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2021-12-05
Così la Corte dei conti fa il contropelo agli sprechi dello Svimez
Domenico Arcuri (Ansa)
Il meridionalismo documentato, quello di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno presieduta da Adriano Giannola e guidata dall’economista Luca Bianchi, tenuto in grande considerazione perfino dal presidente Sergio Mattarella, presenta nuove e vecchie criticità: a partire dalla trasparenza fino ad arrivare - passando per un incontrollabile ricorso a risorse esterne - ad acquisti e forniture effettuati senza aver mai fatto un accesso al Mepa, il mercato elettronico della pubblica amministrazione. È il quadro tracciato dall’ultima analisi della Corte dei conti, che il 9 novembre ha depositato una corposa relazione sulla gestione finanziaria dell’associazione abituata a fare le pulci a governo, Regioni, banche, imprese e perfino ai partiti, anticipando di una ventina di giorni la presentazione di quello che è considerato il suo fiore all’occhiello, il Rapporto annuale sull’economia e la società del Mezzogiorno.
Il 30 novembre, infatti, come ogni anno, a commentare lo studio, molto seguito dalla stampa, hanno preso parte non poche personalità: dal ministro per il Sud Mara Carfagna al direttore dell’Abi Giovanni Sabatini. Il dossier sui conti di Svimez, firmato dal relatore della Corte Marco Villani e dal presidente Andrea Zacchia, invece, è stato inviato direttamente alle presidenze di Camera e Senato. In sordina. Malgrado di anomalie ne siano saltate fuori diverse: «Si osserva che», scrivono i giudici, «nonostante il valore finanziario dei contributi ricevuti e la partecipazione, in prevalenza, di enti pubblici, Svimez mantiene la natura di associazione non riconosciuta». Ovvero non presenta personalità giuridica ed è sottoposta a minori adempimenti burocratici, pur incamerando somme di rilievo. Il contributo statale, disposto dalla legge di bilancio per il 2020, per esempio, è stato di 1.700.000 euro. Per la verità il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte ha eroso di 13.733 euro il contributo concesso da quello gialloverde. Si tratta comunque di un finanziamento consistente. E, soprattutto, a fondo perduto. Al quale si sommano, poi, i proventi da convenzioni, la cui voce complessiva di bilancio segna un incremento di 54.922 euro rispetto al 2019. In totale Svimez ottiene dai finanziatori che credono nella sua mission altri 368.993 euro. Si va dai 120.565 euro della Bmti, la Borsa merci telematica italiana (per una valutazione dei trend territoriali e settoriali), ai 62.728 euro della Regione Basilicata, ai 22.131 della Calabria (per un supporto tecnico alla stesura del Documento di economia e finanza regionale), agli oltre 47.000 del Parco di Pantelleria.
Hanno investito in Svimez anche Domenico Arcuri con la sua Invitalia (28.700 euro) e il Mediocredito centrale (20.000), il cui socio unico è sempre Invitalia. Nel primo caso Arcuri ha commissionato a Svimez «un’analisi dell’impatto sociale ed economico prodotto» dagli incentivi gestiti dalla stessa Invitalia in Campania, e in particolare nel comune di Morra De Sanctis (Avellino). Per il Mediocredito, invece, Svimez analizza i dati delle imprese che hanno accesso al fondo di garanzia. Per Utilitalia (federazione delle aziende dei servizi pubblici di acqua, ambiente, energia elettrica e gas), inoltre, Svimez segue gli interventi previsti dal Recovery plan. Costo della convenzione: 42.000 euro.
chi sono i soci
Un’altra iniezione che tiene arzillo il bilancio di Svimez arriva dalle quote associative, quasi tutte da 10.300 euro. Tra i soci si trovano Bankitalia, il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti di Roma, le Regioni Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, la Seconda università di Napoli e anche l’Unione degli industriali di Napoli e quella di Cosenza. In totale l’incasso è di 152.100 euro. Poi ci sono 139.000 euro che arrivano da locazioni di immobili.
Per la produzione di rapporti, ricerche e dossier, però, Svimez sostiene anche dei costi elevati: 2.335.219 euro nel 2020. Per gli stipendi, per esempio, vengono bruciati 915.281 euro tra quelli per i dirigenti (321.842 euro), per i ricercatori (284.057), per i comunicatori (33.993) e per il personale che si occupa di gestione e servizi (275.389). La spesa, sommando anche contributi, Tfr e buoni pasto, arriva a 1.320.927. L’ente, sotto l’aspetto dei compensi al management, sembra anche virtuoso, visto che il presidente ha percepito nel 2020 solo 20.000 euro e il direttore 170.000 (nel 2019 erano 139.500).
