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2019-01-25
Il Consiglio d’Europa rimprovera l’Italia. Pretende che da noi si abortisca di più
Ansa
La ragion d'essere dell'organizzazione chiamata Consiglio d'Europa dovrebbe essere la promozione della democrazia, dei diritti umani e della identità culturale europea. Ma, a quanto pare, si diletta anche a promuovere la cancellazione degli europei, la loro eliminazione fisica tramite interruzione volontaria di gravidanza. Già, secondo il Comitato per i diritti sociali del Consiglio d'Europa dalle nostre parti è troppo difficile abortire. «Sebbene la situazione sembri migliorare», spiegano da Strasburgo, «sussistono tuttora forti disparità a livello locale, soprattutto dal momento che numerosi medici non obiettori non sono assegnati ai servizi di aborto o non lavorano a tempo pieno».
E non è mica finita. Stando a ciò che scrive il Consiglio, quella del nostro Paese sarebbe una situazione «non conforme». Ovvero ci sarebbero discriminazioni «contro le donne che desiderano porre fine alla gravidanza e la violazione del loro diritto alla salute a causa di problemi di accesso servizi di aborto». In più, pare che ci sia «discriminazione nei confronti dei medici non obiettori».
Per questo motivo il comitato di Strasburgo pretendo che entro il prossimo ottobre il nostro Paese fornisca «informazioni nella prossima relazione sulle misure adottate per garantire che gli operatori non obiettori siano distribuiti in modo più uniforme in tutto il Paese e siano effettivamente disponibili nei servizi di aborto». Per quale motivo i signori del Consiglio d'Europa si permettono queste valutazioni? Semplice: perché nel 2013 la Cgil si è rivolta all'organizzazione presentando un ricorso. Il sindacato, invece di occuparsi della distruzione del mondo del lavoro, si preoccupava del fatto che i lavoratori non venissero nemmeno al mondo.
Così, da qualche anno a questa parte, Strasburgo ci pressa affinché interrompere le gravidanze diventi più facile su tutto il territorio nazionale.
La vicenda, con tutta evidenza, è grottesca, ma merita alcune riflessioni. Tanto per cominciare, è bene dare uno sguardo ai numeri. I rilievi del Consiglio d'Europa si basano su dati forniti dal precedente governo e relativi al 2016. Cifre più aggiornate le ha fornite, pochi giorni fa, il ministero della Salute. Nella «Relazione sull'attuazione della legge 194/78» si legge che gli aborti, nel nostro Paese, sono in calo del 5%. Nel 2017 ne sono stati effettuati 80.733: -4,9% rispetto al 2016 e -65,6% rispetto al 1982, cioè l'anno in cui ci sono state più interruzioni di gravidanza.
Forse è per questo che a Strasburgo si danno tanto da fare: temono che gli aborti calino troppo, e che i fastidiosi italiani riprendano a riprodursi. In ogni caso, l'allarme sui medici antiabortisti è ingiustificato: nel 2017 i ginecologi obiettori erano il 68.4% del totale contro il 70,9% del 2016. Insomma: tantissimi dottori si rifiutano di interrompere gravidanze, ma sono meno che in passato. Quanto gli anestesisti, l'obiezione di coscienza si ferma al 45.6% mentre tra il personale non medico è ferma al 38,9%.
Quindi il problema dove sta? Questi numeri certificano che qui non c'è nessuna emergenza, non viene violato alcun diritto e chi vuole liberarsi del feto sgradito lo può fare praticamente ovunque.
Ma c'è di più. Sempre secondo i dati ministeriali, «nel 2017 oltre un'interruzione volontaria di gravidanza su 5 è stata ottenuta con una pillola abortiva».
Vuol dire che si può abortire senza fatica anche se ci sono tanti obiettori: ricorrere alla pillolina è sempre più semplice e veloce, anche grazie alle simpatiche battaglie condotte da organizzazioni di sinistra e sindacati.
La verità è che in Italia gli unici a rischio discriminazione sono proprio gli obiettori. Negli ultimi tempi subiscono attacchi di ogni tipo, per lo più pretestuosi. Verso la fine di dicembre per le strade di alcune città sono apparsi manifesti realizzati dall'Uaar (l'unione degli atei e degli agnostici) con uno slogan molto diretto: «Testa o croce? Non affidarti al caso! Chiedi subito al tuo medico se pratica qualche forma di obiezione di coscienza». In sostanza, invitavano alla schedatura dei professionisti non allineati. Per quei manifesti, ovviamente non ci sono state polemiche. Mentre i cartelloni contro l'utero in affitto e l'aborto affissi da associazioni come Pro vita e Generazione famiglia sono stati duramente contestati e rimossi.
Ora le affermazioni del Consiglio d'Europa saranno utilizzate dai soliti noti per alimentare la propaganda. Ma la realtà parla una lingua diversa: gli aborti stanno diminuendo e qualcuno non va bene. Come sempre avviene, si riempiono la bocca con la difesa dei «diritti delle donne» e con la «lotta alla discriminazioni». Ma, dietro le paroline dolci e i toni moderati, continuano a fare il tifo per l'ecatombe.
