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2021-12-05
Così la Corte dei conti fa il contropelo agli sprechi dello Svimez
Domenico Arcuri (Ansa)
Il meridionalismo documentato, quello di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno presieduta da Adriano Giannola e guidata dall’economista Luca Bianchi, tenuto in grande considerazione perfino dal presidente Sergio Mattarella, presenta nuove e vecchie criticità: a partire dalla trasparenza fino ad arrivare - passando per un incontrollabile ricorso a risorse esterne - ad acquisti e forniture effettuati senza aver mai fatto un accesso al Mepa, il mercato elettronico della pubblica amministrazione. È il quadro tracciato dall’ultima analisi della Corte dei conti, che il 9 novembre ha depositato una corposa relazione sulla gestione finanziaria dell’associazione abituata a fare le pulci a governo, Regioni, banche, imprese e perfino ai partiti, anticipando di una ventina di giorni la presentazione di quello che è considerato il suo fiore all’occhiello, il Rapporto annuale sull’economia e la società del Mezzogiorno.
Il 30 novembre, infatti, come ogni anno, a commentare lo studio, molto seguito dalla stampa, hanno preso parte non poche personalità: dal ministro per il Sud Mara Carfagna al direttore dell’Abi Giovanni Sabatini. Il dossier sui conti di Svimez, firmato dal relatore della Corte Marco Villani e dal presidente Andrea Zacchia, invece, è stato inviato direttamente alle presidenze di Camera e Senato. In sordina. Malgrado di anomalie ne siano saltate fuori diverse: «Si osserva che», scrivono i giudici, «nonostante il valore finanziario dei contributi ricevuti e la partecipazione, in prevalenza, di enti pubblici, Svimez mantiene la natura di associazione non riconosciuta». Ovvero non presenta personalità giuridica ed è sottoposta a minori adempimenti burocratici, pur incamerando somme di rilievo. Il contributo statale, disposto dalla legge di bilancio per il 2020, per esempio, è stato di 1.700.000 euro. Per la verità il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte ha eroso di 13.733 euro il contributo concesso da quello gialloverde. Si tratta comunque di un finanziamento consistente. E, soprattutto, a fondo perduto. Al quale si sommano, poi, i proventi da convenzioni, la cui voce complessiva di bilancio segna un incremento di 54.922 euro rispetto al 2019. In totale Svimez ottiene dai finanziatori che credono nella sua mission altri 368.993 euro. Si va dai 120.565 euro della Bmti, la Borsa merci telematica italiana (per una valutazione dei trend territoriali e settoriali), ai 62.728 euro della Regione Basilicata, ai 22.131 della Calabria (per un supporto tecnico alla stesura del Documento di economia e finanza regionale), agli oltre 47.000 del Parco di Pantelleria.
Hanno investito in Svimez anche Domenico Arcuri con la sua Invitalia (28.700 euro) e il Mediocredito centrale (20.000), il cui socio unico è sempre Invitalia. Nel primo caso Arcuri ha commissionato a Svimez «un’analisi dell’impatto sociale ed economico prodotto» dagli incentivi gestiti dalla stessa Invitalia in Campania, e in particolare nel comune di Morra De Sanctis (Avellino). Per il Mediocredito, invece, Svimez analizza i dati delle imprese che hanno accesso al fondo di garanzia. Per Utilitalia (federazione delle aziende dei servizi pubblici di acqua, ambiente, energia elettrica e gas), inoltre, Svimez segue gli interventi previsti dal Recovery plan. Costo della convenzione: 42.000 euro.
chi sono i soci
Un’altra iniezione che tiene arzillo il bilancio di Svimez arriva dalle quote associative, quasi tutte da 10.300 euro. Tra i soci si trovano Bankitalia, il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti di Roma, le Regioni Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, la Seconda università di Napoli e anche l’Unione degli industriali di Napoli e quella di Cosenza. In totale l’incasso è di 152.100 euro. Poi ci sono 139.000 euro che arrivano da locazioni di immobili.
