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2019-02-28
Il cardinal Pell prepara l’appello dal carcere
Ansa
Il cardinale australiano George Pell, già prefetto della segreteria per l'economia vaticana, è in prigione da ieri, rinchiuso nella Assessment prison di Melbourne, in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo. Con un'ulteriore accelerazione la giustizia australiana ha messo subito in galera il porporato, a cui è stata revocata la libertà su cauzione dopo la conclusione di un'udienza di pre sentenza di patteggiamento in cui i legali delle due parti hanno presentato le argomentazioni finali. In galera subito, dopo aver confermato quanto stabilito l'11 dicembre 2018 in un «retrial», un nuovo processo, visto che la prima giuria popolare non era venuta a capo di niente. In tre giorni, invece, la nuova giuria ha deliberato all'unanimità che il cardinale Pell è colpevole di cinque reati di abusi, due violenze sessuali che risalgono a 22 anni fa a carico di due coristi di 12 e 13 anni della cattedrale di Melbourne e altri atti osceni davanti a minori. In tutto si possono calcolare 50 anni di galera.
Pell continua a dichiararsi innocente e farà appello, ad oggi non si conosce la data di questo secondo grado di giudizio in cui il cardinale verrà sentito non più da una giuria, ma da una Corte di tre giudici. In Vaticano ci sono perplessità sulla sentenza comminata all'ex numero tre della Santa sede e si è scelto di rispettare quanto finora deciso, ma puntando sul ricorso in appello. Il caso non lo si ritiene chiuso, intanto però il direttore ad interim della Sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha confermato che «il cardinale non è più prefetto della segreteria per l'Economia», ruolo chiave a cui era stato chiamato proprio da Bergoglio con l'obiettivo di mettere ordine all'interno del complicato mondo delle finanze vaticane. E qualcuno sostiene che le accuse nei suoi confronti abbiano subito un'escalation proprio in concomitanza con l'azione energica che il cardinale australiano stava svolgendo dentro ai forzieri vaticani. Comunque, sempre Gisotti ha comunicato che «la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».
Solo una decina di giorni fa il Papa ha «spretato» l'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, applicando la massima pena per un ecclesiastico. Adesso sono molti a chiedere la stessa pena per Pell, ma è certo che non accadrà almeno fino all'espletamento di un regolare processo e dopo l'appello alla giustizia civile australiana. Il tintinnar di manette che da decenni viene suonato da molti pulpiti mediatici contro la Chiesa, non può diventare un riflesso condizionato.
Il cardinale è stato condannato sulla base di una sola testimonianza e da un testimone che la legge australiana tutela con l'anonimato. Nessun altro teste a corroborare quanto raccontato dal denunciante. Una delle due vittime, infatti, è morta nel 2014 per overdose, peraltro dopo aver detto alla madre di non aver subito abusi, ma il denunciante, invece, avrebbe riferito il contrario (dopo la morte dell'amico). Il padre del ragazzo deceduto per overdose, la notizia è di ieri, ha intrapreso una causa di risarcimento sia nei confronti di Pell che nei confronti della Chiesa cattolica. Lisa Flynn, dello studio legale che segue questo padre, ha dichiarato che «è molto comune che i sopravvissuti agli abusi sessuali ricorrano alle droghe nel tentativo di offuscare il dolore».
I fatti riferiti dal denunciante risalgono al 1996 e 1997 e il testimone era allora un chierichetto di 13 anni della cattedrale di Melbourne, mentre Pell era arcivescovo. L'abuso del 1996 si sarebbe verificato dopo la messa solenne domenicale delle 10.30, o il 15 dicembre o il 22 dicembre di quell'anno. In questo abuso, secondo il racconto in aula, Pell avrebbe trovato i due chierichetti in sacrestia che bevevano il vino utilizzato durante la messa. Dopo aver detto ai ragazzi che erano nei guai, ha spinto uno dei ragazzi vicino al suo pene e poi ha messo il suo pene nella bocca dell'altro ragazzo. Questo a grandi linee il racconto del denunciante, ma secondo la difesa questo racconto contiene molte improbabilità: l'arcivescovo avrebbe dovuto lasciare improvvisamente la processione finale della celebrazione, senza che questa si fosse ancora conclusa, e sarebbe entrato in sacrestia senza essere accompagnato da nessuno, nemmeno dal maestro delle cerimonie. Infatti, monsignor Charles Portelli, il cerimoniere, ha dichiarato che mai avrebbe potuto lasciare solo l'arcivescovo, ma la sua testimonianza è stata confutata dall'accusa dicendo che siccome Portelli all'epoca fumava venti sigarette avrebbe potuto benissimo allontanarsi per fumarne una. Robert Richter, avvocato di Pell, ha sottolineato più volte le tante imprecisioni di questa ricostruzione e soprattutto le insistenti improbabilità.
Il denunciante, tra l'altro, prima ha detto che Pell si era aperto la veste per l'abuso, poi di fronte al fatto che il paramento liturgico non si apre sul davanti, in un secondo momento ha ritrattato specificando che Pell avrebbe spostato di lato le vesti, ma anche in questo caso c'è una fascia nei paramenti che impedisce questo movimento rendendolo quantomeno assai difficoltoso, se non impossibile. Inoltre, sempre il denunciante ha affermato che per tutto il tempo dell'abuso la porta della sacrestia era spalancata e vedeva passare fuori gli altri chierichetti. Infine, dopo l'abuso i due sarebbero rientrati nei loro posti del coro per fare le prove delle canzoni natalizie.
La seconda aggressione, cosiddetta del corridoio, sarebbe, invece, avvenuta nel 1997. Secondo la vittima, Pell lo spinse contro un muro in un corridoio della cattedrale e gli strinse i genitali. Ha riportato l'incidente alla polizia nel 2015. La difesa ha detto che Pell non avrebbe potuto spingere un corista contro un muro del corridoio e avergli dolorosamente schiacciato i genitali dopo una messa il 23 febbraio 1997 senza essere notato. Iil cardinale è alto 1,93 e ha una mole difficilmente oscurabile anche da un pilastro.
«Burn in hell», brucia all'inferno, si è sentito gridare contro Pell mentre entrava in aula per sentire la sentenza che lo mandava in carcere. Qualcun altro, invece, lo ritiene un agnello sacrificale, un capro espiatorio per un clima anticlericale violentissimo che avrebbe influito su tutta la sua vicenda e sul processo. «La Chiesa cattolica non è sotto processo... Sto imponendo una sentenza al cardinale Pell per quello che ha fatto», ha detto il giudice Peter Kidd. Intanto però la giustizia australiana si dà molto da fare con la Chiesa cattolica. L'arcivescovo di Brisbane e presidente dei vescovi australiani, monsignor Mark Benedict Coleridge, che ha tenuto l'omelia nella messa di chiusura del vertice anti abusi in Vaticano della settimana scorsa, è finito anche lui sotto indagine per aver insabbiato le accuse che una donna gli riportava per abusi compiuti da preti.
