True
2020-09-20
Il gip: «L’assassino di don Roberto è lucido, aggressivo e provocatorio»
Ansa
Tre caratteristiche precise vengono sottolineate dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Como, Laura De Gregorio, che ha confermato l'arresto di Ridha Mahmoudi, il tunisino di 53 anni accusato di aver ucciso, martedì mattina, quello che chiamava «il prete di San Rocco», don Roberto Malgesini: una «forte capacità criminale», una «indole aggressiva, che denota una violenza non comune», e uno status «evasivo, contraddittorio e provocatorio». Il tunisino, durante l'interrogatorio di garanzia, dopo aver sostenuto che con il gip non avrebbe parlato, perché era una «donna», ha cercato di ritrattare, solo due giorni dopo, il verbale con la confessione resa in questura (che non voleva firmare), negando in seconda battuta di aver ucciso don Roberto. Ma è risultato, secondo il gip, «non credibile». In questura, invece, aveva fornito dettagli e motivazioni.
Don Roberto, nella versione originale, sarebbe stato colpevole di un complotto organizzato per rimandarlo in Tunisia: ragion per cui avrebbe dovuto pagare con la vita. Il tunisino avrebbe usato queste parole: doveva «essere ucciso come un cane». Il tunisino, però, ha una ferita a una mano, che per gli investigatori si sarebbe procurato durante l'accoltellamento del sacerdote. Lui, stando a quanto riporta il quotidiano il Giorno, però, avrebbe sostenuto di essersela causata «da solo». Nell'esposizione, comunque, riporta ancora il Giorno, sarebbe stato «lucido, preciso e dettagliato». Nella seconda versione, insomma, ad armargli la mano sarebbero state le istituzioni e il prefetto, colpevole di averlo espulso dall'Italia (il provvedimento era al momento sospeso perché il tunisino l'aveva impugnato). Mahmoudi, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, era ossessionato dall'espulsione. E vedeva nemici ovunque: tra le forze di polizia, i giudici e finanche il medico che lo aveva visitato. Il giorno dell'udienza per discutere della sua espulsione riteneva di essere certo che le forze dell'ordine lo avrebbero portato in aeroporto. E allora ha atteso don Roberto alle 7, orario in cui tutti i giorni il sacerdote portava in auto la colazione da distribuire ai senzatetto, si è avvicinato e ha chiesto al prete di aiutarlo. E quando il religioso, dopo avergli detto che sarebbe stato a sua disposizione dopo il giro delle colazioni, si è girato di spalle, lo ha accoltellato.
Il gip valuta anche la condizione psichica dell'indagato: «Non pare allo stato discutibile l'imputabilità dell'indagato, considerato che le ragioni addotte, pur lasciando ipotizzare connotazioni persecutorie del pensiero», non farebbero emergere «un dubbio in ordine alla capacità di intendere e volere». Il giudice ricava queste valutazioni dalla modalità con la quale il tunisino ha commesso il delitto: «La scelta del momento in cui commettere il delitto non è stata accidentale». L'indagato, infatti, avrebbe cercato le «condizioni più propizie»: di primo mattino, con poca gente in giro. In più, l'accusato, avrebbe «atteso il giorno del suo processo», presentandosi con un coltello. Il gip, quindi, ritiene che il tunisino sia stato freddo e «determinato». E dal carcere del Bassone di Como, dove è stato interrogato, è stato poi trasferito, per ragioni di sicurezza, al penitenziario di Opera a Milano. Si ritiene che, siccome don Roberto era molto apprezzato dai detenuti che sosteneva spiritualmente e materialmente in carcere, qualcuno potesse aver in mente di fargliela pagare, nonostante fosse in isolamento. Il legale del tunisino, Davide Giudici, aveva fatto sapere che stava valutando la richiesta di una perizia psichiatrica: «Faremo una valutazione sulla base della convalida e se necessario presenterò istanze ai giudici». Dopo le valutazioni del gip, però, potrebbe aver cambiato idea. Il difensore era stato assegnato d'ufficio, dopo il rifiuto dell'indagato a nominare un avvocato di fiducia. In precedenza Mahmoudi è stato assistito da altri due legali, i fratelli Carlo e Vittorio Rusconi, che avrebbero revocato il mandato dopo le dichiarazioni rese martedì da Mahmoudi, che ha indicato loro come primo obiettivo, sostenendo di averli cercati fuori dal palazzo di giustizia. Anche loro, secondo l'indagato, avrebbero fatto parte del complottone per rimandarlo a casa. Nel frattempo, l'elemosiniere di papa Francesco, il cardinale Konrad Krajewski, meglio conosciuto come don Bolletta, al termine della commemorazione del sacerdote di strada nella cattedrale di Como (che si è tenuta ieri), ha fatto sapere di aver portato un rosario per Mahmoudi, «l'uomo sfortunato che ucciso don Roberto e che sta in carcere». E ha concluso, chiedendo alle autorità di portarglielo.