Per la produzione di rapporti, ricerche e dossier, però, Svimez sostiene anche dei costi elevati: 2.335.219 euro nel 2020. Per gli stipendi, per esempio, vengono bruciati 915.281 euro tra quelli per i dirigenti (321.842 euro), per i ricercatori (284.057), per i comunicatori (33.993) e per il personale che si occupa di gestione e servizi (275.389). La spesa, sommando anche contributi, Tfr e buoni pasto, arriva a 1.320.927. L’ente, sotto l’aspetto dei compensi al management, sembra anche virtuoso, visto che il presidente ha percepito nel 2020 solo 20.000 euro e il direttore 170.000 (nel 2019 erano 139.500).
La nota dolente arriva quando nella lettura del bilancio si inciampa nei costi per le collaborazioni esterne. Quelle per la ricerca sono passate dai 197.138 euro del 2019 ai 209.760 del 2020, solo 80.000 euro in meno rispetto ai costi sostenuti per i ricercatori assunti. E sono così suddivise: collaborazioni per stilare il famoso Rapporto annuale 45.850 euro, collaborazioni in campo statistico 101.900 euro, altre collaborazioni di ricerca 62.010 euro. Le convenzioni, poi, producono anche costi. Per la collaborazione con la Basilicata, per esempio, si spendono 20.500 euro (a fronte di un incasso da 62.000). Per Invitalia 6.500. Altri 5.000 per il Mediocredito. A conti fatti, i costi per le collaborazioni esterne raggiungono quota 338.992 euro, con un incremento rispetto al 2019 di 60.311 euro.
E i bilanci?
Svimez si è giustificata chiarendo che «la crescita delle attività ha reso necessario contrattualizzare specifiche professionalità non presenti all’interno del personale dell’associazione, che nel periodo considerato si è ridotto per l’aspettativa di un dirigente di ricerca». I giudici contabili, però, sferzano Svimez invitandola a «valutare attentamente e prudentemente il ricorso a collaborazioni esterne in materie rientranti nelle competenze ordinarie della struttura [...] e raccomandando il ricorso a professionalità esterne soltanto quando sia strettamente necessario per motivi di competenza o per carenze interne». E danno una indicazione precisa: «L’adozione di un regolamento di selezione di tali figure professionali e un apposito albo».
Sul sito Web, peraltro, nell’area dedicata alla trasparenza, sono presenti solo decreti legislativi e circolari Anac legati alle normative anticorruzione. I bilanci non sono disponibili. Né è possibile visualizzare contratti e incarichi.
Le spese generali sembrano quelle di un piccolo carrozzone statale, con tanto di rimborsi spese, seppur in calo, per amministratori e collaboratori (6.519 euro in un anno), viaggi e rappresentanza (12.279), abbonamenti a libri e giornali (5.612). In totale 157.755 euro. Anche i costi per servizi, 472.305 euro, non sono passati inosservati: comprendono spese per stampa, comunicazione e promozione, assistenza e noleggio di macchine per ufficio. Anche in questo campo, però, l’ente di Giannola viaggia sotto copertura.
«Svimez», si legge nella relazione, «non ha utilizzato per gli acquisti la piattaforma Mepa, ritenendo di non rientrare tra gli enti presenti nel perimetro della pubblica amministrazione». E, di fatto, è così, avendo scelto di restare un’associazione non riconosciuta, che precisa nel suo statuto di non avere fini di lucro. Ma i giudici, «considerata la rilevanza dei contributi pubblici», suggeriscono «di valutare il ricorso ad acquisti tramite le centrali pubbliche di committenza». L’unico modo per salvare trasparenza.
Immobili e terreni e un Cda di nomi noti a puntellare la mini corazzata
Non ci sono solo contributi del governo e convenzioni con enti e società pubbliche nel ricco paniere del colosso della ricerca economica Svimez. Lo stato patrimoniale dell’associazione non riconosciuta può contare su fabbricati e terreni per 4.407.178 euro, incamerati tre anni fa con l’incorporazione di Simez srl, società immobiliare che era nata proprio per amministrare quei beni. Anche in questa voce del bilancio i giudici della Sezione di controllo della Corte dei conti hanno ficcato il naso.