Tutti i fedelissimi di papa Francesco inciampati nello scandalo pedofilia
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L'ex tesoriere vaticano, sollevato dalla Santa Sede, è in prigione. Non smette di dichiararsi innocente ed è al lavoro per smontare le accuse nel prossimo grado di giustizia. Le testimonianze contro di lui lasciano molti dubbi, ma non sarà facile ribaltare il verdetto.Dall'Australia agli Usa, passando per il Cile, Bergoglio ha perso gli uomini su cui contava di più. Il Consiglio dei nove è diventato il Consiglio dei sei. E le sue ultime promozioni possono trasformarsi in un boomerang.Lo speciale contiene due articoliIl cardinale australiano George Pell, già prefetto della segreteria per l'economia vaticana, è in prigione da ieri, rinchiuso nella Assessment prison di Melbourne, in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo. Con un'ulteriore accelerazione la giustizia australiana ha messo subito in galera il porporato, a cui è stata revocata la libertà su cauzione dopo la conclusione di un'udienza di pre sentenza di patteggiamento in cui i legali delle due parti hanno presentato le argomentazioni finali. In galera subito, dopo aver confermato quanto stabilito l'11 dicembre 2018 in un «retrial», un nuovo processo, visto che la prima giuria popolare non era venuta a capo di niente. In tre giorni, invece, la nuova giuria ha deliberato all'unanimità che il cardinale Pell è colpevole di cinque reati di abusi, due violenze sessuali che risalgono a 22 anni fa a carico di due coristi di 12 e 13 anni della cattedrale di Melbourne e altri atti osceni davanti a minori. In tutto si possono calcolare 50 anni di galera.Pell continua a dichiararsi innocente e farà appello, ad oggi non si conosce la data di questo secondo grado di giudizio in cui il cardinale verrà sentito non più da una giuria, ma da una Corte di tre giudici. In Vaticano ci sono perplessità sulla sentenza comminata all'ex numero tre della Santa sede e si è scelto di rispettare quanto finora deciso, ma puntando sul ricorso in appello. Il caso non lo si ritiene chiuso, intanto però il direttore ad interim della Sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha confermato che «il cardinale non è più prefetto della segreteria per l'Economia», ruolo chiave a cui era stato chiamato proprio da Bergoglio con l'obiettivo di mettere ordine all'interno del complicato mondo delle finanze vaticane. E qualcuno sostiene che le accuse nei suoi confronti abbiano subito un'escalation proprio in concomitanza con l'azione energica che il cardinale australiano stava svolgendo dentro ai forzieri vaticani. Comunque, sempre Gisotti ha comunicato che «la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».Solo una decina di giorni fa il Papa ha «spretato» l'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, applicando la massima pena per un ecclesiastico. Adesso sono molti a chiedere la stessa pena per Pell, ma è certo che non accadrà almeno fino all'espletamento di un regolare processo e dopo l'appello alla giustizia civile australiana. Il tintinnar di manette che da decenni viene suonato da molti pulpiti mediatici contro la Chiesa, non può diventare un riflesso condizionato. Il cardinale è stato condannato sulla base di una sola testimonianza e da un testimone che la legge australiana tutela con l'anonimato. Nessun altro teste a corroborare quanto raccontato dal denunciante. Una delle due vittime, infatti, è morta nel 2014 per overdose, peraltro dopo aver detto alla madre di non aver subito abusi, ma il denunciante, invece, avrebbe riferito il contrario (dopo la morte dell'amico). Il padre del ragazzo deceduto per overdose, la notizia è di ieri, ha intrapreso una causa di risarcimento sia nei confronti di Pell che nei confronti della Chiesa cattolica. Lisa Flynn, dello studio legale che segue questo padre, ha dichiarato che «è molto comune che i sopravvissuti agli abusi sessuali ricorrano alle droghe nel tentativo di offuscare il dolore».I fatti riferiti dal denunciante risalgono al 1996 e 1997 e il testimone era allora un chierichetto di 13 anni della cattedrale di Melbourne, mentre Pell era arcivescovo. L'abuso del 1996 si sarebbe verificato dopo la messa solenne domenicale delle 10.30, o il 15 dicembre o il 22 dicembre di quell'anno. In questo abuso, secondo il racconto in aula, Pell avrebbe trovato i due chierichetti in sacrestia che bevevano il vino utilizzato durante la messa. Dopo aver detto ai ragazzi che erano nei guai, ha spinto uno dei ragazzi vicino al suo pene e poi ha messo il suo pene nella bocca dell'altro ragazzo. Questo a grandi linee il racconto del denunciante, ma secondo la difesa questo racconto contiene molte improbabilità: l'arcivescovo avrebbe dovuto lasciare improvvisamente la processione finale della celebrazione, senza che questa si fosse ancora conclusa, e sarebbe entrato in sacrestia senza essere accompagnato da nessuno, nemmeno dal maestro delle cerimonie. Infatti, monsignor Charles Portelli, il cerimoniere, ha dichiarato che mai avrebbe potuto lasciare solo l'arcivescovo, ma la sua testimonianza è stata confutata dall'accusa dicendo che siccome Portelli all'epoca fumava venti sigarette avrebbe potuto benissimo allontanarsi per fumarne una. Robert Richter, avvocato di Pell, ha sottolineato più volte le tante imprecisioni di questa ricostruzione e soprattutto le insistenti improbabilità.Il denunciante, tra l'altro, prima ha detto che Pell si era aperto la veste per l'abuso, poi di fronte al fatto che il paramento liturgico non si apre sul davanti, in un secondo momento ha ritrattato specificando che Pell avrebbe spostato di lato le vesti, ma anche in questo caso c'è una fascia nei paramenti che impedisce questo movimento rendendolo quantomeno assai difficoltoso, se non impossibile. Inoltre, sempre il denunciante ha affermato che per tutto il tempo dell'abuso la porta della sacrestia era spalancata e vedeva passare fuori gli altri chierichetti. Infine, dopo l'abuso i due sarebbero rientrati nei loro posti del coro per fare le prove delle canzoni natalizie.La seconda aggressione, cosiddetta del corridoio, sarebbe, invece, avvenuta nel 1997. Secondo la vittima, Pell lo spinse contro un muro in un corridoio della cattedrale e gli strinse i genitali. Ha riportato l'incidente alla polizia nel 2015. La difesa ha detto che Pell non avrebbe potuto spingere un corista contro un muro del corridoio e avergli dolorosamente schiacciato i genitali dopo una messa