Francesco Borgonovo
A New York la pena di morte esiste soltanto per gli innocenti
Venerdì 18 gennaio si è tenuta la March for Life a Washington per ribadire il valore della vita umana innocente e parallelamente per criticare la storica e micidiale sentenza Roe vs. Wade. Sentenza che nel 1973 legittimò l'interruzione di gravidanza negli Stati Uniti. Aprendo la strada a una quantità enorme di leggi simili, come la 194 da noi, che in fondo si basarono anche sul prestigio politico che gli Stati Uniti, vincitori della guerra e avanguardia del capitalismo, godevano nell'intero mondo occidentale.
All'opposto del predecessore Barack Obama, il repubblicano Donald Trump più di una volta ha espresso il suo compiacimento per la marcia, definita come una lotta in nome dell'amore e la tutela dei bambini. Ed è intervenuto direttamente a sostegno dei pro life, in America molte ben organizzati e diffusi. Il vicepresidente Mike Pence, presente anche quest'anno alla marcia con sua moglie, ha dichiarato di voler sperare di assistere «durante la propria vita» alla fine dell'aborto legale.
Lo Stato di New York però, tra i più progressisti, filodemocratici e meno trumpiani del Paese, ha appena approvato una norma che permetterebbe, per qualunque ragione di difficoltà della madre e per qualunque malattia riscontrata nel feto, la soppressione del nascituro sino al momento che precede la nascita.
«Con la firma di questo disegno di legge, vogliamo inviare un chiaro messaggio secondo cui, qualunque cosa accada a Washington, le donne di New York avranno sempre il diritto fondamentale di gestire il loro corpo», ha detto il governatore Andrew Cuomo, approvando con giubilo degno di miglior causa, il Reproductive Health Act.
Ma se il nascituro può nascere e di fatto spesso e volentieri nasce (e sopravvive) a 8 mesi e perfino a 7, come può non essere infanticidio, la sua soppressione a 9?
A partire dalla seconda guerra mondiale esiste un variegatissimo fronte che reclama ovunque l'abolizione della pena capitale. È un fronte che si appella a Beccaria e che auspica la scomparsa della pena più antica del mondo dai codici penali di tutti gli Stati del pianeta. All'inizio, era prevalentemente diretto da ambienti laici e marxisti, ma poi si è allargato assai, comprendendo i radicali, molti conservatori e lo stesso papa Francesco.
Lo Stato di New York già nel 2007, nell'autonomia che caratterizza gli Stati della federazione, ha soppresso definitivamente la pena di morte, pena che non veniva già data dal 1976. E l'ha perfino dichiarata incostituzionale con un parere della propria corte suprema, approvato dall'allora governatore Eliot Spitzer.
Come si fa però a volere l'abolizione della pena di morte per i delinquenti più incalliti - visto che essa dove esiste è prevista per assassini e terroristi e non certo per ladri di pollame o di biciclette - e poi voler sopprimere il bambino pienamente formato nel ventre materno?
Il ministero della Salute ha appena pubblicato la cifra degli aborti legali in Italia, che ammonterebbero a 80.733 per quanto riguarda l'anno 2017. La stampa ha parlato di un calo netto rispetto all'anno precedente (di quasi il 5%) e questo non può dispiacere ad alcuno. Ma ciò che aumenta più o meno ovunque è il numero degli obiettori di coscienza, ovvero di coloro che rifiutano di praticare un intervento di aborto nel mondo intero.
Il governatore democartico Cuomo e tutti i gruppi di pressione in favore dell'aborto dovrebbero chiedersi come mai, moltissimi uomini di scienza come i medici e i chirurghi, disposti per professione e missione a fare qualunque tipo di operazione medico-sanitario, non vogliano praticare soltanto la cosiddetta interruzione di gravidanza.
Non è il segno che dietro questo millantato diritto ci sia, come diceva Giovanni Paolo II, un reale delitto?
Fabrizio Cannone
I diritti non c’entrano: è infanticidio
Lo stato di New York ha reso legale l'aborto fino al nono mese. Il One World Trade Center si è illuminato di rosa per festeggiare l'approvazione di una legge sull'aborto che permette di abortire fino al nono mese, per qualunque ragione. E permette anche al personale sanitario - non necessariamente medico - di effettuare aborti, così che se non si troveranno in numero sufficiente medici disposti a fare questo scempio, i paramedici potranno ovviare.
Io sono nata di sette mesi: tra l'altro sono nata a casa. Niente culla termica e niente incubatrice. E sono sopravvissuta. Un bambino di sette, otto e ancora di più nove mesi è vitale, è in grado di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Perché ucciderlo? Immaginiamo una donna incinta di sette, otto oppure ormai di nove mesi che improvvisamente si rende conto che non vuole il suo bambino. Nel 90% dei casi si tratta di quello che in psicologia si chiama sindrome di Medea: è successo qualcosa di terribile col padre del bambino. Forse ha picchiato la madre, forse l'ha tradita: e la donna non vuole più essere madre di suo figlio.
