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2019-03-08
Il femminismo del futuro: «Fare bimbi è fascista e servono 100 nuovi sessi»
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Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono.
Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…
Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo».
A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà.
La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento».
Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini».
La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse».
«Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali».
Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi.
Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia
Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti.
Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc.
Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene?
Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia.
Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione.
Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...».
Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne».
Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate.
Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"».
Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
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Nelle librerie italiane arrivano i testi delle teoriche militanti più agguerrite. Nemiche della natura e della riproduzione, chiedono diritti per migranti e trans.Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia. Da parecchio tempo gli Stati protestanti sono presentati come modelli di democrazia e benessere da imitare. Eppure, se si vanno a guardare i dati, si nota che violenze e disagio sono elevati.Lo speciale comprende due articoli. Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono. Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo». A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà. La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento». Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini». La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse». «Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali». Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-femminismo-del-futuro-fare-bimbi-e-fascista-e-servono-100-nuovi-sessi-2630948323.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-nord-europa-emancipato-e-progressista-le-ragazze-vivono-peggio-che-in-italia" data-post-id="2630948323" data-published-at="1769938877" data-use-pagination="False"> Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti. Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc. Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene? Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia. Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione. Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...». Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne». Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate. Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"». Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
C’è poco da fare: pensi gnocchi e ti viene fame. Sono probabilmente il primo piatto più apprezzato dai bambini e sono una ricetta che risolve tutti i problemi. Siamo abituati a pensarli di patate (alla sorrentina sono di una golosità solare!) ma in realtà si possono fare con tanti frutti dell’orto: a esempio in autunno con zucca e castagne e un sugo di funghi diventano sublimi. Noi oggi ve ne proponiamo alcuni leggerissimi, di gran gusto e di sicuro effetto: ingrediente base il cavolfiore!
Ingredienti – Cavolfiore 600 gr, farina tipo0 500 gr, un uovo,150 gr di gorgonzola, 12 noci, 150 gr di Parmigiano reggiano o Grana padano o altro formaggio da grattugia (tipo Montasio stravecchio), un bicchiere scarso di latte, sale e pepe qb
Procedimento – Tagliate a dadoni il cavolfiore e poi col il mixer riducetelo in una sorta di poltiglia. In una ciotola grande unite il cavolfiore grattugiato a ¾ della farina e lavoratelo con energia, aggiungete l’uovo e impastate ben bene, volendo anche con pizzico di sale. Fate riposare l’impasto poi infarinate il tagliere, date una forma cilindrica all’impasto lavorandolo ulteriormente e ricavatene tanti bastoncini che taglierete a pezzetti lunghi circa mezzo centimetro. E gli gnocchi sono fatti, sistemateli in un vassoio spolverizzando con altra farina. Mettete a bollire una pentola capiente con l’acqua e un po’ di sale e nel frattempo in una padella capiente – ci dovrete mantecare gli gnocchi – fate fondere a fiamma moderata il gorgonzola nel latte aggiungendo una metà circa de formaggio grattugiato. Lessate gli gnocchi (sono pronti quando vengono a galla, ci vorranno un paio di minuti) poi passateli nella crema di formaggio aggiungendo un pizzico di pepe se vi va, i gherigli delle noci, che avrete nel frattempo sgusciato, tritati grossolanamente. Aggiungete altro formaggio grattugiato e servite.
Come far divertire i bambini – Fate sistemare a loro gli gnocchi man mano che si fanno, nel piatto dove riposeranno.
Abbinamento – Abbiamo scelto un Teroldego trentino, vanno benissimo Merlot o Cabernet Sauvignon o volendo anche una Barbera.
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Manifesti antiamericani a Teheran. Nel riquadro il titolo di Drop Site sul possibile attacco Usa (Ansa)
«Se il nemico commette un errore, senza dubbio metterà a repentaglio la propria sicurezza, la sicurezza della regione e la sicurezza del regime sionista», ha frattanto dichiarato ieri il capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami, aggiungendo che le forze armate del regime sono «in piena prontezza difensiva e militare». Tutto questo, mentre i media statali iraniani pubblicavano foto di Ali Khamenei, per smentire le voci che si fosse nascosto in un bunker. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno espresso irritazione per le esercitazioni militari dei pasdaran in programma oggi e domani nello Stretto di Hormuz: un’area, ricordiamolo, cruciale per quanto concerne il trasporto del petrolio. «Non tollereremo azioni pericolose del corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica», ha dichiarato Centcom. Frattanto, sempre ieri, si sono verificate delle esplosioni in Iran: due funzionari israeliani hanno prontamente smentito il coinvolgimento dello Stato ebraico nell’accaduto. Anche gli Usa, secondo la Cnn, non avrebbero responsabilità.
