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2019-03-08
Il femminismo del futuro: «Fare bimbi è fascista e servono 100 nuovi sessi»
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Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono.
Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…
Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo».
A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà.
La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento».
Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini».
La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse».
«Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali».
Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi.
Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia
Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti.
Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc.
Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene?
Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia.
Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione.
Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...».
Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne».
Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate.
Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"».
Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
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Nelle librerie italiane arrivano i testi delle teoriche militanti più agguerrite. Nemiche della natura e della riproduzione, chiedono diritti per migranti e trans.Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia. Da parecchio tempo gli Stati protestanti sono presentati come modelli di democrazia e benessere da imitare. Eppure, se si vanno a guardare i dati, si nota che violenze e disagio sono elevati.Lo speciale comprende due articoli. Da qualche tempo a questa parte, il Me Too ha sancito il ritorno sulla scena sociale e mediatica del femminismo, giusto giusto nel cinquantenario di quando principiò. E gli effetti del film L'utero è mio e lo gestisco io 2 - La vendetta non tardano a vedersi. In occasione della Festa della donna - anche quest'anno trasformata in occasione di lotta - le librerie si sono riempite di volumi perfetti per istruire le nuove generazioni di militanti agguerrite. Sul fronte della narrativa troviamo il romanzo (edito da Bompiani) di Eve Babitz, Sex&Rage. Consigli a giovani donne che hanno voglia di divertirsi. Già: l'amore associato al sesso è reazionario, non è utile alla causa. Bisogna quindi accoppiare sesso e rabbia, e se gli uomini non possono più concedersi nemmeno un complimento a una donna, le donne possono eccome divertirsi e accoppiarsi rabbiosamente a destra e a manca. Anzi, devono. Nel reparto saggistica troviamo Educare al femminismo di Iria Marañon, accompagnato da strombazzanti placet come «Iria Marañon esorta i genitori e tutte le persone coinvolte nell'educazione dei più piccoli a rifiutare il machismo, ormai “normalizzato" nella società, fin dalla più tenera età» e «un manuale che insegna come bisognerebbe educare i figli affinché siano liberi, impegnati e impermeabili ai modelli soggioganti di televisione, cinema, letteratura, pubblicità e anche della famiglia e della scuola». Certo: i figli, sin dalla più tenera età, vanno educati a combattere il machismo, come no. Di tomi del genere ce ne sono parecchi, soprattutto rivolti alle più giovani. Ad esempio Il libro del femminismo (Gribaudo), una sorta di bignami della attivista furente. Oppure Post pink (Feltrinelli) che si presenta come Antologia di fumetto femminista, con immancabile prefazione di Michela Murgia…Ma i testi di questo tipo non sono nulla di fronte all'orrore puro, che si presenta nella forma di un libro piccolino intitolato Xenofemminismo (Nero edizioni) e firmato da Helen Hester. È la summa e (in parte) la fonte del pensiero femminista contemporaneo, quello a cui si abbeverano personaggi come la suddetta Murgia quando invoca la scomparsa della patria perché maschilista. In greco xènos vuol dire straniero. Lo xenofemminismo è una forma di femminismo tecnomaterialista, antinaturalista, abolizionista del genere e ultraxenofilo. Si tratta della teorizzazione di un vero e proprio nazismo femminista, elaborata da un «collettivo» chiamato Laboria Cuboniks. Lo xenofemminismo «vuole schierare strategicamente le tecnologie esistenti per riprogettare il mondo». A che scopo riprogettare il mondo (che si progetta benissimo da solo, per altro)? Ovvio: al fine di ribellarsi alle«strutture di oppressione che costituiscono i nostri mondi materiali», in