True
2022-02-12
Idroelettrico e carbone contro i rincari
Non v’è talk show oggigiorno che non tocchi l’argomento dell’aumento delle bollette energetiche. La cosa straordinaria è che tutti i conduttori cadono dalle nuvole. L’ultima che ho sentito è la brava Barbara Palombelli su Rete 4. Anche lei chiedeva all’intervistato pronunciando parole del tipo: ma come mai... ma chi se l’aspettava... così all’improvviso... Peccato che lo chiedesse a Maria Rita Gismondo, che è una brava virologa - cui con piacere porgiamo gli auguri di buon compleanno per l’imminente 18 febbraio - ma che, proprio perché è brava, ha risposto dicendo che della questione nulla sa. In effetti, per qualche misteriosa ragione, in questi programmi, sull’argomento chiedono lumi a tutti fuorché a qualcuno che abbia un minimo di competenza. Quest’ultima, però, pur necessaria, non è sufficiente: se il «competente» è in conflitto d’interessi, le sue risposte non servono.
sole e vento
Per capire l’origine delle elevate bollette elettriche bisogna comprendere un punto fondamentale, e cioè che l’umanità sa produrre energia elettrica in modo efficiente ed efficace con due sole tecnologie (che chiamerò convenzionali): l’idroelettrico e il termoelettrico. Le fonti di quest’ultimo sono: nucleare, carbone, gas naturale e petrolio (in misura minore, quasi irrisoria, biomassa, rifiuti solidi urbani, e geotermico). È vero che possiamo produrre elettricità anche con l’eolico e con il fotovoltaico (chiamerò queste tecnologie non convenzionali), ma è elettricità, per così dire, di bassa qualità, perché è erogata a piacimento del sole e del vento, e non a piacimento nostro. Questa è una circostanza con importanti implicazioni economiche, e cioè: se il nostro Paese avesse bisogno, che so, di 50 gigawatt elettrici di picco, dovremmo comunque avere 50 gigawatt convenzionali, e questo anche se gli impianti non convenzionali fossero gratis! L’immediata conseguenza di questa cosa è una e una sola: gli impianti non convenzionali sono pressoché inutili.
Siccome poi non sono gratis ma costano un occhio della testa, essi sono anche economicamente dannosi. Per esempio, in Italia sono installati quasi 32 gigawatt non convenzionali (11 di eolico e 21 di fotovoltaico) che però, appunto per la loro intermittenza, producono meno di 5 gigawatt elettrici. Le tecnologie sono quindi farlocche, e nessuno ci investirebbe un centesimo se non un governo che può farlo solo con la forza della legge e con il denaro che non è suo ma di noi cittadini. Gli incentivi statali a queste tecnologie si attestano a oltre 8 miliardi di euro ogni anno. Dai telegiornali di questi giorni apprendiamo che Mario Draghi sarebbe alla ricerca di una tantum di 4 miliardi per frenare l’ascesa delle bollette. Se solo cancellasse questi 8 miliardi (che non sono una tantum ma ogni anno) otterrebbe già un risultato. Ma il suo ministro Roberto Cingolani non sembra capire queste cose, visto che avrebbe dichiarato di avere in programma l’installazione di altri impianti farlocchi al largo delle nostre coste (una ubicazione, questa, che come minimo raddoppia il già elevato costo di questi impianti).
Insomma, il primo passo per la riduzione delle bollette è mettere la pietra tombale su eolico e fotovoltaico. Il secondo è riequilibrare il contributo tra le fonti convenzionali. Il contributo dell’idroelettrico è al 17% del fabbisogno grazie al lodevole impegno delle generazioni che avrebbero rubato il futuro ai «Gretini». I quali, oggigiorno al potere, hanno ben pensato di bloccare gli impianti idroelettrici di grossa taglia. Penso a un progetto di collaborazione Italia-Svizzera per un grosso impianto in Val Engadina inutilmente fermo da quasi 20 anni e sul quale anche questo governo non batte alcun colpo. Rimangono nucleare, carbone e gas. La scelta scellerata di inibirci il nucleare è certamente un’altra causa delle nostre elevate bollette. Purtroppo, un eventuale ripensamento, anche oggi stesso, non potrà incidere sul problema del momento.