La nota dolente arriva quando nella lettura del bilancio si inciampa nei costi per le collaborazioni esterne. Quelle per la ricerca sono passate dai 197.138 euro del 2019 ai 209.760 del 2020, solo 80.000 euro in meno rispetto ai costi sostenuti per i ricercatori assunti. E sono così suddivise: collaborazioni per stilare il famoso Rapporto annuale 45.850 euro, collaborazioni in campo statistico 101.900 euro, altre collaborazioni di ricerca 62.010 euro. Le convenzioni, poi, producono anche costi. Per la collaborazione con la Basilicata, per esempio, si spendono 20.500 euro (a fronte di un incasso da 62.000). Per Invitalia 6.500. Altri 5.000 per il Mediocredito. A conti fatti, i costi per le collaborazioni esterne raggiungono quota 338.992 euro, con un incremento rispetto al 2019 di 60.311 euro.
E i bilanci?
Svimez si è giustificata chiarendo che «la crescita delle attività ha reso necessario contrattualizzare specifiche professionalità non presenti all’interno del personale dell’associazione, che nel periodo considerato si è ridotto per l’aspettativa di un dirigente di ricerca». I giudici contabili, però, sferzano Svimez invitandola a «valutare attentamente e prudentemente il ricorso a collaborazioni esterne in materie rientranti nelle competenze ordinarie della struttura [...] e raccomandando il ricorso a professionalità esterne soltanto quando sia strettamente necessario per motivi di competenza o per carenze interne». E danno una indicazione precisa: «L’adozione di un regolamento di selezione di tali figure professionali e un apposito albo».
Sul sito Web, peraltro, nell’area dedicata alla trasparenza, sono presenti solo decreti legislativi e circolari Anac legati alle normative anticorruzione. I bilanci non sono disponibili. Né è possibile visualizzare contratti e incarichi.
Le spese generali sembrano quelle di un piccolo carrozzone statale, con tanto di rimborsi spese, seppur in calo, per amministratori e collaboratori (6.519 euro in un anno), viaggi e rappresentanza (12.279), abbonamenti a libri e giornali (5.612). In totale 157.755 euro. Anche i costi per servizi, 472.305 euro, non sono passati inosservati: comprendono spese per stampa, comunicazione e promozione, assistenza e noleggio di macchine per ufficio. Anche in questo campo, però, l’ente di Giannola viaggia sotto copertura.
«Svimez», si legge nella relazione, «non ha utilizzato per gli acquisti la piattaforma Mepa, ritenendo di non rientrare tra gli enti presenti nel perimetro della pubblica amministrazione». E, di fatto, è così, avendo scelto di restare un’associazione non riconosciuta, che precisa nel suo statuto di non avere fini di lucro. Ma i giudici, «considerata la rilevanza dei contributi pubblici», suggeriscono «di valutare il ricorso ad acquisti tramite le centrali pubbliche di committenza». L’unico modo per salvare trasparenza.
Immobili e terreni e un Cda di nomi noti a puntellare la mini corazzata
Non ci sono solo contributi del governo e convenzioni con enti e società pubbliche nel ricco paniere del colosso della ricerca economica Svimez. Lo stato patrimoniale dell’associazione non riconosciuta può contare su fabbricati e terreni per 4.407.178 euro, incamerati tre anni fa con l’incorporazione di Simez srl, società immobiliare che era nata proprio per amministrare quei beni. Anche in questa voce del bilancio i giudici della Sezione di controllo della Corte dei conti hanno ficcato il naso.
Svimez ha spiegato che non si tratta di beni strumentali, perché non funzionali all’attività dell’associazione: «Rappresentano una forma di investimento di mezzi finanziari». In sostanza sarebbero una garanzia per il Tfr maturato dai dipendenti. Gli acquisti, soprattutto di appartamenti di pregio, effettuati tra il 1970 e il 1980, avrebbero - stando alle stime della stessa Svimez - anche acquisito valore nel corso degli anni: «Come indicato dalle dinamiche di mercato osservate negli anni e confermate anche dalle ultime cessioni realizzate, il prezzo di eventuali vendite si colloca a un livello sensibilmente maggiore rispetto a quello di attuale iscrizione al bilancio». Dunque, «non si registra una perdita di valore», anche perché nel corso degli anni gli immobili sono stati ristrutturati.
I Creditori negligenti
La questione, però, preoccupa i giudici contabili, che raccomandano «massima vigilanza sull’attualità dei valori»: se questi dovessero calare, infatti, i Tfr dei dipendenti traballarebbero. E il mattone non sempre si è rivelato una garanzia, anche per importanti casse di previdenza professionali.
Ma quello di terreni e fabbricati non è l’unico vantaggio prodotto dalla fusione con la ex Simez. Il patrimonio netto ha superato i 5 milioni di euro. Con voci importanti sulla «riserva dell’avanzo di fusione residuo (che coincide con l’utile del bilancio di chiusura di Simez, ndr)» e vari «fondi di rivalutazione». Inoltre i fabbricati continuano a produrre reddito per l’associazione, che dalle locazioni incamera quasi 140.000 euro annui.