primis il corpo femminile e la natura, contro i quali bisogna sfoderare «strumenti di intervento femminista nella corporeità», un'ampia e varia «tecnologia riproduttiva, compreso il controllo delle nascite» e l'ectogenesi (la crescita del feto fuori dal corpo, proprio come nel film Matrix, il capolavoro di quelli che all'epoca del film erano i fratelli Wachowski e ora, dopo il cambio di sesso, sono le sorelle Wachowski). Le nostre xenofemministe, insomma, vogliono mettere le mani sulla riproduzione naturale, in perfetto stile eugenetico. Alla procreazione naturale, spiegano, bisogna preferire «la riproduzione tecnologicamente assistita, nella quale i bioingegneri hanno il compito di costruire il figlio come se fosse una macchina fatta di componenti isolate». A leggerlo vi sembra un delirio? Beh, sappiate che tale forma di riproduzione esiste già: è l'utero in affitto. Ulteriore segno del fatto che queste idee, per quanto folli, hanno un impatto sulla realtà. La natura, per lo xenofemminismo, è «spazio di contestazione» e «limite pseudoteologico» che concede «enormi risorse concettuali alla condanna conservatrice della differenza». La biologia? Deve essere forzata per poter perseguire la «giustizia riproduttiva» e la «trasformazione del genere». Il gender fluid è solo la premessa: l'obiettivo definitivo è cancellare la «matrice eterosessuale», «perché le identità binarie sono criterio di oppressione» e devono «sbocciare un centinaio di sessi!». Il futuro va scollegato dalla «cultura che elogia il Bambino e dunque supporta le ideologie della famiglia etero e normativa», bisogna combattere il «fascismo del volto del Bambino» e favorire il queer (il «sessualmente, etnicamente o socialmente eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate dalla cultura egemone») perché rappresenta il «violento annullamento di significato, la perdita di identità e coerenza, l'innaturale accesso al godimento». Tutto, anche l'attivismo sul cambiamento climatico va tarato in chiave anti bambino. L'ambientalismo mainstream, secondo le xenofemministe, usa immagini di giovani, soprattutto bambini maschi, bianchi e biondi e quindi è eterosessismo e paura di un pianeta queer. La Hester riporta che «una delle strategie più popolari tra quelle adottate dalla polizia e da altri oppositori delle attività sessuali negli spazi naturali è stata quella di presentarsi come protettori dei bambini». La Hester spiega che occorre resistere «alla chiamata della futurità riproduttiva» anche perché «la “bella mammina" ricca e bianca viene elogiata per il suo contributo al futuro dello stato-nazione, ma le madri adolescenti, i genitori di colore e di origine latino-americana, i soggetti trans* e genderqueer, le persone immigrate e rifugiate, e quelle che vivono di sussidi non ricevono lo stesso trattamento». Per contrastare questo fascismo della «futurità riproduttiva normativa bianca» bisogna accogliere l'imperativo di Donna Haraway, vecchia teorica del cyberfemminismo: «Generate parentele, non bambini!». Cioè «sintetizzare nuove solidarietà anziché privilegiare la famiglia genetica e la riproduzione genetica in un mondo che ha esaurito le risorse». «Noi in quanto specie dovremmo ridurre il tasso di natalità», dice la Haraway, che teorizza un'alleanza intra e interspecie «meno naturalizzata, meno egocentrica e meno parrocchiale». Come? Con un «impegno generale a dare asilo, per quanto possibile, ai soggetti precari e agli oppressi». Serve un «atto di solidarietà con i nuovi arrivi di ogni tipo (dai soggetti migranti alle nuove figure tutrici, fino alle persone giovanissime). La riproduzione eterosessuale deve essere sostituita dall'ingegneria genetica post-genere e multigenitoriale in cui fare bambini significhi anche generare parentele senza investire nella riproduzione sociale di valori bianchi, cisessuali e patriarcali». Scriveva il grande Roald Dahl, ne Le streghe: «Le vere streghe sembrano donne qualunque, vivono in case qualunque, indossano abiti qualunque e fanno mestieri qualunque. Per questo è così difficile riconoscerle. Una vera strega odia i bambini di un odio così feroce, furibondo, forsennato e furioso da non poterselo immaginare. E infatti passa tutto il suo tempo a escogitare nuovi modi per sbarazzarsi di loro». Quello di Dahl era un libro per l'infanzia uscito nel 1983, ma diceva già tutto sulle femministe di oggi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-femminismo-del-futuro-fare-bimbi-e-fascista-e-servono-100-nuovi-sessi-2630948323.