Nell'aborto fino al sesto mese la morte del feto è un effetto collaterale. La donna vuole ritornare unica utente del proprio corpo, utero incluso. Il piccolino viene espulso, agonizza un pochino tra le garze sporche e poi muore. Nell'aborto dopo il sesto mese, soprattutto dopo il settimo, il feto è vitale. Basterebbe farlo nascere vivo e darlo in adozione: la donna ritorna unico utente delle sue viscere.
Immaginiamo un medico, non solo laureato in medicina, ma un medico vero, degno di questo nome, che combatta per la vita e per non nuocere. Immaginiamo che questo medico si trovi di fronte una donna, incinta di otto mesi, che gli dica: «Quel bastardo mi ha tradito e mi ha picchiato, io non voglio mettere il mondo suo figlio, fai fuori questo scarafaggio».
Un medico per bene risponde: «Certo signora, ha ragione signora, non si preoccupi. Ora le induco il parto e poi daremo in adozione il bimbo. Lei non lo vedrà mai più». Il sanitario dello stato di New York, invece, davanti una situazione di questo genere fa un aborto a nascita parziale, induce il parto e uccide il bambino quando è parzialmente nato. Se il bimbo nasce vivo e piange, non si può più uccidere, perché è legalmente omicidio. Quindi è necessario che non nasca vivo e che non pianga. Il sanitario induce il parto, durante il parto fa una manovra che lo rende podalico, poi estrae il corpicino del bimbo dai piedi e mentre lui sta scalciando, mentre ha ancora la testa nella vagina della signora che non definiamo madre perché non è il caso, gli recide il midollo spinale a livello delle vertebre cervicali.
Il corpicino si affloscia. Il parto podalico è una complicazione per la madre. Occorre quindi una tecnica particolare perché il bimbo non nasca vivo, una tecnica più complicata e più pericolosa per la madre del parto semplice col piccolo che nasce vivo.
Quel bimbo poteva nascere vivo. La scelta della madre, non lo voglio nel mio utero, non c'entra più. Quella scelta poteva essere rispettata facendo semplicemente nascere il bimbo e dandolo in adozione, con un parto più semplice per la madre di quello necessario all'aborto a nascita parziale.
Lo stato di New York quindi è arrivato all'infanticidio, non rispetta più il desiderio della donna di avere l'utero di nuovo vuoto, ma rispetta il suo desiderio di avere il figlio morto, anche a costo di una tecnica di parto più pericolosa per lei. L'odio per il figlio che si manifesta con suo assassinio.
Inginocchiamoci tutti e chiediamo perdono di far parte di questo umanità.
Silvana De Mari
Nell’Olanda dell’eutanasia libera 1 decesso su 4 è per mano medica
Negli stessi giorni in cui il radicale Marco Cappato ha lamentato il «forte ritardo» del nostro Parlamento sul fine vita dopo che la Corte Costituzionale, l'ottobre scorso, ha segnalato un vuoto legislativo in materia, una nuova inchiesta sull'eutanasia legale sta sollevando interrogativi inquietanti. A realizzarla non è stata qualche testata riconducibile alla galassia pro life, ma il britannico Guardian, con un lungo approfondimento firmato da Christopher de Bellaigue. L'inchiesta, significativa fin dal titolo - «Morte su richiesta: l'eutanasia è andata troppo oltre?» -, è interessante perché non si pone in un'ottica di aprioristica contrarietà al diritto di morire, anzi. Va però a mettere a fuoco, senza sconti, gli effetti sociali della legalizzazione della «dolce morte», e lo fa esaminando il caso dell'Olanda, che nel 2001 è stato il primo Paese al mondo a introdurla.
Per vederci chiaro sull'esperienza olandese, de Bellaigue ha parlato con diversi bioeticisti e medici non contrari all'eutanasia, i quali però iniziano a sollevare dei dubbi. Come Theo Boer, che per ben 9 anni, dal 2005 al 2014, è stato membro di uno dei cinque consigli regionali istituiti per esaminare le richieste di morte, ma che ora non nasconde il proprio scetticismo. «Il processo d'introduzione della legislazione sull'eutanasia fu inizialmente accompagnato dalla volontà di trattare i casi più strazianti, forme di morte davvero terribili», ha spiegato Boer al Guardian. «Il problema», ha aggiunto, «è che poi si sono verificati cambiamenti importanti nel modo con cui viene applicata la legge. Sì è messo in moto qualcosa che abbiamo scoperto avere ben più conseguenze di quante ne avessimo mai immaginate».
Dei comitati regionali per monitorare l'eutanasia faceva parte anche la dottoressa di Berna van Baarsen, la cui storia La Verità ha raccontato esattamente un anno fa, la quale è giunta a rassegnare le proprie dimissioni perché stanca degli abusi cui era costretta ad assistere. Del resto, che la situazione olandese sia oramai fuori controllo è dimostrato dagli stessi dati: i 1.882 casi di morte on demand del 2002 sono diventati 3.695 nel 2011, 5.306 nel 2014 e addirittura 6.585 nel 2017. Numeri che descrivono un'impennata costante e che diventano ancor più allarmanti se confrontati col totale dei decessi nel Paese. Infatti, se già nel 2012, come stimato da Wesley J. Smith su National Review, i casi di eutanasia rappresentavano il 12% del totale delle morti olandesi, oggi ammontano a circa il 25%. In pratica, una morte ogni quattro avviene per mano medica.
