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2019-03-08
Il femminismo del futuro: «Fare bimbi è fascista e servono 100 nuovi sessi»
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Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono.
Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…
Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo».
A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà.
La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento».
Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini».
La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse».
«Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali».
Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi.
Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia
Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti.
Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc.
Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene?
Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia.
Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione.
Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...».
Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne».
Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate.
Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"».
Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
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Nelle librerie italiane arrivano i testi delle teoriche militanti più agguerrite. Nemiche della natura e della riproduzione, chiedono diritti per migranti e trans.Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia. Da parecchio tempo gli Stati protestanti sono presentati come modelli di democrazia e benessere da imitare. Eppure, se si vanno a guardare i dati, si nota che violenze e disagio sono elevati.Lo speciale comprende due articoli. Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono. Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo». A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà. La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento». Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini». La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse». «Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali». Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-femminismo-del-futuro-fare-bimbi-e-fascista-e-servono-100-nuovi-sessi-2630948323.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-nord-europa-emancipato-e-progressista-le-ragazze-vivono-peggio-che-in-italia" data-post-id="2630948323" data-published-at="1772611840" data-use-pagination="False"> Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti. Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc. Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene? Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia. Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione. Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...». Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne». Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate. Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"». Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
Si intensifica lo scontro in Medio Oriente dopo l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran. I prezzi del petrolio e del gas sono aumentati ancora, ieri, con la navigazione nello Stretto di Hormuz ancora bloccata e i missili iraniani che colpiscono infrastrutture energetiche nei Paesi del Golfo Persico. Il petrolio Brent ieri ha raggiunto un massimo di 85 dollari al barile mentre il Wti ha sfiorato i 78 dollari al barile. La notizia che ha fatto di nuovo alzare i prezzi è arrivata ieri a metà mattina, quando l’Iraq ha annunciato di aver tagliato la produzione del gigantesco giacimento petrolifero di Rumaila e quella del sito West Qurna 2, per un calo di 1,16 milioni di barili al giorno. L’Iraq ha fatto sapere che nel caso in cui le petroliere non riuscissero ad arrivare ai punti di carico, dovrebbe tagliare la produzione di altri 3 milioni di barili al giorno nel giro di pochi giorni.
L’Arabia Saudita sta pensando di utilizzare l’accesso al Mar Rosso (porto di Yanbu) per rimediare al blocco nel Golfo Persico. Tuttavia, il lungo oleodotto che attraversa il territorio arabo ha una capacità ridotta. Inoltre, anche il Mar Rosso non è da considerarsi una via sicura, essendo lo stretto di Bab el Mandeb presidiato dagli Huthi dello Yemen alleati dell’Iran, che già hanno minacciato una ripresa degli attacchi alle petroliere.
La situazione è critica per l’export di petrolio greggio, ma lo è anche per quello di prodotti raffinati e gas naturale liquefatto. Dal Golfo Persico partono circa 10 milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, mentre il 20% delle forniture mondiali di Gnl proviene dal Qatar, che due giorni fa ha annunciato la sospensione totale della produzione. Di conseguenza, anche il gasolio e il gas hanno visto salire i prezzi a livelli preoccupanti. Sul mercato Ice il future sul gasolio è salito a 994 dollari a tonnellata (+12%) mentre il gas al Ttf ha toccato un massimo a 65.79 euro/MWh prima di chiudere a 53,60 euro/MWh (+20%).
Scendono le borse, sui timori di un allargamento della crisi in Medio Oriente. Negli Stati Uniti i tre maggiori indici azionari sono scesi di circa l’1,5%, la borsa di Milano ha chiuso a -3,92%. Il Dax tedesco ha fatto segnare un -3,59%, il Cac40 francese ha chiuso a -3,46%, Londra a -2,75%.
L’allarme per una impennata dei prezzi energetici ha provocato una corsa a vendere anche le obbligazioni governative. La possibile ripresa dell’inflazione porterebbe a un rialzo dei tassi, dunque salgono i rendimenti dei titoli decennali americani a 4,07%, quelli tedeschi a 2,77%, quelli italiani a 3,49%. Spread Btp - Bund a 70,4.