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-nord-europa-emancipato-e-progressista-le-ragazze-vivono-peggio-che-in-italia" data-post-id="2630948323" data-published-at="1772928045" data-use-pagination="False"> Nel Nord Europa emancipato e progressista le ragazze vivono peggio che in Italia Nel cielo dei luoghi comuni, di cui il tempo presente abbonda più che mai, v'è la prodigiosa civiltà dei Paesi del nord Europa. Con insistenza sentiamo raccontare quanto funziona bene la scuola in Finlandia o in Danimarca; quanto sono progressisti, aperti, «avanti», svedesi e norvegesi; quanto sono gender friendly, sessualmente emancipati e «amici delle donne», in generale, tutti gli Stati nordici che furono protestanti. Ovviamente la polemica, implicita o esplicita, è verso i Paesi mediterranei, verso i «terroni», di tradizione cattolica: retrogradi, medievali, maschilisti ecc. Ebbene, visto che oggi è l'8 marzo, senza soffermarci sui mille interrogativi che questi luoghi comuni suscitano (lo avete mai sentito un Tommaso d'Aquino, un Michelangelo o un Galilei cresciuto nelle straordinarie culture nordiche? Perché, se stanno così bene, si suicidano molto di più degli italiani, o dei greci? Proviamo a leggere un solo dato: come se la passano le donne laddove tutto funziona così bene? Ebbene, la risposta è semplice: molto, molto peggio che in Italia. Sono costretti a rivelarcelo persino quotidiani che fanno da sempre dell'attacco alle radici cattoliche dell'Italia la loro missione. Vediamo cosa scrive Repubblica del 2 marzo 2017: «Secondo dati dell'Agenzia per i diritti fondamentali dell'Unione europea, i Paesi in cui la violenza contro le donne (fisica e/o sessuale) è più comune sono quelli del Nord Europa. L'Italia si attesta sotto la metà della classifica, ben al di sotto della media europea: nel nostro Paese le donne vittime di violenza fisica o sessuale dai 15 anni in poi rappresentano il 27%, a fronte del 52% in Danimarca, del 47% in Finlandia, del 46% in Svezia, del 45% nei Paesi Bassi e del 44% in Francia e Regno Unito. La stessa tendenza sarebbe confermata anche se si analizza il fenomeno solo dal punto di vista delle molestie sessuali (15% in Italia, 32% in Danimarca, 27% in Svezia e Paesi Bassi, 24% in Francia e Belgio). Anche per quanto riguarda la violenza subita, specificamente dai partner, l'Italia si attesta nella fasce più basse (15-20%), mentre nella parte alta della classifica si confermano i Paesi del Nord Europa e i Paesi dell'Est...». Il dato è confermato anche da fonti non ideologiche come il sito Truenumbers che, presentando ai suoi lettori i dati del Gender Equality Index Report 2015, che fanno riferimento anche al Report Violence against Women dell'Fra, il 1 settembre 2015 titolava: «Nel nord Europa più violenza contro le donne». Infine, essendo i dati sulla violenza sulle donne spesso interpretabili e non univoci, ecco un dato che appare inconfutabile: non il numero delle donne che avrebbero subito violenza di qualche genere, ma quello delle donne assassinate. Ecco quanto scrivono il professore di demografia ed ex senatore Pd, Gianpiero Dalla Zuanna e la docente di statistica Alessandra Minello, su Lavoce.info e su Il Foglio del 27 agosto 2017: «L'Italia è il Paese sviluppato dove le donne corrono il minor rischio di essere uccise. Infatti, nel periodo 2004-2015 ci sono stati in Italia 0,51 omicidi volontari ogni 100 mila donne residenti, contro una media di 1,23 nei trentadue paesi europei e nordamericani per cui si dispone di dati Unodc. Le differenze sono ampie. I Paesi della ex Urss e gli Usa sono quelli dove le donne sono più a rischio, con tassi quattro volte superiori rispetto all'Italia, mentre i più sicuri sono gli stati dell'Europa meridionale, con l'Italia al trentaduesimo e ultimo posto per tasso di omicidi"». Ancora una volta, insomma, la realtà dice una cosa, ma l'ideologia ne urla un'altra.
Ansa
Steve Barclay, uno dei bellocci di Hollywood, si battè il petto per aver scoperto Alfredo due anni dopo che lavorava a Cinecittà: «Dopo due anni a Roma ho finalmente trovato Alfredo’s e ho imparato come dovrebbe essere la vera cucina italiana: ora sono viziato. Ora pretendo tutto il meglio».
Ma torniamo al senatore del Massachusetts lasciato sull’uscio del ristorante curioso di capire perché i suoi compatrioti a stelle e strisce, dai celeberrimi ai più sconosciuti, dai presidenti ai premi Nobel, dalle galattiche star di Hollywood agli anonimi viaggiatori degli States, inseriscono come tappa obbligatoria delle loro vacanze romane questo ristorante diventato mitico dopo essere stato scoperto, nel 1927, dai grandi attori del cinema muto Mary Pickford e Douglas Fairbanks.