Un mortifero dilagare dovuto essenzialmente all'allargamento della platea dei destinatari della «dolce morte», in una prima fase riservata solo ai malati terminali ma ora disponibile anche per i malati cronici, le persone affette da demenza e perfino per i pazienti psichiatrici. Di questi ultimi, nel 2017 ne sono stati eliminati con iniezione letale ben 83. Si sono perfino verificati, segnala Smith, casi di eutanasie di coppia perché uno dei due partner temeva la vedovanza. Senza dimenticare, poi, i decessi avvenuti in assenza di qualsivoglia precedente richiesta di morte: solo nel 2015, secondo le statistiche, se ne sono registrati 431.
Le perplessità dei bioeticisti però oggi riguardano soprattutto le morti di persone che non sono affatto malate terminali. «Quando si aiuta a morire un paziente malato terminale», ha sottolineato il già citato Boer, «si sa che, anche se la sua decisione è problematica, quella persona sarebbe morta comunque e di lì a poco. Ma quando si tratta di una persona che avrebbe potuto vivere decenni, è poi difficile togliersi dalla mente che, anziché morire, avrebbe potuto trovare un nuovo equilibrio nella sua vita».
Ciò che colpisce è che il pur emergenziale dilagare dell'eutanasia, in Olanda, non impensierisce più l'opinione pubblica. Viene semplicemente accolto come un dato di fatto. «Nei Paesi Bassi molte persone sostengono che quel processo ora è irreversibile», chiosa il giornalista del Guardian. «Ciò significa forse che gli olandesi sono persone orribili e macabre? Assolutamente no», commenta Smith, «ma sono logici. E una volta che la popolazione ha ampiamente accettato la premessa che uccidere è una risposta accettabile alla sofferenza, significa che il Paese ha abbracciato questa convinzione con tutte le sue conseguenze». Una considerazione conclusiva che, per chi ha orecchie per intendere, ha il sapore del monito.
Giuliano Guzzo
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In risposta a un ricorso della Cgil, l'organismo di Strasburgo grida alla discriminazione perché ci sono troppi obiettori.In uno degli Stati più liberal d'America sarà possibile interrompere la gravidanza anche al nono mese. Dal 2007 non si possono più giustiziare i delinquenti. Però i piccoli senza colpe vanno al massacro.In questo modo si uccidono feti già vitali in modo brutale, facendo presto per evitare che piangano. È una barbarie senza senso di cui l'umanità deve chiedere perdono.È stato il quotidiano progressista «Guardian» a raccontare ciò che accade nei Paesi Bassi, dove nel solo 2017 sono stati uccisi con iniezione 83 pazienti psichiatrici.Lo speciale contiene quattro articoli La ragion d'essere dell'organizzazione chiamata Consiglio d'Europa dovrebbe essere la promozione della democrazia, dei diritti umani e della identità culturale europea. Ma, a quanto pare, si diletta anche a promuovere la cancellazione degli europei, la loro eliminazione fisica tramite interruzione volontaria di gravidanza. Già, secondo il Comitato per i diritti sociali del Consiglio d'Europa dalle nostre parti è troppo difficile abortire. «Sebbene la situazione sembri migliorare», spiegano da Strasburgo, «sussistono tuttora forti disparità a livello locale, soprattutto dal momento che numerosi medici non obiettori non sono assegnati ai servizi di aborto o non lavorano a tempo pieno».E non è mica finita. Stando a ciò che scrive il Consiglio, quella del nostro Paese sarebbe una situazione «non conforme». Ovvero ci sarebbero discriminazioni «contro le donne che desiderano porre fine alla gravidanza e la violazione del loro diritto alla salute a causa di problemi di accesso servizi di aborto». In più, pare che ci sia «discriminazione nei confronti dei medici non obiettori».Per questo motivo il comitato di Strasburgo pretendo che entro il prossimo ottobre il nostro Paese fornisca «informazioni nella prossima relazione sulle misure adottate per garantire che gli operatori non obiettori siano distribuiti in modo più uniforme in tutto il Paese e siano effettivamente disponibili nei servizi di aborto». Per quale motivo i signori del Consiglio d'Europa si permettono queste valutazioni? Semplice: perché nel 2013 la Cgil si è rivolta all'organizzazione presentando un ricorso. Il sindacato, invece di occuparsi della distruzione del mondo del lavoro, si preoccupava del fatto che i lavoratori non venissero nemmeno al mondo.Così, da qualche anno a questa parte, Strasburgo ci pressa affinché interrompere le gravidanze diventi più facile su tutto il territorio nazionale. La vicenda, con tutta evidenza, è grottesca, ma merita alcune riflessioni. Tanto per cominciare, è bene dare uno sguardo ai numeri. I rilievi del Consiglio d'Europa si basano su dati forniti dal precedente governo e relativi al 2016. Cifre più aggiornate le ha fornite, pochi giorni fa, il ministero della Salute. Nella «Relazione sull'attuazione della legge 194/78» si legge che gli aborti, nel nostro Paese, sono in calo del 5%. Nel 2017 ne sono stati effettuati 80.733: -4,9% rispetto al 2016 e -65,6% rispetto