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2019-01-25
Il Consiglio d’Europa rimprovera l’Italia. Pretende che da noi si abortisca di più
Ansa
La ragion d'essere dell'organizzazione chiamata Consiglio d'Europa dovrebbe essere la promozione della democrazia, dei diritti umani e della identità culturale europea. Ma, a quanto pare, si diletta anche a promuovere la cancellazione degli europei, la loro eliminazione fisica tramite interruzione volontaria di gravidanza. Già, secondo il Comitato per i diritti sociali del Consiglio d'Europa dalle nostre parti è troppo difficile abortire. «Sebbene la situazione sembri migliorare», spiegano da Strasburgo, «sussistono tuttora forti disparità a livello locale, soprattutto dal momento che numerosi medici non obiettori non sono assegnati ai servizi di aborto o non lavorano a tempo pieno».
E non è mica finita. Stando a ciò che scrive il Consiglio, quella del nostro Paese sarebbe una situazione «non conforme». Ovvero ci sarebbero discriminazioni «contro le donne che desiderano porre fine alla gravidanza e la violazione del loro diritto alla salute a causa di problemi di accesso servizi di aborto». In più, pare che ci sia «discriminazione nei confronti dei medici non obiettori».
Per questo motivo il comitato di Strasburgo pretendo che entro il prossimo ottobre il nostro Paese fornisca «informazioni nella prossima relazione sulle misure adottate per garantire che gli operatori non obiettori siano distribuiti in modo più uniforme in tutto il Paese e siano effettivamente disponibili nei servizi di aborto». Per quale motivo i signori del Consiglio d'Europa si permettono queste valutazioni? Semplice: perché nel 2013 la Cgil si è rivolta all'organizzazione presentando un ricorso. Il sindacato, invece di occuparsi della distruzione del mondo del lavoro, si preoccupava del fatto che i lavoratori non venissero nemmeno al mondo.
Così, da qualche anno a questa parte, Strasburgo ci pressa affinché interrompere le gravidanze diventi più facile su tutto il territorio nazionale.
La vicenda, con tutta evidenza, è grottesca, ma merita alcune riflessioni. Tanto per cominciare, è bene dare uno sguardo ai numeri. I rilievi del Consiglio d'Europa si basano su dati forniti dal precedente governo e relativi al 2016. Cifre più aggiornate le ha fornite, pochi giorni fa, il ministero della Salute. Nella «Relazione sull'attuazione della legge 194/78» si legge che gli aborti, nel nostro Paese, sono in calo del 5%. Nel 2017 ne sono stati effettuati 80.733: -4,9% rispetto al 2016 e -65,6% rispetto al 1982, cioè l'anno in cui ci sono state più interruzioni di gravidanza.
Forse è per questo che a Strasburgo si danno tanto da fare: temono che gli aborti calino troppo, e che i fastidiosi italiani riprendano a riprodursi. In ogni caso, l'allarme sui medici antiabortisti è ingiustificato: nel 2017 i ginecologi obiettori erano il 68.4% del totale contro il 70,9% del 2016. Insomma: tantissimi dottori si rifiutano di interrompere gravidanze, ma sono meno che in passato. Quanto gli anestesisti, l'obiezione di coscienza si ferma al 45.6% mentre tra il personale non medico è ferma al 38,9%.
Quindi il problema dove sta? Questi numeri certificano che qui non c'è nessuna emergenza, non viene violato alcun diritto e chi vuole liberarsi del feto sgradito lo può fare praticamente ovunque.
Ma c'è di più. Sempre secondo i dati ministeriali, «nel 2017 oltre un'interruzione volontaria di gravidanza su 5 è stata ottenuta con una pillola abortiva».
Vuol dire che si può abortire senza fatica anche se ci sono tanti obiettori: ricorrere alla pillolina è sempre più semplice e veloce, anche grazie alle simpatiche battaglie condotte da organizzazioni di sinistra e sindacati.
La verità è che in Italia gli unici a rischio discriminazione sono proprio gli obiettori. Negli ultimi tempi subiscono attacchi di ogni tipo, per lo più pretestuosi. Verso la fine di dicembre per le strade di alcune città sono apparsi manifesti realizzati dall'Uaar (l'unione degli atei e degli agnostici) con uno slogan molto diretto: «Testa o croce? Non affidarti al caso! Chiedi subito al tuo medico se pratica qualche forma di obiezione di coscienza». In sostanza, invitavano alla schedatura dei professionisti non allineati. Per quei manifesti, ovviamente non ci sono state polemiche. Mentre i cartelloni contro l'utero in affitto e l'aborto affissi da associazioni come Pro vita e Generazione famiglia sono stati duramente contestati e rimossi.
Ora le affermazioni del Consiglio d'Europa saranno utilizzate dai soliti noti per alimentare la propaganda. Ma la realtà parla una lingua diversa: gli aborti stanno diminuendo e qualcuno non va bene. Come sempre avviene, si riempiono la bocca con la difesa dei «diritti delle donne» e con la «lotta alla discriminazioni». Ma, dietro le paroline dolci e i toni moderati, continuano a fare il tifo per l'ecatombe.
Francesco Borgonovo
A New York la pena di morte esiste soltanto per gli innocenti
Venerdì 18 gennaio si è tenuta la March for Life a Washington per ribadire il valore della vita umana innocente e parallelamente per criticare la storica e micidiale sentenza Roe vs. Wade. Sentenza che nel 1973 legittimò l'interruzione di gravidanza negli Stati Uniti. Aprendo la strada a una quantità enorme di leggi simili, come la 194 da noi, che in fondo si basarono anche sul prestigio politico che gli Stati Uniti, vincitori della guerra e avanguardia del capitalismo, godevano nell'intero mondo occidentale.
All'opposto del predecessore Barack Obama, il repubblicano Donald Trump più di una volta ha espresso il suo compiacimento per la marcia, definita come una lotta in nome dell'amore e la tutela dei bambini. Ed è intervenuto direttamente a sostegno dei pro life, in America molte ben organizzati e diffusi. Il vicepresidente Mike Pence, presente anche quest'anno alla marcia con sua moglie, ha dichiarato di voler sperare di assistere «durante la propria vita» alla fine dell'aborto legale.
Lo Stato di New York però, tra i più progressisti, filodemocratici e meno trumpiani del Paese, ha appena approvato una norma che permetterebbe, per qualunque ragione di difficoltà della madre e per qualunque malattia riscontrata nel feto, la soppressione del nascituro sino al momento che precede la nascita.
«Con la firma di questo disegno di legge, vogliamo inviare un chiaro messaggio secondo cui, qualunque cosa accada a Washington, le donne di New York avranno sempre il diritto fondamentale di gestire il loro corpo», ha detto il governatore Andrew Cuomo, approvando con giubilo degno di miglior causa, il Reproductive Health Act.
Ma se il nascituro può nascere e di fatto spesso e volentieri nasce (e sopravvive) a 8 mesi e perfino a 7, come può non essere infanticidio, la sua soppressione a 9?
A partire dalla seconda guerra mondiale esiste un variegatissimo fronte che reclama ovunque l'abolizione della pena capitale. È un fronte che si appella a Beccaria e che auspica la scomparsa della pena più antica del mondo dai codici penali di tutti gli Stati del pianeta. All'inizio, era prevalentemente diretto da ambienti laici e marxisti, ma poi si è allargato assai, comprendendo i radicali, molti conservatori e lo stesso papa Francesco.