D’altra parte, però, c’è da combattere con enti imprecisi con i pagamenti. I crediti ammontano a 400.051 euro, in crescita sull’anno precedente. Guida l’elenco la Borsa merci telematica italiana, che deve a Svimez ancora 60.282 euro. Anche il Comune di Matera non ha saldato il conto (30.000 euro). Altri 19.479 li deve la Basilicata. Paga con ritardo pure il Mediocredito centrale di Invitalia: 20.000 euro di debito. E la stessa Invitalia di Arcuri deve ancora a Svimez 28.700 euro. Ci sono poi 63.900 euro di quote associative arretrate e quasi 16.000 euro da riscuotere dagli inquilini degli appartamenti ex Simez. Infine, non sono rientrati 75.000 euro di crediti verso gli atenei del Sud che aderiscono al Forum delle università, consulta degli istituti interessati a promuovere con Svimez ricerche economiche e sociali sul Mezzogiorno.
Il problema per i giudici contabili è che alcuni di questi crediti sono datati. Ci sono quote associative non riscosse dal 2010. I giudici raccomandano «la massima vigilanza», perché si avvicina l’estinzione «per la decorrenza del termine di prescrizione». A ridurre le quote, inoltre, ha contribuito il recesso di un associato ordinario, la Fondazione centro ricerche Angelo Curella creata dalla Banca Sant’Angelo di Palermo, «il cui ruolo», hanno spiegato gli amministratori, «si è andato esaurendo». Con il distacco del socio ordinario Svimez ora ha anche un esponente in meno nel Cda.
Consiglio di un’altra era
Quest’ultimo infatti è composto in parte da consiglieri designati dagli associati. La Regione Campania, per esempio, è rappresentata dall’assessore regionale Ettore Cinque. L’Abruzzo dal direttore generale della Regione Barbara Morgante. La Calabria ha indicato il capo di gabinetto Luciano Vigna. La Basilicata invece ha scelto l’ex deputato scudocrociato ottantenne Vincenzo Viti. L’Unione degli industriali di Napoli, Paola Russo, responsabile del loro centro studi. Il presidente Giannola può contare poi su 17 consiglieri del Cda: il vicepresidente è Filippo Patroni Griffi, ex ministro e ora al vertice del Consiglio di Stato, ma nella compagine ci sono altri nomi noti. Spiccano l’ex ministro dell’Istruzione Gerardo Bianco, l’ex sottosegretario di Stato ai tempi del Pds Giuseppe Carmine Soriero, l’intellettuale fiorentino Sergio Zoppi (86 anni), l’ex presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta (82), il già ministro del Tesoro ai tempi della svalutazione della lira Piero Barucci (88).
L’età media dei consiglieri non deve aver aiutato Svimez nel passaggio all’era digitale: la Corte dei conti ha più volte sollecitato la pubblicazione online delle sue relazioni sui bilanci dell’associazione, ma ancora oggi sul sito di Svimez si trovano solo quelle del 2018 e del 2019. Nemmeno i bilanci sono consultabili. E dopo anni, finalmente, solo nel 2020, Svimez ha deciso di elaborare un rendiconto finanziario, «coprendo una lacuna», affermano i giudici contabili, «e permettendo di compiere analisi sui flussi finanziari che, certamente, si rivelerà utile nel prossimo futuro per le programmazioni accompagnate da impegni di spesa».
