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2019-03-08
Il femminismo del futuro: «Fare bimbi è fascista e servono 100 nuovi sessi»
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Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono.
Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…
Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo».
A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà.
La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento».
Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini».
La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse».
«Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali».
Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi.
Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia
Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti.
Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc.
Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene?
Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia.
Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione.
Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...».
Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne».
Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate.
Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"».
Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
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Nelle librerie italiane arrivano i testi delle teoriche militanti più agguerrite. Nemiche della natura e della riproduzione, chiedono diritti per migranti e trans.Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia. Da parecchio tempo gli Stati protestanti sono presentati come modelli di democrazia e benessere da imitare. Eppure, se si vanno a guardare i dati, si nota che violenze e disagio sono elevati.Lo speciale comprende due articoli. Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono. Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo». A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà. La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento». Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini». La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse». «Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali». Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-femminismo-del-futuro-fare-bimbi-e-fascista-e-servono-100-nuovi-sessi-2630948323.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-nord-europa-emancipato-e-progressista-le-ragazze-vivono-peggio-che-in-italia" data-post-id="2630948323" data-published-at="1771146046" data-use-pagination="False"> Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti. Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc. Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene? Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia. Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione. Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...». Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne». Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate. Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"». Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
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Medici che avrebbero emesso falsi certificati contro il rimpatrio degli stranieri irregolari. Le indagini in corso a Ravenna vogliono accertare una prassi nota, sebbene sottovalutata dalle autorità giudiziarie e dagli Ordini professionali. La Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm), da anni esorta i medici a dare un parere negativo sull’idoneità degli stranieri al trasferimento nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), prima dell’espulsione. Il primo marzo del 2024, assieme alla Rete Mai più lager -No ai Cpr (che ha il sostegno dell’Anci) e all’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (con progetti finanziati da Soros), lanciarono un appello chiedendo «a tutto il personale sanitario una presa di coscienza sulle condizioni e sui rischi per la salute delle persone migranti sottoposte a detenzione amministrativa nei Cpr».
Non si limitavano a parlare di «pessime condizioni igienico-sanitarie di questi centri», di non attenzione ai problemi di salute mentale dei migranti e di abuso di psicofarmaci, ma invitavano proprio a commettere falso ideologico, l’ipotesi di reato (con l’aggravante del continuato in concorso in atti pubblici) formulata per l’indagine sui medici dell’Ospedale di Ravenna. Proponevano, infatti, «diversi elementi di riflessione e azione di sanità pubblica, medico-legali e di deontologia medica per poter aiutare i medici coinvolti a dichiarare l’inidoneità alla vita in luoghi pericolosi per la salute e patogeni quali i Cpr, di fatto, sono». Allegata all’appello c’era anche una bozza di modello da utilizzare per negare l’idoneità. Tra i vari punti, il camice bianco doveva dichiarare che rifiutava il trattenimento di uno straniero nei centri per «indisponibilità di una documentata anamnesi e del ridottissimo tempo concesso per l’effettuazione di un approfondimento clinico meritevole invece di ben altri tempi, competenze e mezzi diagnostici anche multidisciplinari». Ricordate il tempo «zero» utilizzato negli hub vaccinali per far firmare il consenso informato e inocularti la dose imposta? Guai a chi sollevava dubbi sulla pericolosità di una procedura, che ignorava le effettive condizioni di salute di chi era costretto a porgere il braccio.
Nel giugno del 2024, La Nuova Ferrara dedicava un articolo ai primi casi di non idoneità a entrare nei Centri di permanenza per i rimpatri, dichiarati da medici dell’ospedale Sant’Anna di Cona che accertavano le condizioni sanitarie di stranieri. Nicola Cocco, medico della Rete «Mai più lager - No ai Cpr», affermava: «Ma cosa accade se rilascio l’idoneità e dopo pochi giorni la persona, per esempio, ha crisi epilettiche o va in ipoglicemia o accusa una depressione forte che lo porta a tentativi di suicidio […] Quel medico che ha rilasciato l’idoneità, siamo sicuri che non sia responsabile dal punto di vista penale?».