Svimez ha spiegato che non si tratta di beni strumentali, perché non funzionali all’attività dell’associazione: «Rappresentano una forma di investimento di mezzi finanziari». In sostanza sarebbero una garanzia per il Tfr maturato dai dipendenti. Gli acquisti, soprattutto di appartamenti di pregio, effettuati tra il 1970 e il 1980, avrebbero - stando alle stime della stessa Svimez - anche acquisito valore nel corso degli anni: «Come indicato dalle dinamiche di mercato osservate negli anni e confermate anche dalle ultime cessioni realizzate, il prezzo di eventuali vendite si colloca a un livello sensibilmente maggiore rispetto a quello di attuale iscrizione al bilancio». Dunque, «non si registra una perdita di valore», anche perché nel corso degli anni gli immobili sono stati ristrutturati.
I Creditori negligenti
La questione, però, preoccupa i giudici contabili, che raccomandano «massima vigilanza sull’attualità dei valori»: se questi dovessero calare, infatti, i Tfr dei dipendenti traballarebbero. E il mattone non sempre si è rivelato una garanzia, anche per importanti casse di previdenza professionali.
Ma quello di terreni e fabbricati non è l’unico vantaggio prodotto dalla fusione con la ex Simez. Il patrimonio netto ha superato i 5 milioni di euro. Con voci importanti sulla «riserva dell’avanzo di fusione residuo (che coincide con l’utile del bilancio di chiusura di Simez, ndr)» e vari «fondi di rivalutazione». Inoltre i fabbricati continuano a produrre reddito per l’associazione, che dalle locazioni incamera quasi 140.000 euro annui.
D’altra parte, però, c’è da combattere con enti imprecisi con i pagamenti. I crediti ammontano a 400.051 euro, in crescita sull’anno precedente. Guida l’elenco la Borsa merci telematica italiana, che deve a Svimez ancora 60.282 euro. Anche il Comune di Matera non ha saldato il conto (30.000 euro). Altri 19.479 li deve la Basilicata. Paga con ritardo pure il Mediocredito centrale di Invitalia: 20.000 euro di debito. E la stessa Invitalia di Arcuri deve ancora a Svimez 28.700 euro. Ci sono poi 63.900 euro di quote associative arretrate e quasi 16.000 euro da riscuotere dagli inquilini degli appartamenti ex Simez. Infine, non sono rientrati 75.000 euro di crediti verso gli atenei del Sud che aderiscono al Forum delle università, consulta degli istituti interessati a promuovere con Svimez ricerche economiche e sociali sul Mezzogiorno.
Il problema per i giudici contabili è che alcuni di questi crediti sono datati. Ci sono quote associative non riscosse dal 2010. I giudici raccomandano «la massima vigilanza», perché si avvicina l’estinzione «per la decorrenza del termine di prescrizione». A ridurre le quote, inoltre, ha contribuito il recesso di un associato ordinario, la Fondazione centro ricerche Angelo Curella creata dalla Banca Sant’Angelo di Palermo, «il cui ruolo», hanno spiegato gli amministratori, «si è andato esaurendo». Con il distacco del socio ordinario Svimez ora ha anche un esponente in meno nel Cda.
Consiglio di un’altra era
Quest’ultimo infatti è composto in parte da consiglieri designati dagli associati. La Regione Campania, per esempio, è rappresentata dall’assessore regionale Ettore Cinque. L’Abruzzo dal direttore generale della Regione Barbara Morgante. La Calabria ha indicato il capo di gabinetto Luciano Vigna. La Basilicata invece ha scelto l’ex deputato scudocrociato ottantenne Vincenzo Viti. L’Unione degli industriali di Napoli, Paola Russo, responsabile del loro centro studi. Il presidente Giannola può contare poi su 17 consiglieri del Cda: il vicepresidente è Filippo Patroni Griffi, ex ministro e ora al vertice del Consiglio di Stato, ma nella compagine ci sono altri nomi noti. Spiccano l’ex ministro dell’Istruzione Gerardo Bianco, l’ex sottosegretario di Stato ai tempi del Pds Giuseppe Carmine Soriero, l’intellettuale fiorentino Sergio Zoppi (86 anni), l’ex presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta (82), il già ministro del Tesoro ai tempi della svalutazione della lira Piero Barucci (88).
