True
2019-01-25
Il Consiglio d’Europa rimprovera l’Italia. Pretende che da noi si abortisca di più
Ansa
La ragion d'essere dell'organizzazione chiamata Consiglio d'Europa dovrebbe essere la promozione della democrazia, dei diritti umani e della identità culturale europea. Ma, a quanto pare, si diletta anche a promuovere la cancellazione degli europei, la loro eliminazione fisica tramite interruzione volontaria di gravidanza. Già, secondo il Comitato per i diritti sociali del Consiglio d'Europa dalle nostre parti è troppo difficile abortire. «Sebbene la situazione sembri migliorare», spiegano da Strasburgo, «sussistono tuttora forti disparità a livello locale, soprattutto dal momento che numerosi medici non obiettori non sono assegnati ai servizi di aborto o non lavorano a tempo pieno».
E non è mica finita. Stando a ciò che scrive il Consiglio, quella del nostro Paese sarebbe una situazione «non conforme». Ovvero ci sarebbero discriminazioni «contro le donne che desiderano porre fine alla gravidanza e la violazione del loro diritto alla salute a causa di problemi di accesso servizi di aborto». In più, pare che ci sia «discriminazione nei confronti dei medici non obiettori».
Per questo motivo il comitato di Strasburgo pretendo che entro il prossimo ottobre il nostro Paese fornisca «informazioni nella prossima relazione sulle misure adottate per garantire che gli operatori non obiettori siano distribuiti in modo più uniforme in tutto il Paese e siano effettivamente disponibili nei servizi di aborto». Per quale motivo i signori del Consiglio d'Europa si permettono queste valutazioni? Semplice: perché nel 2013 la Cgil si è rivolta all'organizzazione presentando un ricorso. Il sindacato, invece di occuparsi della distruzione del mondo del lavoro, si preoccupava del fatto che i lavoratori non venissero nemmeno al mondo.
Così, da qualche anno a questa parte, Strasburgo ci pressa affinché interrompere le gravidanze diventi più facile su tutto il territorio nazionale.
La vicenda, con tutta evidenza, è grottesca, ma merita alcune riflessioni. Tanto per cominciare, è bene dare uno sguardo ai numeri. I rilievi del Consiglio d'Europa si basano su dati forniti dal precedente governo e relativi al 2016. Cifre più aggiornate le ha fornite, pochi giorni fa, il ministero della Salute. Nella «Relazione sull'attuazione della legge 194/78» si legge che gli aborti, nel nostro Paese, sono in calo del 5%. Nel 2017 ne sono stati effettuati 80.733: -4,9% rispetto al 2016 e -65,6% rispetto al 1982, cioè l'anno in cui ci sono state più interruzioni di gravidanza.
Forse è per questo che a Strasburgo si danno tanto da fare: temono che gli aborti calino troppo, e che i fastidiosi italiani riprendano a riprodursi. In ogni caso, l'allarme sui medici antiabortisti è ingiustificato: nel 2017 i ginecologi obiettori erano il 68.4% del totale contro il 70,9% del 2016. Insomma: tantissimi dottori si rifiutano di interrompere gravidanze, ma sono meno che in passato. Quanto gli anestesisti, l'obiezione di coscienza si ferma al 45.6% mentre tra il personale non medico è ferma al 38,9%.
Quindi il problema dove sta? Questi numeri certificano che qui non c'è nessuna emergenza, non viene violato alcun diritto e chi vuole liberarsi del feto sgradito lo può fare praticamente ovunque.
Ma c'è di più. Sempre secondo i dati ministeriali, «nel 2017 oltre un'interruzione volontaria di gravidanza su 5 è stata ottenuta con una pillola abortiva».
Vuol dire che si può abortire senza fatica anche se ci sono tanti obiettori: ricorrere alla pillolina è sempre più semplice e veloce, anche grazie alle simpatiche battaglie condotte da organizzazioni di sinistra e sindacati.
La verità è che in Italia gli unici a rischio discriminazione sono proprio gli obiettori. Negli ultimi tempi subiscono attacchi di ogni tipo, per lo più pretestuosi. Verso la fine di dicembre per le strade di alcune città sono apparsi manifesti realizzati dall'Uaar (l'unione degli atei e degli agnostici) con uno slogan molto diretto: «Testa o croce? Non affidarti al caso! Chiedi subito al tuo medico se pratica qualche forma di obiezione di coscienza». In sostanza, invitavano alla schedatura dei professionisti non allineati. Per quei manifesti, ovviamente non ci sono state polemiche. Mentre i cartelloni contro l'utero in affitto e l'aborto affissi da associazioni come Pro vita e Generazione famiglia sono stati duramente contestati e rimossi.