al 1982, cioè l'anno in cui ci sono state più interruzioni di gravidanza. Forse è per questo che a Strasburgo si danno tanto da fare: temono che gli aborti calino troppo, e che i fastidiosi italiani riprendano a riprodursi. In ogni caso, l'allarme sui medici antiabortisti è ingiustificato: nel 2017 i ginecologi obiettori erano il 68.4% del totale contro il 70,9% del 2016. Insomma: tantissimi dottori si rifiutano di interrompere gravidanze, ma sono meno che in passato. Quanto gli anestesisti, l'obiezione di coscienza si ferma al 45.6% mentre tra il personale non medico è ferma al 38,9%.Quindi il problema dove sta? Questi numeri certificano che qui non c'è nessuna emergenza, non viene violato alcun diritto e chi vuole liberarsi del feto sgradito lo può fare praticamente ovunque. Ma c'è di più. Sempre secondo i dati ministeriali, «nel 2017 oltre un'interruzione volontaria di gravidanza su 5 è stata ottenuta con una pillola abortiva».Vuol dire che si può abortire senza fatica anche se ci sono tanti obiettori: ricorrere alla pillolina è sempre più semplice e veloce, anche grazie alle simpatiche battaglie condotte da organizzazioni di sinistra e sindacati. La verità è che in Italia gli unici a rischio discriminazione sono proprio gli obiettori. Negli ultimi tempi subiscono attacchi di ogni tipo, per lo più pretestuosi. Verso la fine di dicembre per le strade di alcune città sono apparsi manifesti realizzati dall'Uaar (l'unione degli atei e degli agnostici) con uno slogan molto diretto: «Testa o croce? Non affidarti al caso! Chiedi subito al tuo medico se pratica qualche forma di obiezione di coscienza». In sostanza, invitavano alla schedatura dei professionisti non allineati. Per quei manifesti, ovviamente non ci sono state polemiche. Mentre i cartelloni contro l'utero in affitto e l'aborto affissi da associazioni come Pro vita e Generazione famiglia sono stati duramente contestati e rimossi. Ora le affermazioni del Consiglio d'Europa saranno utilizzate dai soliti noti per alimentare la propaganda. Ma la realtà parla una lingua diversa: gli aborti stanno diminuendo e qualcuno non va bene. Come sempre avviene, si riempiono la bocca con la difesa dei «diritti delle donne» e con la «lotta alla discriminazioni». Ma, dietro le paroline dolci e i toni moderati, continuano a fare il tifo per l'ecatombe. 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Aprendo la strada a una quantità enorme di leggi simili, come la 194 da noi, che in fondo si basarono anche sul prestigio politico che gli Stati Uniti, vincitori della guerra e avanguardia del capitalismo, godevano nell'intero mondo occidentale. All'opposto del predecessore Barack Obama, il repubblicano Donald Trump più di una volta ha espresso il suo compiacimento per la marcia, definita come una lotta in nome dell'amore e la tutela dei bambini. Ed è intervenuto direttamente a sostegno dei pro life, in America molte ben organizzati e diffusi. Il vicepresidente Mike Pence, presente anche quest'anno alla marcia con sua moglie, ha dichiarato di voler sperare di assistere «durante la propria vita» alla fine dell'aborto legale. Lo Stato di New York però, tra i più progressisti, filodemocratici e meno trumpiani del Paese, ha appena approvato una norma che permetterebbe, per qualunque ragione di difficoltà della madre e per qualunque malattia riscontrata nel feto, la soppressione del nascituro sino al momento che precede la nascita. «Con la firma di questo disegno di legge, vogliamo inviare un chiaro messaggio secondo cui, qualunque cosa accada a Washington, le donne di New York avranno sempre il diritto fondamentale di gestire il loro corpo», ha detto il governatore Andrew Cuomo, approvando con giubilo degno di miglior causa, il Reproductive Health Act. Ma se il nascituro può nascere e di fatto spesso e volentieri nasce (e sopravvive) a 8 mesi e perfino a 7, come può non essere infanticidio, la sua soppressione a 9? A partire dalla seconda guerra mondiale esiste un variegatissimo fronte che reclama ovunque l'abolizione della pena capitale. È un fronte che si appella a Beccaria e che auspica la scomparsa della pena più antica del mondo dai codici penali di tutti gli Stati del pianeta. All'inizio, era prevalentemente diretto da ambienti laici e marxisti, ma poi si è allargato assai, comprendendo i radicali, molti conservatori e lo stesso papa Francesco. Lo Stato di New York già nel 2007, nell'autonomia che caratterizza gli Stati della federazione, ha soppresso definitivamente la pena di morte, pena che non veniva già data dal 1976. E l'ha perfino dichiarata incostituzionale con un parere della propria corte suprema, approvato dall'allora governatore Eliot Spitzer. Come si fa però a volere l'abolizione della pena di morte per i delinquenti più incalliti - visto che essa dove esiste è prevista per assassini e terroristi e non certo per ladri di pollame o di biciclette - e poi voler sopprimere il bambino pienamente formato nel ventre materno? Il ministero della Salute ha appena pubblicato la cifra degli aborti legali