L’età media dei consiglieri non deve aver aiutato Svimez nel passaggio all’era digitale: la Corte dei conti ha più volte sollecitato la pubblicazione online delle sue relazioni sui bilanci dell’associazione, ma ancora oggi sul sito di Svimez si trovano solo quelle del 2018 e del 2019. Nemmeno i bilanci sono consultabili. E dopo anni, finalmente, solo nel 2020, Svimez ha deciso di elaborare un rendiconto finanziario, «coprendo una lacuna», affermano i giudici contabili, «e permettendo di compiere analisi sui flussi finanziari che, certamente, si rivelerà utile nel prossimo futuro per le programmazioni accompagnate da impegni di spesa».
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Spese da piccolo carrozzone statale, consulenze esterne a gogò, il tutto senza alcuna trasparenza. Contropelo della Corte dei conti all’associazione che fa le pulci a chiunque sullo sviluppo del SudSotto esame il ricco patrimonio dell’ente: oltre 5 milioni grazie a un tesoretto in case di pregio. Ma per i giudici non è tutto oroLo speciale contiene due articoliIl meridionalismo documentato, quello di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno presieduta da Adriano Giannola e guidata dall’economista Luca Bianchi, tenuto in grande considerazione perfino dal presidente Sergio Mattarella, presenta nuove e vecchie criticità: a partire dalla trasparenza fino ad arrivare - passando per un incontrollabile ricorso a risorse esterne - ad acquisti e forniture effettuati senza aver mai fatto un accesso al Mepa, il mercato elettronico della pubblica amministrazione. È il quadro tracciato dall’ultima analisi della Corte dei conti, che il 9 novembre ha depositato una corposa relazione sulla gestione finanziaria dell’associazione abituata a fare le pulci a governo, Regioni, banche, imprese e perfino ai partiti, anticipando di una ventina di giorni la presentazione di quello che è considerato il suo fiore all’occhiello, il Rapporto annuale sull’economia e la società del Mezzogiorno. Il 30 novembre, infatti, come ogni anno, a commentare lo studio, molto seguito dalla stampa, hanno preso parte non poche personalità: dal ministro per il Sud Mara Carfagna al direttore dell’Abi Giovanni Sabatini. Il dossier sui conti di Svimez, firmato dal relatore della Corte Marco Villani e dal presidente Andrea Zacchia, invece, è stato inviato direttamente alle presidenze di Camera e Senato. In sordina. Malgrado di anomalie ne siano saltate fuori diverse: «Si osserva che», scrivono i giudici, «nonostante il valore finanziario dei contributi ricevuti e la partecipazione, in prevalenza, di enti pubblici, Svimez mantiene la natura di associazione non riconosciuta». Ovvero non presenta personalità giuridica ed è sottoposta a minori adempimenti burocratici, pur incamerando somme di rilievo. Il contributo statale, disposto dalla legge di bilancio per il 2020, per esempio, è stato di 1.700.000 euro. Per la verità il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte ha eroso di 13.733 euro il contributo concesso da quello gialloverde. Si tratta comunque di un finanziamento consistente. E, soprattutto, a fondo perduto. Al quale si sommano, poi, i proventi da convenzioni, la cui voce complessiva di bilancio segna un incremento di 54.922 euro rispetto al 2019. In totale Svimez ottiene dai finanziatori che credono nella sua mission altri 368.993 euro. Si va dai 120.565 euro della Bmti, la Borsa merci telematica italiana (per una valutazione dei trend territoriali e settoriali), ai 62.728 euro della Regione Basilicata, ai 22.131 della Calabria (per un supporto tecnico alla stesura del Documento di economia e finanza regionale), agli oltre 47.000 del Parco di Pantelleria.Hanno investito in Svimez anche Domenico Arcuri con la sua Invitalia (28.700 euro) e il Mediocredito centrale (20.000), il cui socio unico è sempre Invitalia. Nel primo caso Arcuri ha commissionato a Svimez «un’analisi dell’impatto sociale ed economico prodotto» dagli incentivi gestiti dalla stessa Invitalia in Campania, e in particolare nel comune di Morra De Sanctis (Avellino). Per il Mediocredito, invece, Svimez analizza i dati delle imprese che hanno accesso al fondo di garanzia. Per Utilitalia (federazione delle aziende dei servizi pubblici di