Lo Stato di New York già nel 2007, nell'autonomia che caratterizza gli Stati della federazione, ha soppresso definitivamente la pena di morte, pena che non veniva già data dal 1976. E l'ha perfino dichiarata incostituzionale con un parere della propria corte suprema, approvato dall'allora governatore Eliot Spitzer.
Come si fa però a volere l'abolizione della pena di morte per i delinquenti più incalliti - visto che essa dove esiste è prevista per assassini e terroristi e non certo per ladri di pollame o di biciclette - e poi voler sopprimere il bambino pienamente formato nel ventre materno?
Il ministero della Salute ha appena pubblicato la cifra degli aborti legali in Italia, che ammonterebbero a 80.733 per quanto riguarda l'anno 2017. La stampa ha parlato di un calo netto rispetto all'anno precedente (di quasi il 5%) e questo non può dispiacere ad alcuno. Ma ciò che aumenta più o meno ovunque è il numero degli obiettori di coscienza, ovvero di coloro che rifiutano di praticare un intervento di aborto nel mondo intero.
Il governatore democartico Cuomo e tutti i gruppi di pressione in favore dell'aborto dovrebbero chiedersi come mai, moltissimi uomini di scienza come i medici e i chirurghi, disposti per professione e missione a fare qualunque tipo di operazione medico-sanitario, non vogliano praticare soltanto la cosiddetta interruzione di gravidanza.
Non è il segno che dietro questo millantato diritto ci sia, come diceva Giovanni Paolo II, un reale delitto?
Fabrizio Cannone
I diritti non c’entrano: è infanticidio
Lo stato di New York ha reso legale l'aborto fino al nono mese. Il One World Trade Center si è illuminato di rosa per festeggiare l'approvazione di una legge sull'aborto che permette di abortire fino al nono mese, per qualunque ragione. E permette anche al personale sanitario - non necessariamente medico - di effettuare aborti, così che se non si troveranno in numero sufficiente medici disposti a fare questo scempio, i paramedici potranno ovviare.
Io sono nata di sette mesi: tra l'altro sono nata a casa. Niente culla termica e niente incubatrice. E sono sopravvissuta. Un bambino di sette, otto e ancora di più nove mesi è vitale, è in grado di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Perché ucciderlo? Immaginiamo una donna incinta di sette, otto oppure ormai di nove mesi che improvvisamente si rende conto che non vuole il suo bambino. Nel 90% dei casi si tratta di quello che in psicologia si chiama sindrome di Medea: è successo qualcosa di terribile col padre del bambino. Forse ha picchiato la madre, forse l'ha tradita: e la donna non vuole più essere madre di suo figlio.
Nell'aborto fino al sesto mese la morte del feto è un effetto collaterale. La donna vuole ritornare unica utente del proprio corpo, utero incluso. Il piccolino viene espulso, agonizza un pochino tra le garze sporche e poi muore. Nell'aborto dopo il sesto mese, soprattutto dopo il settimo, il feto è vitale. Basterebbe farlo nascere vivo e darlo in adozione: la donna ritorna unico utente delle sue viscere.
Immaginiamo un medico, non solo laureato in medicina, ma un medico vero, degno di questo nome, che combatta per la vita e per non nuocere. Immaginiamo che questo medico si trovi di fronte una donna, incinta di otto mesi, che gli dica: «Quel bastardo mi ha tradito e mi ha picchiato, io non voglio mettere il mondo suo figlio, fai fuori questo scarafaggio».
Un medico per bene risponde: «Certo signora, ha ragione signora, non si preoccupi. Ora le induco il parto e poi daremo in adozione il bimbo. Lei non lo vedrà mai più». Il sanitario dello stato di New York, invece, davanti una situazione di questo genere fa un aborto a nascita parziale, induce il parto e uccide il bambino quando è parzialmente nato. Se il bimbo nasce vivo e piange, non si può più uccidere, perché è legalmente omicidio. Quindi è necessario che non nasca vivo e che non pianga. Il sanitario induce il parto, durante il parto fa una manovra che lo rende podalico, poi estrae il corpicino del bimbo dai piedi e mentre lui sta scalciando, mentre ha ancora la testa nella vagina della signora che non definiamo madre perché non è il caso, gli recide il midollo spinale a livello delle vertebre cervicali.
Il corpicino si affloscia. Il parto podalico è una complicazione per la madre. Occorre quindi una tecnica particolare perché il bimbo non nasca vivo, una tecnica più complicata e più pericolosa per la madre del parto semplice col piccolo che nasce vivo.
Quel bimbo poteva nascere vivo. La scelta della madre, non lo voglio nel mio utero, non c'entra più. Quella scelta poteva essere rispettata facendo semplicemente nascere il bimbo e dandolo in adozione, con un parto più semplice per la madre di quello necessario all'aborto a nascita parziale.
Lo stato di New York quindi è arrivato all'infanticidio, non rispetta più il desiderio della donna di avere l'utero di nuovo vuoto, ma rispetta il suo desiderio di avere il figlio morto, anche a costo di una tecnica di parto più pericolosa per lei. L'odio per il figlio che si manifesta con suo assassinio.
Inginocchiamoci tutti e chiediamo perdono di far parte di questo umanità.
Silvana De Mari
Nell’Olanda dell’eutanasia libera 1 decesso su 4 è per mano medica
Negli stessi giorni in cui il radicale Marco Cappato ha lamentato il «forte ritardo» del nostro Parlamento sul fine vita dopo che la Corte Costituzionale, l'ottobre scorso, ha segnalato un vuoto legislativo in materia, una nuova inchiesta sull'eutanasia legale sta sollevando interrogativi inquietanti. A realizzarla non è stata qualche testata riconducibile alla galassia pro life, ma il britannico Guardian, con un lungo approfondimento firmato da Christopher de Bellaigue. L'inchiesta, significativa fin dal titolo - «Morte su richiesta: l'eutanasia è andata troppo oltre?» -, è interessante perché non si pone in un'ottica di aprioristica contrarietà al diritto di morire, anzi. Va però a mettere a fuoco, senza sconti, gli effetti sociali della legalizzazione della «dolce morte», e lo fa esaminando il caso dell'Olanda, che nel 2001 è stato il primo Paese al mondo a introdurla.
Per vederci chiaro sull'esperienza olandese, de Bellaigue ha parlato con diversi bioeticisti e medici non contrari all'eutanasia, i quali però iniziano a sollevare dei dubbi. Come Theo Boer, che per ben 9 anni, dal 2005 al 2014, è stato membro di uno dei cinque consigli regionali istituiti per esaminare le richieste di morte, ma che ora non nasconde il proprio scetticismo. «Il processo d'introduzione della legislazione sull'eutanasia fu inizialmente accompagnato dalla volontà di trattare i casi più strazianti, forme di morte davvero terribili», ha spiegato Boer al Guardian. «Il problema», ha aggiunto, «è che poi si sono verificati cambiamenti importanti nel modo con cui viene applicata la legge. Sì è messo in moto qualcosa che abbiamo scoperto avere ben più conseguenze di quante ne avessimo mai immaginate».