Insomma, la situazione complessiva è a dir poco tesa. Ed è anche emersa una rivelazione curiosa. Secondo Axios, nella sua recente visita a Washington, il ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, avrebbe detto, nel corso di un incontro privato con think tank e organizzazioni ebraiche, che l’Iran si sentirebbe incoraggiato, qualora gli Stati Uniti non lo attaccassero. Se confermata, questa posizione cozzerebbe con quanto espresso pubblicamente da Riad, che ha finora auspicato di evitare un’escalation. Non è quindi escludibile che quanto riferito da Axios possa determinare degli attriti tra i sauditi e la Turchia: Ankara si sta infatti spendendo per dissuadere la Casa Bianca dall’intraprendere un’azione militare contro l’Iran. Sarà un caso, ma, proprio ieri, una fonte ha riferito all’Afp che probabilmente la Turchia non aderirà al patto di sicurezza tra Arabia Saudita e Pakistan.
Riad sta quindi facendo una sorta di doppio gioco? Non è affatto escludibile. Negli scorsi mesi, i sauditi si sono avvicinati ai turchi, convergendo su vari dossier (a cominciare da quello siriano). Tuttavia, dall’altra parte, Riad non ha mai cessato di temere le ambizioni nucleari di Teheran. E questo potrebbe spiegare il senso di quanto rivelato da Axios. Va comunque da sé che, se i sauditi avessero davvero esortato Washington (per quanto indirettamente) ad agire, la probabilità di un attacco militare americano contro la Repubblica islamica si farebbe assai più concreta.
Teheran ne è consapevole. E per questo spera che Ankara convinca Trump a desistere. «Nelle nostre conversazioni, ho ribadito che l’Iran non ha mai cercato di dotarsi di armi nucleari ed è pronto ad abbracciare un accordo nucleare giusto ed equo che soddisfi i legittimi interessi del nostro popolo; questo include la garanzia di “nessuna arma nucleare” e la revoca delle sanzioni», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dopo aver incontrato l’omologo turco, Hakan Fidan, venerdì. Anche il segretario del Supremo consiglio di sicurezza nazionale dell’Iran, Ali Larijani, ha detto, ieri, che sarebbe «in corso la formazione di una struttura per dei negoziati» con gli Usa. Lo stesso Trump, in serata, ha affermato che la diplomazia sarebbe al lavoro. «L’Iran sta parlando con noi e vedremo se possiamo fare qualcosa, altrimenti vedremo cosa succede», ha affermato. Su Truth, ha rilanciato il post di un attivista che, dei pasdaran, diceva: «Se la stanno facendo sotto». Il punto è che finora il regime khomeinista non ha aperto alle richieste della Casa Bianca sull’arricchimento dell’uranio e sul programma balistico. Il che ha irritato notevolmente il presidente americano che, negli ultimi giorni, è tornato a valutare concretamente l’opzione militare. Bisognerà adesso capire che cosa accadrà nelle prossime ore. Si riapriranno le trattative tra Washington e Teheran? Oppure Trump deciderà di attaccare? Nel momento in cui La Verità andava in stampa, la situazione era significativamente in bilico, ma il presidente americano potrebbe usare la forza militare come leva negoziale con gli ayatollah.
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(IStock)
Una carrellata di fatti di cronaca spesso messi da parte ma che, se uniti, descrivono un problema che tocca tutto il Paese, da Torino a Napoli passando ovviamente per Milano.
Il 22 febbraio del 2025 tre studenti spagnoli, impegnati in Erasmus con la Bocconi, stanno tornando a casa. È notte fonda e i locali hanno già chiuso. I tre decidono di prendere prima un taxi e a seguire il filobus 90. Poi, come si legge in Piumini e catene, «salgono quattro ragazzi con i cappucci tirati su. Nessuno dice una parola. Il più alto si sistema il giubbotto, si avvicina agli spagnoli, uno scambio di sguardi, poi un urto. La collanina si spezza, parte una spinta, il coltello lampeggia. Uno dei tre studenti cade, colpito al fianco. Il pavimento si macchia di sangue».
I quattro, maranza appunto, scappano. È a questo punto, sottolineano Arditti e Gallicola, che le forze dell’ordine cominciano a parlare di «“bande fluide”, gruppi che nascono e si sciolgono in poche settimane, collegati fra loro dai social». Branchi che si riuniscono per colpire e poi si lasciano. Non hanno legami. Non hanno rapporti. Hanno solo un obiettivo: rubare e ferire. Non era, questo, l’ultimo caso. E non sarà nemmeno l’ultimo. Sui mezzi pubblici di Milano rapine e attacchi con l’arma bianca sono in netto aumento.
Questi gruppi di déraciné, di senza radici, sono tenuti insieme da poco o nulla. Quel poco, oltre alla violenza, è la musica rap. Baby Gang, il cui vero nome è Zaccaria Mouhib, su tutti. È il «prototipo» del maranza. Infanzia difficile, poi il carcere minorile. «Non ho paura di morire, ho paura di non vivere», canta in Cella 101. Diventa famoso sfruttando Youtube e l’hype che le sue canzoni generano. Ma non è il solo, come notano Arditti e Gallicola. Ci sono anche Rondo Da Sosa, Simba la Rue, Neima Ezza, Vale Pain, Sacky, Touché. «Giovani, figli di migranti o di famiglie modeste, cresciuti nelle stesse piazze e negli stessi cortili. Tutti raccontano la stessa città: Milano come campo di battaglia, come sogno e condanna insieme».
