2018-09-13
Donald Trump e Giorgia Meloni (Getty Images)
Il repubblicano pare alla deriva. Tuttavia, con gli States bisogna fare i conti. Di fronte a questa realtà, l’opposizione si mostra comunque quasi compiaciuta, come se a essere offesi non siano stati tutti i cittadini.
Da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ci ha dato numerosi esempi di quella che è stata definita la strategia del pazzo. Per sorprendere gli avversari, o anche solo gli interlocutori, il 47° presidente degli Stati Uniti ha infatti usato spesso la tecnica affinata negli anni da imprenditore: prima l’attacco, anche sgangherato, con calci negli stinchi a chi ha davanti, e poi l’invito a trattare, con la certezza di aver intimidito e messo in serio imbarazzo la controparte, che dunque è costretta a discutere in condizioni di disagio.
Tuttavia, a distanza di oltre un anno dal suo insediamento, possiamo dire che Trump non sembra più applicare la strategia del pazzo, ma solo la follia.
La sensazione, che giorno dopo giorno lascia spazio alla certezza, è che il commander in chief della prima potenza mondiale non abbia alcun disegno politico nel momento in cui decide di attaccare a testa bassa, ma dia sfogo solo al suo umore del momento, pronto a cambiare opinione appena se ne presenti l’occasione. L’attacco a freddo al presidente del Consiglio probabilmente rientra in questa fase, perché, comunque si valutino le parole rilasciate dal presidente americano al corrispondente de La7, si capisce non soltanto che non hanno nulla di diplomatico, ma che non hanno alcun obiettivo. Dire che Giorgia Meloni lo ha implorato di fare una foto insieme, come una fan qualsiasi di fronte a un influencer, a che serve se non a incanaglire i rapporti tra Stati Uniti e Italia? Che senso ha aggiungere di essere dispiaciuto per lei? Così come non aveva avuto alcuna utilità attaccare Papa Leone XIV, perché quando si parla di conflitti un Pontefice non può fare altro che condannare la guerra, Trump insulta il premier.
Del resto, avevamo già avuto modo di testare questo modo di fare con altri leader, a partire da Volodymyr Zelensky. Ma se l’aggressività mostrata nei confronti del presidente ucraino in visita alla Casa Bianca poteva essere scattata in seguito all’insistenza del leader in mimetica, quella nei confronti dei partner europei non ha alcuna spiegazione. Uno dopo l’altro non c’è capo del governo europeo che non sia stato raggiunto dagli strali di Trump: da Keir Starmer a Emmanuel Macron, da Pedro Sánchez a Friedrich Merz, non un solo leader si è salvato, salvo poi all’occorrenza essere riabilitato, come accaduto a Macron, passato in pochi mesi dall’essere bollato come uno che sbaglia sempre (e che la moglie prende a pugni in faccia) a diventare il miglior amico.
Sì, le opinioni sui partner di Trump sono molto mutevoli e quasi mai rispondono a un disegno. Semplicemente, alla Casa Bianca c’è un presidente senza filtri, ma con cui, essendo comunque il capo della prima potenza economica e militare, si devono fare i conti.
Proprio per questo, stupisce che ci sia una sinistra che, invece di reagire compatta di fronte a un attacco immotivato e squinternato, si mostra sotto sotto compiaciuta, come se le offese al presidente del Consiglio non siano in sostanza offese al nostro Paese. Qualcuno pensa davvero che se a Palazzo Chigi ci fossero stati Elly Schlein o Giuseppe Conte, Trump sarebbe stato più carino? Che ci sia un premier di destra o uno di sinistra, il commander in chief avrebbe detto le stesse cose e magari anche peggio. Dunque, gioire per le offese gratuite rivolte a Meloni e per le difficoltà che possono rappresentare, non solo è sbagliato, ma contro gli interessi nazionali. Ci si può dividere fin che si vuole sulle scelte di politica interna e l’opposizione ha tutto il diritto di criticare le decisioni del governo. Ma a nessuno dev’essere consentito di mancare di rispetto a chi rappresenta l’Italia, perché significa offendere tutti gli italiani. I quali non supplicano Trump per avere un selfie, ma perché metta fine alle follie che nell’ultimo anno ci hanno costretti a vivere sull’ottovolante. La guerra all’Iran poteva avere delle motivazioni giuste se si fosse posta l’obiettivo di spazzare via un regime canaglia, ma se invece rischia di consolidarlo, le mosse degli Stati Uniti rischiano di condannare gli iraniani e l’intera area a una dittatura ancora più feroce. Altro che dirci, senza che nessuno glielo chieda, che Meloni lo ha supplicato di fare un’istantanea con lui: ci dica come intende uscire dal pantano del Golfo, dove l’America rischia di lasciare la faccia più di quanto non l’abbia persa in Corea, in Vietnam e in Afghanistan.