Ora le affermazioni del Consiglio d'Europa saranno utilizzate dai soliti noti per alimentare la propaganda. Ma la realtà parla una lingua diversa: gli aborti stanno diminuendo e qualcuno non va bene. Come sempre avviene, si riempiono la bocca con la difesa dei «diritti delle donne» e con la «lotta alla discriminazioni». Ma, dietro le paroline dolci e i toni moderati, continuano a fare il tifo per l'ecatombe.
Francesco Borgonovo
A New York la pena di morte esiste soltanto per gli innocenti
Venerdì 18 gennaio si è tenuta la March for Life a Washington per ribadire il valore della vita umana innocente e parallelamente per criticare la storica e micidiale sentenza Roe vs. Wade. Sentenza che nel 1973 legittimò l'interruzione di gravidanza negli Stati Uniti. Aprendo la strada a una quantità enorme di leggi simili, come la 194 da noi, che in fondo si basarono anche sul prestigio politico che gli Stati Uniti, vincitori della guerra e avanguardia del capitalismo, godevano nell'intero mondo occidentale.
All'opposto del predecessore Barack Obama, il repubblicano Donald Trump più di una volta ha espresso il suo compiacimento per la marcia, definita come una lotta in nome dell'amore e la tutela dei bambini. Ed è intervenuto direttamente a sostegno dei pro life, in America molte ben organizzati e diffusi. Il vicepresidente Mike Pence, presente anche quest'anno alla marcia con sua moglie, ha dichiarato di voler sperare di assistere «durante la propria vita» alla fine dell'aborto legale.
Lo Stato di New York però, tra i più progressisti, filodemocratici e meno trumpiani del Paese, ha appena approvato una norma che permetterebbe, per qualunque ragione di difficoltà della madre e per qualunque malattia riscontrata nel feto, la soppressione del nascituro sino al momento che precede la nascita.
«Con la firma di questo disegno di legge, vogliamo inviare un chiaro messaggio secondo cui, qualunque cosa accada a Washington, le donne di New York avranno sempre il diritto fondamentale di gestire il loro corpo», ha detto il governatore Andrew Cuomo, approvando con giubilo degno di miglior causa, il Reproductive Health Act.
Ma se il nascituro può nascere e di fatto spesso e volentieri nasce (e sopravvive) a 8 mesi e perfino a 7, come può non essere infanticidio, la sua soppressione a 9?
A partire dalla seconda guerra mondiale esiste un variegatissimo fronte che reclama ovunque l'abolizione della pena capitale. È un fronte che si appella a Beccaria e che auspica la scomparsa della pena più antica del mondo dai codici penali di tutti gli Stati del pianeta. All'inizio, era prevalentemente diretto da ambienti laici e marxisti, ma poi si è allargato assai, comprendendo i radicali, molti conservatori e lo stesso papa Francesco.
Lo Stato di New York già nel 2007, nell'autonomia che caratterizza gli Stati della federazione, ha soppresso definitivamente la pena di morte, pena che non veniva già data dal 1976. E l'ha perfino dichiarata incostituzionale con un parere della propria corte suprema, approvato dall'allora governatore Eliot Spitzer.
Come si fa però a volere l'abolizione della pena di morte per i delinquenti più incalliti - visto che essa dove esiste è prevista per assassini e terroristi e non certo per ladri di pollame o di biciclette - e poi voler sopprimere il bambino pienamente formato nel ventre materno?
Il ministero della Salute ha appena pubblicato la cifra degli aborti legali in Italia, che ammonterebbero a 80.733 per quanto riguarda l'anno 2017. La stampa ha parlato di un calo netto rispetto all'anno precedente (di quasi il 5%) e questo non può dispiacere ad alcuno. Ma ciò che aumenta più o meno ovunque è il numero degli obiettori di coscienza, ovvero di coloro che rifiutano di praticare un intervento di aborto nel mondo intero.
Il governatore democartico Cuomo e tutti i gruppi di pressione in favore dell'aborto dovrebbero chiedersi come mai, moltissimi uomini di scienza come i medici e i chirurghi, disposti per professione e missione a fare qualunque tipo di operazione medico-sanitario, non vogliano praticare soltanto la cosiddetta interruzione di gravidanza.
Non è il segno che dietro questo millantato diritto ci sia, come diceva Giovanni Paolo II, un reale delitto?