La situazione sul campo è in evoluzione. Mentre si susseguono i bombardamenti in Iran, con il Pentagono che afferma di avere colpito 1.700 obiettivi e avere affondato 11 navi iraniane, gli occhi restano puntati sullo Stretto di Hormuz, dove il numero di petroliere ferma aumenta. Ieri la Cina, grande acquirente di petrolio e gas dai Paesi del Golfo e destinatario pressoché unico della produzione di greggio iraniana, ha espresso preoccupazione e ha chiesto alle parti in causa di garantire il passaggio sicuro delle navi nelle acque dello Stretto.
Proprio la Cina, pur avendo condannato l’attacco americano e israeliano all’Iran, non sembra intenzionata ad alzare la tensione, al momento. Pechino dispone di una sostanziosa scorta strategica, accumulata nei mesi scorsi, e può ricevere più petrolio dalla Russia. Ma per la Cina si tratta del secondo sgambetto in poche settimane. L’azione di Donald Trump in Iran riguarda certo alcune questioni strategiche, ma vi è un chiaro disegno di sottrarre a Pechino le fonti esclusive di approvvigionamento petrolifero. Prima la destituzione di Nicolás Maduro, con il petrolio venezuelano finito sotto il controllo Usa. Ora, l’altro grande fornitore cinese, l’Iran, finisce nel mirino. Non è un caso che Pechino stia perseguendo la propria indipendenza energetica attraverso massicci investimenti in produzione nazionale di carbone e idrocarburi, oltre che in energia nucleare e fonti rinnovabili. Intanto, l’Unione europea, ancora una volta presa in contropiede sull’energia, abbozza ma non trova il bandolo della matassa. Secondo alcune indiscrezioni raccolte dal Financial Times, l’Ue sta facendo pressioni su Kiev perché permetta una visita in territorio ucraino sull’oleodotto Druzhba, che trasporta petrolio russo verso Slovacchia e Ungheria. L’Ucraina sostiene che l’oleodotto è stato danneggiato da un attacco russo, ma Budapest accusa Kiev di averlo danneggiato intenzionalmente e chiede che Bruxelles intervenga.
Secondo alcune ipotesi, il petrolio russo potrebbe ritornare in gioco nel caso in cui la crisi nel Golfo dovesse prolungarsi oltre un mese. Molto greggio Urals è parcheggiato nelle petroliere nel Mar Arabico e la Cina potrebbe iniziare a richiederlo. Non è da escludere neppure che Donald Trump possa decidere un allentamento delle sanzioni su Mosca, nel caso di un aggravamento della crisi energetica. Le elezioni di medio termine incombono e il prezzo della benzina negli Stati Uniti è tornato sopra i 3 dollari al gallone (circa 66 eurocent al litro). Una maggiore offerta di petrolio russo sui mercati mondiali contribuirebbe ad abbassare i prezzi. È invece più difficile che l’Ue decida di tornare indietro sulle sanzioni alla Russia. L’investimento europeo sull’Ucraina è troppo grande per tornare indietro ora.
Aziende gasivore, choc da 2 miliardi
«La guerra in Iran potrebbe costare alle imprese gasivore circa 2 miliardi di euro l’anno. A tale cifra ammonta l’extra costo del gas, supponendo un consumo industriale delle aziende italiane maggiormente utilizzatrici di metano, di 10 miliardi di metri cubi di gas e che la parte a prezzo variabile sia circa il 70%, cioè 7 miliardi di metri cubi e che gli aumenti di prezzo attuali rimangano invariati a lungo». Aldo Chiarini, presidente di Gas Intensive, l’associazione di Confindustria che riunisce le aziende gasivore, descrive una situazione di grande allarme e preoccupazione tra le imprese. «Siamo ripiombati nel buio dell’incertezza e della volatilità dei prezzi dopo che avevamo visto un po’ di luce con il decreto bollette» e di cui Chiarini sottolinea l’attualità. «Il testo prevede il corridoio di liquidità che serve a ridurre lo spread tra il costo del gas italiano e quello europeo. Ma il decreto va convertito in legge prima possibile e l’Arera deve creare le condizioni operative per renderlo effettivo». Il manager non nasconde il rischio che «alcune imprese, soprattutto di piccole dimensioni e grandi utilizzatrici di metano possano rallentare o interrompere la produzione e altre accelerino un progetto di delocalizzazione a cui magari stanno pensando da tempo per cercare mercati in cui il costo energetico è inferiore». Come gestire la situazione? Chiarini indica una doppia soluzione. «Se il costo del gas dovesse rimanere a lungo all’attuale livello, bisogna ricorrere a soluzioni di emergenza come il credito d’imposta come fatto durante il Covid. Poi accelerare il progetto del “gas release”, volto a vendere gas di produzione nazionale a prezzi calmierati per sostenere le imprese gas intensive e la manifattura». Nonostante diversi decreti, la misura è attesa da circa quattro anni. «Bisogna fare in fretta, ci sono giacimenti non sfruttati. Un altro tema è quello del biogas. La gas release darebbe un volume aggiuntivo di 3 miliardi di metri cubi di metano e 2 miliardi verrebbero incrementando il biogas. Certo non sono soluzioni immediate ma avere in futuro un ventaglio maggiore di risorse da utilizzare renderebbe il mercato più liquido facendo scendere i prezzi».