Dei comitati regionali per monitorare l'eutanasia faceva parte anche la dottoressa di Berna van Baarsen, la cui storia La Verità ha raccontato esattamente un anno fa, la quale è giunta a rassegnare le proprie dimissioni perché stanca degli abusi cui era costretta ad assistere. Del resto, che la situazione olandese sia oramai fuori controllo è dimostrato dagli stessi dati: i 1.882 casi di morte on demand del 2002 sono diventati 3.695 nel 2011, 5.306 nel 2014 e addirittura 6.585 nel 2017. Numeri che descrivono un'impennata costante e che diventano ancor più allarmanti se confrontati col totale dei decessi nel Paese. Infatti, se già nel 2012, come stimato da Wesley J. Smith su National Review, i casi di eutanasia rappresentavano il 12% del totale delle morti olandesi, oggi ammontano a circa il 25%. In pratica, una morte ogni quattro avviene per mano medica.
Un mortifero dilagare dovuto essenzialmente all'allargamento della platea dei destinatari della «dolce morte», in una prima fase riservata solo ai malati terminali ma ora disponibile anche per i malati cronici, le persone affette da demenza e perfino per i pazienti psichiatrici. Di questi ultimi, nel 2017 ne sono stati eliminati con iniezione letale ben 83. Si sono perfino verificati, segnala Smith, casi di eutanasie di coppia perché uno dei due partner temeva la vedovanza. Senza dimenticare, poi, i decessi avvenuti in assenza di qualsivoglia precedente richiesta di morte: solo nel 2015, secondo le statistiche, se ne sono registrati 431.
Le perplessità dei bioeticisti però oggi riguardano soprattutto le morti di persone che non sono affatto malate terminali. «Quando si aiuta a morire un paziente malato terminale», ha sottolineato il già citato Boer, «si sa che, anche se la sua decisione è problematica, quella persona sarebbe morta comunque e di lì a poco. Ma quando si tratta di una persona che avrebbe potuto vivere decenni, è poi difficile togliersi dalla mente che, anziché morire, avrebbe potuto trovare un nuovo equilibrio nella sua vita».
Ciò che colpisce è che il pur emergenziale dilagare dell'eutanasia, in Olanda, non impensierisce più l'opinione pubblica. Viene semplicemente accolto come un dato di fatto. «Nei Paesi Bassi molte persone sostengono che quel processo ora è irreversibile», chiosa il giornalista del Guardian. «Ciò significa forse che gli olandesi sono persone orribili e macabre? Assolutamente no», commenta Smith, «ma sono logici. E una volta che la popolazione ha ampiamente accettato la premessa che uccidere è una risposta accettabile alla sofferenza, significa che il Paese ha abbracciato questa convinzione con tutte le sue conseguenze». Una considerazione conclusiva che, per chi ha orecchie per intendere, ha il sapore del monito.
Giuliano Guzzo
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In risposta a un ricorso della Cgil, l'organismo di Strasburgo grida alla discriminazione perché ci sono troppi obiettori.In uno degli Stati più liberal d'America sarà possibile interrompere la gravidanza anche al nono mese. Dal 2007 non si possono più giustiziare i delinquenti. Però i piccoli senza colpe vanno al massacro.In questo modo si uccidono feti già vitali in modo brutale, facendo presto per evitare che piangano. È una barbarie senza senso di cui l'umanità deve chiedere perdono.È stato il quotidiano progressista «Guardian» a raccontare ciò che accade nei Paesi Bassi, dove nel solo 2017 sono stati uccisi con iniezione 83 pazienti psichiatrici.Lo speciale contiene quattro articoli La ragion d'essere dell'organizzazione chiamata Consiglio d'Europa dovrebbe essere la promozione della democrazia, dei diritti umani e della identità culturale europea. Ma, a quanto pare, si diletta anche a promuovere la cancellazione degli europei, la loro eliminazione fisica tramite interruzione volontaria di gravidanza. Già, secondo il Comitato per i diritti sociali del Consiglio d'Europa dalle nostre parti è troppo difficile abortire. «Sebbene la situazione sembri migliorare», spiegano da Strasburgo, «sussistono tuttora forti disparità a livello locale, soprattutto dal momento che numerosi medici non obiettori non sono assegnati ai servizi di aborto o non lavorano a tempo pieno».E non è mica finita. Stando a ciò che scrive il Consiglio, quella del nostro Paese sarebbe una situazione «non conforme». Ovvero ci sarebbero discriminazioni «contro le donne che desiderano porre fine alla gravidanza e la violazione del loro diritto alla salute a causa di problemi di accesso servizi di aborto». In più, pare che ci sia «discriminazione nei confronti dei medici non obiettori».Per questo motivo il comitato di Strasburgo pretendo che entro il prossimo ottobre il nostro Paese fornisca «informazioni nella prossima relazione sulle misure adottate per garantire che gli operatori non obiettori siano distribuiti in modo più uniforme in tutto il Paese e siano effettivamente disponibili nei servizi di aborto». Per quale motivo i signori del Consiglio d'Europa si permettono queste valutazioni? Semplice: perché nel 2013 la Cgil si è rivolta all'organizzazione presentando un ricorso. Il sindacato, invece di occuparsi della distruzione del mondo del lavoro, si preoccupava del fatto che i lavoratori non venissero nemmeno al mondo.Così, da qualche anno a questa parte, Strasburgo ci pressa affinché interrompere le gravidanze diventi più facile su tutto il territorio nazionale. La vicenda, con tutta evidenza, è grottesca, ma merita alcune riflessioni. Tanto per cominciare, è bene dare uno sguardo ai numeri. I rilievi del Consiglio d'Europa si basano su dati forniti dal precedente governo e relativi al 2016. Cifre più aggiornate le ha fornite, pochi giorni fa, il ministero della Salute. Nella «Relazione sull'attuazione della legge 194/78» si legge che gli aborti, nel nostro Paese, sono in calo del 5%. Nel 2017 ne sono stati effettuati 80.733: -4,9% rispetto al 2016 e -65,6% rispetto al 1982, cioè l'anno in cui ci sono state più interruzioni di gravidanza. Forse è per questo che a Strasburgo si danno tanto da fare: temono che gli aborti calino troppo, e che i fastidiosi italiani riprendano a riprodursi. In ogni caso, l'allarme sui medici antiabortisti è ingiustificato: nel 2017 i ginecologi obiettori erano il 68.4% del totale contro il 70,9% del 2016. Insomma: tantissimi dottori si rifiutano di interrompere gravidanze, ma sono meno che in passato. Quanto gli anestesisti, l'obiezione di coscienza si ferma al 45.6% mentre tra il personale non medico è ferma al 38,9%.Quindi il problema dove sta? Questi numeri certificano che qui non c'è nessuna emergenza, non viene violato alcun diritto e chi vuole liberarsi del feto sgradito lo può fare praticamente ovunque. Ma c'è di più. Sempre secondo i dati ministeriali, «nel 2017 oltre un'interruzione volontaria di gravidanza su 5 è stata ottenuta con una pillola abortiva».Vuol dire che si può abortire senza fatica anche se ci sono tanti obiettori: ricorrere alla pillolina è sempre più semplice e veloce, anche grazie alle simpatiche battaglie condotte da organizzazioni di sinistra e sindacati. La verità è che in Italia gli unici a rischio discriminazione sono proprio gli obiettori. Negli ultimi tempi subiscono attacchi di ogni tipo, per lo più pretestuosi. Verso la fine di dicembre per le strade di alcune città sono apparsi manifesti realizzati dall'Uaar (l'unione degli atei e degli agnostici) con uno slogan molto diretto: «Testa o croce? Non affidarti al caso! Chiedi subito al tuo medico se pratica qualche forma di obiezione di coscienza». In sostanza, invitavano alla schedatura dei professionisti non allineati. Per quei manifesti, ovviamente non ci sono state polemiche. Mentre i cartelloni contro l'utero in affitto e l'aborto affissi da associazioni come Pro vita e Generazione famiglia sono stati duramente contestati e rimossi. Ora le affermazioni del Consiglio d'Europa saranno utilizzate dai soliti noti per alimentare la propaganda. Ma la realtà parla una lingua diversa: gli aborti stanno diminuendo e qualcuno non va bene. Come sempre avviene, si riempiono la bocca con la difesa dei «diritti delle donne» e con la «lotta alla discriminazioni». Ma, dietro le paroline dolci e i toni moderati, continuano a fare il tifo per l'ecatombe. Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-rimprovera-litalia-pretende-che-da-noi-si-abortisca-di-piu-2626989096.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="a-new-york-la-pena-di-morte-esiste-soltanto-per-gli-innocenti" data-post-id="2626989096" data-published-at="1767331349" data-use-pagination="False"> A New York la pena di morte esiste soltanto per gli innocenti Venerdì 18 gennaio si è tenuta la March for Life a Washington per ribadire il valore della vita umana innocente e parallelamente per criticare la storica e micidiale sentenza Roe vs. Wade. Sentenza che nel 1973 legittimò l'interruzione di gravidanza negli Stati Uniti. Aprendo la strada a una quantità enorme di leggi simili, come la 194 da noi, che in fondo si basarono anche sul prestigio politico che gli Stati Uniti, vincitori della guerra e avanguardia del capitalismo, godevano nell'intero mondo occidentale. All'opposto del predecessore Barack Obama, il repubblicano Donald Trump più di una volta ha espresso il suo compiacimento per la marcia, definita come una lotta in nome dell'amore e la tutela dei bambini. Ed è intervenuto direttamente a sostegno dei pro life, in America molte ben organizzati e diffusi. Il vicepresidente Mike Pence, presente anche quest'anno alla marcia con sua moglie, ha dichiarato di voler sperare di assistere «durante la propria vita» alla fine dell'aborto legale. Lo Stato di New York però, tra i più progressisti, filodemocratici e meno trumpiani del Paese, ha appena approvato una norma che permetterebbe, per qualunque ragione di difficoltà della madre e per qualunque malattia riscontrata nel feto, la soppressione del nascituro sino al momento che precede la nascita. «Con la firma di questo disegno di legge, vogliamo inviare un chiaro messaggio secondo cui, qualunque cosa accada a Washington, le donne di New York avranno sempre il diritto fondamentale di gestire il loro corpo», ha detto il governatore Andrew Cuomo, approvando con giubilo degno di miglior causa, il Reproductive Health Act. Ma se il nascituro può nascere e di fatto spesso e volentieri nasce (e sopravvive) a 8 mesi e perfino a 7, come può non essere infanticidio, la sua soppressione a 9? A partire dalla seconda guerra mondiale esiste un variegatissimo fronte che reclama ovunque l'abolizione della pena capitale. È un fronte che si appella a Beccaria e che auspica la scomparsa della pena più antica del mondo dai codici penali di tutti gli Stati del pianeta. All'inizio, era prevalentemente diretto da ambienti laici e marxisti, ma poi si è allargato assai, comprendendo i radicali, molti conservatori e lo stesso papa Francesco. Lo Stato di New York già nel 2007, nell'autonomia che caratterizza gli Stati della federazione, ha soppresso definitivamente la pena di morte, pena che non veniva già data dal 1976. E l'ha perfino dichiarata incostituzionale con un parere della propria corte suprema, approvato dall'allora governatore Eliot Spitzer. Come si fa però a volere l'abolizione della pena di morte per i delinquenti più incalliti - visto che essa dove esiste è prevista per assassini e terroristi e non certo per ladri di pollame o di biciclette - e poi voler sopprimere il bambino pienamente formato nel ventre materno? Il ministero della Salute ha appena pubblicato la cifra degli aborti legali in Italia, che ammonterebbero a 80.733 per quanto riguarda l'anno 2017. La stampa ha parlato di un calo netto rispetto all'anno precedente (di quasi il 5%) e questo non può dispiacere ad alcuno. Ma ciò che aumenta più o meno ovunque è il numero degli obiettori di coscienza, ovvero di coloro che rifiutano di praticare un intervento di aborto nel mondo intero. Il governatore democartico Cuomo e tutti i gruppi di pressione in favore dell'aborto dovrebbero chiedersi come mai, moltissimi uomini di scienza come i medici e i chirurghi, disposti per professione e missione a fare qualunque tipo di operazione medico-sanitario, non vogliano praticare soltanto la cosiddetta interruzione di gravidanza. Non è il segno che dietro questo millantato diritto ci sia, come diceva Giovanni Paolo II, un reale delitto? Fabrizio Cannone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-rimprovera-litalia-pretende-che-da-noi-si-abortisca-di-piu-2626989096.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-diritti-non-centrano-e-infanticidio" data-post-id="2626989096" data-published-at="1767331349" data-use-pagination="False"> I diritti non c’entrano: è infanticidio Lo stato di New York ha reso legale l'aborto fino al nono mese. Il One World Trade Center si è illuminato di rosa per festeggiare l'approvazione di una legge sull'aborto che permette di abortire fino al nono mese, per qualunque ragione. E permette anche al personale sanitario - non necessariamente medico - di effettuare aborti, così che se non si troveranno in numero sufficiente medici disposti a fare questo scempio, i paramedici potranno ovviare. Io sono nata di sette mesi: tra l'altro sono nata a casa. Niente culla termica e niente incubatrice. E sono sopravvissuta. Un bambino di sette, otto e ancora di più nove mesi è vitale, è in grado di sopravvivere fuori dal corpo della madre. Perché ucciderlo? Immaginiamo una donna incinta di sette, otto oppure ormai di nove mesi che improvvisamente si rende conto che non vuole il suo bambino. Nel 90% dei casi si tratta di quello che in psicologia si chiama sindrome di Medea: è successo qualcosa di terribile col padre del bambino. Forse ha picchiato la madre, forse l'ha tradita: e la donna non vuole più essere madre di suo figlio. Nell'aborto fino al sesto mese la morte del feto è un effetto collaterale. La donna vuole ritornare unica utente del proprio corpo, utero incluso. Il piccolino viene espulso, agonizza un pochino tra le garze sporche e poi muore. Nell'aborto dopo il sesto mese, soprattutto dopo il settimo, il feto è vitale. Basterebbe farlo nascere vivo e darlo in adozione: la donna ritorna unico utente delle sue viscere. Immaginiamo un medico, non solo laureato in medicina, ma un medico vero, degno di questo nome, che combatta per la vita e per non nuocere. Immaginiamo che questo medico si trovi di fronte una donna, incinta di otto mesi, che gli dica: «Quel bastardo mi ha tradito e mi ha picchiato, io non voglio mettere il mondo suo figlio, fai fuori questo scarafaggio». Un medico per bene risponde: «Certo signora, ha ragione signora, non si preoccupi. Ora le induco il parto e poi daremo in adozione il bimbo. Lei non lo vedrà mai più». Il sanitario dello stato di New York, invece, davanti una situazione di questo genere fa un aborto a nascita