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Spese da piccolo carrozzone statale, consulenze esterne a gogò, il tutto senza alcuna trasparenza. Contropelo della Corte dei conti all’associazione che fa le pulci a chiunque sullo sviluppo del SudSotto esame il ricco patrimonio dell’ente: oltre 5 milioni grazie a un tesoretto in case di pregio. Ma per i giudici non è tutto oroLo speciale contiene due articoliIl meridionalismo documentato, quello di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno presieduta da Adriano Giannola e guidata dall’economista Luca Bianchi, tenuto in grande considerazione perfino dal presidente Sergio Mattarella, presenta nuove e vecchie criticità: a partire dalla trasparenza fino ad arrivare - passando per un incontrollabile ricorso a risorse esterne - ad acquisti e forniture effettuati senza aver mai fatto un accesso al Mepa, il mercato elettronico della pubblica amministrazione. È il quadro tracciato dall’ultima analisi della Corte dei conti, che il 9 novembre ha depositato una corposa relazione sulla gestione finanziaria dell’associazione abituata a fare le pulci a governo, Regioni, banche, imprese e perfino ai partiti, anticipando di una ventina di giorni la presentazione di quello che è considerato il suo fiore all’occhiello, il Rapporto annuale sull’economia e la società del Mezzogiorno. Il 30 novembre, infatti, come ogni anno, a commentare lo studio, molto seguito dalla stampa, hanno preso parte non poche personalità: dal ministro per il Sud Mara Carfagna al direttore dell’Abi Giovanni Sabatini. Il dossier sui conti di Svimez, firmato dal relatore della Corte Marco Villani e dal presidente Andrea Zacchia, invece, è stato inviato direttamente alle presidenze di Camera e Senato. In sordina. Malgrado di anomalie ne siano saltate fuori diverse: «Si osserva che», scrivono i giudici, «nonostante il valore finanziario dei contributi ricevuti e la partecipazione, in prevalenza, di enti pubblici, Svimez mantiene la natura di associazione non riconosciuta». Ovvero non presenta personalità giuridica ed è sottoposta a minori adempimenti burocratici, pur incamerando somme di rilievo. Il contributo statale, disposto dalla legge di bilancio per il 2020, per esempio, è stato di 1.700.000 euro. Per la verità il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte ha eroso di 13.733 euro il contributo concesso da quello gialloverde. Si tratta comunque di un finanziamento consistente. E, soprattutto, a fondo perduto. Al quale si sommano, poi, i proventi da convenzioni, la cui voce complessiva di bilancio segna un incremento di 54.922 euro rispetto al 2019. In totale Svimez ottiene dai finanziatori che credono nella sua mission altri 368.993 euro. Si va dai 120.565 euro della Bmti, la Borsa merci telematica italiana (per una valutazione dei trend territoriali e settoriali), ai 62.728 euro della Regione Basilicata, ai 22.131 della Calabria (per un supporto tecnico alla stesura del Documento di economia e finanza regionale), agli oltre 47.000 del Parco di Pantelleria.Hanno investito in Svimez anche Domenico Arcuri con la sua Invitalia (28.700 euro) e il Mediocredito centrale (20.000), il cui socio unico è sempre Invitalia. Nel primo caso Arcuri ha commissionato a Svimez «un’analisi dell’impatto sociale ed economico prodotto» dagli incentivi gestiti dalla stessa Invitalia in Campania, e in particolare nel comune di Morra De Sanctis (Avellino). Per il Mediocredito, invece, Svimez analizza i dati delle imprese che hanno accesso al fondo di garanzia. Per Utilitalia (federazione delle aziende dei servizi pubblici di acqua, ambiente, energia elettrica e gas), inoltre, Svimez segue gli interventi previsti dal Recovery plan. Costo della convenzione: 42.000 euro.chi sono i sociUn’altra iniezione che tiene arzillo il bilancio di Svimez arriva dalle quote associative, quasi tutte da 10.300 euro. Tra i soci si trovano Bankitalia, il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti di Roma, le Regioni Abruzzo, Basilicata, Campania, Molise, Puglia e Sicilia, la Seconda università di Napoli e anche l’Unione degli industriali di Napoli e quella di Cosenza. In totale l’incasso è di 152.100 euro. Poi ci sono 139.000 euro che arrivano da locazioni di immobili. Per la produzione di rapporti, ricerche e dossier, però, Svimez sostiene anche dei costi elevati: 2.335.219 euro nel 2020. Per gli stipendi, per esempio, vengono bruciati 915.281 euro tra quelli per i dirigenti (321.842 euro), per i ricercatori (284.057), per i comunicatori (33.993) e per il personale che si occupa di gestione e servizi (275.389). La spesa, sommando anche contributi, Tfr e buoni pasto, arriva a 1.320.927. L’ente, sotto l’aspetto dei compensi al management, sembra anche virtuoso, visto che il presidente ha percepito nel 2020 solo 20.000 euro e il direttore 170.000 (nel 2019 erano 139.500). La nota dolente arriva quando nella lettura del bilancio si inciampa nei costi per le collaborazioni esterne. Quelle per la ricerca sono passate dai 197.138 euro del 2019 ai 209.760 del 2020, solo 80.000 euro in meno rispetto ai costi sostenuti per i ricercatori assunti. E sono così suddivise: collaborazioni per stilare il famoso Rapporto annuale 45.850 euro, collaborazioni in campo statistico 101.900 euro, altre collaborazioni di ricerca 62.010 euro. Le convenzioni, poi, producono anche costi. Per la collaborazione con la Basilicata, per esempio, si spendono 20.500 euro (a fronte di un incasso da 62.000). Per Invitalia 6.500. Altri 5.000 per il Mediocredito. A conti fatti, i costi per le collaborazioni esterne raggiungono quota 338.992 euro, con un incremento rispetto al 2019 di 60.311 euro. E i bilanci?Svimez si è giustificata chiarendo che «la crescita delle attività ha reso necessario contrattualizzare specifiche professionalità non presenti all’interno del personale dell’associazione, che nel periodo considerato si è ridotto per l’aspettativa di un dirigente di ricerca». I giudici contabili, però, sferzano