Alfredo, il paffuto e baffuto re delle fettuccine, l’ottavo sovrano di Roma, ha le vibrisse come i gatti: annusa immediatamente il grosso personaggio. Fa accomodare il senatore al tavolo dei grandi ospiti e si muove carismatico col vassoio delle fettuccine. È il momento del condimento delle «maestose fettuccine di Alfredo», rito gastronomico, sacro, magnetico, seducente. Le fettuccine nei precisi gesti di Alfredo prendono vita, si avviluppano e s’aggrovigliano, s’impregnano una a una nel doppio burro. Alfredo Di Lelio maneggia la forchetta e il cucchiaio d’oro donatigli da Mary Pickford e Douglas Fairbanks («To Alfredo the king of the noodles») con movimenti di fachiro. Ipnotizza i clienti. Li strega. Anche giovane senatore rimane incantato. Non è finita. A fine pasto Alfredo gli si avvicina con il libro rilegato in cuoio con gli autografi dei grandi personaggi. Glielo porge profetizzandogli: «Le mie fettuccine portano fortuna. Tu avrai una carriera molto brillante». L’ospite sorride e sottoscrive una cortese dedica firmandola John Fitzgerald Kennedy. Otto anni dopo diventerà il 35° presidente degli Stati Uniti. La profezia del re delle fettuccine andò a buon segno.
E non fu la prima. Le fettuccine di Alfredo accompagnarono alla Casa Bianca anche il precedente inquilino, Dwight «Ike» Eisenhower. Il generale e la moglie, la mitica Mamie Eisenhower, chiusero a Roma il loro viaggio europeo prima di tornare in America nel 1952. Furono ospiti di Alfredo per tutto il loro soggiorno. Ike aveva appena rinunciato alla nomina del supremo comando della Nato e stava tornando in America per la campagna presidenziale che lo avrebbe visto trionfare. Alfredo fu tra i primi a congratularsi. Gli mandò un telegramma: «Sono felice che le mie preghiere siano state esaudite». In risposta, la first lady gli inviò un ritratto del neoeletto presidente degli Stati Uniti: «Io e mio marito ricorderemo sempre il ristorante di Roma e Alfredo, con grande piacere».
Alfredo Di Lelio era nato a Roma, trasteverino, e non se ne era mai allontanato più di tanto. Avrebbe potuto girare il mondo ospite di principi, sovrani, sceicchi e nababbi. A chi gli chiedeva perché non lo facesse, rispondeva: «Perché dovrei viaggiare per il mondo quando il mondo viene a me?». Aveva ragione: il duca e la duchessa di Windsor, Edoardo VIII che fu re d’Inghilterra per pochi mesi prima di abdicare, e Wally Simpson gli mandarono, preoccupati, un messaggio di auguri quando s’ammalò. Altri illustri ospiti di sangue blu si fecero fotografare con il «collega»: il principe Ranieri di Monaco e la principessa Grace Kelly, lo scià di Persia, Reza Pahlevi, e l’imperatrice Farah Diba. Anche l’Agha Khan, potente imam dei musulmani ismailiti, sedeva spesso al tavolo di Alfredo. I rotocalchi dicevano di lui «vale tanto oro quanto pesa», pensando ai tributi pagati dai fedeli. Le fettuccine, comprese nel peso netto, contribuivano ad aumentarne il valore.
Ma se Alfredo fu il re consacrato delle fettuccine (prima nel ristorante in via della Scrofa, poi, nel dopoguerra, ripresa l’attività, in quello di piazza Augusto imperatore), non fu lui l’inventore di tanta bontà. Lui aveva riscoperto la ricetta per aiutare la moglie Ines a riprendersi dalle fatiche del parto ed ebbe l’intelligenza di mettere il piatto in carta e di creargli intorno la leggenda.
La cucina Italiana, quella romana in particolare, conosce in realtà l’abbinamento di pasta lunga in bianco con burro e formaggio fin dal Rinascimento. Ne scrive nel suo Libro de arte coquinaria il maestro Martino da Como, celeberrimo cuoco (prima) del duca Francesco Sforza e (poi) di sua eccellenza il cardinale camerlengo Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca di Aquileia, alto prelato soprannominato «cardinal Lucullo» per gli opulenti banchetti. Nel libro di maestro Martino da Como troviamo la ricetta di «maccaroni romanischi»: «Piglia de la farina che sia bella, et distemperala et fa’ la pasta un pocho più grossa che quella de le lasagne, et avoltola intorno ad un bastone. Et dapoi caccia fore il bastone, et tagliala la pasta larga un dito piccolo, et resterà in modo de bindelle, overo stringhe». Le bindelle di Martino non sono forse le nonne delle nonne delle fettuccine di Alfredo?