parziale, induce il parto e uccide il bambino quando è parzialmente nato. Se il bimbo nasce vivo e piange, non si può più uccidere, perché è legalmente omicidio. Quindi è necessario che non nasca vivo e che non pianga. Il sanitario induce il parto, durante il parto fa una manovra che lo rende podalico, poi estrae il corpicino del bimbo dai piedi e mentre lui sta scalciando, mentre ha ancora la testa nella vagina della signora che non definiamo madre perché non è il caso, gli recide il midollo spinale a livello delle vertebre cervicali. Il corpicino si affloscia. Il parto podalico è una complicazione per la madre. Occorre quindi una tecnica particolare perché il bimbo non nasca vivo, una tecnica più complicata e più pericolosa per la madre del parto semplice col piccolo che nasce vivo. Quel bimbo poteva nascere vivo. La scelta della madre, non lo voglio nel mio utero, non c'entra più. Quella scelta poteva essere rispettata facendo semplicemente nascere il bimbo e dandolo in adozione, con un parto più semplice per la madre di quello necessario all'aborto a nascita parziale. Lo stato di New York quindi è arrivato all'infanticidio, non rispetta più il desiderio della donna di avere l'utero di nuovo vuoto, ma rispetta il suo desiderio di avere il figlio morto, anche a costo di una tecnica di parto più pericolosa per lei. L'odio per il figlio che si manifesta con suo assassinio. Inginocchiamoci tutti e chiediamo perdono di far parte di questo umanità. Silvana De Mari <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-consiglio-deuropa-rimprovera-litalia-pretende-che-da-noi-si-abortisca-di-piu-2626989096.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="nellolanda-delleutanasia-libera-1-decesso-su-4-e-per-mano-medica" data-post-id="2626989096" data-published-at="1767331349" data-use-pagination="False"> Nell’Olanda dell’eutanasia libera 1 decesso su 4 è per mano medica Negli stessi giorni in cui il radicale Marco Cappato ha lamentato il «forte ritardo» del nostro Parlamento sul fine vita dopo che la Corte Costituzionale, l'ottobre scorso, ha segnalato un vuoto legislativo in materia, una nuova inchiesta sull'eutanasia legale sta sollevando interrogativi inquietanti. A realizzarla non è stata qualche testata riconducibile alla galassia pro life, ma il britannico Guardian, con un lungo approfondimento firmato da Christopher de Bellaigue. L'inchiesta, significativa fin dal titolo - «Morte su richiesta: l'eutanasia è andata troppo oltre?» -, è interessante perché non si pone in un'ottica di aprioristica contrarietà al diritto di morire, anzi. Va però a mettere a fuoco, senza sconti, gli effetti sociali della legalizzazione della «dolce morte», e lo fa esaminando il caso dell'Olanda, che nel 2001 è stato il primo Paese al mondo a introdurla. Per vederci chiaro sull'esperienza olandese, de Bellaigue ha parlato con diversi bioeticisti e medici non contrari all'eutanasia, i quali però iniziano a sollevare dei dubbi. Come Theo Boer, che per ben 9 anni, dal 2005 al 2014, è stato membro di uno dei cinque consigli regionali istituiti per esaminare le richieste di morte, ma che ora non nasconde il proprio scetticismo. «Il processo d'introduzione della legislazione sull'eutanasia fu inizialmente accompagnato dalla volontà di trattare i casi più strazianti, forme di morte davvero terribili», ha spiegato Boer al Guardian. «Il problema», ha aggiunto, «è che poi si sono verificati cambiamenti importanti nel modo con cui viene applicata la legge. Sì è messo in moto qualcosa che abbiamo scoperto avere ben più conseguenze di quante ne avessimo mai immaginate». Dei comitati regionali per monitorare l'eutanasia faceva parte anche la dottoressa di Berna van Baarsen, la cui storia La Verità ha raccontato esattamente un anno fa, la quale è giunta a rassegnare le proprie dimissioni perché stanca degli abusi cui era costretta ad assistere. Del resto, che la situazione olandese sia oramai fuori controllo è dimostrato dagli stessi dati: i 1.882 casi di morte on demand del 2002 sono diventati 3.695 nel 2011, 5.306 nel 2014 e addirittura 6.585 nel 2017. Numeri che descrivono un'impennata costante e che diventano ancor più allarmanti se confrontati col totale dei decessi nel Paese. Infatti, se già nel 2012, come stimato da Wesley J. Smith su National Review, i casi di eutanasia rappresentavano il 12% del totale delle morti olandesi, oggi ammontano a circa il 25%. In pratica, una morte ogni quattro avviene per mano medica. Un mortifero dilagare dovuto essenzialmente all'allargamento della platea dei destinatari della «dolce morte», in una prima fase riservata solo ai malati terminali ma ora disponibile anche per i malati cronici, le persone affette da demenza e perfino per i pazienti psichiatrici. Di questi ultimi, nel 2017 ne sono stati eliminati con iniezione letale ben 83. Si sono perfino verificati, segnala Smith, casi di eutanasie di coppia perché uno dei due partner temeva la vedovanza. Senza dimenticare, poi, i decessi avvenuti in assenza di qualsivoglia precedente richiesta di morte: solo nel 2015, secondo le statistiche, se ne sono registrati 431. Le perplessità dei bioeticisti però oggi riguardano soprattutto le morti di persone che non sono affatto malate terminali. «Quando si aiuta a morire un paziente malato terminale», ha sottolineato il già citato Boer, «si sa che, anche se la sua decisione è problematica, quella persona sarebbe morta comunque e di lì a poco. Ma quando si tratta di una persona che avrebbe potuto vivere decenni, è poi difficile togliersi dalla mente che, anziché morire, avrebbe potuto trovare un nuovo equilibrio nella sua vita». Ciò che colpisce è che il pur emergenziale dilagare dell'eutanasia, in Olanda, non impensierisce più l'opinione pubblica. Viene semplicemente accolto come un dato di fatto. «Nei Paesi Bassi molte persone sostengono che quel processo ora è irreversibile», chiosa il giornalista del Guardian. «Ciò significa forse che gli olandesi sono persone orribili e macabre? Assolutamente no», commenta Smith, «ma sono logici. E una volta che la popolazione ha ampiamente accettato la premessa che uccidere è una risposta accettabile alla sofferenza, significa che il Paese ha abbracciato questa convinzione con tutte le sue conseguenze». Una considerazione conclusiva che, per chi ha orecchie per intendere, ha il sapore del monito.Giuliano Guzzo
Andy Warhol. Ladies and Gentlemen (Wilhelmina Ross), 1975. Pittsburgh, The Andy Warhol Museum, Founding Collection, Contribution The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts, Inc., 1998.1.167 © The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts Inc., by SIAE 2025
1. Metafisica/Metafisiche
21 gennaio - 21 giugno 2026. Palazzo Reale, Miano
Un progetto espositivo vasto, dislocato in 3 diversi musei milanesi (Palazzo Reale, il Museo del Novecento e Palazzo Citterio), che mette in dialogo i grandi Maestri della Metafisica (Giorgio de Chirico, Alberto Savinio, Carlo Carrà, Filippo de Pisis, Giorgio Morandi ) con gli « eredi» internazionali e con gli «allievi » del XX e XXI secolo. Esposte a Palazzo Reale circa 400 opere tra dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design oltre a plastici e modelli architettonici, illustrazioni, fumetti, riviste, video, vinili con prestiti nazionali e internazionali provenienti da più di 150 istituzioni tra pubbliche e private, gallerie, archivi e prestigiose collezioni private.
