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2019-03-08
Il femminismo del futuro: «Fare bimbi è fascista e servono 100 nuovi sessi»
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Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono.
Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…
Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo».
A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà.
La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento».
Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini».
La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse».
«Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali».
Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi.
Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia
Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti.
Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc.
Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene?
Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia.
Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione.
Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...».
Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne».
Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate.
Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"».
Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
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Nelle librerie italiane arrivano i testi delle teoriche militanti più agguerrite. Nemiche della natura e della riproduzione, chiedono diritti per migranti e trans.Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia. Da parecchio tempo gli Stati protestanti sono presentati come modelli di democrazia e benessere da imitare. Eppure, se si vanno a guardare i dati, si nota che violenze e disagio sono elevati.Lo speciale comprende due articoli. Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono. Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo». A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà. La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento». Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini». La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse». «Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali». Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-femminismo-del-futuro-fare-bimbi-e-fascista-e-servono-100-nuovi-sessi-2630948323.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-nord-europa-emancipato-e-progressista-le-ragazze-vivono-peggio-che-in-italia" data-post-id="2630948323" data-published-at="1771519736" data-use-pagination="False"> Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti. Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc. Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene? Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia. Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione. Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...». Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne». Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate. Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"». Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
Danni causati dal maltempo a San Giovanni Li Cuti, Catania (Ansa)
I danni hanno aperto anche il problema del turismo che rischia di essere compromesso. Le aree colpite sono tradizionalmente di grande interesse e meta estiva per le vacanze. Il governo ha destinato 5 milioni alla promozione internazionale di Sicilia, Calabria e Sardegna, perché, come ha spiegato il ministro del Turismo, Daniela Santanchè, «dobbiamo partire subito con una contro-narrazione. I turisti possono andare in queste regioni e verranno ospitati nel migliore dei modi. La campagna la presenteremo a Berlino visto che la Germania è il primo mercato di riferimento per tutte e tre le regioni. Bisogna evitare che ai danni già ingenti, si aggiunga un danno di immagine che comprometta il turismo. Il nostro obiettivo è di sostenere il turismo in queste aree, lavorando a stretto contatto con le istituzioni locali e le associazioni di categoria creando una sinergia vincente».
Nel 2025 le tre regioni hanno segnato un aumento record dei flussi turistici: le presenze in Sardegna sono aumentate del 15,6% sul 2024, in Sicilia del 2,8% e in Calabria del 10,5%.
Il capo dipartimento della Protezione civile, Fabio Ciciliano, ha firmato una nuova ordinanza che integra analogo provvedimento adottato lo scorso 30 gennaio e include altri 55 Comuni calabresi ai 119 già in precedenza deliberati a seguito della dichiarazione dello stato d’emergenza da parte del governo.
Soddisfatto per i provvedimenti del consiglio dei ministri, il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani. «È un segnale concreto di attenzione e vicinanza alle nostre comunità, che stanno affrontando con grande dignità e senso di responsabilità una fase complessa e dolorosa», ha detto il governatore che ha evidenziato «la sinergia istituzionale che si è creata tra il governo nazionale e quello regionale». Schifani poi ha ricordato i 680 milioni di euro di risorse proprie già destinate per far fronte all’emergenza e per sostenere la ricostruzione. «Inoltre, abbiamo istituito a Palazzo d’Orleans un’apposita cabina di regia, composta dagli assessori e dai dirigenti generali dei dipartimenti interessati, che si riunisce una volta a settimana per garantire coordinamento, rapidità decisionale e monitoraggio costante degli interventi». Intanto una circolare congiunta dei dipartimenti dell’Ambiente, dei Beni culturali e Tecnico della Regione Sicilia, stabilisce procedure più snelle per la ricostruzione delle strutture balneari danneggiate. Il provvedimento rende più semplice l’iter burocratico per effettuare gli interventi di ripristino dei manufatti ricadenti in concessioni demaniali marittime che hanno subito danni o siano stati distrutti in conseguenza del maltempo del 19-21 gennaio scorso. Sono state istituite due procedure semplificate: una per la ricostruzione fedele e l’altra per la ricostruzione con variazioni sostanziali.