Un tempo gli Stati Uniti erano definiti i gendarmi del mondo, adesso tra insulti e giravolte come li si può definire? I giullari?
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Il direttore Maurizio Belpietro durante l'evento dello scorso anno. Nel riquadro la locandina della terza edizione de «Il giorno de La Verità», in programma martedì 23 giugno a Roma
Martedì a Roma l’evento del nostro quotidiano con Giorgia Meloni, Guido Crosetto, Giancarlo Giorgetti, Francesco Lollobrigida, Gilberto Pichetto Fratin e Elvira Calderone. Per l’opposizione c’è il leader del M5s, Giuseppe Conte. Dibattiti e analisi su geopolitica, sicurezza, cibo, energia e rivoluzione digitale.
Dalla geopolitica all’economia, dall’energia al lavoro: sulle sfide che stanno ridisegnando l’Italia e l’Occidente, martedì 23 giugno sarà «Il giorno della Verità», la terza edizione dell’iniziativa ideata dal direttore del quotidiano Maurizio Belpietro.
Praticamente tutti i ministri in carica, e i protagonisti di questo momento storico, attraverso speech e interviste esclusive parleranno di economia, politica, difesa e sicurezza, sostenibilità energetica, agroalimentare, lavoro e formazione. L’obiettivo è sempre il solito: mettere nel mirino i nodi cruciali dell’agenda politica nazionale e internazionale mentre però è ancora in corso la guerra tra Russia e Ucraina e l’intesa sulla pace tra gli Usa e Iran appare meno solida di quanto si vorrebbe.
Per la prima volta, un leader dell’opposizione si confronterà con Belpietro nella splendida cornice dell’Acquario romano, lo storico edificio di fine Ottocento a due passi dalla stazione Termini, sede della Casa dell’architettura. La chiusura, come nella scorsa edizione, sarà riservata al faccia a faccia tra Belpietro e il presidente del Consiglio Giorgia Meloni. L’intero evento, costituito da una serie di panel tematici, si potrà seguire in diretta sui nostri canali social e sul sito Web della Verità.
Ad aprire le danze per sviluppare il tema «Una nuova Primav(era)», intervistato sempre da Belpietro, sarà Giuseppe Conte, il leader del M5s già al lavoro nel campo largo in vista delle prossime elezioni politiche.
Delle sfide sulla sicurezza si parlerà nel secondo panel della giornata, con l’intervento dal ministro della Difesa Guido Crosetto. A seguire, lo spazio dedicato all’economia dove sarà protagonista il ministro Giancarlo Giorgetti.
Si guarderà poi in avanti con «La fabbrica del futuro», spazio dedicato alla competitività nella rivoluzione digitale italiana, dove si confronteranno, con la conduzione del vicedirettore della Verità Giuliano Zulin, Georg Gufler, chief executive officer di Doppelmayr Italy, Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Flash entertainment, Stefano Paggi, chief technology e operation officer di Fibercop, Marco Gay, presidente dell’Unione industriali di Torino, e i rappresentanti di Autostrade per l’Italia e Fs.
È intitolato «Il tesoro d’Italia» il panel dedicato a cibo, filiere e sovranità in cui il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, spiegherà quale sarà la sfida per nutrire il futuro. Con la conduzione del condirettore del nostro quotidiano, Massimo de’ Manzoni, nello stesso spazio è previsto l’intervento di Federico Vecchioni, ceo di BF.
