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2019-02-28
Il cardinal Pell prepara l’appello dal carcere
Ansa
Il cardinale australiano George Pell, già prefetto della segreteria per l'economia vaticana, è in prigione da ieri, rinchiuso nella Assessment prison di Melbourne, in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo. Con un'ulteriore accelerazione la giustizia australiana ha messo subito in galera il porporato, a cui è stata revocata la libertà su cauzione dopo la conclusione di un'udienza di pre sentenza di patteggiamento in cui i legali delle due parti hanno presentato le argomentazioni finali. In galera subito, dopo aver confermato quanto stabilito l'11 dicembre 2018 in un «retrial», un nuovo processo, visto che la prima giuria popolare non era venuta a capo di niente. In tre giorni, invece, la nuova giuria ha deliberato all'unanimità che il cardinale Pell è colpevole di cinque reati di abusi, due violenze sessuali che risalgono a 22 anni fa a carico di due coristi di 12 e 13 anni della cattedrale di Melbourne e altri atti osceni davanti a minori. In tutto si possono calcolare 50 anni di galera.
Pell continua a dichiararsi innocente e farà appello, ad oggi non si conosce la data di questo secondo grado di giudizio in cui il cardinale verrà sentito non più da una giuria, ma da una Corte di tre giudici. In Vaticano ci sono perplessità sulla sentenza comminata all'ex numero tre della Santa sede e si è scelto di rispettare quanto finora deciso, ma puntando sul ricorso in appello. Il caso non lo si ritiene chiuso, intanto però il direttore ad interim della Sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha confermato che «il cardinale non è più prefetto della segreteria per l'Economia», ruolo chiave a cui era stato chiamato proprio da Bergoglio con l'obiettivo di mettere ordine all'interno del complicato mondo delle finanze vaticane. E qualcuno sostiene che le accuse nei suoi confronti abbiano subito un'escalation proprio in concomitanza con l'azione energica che il cardinale australiano stava svolgendo dentro ai forzieri vaticani. Comunque, sempre Gisotti ha comunicato che «la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».
Solo una decina di giorni fa il Papa ha «spretato» l'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, applicando la massima pena per un ecclesiastico. Adesso sono molti a chiedere la stessa pena per Pell, ma è certo che non accadrà almeno fino all'espletamento di un regolare processo e dopo l'appello alla giustizia civile australiana. Il tintinnar di manette che da decenni viene suonato da molti pulpiti mediatici contro la Chiesa, non può diventare un riflesso condizionato.
Il cardinale è stato condannato sulla base di una sola testimonianza e da un testimone che la legge australiana tutela con l'anonimato. Nessun altro teste a corroborare quanto raccontato dal denunciante. Una delle due vittime, infatti, è morta nel 2014 per overdose, peraltro dopo aver detto alla madre di non aver subito abusi, ma il denunciante, invece, avrebbe riferito il contrario (dopo la morte dell'amico). Il padre del ragazzo deceduto per overdose, la notizia è di ieri, ha intrapreso una causa di risarcimento sia nei confronti di Pell che nei confronti della Chiesa cattolica. Lisa Flynn, dello studio legale che segue questo padre, ha dichiarato che «è molto comune che i sopravvissuti agli abusi sessuali ricorrano alle droghe nel tentativo di offuscare il dolore».
I fatti riferiti dal denunciante risalgono al 1996 e 1997 e il testimone era allora un chierichetto di 13 anni della cattedrale di Melbourne, mentre Pell era arcivescovo. L'abuso del 1996 si sarebbe verificato dopo la messa solenne domenicale delle 10.30, o il 15 dicembre o il 22 dicembre di quell'anno. In questo abuso, secondo il racconto in aula, Pell avrebbe trovato i due chierichetti in sacrestia che bevevano il vino utilizzato durante la messa. Dopo aver detto ai ragazzi che erano nei guai, ha spinto uno dei ragazzi vicino al suo pene e poi ha messo il suo pene nella bocca dell'altro ragazzo. Questo a grandi linee il racconto del denunciante, ma secondo la difesa questo racconto contiene molte improbabilità: l'arcivescovo avrebbe dovuto lasciare improvvisamente la processione finale della celebrazione, senza che questa si fosse ancora conclusa, e sarebbe entrato in sacrestia senza essere accompagnato da nessuno, nemmeno dal maestro delle cerimonie. Infatti, monsignor Charles Portelli, il cerimoniere, ha dichiarato che mai avrebbe potuto lasciare solo l'arcivescovo, ma la sua testimonianza è stata confutata dall'accusa dicendo che siccome Portelli all'epoca fumava venti sigarette avrebbe potuto benissimo allontanarsi per fumarne una. Robert Richter, avvocato di Pell, ha sottolineato più volte le tante imprecisioni di questa ricostruzione e soprattutto le insistenti improbabilità.