2. I Macchiaioii
3 febbraio – 14 giugno 2026. Palazzo Reale, Miano
A Palazzo Reale di Milano una grande retrospettiva con oltre 100 capolavori del movimento pittorico che rivoluzionò l'Ottocento italiano, anticipò l'Impressionismo ed ebbe un ruolo attivo nel Risorgimento. In mostra fra gli altri, opere di Fattori, Lega e Signorini, in un’esposizione e che è frutto degli ultimi studi sui Macchiaioli da parte dei tre esperti italiani più autorevoli del movimento: Francesca Dini, Elisabetta Matteucci e Fernando Mazzocca
3. Le Alchimiste
7 febbraio - 27 settembre 2026. Palazzo Reale, Miano
Sarà allestita nella Sala delle Cariatidi Le Alchimiste, la nuova imponente mostra di Anselm Kiefer, tra i più influenti artisti contemporanei. L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Gabriella Belli, nasce da un progetto avviato nel 2023 e presenta oltre quaranta grandi teleri, concepiti appositamente per dialogare con la drammatica bellezza di questo luogo, pesantemente segnato dal bombardamento del 1943. Attraverso la sua pittura materica e simbolica, l’artista restituisce volti e corpi cancellati dalla storia, riconoscendo alle alchimiste (a Caterina Sforza,scienziata e condottiera, in primis…) un ruolo cruciale nella nascita del pensiero scientifico moderno.
4. Barocco. Il Gran Teatro delle Idee
21 febbraio - 28 giugno 2026. Museo Civico San Domenico, Forlì
In un inedito confronto con il Novecento, che offrirà un’occasione unica per cogliere il sorprendente dialogo tra due epoche lontane ma intimamente legate da un’inquietudine formale ed esistenziale, la mostra intende restituire una visione complessiva della cultura barocca vista attraverso i suoi protagonisti, i committenti, il ruolo di Roma e delle corti europee. Oltre 200 le opere esposte, che spaziano da Guercino a De Chirico, da Rubens a Boccioni, da Borromini a Melotti.
5. Zandomeneghi e Degas. Impressionismo tra Firenze e Parigi
27 febbraio – 28 giugno 2026. Palazzo Roverella, Rovigo
Una mostra che mette in dialogo un protagonista dell’arte italiana dell’Ottocento e uno dei nomi più incisivi della scena europea: Federico Zandomeneghi (Venezia 1841 – Parigi 1917) ed Edgar Degas (Parigi 1834 – 1917), legati da una lunga e profonda amicizia parigina. Il percorso espositivo, curato dalla storica dell’arte Francesca Dini, illumina affinità, rimandi e sorprendenti convergenze tra due maestri capaci di ridefinire lo sguardo moderno ed è reso unico da prestiti nazionali e internazionali di straordinaria qualità, provenienti da importanti musei e collezioni.Fra le opere esposte, la celebre Dans un café di Degas e la spendida Bambina dai capelli rossi di Zandomeneghi.
6. Mark Rothko
14 marzo - 23 agosto 2026. Palazzo Strozzi, Firenze
Indiscusso maestro dell’arte moderna americana, la mostra permette di ripercorrere l’intera carriera di Rothko (1903-1970) attraverso oltre 70 opere provenienti da prestigiose collezioni private e dai più importanti musei internazionali. Curato dal figlio Christopher Rothko e da Elena Geuna, da Palazzo Strozzi il progetto si estende poi a tutta la città di Firenze, coinvolgendo due luoghi particolarmente cari all’artista: il Museo di San Marco, con opere in dialogo con gli affreschi di Beato Angelico, e il Vestibolo della Biblioteca Medicea Laurenziana progettato da Michelangelo.
7.Andy Warhol. Ladies and Gentlemen
14 Marzo - 19 Luglio 2026. Palazzo dei Diamanti, Ferrara
Un evento di respiro internazionale che non è solo una mostra su Warhol, ma una riedizione - a 50 anni di distanza - della trasgressiva esposizione che l‘artista in persona aveva presentato in Italia e che aveva segnato un punto di svolta nella sua produzione e nell’arte del tempo. Con Ladies and Gentleman, infatti, Warhol aveva per la prima volta eletto a protagonisti del proprio lavoro anonime drag queen afro-americane e portoricane, piuttosto che icone della società dello spettacolo sulle quali si era concentrato fino a quel momento. Esposta a Ferrara un’ eccezionale selezione di oltre 150 ritratti, tra acrilici, disegni, serigrafie e Polaroid, provenienti da importanti musei e collezioni, europei e americani.
8.Van Dyck l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova e Londra
20 Marzo 2026 - 19 Luglio 2026. Palazzo Ducale, Genova
Con un numero straordinario di opere di Van Dyck (58 in dieci sezioni tematiche) prestate dai più grandi e autorevoli musei d’Europa, l’esposizione genovese è senza dubbio la più grande mostra sul maestro fiammingo degli ultimi venticinque anni. Curata da Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen - affiancate da un comitato scientifico onorario internazionale composto da prestigiosi studiosi italiani e stranieri - la mostra permette al pubblico di ammirare opere di straordinario valore, fra cui spiccano il primo autoritratto che si conosca del pittore, eseguito quando Van Dyck era ragazzino, il Ritratto dei Principi Palatini, Sansone e Dalila, il modernissimo studio per la figura di San Gerolamo e Le quattro età dell’uomo. Per chi volesse ammirare altre opere di Van Dyck e dei suoi contemporanei nordici, la mostra prosegue nei meravigliosi spazi dei Musei di Strada Nuova (Palazzo Rosso e Palazzo Bianco) , facendo di Genova, a città dove Van Dyck risiedette a lungo e dove ha lasciato segni tangibili della sua presenza, teatro perfetto per le opere di questo grande Maestro.
9.Obey
6 maggio - 6 settembre 2026. Galleria d’Italia, Napoi
In continuità con il progetto dell’artista JR Chi sei Napoli? realizzato a Napoli nel 2024, una nuova iniziativa sarà realizzata alle Gallerie d’Italia con l’artista e illustratore statunitense Frank Shepard Fairey, in arte Obey , street artist di fama mondiale noto per aver realizzato, tra l’altro, il manifesto Hope, che riproduce il volto stilizzato di Barack Obama in quadricromia.
10. Arnaldo Pomodoro
29 maggio – 18 ottobre 2026. Galleria d’Italia,Milano
Allestita alle Gallerie d’Italia milanesi, curata da Luca Massimo Barbero e Federico Giani in collaborazione con Fondazione Arnaldo Pomodoro, la mostra celebrerà il centenario della nascita di uno dei più grandi scultori italiani contemporanei. A raccontare il percorso artistico di Arnaldo Pomodoro una selezione di lavori in prestito dalla Fondazione, posti in dialogo con esemplari dell’artista presenti nelle collezioni di Intesa Sanpaolo.
LA BIENNALE DI VENEZIA
In Minor Keys: sarà questo il titolo della 61esima Biennale d’arte di Venezia, che si terrà dal 9 maggio al 22 novembre 2026. La scelta del tema e l’intero progetto espositivo resteranno quelli pensati da Koyo Kouoh, la curatrice camerenunse-svizzera (e la prima curatrice africana della Biennale Arte) prematuramente scomparsa lo scorso 10 maggio 2025, pochi mesi dopo la sua nomina da parte del Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia.