Altro argomento di grande attualità e partita decisiva per l’Europa è «L’energia del potere», panel in cui si confronteranno Riccardo Toto, direttore generaledi Renexia, Edoardo Antonio De Luca, head of central affairs di Enel, Lorenzo Fiorillo, director technology, R&D/Digital Eni, Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale Simest.
Seguirà l’intervista a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.
Nello spazio condotto dalla giornalista Rai Manuela Moreno, «Le reti della sovranità», si parlerà di infrastrutture, investimenti e sicurezza energetica nell’era delle crisi. Interverranno Acea, Andrea Giordano, chief infrastructure officer di Adr, Lorenzo Giussani, direttore strategy and growth di A2a.
Inevitabile un focus sul «Lavoro che cambia», con salari, contratti, formazione e occupazione. La domanda cruciale è come alimentare lo sviluppo davanti alla grande trasformazione del mercato. Risponderà nella sua intervista il ministro del Lavoro Elvira Calderone.
Quindi gli interventi di Andrea Stazi, professore di Diritto comparato e Diritto delle nuove tecnologie all’Università San Raffaele di Roma, Rosario Rasizza, ceo di Openjobmetis e presidente di Assosomm, e di Daniele Grassucci, direttore di skuola.net.
Concluderà i lavori, come nella scorsa edizione, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che, intervistata in esclusiva dal direttore Belpietro, oltre al bilancio del suo governo, potrà anticipare i prossimi passi in agenda per chiudere la sua legislatura tra le richieste dei cittadini, la campagna elettorale già iniziata, i sondaggi e il programma della coalizione di centrodestra «incalzata» dal neo Futuro nazionale dell’ex generale Roberto Vannacci.
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Ansa
Nel Paese dei cedri 47 i morti dopo i raid dello Stato ebraico. Annunciato l’ennesimo cessate il fuoco. Che però non regge.
Saltato l’incontro previsto ieri in Svizzera, l’accordo preliminare fra Washington e Teheran resta traballante a causa della situazione in Libano e della discrepanza fra il presidente americano Donald Trump, stranamente convinto d’aver imposto una «resa incondizionata», e il regime degli ayatollah, che in verità ha strappato 14 condizioni.
Fonti diplomatiche hanno fatto trapelare al Financial Times il messaggio con cui gli iraniani, che considerano i casi del Golfo Persico indissolubili da quelli del Libano, hanno rimandato i colloqui: «Noi abbiamo frenato Hezbollah, gli Stati Uniti non riescono a frenare Israele. Finché non lo faranno, non ci presenteremo». Di segno opposto i commenti di Trump: «Non siamo stati noi a cedere per disperazione, ma l’Iran. Sono Finiti! Aspetteremo che scadano i 60 giorni. Non riceveranno un centesimo, nemmeno dieci centesimi!». Ma il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha fatto capire quanto la Persia si senta forte: «Non c’è urgenza di tenere l’incontro in Svizzera, pianifichiamo di tenerlo nei prossimi giorni». Ha aggiunto che ci si siederà al tavolo con gli americani solo «se verranno attuate le clausole 1, 4, 5, 10 e 11», ovvero «la fine delle ostilità su tutti i fronti; la rimozione del blocco navale; l’apertura di Hormuz; la cessazione delle sanzioni Usa contro l’Iran e l’accesso ai fondi e beni congelati iraniani».