Sono 52 i libri rilegati in cuoio conservati dalla famiglia Di Lelio. Più le decine e decine di foto appese alle pareti del locale. Non manca nessuno dei personaggi più famosi del XX secolo. Fu Ettore Petrolini, il grande attore, amico d’infanzia di Alfredo, a suggerire all’oste più famoso del mondo di raccogliere i commenti dei grandi. C’è il gotha, in quei volumi. Si farebbe prima ad elencare chi manca piuttosto di chi c’è. Tra gli italiani si notano Enrico De Nicola, primo presidente della neonata Repubblica, Luigi Pirandello, Guglielmo Marconi, Federico Fellini. Nel who’s who di Alfredo ci sono tutti, ma proprio tutti quelli che passano da Roma: si fermano e firmano facendosi fotografare con lui e le fettuccine in pose buffe: Marylin Monroe, Gregory Peck, Bette Davis, Ava Gardner, Wilson Pickett, Sophia Loren, Charles Laughton, Pedro Armenderiz, Alfred Hitchock, Maurice Chevalier. Il grande politogo Ralph Bunche, premio Nobel per la pace, cita nella dedica un verso shakesperiano: «Mio caro Alfredo, lodare il tuo straordinario cibo sarebbe dorare l’oro. Sei un grande artista della cucina, uno spettacolo scintillante». Un generale scrive a proposito della piazza: «In uno spazio così breve, ci sono tre meraviglie del mondo: l’Augusteo, l’Ara Pacis e Alfredo».
In uno dei 52 volumi c’è una pagina bianca: la spina che Alfredo portò conficcata nel fianco per tutta la vita. «Sotto un quadrato vuoto», spiegava, «c’è una sigla, “Tri”. Era la sigla dell’ultimo dei grandi poeti romani: Trilussa. Dopo cena una volta mi ha detto: “Sì, scriverò qualcosa per te, ma fammi pensare. Ecco la firma per il momento. Il resto verrà dopo”. Ma gli anni passavano e ogni volta che gli ricordavo la promessa, mi calmava: “Scriverò qualcosa per te”. Poi è morto. E di Trilussa solo questo spazio vuoto è rimasto con me, uno spazio bianco come un tavolo perfettamente apparecchiato. Chissà quali parole preziose voleva dire».
Nemmeno la critica e scrittrice Elsa Maxwell, soprannominata «il pettegolezzo di Hollywood», ebbe qualcosa da dire sulla fettuccine che divorò con tanto gusto. Finita la cena, la donna più odiata dalle star di Hollywood esclamò: «Alfredo? È l’unico uomo che è riuscito a tapparmi la bocca».
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Francesco Di Giovanni @Max Montingelli
Fondata oltre trent’anni fa da Mario Moretti Polegato, Geox nasce da un’intuizione tanto semplice quanto rivoluzionaria: creare una scarpa capace di far respirare il piede mantenendo al tempo stesso impermeabilità e comfort. Un’idea trasformata in brevetto e poi in modello di business, che ha permesso al marchio di imporsi a livello internazionale come sinonimo di innovazione tecnologica applicata alla calzatura. Nel corso degli anni l’azienda ha costruito la propria identità su una promessa chiara - la «scarpa che respira» - estendendo progressivamente il know-how anche all’abbigliamento e consolidando una presenza globale con centinaia di negozi e milioni di paia vendute ogni anno. Oggi, in un contesto di mercato profondamente mutato e sempre più competitivo, il gruppo ha avviato una nuova fase sotto la guida dell’amministratore delegato Francesco Di Giovanni. Manager di lunga esperienza industriale, chiamato spesso a gestire fasi di trasformazione, il suo mandato è chiaro: riportare l’azienda al proprio Dna originario, rafforzando il contenuto tecnologico e la coerenza strategica del brand. «Non si tratta di cambiare natura», spiega alla Verità, «ma di valorizzare ciò che sappiamo fare meglio».
Il mercato è cambiato, la competizione si è intensificata. Come affrontate il momento?
«Oggi il nostro compito è molto chiaro: riportare il prodotto al centro, valorizzando il contenuto tecnologico che rappresenta il nostro Dna. Non siamo un’azienda di moda pura, anche se lo stile è fondamentale. Il nostro punto di forza è offrire un comfort superiore grazie alla tecnologia. Se perdiamo questo elemento, perdiamo la nostra identità. Mettere il prodotto al centro significa investire in ricerca, materiali, processi produttivi e qualità costruttiva».