in Italia, che ammonterebbero a 80.733 per quanto riguarda l'anno 2017. La stampa ha parlato di un calo netto rispetto all'anno precedente (di quasi il 5%) e questo non può dispiacere ad alcuno. Ma ciò che aumenta più o meno ovunque è il numero degli obiettori di coscienza, ovvero di coloro che rifiutano di praticare un intervento di aborto nel mondo intero. Il governatore democartico Cuomo e tutti i gruppi di pressione in favore dell'aborto dovrebbero chiedersi come mai, moltissimi uomini di scienza come i medici e i chirurghi, disposti per professione e missione a fare qualunque tipo di operazione medico-sanitario, non vogliano praticare soltanto la cosiddetta interruzione di gravidanza. Non è il segno che dietro questo millantato diritto ci sia, come diceva Giovanni Paolo II, un reale delitto? Fabrizio Cannone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-rimprovera-litalia-pretende-che-da-noi-si-abortisca-di-piu-2626989096.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-diritti-non-centrano-e-infanticidio" data-post-id="2626989096" data-published-at="1781349952" data-use-pagination="False"> I diritti non c’entrano: è infanticidio Lo stato di New York ha reso legale l'aborto fino al nono mese. Il One World Trade Center si è illuminato di rosa per festeggiare l'approvazione di una legge sull'aborto che permette di abortire fino al nono mese, per qualunque ragione. E permette anche al personale sanitario - non necessariamente medico - di effettuare aborti, così che se non si troveranno in numero sufficiente medici disposti a fare questo scempio, i paramedici potranno ovviare. Io sono nata di sette mesi: tra l'altro sono nata a casa. Niente culla termica e niente incubatrice. E sono sopravvissuta. Un bambino di sette, otto e ancora di più nove mesi è vitale, è in grado di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Perché ucciderlo? Immaginiamo una donna incinta di sette, otto oppure ormai di nove mesi che improvvisamente si rende conto che non vuole il suo bambino. Nel 90% dei casi si tratta di quello che in psicologia si chiama sindrome di Medea: è successo qualcosa di terribile col padre del bambino. Forse ha picchiato la madre, forse l'ha tradita: e la donna non vuole più essere madre di suo figlio. Nell'aborto fino al sesto mese la morte del feto è un effetto collaterale. La donna vuole ritornare unica utente del proprio corpo, utero incluso. Il piccolino viene espulso, agonizza un pochino tra le garze sporche e poi muore. Nell'aborto dopo il sesto mese, soprattutto dopo il settimo, il feto è vitale. Basterebbe farlo nascere vivo e darlo in adozione: la donna ritorna unico utente delle sue viscere. Immaginiamo un medico, non solo laureato in medicina, ma un medico vero, degno di questo nome, che combatta per la vita e per non nuocere. Immaginiamo che questo medico si trovi di fronte una donna, incinta di otto mesi, che gli dica: «Quel bastardo mi ha tradito e mi ha picchiato, io non voglio mettere il mondo suo figlio, fai fuori questo scarafaggio». Un medico per bene risponde: «Certo signora, ha ragione signora, non si preoccupi. Ora le induco il parto e poi daremo in adozione il bimbo. Lei non lo vedrà mai più». Il sanitario dello stato di New York, invece, davanti una situazione di questo genere fa un aborto a nascita parziale, induce il parto e uccide il bambino quando è parzialmente nato. Se il bimbo nasce vivo e piange, non si può più uccidere, perché è legalmente omicidio. Quindi è necessario che non nasca vivo e che non pianga. Il sanitario induce il parto, durante il parto fa una manovra che lo rende podalico, poi estrae il corpicino del bimbo dai piedi e mentre lui sta scalciando, mentre ha ancora la testa nella vagina della signora che non definiamo madre perché non è il caso, gli recide il midollo spinale a livello delle vertebre cervicali. Il corpicino si affloscia. Il parto podalico è una complicazione per la madre. Occorre quindi una tecnica particolare perché il bimbo non nasca vivo, una tecnica più complicata e più pericolosa per la madre del parto semplice col piccolo che nasce vivo. Quel bimbo poteva nascere vivo. La scelta della madre, non lo voglio nel mio utero, non c'entra più. Quella scelta poteva essere rispettata facendo semplicemente nascere il bimbo e dandolo in adozione, con un parto più semplice per la madre di quello necessario all'aborto a nascita parziale. Lo stato di New York quindi è arrivato all'infanticidio, non rispetta più il desiderio della donna di avere l'utero di nuovo vuoto, ma rispetta il suo desiderio di avere il figlio morto, anche a costo di una tecnica di parto più pericolosa per lei. L'odio per il figlio che si manifesta con suo assassinio. Inginocchiamoci tutti e chiediamo perdono di far parte di questo umanità. Silvana De Mari <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-rimprovera-litalia-pretende-che-da-noi-si-abortisca-di-piu-2626989096.