acqua, ambiente, energia elettrica e gas), inoltre, Svimez segue gli interventi previsti dal Recovery plan. Costo della convenzione: 42.000 euro.chi sono i sociUn’altra iniezione che tiene arzillo il bilancio di Svimez arriva dalle quote associative, quasi tutte da 10.300 euro. Tra i soci si trovano Bankitalia, il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti di Roma, le Regioni Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, la Seconda università di Napoli e anche l’Unione degli industriali di Napoli e quella di Cosenza. In totale l’incasso è di 152.100 euro. Poi ci sono 139.000 euro che arrivano da locazioni di immobili. Per la produzione di rapporti, ricerche e dossier, però, Svimez sostiene anche dei costi elevati: 2.335.219 euro nel 2020. Per gli stipendi, per esempio, vengono bruciati 915.281 euro tra quelli per i dirigenti (321.842 euro), per i ricercatori (284.057), per i comunicatori (33.993) e per il personale che si occupa di gestione e servizi (275.389). La spesa, sommando anche contributi, Tfr e buoni pasto, arriva a 1.320.927. L’ente, sotto l’aspetto dei compensi al management, sembra anche virtuoso, visto che il presidente ha percepito nel 2020 solo 20.000 euro e il direttore 170.000 (nel 2019 erano 139.500). La nota dolente arriva quando nella lettura del bilancio si inciampa nei costi per le collaborazioni esterne. Quelle per la ricerca sono passate dai 197.138 euro del 2019 ai 209.760 del 2020, solo 80.000 euro in meno rispetto ai costi sostenuti per i ricercatori assunti. E sono così suddivise: collaborazioni per stilare il famoso Rapporto annuale 45.850 euro, collaborazioni in campo statistico 101.900 euro, altre collaborazioni di ricerca 62.010 euro. Le convenzioni, poi, producono anche costi. Per la collaborazione con la Basilicata, per esempio, si spendono 20.500 euro (a fronte di un incasso da 62.000). Per Invitalia 6.500. Altri 5.000 per il Mediocredito. A conti fatti, i costi per le collaborazioni esterne raggiungono quota 338.992 euro, con un incremento rispetto al 2019 di 60.311 euro. E i bilanci?Svimez si è giustificata chiarendo che «la crescita delle attività ha reso necessario contrattualizzare specifiche professionalità non presenti all’interno del personale dell’associazione, che nel periodo considerato si è ridotto per l’aspettativa di un dirigente di ricerca». I giudici contabili, però, sferzano Svimez invitandola a «valutare attentamente e prudentemente il ricorso a collaborazioni esterne in materie rientranti nelle competenze ordinarie della struttura [...] e raccomandando il ricorso a professionalità esterne soltanto quando sia strettamente necessario per motivi di competenza o per carenze interne». E danno una indicazione precisa: «L’adozione di un regolamento di selezione di tali figure professionali e un apposito albo». Sul sito Web, peraltro, nell’area dedicata alla trasparenza, sono presenti solo decreti legislativi e circolari Anac legati alle normative anticorruzione. I bilanci non sono disponibili. Né è possibile visualizzare contratti e incarichi. Le spese generali sembrano quelle di un piccolo carrozzone statale, con tanto di rimborsi spese, seppur in calo, per amministratori e collaboratori (6.519 euro in un anno), viaggi e rappresentanza (12.279), abbonamenti a libri e giornali (5.612). In totale 157.755 euro. Anche i costi per servizi, 472.305 euro, non sono passati inosservati: comprendono spese per stampa, comunicazione e promozione, assistenza e noleggio di macchine per ufficio. Anche in questo campo, però, l’ente di Giannola viaggia sotto copertura. «Svimez», si legge nella relazione, «non ha utilizzato per gli acquisti la piattaforma Mepa, ritenendo di non rientrare tra gli enti presenti nel perimetro della pubblica amministrazione». E, di fatto, è così, avendo scelto di restare un’associazione non riconosciuta, che precisa nel suo statuto di non avere fini di lucro. 