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2019-03-08
Il femminismo del futuro: «Fare bimbi è fascista e servono 100 nuovi sessi»
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Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono.
Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…
Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo».
A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà.
La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento».
Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini».
La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse».
«Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali».
Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi.
Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia
Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti.
Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc.
Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene?
Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia.
Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione.
Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...».
Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne».
Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate.
Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"».
Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
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Nelle librerie italiane arrivano i testi delle teoriche militanti più agguerrite. Nemiche della natura e della riproduzione, chiedono diritti per migranti e trans.Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia. Da parecchio tempo gli Stati protestanti sono presentati come modelli di democrazia e benessere da imitare. Eppure, se si vanno a guardare i dati, si nota che violenze e disagio sono elevati.Lo speciale comprende due articoli. Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono. Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo». A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà. La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento». Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini». La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse». «Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali». Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-femminismo-del-futuro-fare-bimbi-e-fascista-e-servono-100-nuovi-sessi-2630948323.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-nord-europa-emancipato-e-progressista-le-ragazze-vivono-peggio-che-in-italia" data-post-id="2630948323" data-published-at="1770916009" data-use-pagination="False"> Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti. Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc. Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene? Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia. Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione. Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...». Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne». Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate. Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"». Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
Giorgia Meloni (Ansa)
Il vertice informale dei capi di governo, che si terrà oggi in Belgio nel castello di Alden Biesen, può essere inquadrato con una similitudine: affidare a Ursula von der Leyen, Enrico Letta e Mario Draghi soluzioni per migliorare la competitività della Ue è come affidare al capocantiere la ristrutturazione della vostra abitazione. Dimenticandosi che è lo stesso che vi aveva chiesto le chiavi di casa, promettendovi di riconsegnarvela più bella di prima, ma ve l’ha devastata.
La Von der Leyen è il presidente della Commissione che all’inizio del suo primo mandato ha varato il Green deal che ha azzoppato mezza industria continentale seppellendola sotto burocrazia e regole e inseguendo il mito della coesistenza tra competitività e decarbonizzazione. Di Enrico Letta ricordiamo ancora con un brivido di paura i 300 giorni del suo governo tra 2013 e 2014, con il Pil in calo rispettivamente del 1,9% e 0,4%. Di Mario Draghi non possiamo scordare la lettera dell’agosto 2011 al governo Berlusconi, con l’intimazione ad attuare una serie di misure di politica economica che fecero precipitare il Paese in anni di recessione e stagnazione, interrotti solo dalla ripresa post Covid. Per non parlare del famoso «pace o condizionatore acceso?», quando era capo del governo; abbiamo spento i condizionatori (e le fabbriche, con il gas oltre i 300 €/mwh nel 2022) senza ottenere la pace.
Da questo punto di vista sarà molto interessante misurare concretamente il possibile attrito tra il nuovo asse Roma-Berlino e la linea dettagliata ieri dalla stessa Von der Leyen, che ha parlato davanti all’Europarlamento in plenaria a Strasburgo e, a distanza di poche ore, ad Anversa per il tradizionale summit annuale degli industriali europei. Per sommi capi la linea della Commissione è questa: ampia deregolamentazione e semplificazione, apertura a grandi mercati internazionali (Mercosur, India, Messico, Indonesia) attraverso accordi di libero scambio, eliminazione delle barriere all’interno del mercato unico, unione del mercato dei capitali. Il tutto spinto dalla necessità di «fare presto» - che, per esperienza diretta, noi italiani sappiamo bene quanto sia diverso da «fare bene» - e dalla minaccia di andare avanti con chi ci sta. Cioè attivare la cosiddetta «cooperazione rafforzata», con un minimo di nove Stati aderenti, come già accaduto di recente in occasione delle garanzie per il prestito all’Ucraina.
Nemmeno una parola sugli Eurobond, su cui si era speso proprio due giorni fa Emmanuel Macron intervenendo su numerosi quotidiani europei. Un’idea, nemmeno così originale, che i tedeschi avevano prontamente respinto al mittente, cosa che fanno regolarmente da anni e che la loro Corte costituzionale non farebbe mai passare, tanti e tali sono i paletti che ha già posto in occasione dell’iniziativa una-tantum del Next Generation Eu. La posizione di Macron è peraltro comprensibile, considerato il modesto o nullo spazio di manovra offerto dal bilancio francese che, nonostante mesi di trattative e tentativi di contenimento, nel 2026 è previsto attestarsi al 5% di deficit/Pil e con una traiettoria di debito/Pil fuori controllo. Meno comprensibile è che, in Italia, Elly Schlein e Giuseppe Conte si siano subito precipitati ieri a sostenere questa causa persa.