Cocco parlava di «forti criticità deontologiche», nell’avere solo dieci minuti di tempo per rilasciare il nullaosta a entrare in un Cpr. In epoca Covid, c’era forse più tempo e attenzione prima di vaccinare la popolazione? Qualcuno negli hub si ribellava alla pratica o aveva scrupoli di coscienza? Lo stesso Cocco, dopo le perquisizioni all’ospedale e nelle abitazioni di sei medici, venerdì ha lanciato su Change.org un appello dal titolo «La cura non è un reato. In difesa dell’autonomia medica e del diritto alla salute».
Dichiara che «il medico ha il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute». Bella ipocrisia, chiedere la mobilitazione a sostegno di chi avrebbe dichiarato il falso sulle condizioni fisiche o mentali dei migranti, mentre si è invocata a gran voce la radiazione dei medici che rilasciavano certificati di non idoneità al vaccino Covid, o che curavano non con «Tachipirina e vigile attesa».
Nel giugno 2025, il Comitato centrale della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo) accoglieva l’appello della Simm «a una presa di posizione affinché si proceda nell’immediato alla chiusura dei Cpr» e perché nessun professionista della salute «possa fornire prestazioni» in quei centri «tramite la sottoscrizione di valutazioni di idoneità alla reclusione nei Cpr», richieste dalle autorità di polizia.
Lo scorso mese, la Simm è tornata alla carica chiedendo una mobilitazione «contro violazioni sistematiche dei diritti e logiche da “istituzioni totali”», quali sarebbero i centri. Il suo presidente, Marco Mazzetti, pediatra e psichiatra, sostiene che i migranti «partono sani e sani arrivano da noi; questo è vero sia per quanto riguarda la salute fisica sia per quella mentale. Si ammalano poi nel nostro Paese a causa delle condizioni di vita che trovano». A tenere alta l’attenzione è anche l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che ha progetti finanziati dalla Open Society Foundation del magnate americano di origine ungherese George Soros, la cui lobby ha l’obiettivo dichiarato di influenzare le politiche dei governi verso una «società aperta». Per il prossimo 23 febbraio l’Asgi organizza «un’arena pubblica» di confronto sul tema «Il confinamento globale dei migranti come anticamera del totalitarismo».
Avvocati e studiosi di migrazioni anticipano alcuni dei temi: «I cittadini stranieri sono tra i gruppi sociali maggiormente colpiti da una proliferazione normativa finalizzata a creare uno status giuridico differenziato, che conduce milioni di persone in una condizione di vulnerabilità». Non ce ne eravamo accorti, soprattutto considerando l’occhio di riguardo che i giudici hanno verso i migranti che delinquono.
Paragoni col Covid? Ora tutti muti
«Si tratta di un reato, che va denunciato all’autorità giudiziaria. In parallelo, l’Ordine valuterà i connessi aspetti disciplinari» ha dichiarato Filippo Anelli Presidente della Fnomceo (Federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri). Ma attenzione: non lo ha detto a commento dei sei medici dell’ospedale di Ravenna indagati con l’accusa di aver fornito certificati falsi a migranti illegali per salvarli dal trasferimento nei Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri); quella frase Anelli l’aveva pronunciata nel 2021, riguardo a quei medici che avevano attestato finte vaccinazioni contro il Covid-19. «L’invito è di concludere al più presto l’iter per la sospensione e la comunicazione dei nominativi agli Ordini per gli opportuni adempimenti»: aveva ordinato anche le liste di proscrizione, il presidente della Fnomceo, mentre scoppiava il putiferio sul paragone fatto dai No green pass con gli ebrei ghettizzati durante il nazismo. Allora i lager e le discriminazioni non si potevano nominare, oggi chi strepita contro le «misure intimidatorie» usate con i medici indagati è un movimento che si chiama «Mai più lager - No ai Cpr», ma tant’è.