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Tom Selleck, protagonista della serie «Magnum P.I.» con la Ferrari 308 GTS (Getty Images)
La Ferrari 308 comparve sulla stampa alla fine del 1975. Presentata al salone di Parigi, iniziò ad essere prodotta nel dicembre di 50 anni fa. La nuova due posti secchi del cavallino rampante dovette affrontare difficili sfide all’atto della nascita. La crisi del petrolio mordeva il mercato dell’auto mondiale, mentre le politiche fiscali di quegli anni penalizzavano le cilindrate più alte, che Ferrari aveva in listino con i motori a 12 cilindri. In ultima istanza, la nuova nata avrebbe dovuto essere l’erede delle «Dino», le Ferrari con motore a 8 cilindri che presero il nome dal figlio di Enzo Ferrari prematuramente scomparso nel 1956, la cui ultima serie del 1974 disegnata da Bertone non aveva riscosso particolare consenso. La linea della nuova 308, uscita dallo studio di Pininfarina, sarà invece la chiave del successo della nuova sportiva del cavallino. Le forme rispecchiavano in pieno lo stile del decennio, che prediligevano linee tese più che quelle tondeggianti, con un chiaro accenno all’aspetto della sorella maggiore 512 BB 12 cilindri. Il motore era trasversale centrale e per la prima volta un V8 trovava posto sotto il cofano di una vettura a marchio Ferrari e non Dino.
La cilindrata era di 2.926cc erogante una potenza di 255 Cv. Alimentato da 4 carburatori Weber doppio corpo, la 308 raggiungeva la velocità di punta di 252 km/h ed un’accelerazione da 0 a 100 km/h in 6,5 secondi. I primi esemplari furono costruiti con carrozzeria in vetroresina dalla carrozzeria Scaglietti, che ne produsse poco più di 700 esemplari fino al 1977. La fibra di vetro garantiva particolare riduzione di peso (poco più di 1.000 kg a vuoto) rendendo brillanti la maneggevolezza e le prestazioni. Fu l’enorme successo della 308 GTB (dove G sta per Granturismo, T per motore trasversale e B per berlinetta) a costringere la casa di Maranello a proseguire la produzione adottando una più tradizionale carrozzeria in alluminio in quanto il fiberglass non permetteva l’assemblaggio di grandi numeri con un lavoro semiartigianale come quello applicato ai primi esemplari. Alla 308 GTB si affiancò una «scoperta», la 308 GTS (dove S sta appunto per scoperta) dotata di un tettuccio rimovibile del tipo «targa». Fu questo modello in particolare a rendere celebre in tutto il mondo la Ferrari 308, quando fu scelto per la serie tv americana «Magnum P.I.». Il protagonista, interpretato da Tom Selleck, fu accompagnato per tutte le puntate dalla 308 GTS rossa che entrò così nelle case di milioni di telespettatori. Dal 1980 i motori ricevettero l’iniezione elettronica al posto dei carburatori doppio corpo e nel 1984 nacque la 308 «Quattrovalvole», più affidabile di quella a carburatori e più brillante della precedente versione a iniezione che era stata criticata per l’eccessivo depotenziamento. La 308 fu uno dei più grandi successi commerciali per la casa di Maranello con circa 12.000 esemplari di tutte le serie prodotti fino al 1985. La 8 cilindri segnò la strada per i modelli successivi come la 328, di fatto un’evoluzione della 308 con la quale condivideva la meccanica e l’estetica di base. Oggi la versione in vetroresina è la più ricercata dai collezionisti e raggiunge quotazioni attorno ai 300.000 euro.
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iStock
Il 2026 in televisione è fatto di ritorni e conferme: sequel, reboot e spin-off dominano l’anno. Da Scrubs a The Boroughs, da American Love Story a Blade Runner 2099, fino a Portobello di Bellocchio, le serie più attese mescolano nostalgia e novità.
Non sono tante le novità quanti i ritorni, a segnare il 2026 da un punto di vista televisivo. E, mentre sui social network si corre la gara dei buoni propositi, affannandosi a mettere nero su bianco - con fotografie, lunghe tirate e parole pompose - quel che di buono si vuole fare, verrebbe quasi da trovarci un che di retorico nella scelta. Come a dire che pure i grandi produttori abbiano voluto imparare a farsi bastare quel che già c'è anziché investire energie e malumori nell'eterna ricerca di quel che manca. Potrebbe darsi, potrebbe essere. Fatto sta che l'anno appena incominciato presenta poca originalità in termini di serie televisive. Piuttosto, sono le conferme a renderlo ricco: le seconde, terze, quarte stagioni, i reboot, i revival, i prequel o gli spin-off, parte dei quali abbiamo provato a riassumere di seguito.
I sette quadranti
Agatha Christie, di nuovo. Chris Chibnall, ex showrunner di Doctor Who, ha deciso di adattare per il piccolo schermo The seven dials mystery, romanzo datato 1929. Ambientata nell’Inghilterra del 1925, la storia ruota attorno a un gruppo di giovani aristocratici, scosso da una morte apparentemente accidentale e da un enigma, scandito da sette misteriosi quadranti. La storia, forse, è nota, ma il cast, guidato da Helena Bonham Carter e Martin Freeman, promette di far della serie un gioiellino, se non originale, per certo capace di confortare e appagare gli amanti del genere. Su Netflix dal 15 gennaio 2026
Scrubs, reboot
Spiegare cosa sia stata la serie a chi non l'abbia vissuta è pressoché impossibile. Ma chi abbia seguito, anche solo in parte, le peripezie di JD e amici, a quindici anni dalla loro fine, non può non accendersi all'idea di ritrovarle. Le porte del Sacro Cuore tornano ad aprirsi, i suoi corridoi ad affollarsi. Gli amici di allora tornano a muoversi, più stanchi, più cinici, ma sempre parte di una medicina fatta di turni massacranti e tagli perpetui alle risorse. Si ride ancora, di quella risata un po' amara che, nel reboot, è figlia, soprattutto, del presente. Scrubs, così come è stato ripensato, è calato all'interno di un sistema sanitario post-pandemico, in cui l'intelligenza artificiale ha preso il sopravvento e così la precarietà emotiva delle nuove generazioni di specializzandi. Su Disney+ dal 25 febbraio
American Love Story
Un'altra antologia, firmata da Ryan Murphy. Con la sua dose di dramma, ma senza il ricorso - diventato cifra stilistica - all'inquietudine e al soprannaturale. American Love Story, nata dalla costola degli American Story, siano Horror o che altro, è la cronaca di un rapporto tanto problematico quanto mediatico, quello fra John F. Kennedy Jr. e Carolyn Bessette-Kennedy. Lo show, che i Kennedy hanno già tacciato di sciacallaggio, dovrebbe ricostruire tutto: la fascinazione mediatica degli anni Novanta e il disfarsi della coppia, avvenuto sotto lo sguardo morboso dei tabloid, per arrivare, infine, alla tragedia di Martha's Vineyard. Questo, con Naomi Watts ad interpretare l'iconica Jaqueline Kennedy. Su Disney+ da febbraio 2026
The Boroughs