L’industria della ceramica, tra i settori gasivori, rilancia la richiesta di una «rapida conversione del decreto bollette». In soli due giorni, spiega Confindustria Ceramica, «il valore Psv (prezzo di riferimento all’ingrosso per il mercato italiano, ndr) è passato dai 33 a 55 euro/MWh con i futures di aprile su Ttf già a quota 58 euro/MWh». Considerando che solo il 30% dei contratti di fornitura delle imprese associate può essere bloccato, resta «un consumo libero di oltre 700 Mm3/a, con una prospettiva di costo extra annuale per il settore di 180 milioni di euro». Quindi, avvisano gli industriali, è necessario «agire in fretta». «Lo strumento di liquidità del decreto bollette per ridurre lo spread Psv/Ttf potrà accorciare il differenziale di circa 2 euro/MWh». E aggiunge che «nella fase di conversione del decreto bisogna inserire l’esenzione del pagamento dell’anidride carbonica nella cogenerazione industriale oltre che per la generazione termoelettrica».
Secondo Paolo d’Amico, numero uno del gruppo d’Amico, tra i leader mondiali nel trasporto marittimo con una flotta di navi cisterna per i raffinati, per l’Europa si pone il problema dei prodotti raffinati come il diesel. «Nel Golfo ci sono infrastrutture di raffinazione molto grandi e con Hormuz chiuso si dovranno fermare. L’Europa che importa il diesel dovrà cercarlo altrove».
Drammatico è lo scenario tracciato dal Centro Studi di Conflavoro. «In caso di escalation prolungata il greggio potrebbe salire fino al 75-80% e i costi logistici fino al 25-30%», avverte il presidente Roberto Capobianco. «A rischio 200.000 posti di lavoro e 7-8 milioni di ore di cassa integrazione, con produzioni in calo fino al 20% nei comparti energivori. In sei mesi nello scenario di blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, il contraccolpo economico sarebbe fino a 33 miliardi di euro».
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A Doha la giornata è stata segnata da diverse esplosioni: l’Iran ha comunicato di aver attaccato la base aerea statunitense di Al Udeid situata in Qatar. Ma i missili di Teheran puntavano anche all’aeroporto internazionale Hamad. Il ministero della Difesa qatariota ha annunciato che sono stati abbattuti due jet iraniani e che sono stati intercettati diversi missili balistici e droni. Il portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Majed al Ansari, ha aggiunto che i due aerei erano stati informati dello sconfinamento prima di essere distrutti sulle acque del Golfo Persico. L’avviso è arrivato nonostante Teheran non avesse comunicato a Doha l’incombente attacco.
Anche l’Arabia Saudita è stata interessata dai raid: a Riad, l’ambasciata degli Stati Uniti è andata in fiamme dopo essere stata bersagliata da due droni. Dure parole di condanna sono arrivate dal ministero degli Esteri saudita che ha definito «codardo e ingiustificato» l’attacco iraniano. Ha poi ricordato che il bombardamento è avvenuto nonostante l’Arabia Saudita avesse già messo in chiaro che non avrebbe consentito «l’uso del suo spazio aereo e del suo territorio per colpire l’Iran». A reagire è stato anche il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Ci sarà una ritorsione». E ha precisato che l’Iran è pronto a «negoziare», ma per la Casa Bianca «è troppo tardi». Tra l’altro, secondo i media israeliani, il Qatar avrebbe già preso parte agli attacchi condotti contro l’Iran e fonti citate da Kan prevedono che anche l’Arabia Saudita faccia altrettanto. Poco dopo però è arrivata la smentita di al Ansari: «Il Qatar non ha preso parte alla campagna contro l’Iran».