E per chi ha graziato i delinquenti, nessuna condanna, anzi: due pesi e due misure, neanche di fronte ai numerosi esempi di migranti illegali «salvati» dai camici bianchi per poi tornare in strada a delinquere, come quel senegalese irregolare di 25 anni, fermato dopo aver molestato sette donne e poi sottratto al rimpatrio grazie a un certificato medico falso che lo ha attestato «inidoneo» al Cpr. Come lui, tanti altri irregolari, su cui sta indagando la Procura di Ravenna.
E se il leader della Lega Matteo Salvini invoca per questi medici «licenziamento, radiazione e arresto», Anelli replica ribaltando i principi del codice deontologico: «Doveri del medico sono (…) il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza (…) senza discriminazione alcuna», trascurando il dettaglio che i clandestini graziati erano in buona salute psico-fisica e non abbattuti da «dolore e sofferenza» fisica. Si attacca poi, Anelli, all’«indipendenza, autonomia e responsabilità» dei medici, invocando la «libertà di mettere in pratica il proprio dovere»: quello di rimettere in circolazione, di fatto, persone che commettono reati. Non contento, il presidente Fnomceo esprime solidarietà per il «trauma della perquisizione alle prime luci dell’alba»: «Hanno visto interrompere la loro attività lavorativa, la loro vita familiare (…) ad essere messa in discussione è la loro professionalità». Quella negata, negli anni della pandemia, ai medici che avevano certificato vaccinazioni non avvenute: migliaia di camici bianchi sospesi dall’ordine (e poi dallo stipendio) su decisione del presidente della FnomCeo, che oggi sembra chiudere un occhio, anzi tutti e due, riguardo i colleghi accusati di aver rimesso delinquenti in libertà.
Anche l’ex sindaco di Ravenna e attuale governatore della regione Emilia Romagna Michele De Pascale soffia sul fuoco: «Il problema è che la normativa scarica sui medici delle Ausl italiane una responsabilità enorme, quella di stabilire o meno l’idoneità all’invio al Cpr per malattie infettive o psichiatriche. La politica non si assume le proprie responsabilità» denuncia De Pascale, insieme con Anelli che lamenta che «utilizzare i medici come strumenti di controllo dell’ordine pubblico è un errore». Assolverli quando si arrogano il diritto di esercitarlo, quel controllo, mettendo in pericolo i cittadini, invece sembra non essere «un errore».
A chiudere il cerchio del folle sistema dove chi delinque resta libero e spesso uccide, mentre medici accecati dall’ideologia rimettono in libertà persone che hanno commesso reati, arrivano anche le dichiarazioni della Cgil. Si tratta della stessa Cgil che, durante gli anni del covid, premeva per l’obbligo vaccinale dei medici, chiedendo pesanti sanzioni a chi non rispettava la legge, e oggi è solidale con i medici indagati: per questo motivo il sindacato aderisce al flash mob di solidarietà in programma domani a Ravenna. Si finge stupore.
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L’EPA cancella le norme del 2009 sulle emissioni delle auto. Francia, sempre più nucleare e meno rinnovabili. Alluminio, scende il prezzo. Gli USA a caccia di materiali critici.
Il Cpr di Gjader in Albania (Ansa)
Da questa vicenda nasce una sentenza che per la prima volta condanna lo Stato italiano a risarcire un migrante trasferito nei centri albanesi. Il risarcimento arriva grazie a una decisione firmata da un giudice del tribunale di Roma e dopo che la vicenda era uscita dai confini dell’aula di giustizia, attraverso l’intervento dell’europarlamentare Cecilia Strada, contattata dalla compagna dell’algerino rimasta per giorni senza notizie. Settecento euro sono una cifra modesta, ma sufficiente a sollevare una questione che, guardata da vicino, appare paradossale: il risarcimento viene riconosciuto in un contesto in cui, per anni, la corte di Cassazione aveva fissato criteri molto più rigorosi, arrivando spesso a negare i danni anche in situazioni oggettivamente più dure. Anche per questo motivo, il Viminale, dopo aver letto le motivazioni, potrebbe impugnare la sentenza davanti alla Corte d’Appello di Roma.