Con queste premesse, e con le presidenziali francesi del 2027 già in vista e Macron fuori gioco, è normale che il Cancelliere Friedrich Merz abbia cercato una sponda con il presidente Giorgia Meloni. Per quanto le soluzioni - a trazione tedesca - siano per definizione da prendere con le pinze, l’accordo con l’Italia sulla possibilità di restituire poteri agli Stati nazionali pare cozzare con il famigerato «federalismo pragmatico» accentratore di Draghi, e può costituire un tentativo promettente di allentare la morsa di potere della Commissione.
Il cui presidente, ieri, si è ben guardata dal precisare che le «ricette» presentate servirebbero a correggere i frutti avvelenati del suo precedente mandato di presidente. Invece, ha addirittura accusato gli Stati membri di essere i colpevoli delle complicazioni perché spesso le direttive Ue sono state recepite aggiungendo regole, obblighi o controlli più severi di quelli minimi richiesti dalle Ue. Insomma, cornuti e mazziati. La Von der Leyen ha annunciato la proposta per il cosiddetto «ventottesimo regime»: come leggete anche qui sotto, si tratta di un corpo di regole applicabile uniformemente a qualsiasi impresa stabilita nei 27 Paesi, per costituirsi, finanziarsi, gestire le crisi. Decenni di stratificazione di diritto commerciale, civile, fallimentare, tipici di ogni Stato membro, all’improvviso messi da parte per consentire l’accesso a un nuovo corpo di regole tutto da scrivere in poche settimane. Non osiamo nemmeno immaginare la confusione che ne deriverà: altro che semplificazione.
Mani (quasi) libere sugli aiuti di Stato, con la scusa dei progetti «green» e grande attenzione per la spesa pubblica che privilegerà prodotti europei. Due misure protezioniste molto care a Berlino, che però mandano in soffitta anni di retorica sulle virtù del libero mercato. Attenzione riservata anche al sistema di scambio delle quote di CO2, con la promessa di restituire all’industria quei proventi. Pochi ripensamenti sul fronte delle energie rinnovabili, ma focus sull’interconnessione delle reti, anche questo un tema su cui Berlino e Parigi potrebbero non essere d’accordo.
L’industria italiana potrebbe trarne dei vantaggi, ma è meglio non illudersi troppo: i tedeschi ovviamente privilegeranno i loro interessi.
«Registrare un’impresa? In 48 ore». Un’altra promessa campata per aria
Il molto annunciato ventottesimo regime ipotizzato dall’Unione europea per le imprese sta per arrivare. «Il mese prossimo proporremo il ventottesimo regime: si chiamerà Eu Inc, un insieme unico e semplice di regole che si applicherà senza soluzione di continuità in tutta l’Unione, in modo che le imprese possano operare molto più facilmente in tutti gli Stati membri», ha detto ieri Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo in seduta plenaria, nel corso del dibattito sulla competitività. Gli imprenditori potranno «registrare una società in qualsiasi Stato membro entro 48 ore, online», mentre il nuovo regime legale «consentirà operazioni transfrontaliere senza intoppi e permetterà una rapida liquidazione in caso di fallimento di un’impresa».L’iniziativa era già stata presentata al forum di Davos il 20 gennaio scorso, ma ora Von der Leyen l’ha annunciata al Parlamento europeo. Si parla di ventottesimo regime perché si tratta di un gruppo di regole che si aggiungerà ai 27 sistemi giuridici nazionali esistenti nell’Unione e che le imprese potrebbero liberamente scegliere, optando per questo nuovo regime. Pensato per le aziende di nuova costituzione, dovrebbe essere aperto anche a quelle già esistenti, anche se ancora non si conoscono i dettagli.Il progetto, proposto da un think tank e ripreso dai rapporti su mercato unico e competitività di Enrico Letta e Mario Draghi, è già noto. Le tasse e le leggi sul lavoro resterebbero nazionali, mentre il livello aziendale diventerebbe comune ai 27 Paesi membri dell’Unione. Il rapporto Letta, in realtà, proponeva una massiccia unificazione del diritto commerciale e societario, del diritto fallimentare, del lavoro, dei mercati finanziari, bancario e della fiscalità d’impresa. Un’impresa titanica