Il denunciante, tra l'altro, prima ha detto che Pell si era aperto la veste per l'abuso, poi di fronte al fatto che il paramento liturgico non si apre sul davanti, in un secondo momento ha ritrattato specificando che Pell avrebbe spostato di lato le vesti, ma anche in questo caso c'è una fascia nei paramenti che impedisce questo movimento rendendolo quantomeno assai difficoltoso, se non impossibile. Inoltre, sempre il denunciante ha affermato che per tutto il tempo dell'abuso la porta della sacrestia era spalancata e vedeva passare fuori gli altri chierichetti. Infine, dopo l'abuso i due sarebbero rientrati nei loro posti del coro per fare le prove delle canzoni natalizie.
La seconda aggressione, cosiddetta del corridoio, sarebbe, invece, avvenuta nel 1997. Secondo la vittima, Pell lo spinse contro un muro in un corridoio della cattedrale e gli strinse i genitali. Ha riportato l'incidente alla polizia nel 2015. La difesa ha detto che Pell non avrebbe potuto spingere un corista contro un muro del corridoio e avergli dolorosamente schiacciato i genitali dopo una messa il 23 febbraio 1997 senza essere notato. Iil cardinale è alto 1,93 e ha una mole difficilmente oscurabile anche da un pilastro.
«Burn in hell», brucia all'inferno, si è sentito gridare contro Pell mentre entrava in aula per sentire la sentenza che lo mandava in carcere. Qualcun altro, invece, lo ritiene un agnello sacrificale, un capro espiatorio per un clima anticlericale violentissimo che avrebbe influito su tutta la sua vicenda e sul processo. «La Chiesa cattolica non è sotto processo... Sto imponendo una sentenza al cardinale Pell per quello che ha fatto», ha detto il giudice Peter Kidd. Intanto però la giustizia australiana si dà molto da fare con la Chiesa cattolica. L'arcivescovo di Brisbane e presidente dei vescovi australiani, monsignor Mark Benedict Coleridge, che ha tenuto l'omelia nella messa di chiusura del vertice anti abusi in Vaticano della settimana scorsa, è finito anche lui sotto indagine per aver insabbiato le accuse che una donna gli riportava per abusi compiuti da preti.
Tutti i fedelissimi di papa Francesco inciampati nello scandalo pedofilia
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L'ex tesoriere vaticano, sollevato dalla Santa Sede, è in prigione. Non smette di dichiararsi innocente ed è al lavoro per smontare le accuse nel prossimo grado di giustizia. Le testimonianze contro di lui lasciano molti dubbi, ma non sarà facile ribaltare il verdetto.Dall'Australia agli Usa, passando per il Cile, Bergoglio ha perso gli uomini su cui contava di più. Il Consiglio dei nove è diventato il Consiglio dei sei. E le sue ultime promozioni possono trasformarsi in un boomerang.Lo speciale contiene due articoliIl cardinale australiano George Pell, già prefetto della segreteria per l'economia vaticana, è in prigione da ieri, rinchiuso nella Assessment prison di Melbourne, in attesa della sentenza prevista per il 13 marzo. Con un'ulteriore accelerazione la giustizia australiana ha messo subito in galera il porporato, a cui è stata revocata la libertà su cauzione dopo la conclusione di un'udienza di pre sentenza di patteggiamento in cui i legali delle due parti hanno presentato le argomentazioni finali. In galera subito, dopo aver confermato quanto stabilito l'11 dicembre 2018 in un «retrial», un nuovo processo, visto che la prima giuria popolare non era venuta a capo di niente. In tre giorni, invece, la nuova giuria ha deliberato all'unanimità che il cardinale Pell è colpevole di cinque reati di abusi, due violenze sessuali che risalgono a 22 anni fa a carico di due coristi di 12 e 13 anni della cattedrale di Melbourne e altri atti osceni davanti a minori. In tutto si possono calcolare 50 anni di galera.Pell continua a dichiararsi innocente e farà appello, ad oggi non si conosce la data di questo secondo grado di giudizio in cui il cardinale verrà sentito non più da una giuria, ma da una Corte di tre giudici. In Vaticano ci sono perplessità sulla sentenza comminata all'ex numero tre della Santa sede e si è scelto di rispettare quanto finora deciso, ma puntando sul ricorso in appello. Il caso non lo si ritiene chiuso, intanto però il direttore ad interim della Sala stampa vaticana, Alessandro Gisotti, ha confermato che «il cardinale