Fabrizio Cannone
I diritti non c’entrano: è infanticidio
Lo stato di New York ha reso legale l'aborto fino al nono mese. Il One World Trade Center si è illuminato di rosa per festeggiare l'approvazione di una legge sull'aborto che permette di abortire fino al nono mese, per qualunque ragione. E permette anche al personale sanitario - non necessariamente medico - di effettuare aborti, così che se non si troveranno in numero sufficiente medici disposti a fare questo scempio, i paramedici potranno ovviare.
Io sono nata di sette mesi: tra l'altro sono nata a casa. Niente culla termica e niente incubatrice. E sono sopravvissuta. Un bambino di sette, otto e ancora di più nove mesi è vitale, è in grado di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Perché ucciderlo? Immaginiamo una donna incinta di sette, otto oppure ormai di nove mesi che improvvisamente si rende conto che non vuole il suo bambino. Nel 90% dei casi si tratta di quello che in psicologia si chiama sindrome di Medea: è successo qualcosa di terribile col padre del bambino. Forse ha picchiato la madre, forse l'ha tradita: e la donna non vuole più essere madre di suo figlio.
Nell'aborto fino al sesto mese la morte del feto è un effetto collaterale. La donna vuole ritornare unica utente del proprio corpo, utero incluso. Il piccolino viene espulso, agonizza un pochino tra le garze sporche e poi muore. Nell'aborto dopo il sesto mese, soprattutto dopo il settimo, il feto è vitale. Basterebbe farlo nascere vivo e darlo in adozione: la donna ritorna unico utente delle sue viscere.
Immaginiamo un medico, non solo laureato in medicina, ma un medico vero, degno di questo nome, che combatta per la vita e per non nuocere. Immaginiamo che questo medico si trovi di fronte una donna, incinta di otto mesi, che gli dica: «Quel bastardo mi ha tradito e mi ha picchiato, io non voglio mettere il mondo suo figlio, fai fuori questo scarafaggio».
Un medico per bene risponde: «Certo signora, ha ragione signora, non si preoccupi. Ora le induco il parto e poi daremo in adozione il bimbo. Lei non lo vedrà mai più». Il sanitario dello stato di New York, invece, davanti una situazione di questo genere fa un aborto a nascita parziale, induce il parto e uccide il bambino quando è parzialmente nato. Se il bimbo nasce vivo e piange, non si può più uccidere, perché è legalmente omicidio. Quindi è necessario che non nasca vivo e che non pianga. Il sanitario induce il parto, durante il parto fa una manovra che lo rende podalico, poi estrae il corpicino del bimbo dai piedi e mentre lui sta scalciando, mentre ha ancora la testa nella vagina della signora che non definiamo madre perché non è il caso, gli recide il midollo spinale a livello delle vertebre cervicali.
Il corpicino si affloscia. Il parto podalico è una complicazione per la madre. Occorre quindi una tecnica particolare perché il bimbo non nasca vivo, una tecnica più complicata e più pericolosa per la madre del parto semplice col piccolo che nasce vivo.
Quel bimbo poteva nascere vivo. La scelta della madre, non lo voglio nel mio utero, non c'entra più. Quella scelta poteva essere rispettata facendo semplicemente nascere il bimbo e dandolo in adozione, con un parto più semplice per la madre di quello necessario all'aborto a nascita parziale.
Lo stato di New York quindi è arrivato all'infanticidio, non rispetta più il desiderio della donna di avere l'utero di nuovo vuoto, ma rispetta il suo desiderio di avere il figlio morto, anche a costo di una tecnica di parto più pericolosa per lei. L'odio per il figlio che si manifesta con suo assassinio.
Inginocchiamoci tutti e chiediamo perdono di far parte di questo umanità.
Silvana De Mari
Nell’Olanda dell’eutanasia libera 1 decesso su 4 è per mano medica
Negli stessi giorni in cui il radicale Marco Cappato ha lamentato il «forte ritardo» del nostro Parlamento sul fine vita dopo che la Corte Costituzionale, l'ottobre scorso, ha segnalato un vuoto legislativo in materia, una nuova inchiesta sull'eutanasia legale sta sollevando interrogativi inquietanti. A realizzarla non è stata qualche testata riconducibile alla galassia pro life, ma il britannico Guardian, con un lungo approfondimento firmato da Christopher de Bellaigue. L'inchiesta, significativa fin dal titolo - «Morte su richiesta: l'eutanasia è andata troppo oltre?» -, è interessante perché non si pone in un'ottica di aprioristica contrarietà al diritto di morire, anzi. Va però a mettere a fuoco, senza sconti, gli effetti sociali della legalizzazione della «dolce morte», e lo fa esaminando il caso dell'Olanda, che nel 2001 è stato il primo Paese al mondo a introdurla.
