Il fisco non svela quali multinazionali fanno affari con lo sconto sulle tasse

Come denunciato dalla Verità, l'erario ha firmato accordi speciali con 78 imprese: impossibile saperei loro nomi o le contropartite ottenute dallo Stato. I cittadini si devono limitare a chinare il capo e pagare.
Gli accordi di agevolazione fiscale concessi dall'Italia, per mano dell'Agenzia delle entrate, alle multinazionali sono arrivati al ragguardevole numero di 78. Si è partiti nel 2005 con due miseri accordi, adesso il nostro Paese è addirittura al terzo posto in Europa. Questo significa che, dopo le pressione avanzate da alcuni membri dell'Unione europea, c'è il rischio concreto che Bruxelles apra una procedura nei confronti di Roma. L'accusa sarebbe «aiuti di Stato». Ecco perché di fronte a tale possibilità è arrivato il momento di chiedere ai vertici dell'Agenzia guidata da Ernesto Maria Ruffini la massima trasparenza. Chiediamo l'elenco con tanto di nomi delle multinazionali agevolate, i dettagli degli accordi e la contropartita messa sul piatto.
Se arrivasse una multa Ue, la Corte dei conti dovrà valutare l'opportunità dei singoli accordi e comprendere se non ci sia stato un danno erariale. Le stesse informazioni dovrebbero arrivare anche ai contribuenti, i cittadini che aggiungendo il danno alla beffa rischierebbero di dover pagare con le proprie tasse l'eventuale sanzione.
Più in generale, l'elenco delle multinazionali servirebbe a svelare la disparità di trattamento tra Pmi italiane, semplici cittadini e grandi corporation.
Dal 2008 a oggi la pressione fiscale per i grandi gruppi imprenditoriali è scesa del 9%. Al lato opposto della medaglia ci sono, invece, i cittadini: lo Stato chiede ai piccoli risparmiatori e ai lavoratori quello che toglie ai grandi. La pressione fiscale sui redditi delle persone fisiche è aumentata del 6%, non soltanto in Italia ma in tutti i Paesi Ocse. I numeri, riportati dal Sole 24 Ore e frutto di uno studio del Financial Times, fanno emergere un quadro paradossale: gli Stati agiscono come dei «Robin Hood al contrario», concedendo ai più ricchi quel che non risparmiano ai poveri.
Lungi da noi chiedere un aumento delle tasse. Il ragionamento è inverso. Vorremmo che le imposte finalmente venissero tagliate anche a tutti quei piccoli artigiani, commercianti e liberi professionisti che non riescono nemmeno ad avere un accesso paritario al fisco tricolore. Figuriamoci immaginare di poterci trattare. Eppure la colonna portante del Paese - e non stiamo ripetendo una frase fatta - sono le Pmi e le partite Iva. Queste ultime, al di là della pressione fiscale, sono schiacciate anche dalla burocrazia e dagli inutili fardelli tributari.
Dal 2017 agli italiani pagare le tasse costa 3,6 miliardi in più rispetto al 2016. E non si tratta di nuove imposte, ma di tasse sulle tasse. Il frutto geniale e perverso della sfilza di adempimenti che il governo Renzi ha aggiunto alla giungla già esistente e imposto alle aziende e ai cittadini. I moduli richiesti per ottemperare ai versamenti Iva e l'ultima versione della dichiarazione dei redditi del 730 costano ai contribuenti, costretti a rivolgersi ai professionisti, rispettivamente 2,1 miliardi e 1,5 miliardi di euro. Un salasso per giunta paradossale perché fine a sé stesso. Ricade sulle spalle dei commercialisti, dei Caf e quindi dei contribuenti senza portare vantaggi nelle casse dello Stato.
Con le novità introdotte nel 2016 il costo complessivo della burocrazia tributaria è salito in modo stratosferico.
La cifra pagata per gli adempimenti fiscali per tutte le imprese e i professionisti, ovvero 6 milioni di persone, è di 60,4 miliardi di euro. Importo lievitato dal 2015 (quando si attestava a 58,1 miliardi) di 2,4 miliardi di euro, pari a una media di 514 euro in più per ogni singola partita Iva, e che è passato da 9.577 euro a 10.091 euro.
Ecco perché serve trasparenza: gli accordi fiscali porterebbero ogni anno a una perdita di almeno 10 miliardi di gettito per l'erario.
Secondo i dati riportati nel Def, documento di finanza pubblica, relativo al 2016 la somma interessata da tassazione speciale sarebbe di circa 31 miliardi di euro. Così si arriva allo sconto da 10 miliardi di euro. Stiamo parlando all'incirca dello 0,6% del Pil, riconducibile a meno di un centinaio di aziende.
Nello stesso periodo, dal 2005 al 2016, la pressione fiscale sulle imprese tricolore è salita più o meno di quattro punti percentuali rispetto al Pil. Da poco meno del 40% a circa il 44. Sono i due pesi e le due misure che non funzionano. Se ci fosse un Parlamento aperto dovrebbe discuterne al più presto.