La serie dovrebbe inaugurare un nuovo ciclo, a cura dei Duffer Brothers, quelli di Stranger Things. Non dovrebbero, però, esserci bambini-eroi a popolarlo, ma vecchietti straniti da un incontro inatteso con il soprannaturale. La serie, infatti, pare ambientata all'interno di una residenza per anziani nel deserto del New Mexico, il deserto in cui un gruppo di pensionati scopre la quiete del luogo essere posticcia. Dietro quella calma apparente, dietro la facciata di sorrisi e cura, si celerebbe una minaccia sovrannaturale pronta a rubare loro l’unica cosa che non possono più permettersi di perdere: il tempo. Su Netflix, in data da definirsi
Nord Sud Ovest Est
Un'altra stagione, contraddistinta dal titolo di un'altra canzone. Nord Sud Ovest Est non è un originale, ma il prosieguo dello show che, su Sky, ha saputo ripercorrere la genesi degli 883. Hanno ucciso l'Uomo Ragno è partita dalle fatiche del liceo, da Pavia, la noia diventata arte. Questa seconda stagione va oltre, ritrovando Max Pezzali e Mauro Repettonel momento esatto in cui il loro progetto musicale prende davvero il volo. C'è la nostalgia, dunque, degli anni che furono, le sonorità dei Novanta. Ma c'è, anche, il tentativo di raccontare quanto costi, in termini umani, di amicizie e opportunismi, il successo. Su Sky, in data da definirsi
Blade Runner 2099
Dovrebbe arrivare quest'anno, dopo ritardi e nuove scadenze. Blade Runner 2099, chiamata a recuperare quanto iniziato da Blade Runner 2049, dovrebbe essere ambientata cinquant'anni dopo l'universo replicante, così come lo ha immaginato e raccontato Denise Villeneuve. Il confine, dunque, atto a separare gli esseri umani dalle loro copie artificiali dovrebbe essere ancora più labile, l'urbanizzazione della Terra ormai fuori scala. Su Amazon Prime Video, in data da definirsi
Portobello
Portobello è la serie più attesa fra quelle italiane. Marco Bellocchio, dopo Esterno notte, l'ha portata in anteprima al Festival del Cinema di Venezia, nel settembre 2025. La storia è quella di Enzo Tortora, travolto da un'accusa che si sarebbe rivelata falsa, quella di collusione con la Camorra. Ma è, altresì, la storia di un uomo la cui vita è stata distrutta senza riguardo: è una storia di televisione, di spettacolo e malagiustizia, di una gogna mediatica per la quale nessuno mai si è trovato a pagare. Su Hbo Max, in data da destinarsi
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Alexander Isak (Ansa)
Il giocatore prometteva bene, dopo la buona stagione dell'anno passato al Newcastle. Ma non è andata come si sperava. Alla fine è arrivato anche uno stop fisico che ha interrotto un inserimento già complicato, con pochi gol e assist. Prima dell’infortunio il contributo in campionato dello svedese è stato modesto, insufficiente per un investimento di quella portata. Nello stesso mercato, sempre ad Anfield, è arrivato Florian Wirtz, operazione da oltre cento milioni complessivi. Talento indiscutibile, estetica raffinata, ma numeri a lungo assenti: poche reti, pochi assist, un impatto inferiore a quello che il prezzo faceva sognare. È la distanza tra bellezza e incisività, che nel calcio moderno pesa quanto un risultato.
Il Manchester United ha vissuto una dinamica simile con Matheus Cunha. Pagato circa 62 milioni di sterline, quasi 72 milioni di euro, doveva portare dal Wolverhampton strappi, creatività e gol. Finora ha restituito poco sul piano statistico, appena tre reti, lasciando la sensazione di un acquisto ancora fuori fase rispetto al contesto e alle aspettative. Non è una bocciatura definitiva, ma è l’ennesima dimostrazione di come in Premier il costo amplifichi tutto: giudizi, pressione, fretta.In Serie A le cifre sono più contenute, ma le delusioni seguono una logica simile. Il Milan ha investito circa 37 milioni per Christopher Nkunku, un’operazione importante per il calcio italiano. L’impatto, però, è stato marginale: presenza discontinua, pochi minuti realmente decisivi, nessuna svolta offensiva. Sono arrivati tre gol, uno in Coppa Italia e due in campionato. Negli ultimi giorni si è parlato di una sua possibile cessione in Turchia. Ma domani a quanto pare sarà titolare nella trasferta di Cagliari.
Ancora più sfortunata la vicenda di Ardon Jashari, pagato oltre 35 milioni e fermato quasi subito da un grave infortunio. Qui il mercato si è scontrato con il fattore più imprevedibile: il corpo. Il prezzo resta a bilancio, il rendimento resta sospeso.Eppure, mentre i riflettori seguono i grandi assegni, il calcio continua a produrre valore lontano dalle copertine. In Premier League i casi più interessanti nascono spesso da investimenti medi o bassi, non da quelli monstre. Il Sunderland ha trovato stabilità grazie a Robin Roefs, portiere pagato poco più di 9 milioni di sterline, diventato titolare affidabile con una serie di clean sheet che valgono punti veri. Il Crystal Palacs ha puntato su un mercato contenuto, spendendo 55 milioni di euro e ottenendo rendimento immediato senza dover trasformare giocatori in simboli. Il Brighton continua a confermare il suo modello: esterni offensivi e centrocampisti pagati tra i 12 e i 18 milioni che garantiscono intensità, assist e sostenibilità. La squadra è a metà classifica, ad appena 8 lunghezze dal Liverpool. In Italia il discorso è ancora più netto. L’Atalanta ha investito circa 17 milioni per Nicola Zalewski, ottenendo corsa, duttilità e continuità. Anche la Juventus, con un mercato da 200 milioni di euro, non ha ricevuto al momento quanto sperato dalle novità arrivate. Anche se Edon Zhegrova e Jonathan David sembrano a poco a poco ingranare. Di sicuro uno dei colpi migliori dei bianconeri degli ultimi anni è stato Khéphren Thuram, pagato intorno ai 20 milioni, si è dimostrato un centrocampista dominante per presenza e affidabilità. Il Bologna ha costruito un’altra stagione solida su acquisti sotto i 10–12 milioni, trasformati in titolari grazie a un sistema che valorizza il collettivo più del nome. E poi c’è il caso che racconta meglio di tutti il senso di questa stagione: Adrien Rabiot al Milan. Arrivato senza costo di cartellino, solo con il peso dell’ingaggio, è diventato subito uno dei perni del centrocampo, con minuti, leadership e inserimenti decisivi. Nessuna cifra-record a schiacciarlo, solo rendimento. Il paradosso è evidente.
I flop più fragorosi nascono quasi sempre dall’eccesso, dall’illusione che il mercato possa comprare certezze. I successi più solidi emergono dalla misura: 8, 10, 15, 20 milioni spesi bene possono incidere più di investimenti cinque volte superiori. Spendere tanto non significa sbagliare, ma significa alzare l’asticella del giudizio, trasformare ogni partita in un processo. Spendere meno consente al calcio di respirare, di crescere senza rumore. E ora, con l’apertura imminente della finestra di mercato di gennaio, questo equilibrio tornerà al centro delle scelte: per correggere errori costosi, ma anche per dimostrare, ancora una volta, che nel calcio il valore vero non si compra a colpi di milioni, si costruisce sul campo.
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