Un’altra scelleratezza è stata la riduzione dell’uso del carbone (dieci anni fa contribuiva per il 17% al nostro fabbisogno elettrico, oggi per il 5%). È, questo, un combustibile economico, facilmente trasportabile e competitivo, e farebbe da calmiere al prezzo del gas, l’unico dei convenzionali da cui dipendiamo e al quale ci siamo legati mani e piedi (e non solo per il fabbisogno elettrico ma anche per il riscaldamento). Non bisogna essere dei geni in economia per comprendere che questa dipendenza da un’unica fonte ci rende estremamente vulnerabili.
Insomma, fra le sovvenzioni alle farlocche non convenzionali, lo stallo dell’idroelettrico, l’inesistenza dell’elettronucleare (peggio, ne abbiamo fatto un altro bene d’importazione), con l’uso del carbone in via d’estinzione e con l’esserci messi alla mercé di un solo combustibile - il gas - chi mostra di cadere dalle nuvole, fa pensare che cada dalle nuvole di un altro mondo.
Rateizzazione
In ogni caso, parlare a vanvera sembra lo sport favorito. C’è chi chiede la rateizzazione delle bollette, che però son già rateizzate. Chi invoca il nucleare di IV generazione, che però non esiste. Chi invoca la fusione nucleare, che però esiste ancora meno, a dispetto di alcuni annunci sensazionalistici recenti che nulla aggiungono al pio desiderio di sempre. Nell’immediato, le cose da fare sulla generazione elettrica son tre:
1 ) cancellare le sovvenzioni a eolico e fotovoltaico;
2 ) abolire i certificati sulle emissioni di CO2;
3 ) favorire al massimo il carbone rispetto al gas.
Nel lungo termine e per il beneficio delle generazioni future:
1 ) installare impianti nucleari di III generazione;
2 ) ridurre al minimo, 5-10%, l’uso del gas (questo va riservato all’autotrazione) a favore del carbone.
La benzina supera i 2 euro al litro «Accise da ridurre di 20 centesimi»
Mai così alta da 40 anni l’inflazione negli Stati Uniti: a gennaio i prezzi al consumo sono saliti al +7,5% sull’anno dal +7% di dicembre, ai massimi dal 1982. Si tratta di un dato superiore alle attese degli analisti, che stimavano una crescita del 7,3%; su base mensile l’inflazione è ferma al +0,6% come a dicembre, contro un’attesa del +0,5%. Anche Oltreoceano il dato riflette la corsa dei prezzi di cibo, elettricità e alloggi. In Germania, invece, l’inflazione a gennaio è salita del +4,9%, contro il +5,3% di dicembre: il tasso, ha spiegato il presidente dell’istituto nazionale di statistica Destatis, «si è leggermente indebolito a gennaio dopo aver raggiunto il livello più alto in quasi 30 anni a dicembre. Tuttavia, rimane a un livello elevato».
Sul tema è intervenuta anche Christine Lagarde, presidente della Bce, che continua a parlare di un possibile rallentamento dell’inflazione nei prossimi mesi nonostante abbia dovuto ammettere il balzo in corso. «I prezzi elevati dell’energia non sono un fenomeno temporaneo; saranno con noi per un po’ di tempo a venire. Ma il livello dei prezzi è già molto alto», ha spiegato il numero uno dell’Eurotower in un’intervista, «Il prezzo del petrolio è passato da meno di 20 euro nell’aprile 2020 a 90 euro al barile ed è altamente improbabile che continui a salire a quel ritmo. Quindi, anche solo per questo motivo, l’inflazione rallenterà». Tuttavia, il livello generale dei prezzi «rimarrà relativamente alto nei prossimi mesi. Dobbiamo analizzare attentamente in che modo gli alti prezzi dell’energia stanno influenzando altri prezzi. L’energia costosa fa salire il costo dei fertilizzanti, i fertilizzanti costosi fanno salire il prezzo del cibo e così via», ha spiegato il presidente della Bce aggiungendo: «Agiremo se necessario, ma tutte le nostre mosse dovranno essere graduali. Se adesso agissimo in modo precipitoso, la ripresa economica potrebbe risentirne e potremmo mettere a rischio posti di lavoro».