non è più prefetto della segreteria per l'Economia», ruolo chiave a cui era stato chiamato proprio da Bergoglio con l'obiettivo di mettere ordine all'interno del complicato mondo delle finanze vaticane. E qualcuno sostiene che le accuse nei suoi confronti abbiano subito un'escalation proprio in concomitanza con l'azione energica che il cardinale australiano stava svolgendo dentro ai forzieri vaticani. Comunque, sempre Gisotti ha comunicato che «la Congregazione per la dottrina della fede si occuperà del caso nei modi e con i tempi stabiliti dalla normativa canonica».Solo una decina di giorni fa il Papa ha «spretato» l'ex cardinale di Washington, Theodore McCarrick, applicando la massima pena per un ecclesiastico. Adesso sono molti a chiedere la stessa pena per Pell, ma è certo che non accadrà almeno fino all'espletamento di un regolare processo e dopo l'appello alla giustizia civile australiana. Il tintinnar di manette che da decenni viene suonato da molti pulpiti mediatici contro la Chiesa, non può diventare un riflesso condizionato. Il cardinale è stato condannato sulla base di una sola testimonianza e da un testimone che la legge australiana tutela con l'anonimato. Nessun altro teste a corroborare quanto raccontato dal denunciante. Una delle due vittime, infatti, è morta nel 2014 per overdose, peraltro dopo aver detto alla madre di non aver subito abusi, ma il denunciante, invece, avrebbe riferito il contrario (dopo la morte dell'amico). Il padre del ragazzo deceduto per overdose, la notizia è di ieri, ha intrapreso una causa di risarcimento sia nei confronti di Pell che nei confronti della Chiesa cattolica. Lisa Flynn, dello studio legale che segue questo padre, ha dichiarato che «è molto comune che i sopravvissuti agli abusi sessuali ricorrano alle droghe nel tentativo di offuscare il dolore».I fatti riferiti dal denunciante risalgono al 1996 e 1997 e il testimone era allora un chierichetto di 13 anni della cattedrale di Melbourne, mentre Pell era arcivescovo. L'abuso del 1996 si sarebbe verificato dopo la messa solenne domenicale delle 10.30, o il 15 dicembre o il 22 dicembre di quell'anno. In questo abuso, secondo il racconto in aula, Pell avrebbe trovato i due chierichetti in sacrestia che bevevano il vino utilizzato durante la messa. Dopo aver detto ai ragazzi che erano nei guai, ha spinto uno dei ragazzi vicino al suo pene e poi ha messo il suo pene nella bocca dell'altro ragazzo. Questo a grandi linee il racconto del denunciante, ma secondo la difesa questo racconto contiene molte improbabilità: l'arcivescovo avrebbe dovuto lasciare improvvisamente la processione finale della celebrazione, senza che questa si fosse ancora conclusa, e sarebbe entrato in sacrestia senza essere accompagnato da nessuno, nemmeno dal maestro delle cerimonie. Infatti, monsignor Charles Portelli, il cerimoniere, ha dichiarato che mai avrebbe potuto lasciare solo l'arcivescovo, ma la sua testimonianza è stata confutata dall'accusa dicendo che siccome Portelli all'epoca fumava venti sigarette avrebbe potuto benissimo allontanarsi per fumarne una. Robert Richter, avvocato di Pell, ha sottolineato più volte le tante imprecisioni di questa ricostruzione e soprattutto le insistenti improbabilità.Il denunciante, tra l'altro, prima ha detto che Pell si era aperto la veste per l'abuso, poi di fronte al fatto che il paramento liturgico non si apre sul davanti, in un secondo momento ha ritrattato specificando che Pell avrebbe spostato di lato le vesti, ma anche in questo caso c'è una fascia nei paramenti che impedisce questo movimento rendendolo quantomeno assai difficoltoso, se non impossibile. Inoltre, sempre il denunciante ha affermato che per tutto il tempo dell'abuso la porta della sacrestia era spalancata e vedeva passare fuori gli altri chierichetti. Infine, dopo l'abuso i due sarebbero rientrati nei loro posti del coro per fare le prove delle canzoni natalizie.La seconda aggressione, cosiddetta del corridoio, sarebbe, invece, avvenuta nel 1997. Secondo la vittima, Pell lo spinse contro un muro in un corridoio della cattedrale e gli strinse i genitali. Ha riportato l'incidente alla polizia nel 2015. La difesa ha detto che Pell non avrebbe potuto spingere un corista contro un muro del corridoio e avergli dolorosamente schiacciato i