Per vederci chiaro sull'esperienza olandese, de Bellaigue ha parlato con diversi bioeticisti e medici non contrari all'eutanasia, i quali però iniziano a sollevare dei dubbi. Come Theo Boer, che per ben 9 anni, dal 2005 al 2014, è stato membro di uno dei cinque consigli regionali istituiti per esaminare le richieste di morte, ma che ora non nasconde il proprio scetticismo. «Il processo d'introduzione della legislazione sull'eutanasia fu inizialmente accompagnato dalla volontà di trattare i casi più strazianti, forme di morte davvero terribili», ha spiegato Boer al Guardian. «Il problema», ha aggiunto, «è che poi si sono verificati cambiamenti importanti nel modo con cui viene applicata la legge. Sì è messo in moto qualcosa che abbiamo scoperto avere ben più conseguenze di quante ne avessimo mai immaginate».
Dei comitati regionali per monitorare l'eutanasia faceva parte anche la dottoressa di Berna van Baarsen, la cui storia La Verità ha raccontato esattamente un anno fa, la quale è giunta a rassegnare le proprie dimissioni perché stanca degli abusi cui era costretta ad assistere. Del resto, che la situazione olandese sia oramai fuori controllo è dimostrato dagli stessi dati: i 1.882 casi di morte on demand del 2002 sono diventati 3.695 nel 2011, 5.306 nel 2014 e addirittura 6.585 nel 2017. Numeri che descrivono un'impennata costante e che diventano ancor più allarmanti se confrontati col totale dei decessi nel Paese. Infatti, se già nel 2012, come stimato da Wesley J. Smith su National Review, i casi di eutanasia rappresentavano il 12% del totale delle morti olandesi, oggi ammontano a circa il 25%. In pratica, una morte ogni quattro avviene per mano medica.
Un mortifero dilagare dovuto essenzialmente all'allargamento della platea dei destinatari della «dolce morte», in una prima fase riservata solo ai malati terminali ma ora disponibile anche per i malati cronici, le persone affette da demenza e perfino per i pazienti psichiatrici. Di questi ultimi, nel 2017 ne sono stati eliminati con iniezione letale ben 83. Si sono perfino verificati, segnala Smith, casi di eutanasie di coppia perché uno dei due partner temeva la vedovanza. Senza dimenticare, poi, i decessi avvenuti in assenza di qualsivoglia precedente richiesta di morte: solo nel 2015, secondo le statistiche, se ne sono registrati 431.
Le perplessità dei bioeticisti però oggi riguardano soprattutto le morti di persone che non sono affatto malate terminali. «Quando si aiuta a morire un paziente malato terminale», ha sottolineato il già citato Boer, «si sa che, anche se la sua decisione è problematica, quella persona sarebbe morta comunque e di lì a poco. Ma quando si tratta di una persona che avrebbe potuto vivere decenni, è poi difficile togliersi dalla mente che, anziché morire, avrebbe potuto trovare un nuovo equilibrio nella sua vita».
Ciò che colpisce è che il pur emergenziale dilagare dell'eutanasia, in Olanda, non impensierisce più l'opinione pubblica. Viene semplicemente accolto come un dato di fatto. «Nei Paesi Bassi molte persone sostengono che quel processo ora è irreversibile», chiosa il giornalista del Guardian. «Ciò significa forse che gli olandesi sono persone orribili e macabre? Assolutamente no», commenta Smith, «ma sono logici. E una volta che la popolazione ha ampiamente accettato la premessa che uccidere è una risposta accettabile alla sofferenza, significa che il Paese ha abbracciato questa convinzione con tutte le sue conseguenze». Una considerazione conclusiva che, per chi ha orecchie per intendere, ha il sapore del monito.