il 23 febbraio 1997 senza essere notato. Iil cardinale è alto 1,93 e ha una mole difficilmente oscurabile anche da un pilastro. «Burn in hell», brucia all'inferno, si è sentito gridare contro Pell mentre entrava in aula per sentire la sentenza che lo mandava in carcere. Qualcun altro, invece, lo ritiene un agnello sacrificale, un capro espiatorio per un clima anticlericale violentissimo che avrebbe influito su tutta la sua vicenda e sul processo. «La Chiesa cattolica non è sotto processo... Sto imponendo una sentenza al cardinale Pell per quello che ha fatto», ha detto il giudice Peter Kidd. Intanto però la giustizia australiana si dà molto da fare con la Chiesa cattolica. L'arcivescovo di Brisbane e presidente dei vescovi australiani, monsignor Mark Benedict Coleridge, che ha tenuto l'omelia nella messa di chiusura del vertice anti abusi in Vaticano della settimana scorsa, è finito anche lui sotto indagine per aver insabbiato le accuse che una donna gli riportava per abusi compiuti da preti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinal-pell-prepara-lappello-dal-carcere-2630198520.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-i-fedelissimi-di-papa-francesco-inciampati-nello-scandalo-pedofilia" data-post-id="2630198520" data-published-at="1771917099" data-use-pagination="False"> Tutti i fedelissimi di papa Francesco inciampati nello scandalo pedofilia La caduta degli dei. L'ultimo a essere trafitto da accuse di pedofilia è il cardinale George Pell. Ma è solo l'ultimo, appunto. Il papato di Bergoglio è ormai costellato dalla detonazione di scandali che hanno portato, in tutto il mondo, a dimissioni e condanne di vescovi e cardinali. Bisogna «proteggere i piccoli dai lupi voraci», ha detto qualche giorno fa il Pontefice, a conclusione dell'incontro planetario «per la protezione dei minori della Chiesa». Ma i lupi non sono più solo viceparroci di remote canoniche. Sono i porporati che siedono accanto a Bergoglio. Sono i suoi stretti consiglieri. Sono il faro di masse di fedeli. Come il cardinale Pell, prefetto della segreteria economica vaticana dal 2014 fino a qualche giorno fa. Per la prima volta, un «ministro» della Santa Sede viene punito per abusi sessuali: dodici membri della giuria della County court dello stato di Victoria, in Australia, lo condannano per aver abusato di due ragazzini. I fatti sono del 1996: Pell, «sorseggiando il vino consacrato», li avrebbe molestati in una stanza sul retro della cattedrale di San Patrizio, a Melbourne, dove era arcivescovo. Il prelato, già indagato, s'era «autosospeso» nel giugno 2017. Adesso, però, scrive la Santa Sede, «in attesa dell'accertamento definitivo dei fatti» gli è «proibito in via cautelativa l'esercizio pubblico del ministero e il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età». Ultima speranza: il futuro ribaltamento della sentenza penale. Com'è successo a monsignor Phillip Wilson, ex vescovo di Adelaide. A maggio dell'anno scorso è condannato in primo grado per aver insabbiato gli abusi di padre James Fletcher, negli anni Settanta. Ma a dicembre, la corte d'appello riconosce il «ragionevole dubbio». Verdetto annullato. Il Papa, intanto, s'era però affrettato a commissariare la diocesi. Così a giugno 2018, il vescovo, pur affermando la propria innocenza, s'è comunque dimesso: «Preoccupato dall'aumentare del livello di sofferenza nella comunità». Ora anche la condanna di Pell è diventata pubblica. Anche se risale all'11 dicembre 2018. E proprio il giorno dopo, Pell viene estromesso dal Consiglio dei nove cardinali che papa Francesco aveva scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa. Ufficialmente, si tratta di «ragioni d'età». Ma, assieme a Pell, vengono esautorati altri due porporati. Tra cui il cileno Francisco Javier Errázuriz, 85 anni, il membro più anziano del Consiglio. Anche lui, inciampato nella pedofilia. È accusato di aver insabbiato violenze e molestie: in particolare, quelle di padre Fernando Karadima, abusatore seriale, ridotto da Francesco allo stato laicale il 28 settembre 2018. Una «decisione eccezionale» spiegò la sala stampa vaticana: presa «in coscienza e per il bene della Chiesa». Ma anche straordinariamente tardiva: Karadima era già stato condannato a febbraio del 2011 dalla Congregazione per la dottrina della fede. Verdetto confermato a giugno 2012. Eppure viene spretato sei anni più tardi. E solo dopo le enormi pressioni di opinione pubblica e vittime. Alcuni supposti correi, intanto, avevano già presentato dimissioni: probabilmente indotte. Alti prelati cileni. Una slavina di rinunce. L'11 giugno 2018 lascia Juan Barros , vescovo di Osorno, allievo di Karadima, Cristián Caro Cordero, arcivescovo di Puerto Montt, e Gonzalo Duarte García de Cortázar, vescovo di Valparaíso. Il 27 giugno 2018, è la volta del monsignore di Rancagua, Alejandro Goic Karmelic, e dell'ordinario di Talca, Horacio del Carmen Valenzuela Abarca, altro figlio spirituale di Karadima. Il 21 settembre 2018 tocca a Carlos Eduardo Pellegrín Barrera, vescovo di San Bartolomé de Chillán, e a Cristián Enrique Contreras Molina, ordinario di San Felipe. Tutti trafitti dal sospetto di aver insabbiato, coperto, omesso. Negli stessi giorni, intanto, viene dimesso dallo stato clericale un altro famoso sacerdote cileno: Cristian Precht. Uguale provvedimento, l'11 ottobre 2018, colpisce Francisco José Cox Huneeus, arcivescovo emerito de La Serena, membro dell'Istituto dei padri di Schoenstatt, e Marco Antonio Ordenes Fernandez, già vescovo di Iquique: entrambi, ancora una volta, accusati di abusi sui minori. Con una nota del Vaticano che dettaglia: «La decisione adottata dal Papa non ammette appello». Più ecumenica, invece, la pena inflitta, nel 2013, a Keith O'Brien: arcivescovo emerito di Saint Andrews and Edinburgh. Viene privato dei diritti e delle prerogative da porporato. Ma O'Brien, scomparso recentemente, rimane comunque cardinale. Incolpato da quattro sacerdoti di «comportamenti inappropriati» aveva amesso le sue responsabilità. Una sorta di sospensione colpisce ora anche Gustavo Oscár Zanchetta, nominato nel 2013, proprio dal Pontefice, alla guida della piccola diocesi di Orán, a Nord dell'Argentina. Lo scorso autunno è chiamato a Roma per coprire l'inedito ruolo di «assessore» nell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa). Intanto, però, in patria lo indagano per abusi sessuali. Garantismo ecclesiastico. Come quello di cui ha goduto, per decenni, un