genitali dopo una messa il 23 febbraio 1997 senza essere notato. Iil cardinale è alto 1,93 e ha una mole difficilmente oscurabile anche da un pilastro. «Burn in hell», brucia all'inferno, si è sentito gridare contro Pell mentre entrava in aula per sentire la sentenza che lo mandava in carcere. Qualcun altro, invece, lo ritiene un agnello sacrificale, un capro espiatorio per un clima anticlericale violentissimo che avrebbe influito su tutta la sua vicenda e sul processo. «La Chiesa cattolica non è sotto processo... Sto imponendo una sentenza al cardinale Pell per quello che ha fatto», ha detto il giudice Peter Kidd. Intanto però la giustizia australiana si dà molto da fare con la Chiesa cattolica. L'arcivescovo di Brisbane e presidente dei vescovi australiani, monsignor Mark Benedict Coleridge, che ha tenuto l'omelia nella messa di chiusura del vertice anti abusi in Vaticano della settimana scorsa, è finito anche lui sotto indagine per aver insabbiato le accuse che una donna gli riportava per abusi compiuti da preti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-cardinal-pell-prepara-lappello-dal-carcere-2630198520.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-i-fedelissimi-di-papa-francesco-inciampati-nello-scandalo-pedofilia" data-post-id="2630198520" data-published-at="1779272033" data-use-pagination="False"> Tutti i fedelissimi di papa Francesco inciampati nello scandalo pedofilia La caduta degli dei. L'ultimo a essere trafitto da accuse di pedofilia è il cardinale George Pell. Ma è solo l'ultimo, appunto. Il papato di Bergoglio è ormai costellato dalla detonazione di scandali che hanno portato, in tutto il mondo, a dimissioni e condanne di vescovi e cardinali. Bisogna «proteggere i piccoli dai lupi voraci», ha detto qualche giorno fa il Pontefice, a conclusione dell'incontro planetario «per la protezione dei minori della Chiesa». Ma i lupi non sono più solo viceparroci di remote canoniche. Sono i porporati che siedono accanto a Bergoglio. Sono i suoi stretti consiglieri. Sono il faro di masse di fedeli. Come il cardinale Pell, prefetto della segreteria economica vaticana dal 2014 fino a qualche giorno fa. Per la prima volta, un «ministro» della Santa Sede viene punito per abusi sessuali: dodici membri della giuria della County court dello stato di Victoria, in Australia, lo condannano per aver abusato di due ragazzini. I fatti sono del 1996: Pell, «sorseggiando il vino consacrato», li avrebbe molestati in una stanza sul retro della cattedrale di San Patrizio, a Melbourne, dove era arcivescovo. Il prelato, già indagato, s'era «autosospeso» nel giugno 2017. Adesso, però, scrive la Santa Sede, «in attesa dell'accertamento definitivo dei fatti» gli è «proibito in via cautelativa l'esercizio pubblico del ministero e il contatto in qualsiasi modo e forma con minori di età». Ultima speranza: il futuro ribaltamento della sentenza penale. Com'è successo a monsignor Phillip Wilson, ex vescovo di Adelaide. A maggio dell'anno scorso è condannato in primo grado per aver insabbiato gli abusi di padre James Fletcher, negli anni Settanta. Ma a dicembre, la corte d'appello riconosce il «ragionevole dubbio». Verdetto annullato. Il Papa, intanto, s'era però affrettato a commissariare la diocesi. Così a giugno 2018, il vescovo, pur affermando la propria innocenza, s'è comunque dimesso: «Preoccupato dall'aumentare del livello di sofferenza nella comunità». Ora anche la condanna di Pell è diventata pubblica. Anche se risale all'11 dicembre 2018. E proprio il giorno dopo, Pell viene estromesso dal Consiglio dei nove cardinali che papa Francesco aveva scelto per coadiuvarlo nel governo della Chiesa. Ufficialmente, si tratta di «ragioni d'età». Ma, assieme a Pell, vengono esautorati altri due porporati. Tra cui il cileno Francisco Javier Errázuriz, 85 anni, il membro più anziano del Consiglio. Anche lui, inciampato nella pedofilia. È accusato di aver insabbiato violenze e molestie: in particolare, quelle di padre Fernando Karadima, abusatore seriale, ridotto da Francesco allo stato laicale il 28 settembre 2018. Una «decisione eccezionale» spiegò la sala stampa vaticana: presa «in coscienza e per il bene della Chiesa». Ma anche straordinariamente tardiva: Karadima era già stato condannato a febbraio del 2011 dalla