Giuliano Guzzo
Continua a leggereRiduci
In risposta a un ricorso della Cgil, l'organismo di Strasburgo grida alla discriminazione perché ci sono troppi obiettori.In uno degli Stati più liberal d'America sarà possibile interrompere la gravidanza anche al nono mese. Dal 2007 non si possono più giustiziare i delinquenti. Però i piccoli senza colpe vanno al massacro.In questo modo si uccidono feti già vitali in modo brutale, facendo presto per evitare che piangano. È una barbarie senza senso di cui l'umanità deve chiedere perdono.È stato il quotidiano progressista «Guardian» a raccontare ciò che accade nei Paesi Bassi, dove nel solo 2017 sono stati uccisi con iniezione 83 pazienti psichiatrici.Lo speciale contiene quattro articoli La ragion d'essere dell'organizzazione chiamata Consiglio d'Europa dovrebbe essere la promozione della democrazia, dei diritti umani e della identità culturale europea. Ma, a quanto pare, si diletta anche a promuovere la cancellazione degli europei, la loro eliminazione fisica tramite interruzione volontaria di gravidanza. Già, secondo il Comitato per i diritti sociali del Consiglio d'Europa dalle nostre parti è troppo difficile abortire. «Sebbene la situazione sembri migliorare», spiegano da Strasburgo, «sussistono tuttora forti disparità a livello locale, soprattutto dal momento che numerosi medici non obiettori non sono assegnati ai servizi di aborto o non lavorano a tempo pieno».E non è mica finita. Stando a ciò che scrive il Consiglio, quella del nostro Paese sarebbe una situazione «non conforme». Ovvero ci sarebbero discriminazioni «contro le donne che desiderano porre fine alla gravidanza e la violazione del loro diritto alla salute a causa di problemi di accesso servizi di aborto». In più, pare che ci sia «discriminazione nei confronti dei medici non obiettori».Per questo motivo il comitato di Strasburgo pretendo che entro il prossimo ottobre il nostro Paese fornisca «informazioni nella prossima relazione sulle misure adottate per garantire che gli operatori non obiettori siano distribuiti in modo più uniforme in tutto il Paese e siano effettivamente disponibili nei servizi di aborto». Per quale motivo i signori del Consiglio d'Europa si permettono queste valutazioni? Semplice: perché nel 2013 la Cgil si è rivolta all'organizzazione presentando un ricorso. Il sindacato, invece di occuparsi della distruzione del mondo del lavoro, si preoccupava del fatto che i lavoratori non venissero nemmeno al mondo.Così, da qualche anno a questa parte, Strasburgo ci pressa affinché interrompere le gravidanze diventi più facile su tutto il territorio nazionale. La vicenda, con tutta evidenza, è grottesca, ma merita alcune riflessioni. Tanto per cominciare, è bene dare uno sguardo ai numeri. I rilievi del Consiglio d'Europa si basano su dati forniti dal precedente governo e relativi al 2016. Cifre più aggiornate le ha fornite, pochi giorni fa, il ministero della Salute. Nella «Relazione sull'attuazione della legge 194/78» si legge che gli aborti, nel nostro Paese, sono in calo del 5%. Nel 2017 ne sono stati effettuati 80.733: -4,9% rispetto al 2016 e -65,6% rispetto al 1982, cioè l'anno in cui ci sono state più interruzioni di gravidanza. Forse è per questo che a Strasburgo si danno tanto da fare: temono che gli aborti calino troppo, e che i fastidiosi italiani riprendano a riprodursi. In ogni caso, l'allarme sui medici antiabortisti è ingiustificato: nel 2017 i ginecologi obiettori erano il 68.4% del totale contro il 70,9% del 2016. Insomma: tantissimi dottori si rifiutano di interrompere gravidanze, ma sono meno che in passato. Quanto gli anestesisti, l'obiezione di coscienza si ferma al 45.6% mentre tra il personale non medico è ferma al 38,9%.Quindi il problema dove sta? Questi numeri certificano che qui non c'è nessuna emergenza, non viene violato alcun diritto e chi vuole liberarsi del feto sgradito lo può fare praticamente ovunque. Ma c'è di più. Sempre secondo i dati ministeriali, «nel 2017 oltre un'interruzione volontaria di gravidanza su 5 è stata ottenuta con una pillola abortiva».Vuol dire che si può abortire senza fatica anche se ci sono tanti obiettori: ricorrere alla pillolina è sempre più semplice e veloce, anche grazie alle simpatiche battaglie condotte da organizzazioni di sinistra e sindacati. La verità è che in Italia gli unici a rischio discriminazione sono proprio gli obiettori. Negli ultimi tempi subiscono attacchi di ogni tipo, per lo più pretestuosi. Verso la fine di dicembre per le strade di alcune città sono apparsi manifesti realizzati dall'Uaar (l'unione degli atei e degli agnostici) con uno slogan molto diretto: «Testa o croce? Non affidarti al caso! Chiedi