Svimez invitandola a «valutare attentamente e prudentemente il ricorso a collaborazioni esterne in materie rientranti nelle competenze ordinarie della struttura [...] e raccomandando il ricorso a professionalità esterne soltanto quando sia strettamente necessario per motivi di competenza o per carenze interne». E danno una indicazione precisa: «L’adozione di un regolamento di selezione di tali figure professionali e un apposito albo». Sul sito Web, peraltro, nell’area dedicata alla trasparenza, sono presenti solo decreti legislativi e circolari Anac legati alle normative anticorruzione. I bilanci non sono disponibili. Né è possibile visualizzare contratti e incarichi. Le spese generali sembrano quelle di un piccolo carrozzone statale, con tanto di rimborsi spese, seppur in calo, per amministratori e collaboratori (6.519 euro in un anno), viaggi e rappresentanza (12.279), abbonamenti a libri e giornali (5.612). In totale 157.755 euro. Anche i costi per servizi, 472.305 euro, non sono passati inosservati: comprendono spese per stampa, comunicazione e promozione, assistenza e noleggio di macchine per ufficio. Anche in questo campo, però, l’ente di Giannola viaggia sotto copertura. «Svimez», si legge nella relazione, «non ha utilizzato per gli acquisti la piattaforma Mepa, ritenendo di non rientrare tra gli enti presenti nel perimetro della pubblica amministrazione». E, di fatto, è così, avendo scelto di restare un’associazione non riconosciuta, che precisa nel suo statuto di non avere fini di lucro. 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Gli acquisti, soprattutto di appartamenti di pregio, effettuati tra il 1970 e il 1980, avrebbero - stando alle stime della stessa Svimez - anche acquisito valore nel corso degli anni: «Come indicato dalle dinamiche di mercato osservate negli anni e confermate anche dalle ultime cessioni realizzate, il prezzo di eventuali vendite si colloca a un livello sensibilmente maggiore rispetto a quello di attuale iscrizione al bilancio». Dunque, «non si registra una perdita di valore», anche perché nel corso degli anni gli immobili sono stati ristrutturati. I Creditori negligenti La questione, però, preoccupa i giudici contabili, che raccomandano «massima vigilanza sull’attualità dei valori»: se questi dovessero calare, infatti, i Tfr dei dipendenti traballarebbero. E il mattone non sempre si è rivelato una garanzia, anche per importanti casse di previdenza professionali. Ma quello di terreni e fabbricati non è l’unico vantaggio prodotto dalla fusione con la ex Simez. Il patrimonio netto ha superato i 5 milioni di euro. Con voci importanti sulla «riserva dell’avanzo di fusione residuo (che coincide con l’utile del bilancio di chiusura di Simez, ndr)» e vari «fondi di rivalutazione». Inoltre i fabbricati continuano a produrre reddito per l’associazione, che dalle locazioni incamera quasi 140.000 euro annui. D’altra parte, però, c’è da combattere con enti imprecisi con i pagamenti. I crediti ammontano a 400.051 euro, in crescita sull’anno precedente. Guida l’elenco la Borsa merci telematica italiana, che deve a Svimez ancora 60.282 euro. Anche il Comune di Matera non ha saldato il conto (30.000 euro). Altri 19.479 li deve la Basilicata. Paga con ritardo pure il Mediocredito centrale di Invitalia: 20.000 euro di debito. E la stessa Invitalia di Arcuri deve ancora a Svimez 28.700 euro. Ci sono poi 63.900 euro di quote associative arretrate e quasi 16.000 euro da riscuotere dagli inquilini degli appartamenti ex Simez. Infine, non sono rientrati 75.000 euro di crediti verso gli atenei del Sud che aderiscono al Forum delle università, consulta degli istituti interessati a promuovere con Svimez ricerche economiche e sociali sul Mezzogiorno. Il problema per i giudici contabili è che alcuni di questi crediti sono datati. Ci sono quote associative non riscosse dal 2010. I giudici raccomandano «la massima vigilanza», perché si avvicina l’estinzione «per la decorrenza del termine di prescrizione». A ridurre le quote, inoltre, ha contribuito il recesso di un associato ordinario, la Fondazione centro ricerche Angelo Curella creata dalla Banca Sant’Angelo di Palermo, «il cui ruolo», hanno spiegato gli amministratori, «si è andato esaurendo». Con il distacco del socio ordinario Svimez ora ha anche un esponente in meno nel Cda. Consiglio di un’altra era Quest’ultimo infatti è composto in parte da consiglieri designati dagli associati. La Regione Campania, per esempio, è rappresentata dall’assessore regionale Ettore Cinque. L’Abruzzo dal direttore generale della Regione Barbara Morgante. La Calabria ha indicato il capo di gabinetto Luciano Vigna. La Basilicata invece ha scelto l’ex deputato scudocrociato ottantenne Vincenzo Viti. L’Unione degli industriali di Napoli, Paola Russo, responsabile del loro centro studi. Il presidente Giannola può contare poi su 17 consiglieri del Cda: il vicepresidente è Filippo Patroni Griffi, ex ministro e ora al vertice del Consiglio di Stato, ma nella compagine ci sono altri nomi noti. Spiccano l’ex ministro dell’Istruzione Gerardo Bianco, l’ex sottosegretario di Stato ai tempi del Pds Giuseppe Carmine Soriero, l’intellettuale fiorentino Sergio Zoppi (86 anni), l’ex presidente della Biennale di Venezia Paolo Baratta (82), il già ministro del Tesoro ai tempi della svalutazione della lira Piero Barucci (88). L’età media dei consiglieri non deve aver aiutato Svimez nel passaggio all’era digitale: la Corte dei conti ha più volte sollecitato la pubblicazione online delle sue relazioni sui bilanci dell’associazione, ma ancora oggi sul sito di Svimez si trovano solo quelle del 2018 e del 2019. Nemmeno i bilanci sono consultabili. E dopo anni, finalmente, solo nel 2020, Svimez ha deciso di elaborare un rendiconto finanziario, «coprendo una lacuna», affermano i giudici contabili, «e permettendo di compiere analisi sui flussi finanziari che, certamente, si rivelerà utile nel prossimo futuro per le programmazioni accompagnate da impegni di spesa».