Comunità focolaio: scatta zona rossa
Per la prima volta dalla fine del lockdown, da ieri in Sicilia ci sono quattro zone rosse. Si tratta delle strutture della «Missione Speranza e Carità» del francescano laico Biagio Conte, a Palermo, dove complessivamente sono ospitati più di un migliaio tra senzatetto, persone con handicap mentali, extracomunitari, donne single o madri in difficoltà.
Terreno fertile per la propagazione del Covid, e infatti, com'era prevedibile, il primo focolaio è scoppiato nella comunità più numerosa, quella in via Decollati, dove sono accolte circa 600 persone, la maggior parte extracomunitari, in sette dormitori. Nulla di nuovo: persone ammassate in luoghi dove è impossibile seguire le norme di distanziamento. E i risultati si son visti.
Ieri erano già 37 i casi accertati di positività (su circa 50 tamponi), mentre quattro persone erano già state trovate positive e ricoverate nei giorni scorsi.
Dalla notte di venerdì il cancello della struttura era presidiato dalle forze dell'ordine. A richiamare l'attenzione sull'atmosfera potenzialmente esplosiva è stato il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, nella lettera inviata al premier Giuseppe Conte, al governatore Musumeci, all'assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, al prefetto, Giuseppe Forlani, e al direttore generale dell'Azienda sanitaria provinciale di Palermo, Daniela Faraoni: «La situazione emersa è, in particolare nella struttura più grande, che ospita circa 600 cittadini stranieri, particolarmente seria, con un tasso di positività oltre il 60% dei tamponi effettuati, aggravata dalla condizione di difficile se non impossibile rispetto del distanziamento e ancor meno isolamento dei positivi asintomatici».
Come spiega ancora il primo cittadino, «la particolare condizione di fragilità e promiscuità della situazione, aggravata dal rifiuto di lasciare la struttura per recarsi presso l'albergo Covid-19 da parte di numerosi positivi, rischia di determinare una situazione di grave rischio sanitario e sociale per l'intera comunità locale». Fino a ieri, infatti, solo tre migranti ospiti della comunità avevano accettato di lasciare la struttura per porsi in isolamento nell'albergo.
Gli altri avevano rifiutato. Dopo il vertice in prefettura, dove è stato esaminato l'andamento del contagio e «la pericolosa promiscuità» all'interno delle strutture, il presidente Musumeci ha disposto le zone rosse: nei centri, adesso, potranno entrare e uscire solo gli operatori sanitari e socio-sanitari e il personale impegnato nella assistenza alle attività inerenti l'emergenza. All'esterno presenzieranno le forze dell'ordine per impedire eventuali fughe e via vai. Già ieri mattina e la notte precedente ci sono state le prime tensioni. Alcuni senzatetto volevano infatti uscire.
Intanto, due missionari contagiati sono stati ricoverati all'ospedale Cervello con un principio di polmonite.