La decisione è del 10 febbraio 2026. Il giudice Corrado Bile, del tribunale di Roma, accoglie il ricorso e, «per l’effetto, condanna il ministero dell’Interno al pagamento di euro 700 a titolo di risarcimento del danno». Nelle motivazioni, il tribunale parla apertamente di «condotta colposa» dell’amministrazione e di «mancata osservanza delle regole di buona amministrazione», da cui sarebbe derivata «l’incisione dannosa della sfera privata dei diritti della persona». Il punto centrale, secondo il giudice, è che il trasferimento è avvenuto «in assenza di un provvedimento scritto e motivato», incidendo direttamente su diritti fondamentali del ricorrente.
Pur senza incarichi formali, Bile, magistrato della sezione civile del tribunale di Roma, viene spesso accostato all’area di Magistratura democratica, anche per contributi pubblicati su Questione Giustizia, la rivista storicamente legata a quella corrente. Nel 2024 ha firmato la sentenza sul caso «Asso 29», condannando lo Stato per il respingimento verso la Libia di migranti soccorsi in mare e affermando che lo Stato africano non può essere considerata un luogo sicuro. Più di recente ha annullato la maxi sanzione da 150.000 euro inflitta dal Garante della privacy al giornalista Sigfrido Ranucci di Report, per la diffusione dell’audio tra l’allora ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini nell’affaire Boccia.
Per capire perché la decisione venga letta come un precedente esplosivo basta ricordare che non si tratta di un migrante appena arrivato, ma di un cittadino algerino irregolare da quasi vent’anni. L’avvocato Gennaro Santoro, che segue il caso e altri due analoghi, sostiene infatti che la sentenza possa mettere in discussione l’intero sistema dei trasferimenti nei Cpr. Il tribunale di Roma ha ritenuto che l’operazione abbia interferito con il diritto alla vita privata e familiare tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, affermando che la persona deve essere sempre posta in condizione di sapere dove, quando e perché viene trasferita.
Ma è qui che la decisione si espone alla critica più forte, perché si discosta da una linea che la Cassazione aveva tracciato negli ultimi anni. Nel 2016, nel caso del Cie di Ponte Galeria, un migrante aveva chiesto i danni sostenendo di aver vissuto condizioni di trattenimento umilianti e degradanti. La Cassazione gli diede torto: spiegò che la sofferenza legata alla detenzione amministrativa, per quanto dura, non basta da sola a far scattare un risarcimento. Se si vuole ottenere un indennizzo, bisogna dimostrare un danno concreto. Tre anni dopo, nel 2019, un altro caso riguardava il Cpr di Bari, dove erano emersi anche problemi procedurali nella gestione del trattenimento. Anche lì la Cassazione fu chiara: il fatto che un atto presenti irregolarità non significa automaticamente che lo Stato debba pagare. Un errore formale o una gestione discutibile non coincidono automaticamente con un danno risarcibile; serve provare che da quell’errore sia derivato un pregiudizio concreto e ulteriore rispetto alla normale restrizione della libertà.
Nel 2020 la Suprema Corte tornò sul tema con un’altra decisione, relativa ancora a un Cpr, ribadendo lo stesso concetto: la detenzione amministrativa comporta inevitabilmente disagi, limitazioni, sofferenze. Ma questi, se rientrano nella misura prevista dalla legge e convalidata da un giudice, non generano automaticamente un diritto al risarcimento. Ecco perché la condanna del Viminale appare come un cambio di passo che abbassa la soglia richiesta finora per dimostrare il danno.
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