Un momento degli scontri di Torino del 31 gennaio (Ansa)
In un Paese civile la sicurezza passa dalla certezza del diritto e dalla difesa della legalità, affidata alle forze dell’ordine, che mai come in questo periodo si sono sentite sotto assedio. Nel mirino di manifestanti violenti e di criminali arrivati con la lunga onda migratoria, due categorie care alla sinistra all’opposizione, che non risparmia connivenze, ambiguità, solidarietà pelose per scopi ideologici ed elettorali. Secondo un vecchio motto extraparlamentare, «gli incendi sono funzionali alla destabilizzazione». Aggiornato da Maurizio Landini: «È tempo di rivolta sociale».
Al termine di manifestazioni e operazioni di polizia, il bollettino dei tutori dell’ordine feriti e indagati supera di gran lunga quello degli incendiari, che spesso passano dal ruolo di accusati a quello di vittime del sistema. Con una conseguenza: l’immobilismo delle forze dell’ordine per non avere guai. Anche perché le regole d’ingaggio di polizia e carabinieri sono perdenti. Per gli agenti in missione vale l’articolo 53 del codice penale, secondo il quale «il pubblico ufficiale non è punibile nel momento in cui fa uso delle armi per adempiere al proprio dovere, quando è costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza». Ma abbiamo visto che per i magistrati valgono più le eccezioni delle regole.
In sintesi sono cinque.
1 Prima di agire, il poliziotto deve qualificarsi, soprattutto se è in borghese.
2 Poi deve intimare al malintenzionato di fermarsi.
3 Solo se sotto minaccia vitale può difendersi attivamente (quindi sparando).
4 In questo caso deve verificare la distanza, determinante per stabilire se ci sia o meno dolo. Oltre i 30 metri non lo è.
5 E comunque l’obiettivo dell’agente è quello «non di uccidere ma di rendere la minaccia inoffensiva».
Quindi dovrebbe sparare in aria mentre l’altro mira alla figura. È l’unico modo per vedersi garantita, da defunto, la legittima difesa. Nella concitazione di un’azione anticrimine, neppure Superman dotato di bindella sarebbe in grado di rispettare alla lettera le disposizioni.
Ancora più difficile, per le forze dell’ordine, è muoversi in sicurezza in caso di guerriglia urbana premeditata, organizzata e coordinata come quella di Askatasuna a Torino, dove pietre, bottiglie, oggetti contundenti, fumogeni, martelli, spranghe, trasformano le strade di una città inerme in un campo di battaglia. I corpi speciali antisommossa possono muoversi solo dopo essere stati aggrediti e devono sottostare a due principi fumosi: «Agire a scopo difensivo» e «reagire secondo proporzionalità». In teoria dovrebbero contare i teppisti prima di muoversi chiedendo loro il permesso.
Sono regole confuse e obsolete, da modernizzare a difesa di chi ci difende. Il Testo unico di Pubblica sicurezza, risalente agli anni Trenta del secolo scorso, ne prevede anche un paio folcloristiche come il «discioglimento delle manifestazioni annunciato da tre distinte intimazioni, precedute da uno squillo di tromba». O ancora: «Il funzionario di P.S., ove non indossi l’uniforme di servizio, deve mettersi ad armacollo la sciarpa tricolore». Dissuasione cromatica, la preferita da Elly Schlein.