Continua a leggereRiduci
Ridha Mahmoudi studiò il delitto nei dettagli. Riteneva il prete complice di un complotto per rimandarlo in Tunisia: «Doveva morire come un cane». E Konrad Krajewski, noto come don Bolletta, gli regala un rosario: «Uomo sfortunato che sta in carcere».Allarme in quattro strutture di Palermo. Gli extracomunitari contagiati si rifiutano di andare in isolamento in hotel e Nello Musumeci blinda i centri. Proteste da chi vuol uscire.Lo speciale contiene due articoli.Tre caratteristiche precise vengono sottolineate dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Como, Laura De Gregorio, che ha confermato l'arresto di Ridha Mahmoudi, il tunisino di 53 anni accusato di aver ucciso, martedì mattina, quello che chiamava «il prete di San Rocco», don Roberto Malgesini: una «forte capacità criminale», una «indole aggressiva, che denota una violenza non comune», e uno status «evasivo, contraddittorio e provocatorio». Il tunisino, durante l'interrogatorio di garanzia, dopo aver sostenuto che con il gip non avrebbe parlato, perché era una «donna», ha cercato di ritrattare, solo due giorni dopo, il verbale con la confessione resa in questura (che non voleva firmare), negando in seconda battuta di aver ucciso don Roberto. Ma è risultato, secondo il gip, «non credibile». In questura, invece, aveva fornito dettagli e motivazioni. Don Roberto, nella versione originale, sarebbe stato colpevole di un complotto organizzato per rimandarlo in Tunisia: ragion per cui avrebbe dovuto pagare con la vita. Il tunisino avrebbe usato queste parole: doveva «essere ucciso come un cane». Il tunisino, però, ha una ferita a una mano, che per gli investigatori si sarebbe procurato durante l'accoltellamento del sacerdote. Lui, stando a quanto riporta il quotidiano il Giorno, però, avrebbe sostenuto di essersela causata «da solo». Nell'esposizione, comunque, riporta ancora il Giorno, sarebbe stato «lucido, preciso e dettagliato». Nella seconda versione, insomma, ad armargli la mano sarebbero state le istituzioni e il prefetto, colpevole di averlo espulso dall'Italia (il provvedimento era al momento sospeso perché il tunisino l'aveva impugnato). Mahmoudi, stando a quanto hanno ricostruito gli investigatori, era ossessionato dall'espulsione. E vedeva nemici ovunque: tra le forze di polizia, i giudici e finanche il medico che lo aveva visitato. Il giorno dell'udienza per discutere della sua espulsione riteneva di essere certo che le forze dell'ordine lo avrebbero portato in aeroporto. E allora ha atteso don Roberto alle 7, orario in cui tutti i giorni il sacerdote portava in auto la colazione da distribuire ai senzatetto, si è avvicinato e ha chiesto al prete di aiutarlo. E quando il religioso, dopo avergli detto che sarebbe stato a sua disposizione dopo il giro delle colazioni, si è girato di spalle, lo ha accoltellato. Il gip valuta anche la condizione psichica dell'indagato: «Non pare allo stato discutibile l'imputabilità dell'indagato, considerato che le ragioni addotte, pur lasciando ipotizzare connotazioni persecutorie del pensiero», non farebbero emergere «un dubbio in ordine alla capacità di intendere e volere». Il giudice ricava queste valutazioni dalla modalità con la quale il tunisino ha commesso il delitto: «La scelta del momento in cui commettere il delitto non è stata accidentale». L'indagato, infatti, avrebbe cercato le «condizioni più propizie»: di primo mattino, con poca gente in giro. In più, l'accusato, avrebbe «atteso il giorno del suo processo», presentandosi con un coltello. Il gip, quindi, ritiene che il tunisino sia stato freddo e «determinato». E dal carcere del Bassone di Como, dove è stato interrogato, è stato poi trasferito, per ragioni di sicurezza, al penitenziario di Opera a Milano. Si ritiene che, siccome don Roberto era molto apprezzato dai detenuti che sosteneva spiritualmente e materialmente in carcere, qualcuno potesse aver in mente di fargliela pagare, nonostante fosse in isolamento. Il legale del tunisino, Davide Giudici, aveva fatto sapere che stava valutando la richiesta di una perizia psichiatrica: «Faremo una valutazione sulla base della convalida e se necessario presenterò istanze ai