Nulla da fare, insomma, finché si spara in Libano e finché, fra Stretto e sanzioni, gli Usa non s’ammorbidiscono. Sul programma nucleare, Baghaei ha chiarito: «Le ispezioni agli impianti nucleari dipenderanno dall’esito dei negoziati e riguarderanno impianti come quello di Bushehr, dove sono state fatte fino a oggi, ma non quelli in cui erano state sospese». Stando al ministero degli Esteri del Cairo e a un portavoce del governo pachistano, è previsto domani un incontro nella capitale egiziana fra i ministri degli Esteri dei Paesi mediatori, Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto. In una telefonata al ministro degli Esteri pachistano Muhammad Ishaq Dar, il suo omologo iraniano Abbas Araghchi gli ha detto che «preoccupano le azioni israeliane in Libano, ogni violazione del memorandum sarà attribuita a Washington». Israele ed Hezbollah hanno proseguito a combattersi, tanto che il Washington Post ha citato analisi dell’intelligence Usa secondo cui «Israele potrebbe minare l’accordo». Axios ha riferito che Israele ed Hezbollah avevano raggiunto un accordo per un cessate il fuoco in vigore dalle ore 16.00 locali, le 15.00 italiane, dopo la mediazione di Stati Uniti e Qatar. Ma l’aviazione israeliana ha ancora bombardato posizioni di Hezbollah a Sejoud, dopo l’inizio del cessate il fuoco, mentre l’artiglieria ebraica ha sparato a Nabatiyeh e droni israeliani hanno volato in ricognizione su Tiro.
Dal canto suo, il capo del movimento sciita libanese filoiraniano, Naim Qassem ha tuonato: «Il progetto di distruggere Hezbollah è fallito, i piani di Israele sono in un vicolo cieco e la vittoria finale, ovvero l’espulsione degli occupanti è inevitabile». Ieri sono stati 47 i morti causati dai raid israeliani nel Paese dei Cedri, reazione a un attacco di Hezbollah che ha ucciso quattro militari israeliani. L’esercito ebraico ha stimato di aver compiuto «150 attacchi», soprattutto su «80 obiettivi nell’area di Nabatieh e altre zone nel sud del Libano». Israele sostiene d’aver ucciso «decine di terroristi Hezbollah», in particolare «due terroristi che scappavano su una motocicletta dopo aver lanciato razzi sulle truppe israeliane». Un attacco nella Valle della Bekaa ha colpito «due quartier generali di Hezbollah da cui operavano terroristi dell’organizzazione».
Intanto lo sblocco dello stretto di Hormuz procede a rilento. A ieri erano passate, nell’arco di 24 ore, 25 navi, fra cui il cargo italiano Grande Torino, del Gruppo Grimaldi, con equipaggio di 3 italiani e 18 filippini, la prima nostra nave a passare dopo 100 giorni, mentre la Farnesina sta lavorando per far uscire dal Golfo Persico anche due navi di MSC. La società petrolifera saudita Aramco ha stimato «580 navi nello stretto e 400 fuori, per tornare a un flusso normale servirà tempo». La Società iraniana dello Stretto ha ribadito che nei 60 giorni prima di un accordo definitivo Usa-Iran non chiederà pedaggio, ma «un preavviso di 48 ore» per le navi intenzionate a passare. L’associazione di armatori Intertanko ha riferito al Guardian che ci sono 80 mine subacquee, deposte dall’Iran, che infestano il canale centrale dello Stretto: «Come un’autostrada con la carreggiata centrale chiusa col solo utilizzo della corsia di emergenza. Ci vorrà tempo per bonificare l’area e le navi rischiano d’incagliarsi sugli scogli della rotta omanita». Se il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot afferma che «la Francia è pronta alla missione navale europea a Hormuz», ma a tregua fissata e a condizione che «gli Stati Uniti rimuovano il blocco e l’Iran liberi le vie di navigazione, il nostro ministro Antonio Tajani dice che «l’Italia farà la sua parte in una cornice internazionale e con cessate il fuoco consolidato». Intanto, per ogni evenienza, i militari americani del comando Centcom restano in allerta in tutto il Golfo e inoltre, secondo il Wall street journal, il vice segretario alla Guerra Usa, Stephen Feinberg, si sarebbe consultato con vari parlamentari del Congresso per ottenere 80 miliardi di dollari in più per il budget del Pentagono, in modo da ripianare le enormi spese di una guerra i cui costi sarebbero aumentati a ben più dei 29 miliardi stimati nei mesi scorsi.
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Keir Starmer (Ansa)
Il rivale laburista, vincendo le elezioni suppletive di Makerfield, mira a guidare il partito e il governo. Il premier: «Non me ne vado».