subito al tuo medico se pratica qualche forma di obiezione di coscienza». In sostanza, invitavano alla schedatura dei professionisti non allineati. Per quei manifesti, ovviamente non ci sono state polemiche. Mentre i cartelloni contro l'utero in affitto e l'aborto affissi da associazioni come Pro vita e Generazione famiglia sono stati duramente contestati e rimossi. Ora le affermazioni del Consiglio d'Europa saranno utilizzate dai soliti noti per alimentare la propaganda. Ma la realtà parla una lingua diversa: gli aborti stanno diminuendo e qualcuno non va bene. Come sempre avviene, si riempiono la bocca con la difesa dei «diritti delle donne» e con la «lotta alla discriminazioni». Ma, dietro le paroline dolci e i toni moderati, continuano a fare il tifo per l'ecatombe. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-rimprovera-litalia-pretende-che-da-noi-si-abortisca-di-piu-2626989096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-new-york-la-pena-di-morte-esiste-soltanto-per-gli-innocenti" data-post-id="2626989096" data-published-at="1779993317" data-use-pagination="False"> A New York la pena di morte esiste soltanto per gli innocenti Venerdì 18 gennaio si è tenuta la March for Life a Washington per ribadire il valore della vita umana innocente e parallelamente per criticare la storica e micidiale sentenza Roe vs. Wade. Sentenza che nel 1973 legittimò l'interruzione di gravidanza negli Stati Uniti. Aprendo la strada a una quantità enorme di leggi simili, come la 194 da noi, che in fondo si basarono anche sul prestigio politico che gli Stati Uniti, vincitori della guerra e avanguardia del capitalismo, godevano nell'intero mondo occidentale. All'opposto del predecessore Barack Obama, il repubblicano Donald Trump più di una volta ha espresso il suo compiacimento per la marcia, definita come una lotta in nome dell'amore e la tutela dei bambini. Ed è intervenuto direttamente a sostegno dei pro life, in America molte ben organizzati e diffusi. Il vicepresidente Mike Pence, presente anche quest'anno alla marcia con sua moglie, ha dichiarato di voler sperare di assistere «durante la propria vita» alla fine dell'aborto legale. Lo Stato di New York però, tra i più progressisti, filodemocratici e meno trumpiani del Paese, ha appena approvato una norma che permetterebbe, per qualunque ragione di difficoltà della madre e per qualunque malattia riscontrata nel feto, la soppressione del nascituro sino al momento che precede la nascita. «Con la firma di questo disegno di legge, vogliamo inviare un chiaro messaggio secondo cui, qualunque cosa accada a Washington, le donne di New York avranno sempre il diritto fondamentale di gestire il loro corpo», ha detto il governatore Andrew Cuomo, approvando con giubilo degno di miglior causa, il Reproductive Health Act. Ma se il nascituro può nascere e di fatto spesso e volentieri nasce (e sopravvive) a 8 mesi e perfino a 7, come può non essere infanticidio, la sua soppressione a 9? A partire dalla seconda guerra mondiale esiste un variegatissimo fronte che reclama ovunque l'abolizione della pena capitale. È un fronte che si appella a Beccaria e che auspica la scomparsa della pena più antica del mondo dai codici penali di tutti gli Stati del pianeta. All'inizio, era prevalentemente diretto da ambienti laici e marxisti, ma poi si è allargato assai, comprendendo i radicali, molti conservatori e lo stesso papa Francesco. Lo Stato di New York già nel 2007, nell'autonomia che caratterizza gli Stati della federazione, ha soppresso definitivamente la pena di morte, pena che non veniva già data dal 1976. E l'ha perfino dichiarata incostituzionale con un parere della propria corte suprema, approvato dall'allora governatore Eliot Spitzer. Come si fa però a volere l'abolizione della pena di morte per i delinquenti più incalliti - visto che essa dove esiste è prevista per assassini e terroristi e non certo per ladri di pollame o di biciclette - e poi voler sopprimere il bambino pienamente formato nel ventre materno? Il ministero della Salute ha appena pubblicato la cifra degli aborti legali in Italia, che ammonterebbero a 80.733 per quanto riguarda l'anno 2017. La stampa ha parlato di un calo netto rispetto all'anno precedente (di quasi il 5%) e questo non può dispiacere ad alcuno. Ma ciò che aumenta più o meno ovunque è il numero degli obiettori di coscienza, ovvero di coloro che rifiutano di praticare un intervento di aborto nel mondo intero. Il governatore democartico Cuomo e tutti i gruppi di pressione in favore dell'aborto dovrebbero chiedersi come mai, moltissimi uomini di scienza come i medici e i chirurghi, disposti per professione e missione a fare qualunque tipo di operazione medico-sanitario, non vogliano praticare soltanto la cosiddetta interruzione di gravidanza. Non è il segno che dietro questo millantato diritto ci sia, come diceva Giovanni Paolo II, un reale delitto? Fabrizio Cannone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-rimprovera-litalia-pretende-che-da-noi-si-abortisca-di-piu-2626989096.