina alla «movida». A quanto pare serve una «linea dura» contro i criminali che si ostinano a far bisboccia in giro. Basta qualche foto scattata a Lucca e mezzo video registrato a Catania per far ripartire la caccia alle streghe. Davvero questi pensano che siamo tutti scemi. Abbiamo vissuto il Natale e il Capodanno blindati; non ci si può manco sedere al bar per un caffè; nel tardo pomeriggio cala la mannaia e ci vengono a parlare di movida? Dopo tutte le castronerie che hanno collezionato vengono a dirci che il problema sono i ristoratori che tentano di sopravvivere facendo asporto dopo le 18? Qui viene il sospetto che l'unica movida la facciano a Roma, esagerando con il gin prima delle conferenze stampa. Se il premier e i suoi bevessero, per lo meno avrebbero una scusa. Il guaio è che purtroppo l'alcol non c'entra. L'unico motivo per cui ci impediscono di tornare alla vita è che, se smettessero di tenerci prigionieri, i giallorossi non potrebbero più restare al loro posto. Se l'Italia è in emergenza non si può certo tornare a votare. Se la colpa di tutto è degli italiani che folleggiano, di sicuro non si può cambiare il timoniere.Ecco la realtà: si manda a processo Salvini per aver tenuto qualche centinaio di persone ferme su una nave vicino alla costa e il governo sequestra una nazione pur di salvarsi le chiappe. Non siamo noi a dover stare reclusi: sono loro che vanno internati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-governo-conosce-una-sola-strategia-colpevolizzarci-per-tenerci-rinchiusi-2649879340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lultima-mazzata-ai-commercianti-per-i-baristi-asporto-vietato" data-post-id="2649879340" data-published-at="1610404787" data-use-pagination="False"> L’ultima mazzata ai commercianti. Per i baristi asporto vietato Linea dura su spostamenti e movida, confermata la norma sui due ospiti a casa, chiusi cinema, teatri, palestre e piscine, in forse la fascia arancione per tutti nei fine settimana. Non passa però, nel vertice con gli enti locali per il nuovo dpcm anti Covid «l'incidenza settimanale», ossia il rapporto tra positivi e abitanti, in particolare 250 contagi settimanali su 100.000 abitanti, che avrebbe fatto scattare il lockdown regionale, come aveva proposto l'Istituto superiore di sanità. Quindi niente zone rosse automatiche perché, come fatto notare dallo spesso presidente della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, ci sarebbe stato un effetto disincentivante sulla politica di testing tramite tamponi, ossia, meno tamponi per trovare meno positivi. Il ministro della Salute Roberto Speranza ha anticipato che sarà mantenuto il modello delle fasce e che sarà confermato l'abbassamento della soglia dell'Rt: con 1 si va in arancione e con 1,25 in zona rossa. Il testo del dpcm, che durerà un mese o 45 giorni, ancora non c'è e non arriverà prima di giovedì, ma intanto ieri c'è stato il confronto tra governo e Regioni per definire le norme che entreranno in vigore sabato prossimo, 16 gennaio. Mercoledì, infatti, sarà Speranza ad illustrare in Parlamento le nuove misure anti Covid del dpcm e ad annunciare la proroga dello stato di emergenza, che scadrà il 31 gennaio, per altri 3 mesi. E ieri il premier Giuseppe Conte è andato giù duro: «Sta arrivando un'impennata dei contagi, dopo Gran Bretagna, Irlanda Germania, sta arrivando anche da noi e non sarà facile, dobbiamo fare ancora dei sacrifici». E allora, tra le ipotesi al vaglio del governo c'è la possibile conferma della zona gialla rinforzata che vieta gli spostamenti tra Regioni; visite (una in un giorno) a parenti ed amici massimo in 2, senza contare i minorenni, come accaduto durante le feste natalizie; conferma del divieto di asporto di cibi e bevande dai bar dopo le 18 per impedire aperitivi improvvisati in strada; in forse, per ora i week end arancioni. Consentita solo la consegna a domicilio. Una misura che non riguarderà i ristoranti. Speranza pensa però di «facilitare ancora l'ingresso in arancione provando a lavorare sull'indice di rischio e non su Rt. In questa fase di recrudescenza qualora si sia in rischio alto (valutato in base ai 21 parametri) si potrebbe andare automaticamente in arancione. Quadro epidemiologico molto complesso». L'ultima novità del provvedimento potrebbe essere l'introduzione di una quarta fascia di colore, ovvero la zona bianca che scatterebbe per quei territori che hanno un indice di contagio pari allo 0,50, aree in cui di fatto si tornerebbe alla normalità anche se con i numeri attuali sarà difficilmente raggiungibile da qualsiasi regione prima di febbraio o marzo. Nel dpcm saranno confermate le altre regole che già conosciamo: coprifuoco dalle ore 22, chiusure di palestre e piscine, il 18 gennaio non riapriranno gli impianti da sci come era stato ipotizzato, chiusi cinema e teatri mentre i musei potrebbero riaprire ma soltanto nelle regioni gialle. Anche se durante la riunione si è riscontrata una generale condivisione del «rigore» del nuovo dpcm, con alcuni governatori come Vincenzo De Luca, Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga che hanno proposto l'idea di una zona arancione nazionale, ci sarà comunque un nuovo incontro giovedì per limare il testo, anche perché la stretta anti movida, con il divieto di asporto dopo le 18 per i bar, non piace al presidente della Liguria Giovanni Toti: «Queste attività, pur potendo continuare con le consegne a domicilio, rischiano di essere penalizzate ancora di più, dopo aver già subito pesanti restrizioni». Ma il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, presente al vertice, ha garantito «ristori per tutte le attività che rimarranno chiuse».