Il retaggio giustificazionista è figlio di una vicenda storica. L’uovo del serpente fu covato 25 anni fa a Genova, durante il G8, quando tre giorni di vergogna gruppettara con la città messa a ferro e fuoco dai black bloc - parola di testimone - vennero trasformati da una narrazione turbo-progressista e irresponsabile (al governo c’era il nemico pubblico numero uno Silvio Berlusconi) in una «macelleria messicana». Gli eccessi polizieschi nella scuola Diaz furono un boomerang ma in molti fecero finta di dimenticarsi che arrivarono dopo un weekend di terrore, in cui Disobbedienti, Tute bianche e Black bloc si erano dati appuntamento per sfondare la zona rossa, fomentare disordini, distruggere tutto nel nome della rivoluzione proletaria.
«Non lavate questo sangue», scrivevano campioni di giornalismo con l’eskimo incorporato. E gruppi parlamentari che da sempre fiancheggiano col silenzio l’ultrasinistra violenta riuscirono a dedicare in Senato un’aula a Carlo Giuliani, un povero ragazzo sopraffatto dall’ideologia e ucciso mentre tentava di sfondare il cranio con un estintore a un carabiniere intrappolato dagli estremisti. Ora il sangue è quello di chi protegge le libertà democratiche dei cittadini, ma non sembra rosso uguale. Un reportage del Manifesto sui fatti di Torino teorizzava che gli aggressori «picchiavano il celerino perché lui aveva picchiato loro». Era uno scontro fra curve ultrà. Che altro?
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Angelo Bonelli e Giuseppe Conte (Ansa)
Meloni post vertice coglie anche l’occasione per rispondere al rilievo sollevato dal segretario dem Elly Schlein che, condannando i fatti di Torino, non ha mancato di metterci un però: «Le forze dell’ordine sono un patrimonio dello Stato, non una questione di parte. Per questo siamo preoccupati dalle strumentalizzazioni di queste ore». Schein ha poi detto di aver chiamato il presidente del Consiglio per un appello all’unità. E Meloni risponde, andando oltre le semplici parole e rivolgendo all’opposizione un appello a una collaborazione istituzionale. Tradotto: i capigruppo di maggioranza hanno ricevuto mandato di proporre a quelli di opposizione la presentazione di una risoluzione unitaria in tema di sicurezza che potrebbe essere votata già questa settimana in occasione delle relazioni del ministro Piantedosi. Insomma il messaggio del governo è chiaro: vi proponiamo di votare una risoluzione che intervenga subito per risolvere il problema sicurezza e vediamo chi ci sta. È il momento di uscire allo scoperto, secondo il governo.
Dalle opposizioni Schlein tace, ma risponde il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte: «Il governo adesso vuole davvero ascoltare le nostre proposte? È davvero disponibile a fare le cose con serietà e responsabilità senza approfittare del singolo episodio per tattiche strumentali? Se sì, noi ci stiamo e siamo disponibili a verificarlo. Siamo pronti a condividere subito una risoluzione che impegni il governo a dare le risposte che fin qui non ci sono state», spiega il leader pentastellato elencando poi una serie di proposte che poco hanno a che fare con la sicurezza delle piazze o degli agenti che fanno il proprio lavoro come la «perseguibilità d’ufficio per reati odiosi che creano allarme sociale». Difficile trovare un’espressione più vaga di questa. Per il Partito democratico parla Piero De Luca che già, come prevedibile, comincia ad agitare la Costituzione. «Se ci sono altre norme da mettere in campo, ragioniamo insieme, ma insieme davvero, considerando che finora il governo ha approvato vari decreti, reati e pene che si sono rivelati inadeguati. Il tutto con un’unica precisazione per noi decisiva: mettere in campo ciò che serve per deterrenza, prevenzione e repressione, senza però limitare o reprimere diritti costituzionali come l’esercizio della manifestazione del pensiero, della libera espressione delle proprie idee, anche se in dissenso col governo, quando sono pacifiche, corrette e civili. Perché questo è un limite che non va toccato e non va superato dal nostro Paese. Guai a comprimere i diritti costituzionali».
La strategia è già servita ed è sempre la stessa, con la solita complicità del Colle: se una norma non piace si tira in campo il tema della costituzionalità e dei diritti fondamentali.
La reazione del leader di Avs, Angelo Bonelli è scomposta e si può definire negazionista: «Nessuno conosce la risoluzione unitaria. Non è stata presentata e quindi non esiste» e sottolinea: «di proposte sulla sicurezza ne abbiamo fatte tante a partire dalla legge finanziaria per chiedere l’aumento degli organici di polizia, per aumentare e potenziare la prevenzione nei sistemi di investigazione. Il punto è che non devono usare la questione della sicurezza come elemento di strumentalizzazione politica perché tutte le nostre proposte sono state bocciate». In sintesi l’originale proposta di Avs è quella di chiedere più soldi per le forze dell’ordine.
