Stuprata e segregata dalla famiglia islamica ma i servizi sociali scelgono di scaricarla

Nell’aula del tribunale di Ferrara cala il silenzio. La donna seduta davanti ai giudici smette di parlare, porta le mani al volto e comincia a tremare. Non riesce più a respirare. L’udienza viene sospesa. Sta raccontando 12 anni di prigionia domestica. E mentre il processo è ancora in corso, la protezione che aveva ricevuto è stata interrotta: i servizi sociali l’hanno dichiarata autonoma. Il suo nome non possiamo farlo, per motivi di sicurezza. La chiameremo Nida. Ha 35 anni, capelli neri lunghi sulle spalle e una voce che si spezza mentre testimonia. «Prima o poi mi uccideranno. Loro mi vogliono trovare. E mi vogliono ammazzare».
Nida è arrivata in Italia nel 2010 dopo un matrimonio combinato celebrato in Pakistan, nella regione del Gujrat. Suo marito l’aveva visto per la prima volta proprio quel giorno. Pochi mesi dopo lei lo raggiunge in Emilia. Il suo incubo comincia in un paesino della provincia di Ferrara: Portomaggiore. Un centro della pianura dove, soprattutto in certi orari, si incrociano molti uomini pakistani in abiti tradizionali e pochissimi italiani. La casa che diventa la sua prigione è in periferia, lontana dal centro. Per 12 anni nessuno si accorge di quella donna segregata tra quelle mura.
«Non potevo uscire di casa. Non potevo andare al supermercato. Non potevo accompagnare i miei figli a scuola. Per loro una donna deve stare chiusa dentro». In casa era costretta a portare sempre il velo. Non poteva nemmeno tagliarsi i capelli. «Dicevano che tagliarsi i capelli è segno di libertà». Studiare italiano non le era permesso. «Le nostre donne non studiano», le ripetevano.
Per la famiglia del marito Nida era solo una serva. Un essere da non rispettare, solo da sfruttare. Doveva lavorare senza sosta, ubbidire e chiedere scusa. Sempre. «Quando sbagliavo qualcosa mi facevano mettere in ginocchio». Non aveva una stanza: il suo letto era sotto le scale, in uno sgabuzzino dove dormiva con i figli. Quando aveva il ciclo non poteva usare assorbenti, solo stracci. Non aveva un telefono. Quando parlava con i genitori qualcuno della famiglia restava accanto a controllarla. «Mi dicevano di non raccontare niente». Anche la figlia doveva rispettare le stesse regole. A cinque anni veniva mandata a scuola con il velo e gli abiti tradizionali pakistani.
Il bagno di casa le era vietato. Nonostante ce ne fossero due, a lei era concesso solo quello esterno nel cortile, con la porta rotta e i topi. Anche d’inverno. «Dicevano che ero la donna delle pulizie». Le staccavano la presa del boiler per impedirle di usare l’acqua calda. Quando i bambini si ammalavano scaldava l’acqua sul fornello per lavarli.
In aula la voce le si rompe quando racconta un episodio. «Una volta faceva freddo. Mia figlia voleva usare il bagno dentro casa». La bambina prova a entrare. Il nonno la ferma. «L’ha colpita con un bastone». Nida si interrompe, porta le mani al viso e scoppia a piangere. L’udienza viene sospesa. Quando rientra in aula respira a fatica. «Io non potevo fare niente».
Le violenze erano quotidiane. Anche durante la gravidanza. «Quando non riuscivo a finire i lavori mi picchiavano». Una volta, al settimo mese, viene scaraventata a terra colpita allo stomaco perché non voleva pregare. Nessuno la aiuta. I panni doveva lavarli fuori, a mano, con l’acqua fredda. Se il cibo non era gradito i piatti venivano rovesciati e spaccati a terra. Poi, davanti ai giudici, arriva il passaggio più difficile da raccontare. Nida parla delle violenze sessuali subite durante quegli anni. Non solo dal marito. In più occasioni, riferisce, anche uno dei cognati avrebbe abusato di lei. Il secondo figlio, dice, è nato dopo una violenza. A quel punto si ferma. La voce si spegne, fatica a respirare e piange. L’udienza viene interrotta di nuovo.
Nida era in mezzo a noi, nella nostra Italia. Ma nessuno si è accorto di lei. A pochi passi dalla casa dove per anni è rimasta prigioniera, il Comune ha perfino installato una panchina rossa, simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. Eppure quando la figlia prova a chiedere aiuto, inviando alcune mail al Comune di residenza, Portomaggiore, la risposta non arriva mai.
Alla fine Nida riesce a salvarsi da sola. Trova il coraggio di fuggire e di rivolgersi a un centro anti violenza. Solo a quel punto, e con anni di ritardo, scattano gli interventi istituzionali. Viene inserita in una comunità protetta sotto la tutela dei servizi sociali della zona. Per un periodo lei e i suoi due figli minori vivono al sicuro. Ma gli uomini che accusa di averla tenuta prigioniera non sono mai davvero spariti. Sono rimasti lì, a pochi chilometri.
Dopo il caso di Saman Abbas l’Emilia-Romagna ha rafforzato i protocolli per proteggere le vittime di violenza domestica e i casi di matrimoni forzati. Eppure oggi Nida è fuori da quel sistema di protezione. Il percorso di accoglienza è stato interrotto. I servizi sociali l’hanno dichiarata autonoma. Autonoma nonostante il processo sia ancora in corso. Autonoma nonostante le minacce. Autonoma nonostante due figli minori da mantenere che vivono, come lei, nel terrore. Oggi vive in una casa senza contratto e sopravvive con circa 500 euro al mese. I suoi aguzzini continuano a vivere nella stessa zona. «Io ho paura», dice piano davanti ai giudici. «Prima o poi mi uccideranno».