In ogni caso, sia Doha sia Riad hanno lanciato avvertimenti a Teheran. Sempre al Ansari ha riferito che la violazione della sovranità del Qatar, di cui si è macchiato l’Iran, «sarà affrontata con misure severe». Dello stesso tenore sono le dichiarazioni di Riad: «Il regno ribadisce il suo pieno diritto ad adottare tutte le misure necessarie per proteggere la propria sicurezza, l’integrità territoriale, i propri cittadini» inclusa «la possibilità di rispondere a un’aggressione».
Chi sembra propenso a intraprendere un’azione militare contro l’Iran è Abu Dhabi. A lanciare l’indiscrezione è Axios: una fonte a conoscenza della questione ha infatti rivelato che gli Emirati Arabi Uniti «stanno valutando l’adozione di misure difensive attive contro l’Iran». Si tratta del Paese più colpito dalla rappresaglia iraniana: il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha reso noto che Teheran ha lanciato 186 missili balistici e 812 droni. E si contano almeno 70 feriti e tre morti. Gli Emirati Arabi quindi «si riservano il pieno diritto di rispondere a questa escalation e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere il proprio territorio». Anche ieri sera sono state sentite delle forti esplosioni. Le autorità di Ras Al Khaimah hanno confermato che è entrata in funzione, con successo, la difesa aerea.
In Bahrein, le esplosioni a Manama hanno fatto scattare le sirene, mentre la popolazione è stata invitata a cercare riparo. A detta di Teheran sono stati sganciati con successo «20 droni e tre missili» che hanno colpito la base americana in Bahrein. Non è stato immune nemmeno l’Oman: altri droni sarebbero stati sganciati sul porto commerciale di Duqm.
E mentre Mascate ha lanciato l’appello per il cessate il fuoco, con il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che ha sottolineato che «ci sono vie d’uscita», la Turchia ha criticato duramente la vendetta scatenata dall’Iran. L’omologo turco, Hakan Fidan, ha bollato la rappresaglia contro i Paesi del Golfo come «una strategia incredibilmente sbagliata».
L’alto livello di tensione nell’intera regione è evidente dagli allarmi che gli Stati Uniti hanno indirizzato verso i connazionali. Già prima delle esplosioni a Doha, Washington aveva invitato i cittadini americani a lasciare immediatamente tutti i Paesi mediorientali e ha iniziato a organizzare i voli per il rimpatrio. Inoltre, è stata ordinata l’evacuazione del personale diplomatico non essenziale dalla Giordania, dal Bahrein, dall’Iraq, dal Qatar, mentre l’ambasciata americana in Kuwait è stata chiusa.
Nel frattempo, alcuni Paesi del Vecchio continente si sono attivati per difendere Cipro. Il Regno Unito invierà elicotteri antidrone e il cacciatorpediniere Hms Dragon, mentre la Francia si è impegnata a mandare sistemi antimissile e antidrone e dispiegherà la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo.
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All’interno si trovavano i religiosi chiamati a eleggere la Guida Suprema. Il fatto stesso che l’organo incaricato della successione si sia riunito in una fase di massima esposizione militare evidenzia una falla nei meccanismi di sicurezza: la convocazione in una sede nota e simbolica suggerisce un apparato informativo in evidente difficoltà e pesantemente infiltrato da Israele. Poco prima dell’attacco, su X era apparso un messaggio in lingua persiana attribuito al Mossad: «Non importa chi verrà scelto oggi; il suo destino è già stato decretato. Solo la nazione iraniana sceglierà il suo prossimo leader».
Il bilancio è ancora provvisorio, ma ci sarebbero molti morti e feriti. Tuttavia, l’agenzia ufficiale iraniana Tasnim ha smentito che fosse in corso la votazione: «La notizia del regime sionista circa l'attacco alla riunione degli esperti della leadership e del Consiglio direttivo ad interim è falsa. In quel momento non c’era nessun incontro del genere e queste voci sono un’operazione psicologica per creare un senso di vuoto di potere nel Paese», ha assicurato Tasnim mentre Donald Trump ha confermato l’attacco: «C’è stato un altro attacco alla nuova leadership. Sembra sia stato piuttosto sostanziale».