e destinata al fallimento. Draghi, più prudentemente, proponeva una cooperazione rafforzata solo su alcuni aspetti (fiscale, societario, fallimentare). Va detto che esistono già due ventottesimi regimi, quello della società europea e quello della società cooperativa europea, assai poco diffusi e ormai superati.Del resto, l’Ue non ha competenza per la costituzione di nuovi tipi di imprese, essendo questo argomento di competenza degli Stati. Il Consiglio, però, può promuovere azioni specifiche «per realizzare uno degli obiettivi di cui ai trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine», secondo l’articolo 352 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Ne consegue che il ventottesimo regime dovrà essere sancito con un Regolamento del Consiglio che dovrà essere approvato con l’unanimità degli Stati membri, dopo trilogo con Parlamento e Commissione. Percorso molto lungo e accidentato.Si tratterebbe, in realtà, di un regime armonizzato per la registrazione digitale, il riconoscimento transfrontaliero e gli standard di governance e finanziamento, mentre le questioni fiscali, del lavoro e della responsabilità resterebbero nel livello nazionale.Le parole di Von der Leyen sul diritto fallimentare che regolerebbe le Eu Inc, però, aprono diversi interrogativi. Non è chiaro, ad esempio, come si possa conciliare una procedura fallimentare «europea» con le protezioni sociali legate al privilegio dei crediti verso i dipendenti dell’azienda fallita, istituto del diritto fallimentare nazionale. Più ancora, la questione fiscale resta indeterminata. Se i regimi fiscali restano quelli nazionali, aprire una società è già molto conveniente in Olanda o in Estonia, ad esempio, e non si vede il vantaggio di costituire un nuovo regime giuridico non territoriale. Si tratta solo di uno snellimento burocratico? Se è così, l’enfasi sul progetto Eu Inc appare a dire poco eccessiva. Se, invece, prima o poi il nodo fiscale verrà al pettine, il rischio è che si crei una sorta di area franca fiscale, che dovrà essere più conveniente dei regimi nazionali per essere attrattiva, altrimenti il tutto perde di senso. Ma è molto difficile che gli Stati vogliano perdere entrate fiscali. Neppure è chiaro come sarebbero trattati i rapporti contrattuali con imprese nei regimi nazionali ed anche sul diritto del lavoro occorre prestare attenzione, poiché esso è regolato sempre dalle norme del luogo in cui l’attività di svolge. Il ventottesimo regime fornirà una sorta di scudo sulle normative del lavoro? Lo vedremo, ma la sensazione è che la Eu Inc nasca soprattutto per le start-up tecnologiche e per le relative necessità di raccolta dei fondi e di finanziamento. L’idea sembra più essere quella di scimmiottare il capitalismo americano, fatta di venture capital e fondi di investimento che non hanno particolari vincoli o obblighi legali. I singoli Stati hanno normative particolari e diverse su come sono regolate le stock option, ad esempio, o i requisiti patrimoniali dei fondi e delle società, le partecipazioni azionarie, o la concessione di azioni ai dipendenti. Un regime che uniformi questi diversi sistemi sarebbe ben vista dagli investitori. La Eu Inc, cioè, sembra pensata più per favorire i flussi finanziari verso imprese tecnologiche incorporate in Europa, per competere con le start-up americane o cinesi, che non per dare fiato al mercato unico o alla competitività.Al di là della fattibilità di questa nuova Eu Inc, comunque, vi è a monte un problema che riguarda la responsabilità delle imprese nei confronti dello stato. Nel caso di un ventottesimo regime pervasivo, e non limitato alle questioni di finanziamento, sarebbero le aziende a scegliere il regime giuridico a loro applicabile, con ciò scegliendo anche quali rapporti avere con la società circostante, fatta di lavoratori, clienti, ambiente. La Apple europea del futuro nata nel ventottesimo regime, per capirsi, alle leggi di quale Stato risponderà?
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Andrea Venanzoni (Imagoeconomica)
A poco più di un anno dall’elezione di Trump, come è cambiata la destra americana?