illustrissimo porporato: Theodore McCarrick, ex arcivescovo emerito di Washington, incolpato di molestie a seminaristi e abusi su almeno tre minori. Per anni è stato tra le personalità più influenti della Chiesa negli Usa. L'11 gennaio 2019 viene però dimesso dallo stato clericale. Sentenza confermata lo scorso 13 febbraio: «Il Santo Padre», scrive la Congregazione per la dottrina della fede, «ha riconosciuto la natura definitiva, a norma di legge, di questa decisione, la quale rende il caso res iudicata, cioè non soggetto a ulteriore ricorso». «Defrocked»: spretato. Ma pur sempre con ritardo e poca solerzia. McCarrick veniva già accusato nel memoriale di Carlo Maria Viganò, pubblicato lo scorso agosto in esclusiva mondiale dalla Verità. L'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti nel j'accuse, denuncia gli abusi di McCarrick. E i lustri di omertà sul caso. Non risparmiando strali neanche alla presunta inerzia di papa Francesco. Viganò si scaglia anche contro il successore di McCarrick alla guida dell'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl: «Sono assolutamente risibili», scrive nel memoriale, le dichiarazioni del prelato, che si dice all'oscuro dei precedenti di McCarrick. Intanto, viene pubblicato il report del gran giurì della Pennsylvania. Raccoglie le testimonianze di abusi sui minori negli ultimi settant'anni. Nel dossier, il cardinale Wuerl viene citato per il suo precedente incarico come vescovo di Pittsburgh, tra 1988 e il 2006. In alcuni casi, di fronte alle denunce, avrebbe voltato la testa. Così, a ottobre 2018, pure Wuerl si dimette. Un altro dei caduti nell'epoca bergogliana. Il Pontefice, in una lettera, ne elogia il gesto: un pastore che s'è immolato. Per evitare «la sterile divisione seminata dal padre della menzogna: il quale, cercando di ferire il pastore, non vuole altro che le pecore si disperdano». Pecore e lupi. La lista dei «vinti» però si allunga. La resa dei conti, in Vaticano, potrebbe essere appena cominciata.
Ansa
Il calcolo delle probabilità che un evento accada è sempre una questione di numeri, e i numeri, anche nella drammatica storia di Domenico, purtroppo non mentono mai. La cornice della catena di errori su cui indaga la Procura di Napoli non sbalordisce chi lavora tra le mura dell’ospedale Monaldi, e racconta di gravi mancanze tra i corridoi del nosocomio che proseguivano da anni. Quella che, infatti, è sempre stata una struttura di eccellenza, tanto da dare il via ai trapianti di cuore nel 1988 sotto la mano sicura del cardiochirurgo Maurizio Cotrufo, oggi è una realtà dove da tempo si sussurrava che, prima o poi, qualcosa di grave sarebbe successo.
Tutto ha inizio nel 2017 quando un brusco aumento della mortalità nel reparto di chirurgia pediatrica e non insospettisce il ministero della Salute, che decide di mandare un’ispezione e chiudere il programma di trapianto pediatrico sotto la guida di Guido Oppido, perché ritenuto «insoddisfacente». Si tratta dello stesso chirurgo a cui il 23 dicembre dello scorso anno è stato affidato il destino del piccolo Domenico. Nei 12 mesi precedenti l’ispezione ministeriale, ovvero nel 2016, infatti, di due bambini trapiantati nessuno era sopravvissuto, e per quanto riguarda il reparto adulti la situazione non era molto migliore: su 18 persone trapiantate, nove non avevano superato l’intervento. Nel 2018 il reparto viene riorganizzato e l’equipe medica rinforzata, affiancando a Oppido un altro cardiochirurgo, Andrea Petraio, che nei successivi sei anni, secondo il report ospedaliero, esegue 33 trapianti. Guido Oppido, nello stesso periodo, invece, porta a termine un solo trapianto. Poi, il cambio di rotta.
«Nel 2024 siamo rimasti tutti sotto shock», ci racconta l’avvocato Carlo Spirito di Federconsumatori. «In quell’anno, a luglio, arriva la delibera regionale che autorizza i trapianti, quindi la decisione aziendale di affidare l’intero percorso trapianti pediatrico alla Unità operativa del dottor Oppido, un chirurgo che, secondo le carte a nostra disposizione, aveva eseguito soltanto un trapianto dal precedente rinnovo del 2019». La scelta effettuata dalla direttrice generale Anna Iervolino lascia tutti sorpresi. «Le carenze sollevate della precedenti indagini ministeriali non erano state colmate», continua Spirito. E oggi l’elemento più grave di tutti sembra essere la totale assenza di un reparto pediatrico trapianti adeguato, come richiesto dal ministero della Salute.
I bambini nel post-operatorio hanno bisogno di spazi specializzati, ambienti sterili, terapie intensive dedicate che minimizzino il rischio di essere esposti a virus o batteri, perché immunodepressi. «Da anni non sussistono in pratica le condizioni per poter operare in sicurezza, manca il reparto in toto. Le linee guida prevedono, invece, aree di degenza di terapia semi-intensiva protette (biocontenimento). Come è stato possibile rinnovare l'autorizzazione senza un reparto trapianti e senza un reparto di cardiochirurgia vero e proprio e, dunque, con un livello qualitativo minimo certificato? In questo contesto si sono moltiplicate le positività batteriche da Escherichia coli (batterio orofecale, ndr) sul torace e non solo. E questo vale sia per i bambini, sia per gli adulti», conclude Spirito. Ma soprattutto l’Unità operativa per i trapianti pediatrici di cuore non avrebbe rispettato i protocolli ministeriali, ieri come oggi. Prima di tutto perché per operare in sicurezza e poter effettuare trapianti è necessaria una soglia di almeno dieci operazioni in tre anni, secondo l’intesa Stato-Regioni, ovvero il raccordo tra Stato e Regione Campania. Inoltre, nel caso di Domenico, il trasporto del cuore in aereo da Bolzano a Napoli, da linee guida ministeriali, era responsabilità dell’equipe dell’ospedale «ricevente l’organo». Come ci spiega un ex medico della struttura che vuole rimanere anonimo, ma in attività fino a pochi mesi fa, la scelta di non avvalersi del box termico di ultima generazione da parte dell’equipe medica napoletana sarebbe dipesa dall’incapacità di utilizzarla. Nessuno dei medici in turno, infatti, avrebbe frequentato i corsi di formazione per l’utilizzo della sacca di ultima generazione e i training necessari in grado di assicurare il mantenimento dell’organo a temperatura corretta e costante. Una scelta, quella della sacca, che sarebbe poi risultata fatale per la riuscita dell’operazione del piccolo e di cui, secondo le linee ministeriali, il Monaldi era appunto responsabile.