Successivamente le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato di aver lanciato una nona ondata di attacchi su Teheran. In Iran sono state segnalate esplosioni nella capitale e, secondo i media istituzionali, anche nelle città di Raj, Shiraz e Fawah e secondo media iraniani attacchi aerei hanno colpito anche l’aeroporto Mehrabad di Teheran. In contemporanea, il portavoce persiano delle Idf, il tenente colonnello in congedo Kamal Pinhasi, ha diramato un ordine di evacuazione per chi si trovava nella zona industriale di Hakimiyeh: «Nelle prossime ore, le Idf opereranno nell’area».
L’escalation del pomeriggio si è innestata su quanto avvenuto nella notte tra lunedì e martedì, quando l’aeronautica militare israeliana aveva già colpito e smantellato alcune strutture all’interno del complesso dirigenziale del regime iraniano nel cuore di Teheran. Secondo le Idf, l’operazione è stata condotta sulla base di «informazioni precise» raccolte attraverso un lungo processo di intelligence. Nel mirino sono finiti l’ufficio presidenziale, l’edificio del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, il luogo di ritrovo del più alto organo decisionale in materia di sicurezza, l’istituto per l’addestramento degli ufficiali militari e altre infrastrutture considerate chiave.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Nel pomeriggio dodici persone sono rimaste ferite nel centro di Israele a causa della caduta di detriti provenienti da un missile intercettato. Tra i feriti, una donna di 40 anni in condizioni moderate per una ferita alla testa e altre undici persone con lesioni lievi. La polizia di Tel Aviv ha accusato Teheran di aver impiegato bombe a grappolo contro aree civili. «Gli impatti causati hanno ferito civili e provocato danni», ha affermato il comandante Haim Sargaroff. L’Idf aveva poco prima confermato l’utilizzo di submunizioni nell’ultima ondata di lanci verso il centro del Paese.
Sul fronte settentrionale la tensione è cresciuta ulteriormente. Già ieri mattina l’esercito israeliano ha annunciato che proprie unità hanno assunto posizioni «offensive avanzate» nel Libano meridionale, con l’obiettivo dichiarato di creare «un ulteriore livello di sicurezza per i residenti del nord di Israele». Le forze sono entrate in territorio libanese per consolidare una fascia di difesa rafforzata lungo il confine. Nelle stesse ore Hezbollah ha lanciato 15 razzi verso le alture del Golan e cinque verso l’Alta Galilea, oltre a due droni intercettati sopra la Galilea occidentale. Da lunedì le Idf hanno colpito più di 160 obiettivi dell’organizzazione nel Libano meridionale, tra cui centri di comando e postazioni utilizzate per condurre attacchi verso Israele. In un’operazione condotta dalla Marina nella zona di Beirut è stato eliminato Reza Khuza’i, indicato come capo del reparto armamenti di Hezbollah e capo di stato maggiore del corpo libanese della Forza Quds iraniana. «Khuza’i è stato il braccio destro del comandante del Corpo d’Armata del Libano ed era considerato un attore chiave nel rafforzamento delle capacità di Hezbollah», hanno dichiarato le Idf, aggiungendo che «era responsabile della comunicazione tra l’organizzazione terroristica Hezbollah e il regime iraniano».
Nel quadro dell’escalation, la leadership di Hezbollah resta un obiettivo dichiarato di Israele «Siamo determinati a eliminare la minaccia rappresentata da Hezbollah e non ci fermeremo finché questa organizzazione non sarà disarmata», ha detto il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir. Il ministro della Difesa Israel Katz ha spiegato: «Il primo ministro Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato le Idf ad avanzare e ad assumere il controllo di ulteriori posizioni strategiche in Libano, al fine di prevenire attacchi alle comunità israeliane di confine». E ha aggiunto: «Abbiamo promesso sicurezza alle comunità della Galilea, e la manterremo». In serata pero’ sono di nuovo suonate le sirene nel centro di Israele in seguito a lanci di razzi dal Libano che sono stati intercettati.
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