
Il punto di rilievo geoeconomico è la durata del blocco di Hormuz. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian si è scusato per gli attacchi - pur minimi, ma con effetti simbolici/economici prospettici gravi - con le nazioni del Golfo dichiarando che se queste (che sono passate dalla difesa passiva a una attiva) non attaccheranno l’Iran anche Teheran non lo farà. Soprattutto - questa la novità - ha dichiarato che il blocco dello stretto di Hormuz vale solo per navi statunitensi e israeliane, non per altre. È un primo segnale limitativo del conflitto precursore di disponibilità negoziale?
Un think tank cugino mi ha avvertito che i pasdaran hanno miliardi di dollari depositati nelle nazioni del Golfo e che molte navi che trasportano petrolio iraniano hanno bandiere non iraniane per sfuggire alle sanzioni. Quindi è pensabile una pressione dei pasdaran per non perdere masse notevoli di denaro, considerando che il figlio dell’ucciso ayatollah Ali Khamenei, Mojtaba, ora eletto come capo della teocrazia (ma in divergenza con il più dei leader religiosi ostili al nepotismo) era ed è il garante dei flussi finanziari e del controllo di centinaia di aziende da parte dei pasdaran stessi nonché dalla milizia Basij.
Altri colleghi mi hanno segnalato l’ipotesi che Pezeskian abbia fatto questa mossa combinata con la dichiarazione che l’Iran mai si arrenderà per comunicare a Donald Trump che se vuole negoziare una resa dell’Iran non potrà usare il modello venezuelano né l’avrà, ma che trattando con lui - che è un presidente eletto pur nella semidemocrazia iraniana - un accordo potrà essere trovato. Semplificando, Pezeskian sta cercando una carta forte via consenso degli Stati del Golfo per giocarsela con Trump, sapendo che questi non vorrà mandare soldati (americani) a terra. I miei ricercatori del think tank euroamericano Stratematica si chiedono: Trump sta aumentando la pressione militare - tra cui un’invasione di guerriglieri curdi peshmerga di parte dell’Iran curdo - per avere carte più forti utili a un compromesso di vantaggio oppure per imporre alla guida dell’Iran altro personale, per inciso attività organizzativa in corso? Dettagli nebbiosi e noiosi?
Forse, ma è da questi dettagli che si riuscirà a capire quanto durerà la fase calda del conflitto e il blocco di Hormuz (che pur formalmente aperto resta al momento chiuso dal picco di costi assicurativi per le navi e fiducia non sufficiente) e quindi stimare quale ne sarà l’impatto economico e finanziario. Un altro macro-dettaglio correlato è capire la condizione di vittoria perseguita da Washington: solo amputazione delle capacità di influenza esterna dell’Iran o cambiamento di regime pur limitato a imporre i vertici e non a distruggere l’organizzazione (modello venezuelano)?
Il primo obiettivo è in vista, ma il secondo è nella nebbia. Israele? Per il primo obiettivo è convergente con Trump, ma per il secondo potrebbe non esserlo perché vuole perseguire un cambiamento totale di regime avendo già preso posizioni entro l’Iran per poterlo tentare, considerando un consenso sostituivo del regime di almeno il 75% della popolazione. Ma la seconda Gerusalemme (Washington) lascerà mano libera alla prima (Gerusalemme originaria) vedendo un rischio di guerra civile prolungata che potrebbe bloccare Hormuz a lungo e chiamare interventi attivi di Russia e Cina ora passive, ma in realtà in stato di attesa? La soluzione sarebbe l’intervento delle Forze armate regolari iraniane contro le milizie (modello in sperimentazione nel Libano). Ma è difficile che militari iraniani regolari pur antiregime facciano un colpo di Stato, sia per lealtà nazionale trascendente sia per forza reale contro le milizie. Semplificando, resta lo scenario di un regime che pur amputato nelle sue capacità esterne tenta di riuscire a stare in piedi, con certa possibilità e pericolosità.
Pertanto, al momento non c’è probabilità prevalente dello scenario di impatto economico globale né migliore, pur aumentando i segnali a favore, né peggiore. Quello intermedio prevede un incremento dei prezzi del petrolio portatori di inflazione, amplificati da speculazioni al rialzo non facilmente contenibili, più nell’area europea, ma non irrilevanti negli Stati Uniti. Con conseguenze sugli andamenti borsistici al ribasso, pur non estremi. Ma c’è una riduzione dei flussi di investimento dall’America verso l’area europea. Motivo? In situazione di instabilità o ambiguità geopolitica il dollaro – anche se meno che nel passato – è visto dagli attori finanziari come luogo di salvezza, l’Europa no. In uno scenario non peggiore, ma ancora non chiaramente migliore, quali sono i rimedi a tutela dell’economia reale e del risparmio?
Certamente azioni di governo più forti per calmierare i prezzi dell’energia che hanno preso un andamento irrazionale perché non c’è scarsità di rifornimenti né di petrolio né di gas da fornitori diversi dall’area del Golfo. Possibile? Non facile, ma possibile per le euronazioni. Dobbiamo già scontare una crescita più bassa di quella prevista del Pil nel 2026? Se il blocco di Hormuz durasse meno di un mese probabilmente no, ma se durasse di più si dovrà. Politica monetaria? La Bce avrà motivi non criticabili per ridurre il costo del denaro causa rischio inflazione. La Fed statunitense? Anche, ma ciò ridurrà la svalutazione competitiva del dollaro contro euro facilitando un po’ l’export. In conclusione, ritengo qui rilevante segnalare che non ci sono motivi di pessimismo economico esagerato né per il risparmio, a condizione che sia ben gestito, pur non essendoci ancora chiarezza sulle probabilità di caso migliore in iniziale aumento.