Due mesi fa era soltanto uno dei tanti nomi che circolavano nei corridoi di Westminster come possibile successore di Keir Starmer. Oggi, invece, molti laburisti lo considerano già il prossimo inquilino di Downing Street. Andy Burnham, con la netta vittoria alle elezioni suppletive di Makerfield, ha infatti trasformato una crisi strisciante del governo in una sfida aperta per la leadership del Partito laburista.
Burnham, sindaco della Greater Manchester dal 2017 e figura tra le più popolari della sinistra britannica, ha conquistato il seggio con il 54% dei voti, tornando così alla Camera dei comuni dopo quasi un decennio di assenza. Un risultato, questo, che gli consente finalmente di giocare la partita decisiva: quella per la guida del partito e, potenzialmente, dello stesso governo. Il diretto interessato, d’altronde, non ha nascosto le proprie ambizioni. Nel tradizionale discorso pronunciato dopo la vittoria, Burnham ha dichiarato che il Labour «ha bisogno di una nuova energia e di una nuova direzione», dicendosi pronto ad assumersi le proprie responsabilità per il futuro del Paese. Parole che, seppur circospette, suonano inevitabilmente come un lancio del guanto di sfida a Starmer.
Non solo: secondo fonti vicine al neodeputato di Makerfield, rilanciate dai media inglesi, l’entourage di Burnham starebbe già lavorando all’ipotesi di una «transizione ordinata» ai vertici del governo. L’obiettivo, cioè, sarebbe evitare una lunga guerra intestina e arrivare a un avvicendamento entro l’inizio di settembre. Alcuni collaboratori di Burnham avrebbero addirittura confidato di preferire che sia lo stesso Starmer a passare il testimone a Burnham, consentendo così una successione non traumatica.
E pensare che, solo pochi mesi fa, uno scenario del genere sarebbe apparso fantapolitica. Quando il Labour conquistò Downing Street nel 2024 con una maggioranza schiacciante, Starmer sembrava destinato a dominare la politica britannica per anni. Da allora, però, il consenso del governo si è progressivamente eroso. La crisi economica, il malcontento per i disastri dell’immigrazione, le tensioni interne al partito e, soprattutto, l’avanzata di Reform Uk di Nigel Farage, infatti, hanno finito per fiaccare il partito di governo e il suo leader, provocando la ribellione di diversi deputati laburisti.
La fronda anti Starmer, in particolare, imputa al premier di non essere riuscito a incarnare una chiara identità politica. Nel tentativo di riconquistare l’elettorato operaio attratto da Farage, Starmer ha persino irrigidito i toni sull’immigrazione. Ma, così facendo, si è alienato una parte della base progressista, specialmente quella urbana delle Ztl, senza però riuscire a fermare la fuga di voti verso Reform Uk. E i risultati, ora, sono sotto gli occhi di tutti.
È in questo contesto caotico che emerge la figura di Burnham. Cinquantacinque anni, ex ministro nei governi di Tony Blair e Gordon Brown, più volte candidato alla leadership laburista, il sindaco di Manchester si è costruito negli anni un’immagine assai peculiare. Più vicino alla tradizione socialdemocratica rispetto al centrista Starmer, ma al contempo lontano dagli eccessi ideologici di Jeremy Corbyn, Burnham ha saputo conquistare un vasto consenso nelle ex regioni industriali del Nord dell’Inghilterra. Durante la pandemia, divenne una figura di rilievo nazionale sfidando pubblicamente Boris Johnson sulle restrizioni imposte alla Greater Manchester. Di qui il suo soprannome di «re del Nord».
Starmer, tuttavia, non sembra intenzionato ad arrendersi. Rispondendo alle indiscrezioni sul suo futuro, il premier ha ribadito di voler continuare a guidare il Paese: «Non intendo farmi da parte», ha dichiarato ai cronisti. Eppure, già il fatto che nel Labour si discuta apertamente di una possibile successione, parlando persino della data, mostra quanto il consenso di Starmer sia ormai compromesso.
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