giudici». Dopo le valutazioni del gip, però, potrebbe aver cambiato idea. Il difensore era stato assegnato d'ufficio, dopo il rifiuto dell'indagato a nominare un avvocato di fiducia. In precedenza Mahmoudi è stato assistito da altri due legali, i fratelli Carlo e Vittorio Rusconi, che avrebbero revocato il mandato dopo le dichiarazioni rese martedì da Mahmoudi, che ha indicato loro come primo obiettivo, sostenendo di averli cercati fuori dal palazzo di giustizia. Anche loro, secondo l'indagato, avrebbero fatto parte del complottone per rimandarlo a casa. Nel frattempo, l'elemosiniere di papa Francesco, il cardinale Konrad Krajewski, meglio conosciuto come don Bolletta, al termine della commemorazione del sacerdote di strada nella cattedrale di Como (che si è tenuta ieri), ha fatto sapere di aver portato un rosario per Mahmoudi, «l'uomo sfortunato che ucciso don Roberto e che sta in carcere». E ha concluso, chiedendo alle autorità di portarglielo.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-gip-lassassino-di-don-roberto-e-lucido-aggressivo-e-provocatorio-2647720329.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="comunita-focolaio-scatta-zona-rossa" data-post-id="2647720329" data-published-at="1600560427" data-use-pagination="False"> Comunità focolaio: scatta zona rossa Per la prima volta dalla fine del lockdown, da ieri in Sicilia ci sono quattro zone rosse. Si tratta delle strutture della «Missione Speranza e Carità» del francescano laico Biagio Conte, a Palermo, dove complessivamente sono ospitati più di un migliaio tra senzatetto, persone con handicap mentali, extracomunitari, donne single o madri in difficoltà. Terreno fertile per la propagazione del Covid, e infatti, com'era prevedibile, il primo focolaio è scoppiato nella comunità più numerosa, quella in via Decollati, dove sono accolte circa 600 persone, la maggior parte extracomunitari, in sette dormitori. Nulla di nuovo: persone ammassate in luoghi dove è impossibile seguire le norme di distanziamento. E i risultati si son visti. Ieri erano già 37 i casi accertati di positività (su circa 50 tamponi), mentre quattro persone erano già state trovate positive e ricoverate nei giorni scorsi. Dalla notte di venerdì il cancello della struttura era presidiato dalle forze dell'ordine. A richiamare l'attenzione sull'atmosfera potenzialmente esplosiva è stato il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, nella lettera inviata al premier Giuseppe Conte, al governatore Musumeci, all'assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, al prefetto, Giuseppe Forlani, e al direttore generale dell'Azienda sanitaria provinciale di Palermo, Daniela Faraoni: «La situazione emersa è, in particolare nella struttura più grande, che ospita circa 600 cittadini stranieri, particolarmente seria, con un tasso di positività oltre il 60% dei tamponi effettuati, aggravata dalla condizione di difficile se non impossibile rispetto del distanziamento e ancor meno isolamento dei positivi asintomatici». Come spiega ancora il primo cittadino, «la particolare condizione di fragilità e promiscuità della situazione, aggravata dal rifiuto di lasciare la struttura per recarsi presso l'albergo Covid-19 da parte di numerosi positivi, rischia di determinare una situazione di grave rischio sanitario e sociale per l'intera comunità locale». Fino a ieri, infatti, solo tre migranti ospiti della comunità avevano accettato di lasciare la struttura per porsi in isolamento nell'albergo. Gli altri avevano rifiutato. Dopo il vertice in prefettura, dove è stato esaminato l'andamento del contagio e «la pericolosa promiscuità» all'interno delle strutture, il presidente Musumeci ha disposto le zone rosse: nei centri, adesso, potranno entrare e uscire solo gli operatori sanitari e socio-sanitari e il personale impegnato nella assistenza alle attività inerenti l'emergenza. All'esterno presenzieranno le forze dell'ordine per impedire eventuali fughe e via vai. Già ieri mattina e la notte precedente ci sono state le prime tensioni. Alcuni senzatetto volevano infatti uscire. Intanto, due missionari contagiati sono stati ricoverati all'ospedale Cervello con un principio di polmonite.