«La destra americana è molto cambiata in questi mesi e il vero turning point è stata la morte di Charlie Kirk. L’ala intransigente dei Maga, che ha reso popolare Donald Trump, si è ritrovata senza il freno di Kirk che a suo modo ne aveva domato gli estremismi e ora il movimento più radicale si è imposto con forza. Fino alla morte di Kirk, in pratica, le frange di estrema destra erano marginalizzate, ma ora sembrano risorgere».
E chi è il riferimento politico di questa fronda di estrema destra?
«Lo abbiamo visto in Italia proprio in questi giorni, si tratta di J.D. Vance: con la sua politica non interventista, concentrata sui confini nazionali e molto comprensiva nei confronti della Russia, il vicepremier Usa è in sintonia con questa frangia. È lui che ha consigliato a Trump di temporeggiare in Iran, per esempio. Questo proprio perché Vance è molto attento al mondo Maga che non considera l’Iran una priorità e tanto meno un nemico. C’è una faglia, una divaricazione oggi nella destra americana: l’altra faccia della luna è Marco Rubio, repubblicano più classico. Rubio è il volto emerso dall’ala di destra più moderata, chiamiamola più istituzionale e liberale».
In pratica si sta giocando un derby,,,per la successione a Trump?
«Sì, da una parte i Maga nazional populisti di Vance, dall’altra i moderati e tradizionalisti di Rubio. Quest’ultimo è il regista dell’operazione Maduro che, dopo la caduta del regime venezuelano, ora fa tremare Messico e Cuba. La sua però non è una politica neoconservatrice, ovvero non c’è la ricerca dell’esportazione della democrazia e del modello americano come fu per l’Iraq, per esempio. La visione di Rubio è più analitica, inquadra le minacce globali e per gli Usa. Per esempio, il Venezuela rappresentava un hub geopolitico per lo smercio della droga, a differenza dell’Iran dove si sono inoculati i cartelli del narcotraffico messicano e colombiano: questo per dire che Rubio ha una visione interventista, quando e se necessario».
La minaccia alla Groenlandia è tra queste necessità?
«No, e infatti non se ne sta più parlando. La Groenlandia, non da oggi, è oggettivamente uno snodo fondamentale per gli Usa, soprattutto per il valore delle terre rare. E si potrà anche arrivare a una trattativa ma i modi trumpiani hanno portato a un inasprimento sul tema. Ritengo che in futuro l’approccio Rubio possa pagare di più in termini di obiettivo finale».
Ci sta dicendo che l’Europa dovrebbe trattare con Rubio?
«Chiunque voglia ragionare sul lungo periodo deve sapere che il movimento Maga ha il respiro corto: stanno emergendo nuovi think tank che vanno oltre la destra che ha portato Trump alla Casa Bianca. Dagli incidenti con l’Ice, agli Epstein files, il partito repubblicano sta vivendo un momento di difficoltà. A dimostrazione di questo subbuglio, c’è la ridefinizione e la crisi della Heritage Foundation, in principio uno dei punti di forza di Trump e di Vance, ora molto indebolita a vantaggio della Advancing American Freedom di Mike Pence. A livello economico, inoltre, basti pensare ai dazi. C’è grande attesa per il pronunciamento della Corte suprema a riguardo, ma è in ogni caso una dottrina protezionista molto lontana dalle coordinate di Reagan e dalla sfera repubblicana. Possiamo dire che è in atto una brusca limitazione della libertà economica americana legata alla mentalità Maga. In questo contesto Giorgia Meloni fa bene a non sbilanciarsi troppo nei rapporti tra Rubio e Vance, fischi a parte…».
A proposito, non abbiamo ancora parlato del presidente Trump: dal video sugli Obama, alle atlete trans fino alle giornaliste, nessuno si salva: Trump è fuori controllo?
«Trump è una stella polare che brilla sempre di meno, anche se in realtà le uscite sono dettate dalla preoccupazione sul fronte interno: la vittoria dei democratici alle elezioni supplettive nel repubblicanissimo Texas, la rimozione di Bovino dal suo incarico nell’Ice e la rinuncia a centinaia di agenti sono segnali di possibile declino e questo aumenta l’aggressività mediatica di Trump in modo esponenziale».
Musk in questo scenario dove si colloca?
«Musk è tornato semplicemente a fare il suo mestiere, ovvero l’imprenditore. Rispetto a un primo tempo del governo che lo ha visto protagonista oggi Musk è tornato a occuparsi dei suoi satelliti, mentre gli americani per l’analisi dei dati si affida sempre di più alla Palantir Technologies».