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Gli acquisti, soprattutto di appartamenti di pregio, effettuati tra il 1970 e il 1980, avrebbero - stando alle stime della stessa Svimez - anche acquisito valore nel corso degli anni: «Come indicato dalle dinamiche di mercato osservate negli anni e confermate anche dalle ultime cessioni realizzate, il prezzo di eventuali vendite si colloca a un livello sensibilmente maggiore rispetto a quello di attuale iscrizione al bilancio». Dunque, «non si registra una perdita di valore», anche perché nel corso degli anni gli immobili sono stati ristrutturati. I Creditori negligenti La questione, però, preoccupa i giudici contabili, che raccomandano «massima vigilanza sull’attualità dei valori»: se questi dovessero calare, infatti, i Tfr dei dipendenti traballarebbero. E il mattone non sempre si è rivelato una garanzia, anche per importanti casse di previdenza professionali. Ma quello di terreni e fabbricati non è l’unico vantaggio prodotto dalla fusione con la ex Simez. Il patrimonio netto ha superato i 5 milioni di euro. Con voci importanti sulla «riserva dell’avanzo di fusione residuo (che coincide con l’utile del bilancio di chiusura di Simez, ndr)» e vari «fondi di rivalutazione». Inoltre i fabbricati continuano a produrre reddito per l’associazione, che dalle locazioni incamera quasi 140.000 euro annui. D’altra parte, però, c’è da combattere con enti imprecisi con i pagamenti. I crediti ammontano a 400.051 euro, in crescita sull’anno precedente. Guida l’elenco la Borsa merci telematica italiana, che deve a Svimez ancora 60.282 euro. Anche il Comune di Matera non ha saldato il conto (30.000 euro). Altri 19.479 li deve la Basilicata. Paga con ritardo pure il Mediocredito centrale di Invitalia: 20.000 euro di debito. E la stessa Invitalia di Arcuri deve ancora a Svimez 28.700 euro. Ci sono poi 63.900 euro di quote associative arretrate e quasi 16.000 euro da riscuotere dagli inquilini degli appartamenti ex Simez. Infine, non sono rientrati 75.000 euro di crediti verso gli atenei del Sud che aderiscono al Forum delle università, consulta degli istituti interessati a promuovere con Svimez ricerche economiche e sociali sul Mezzogiorno. Il problema per i giudici contabili è che alcuni di questi crediti sono datati. Ci sono quote associative non riscosse dal 2010. I giudici raccomandano «la massima vigilanza», perché si avvicina l’estinzione «per la decorrenza del termine di prescrizione». A ridurre le quote, inoltre, ha contribuito il recesso di un associato ordinario, la Fondazione centro ricerche Angelo Curella creata dalla Banca Sant’Angelo di Palermo, «il cui ruolo», hanno spiegato gli amministratori, «si è andato esaurendo». Con il distacco del socio ordinario Svimez ora ha anche un esponente in meno nel Cda. Consiglio di un’altra era Quest’ultimo infatti è composto in parte da consiglieri designati dagli associati. La Regione Campania, per esempio, è rappresentata dall’assessore regionale Ettore Cinque. L’Abruzzo dal direttore generale della Regione Barbara Morgante. La Calabria ha indicato il capo di gabinetto Luciano Vigna. La Basilicata invece ha scelto l’ex deputato scudocrociato ottantenne Vincenzo Viti. L’Unione degli industriali di Napoli, Paola Russo, responsabile del loro centro studi. Il presidente Giannola può contare poi su 17 consiglieri del Cda: il vicepresidente è Filippo Patroni Griffi, ex ministro e ora al vertice del Consiglio di Stato, ma nella compagine ci sono altri nomi noti. Spiccano l’ex ministro dell’Istruzione Gerardo Bianco, l’ex sottosegretario di Stato ai tempi del Pds Giuseppe Carmine Soriero, l’intellettuale fiorentino Sergio Zoppi (86 anni), l’ex presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta (82), il già ministro del Tesoro ai tempi della svalutazione della lira Piero Barucci (88). L’età media dei consiglieri non deve aver aiutato Svimez nel passaggio all’era digitale: la Corte dei conti ha più volte sollecitato la pubblicazione online delle sue relazioni sui bilanci dell’associazione, ma ancora oggi sul sito di Svimez si trovano solo quelle del 2018 e del 2019. Nemmeno i bilanci sono consultabili. E dopo anni, finalmente, solo nel 2020, Svimez ha deciso di elaborare un rendiconto finanziario, «coprendo una lacuna», affermano i giudici contabili, «e permettendo di compiere analisi sui flussi finanziari che, certamente, si rivelerà utile nel prossimo futuro per le programmazioni accompagnate da impegni di spesa».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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