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-diritti-non-centrano-e-infanticidio" data-post-id="2626989096" data-published-at="1779993317" data-use-pagination="False"> I diritti non c’entrano: è infanticidio Lo stato di New York ha reso legale l'aborto fino al nono mese. Il One World Trade Center si è illuminato di rosa per festeggiare l'approvazione di una legge sull'aborto che permette di abortire fino al nono mese, per qualunque ragione. E permette anche al personale sanitario - non necessariamente medico - di effettuare aborti, così che se non si troveranno in numero sufficiente medici disposti a fare questo scempio, i paramedici potranno ovviare. Io sono nata di sette mesi: tra l'altro sono nata a casa. Niente culla termica e niente incubatrice. E sono sopravvissuta. Un bambino di sette, otto e ancora di più nove mesi è vitale, è in grado di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Perché ucciderlo? Immaginiamo una donna incinta di sette, otto oppure ormai di nove mesi che improvvisamente si rende conto che non vuole il suo bambino. Nel 90% dei casi si tratta di quello che in psicologia si chiama sindrome di Medea: è successo qualcosa di terribile col padre del bambino. Forse ha picchiato la madre, forse l'ha tradita: e la donna non vuole più essere madre di suo figlio. Nell'aborto fino al sesto mese la morte del feto è un effetto collaterale. La donna vuole ritornare unica utente del proprio corpo, utero incluso. Il piccolino viene espulso, agonizza un pochino tra le garze sporche e poi muore. Nell'aborto dopo il sesto mese, soprattutto dopo il settimo, il feto è vitale. Basterebbe farlo nascere vivo e darlo in adozione: la donna ritorna unico utente delle sue viscere. Immaginiamo un medico, non solo laureato in medicina, ma un medico vero, degno di questo nome, che combatta per la vita e per non nuocere. Immaginiamo che questo medico si trovi di fronte una donna, incinta di otto mesi, che gli dica: «Quel bastardo mi ha tradito e mi ha picchiato, io non voglio mettere il mondo suo figlio, fai fuori questo scarafaggio». Un medico per bene risponde: «Certo signora, ha ragione signora, non si preoccupi. Ora le induco il parto e poi daremo in adozione il bimbo. Lei non lo vedrà mai più». Il sanitario dello stato di New York, invece, davanti una situazione di questo genere fa un aborto a nascita parziale, induce il parto e uccide il bambino quando è parzialmente nato. Se il bimbo nasce vivo e piange, non si può più uccidere, perché è legalmente omicidio. Quindi è necessario che non nasca vivo e che non pianga. Il sanitario induce il parto, durante il parto fa una manovra che lo rende podalico, poi estrae il corpicino del bimbo dai piedi e mentre lui sta scalciando, mentre ha ancora la testa nella vagina della signora che non definiamo madre perché non è il caso, gli recide il midollo spinale a livello delle vertebre cervicali. Il corpicino si affloscia. Il parto podalico è una complicazione per la madre. Occorre quindi una tecnica particolare perché il bimbo non nasca vivo, una tecnica più complicata e più pericolosa per la madre del parto semplice col piccolo che nasce vivo. Quel bimbo poteva nascere vivo. La scelta della madre, non lo voglio nel mio utero, non c'entra più. Quella scelta poteva essere rispettata facendo semplicemente nascere il bimbo e dandolo in adozione, con un parto più semplice per la madre di quello necessario all'aborto a nascita parziale. Lo stato di New York quindi è arrivato all'infanticidio, non rispetta più il desiderio della donna di avere l'utero di nuovo vuoto, ma rispetta il suo desiderio di avere il figlio morto, anche a costo di una tecnica di parto più pericolosa per lei. L'odio per il figlio che si manifesta con suo assassinio. Inginocchiamoci tutti e chiediamo perdono di far parte di questo umanità. Silvana De Mari <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-rimprovera-litalia-pretende-che-da-noi-si-abortisca-di-piu-2626989096.