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica)
Dopo ISS, anche Glass Lewis si schiera per la lista del cda in vista dell’assemblea del 15 aprile che deciderà la nuova squadra di comando.
E già qui si intravede il paradosso: quando i proxy advisor sono d’accordo, il mercato tira un sospiro di sollievo. Quando non lo sono, ancora di più, perché almeno c’è un po’ di suspense.
Nel caso specifico, però, la suspense è durata poco. Glass Lewis, con l’aplomb di chi ha visto tutto e giudicato tutto, ha deciso che la lista del consiglio uscente è quella «meglio posizionata per offrire una cornice di governance bilanciata e stabile durante un periodo di transizione strategica». In altre parole: non è il momento di mettersi a fare esperimenti creativi con una banca che di esperimenti ne ha già fatti abbastanza.
Glass Lewis, l’attuale numero uno di Acea mostra «esperienza rilevante per l’attuale fase». Che è un modo elegante per dire: ha visto tempeste peggiori e, soprattutto, sa dove mettere le mani quando il quadro si complica. Operazioni complesse? Ok. Contesti istituzionali? Ok. Integrazione con Mediobanca? Vedremo, ma almeno sulla carta il curriculum regge.
Poi c’è Nicola Maione il presidente che fa parte del cda dal 2017. Qui la musica presenta qualche stecca. Perché se ISS aveva storto il naso sulla riconferma, Glass Lewis decide invece di premiare la continuità: meglio tenersi l’usato sicuro che rischiare il nuovo incerto. In fondo, «i benefici di mantenere l’esperienza nel ruolo superano le preoccupazioni sulla sua performance». Una frase meravigliosa, perché dentro ci sta tutto: il passato, il presente e anche un pizzico di indulgenza.
Per il resto va in onda la liturgia delle bocciature eccellenti su cui i due sacerdoti della governance di trovano d’accordo. Inviato a non votare Alessandro Caltagirone (figlio dell'azionista Francesco Gaetano Caltagirone), Elena De Simone (manager espressione del gruppo Caltagirone) e del presidente del comitato nomine, Domenico Lombardi. Bocciate anche le liste che presentano candidature «credibili ma non adatte al momento». Riferimento trasparente a quella dell’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio. Credibile, sì. Opportuno, no. Perché nelle fasi delicate la parola chiave non è talento, ma continuità. O, in alternativa, prevedibilità. Lovaglio, dopo essere stato costretto alle dimissioni, non si è dato per vinto candidandosi in una lista alternativa. Pierluigi Tortora, numero uno della holding Plt, in un'intervista pubblicata oggi su Milano Finanza, si è detto comunque fiducioso sulle possibilità di successo di Lovaglio. «Credo che il mercato possa premiare la bontà della lista, la trasparenza, la coerenza a un progetto sul quale il mercato si è già espresso Secondo me con il 20-22% ce la giochiamo».
A Siena, lato Fondazione Monte dei Paschi di Siena, si osserva la scena con quella miscela di nostalgia e apprensione che solo chi ha già dato (e perso) molto può permettersi. E qui la memoria torna impietosa: oltre cinque miliardi di patrimonio bruciati nel tentativo di mantenere il controllo. Un falò di sofferenze e di risorse.
La Fondazione Monte dei Paschi, ora teme che la sfida per la governance possa cambiare la visione dell’istituto. Che è un po’ come dire: abbiamo già visto cosa succede quando si cambia troppo, troppo in fretta. E non è stato un bello spettacolo.
Così il 15 aprile, a Siena, non si voterà solo un consiglio di amministrazione. Si voterà una linea di galleggiamento. Tra chi vuole ridisegnare la banca e chi, più prudentemente, preferisce tenerla dritta mentre attraversa l’ennesimo tratto di mare agitato. E, a giudicare dal coro dei proxy, il messaggio è chiaro: dopo il successo della scalata a Mediobanca occorre mettere ordine tra Siena e Milano. Anche se, in Italia, il pilota automatico ha spesso bisogno di qualcuno che controlli che funzioni davvero.