Sono i volti e i canti di una generazione che non si è integrata perché non ha voluto farlo. Che urla un disagio che ha cercato da sé o quantomeno che non ha mai provato a combattere. E che cerca lo scontro, non solo verbale ma soprattutto fisico. Sono i giovani del Maghreb che indossano i piumini e le catene. E che tengono nascosto il coltello. Ma, soprattutto, è la generazione che tinge di sangue le nostre vie. Al ritmo del rap.
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Mohammad Hannoun (Ansa). Nel riquadro Abu Rawwa
Una scena che pesa, perché arriva mentre gli inquirenti lo collocano al centro della raccolta di fondi destinati ad Hamas, con circa un milione di euro messi insieme in pochi mesi, e dopo il ritrovamento da parte della polizia di 560.000 euro in contanti nel suo garage di Sassuolo. Ma sul palco pro-Pal di Modena Abu Rawwa è come una star. Parla di aiuti e buone intenzioni: «Con il nostro amico Hannoun abbiamo fatto tante cose buone. Oggi la speranza vive ancora». Applausi. Nessuna domanda.
Ma c’è un altro Abu Rawwa. Quello dei sermoni nelle moschee italiane, rimasti finora sotto silenzio. Prediche che si collocano nel pieno della sua attività per l’Associazione Benefica per il Popolo Palestinese di Mohammad Hannoun. Abu Rawwa, infatti, lavora per l’Abspp dal 2012 ed esiste anche una foto che lo ritrae insieme a Hannoun durante una missione in Medio Oriente, a conferma di un rapporto stretto e continuativo. È in questo contesto operativo - raccolta fondi, viaggi, attività associative - che maturano e vengono pronunciati i suoi sermoni. Prediche pronunciate mesi prima del 7 ottobre in cui il linguaggio cambia tono e diventa esplicito. Israele viene definito come un cancro da estirpare. «C’è un cancro. E non possiamo fare di più. Non possiamo mandare avanti l’islam finché c’è questo cancro. Questo cancro si trova nel cuore della Umma, a Gerusalemme». Un male che impedirebbe all’Islam di andare avanti. Non una metafora teologica quindi, ma una narrazione di annientamento che sembra preparare il terreno alla violenza. «Chi vuole sostenere la volontà di Allah?». Ed ecco che il sostegno alla Palestina viene presentato come un obbligo salvifico: «Io oggi sono qua per la Palestina», dice. «Allah vuole sapere chi aiuta. Chi aiuta. Chi sostiene. Per Allah questo è un esame». L’Islam, insiste, «non è solo preghiera. L’islam è giustizia». E dunque richiede azione. Poi va oltre: «Chi vuole sostenere la volontà di Dio e sacrificarsi lì? Posso fare il sacrificio in Palestina? Certo». Un linguaggio che richiamerebbe la retorica del martirio. In questo schema anche la donazione diventa redenzione: «Quando diamo soldi otteniamo la vita eterna», «quando io faccio una donazione compro la mia anima e il mio corpo da Allah». Fino a fissare un prezzo preciso: «Il sacrificio per la Palestina costa 120 euro». Un messaggio che alterna in modo studiato italiano e arabo, in cui compaiono termini chiave come ribat - il presidio militante. Il passaggio più inquietante arriva quando lo sceicco di Hannoun richiama senza filtri il jihad, citando il versetto coranico che parla esplicitamente di «combattere, uccidere ed essere uccisi sulla via di Dio» calandolo nella realtà della Palestina.
Una narrazione che glorifica lo scontro armato e presenta la causa come guerra santa, rafforzando ancora di più il sospetto che la beneficenza dell’Abssp fosse in realtà una copertura per il finanziamento al terrorismo di Hamas.
Il collegamento tra predicazione e operatività emerge anche dalle intercettazioni. In una conversazione agli atti, Abu Rawwa fa riferimento alla raccolta per la «Mugawama» - la «resistenza», termine comunemente utilizzato per Hamas - ma subito si corregge: «Non parlare di queste cose». E avverte: «I nostri telefoni al milione per cento sono intercettati».
Anche sui social Abu Rawwa attacca apertamente lo stato ebraico. In un post compare una tomba con una stella di David e la scritta «1948-2028». Sotto i commenti dei suoi seguaci parlano da soli: «Speriamo di assistere a questo evento con i nostri occhi e di averne una parte»; «Non ci saranno più scimmie per grazia di Allah Onnipotente»; «La loro morte è vicina». Messaggi che delineano il clima di odio e violenza dei suoi sermoni. Abu Rawwa oggi è libero. Ma la domanda è una sola: com’è possibile che prediche estremiste di questo tipo siano passate sotto silenzio?
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