Per il collega Nicola Fratoianni la proposta del governo «è una scatola vuota. Però, le modalità segnalano, quantomeno, un qualche elemento di stranezza: non era ancora capitato che una nota di Palazzo Chigi dicesse al Parlamento cosa fare. Discuteremo con le altre opposizioni. Ma in calendario c’è una informativa, che non richiede una risoluzione». E poi anche lui ribadisce: «difficile commentare ciò che non esiste». Per Riccardo Magi, +Europa, la richiesta della premier «pare un modo per avere un avallo preventivo a norme che il governo ha già annunciato. Un pacchetto sicurezza sui cui contenuti noi non siamo d’accordo», ha spiegato, evidenziando che «se Meloni vuole scrivere che Piantedosi ha fallito la gestione dell’ordine pubblico e che si condannano le violenze allora va bene. Sennò sembra un ricatto».
Nel frattempo la narrazione a sinistra prosegue e punta ancora sulla «strumentalizzazione».
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Ansa
Ma qui non si tratta di consentire agli agenti di sparare all’impazzata, senza rendere conto in alcun modo del loro operato. Ma di evitare che dei servitori dello Stato finiscano come il brigadiere capo Legrottaglie, un carabiniere che dopo 40 anni di servizio e a un solo giorno dalla pensione sette mesi fa è stato ucciso a Francavilla Fontana da un rapinatore. Il bandito lo ha colpito mentre era in fuga e il brigadiere non ha fatto in tempo a reagire. Se Legrottaglie avesse sparato per primo sarebbe ancora vivo, ma premere il grilletto molto probabilmente avrebbe significato essere accusato di omicidio volontario, come è successo al poliziotto antidroga in servizio nel bosco dello spaccio a Milano. Colpire per primo, anche dopo uno speronamento, quasi certamente lo avrebbe messo nei guai con la giustizia, come è successo al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, condannato a tre anni di carcere e a 137.000 euro di provvisionale per aver ucciso un malvivente che aveva ferito un collega con un cacciavite lungo 20 centimetri.
Ecco, lo scudo per poliziotti e carabinieri significa salvare la vita a qualche servitore dello Stato ed evitare che uno di loro finisca sotto processo per aver sparato a un delinquente o aver inseguito chi non si ferma all’alt, come accaduto, sempre a Milano, con il caso Ramy. Lo scudo serve a proteggere le forze dell’ordine, a impedire che finiscano indagate per aver fatto il loro mestiere, significa sottrarre il loro operato a giudizi sommari. Se vogliamo che ci difendano da ladri, rapinatori, stupratori e terroristi non c’è altra via che garantire loro la protezione e la solidarietà dello Stato, affinché non si sentano con le mani legate.
Sinistra e Quirinale a quanto pare hanno dubbi pure sul fermo provvisorio preventivo. Gli uffici giuridici del Colle nutrirebbero perplessità per un provvedimento che non punisce chi ha commesso un reato, ma si pone l’obiettivo che non sia compiuto. Secondo la presidenza della Repubblica le nuove norme non sarebbero compatibili con il dettato costituzionale. E ça va sans dire la sinistra sposa in pieno l’opinione degli uomini di Mattarella.
Eppure, le misure preventive esistono da tempo e nessuno fino a oggi ha alzato il ditino ponendo obiezioni. Che cos’è il Daspo se non un provvedimento che, vietando la partecipazione a manifestazioni sportive, punta a impedire che tifosi violenti scatenino tafferugli durante le partite? Si limita la libertà di movimento di certi soggetti per evitare che vengano compiuti dei reati. Eppure, nessuno si è mai preoccupato della compatibilità costituzionale. Come peraltro non si è opposta la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica quando, durante il Covid, fu vietata al capo dei portuali di Trieste la presenza a una manifestazione nella Capitale. Qual era la pericolosità sociale di Stefano Puzzer? Manifestava pacificamente contro il green pass, non metteva a ferro e fuoco una città. Ma per il solo fatto di aver osato improvvisare una manifestazione – ribadisco, pacifica – fu denunciato e allontanato per ordine del questore.
Dunque, vista la pericolosità dei gruppi antagonisti, quando ci decideremo a metterli fuori legge e a impedire loro di partecipare alle manifestazioni? Capisco il diritto di esprimere le proprie opinioni e anche di contestare una linea politica. A Torino però non abbiamo assistito a una protesta, ma a una guerriglia. Il diritto alla sassaiola, a incendiare i cassonetti, a colpire con il martello un agente non esiste. Esiste la legge e va applicata con durezza, anche impedendo ai terroristi del sabato sera di manifestare. Negli anni Settanta contro il terrorismo lo Stato varò la legge Reale e anche all’epoca qualcuno si appellò alla Costituzione, ma quelle norme contribuirono a fermare le violenze.
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