Se dovesse scommettere 10 dollari, su chi li punterebbe tra Vance e Rubio?
«I due si contendono il trono ma mi rifaccio a un recente sondaggio Paymarket, dove Rubio vince su Vance».
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(Ansa)
Nel verde dei campi e sulle colline coltivate dell’Alta Valtiberina, a cavallo tra Umbria, Toscana e Marche, la Storia ha consegnato uno dei casi più singolari dal punto di vista geopolitico: quello della micro-repubblica di Cospaia, paese di poche anime tra Sansepolcro e Città di Castello. Dai primi documenti risalenti al 1360, il borgo contadino risultava appartenere alla comunità di Città di Castello facente parte dello Stato della Chiesa anche se contesa da Borgo San Sepolcro, allora governato dai Malatesta di Rimini. La svolta che segnerà la storia di Cospaia giunse nel 1440, anno della battaglia di Anghiari. Il periodo segnò anche una fase di crisi finanziaria per lo Stato Pontificio, che il Papa Eugenio IV (il nobile veneziano Gabriele Condulmer) cercò di sanare attraverso la vendita di beni e terreni. Nelle alienazioni cadde anche il territorio di Cospaia, legata alla vendita di Borgo San Sepolcro ai fiorentini di Cosimo Maria de’Medici per 25.000 fiorini. Di fronte alla spartizione del piccolo borgo umbro tra le due grandi potenze, fu la particolare geomorfologia del territorio di Cospaia a cambiarne il destino. Gli incaricati dello Stato Pontificio e quelli di Firenze si diedero appuntamento nel territorio di Cospaia al fine di segnare i nuovi confini tra i due Stati. I nuovi limiti si sarebbero dovuti stabilire lungo il corso del torrente chiamato semplicemente «Rio». Nella realtà Cospaia era lambita da due corsi d’acqua, il «Rio della Gorgaccia» e il Rio detto «Riascolo». Mentre i fiorentini misurarono il torrente posto a Nord (il Gorgaccia), gli uomini del Papa considerarono confine il torrente meridionale, il Riascolo. Le misurazioni tagliarono quindi fuori una parte di territorio di forma triangolare con il vertice verso Nord, che diventò una sorta di «terra di nessuno» e che includeva l’abitato del borgo umbro. Quella fetta di terreno ritagliata per errore diventò una zona libera, non più soggetta al Papa né ceduta ad una Signorìa. La «Repubblica Libera di Cospaia», abitata da poche famiglie contadine divenne una realtà di fatto anche perché i due Stati che la avevano erroneamente creata giudicarono antieconomico iniziare contese per una così piccola parte di territorio. La repubblica non ebbe mai una forma giuridico-istituzionale ben definita. Non aveva giudici, tribunali e carceri. E neppure un parlamento né un esercito. Si basava piuttosto su una forma di autogoverno della «consuetudine», le cui regole erano quelle della secolare vita dei campi, dei casolari contadini, del lavoro scandito dalle stagioni, così come era sempre stato anche sotto un governante esterno. Pertanto non si può giudicarla neppure «anarchia», non certo nel senso moderno del termine. Ciò che fece la differenza e che per i quasi 4 secoli della sua esistenza fu che il territorio libero di Cospaia non pagò più tasse né gabelle, né tributi. Per le contese giuridiche, gli abitanti si rivolgevano ai tribunali di San Sepolcro oppure di Città di Castello. Solo con il tempo si istituì un Consiglio degli anziani e dei capifamiglia, spesso affiancato dalla figura del parroco, l’unico alfabetizzato. A partire dalla metà del Cinquecento Cospaia prosperò grazie all’introduzione della coltivazione estensiva del tabacco introdotta per la prima volta in Italia da Alfonso Tornabuoni, il quale scelse il territorio della microrepubblica per gli evidenti vantaggi della sua natura di porto franco. Ancora oggi il tabacco di Cospaia è considerato tra i più prestigiosi al mondo.
La Repubblica Libera di Cospaia durò fino al 1826, quando in virtù di un accordo fra il Granduca di Toscana Leopoldo II e il Papa Leone XII il territorio fu spartito tra i due Stati pre-unitari.
Le immagini e le mappe della ex Repubblica Libera di Cospaia
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