In queste ore alcune mamme che in passato hanno vissuto l’esperienza di un ricovero dei propri figli nell’ospedale si stanno interrogando sull’efficienza delle cure ricevute e aumentano le richieste di trasferimenti dei bambini attualmente ricoverati presso altre strutture. Alcune di loro raccontano di aver dovuto pulire le stanze, assistere i bambini nel postoperatorio per mancanza di personale adeguato. Le stesse mamme che ore si stringono intorno a Patrizia, che ha perso Domenico e ha saputo di quanto successo in sala operatoria, delle condizioni del cuore prima dell’espianto, soltanto molte settimane dopo l’intervento, e attraverso la stampa.
Proprio ieri mattina una circolare interna confidenziale che siamo in grado di mostrarvi ricorda la necessità del rispetto dei percorsi ministeriali e indica l’esigenza in questo momento di affidare gli interventi urgenti di cardiochirurgia pediatrica presso l’ospedale Bambino Gesù di Roma. «Un fallimento per un’istituzione storica», ripete chi, in questi anni, ha vegliato, curato e accudito tanti bambini con problemi di cuore.
I genitori di Domenico chiedono l’accusa di omicidio volontario: «Fatti insabbiati»
Salgono a sette gli indagati per la morte del piccolo Domenico, il bimbo di due anni e mezzo deceduto dopo il trapianto di un «cuore bruciato» eseguito nell’ospedale Monaldi di Napoli. Il sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante, che segue le indagini coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) nella giornata di ieri ha disposto l’esame autoptico sul bimbo con incidente probatorio notificando il provvedimento agli indagati, ovvero ai dottori Mariangela Addonizio, Emma Borgonzoni, Francesca Blasi, Marisa De Feo, Gabriella Farina, Guido Oppido e Vincenzo Pagano. La difesa dei familiari del piccolo Domenico ha chiesto alla Procura di Napoli la riqualificazione del reato, contestato ai sette indagati «da omicidio colposo in omicidio volontario». Con la richiesta di incidente probatorio e l’autopsia, gli inquirenti puntano ad avere diverse risposte dai consulenti che saranno nominati e dovranno spiegare che cosa è successo dalla data del trapianto alla morte. I quesiti posti dal pm sono focalizzati sulla sussistenza di profili colposi e il riscontro di «negligenze, imprudenze e imperizia» da parte dei sanitari che hanno prestato assistenza al bambino. I consulenti dovranno chiarire se le operazioni di prelievo chirurgico, di trasporto e conservazione del cuore, donato e prelevato dall’equipe di espianto a Bolzano il 23 dicembre scorso, siano avvenute secondo le linee guida vigenti in materia di trapianti. Dovranno essere dunque verificate le condizioni dell’organo impiantato al bambino di due anni e la presenza di alterazioni anatomiche e funzionali collegate a errori dei sanitari dell’equipe del prelievo e del trapianto. Inoltre, i periti dovranno anche esprimersi sulla correttezza e l’adeguatezza delle scelte chirurgiche e terapeutiche dell’equipe dell’ospedale Mondali di Napoli, che ha eseguito il trapianto. I magistrati chiedono di chiarire se l’intervento chirurgico sia stato correttamente eseguito nei modi e nei tempi adeguati, con particolare riferimento al momento in cui è stato asportato il cuore malato del paziente. Sotto la lente degli inquirenti pure i tempi di arrivo e presentazione in sala operatoria dell’equipe di espianto. Gli accertamenti tecnici dovranno verificare, inoltre, se fossero state possibili soluzioni alternative e in quali tempi potevano essere prese in considerazione. L’avvocato Francesco Petruzzi, che rappresenta la famiglia del bimbo, ha presentato un’integrazione di querela, collegata alla richiesta di riqualificazione del reato. Il legale della famiglia ha spiegato che «vi è una richiesta di applicazione di misure cautelari per il dottor Oppido», il cardiochirurgo che ha realizzato il trapianto e che risulta indagato. E ha aggiunto che «qualora venisse provato che chi non ha posto in essere una valutazione alternativa, costituendo sin da subito un’équipe interdisciplinare, l’abbia fatto per cercare di non fare emergere e quindi occultare i fatti, ha accettato il rischio che il bambino, nel momento in cui fosse arrivato un cuore, non potesse essere più trapiantabile e di conseguenza andare incontro all’evento morte. In questo caso con il dolo eventuale si configura, secondo parere di questa difesa, l’omicidio volontario. Stanno emergendo atti, documenti, audit e tutte le contraddizioni, non si può parlare più di poca comunicazione. Parliamo di tentativo di occultamento da parte dei soggetti indagati, perché quello è stato, un insabbiamento». Mamma Patrizia, ieri, si è recata da un notaio per costituire una Fondazione dedicata al piccolo Domenico perché «non dovrà succedere più a nessun altro bambino e a nessuna famiglia di dover soffrire come abbiamo sofferto noi». «All’ospedale - ha detto la mamma del piccolo - non voglio dire niente. Penso che tutto quello che c’è fuori all’ospedale parli da sé. La giustizia sta andando avanti e scopriremo tutto. Ora io non ho niente da dire su questo. Confido nella giustizia». Patrizia Mercolino ha poi voluto ringraziare tutta Italia per il calore ricevuto. Intanto, l’avvocato Petruzzi andrà fino in fondo perché ci sono tanti aspetti da chiarire: «Vogliamo chiarire perché nella cartella clinica non vi è menzionato da nessuna parte l’ok del cuore arrivato, quindi nelle fasi dell’operazione non c’è scritto da nessuna parte che qualcuno abbia dato l’ok sulla verifica della validità e dell’integrità dell’organo».
Il legale, inoltre, insiste sul fatto che Domenico sia stato probabilmente privato del suo cuore con eccessivo anticipo, rendendo così inevitabile l’uso del nuovo organo malgrado il suo danneggiamento. Il «punto di non ritorno», quello in cui il cuore del paziente viene scollegato dall’organismo, si è registrato alle 14.18 «e per quanto riferito da varie fonti, Patrizia in primis, il cuore nuovo sarebbe arrivato solo alle 14.30». Ieri, l’Azienda ospedaliera dei Colli, di cui fa parte l’ospedale Monaldi, ha «smentito con fermezza» la mancanza del diario di perfusione dalla cartella clinica del bimbo di cui ha parlato il legale. Il diario di perfusione, cioè il tracciato di circolazione extracorporea, ha precisato l’Azienda ospedaliera, «è un allegato della cartella clinica acquisito dall’autorità giudiziaria il 20 gennaio 2026 e consegnato alla famiglia il 19 febbraio 2026. I Nas hanno, il 23 febbraio, acquisito nuovamente il tracciato di circolazione extracorporea dando atto che era già inserito nella cartella clinica consegnata».