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="nellolanda-delleutanasia-libera-1-decesso-su-4-e-per-mano-medica" data-post-id="2626989096" data-published-at="1779993317" data-use-pagination="False"> Nell’Olanda dell’eutanasia libera 1 decesso su 4 è per mano medica Negli stessi giorni in cui il radicale Marco Cappato ha lamentato il «forte ritardo» del nostro Parlamento sul fine vita dopo che la Corte Costituzionale, l'ottobre scorso, ha segnalato un vuoto legislativo in materia, una nuova inchiesta sull'eutanasia legale sta sollevando interrogativi inquietanti. A realizzarla non è stata qualche testata riconducibile alla galassia pro life, ma il britannico Guardian, con un lungo approfondimento firmato da Christopher de Bellaigue. L'inchiesta, significativa fin dal titolo - «Morte su richiesta: l'eutanasia è andata troppo oltre?» -, è interessante perché non si pone in un'ottica di aprioristica contrarietà al diritto di morire, anzi. Va però a mettere a fuoco, senza sconti, gli effetti sociali della legalizzazione della «dolce morte», e lo fa esaminando il caso dell'Olanda, che nel 2001 è stato il primo Paese al mondo a introdurla. Per vederci chiaro sull'esperienza olandese, de Bellaigue ha parlato con diversi bioeticisti e medici non contrari all'eutanasia, i quali però iniziano a sollevare dei dubbi. Come Theo Boer, che per ben 9 anni, dal 2005 al 2014, è stato membro di uno dei cinque consigli regionali istituiti per esaminare le richieste di morte, ma che ora non nasconde il proprio scetticismo. «Il processo d'introduzione della legislazione sull'eutanasia fu inizialmente accompagnato dalla volontà di trattare i casi più strazianti, forme di morte davvero terribili», ha spiegato Boer al Guardian. «Il problema», ha aggiunto, «è che poi si sono verificati cambiamenti importanti nel modo con cui viene applicata la legge. Sì è messo in moto qualcosa che abbiamo scoperto avere ben più conseguenze di quante ne avessimo mai immaginate». Dei comitati regionali per monitorare l'eutanasia faceva parte anche la dottoressa di Berna van Baarsen, la cui storia La Verità ha raccontato esattamente un anno fa, la quale è giunta a rassegnare le proprie dimissioni perché stanca degli abusi cui era costretta ad assistere. Del resto, che la situazione olandese sia oramai fuori controllo è dimostrato dagli stessi dati: i 1.882 casi di morte on demand del 2002 sono diventati 3.695 nel 2011, 5.306 nel 2014 e addirittura 6.585 nel 2017. Numeri che descrivono un'impennata costante e che diventano ancor più allarmanti se confrontati col totale dei decessi nel Paese. Infatti, se già nel 2012, come stimato da Wesley J. Smith su National Review, i casi di eutanasia rappresentavano il 12% del totale delle morti olandesi, oggi ammontano a circa il 25%. In pratica, una morte ogni quattro avviene per mano medica. Un mortifero dilagare dovuto essenzialmente all'allargamento della platea dei destinatari della «dolce morte», in una prima fase riservata solo ai malati terminali ma ora disponibile anche per i malati cronici, le persone affette da demenza e perfino per i pazienti psichiatrici. Di questi ultimi, nel 2017 ne sono stati eliminati con iniezione letale ben 83. Si sono perfino verificati, segnala Smith, casi di eutanasie di coppia perché uno dei due partner temeva la vedovanza. Senza dimenticare, poi, i decessi avvenuti in assenza di qualsivoglia precedente richiesta di morte: solo nel 2015, secondo le statistiche, se ne sono registrati 431. Le perplessità dei bioeticisti però oggi riguardano soprattutto le morti di persone che non sono affatto malate terminali. «Quando si aiuta a morire un paziente malato terminale», ha sottolineato il già citato Boer, «si sa che, anche se la sua decisione è problematica, quella persona sarebbe morta comunque e di lì a poco. Ma quando si tratta di una persona che avrebbe potuto vivere decenni, è poi difficile togliersi dalla mente che, anziché morire, avrebbe potuto trovare un nuovo equilibrio nella sua vita». Ciò che colpisce è che il pur emergenziale dilagare dell'eutanasia, in Olanda, non impensierisce più l'opinione pubblica. Viene semplicemente accolto come un dato di fatto. «Nei Paesi Bassi molte persone sostengono che quel processo ora è irreversibile», chiosa il giornalista del Guardian. «Ciò significa forse che gli olandesi sono persone orribili e macabre? Assolutamente no», commenta Smith, «ma sono logici. E una volta che la popolazione ha ampiamente accettato la premessa che uccidere è una risposta accettabile alla sofferenza, significa che il Paese ha abbracciato questa convinzione con tutte le sue conseguenze». Una considerazione conclusiva che, per chi ha orecchie per intendere, ha il sapore del monito.Giuliano Guzzo
Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
Continua a leggereRiduci
Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
Continua a leggereRiduci
Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 28 maggio 2026. Con il deputato del M5s Marco Pellegrini parliamo delle stragi di Piazza della Loggia e Ustica.