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="nellolanda-delleutanasia-libera-1-decesso-su-4-e-per-mano-medica" data-post-id="2626989096" data-published-at="1781349952" data-use-pagination="False"> Nell’Olanda dell’eutanasia libera 1 decesso su 4 è per mano medica Negli stessi giorni in cui il radicale Marco Cappato ha lamentato il «forte ritardo» del nostro Parlamento sul fine vita dopo che la Corte Costituzionale, l'ottobre scorso, ha segnalato un vuoto legislativo in materia, una nuova inchiesta sull'eutanasia legale sta sollevando interrogativi inquietanti. A realizzarla non è stata qualche testata riconducibile alla galassia pro life, ma il britannico Guardian, con un lungo approfondimento firmato da Christopher de Bellaigue. L'inchiesta, significativa fin dal titolo - «Morte su richiesta: l'eutanasia è andata troppo oltre?» -, è interessante perché non si pone in un'ottica di aprioristica contrarietà al diritto di morire, anzi. Va però a mettere a fuoco, senza sconti, gli effetti sociali della legalizzazione della «dolce morte», e lo fa esaminando il caso dell'Olanda, che nel 2001 è stato il primo Paese al mondo a introdurla. Per vederci chiaro sull'esperienza olandese, de Bellaigue ha parlato con diversi bioeticisti e medici non contrari all'eutanasia, i quali però iniziano a sollevare dei dubbi. Come Theo Boer, che per ben 9 anni, dal 2005 al 2014, è stato membro di uno dei cinque consigli regionali istituiti per esaminare le richieste di morte, ma che ora non nasconde il proprio scetticismo. «Il processo d'introduzione della legislazione sull'eutanasia fu inizialmente accompagnato dalla volontà di trattare i casi più strazianti, forme di morte davvero terribili», ha spiegato Boer al Guardian. «Il problema», ha aggiunto, «è che poi si sono verificati cambiamenti importanti nel modo con cui viene applicata la legge. Sì è messo in moto qualcosa che abbiamo scoperto avere ben più conseguenze di quante ne avessimo mai immaginate». Dei comitati regionali per monitorare l'eutanasia faceva parte anche la dottoressa di Berna van Baarsen, la cui storia La Verità ha raccontato esattamente un anno fa, la quale è giunta a rassegnare le proprie dimissioni perché stanca degli abusi cui era costretta ad assistere. Del resto, che la situazione olandese sia oramai fuori controllo è dimostrato dagli stessi dati: i 1.882 casi di morte on demand del 2002 sono diventati 3.695 nel 2011, 5.306 nel 2014 e addirittura 6.585 nel 2017. Numeri che descrivono un'impennata costante e che diventano ancor più allarmanti se confrontati col totale dei decessi nel Paese. Infatti, se già nel 2012, come stimato da Wesley J. Smith su National Review, i casi di eutanasia rappresentavano il 12% del totale delle morti olandesi, oggi ammontano a circa il 25%. In pratica, una morte ogni quattro avviene per mano medica. Un mortifero dilagare dovuto essenzialmente all'allargamento della platea dei destinatari della «dolce morte», in una prima fase riservata solo ai malati terminali ma ora disponibile anche per i malati cronici, le persone affette da demenza e perfino per i pazienti psichiatrici. Di questi ultimi, nel 2017 ne sono stati eliminati con iniezione letale ben 83. Si sono perfino verificati, segnala Smith, casi di eutanasie di coppia perché uno dei due partner temeva la vedovanza. Senza dimenticare, poi, i decessi avvenuti in assenza di qualsivoglia precedente richiesta di morte: solo nel 2015, secondo le statistiche, se ne sono registrati 431. Le perplessità dei bioeticisti però oggi riguardano soprattutto le morti di persone che non sono affatto malate terminali. «Quando si aiuta a morire un paziente malato terminale», ha sottolineato il già citato Boer, «si sa che, anche se la sua decisione è problematica, quella persona sarebbe morta comunque e di lì a poco. Ma quando si tratta di una persona che avrebbe potuto vivere decenni, è poi difficile togliersi dalla mente che, anziché morire, avrebbe potuto trovare un nuovo equilibrio nella sua vita». Ciò che colpisce è che il pur emergenziale dilagare dell'eutanasia, in Olanda, non impensierisce più l'opinione pubblica. Viene semplicemente accolto come un dato di fatto. «Nei Paesi Bassi molte persone sostengono che quel processo ora è irreversibile», chiosa il giornalista del Guardian. «Ciò significa forse che gli olandesi sono persone orribili e macabre? Assolutamente no», commenta Smith, «ma sono logici. E una volta che la popolazione ha ampiamente accettato la premessa che uccidere è una risposta accettabile alla sofferenza, significa che il Paese ha abbracciato questa convinzione con tutte le sue conseguenze». Una considerazione conclusiva che, per chi ha orecchie per intendere, ha il sapore del monito.Giuliano Guzzo
Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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Francesco Cafiso, sassofonista siciliano che ha conquistato il mondo da giovanissimo senza dimenticare le sue radici, presenta il suo Vittoria Jazz Festival. Ricorda l’incontro che gli ha cambiato la vita, a 13 anni, con Wynton Marsalis. E rende omaggio al concittadino Arturo Di Modica, papà del Toro di Wall Street.