Continua a leggereRiduci
Il giuramento del nuovo ministro del Turismo Gianmarco Mazzi davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella (Ansa)
Il segnale è chiaro: il governo è solido e procede senza tentennamenti. La squadra è concentrata sulle sue responsabilità, senza farsi distrarre dagli strepiti delle opposizioni e da gossip di vario genere. La scelta di Mazzi parla da sola. In tre anni e mezzo di lavoro, mentre al Mic si passava da Gennaro Sangiuliano ad Alessandro Giuli, con cambiamenti dei relativi staff, il neoministro non ha mai alimentato polemiche o attriti di alcun tipo.
«Il turismo è un mondo ricco di fascino e grandi professionalità che richiede cura attenta perché rappresenta un pilastro dell’economia italiana. Sono onorato di questo incarico e ringrazio il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio per la fiducia accordatami», ha detto Mazzi subito dopo il giuramento. La scelta dell’ex sottosegretario alla Cultura interrompe il totonomi che nei giorni scorsi aveva alimentato l’ipotesi della promozione del consigliere di Daniela Santanché, Gianluca Caramanna, grande conoscitore della macchina ministeriale, della candidatura di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni ora in corsa per la poltrona della Fgci, e di Luca Zaia, il doge trevigiano con il solo neo di non appartenere a Fratelli d’Italia. La casella del Turismo, con il suo enorme impatto sul Pil italiano, doveva restare in quota al partito di maggioranza relativa. Immediate sono arrivate le congratulazioni di Santanché che ha definito quella di Mazzi «una scelta giusta, grazie alla quale l’industria turistica italiana potrà contare su una figura di assoluto spessore».
Veronese, 65 anni, sposato con Evelina Smarrito, schiva quanto lui, laureato in giurisprudenza con una tesi sull’«Intervento pubblico nel campo dello spettacolo fra promozione culturale e mercato», il neoministro ha alle spalle un lungo percorso come agente, manager e organizzatore di eventi di respiro internazionale. Poco più che ventenne, nel 1981 è promotore con Mogol, Gianni Morandi e Gianluca Pecchini della Nazionale cantanti. Il mondo dell’intrattenimento diventa il suo campo d’azione privilegiato. Da Caterina Caselli apprende i primi segreti del mestiere. Ma le collaborazioni importanti si susseguono: Fabrizio De André, i Pooh, Lucio Dalla. La più duratura è quella con Adriano Celentano, Claudia Mori e il Clan, «la mia famiglia», confida a Sette del Corriere della Sera. Nel 2000 con la Nazionale cantanti organizza all’Olimpico di Roma la «Partita del Cuore per la pace». Nella tribuna autorità ci sono il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, Shimon Peres e Yasser Arafat, oltre a personalità come Pelè, Michael Schumacher e Sean Connery. Nell’aprile 2003, con Morandi e Luca Barbarossa, in piena crisi con l’Iraq, porta a Baghdad gli aiuti umanitari della Croce Rossa italiana, iniziativa per la quale la delegazione riceverà un riconoscimento dei Nobel per la Pace, consegnato dal Dalai Lama e Mikhail Gorbaciov. Nei primi anni Duemila cura gli show di Celentano su Rai 1, Francamente me ne infischio, 125 milioni di caz…te e Rockpolitik, tra gli show più dirompenti della storia della televisione. Mazzi abbina intuizione, pazienza e doti manageriali che si rivelano risolutive nelle situazioni più complesse. Tra il 2006 e il 2012, affiancato da Lucio Presta, è per cinque volte direttore artistico del Festival di Sanremo. Cura l’organizzazione della cerimonia d’apertura di Expo 2015 dalla Piazza del Duomo di Milano. Seguono le collaborazioni con Riccardo Cocciante, Vasco Rossi, Dario Fo, Vasco Rossi e Massimo Giletti. Dal 2017 al 2022 porta l’Arena di Verona, di cui è direttore artistico, al centro del circuito dell’intrattenimento italiano e internazionale. Nel settembre 2022 viene eletto alla Camera con Fratelli d’Italia. Concreto e riservato, è il nuovo ministro del Turismo del governo Meloni.
Continua a leggereRiduci