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Vitkor Orbán e Robert Fico (Ansa)
Si apre oggi il quinto anno di guerra in Ucraina, ma le commemorazioni sono segnate dalle tensioni nel Vecchio Continente sul sostegno a Kiev. In occasione dell’anniversario, infatti, arriveranno oggi in Ucraina il presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, António Costa, per manifestare «ampio sostegno» al «partner coraggioso e vicino». I due, oltre a incontrare il leader ucraino, Volodymyr Zelensky, parteciperanno alla cerimonia commemorativa e visiteranno un sito infrastrutturale che porta i segni dei bombardamenti russi. Inoltre, è atteso un intervento da remoto di Zelensky durante la plenaria straordinaria del Parlamento europeo. E se il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, ha ricordato che dall’inizio della guerra si contano «15.000 morti civili» solo in Ucraina, la Banca mondiale ha fatto il punto sulla ripresa del Paese. Per ricostruirlo saranno necessari «588 miliardi di dollari in un orizzonte temporale di dieci anni, equivalenti a quasi tre volte il Pil dell’Ucraina del 2025». A tirare le somme dopo quattro anni di guerra è anche l’Unione europea: ha ricordato che dall’inizio del conflitto ha stanziato quasi 195 miliardi di euro di aiuti a Kiev. Eppure, le fratture a Bruxelles sono evidenti. Il piano della Commissione Ue di approvare il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, proprio in occasione dell’anniversario, è stato un buco nell’acqua. A opporsi sono state l’Ungheria e la Slovacchia nel Consiglio esteri dell’Ue. Il veto dei due Paesi proseguirà fino a quando non saranno ripristinate le forniture del petrolio russo dall’oleodotto Druzhba: per Kiev è stato danneggiato da Mosca il 27 gennaio, ma l’Ungheria e la Slovacchia hanno accusato l’Ucraina di non voler riavviare l’attività dell’oleodotto di proposito. E Budapest ha anche minacciato di bloccare il prestito di 90 miliardi di euro a Kiev. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri ungherese, Peter Szijjarto, ha dichiarato che è «un diritto sovrano decidere da dove provengano le fonti energetiche». Ha poi paragonato «i fanatici della guerra di Bruxelles» a «un uomo magrolino» che «cerca di mostrare i suoi bicipiti». Sulla stessa linea, il primo ministro slovacco, Robert Fico, che ha annunciato la sospensione delle forniture di energia elettrica di emergenza all’Ucraina. Queste posizioni hanno attirato duri rimproveri: la Germania si è detta «sbalordita», la Polonia ha parlato di «atto di sabotaggio politico», la Lituania è «arrabbiata e frustrata». Anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sottolineato che «sbaglia chi non vuole fare delle scelte che spingano Mosca a venire a più miti consigli».
Nel tentativo di correre ai ripari, Costa ha già mandato una lettera al primo ministro ungherese, Vitkor Orbán, in merito al prestito da 90 miliardi a Kiev: «Ti invito fortemente a conformarti alla decisione presa al Consiglio europeo di dicembre». E ha fatto presente che oggi con Zelensky discuterà la questione dell’oleodotto. C’è da dire che l’Alto rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, dopo il flop, ha lanciato un avvertimento: Bruxelles può «sempre lavorare» all’«uso dei beni russi congelati».
Ma le visioni opposte in Europa interessano anche l’eventuale dialogo con Mosca. A bocciare l’iniziativa francese è stato il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul: «È l’approccio sbagliato». A rincarare la dose è stata anche Kallas: «Prima di parlare con Mosca, dovremmo essere chiari su ciò di cui vogliamo discutere».
Tensioni europee a parte, i negoziati tra la Russia, l’Ucraina e gli Stati Uniti proseguono: si svolgeranno entro «la fine di questa settimana», ha detto il capo della squadra negoziale di Kiev, Kyrylo Budanov. Sul tavolo, stando a quanto riferito da Ukrainska Pravda, ci sarà anche il tema della gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. E pare anche che nelle precedenti trattative a Ginevra sia stata discussa, sempre secondo il giornale ucraino, la creazione della zona economica libera di 40 chilometri sotto un’eventuale supervisione del Board of Peace.
Nel frattempo, il presidente russo, Vladimir Putin, durante la consegna della medaglia Eroe della Russia, ha dichiarato che Mosca «sta combattendo per il suo futuro, per l’indipendenza, per la verità e la giustizia». E ha poi avvisato che «la priorità assoluta» rimane «lo sviluppo della triade nucleare». A provocare Kiev è stato invece il vicesegretario del Consiglio di sicurezza, Dmitrij Medvedev: «Il destino di Benito Mussolini e Adolf Hitler costituisce un esempio lampante per le attuali autorità» ucraine. E se la guerra dovesse finire, «nel peggiore dei casi», i leader di Kiev «saranno impiccati dal loro stesso popolo proprio sulla Maidan».
Dall’altra parte, Zelensky in un’intervista alla Bbc, ha accusato lo zar russo di aver già «scatenato una terza guerra mondiale». Il presidente gialloblù ha anche esortato la Nato a «considerare i missili Oreshnik un obiettivo legittimo». Zelensky è infatti convinto che sono stati «portati i veicoli necessari» in Bielorussia. Ma non solo: ha affermato che Minsk è in contatto con Mosca per «esercitazioni militari congiunte» sul territorio bielorusso. Intanto, per affrontare l’emergenza energetica, dall’Italia sono arrivati a Kiev dieci generatori.
Mosca resta la regina del grano
Dopo quattro anni di guerra sul fronte ucraino l’Europa si scopre sempre più debole sul terreno agricolo e l’Italia paga un prezzo altissimo. È la nuova battaglia del grano da cui esce sconfitta la politica agricola comunitaria ed esce a pezzi la cerealicoltura nostra ed emergono enormi ipocrisie.
Chi continua a raccontare che l’economia russa è a pezzi e che gli ucraini sono alla fame non ha fatto i conti con il report del centro studi Divulga, presieduto dal professor Piermichele La Sala, economista agrario - non a caso -dell’Università di Foggia, che ieri ha diffuso uno studio sull’andamento del mercato mondiale del grano. Divulga, che lavora in collaborazione con Coldiretti, lancia un allarme: con l’attuale congiuntura dei prezzi internazionali in Italia produrre grano non è conveniente. Ma non lo è nemmeno nell’Ue: da qui le fortissime pressioni che gli agricoltori polacchi, rumeni, francesi e bulgari hanno fatto affinché si reintroducesse un dazio sul prodotto ucraino. Facendo due conti - osserva Divulga - a gennaio la quotazione del grano duro era di 261,4 euro a tonnellata. Non va diversamente per il grano tenero nazionale: il prezzo medio all’origine ha raggiunto i 231,76 euro a tonnellata a gennaio 2026.