«Lo stanziamento complessivo di oltre un miliardo di euro, rappresenta una risposta concreta e tempestiva a sostegno delle comunità colpite dal ciclone», ha commentato la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro. «Ancora una volta sono stati mantenuti gli impegni assunti. Il governo ha agito con rapidità».
Dall’opposizione, il segretario del Pd, Elly Schlein, propone «di sospendere i tributi alle famiglie e alle imprese delle zone colpite».
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Ricostruzione del primo camion Daimler del 1896 (Daimler Media)
Aveva una potenza di soli 4 cavalli, più o meno come uno scooter odierno di bassa cilindrata. E le ruote piene in ferro. Ma il Daimler è stato il primo camion del mondo e oggi compie 130 anni. Una pietra miliare nel mondo dei trasporti a motore, fu presentato nel 1896 dai suoi progettisti (e fondatori della casa tedesca) Gottlieb Daimler e Wihelm Maybach. Il motore posteriore a due cilindri «Phoenix», applicato anche alle prime vetture della casa di Stoccarda, erogava 4 Cv con una cilindrata di 1,06 litri e azionava l’asse posteriore tramite trasmissione a cinghia. Le molle elicoidali proteggevano il motore contro le vibrazioni e l’asse anteriore era sterzante per mezzo di catena. Il telaio era interamente in legno rinforzato. Il conducente sedeva su una panca rialzata come su una carrozza a cavalli, mentre il motore era posizionato inizialmente al posteriore. Daimler aveva già applicato al primo esemplare di mezzo commerciale un principio ancora oggi utilizzato negli autocarri pesanti: l’asse a gruppi epicicloidali esterni. Il Daimler poteva trasportare circa 1.500 chilogrammi di carico nel cassone dalle sponde di legno e raggiungeva una velocità massima di circa 12 km/h. Nel 1898 Daimler apportò la prima sostanziale modifica, spostando il motore dall’originaria posizione all’asse posteriore all’anteriore. Nel 1900 il primo camion fu presentato all’Esposizione Internazionale di Parigi, dove riscosse un grande successo soprattutto tra gli operatori del nascente settore automobilistico. Già due anni prima Daimler aveva fondato in Inghilterra la prima filiale estera con licenza di produzione a Coventry e nello stesso anno il marchio tedesco solcò l’Atlantico per approdare a Long Island, New York, dove Daimler iniziò una joint venture con il prestigioso produttore di pianoforti Steinway, con il quale condivideva gli spazi produttivi di Astoria.
La produzione rimase inizialmente di tipo artigianale, con pochi esemplari prodotti. Ma l’evoluzione tecnica dei camion Daimler fu rapidissima e nel 1905 già fu presentato un autocarro da 20 Cv di potenza, con telaio metallico e capacità di carico di ben 5 tonnellate. La produzione diventò presto standardizzata e i veicoli commerciali di Stoccarda furono impiegati da birrifici (Löwenbräu) e dal servizio postale. Il primo Daimler militare da 20 Cv fu presentato alla vigilia della Grande Guerra ed entrò subito in servizio meno di 10 anni dopo la prima piccola produzione di serie.
Un esemplare fedelmente ricostruito del primo prototipo di camion al mondo è visibile dal 19 al 22 febbraio alla Fiera di Stoccarda, la città dove 130 anni fa vide la luce il Daimler, in occasione della fiera «Retro Classics 2026». In questa edizione, la casa tedesca celebra i 30 anni di una pietra miliare della produzione di veicoli pesanti, il Mercedes «Actros» e gli 80 anni dei mezzi speciali prodotti con il marchio Unimog, oltre ai 75 degli autobus Setra.
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MIchele De Pascale (Imagoeconomica)
Se poi si dice sì anche alle espulsioni e ai Cpr, pur con tutte le sfumature del caso, allora si rischia l’intervento della Santa Inquisizione dem: «Io penso che sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto Michele De Pascale dopo aver sentito al telefono il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, «le istituzioni si debbano parlare e l’Emilia-Romagna si deve sedere al tavolo con il governo portando tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica. Perché oggi i Cpr hanno un problema di umanità e di efficacia: si può rendere umano ed efficace? Ma non dico un no secco, abbiamo tanti dubbi e perplessità ma siamo disponibili a discutere, perché vogliamo entrare nel merito».