Congregazione per la dottrina della fede. Verdetto confermato a giugno 2012. Eppure viene spretato sei anni più tardi. E solo dopo le enormi pressioni di opinione pubblica e vittime. Alcuni supposti correi, intanto, avevano già presentato dimissioni: probabilmente indotte. Alti prelati cileni. Una slavina di rinunce. L'11 giugno 2018 lascia Juan Barros , vescovo di Osorno, allievo di Karadima, Cristián Caro Cordero, arcivescovo di Puerto Montt, e Gonzalo Duarte García de Cortázar, vescovo di Valparaíso. Il 27 giugno 2018, è la volta del monsignore di Rancagua, Alejandro Goic Karmelic, e dell'ordinario di Talca, Horacio del Carmen Valenzuela Abarca, altro figlio spirituale di Karadima. Il 21 settembre 2018 tocca a Carlos Eduardo Pellegrín Barrera, vescovo di San Bartolomé de Chillán, e a Cristián Enrique Contreras Molina, ordinario di San Felipe. Tutti trafitti dal sospetto di aver insabbiato, coperto, omesso. Negli stessi giorni, intanto, viene dimesso dallo stato clericale un altro famoso sacerdote cileno: Cristian Precht. Uguale provvedimento, l'11 ottobre 2018, colpisce Francisco José Cox Huneeus, arcivescovo emerito de La Serena, membro dell'Istituto dei padri di Schoenstatt, e Marco Antonio Ordenes Fernandez, già vescovo di Iquique: entrambi, ancora una volta, accusati di abusi sui minori. Con una nota del Vaticano che dettaglia: «La decisione adottata dal Papa non ammette appello». Più ecumenica, invece, la pena inflitta, nel 2013, a Keith O'Brien: arcivescovo emerito di Saint Andrews and Edinburgh. Viene privato dei diritti e delle prerogative da porporato. Ma O'Brien, scomparso recentemente, rimane comunque cardinale. Incolpato da quattro sacerdoti di «comportamenti inappropriati» aveva amesso le sue responsabilità. Una sorta di sospensione colpisce ora anche Gustavo Oscár Zanchetta, nominato nel 2013, proprio dal Pontefice, alla guida della piccola diocesi di Orán, a Nord dell'Argentina. Lo scorso autunno è chiamato a Roma per coprire l'inedito ruolo di «assessore» nell'Amministrazione del patrimonio della sede apostolica (Apsa). Intanto, però, in patria lo indagano per abusi sessuali. Garantismo ecclesiastico. Come quello di cui ha goduto, per decenni, un illustrissimo porporato: Theodore McCarrick, ex arcivescovo emerito di Washington, incolpato di molestie a seminaristi e abusi su almeno tre minori. Per anni è stato tra le personalità più influenti della Chiesa negli Usa. L'11 gennaio 2019 viene però dimesso dallo stato clericale. Sentenza confermata lo scorso 13 febbraio: «Il Santo Padre», scrive la Congregazione per la dottrina della fede, «ha riconosciuto la natura definitiva, a norma di legge, di questa decisione, la quale rende il caso res iudicata, cioè non soggetto a ulteriore ricorso». «Defrocked»: spretato. Ma pur sempre con ritardo e poca solerzia. McCarrick veniva già accusato nel memoriale di Carlo Maria Viganò, pubblicato lo scorso agosto in esclusiva mondiale dalla Verità. L'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti nel j'accuse, denuncia gli abusi di McCarrick. E i lustri di omertà sul caso. Non risparmiando strali neanche alla presunta inerzia di papa Francesco. Viganò si scaglia anche contro il successore di McCarrick alla guida dell'arcidiocesi di Washington, Donald Wuerl: «Sono assolutamente risibili», scrive nel memoriale, le dichiarazioni del prelato, che si dice all'oscuro dei precedenti di McCarrick. Intanto, viene pubblicato il report del gran giurì della Pennsylvania. Raccoglie le testimonianze di abusi sui minori negli ultimi settant'anni. Nel dossier, il cardinale Wuerl viene citato per il suo precedente incarico come vescovo di Pittsburgh, tra 1988 e il 2006. In alcuni casi, di fronte alle denunce, avrebbe voltato la testa. Così, a ottobre 2018, pure Wuerl si dimette. Un altro dei caduti nell'epoca bergogliana. Il Pontefice, in una lettera, ne elogia il gesto: un pastore che s'è immolato. Per evitare «la sterile divisione seminata dal padre della menzogna: il quale, cercando di ferire il pastore, non vuole altro che le pecore si disperdano». Pecore e lupi. La lista dei «vinti» però si allunga. La resa dei conti, in Vaticano, potrebbe essere appena cominciata.
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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