Diamo uno sguardo ai costi di produzione. Si certifica nello studio che per il grano duro «nel centro Italia e in Sicilia il costo medio risulta pari a 318 euro a tonnellata, nel Nord siamo a circa 302 euro a tonnellata; per il grano tenero il costo medio è di poco superiore ai 230 euro a tonnellata. In Italia, di fatto, si coltiva in rimessa. Questo giustifica le massicce importazioni dell’Ucraina. E questo rende palese che - scrive Divulga - la Russia in questi quattro anni di guerra ha consolidato il primato delle esportazioni mondiali di grano (16% su totale export mondiale), ma l’Ucraina, grazie soprattutto all’Unione Europea, non crolla. Dal giorno dell’invasione, le esportazioni mondiali di grano, soprattutto duro, della Russia sono aumentate in Paesi come Kazakhstan (+303%), Arabia Saudita (+1758%), Pakistan (+315%), Kenya (+115%), Brasile (+732%), Cina (+190%), Turchia (+22%).
L’Unione europea, in questi quattro anni, dopo un’impennata nel primo biennio del conflitto, ha visto praticamente azzerarsi gli arrivi diretti da Mosca, ma chi ne ha approfittato è la Turchia, che fa triangolazione e, nonostante sia Paese della Nato, importa da Mosca e rivende in Europa con un’impennata del 600% delle sue esportazioni verso l’Ue.
Peraltro l’export da Kiev verso l’Unione europea di grano, soprattutto tenero, ha visto un incremento del 386% rispetto al periodo pre bellico. L’Ucraina è passata da meno di un milione di tonnellate prima dello scoppio del conflitto a oltre 4,4 milioni di tonnellate nei quattro anni di guerra. Per quel che riguarda l’Italia questo significa che dipendiamo dall’Ucraina per circa un terzo del fabbisogno di tenero (sul milione mezzo di tonnellate) e dal Canada per quasi l’intero stock d’importazione del duro, che supera i 2,5 milioni di tonnellate. Con il Mercosur finiamo per reimportare da Argentina e Brasile il grano duro di Mosca vietato dalle sanzioni. Con Ursula von der Leyen concentrata sul riarmo abbiamo perso di vista che il grano è un’arma strategica. Lo sa benissimo la Cina, che con circa 151 milioni di tonnellate ha 45% delle scorte mondiali di grano, la Russia ha più che raddoppiato i propri stock. Incremento forte delle riserve anche da parte di Usa e India, l’Europa invece - osserva Divulga - «mostra una preoccupante contrazione del 37%, confermando il progressivo indebolimento del proprio peso (meno del 5% delle scorte mondiali) in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche».
In un eventuale conflitto avremo ottimi carri armati tedeschi, in futuro, ma potremmo essere sconfitti dalla fame, perché la guerra del grano è quella che fa più vittime.
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È in corso una trasformazione demografica che è sotto gli occhi di tutti — basta guardare le nostre classi elementari — ma la politica sembra accorgersene solo quando può trarne vantaggio alle urne. Chi amministra oggi la verità in Europa? Stiamo vivendo la fine di un'era.
Nel riquadro Carmelo Cinturrino (Ansa)
Sarà l’interrogatorio di garanzia previsto questa mattina a San Vittore, di fronte al gip Domenico Santoro, il primo vero passaggio in cui l’assistente capo della polizia Carmelo Cinturrino sarà chiamato a rispondere punto per punto non solo dello sparo che il 26 gennaio ha ucciso Abderrahim Mansouri, ma soprattutto di ciò che è accaduto subito dopo, nel boschetto di Rogoredo. È un quadro inquietante quello che gli inquirenti hanno delineato intorno a questo agente nato a Messina il 21 novembre del 1984, accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani. Per la Procura che ha disposto il carcere, oltre al pericolo di fuga, risulta «concreto e attuale» sia il pericolo di inquinamento probatorio sia di reiterazione del reato, «alla luce della circostanza che il fermato ha dimostrato elevatissima capacità criminale».
Nelle carte firmate dal procuratore capo, Marcello Viola, e da Giovanni Tarzia si affaccia infatti anche un’altra ipotesi: che i quattro agenti inizialmente sentiti come persone informate sui fatti possano aver fornito versioni in linea con quella di Cinturrino per timore di essere ammazzati anche loro. Solo dopo - nel corso di interrogatori più approfonditi e alla luce dei riscontri oggettivi - hanno iniziato a dettagliare elementi diversi. È in questo snodo che gli inquirenti collocano il cambio di passo investigativo, frutto di un lavoro definito dagli stessi vertici «rigoroso e senza sconti», portato avanti dalla Procura e dalla Squadra mobile della questura di Milano.
A pesare, secondo gli atti, sarebbero state anche le pressioni attribuite all’assistente capo: Cinturrino avrebbe sollecitato i colleghi a mantenere la versione della legittima difesa. Dai verbali emerge una figura temuta, capace di incutere soggezione. «Avevo paura che potesse spararmi», ha riferito l’agente Davide Picciotto, una percezione confermata da altri testimoni che descrivono comportamenti abitualmente aggressivi, tanto da usare talvolta il martello anche contro i tossicodipendenti.
Il fermo e la richiesta di custodia cautelare si fondano sull’accusa di omicidio volontario: per la Procura, Cinturrino avrebbe sparato consapevolmente a Mansouri senza una minaccia concreta, mentre cercava di fuggire, aggravando la propria posizione alterando la scena e costruendo una versione difensiva non veritiera.
Il quadro cambia radicalmente con il secondo interrogatorio di Picciotto, reso il 19 febbraio. È qui che, secondo gli inquirenti, emergono riscontri decisivi. Picciotto - che al momento dello sparo si trovava alla destra di Cinturrino, due o tre metri più indietro - colloca l’azione a una distanza di circa 20 metri dalla vittima. Racconta di aver visto Mansouri fare un gesto con il braccio destro, «sopra la spalla», come se stesse per lanciare qualcosa. Un gesto che viene collegato alla pietra rinvenuta accanto alla mano del giovane e visibile nelle immagini acquisite.