(Ansa)
Dovrebbe essere Ginevra, in Svizzera e non in un Paese dell’Ue, il luogo scelto per una svolta destinata a ridisegnare gli equilibri del Medio Oriente. Secondo Reuters e Bloomberg, un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo potrebbe essere firmato domenica o lunedì dal vicepresidente americano, JD Vance, e dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Ghalibaf. A rafforzare le aspettative è intervenuto il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif: «La pace non è mai stata così vicina come lo è adesso», ha scritto su X, sostenendo che è stato raggiunto un testo condiviso e che Islamabad sta lavorando con entrambe le parti per definire gli ultimi dettagli dell’intesa.
Nonostante l’ottimismo dei mediatori, attorno all’accordo continua a regnare incertezza. A generarla sono soprattutto le dichiarazioni contraddittorie provenienti da Teheran, dove le diverse anime del regime sembrano raccontare versioni differenti dello stesso memorandum. Secondo la Casa Bianca, l’Iran avrebbe accettato di smantellare il programma nucleare, distruggere il materiale fissile accumulato e riaprire immediatamente lo Stretto di Hormuz. Un alto funzionario americano ha precisato che nessun fondo iraniano congelato verrà sbloccato fino a quando Teheran non avrà dimostrato di rispettare gli impegni assunti. Le agenzie iraniane raccontano però una storia diversa. Mehr sostiene che l’accordo prevederebbe lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni congelati durante il periodo negoziale di 60 giorni. L’agenzia ufficiale Irna afferma che l’Iran non rinuncerà al controllo di Hormuz e che la gestione futura dell’area dovrà essere concordata con l’Oman.
Le divergenze riguardano proprio i punti più delicati dell’intesa e riflettono le profonde divisioni interne alla Repubblica islamica, già emerse nelle scorse ore con la diffusione di una bozza in 14 punti attribuita agli ambienti più radicali del regime.
Le indiscrezioni provenienti da Teheran hanno provocato l’irritazione di Donald Trump. In un messaggio pubblicato su Truth, il presidente americano ha accusato il regime di diffondere informazioni false sul contenuto dell’intesa. «Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media non hanno nulla a che vedere con quelle concordate per iscritto», ha scritto. Trump, che ha accusato gli europei di essere stati «inutili», aggiungendo però, col Corriere, che potranno aiutare gli Usa nel dopoguerra, ha definito «disonorevole» il comportamento dei negoziatori iraniani, pur continuando a sostenere che l’accordo sia vicino. Sulla stessa linea il vicepresidente Vance: «Gli iraniani non ricevono contanti e nessun fondo viene sbloccato soltanto per firmare un accordo o partecipare a un incontro», ha scritto su X, smentendo le indiscrezioni relative a un immediato rilascio di risorse finanziarie. Sul fronte iraniano, il coinvolgimento di Ghalibaf viene interpretato come un segnale politico significativo. La sua eventuale firma rappresenterebbe il sostegno di una parte importante dell’establishment iraniano all’intesa. Restano però forti dubbi sulla posizione definitiva della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, e delle correnti più radicali del regime. Anche il dossier libanese continua a rappresentare un elemento di tensione. Hezbollah insiste affinché qualsiasi accordo comprenda la cessazione delle ostilità in Libano, una richiesta che complica il lavoro dei mediatori.
Se a Washington prevale l’ottimismo, a Gerusalemme domina la prudenza. Secondo fonti israeliane citate dalla Cnn, l’annuncio di Trump sull’accordo avrebbe colto di sorpresa lo stesso Benjamin Netanyahu durante una riunione sulla sicurezza nazionale. Secondo quanto riferito dall’emittente israeliana Channel 12, che citava una fonte americana, durante l’ultima telefonata del premier israeliano con Trump, il presidente statunitense avrebbe sostenuto che l’accordo in discussione rappresenti un passo positivo e che sia arrivato il momento di mettere fine al conflitto.
Le preoccupazioni israeliane trovano conferma negli sviluppi sul terreno. Un convoglio umanitario organizzato dal nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, e diretto verso alcuni villaggi cristiani del Sud del Paese, è stato fermato dall’esercito israeliano e costretto a modificare il proprio itinerario. L’episodio si inserisce in un contesto di forte tensione. Secondo le Forze di difesa israeliane, nell’ultima settimana sono stati colpiti circa 310 obiettivi di Hezbollah e neutralizzati 80 miliziani. In questo quadro, il ministro della Difesa Israel Katz ha ribadito che Israele non si ritirerà dalle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza. Katz ha inoltre affermato che lui e Netanyahu hanno ordinato all’esercito di prepararsi all’eventualità di un’azione autonoma per impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare.
La possibile firma rappresenterebbe una svolta storica. Tuttavia, le divergenze tra Washington e Teheran sul contenuto dell’intesa, le tensioni in Libano e le molte riserve israeliane mostrano quanto il percorso verso una stabilizzazione della regione resti fragile e tutt’altro che scontato.
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