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Lo ha dichiarato la vicepresidente del Lazio Roberta Angelilli a margine dell’incontro con il commissario per la Politica regionale e di coesione Raffaele Fitto, che si è tenuto presso la Rappresentanza dello Stato Libero di Baviera.
Giorgio Parisi (Ansa)
Tuttavia nel valutare l’attendibilità scientifica di una posizione nulla conta il prestigio, l’autorevolezza e, men che meno, l’autorità: è, questa, una condizione insita nel metodo scientifico. Gli autori criticano l’operato del governo che, sulle politiche climatiche, ha deciso di favorire l’adattamento piuttosto che una fumosa mitigazione. Secondo i sottoscrittori della missiva, invece, bisogna insistere sulla mitigazione del clima. Questo - dicono - sta cambiando per colpa delle emissioni antropiche di CO2, e bisogna mitigare il cambiamento riducendo le emissioni. Dal che si evince che né hanno capito il clima né hanno contezza delle politiche climatiche nel contesto mondiale.
Non si rendono conto che scrivere che «il 2024 è stato l’anno più caldo dal 1880» è una frase inutile in tutti i sensi. Innanzitutto è falsa: la temperatura globale del 2024 è un numero ottenuto attraverso una discutibile elaborazione di valori di temperatura, raccolti in modo discutibile da termometri calibrati in modo discutibile, e sparsi in luoghi discutibili; quel numero non ha più rilevanza della media aritmetica dei numeri di un elenco telefonico. Poi, quel numero non è certamente confrontabile con l’analogo numero relativo al 1880 e a diversi decenni a seguire, visto che i protocolli odierni per la raccolta dei dati sono ben diversi da quelli anche solo di 50 anni fa: nessuno farebbe confronti, tanto più che si sta parlando di valori espressi, dai signori che scrivono la lettera, al centesimo di grado; una precisione che non potreste definire neanche per il tinello di casa vostra, figurarsi per il pianeta. Poi scrivono: «Dal 1880», come se la Terra fosse nata allora. Lasciamo perdere gli oltre 4 miliardi d’anni della Terra, ma dalla fine dell’ultima glaciazione sono passati oltre 10.000 anni, che gli «studiosi» bellamente ignorano.
Non è finita: scrivono che «un clima che cambia aumenta la frequenza e intensità degli eventi meteorologici estremi». E chi gliel’ha detto? Domanda legittima, visto che non c’è alcuna evidenza che dal 1880 a oggi gli eventi estremi siano aumentati. Si lamentano del «clima che cambia» come se fosse possibile avere un clima che non cambi. Undicimila anni fa il Pianeta usciva da una glaciazione con temperature globali che sono aumentate di 7 gradi in 50 anni, altro che di 1 grado in cent’anni! Né è chiaro perché mai un Pianeta globalmente più caldo dovrebbe essere peggiore di un Pianeta globalmente più freddo. E neanche ci dicono, questi «studiosi», quale sarebbe la temperatura ideale del Pianeta.
Aggiungono che sarebbe quanto mai necessaria «una forte riduzione delle emissioni, promossa a tutti i livelli, regionale, nazionale, europeo e globale». Ma, anche fosse questa la cosa necessaria da fare (e non lo è), non si capisce perché mai scrivono a Giorgia Meloni: scrivano, piuttosto, a Xi Jinping, Donald Trump, Narendra Modi, Vladimir Putin e Sanae Takaichi, ché loro sono non solo responsabili di oltre il 60% delle emissioni globali ma anche determinati ad addirittura aumentarle. Anche se Meloni fosse così sciocca di star dietro a questi «studiosi» e azzerasse le emissioni italiane, avrebbe contribuito alla riduzione di appena lo 0.9% delle globali.
«È un errore che il governo italiano non sostenga il sistema Ets (Emission trading system) quale strumento per perseguire la decarbonizzazione». Ma, infatti, con la decarbonizzazione non c’entra nulla il sistema Ets: esso è un sistema truffaldino che non fa altro che trasferire denaro, dalle tasche di chi emette, nelle tasche di chi dice di impegnarsi a non emettere, senza che neanche una molecola di CO2 sia tolta all’atmosfera.
I nostri «studiosi» citano il ciclone Harry e la frana di Niscemi (dimostrando con ciò di aver trascurato la geologia nei loro studi), che col cambiamento climatico indotto dalla CO2 non ci azzeccano proprio. Ma trovo curioso che non sorga alcun dubbio sui loro programmi di mitigazione, visto che sebbene negli ultimi 20 anni il mondo abbia speso 800 trilioni di euro in impianti fotovoltaici ed eolici, la frana di Niscemi e il ciclone Harry non ci hanno risparmiato. Direi, allora, complimenti al governo Meloni che, contrariamente a quelli che l’hanno preceduta, ha un approccio pragmatico all’annoso problema del nostro territorio dissestato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 5 marzo 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sulla morte del piccolo Domenico.