Ma Picciotto è altrettanto esplicito su un punto centrale: non ha mai avuto timore di essere colpito. Lo dice chiaramente agli inquirenti. La minaccia, secondo il suo racconto, non era concreta né immediata. E soprattutto aggiunge un elemento dirimente: prima dello sparo nessuno ha intimato l’alt, né si è qualificato come polizia.
Dopo il colpo, Mansouri cade prono, con il volto a terra. Le lesioni al viso, l’imbrattamento di terriccio, la posizione del corpo e la traiettoria del proiettile - che entra nella regione parietale destra e si arresta nella zona occipitale - trovano riscontro negli accertamenti medico-legali e balistici dell’università di Milano e della polizia scientifica. È una caduta compatibile con un colpo esploso di lato, mentre la testa era leggermente ruotata, non con un fronteggiamento diretto.
È a questo punto che si innesta la parte più inquietante del racconto. Picciotto riferisce che Cinturrino gli consegna le chiavi della Panda di servizio e gli ordina di andare al commissariato Mecenate a prendere la valigetta degli atti, quella abitualmente utilizzata dai capo pattuglia delle volanti. Non quella di servizio - presente sul posto con la volante Mecenate bis - ma una borsa nera personale, con lo stemma dell’Italia, appartenente allo stesso Cinturrino. Le telecamere documentano l’andata e il ritorno: Picciotto si allontana alle 17.33, rientra al bosco alle 17.48. Quando torna, vede Cinturrino aprire il cofano, prelevare un oggetto nero e correre verso il corpo. Solo dopo, vicino alla mano di Mansouri, compare la pistola a salve.
Il ritardo nei soccorsi - 22-23 minuti - chiude il cerchio. Mansouri non muore sul colpo: dà segni di vita. Eppure il 118 viene chiamato solo alle 17.55. Secondo la Procura, Cinturrino tranquillizza i colleghi, dicendo di aver già avvisato la centrale. Non è vero. Quel lasso di tempo, scrivono i pm, viene utilizzato per modificare la scena.
Sul piano politico il caso riaccende lo scontro sullo scudo penale. Elly Schlein, leader dem, ha accusato Giorgia Meloni e Matteo Salvini di aver strumentalizzato il caso, definendo grave l’uso politico di una vicenda giudiziaria ancora in corso per il referendum. Ha chiesto scuse per i giudici e di rivedere la norma del decreto Sicurezza che introdurrebbe una forma di impunità preventiva. Di segno opposto Salvini, che ribadisce: «Lo scudo non è impunità: se ci sono evidenze di crimine si indaga e si arresta». Il premier Meloni ha avvertito che, se le ipotesi fossero confermate, si tratterebbe di un fatto «gravissimo». Ha espresso «profonda rabbia» all’idea che chi tradisce la divisa possa «sporcare» il lavoro di chi ogni giorno tutela la sicurezza, ringraziando la polizia di Stato per le indagini interne svolte «al solo fine di far emergere la verità». Il presidente del Consiglio ha poi ribadito che «non esiste alcuno scudo penale» e che la giustizia farà il suo corso.
Tra gli alberi c’era chi ha visto tutto
È stata una sequenza di errori a portare Carmelo Cinturrino al centro dell’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri. Errori che hanno incrinato la versione della legittima difesa e hanno finito per reggere l’impianto accusatorio della Procura di Milano.
Il primo riguarda la pistola. L’arma indicata da Cinturrino come la minaccia che lo avrebbe costretto a sparare non si è rivelata solo una replica a salve. Ma soprattutto, dagli accertamenti della Scientifica, è emerso che su quell’oggetto non erano presenti tracce genetiche della vittima, mentre sono state rinvenute più tracce biologiche dello stesso Cinturrino: sulla guanciola, sul grilletto, sul cane e sull’impugnatura. Un dato che ha smentito l’ipotesi che Mansouri l’avesse mai impugnata e ha rafforzato il sospetto che la pistola fosse stata maneggiata e collocata dopo, per costruire una scena compatibile con la legittima difesa. Il secondo errore ha riguardato i tempi dei soccorsi. Un ritardo che, per l’accusa, non è stato casuale ma funzionale ad alterare la scena. Il terzo è stato non accorgersi dei testimoni. Nel bosco di Rogoredo, quella sera, non c’erano solo poliziotti. Alcuni frequentatori dell’area hanno assistito alle fasi dell’intervento e dello sparo, nascosti nella boscaglia. Tra loro Muhammadi Quadrat Ullah, che ha raccontato di aver visto Mansouri disarmato, con un telefono in una mano e una pietra nell’altra, colpito mentre stava cercando di fuggire. La sua versione è stata ritenuta attendibile anche perché verificata sul posto, in condizioni di luce simili a quelle del pomeriggio del 26 gennaio e perché supportata da riscontri oggettivi: la presenza della pietra accanto alla mano della vittima, il fango sul volto, la posizione prona del corpo.
Tra i riscontri che hanno pesato di più nell’impianto accusatorio c’è il racconto di Mohui Rachid, uno dei frequentatori del boschetto che, secondo gli inquirenti, ha finito per incastrare proprio chi per anni avrebbe incusso timore in quell’area. Rachid ha riferito di essere stato in chiamata Whatsapp con Mansouri negli istanti immediatamente precedenti allo sparo. Una conversazione in tempo reale, durante la quale lo avrebbe avvertito della presenza della polizia invitandolo a scappare. La chiamata, ha raccontato, si è interrotta bruscamente dopo un rumore secco, riconducibile a un colpo d’arma da fuoco. Subito dopo ha tentato di richiamarlo, senza ottenere risposta. Un racconto che ha trovato puntuale riscontro tecnico: l’analisi del cellulare di Mansouri ha confermato una chiamata Whatsapp alle 17.32, collocata a ridosso dell’orario stimato dello sparo. Rachid aveva anche consegnato agli investigatori uno screenshot del registro chiamate, poi verificato dalla Squadra mobile. Un dettaglio ritenuto decisivo perché colloca Mansouri in una situazione incompatibile con la versione della minaccia armata imminente: stava parlando al telefono, non impugnava una pistola. Per la Procura, la testimonianza di Rachid è fondamentale: è uno dei frequentatori del boschetto che, secondo le carte, avrebbero subito per anni intimidazioni da parte di Cinturrino.
Infine, il quarto errore è stato aver confidato in un’impunità costruita nel tempo. Dagli atti emerge un quadro «allarmante»: intimidazioni, violenze e richieste di denaro ai tossici, riferite da più soggetti sentiti dagli investigatori. Intanto Dario Redaelli ha rinunciato all’incarico di consulente della difesa di Cinturrino, affermando di non poter difendere chi ha «preso in giro» lui e l’istituzione a cui ha appartenuto per 40 anni. E ha espresso solidarietà ai poliziotti che ogni giorno onorano la divisa.
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