Negli ultimi anni il cambiamento climatico ha inciso sulle abitudini di consumo. Quanto ha influito sullo sviluppo della nuova collezione?
«Ha avuto un impatto su tutti, anche sul nostro settore. Per Geox, però, non si è trattato di reinventare qualcosa da zero. Grazie alla nostra forte presenza internazionale, soprattutto nei Paesi del Nord, avevamo già competenze consolidate nel segmento waterproof, tecnologie che fanno parte del nostro patrimonio, che abbiamo esteso ai modelli invernali e impermeabili. Il comfort oggi è un valore diffuso nel mercato, ma la scarpa che respira pur restando impermeabile è un elemento distintivo che possiamo rivendicare come unico».
Come siete riusciti a coniugare protezione tecnica e stile contemporaneo?
«Innovare senza tradire l’identità è fondamentale. Negli ultimi anni abbiamo lavorato molto anche sull’estetica, perché è evidente che le scarpe si scelgono guardandole da sopra. Tecnologia e appeal devono convivere. Questa collezione per il prossimo inverno rappresenta uno sforzo concreto per rendere il prodotto più contemporaneo, senza perdere coerenza».
Il brevetto Amphibiox rappresenta la massima espressione della vostra protezione waterproof. Quanto investite oggi in ricerca e sviluppo?
«Investiamo molto. La tecnologia Amphibiox è il risultato di un processo complesso che unisce ricerca sui materiali, processi produttivi avanzati e test rigorosi. Nel nostro centro ricerca di Montebelluna eseguiamo prove in vasche d’acqua e simulazioni di camminata prolungata. Amphibiox non è semplicemente una tomaia trattata: integra una “calza” interna completamente saldata che isola il piede, garantendo impermeabilità totale senza compromettere la traspirabilità. È su questa capacità di coniugare protezione e comfort che abbiamo costruito il nostro vantaggio competitivo».
Quanto è importante innovare partendo dai modelli iconici del brand?
«È essenziale. Modelli come Spherica e Bluetouch rappresentano pilastri della nostra offerta. Possono evolvere, diventare waterproof, integrare nuove soluzioni tecnologiche, ma non devono mai tradire le aspettative del cliente. Se perdessimo la nostra identità tecnologica, perderemmo la ragione per cui esistiamo. L’innovazione deve rafforzare il Dna, non snaturarlo».
Come si sta evolvendo il mix tra retail diretto, wholesale e canale digitale?
«Abbiamo deciso di non alterare radicalmente l’equilibrio tra i canali. Tuttavia, sul digitale abbiamo dovuto fare scelte importanti. Ci sono piattaforme dove si può vendere molto ma senza marginalità. E il nostro principio è chiaro: il fatturato è vanità, i margini sono realtà. Per questo abbiamo chiuso alcuni canali online non sostenibili e rafforzato i canali diretti, a partire dal nostro e-commerce. Oggi possiamo contare su oltre 4 milioni di iscritti al programma loyalty benefit, che ci permette un dialogo continuo con i clienti. Il prossimo passo sarà utilizzare l’Intelligenza artificiale per migliorare ulteriormente la personalizzazione e la relazione. Il retail fisico resta centrale: abbiamo oltre 600 negozi nel mondo. Non sono solo punti vendita, ma luoghi dove spiegare il contenuto tecnologico del prodotto. Stiamo introducendo anche Qr code sulle scatole per rendere immediatamente accessibili tutte le informazioni tecniche».
In un contesto macroeconomico complesso per moda e lifestyle, quali sono oggi i vostri driver di resilienza?
«Viviamo una fase di forte polarizzazione economica, con una classe media che attraversa incertezza. Noi lavoriamo al servizio di questa fascia, offrendo un prodotto di alta qualità a un prezzo equo. Non vogliamo competere con scarpe da 10 o 20 euro: il nostro contenuto tecnologico merita riconoscimento. Vendiamo ogni anno circa 12-13 milioni di paia e gestiamo una macchina organizzativa complessa, con circa 3.000 persone nel mondo, di cui oltre 400 nella sede centrale di Montebelluna. Il nostro driver di resilienza è tornare con determinazione ai nostri punti chiave: comfort tecnologico, traspirabilità e coerenza identitaria».
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Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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