Parole di semplice buon senso che hanno scatenato nell’ordine: una protesta contro De Pascale al grido di «Emilia-Romagna ribelle, mai più Cpr», che ha portato alla sospensione della seduta del consiglio regionale; l’indignazione del sindaco pd di Bologna, Matteo Lepore (che ovviamente non lo vuole nella sua città); la scomunica del responsabile organizzazione della segreteria nazionale del Pd, Igor Taruffi, che ha tuonato: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr»; la vibrante presa di posizione dei vertici dem bolognesi, che hanno ribadito «la propria contrarietà ai Cpr come strumento delle politiche su sicurezza e migrazioni», oltre ovviamente agli anatemi di Avs e compagnia strepitante.
A Lepore, De Pascale ha risposto malizioso: «La campagna elettorale del Comune di Bologna (si vota l’anno prossimo, ndr) interessa ai cittadini di Bologna. Questa Regione è un po’ più grande». Le accuse di «favorire la destra» e tutto il florilegio di critiche arrivate dalla «sua» parte politica, però, non intimidiscono il presidente dell’Emilia-Romagna: «Il problema più odioso per i cittadini», dice De Pascale a Calibro 9, programma condotto da Francesco Borgonovo su Radio Cusano Campus, «riguarda le persone irregolari che commettono reati e che non vengono espulse: oggi spesso lo Stato si limita a consegnare un foglio di carta con l’ordine di lasciare l’Italia. Con numeri così alti di persone senza permesso di soggiorno e poche espulsioni disponibili, bisogna essere selettivi e concentrare le risorse sui soggetti socialmente pericolosi». E i Cpr? «Oggi i centri tengono insieme persone che hanno commesso reati e persone che non li hanno commessi. Non sono strutture nate per la sicurezza e infatti registrano evasioni, tensioni e critiche anche sul piano dei diritti umani. È necessario discutere e riformare questo sistema. La detenzione amministrativa», aggiunge De Pascale, «dovrebbe riguardare solo chi rappresenta un pericolo per la comunità. Su sicurezza e immigrazione bisogna sedersi a discutere senza ideologie: lo Stato ha la competenza, ma il confronto istituzionale è un dovere. Servono soluzioni efficaci e rispettose dei diritti umani».
De Pascale ha pure proposto al Pd di organizzare gli Stati generali sulla sicurezza, «anche per ascoltare i sindacati delle forze di polizia, utili per capire come migliorare la nostra proposta. Ci sono tante voci da ascoltare e sono certo che il Pd lo farà».
Macchè: Taruffi ha liquidato la proposta come «semplificazione e spot propagandistico». È un riflesso condizionato: chiunque nel Pd parli di sicurezza viene scomunicato dai vertici nazionali. È quanto accade all’ex presidente della Campania, Vincenzo De Luca, che sull’argomento randella il suo partito a più non posso, con frasi lapidarie, e che Elly e i suoi stanno cercando di ostacolare nella corsa a sindaco di Salerno (sarebbe la quinta volta): «Le forze politiche che si autodefiniscono di sinistra», ha detto tra l’altro De Luca, «non hanno ancora capito che la sicurezza è oggi un bisogno umano fondamentale».
Tornando all’Emilia-Romagna, La Verità ha chiesto un commento alla capogruppo di Fdi in Consiglio regionale, Marta Evangelisti: «Il 76% degli italiani e la stragrande maggioranza degli elettori di centrosinistra chiedono l’espulsione di chi delinque. Non parliamo di lavoratori integrati, ma di soggetti con precedenti penali gravi. Ignorare questa realtà significa tradire il mandato dei cittadini. La posizione della giunta oscilla», sottolinea la Evangelisti, «si apre, si arretra, si mescolano gli argomenti. Questa non è cattiva comunicazione, è la dimostrazione di una coalizione di sinistra dilaniata che non sa offrire soluzioni concrete. I cittadini emiliano-romagnoli chiedono sicurezza, responsabilità e trasparenza. Da una parte c’è chi sta con la legalità, dall’altra chi accetta l’impunità. De Pascale», conclude la Evangelisti, «non può più ignorare questa richiesta di concretezza».
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