Sulla stessa linea il presidente del Consiglio Mario Draghi, che nella conferenza stampa in cui ha annunciato il nuovo decreto per affrontare i rincari di elettricità e il gas ha commentato: «Sull’inflazione la Bce e la Banca d’Italia sono le istituzioni più accreditate per fare previsioni. E le previsioni danno un’inflazione alta e crescente ancora per un po’, che poi inizia a calare nel corso di quest’anno. Questo spiega la cautela con la quale la Bce si è mossa». Per Draghi «l’inflazione non va sottovalutata perché riduce il potere d’acquisto delle famiglie»: l’aumento dei prezzi, insieme al caro energia, per il premier fa parte dei rischi che minacciano la crescita.
Su questo fronte non va sottovalutato il caro carburanti, con la benzina che è arrivata a superare i 2 euro al litro. «Bene che il governo sia consapevole di questi rischi, ma allora devono seguire subito i fatti. Il rincaro della benzina, salita del 5,8% in meno di un mese e mezzo, non è nemmeno nell’agenda del governo, mentre sarebbe fondamentale ridurre le accise di almeno 20 centesimi per calmierare l’inflazione», ha fatto notare Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. «Il caro carburanti, infatti, oltre agli effetti diretti sulle tasche degli automobilisti e dei camionisti, con il gasolio salito del 6,6% solo nel corso del 2022, produce effetti indiretti sul rialzo dei prezzi di tutti i beni trasportati su gomma. Anche per questo stanno esplodendo i prezzi dei prodotti alimentari, che passano dal +2,8% tendenziale di dicembre al +4% di gennaio».
Continua a leggereRiduci
Per rallentare l’inflazione occorrerebbe abolire i certificati sulla CO2, eliminare gli incentivi a eolico e fotovoltaico, limitare il gas e, sul medio periodo, puntare sul nucleare. Peccato che nessuno affronti i veri nodi: si preferisce cascare dalle nuvole a ogni crisi.Caro benzina: appello al governo dell’Unione consumatori. Usa, carovita a livelli record da 40 anni.Lo speciale contiene due articoli.Non v’è talk show oggigiorno che non tocchi l’argomento dell’aumento delle bollette energetiche. La cosa straordinaria è che tutti i conduttori cadono dalle nuvole. L’ultima che ho sentito è la brava Barbara Palombelli su Rete 4. Anche lei chiedeva all’intervistato pronunciando parole del tipo: ma come mai... ma chi se l’aspettava... così all’improvviso... Peccato che lo chiedesse a Maria Rita Gismondo, che è una brava virologa - cui con piacere porgiamo gli auguri di buon compleanno per l’imminente 18 febbraio - ma che, proprio perché è brava, ha risposto dicendo che della questione nulla sa. In effetti, per qualche misteriosa ragione, in questi programmi, sull’argomento chiedono lumi a tutti fuorché a qualcuno che abbia un minimo di competenza. Quest’ultima, però, pur necessaria, non è sufficiente: se il «competente» è in conflitto d’interessi, le sue risposte non servono.sole e ventoPer capire l’origine delle elevate bollette elettriche bisogna comprendere un punto fondamentale, e cioè che l’umanità sa produrre energia elettrica in modo efficiente ed efficace con due sole tecnologie (che chiamerò convenzionali): l’idroelettrico e il termoelettrico. Le fonti di quest’ultimo sono: nucleare, carbone, gas naturale e petrolio (in misura minore, quasi irrisoria, biomassa, rifiuti solidi urbani, e geotermico). È vero che possiamo produrre elettricità anche con l’eolico e con il fotovoltaico (chiamerò queste tecnologie non convenzionali), ma è elettricità, per così dire, di bassa qualità, perché è erogata a piacimento del sole e del vento, e non a piacimento nostro. Questa è una circostanza con importanti implicazioni economiche, e cioè: se il nostro Paese avesse bisogno, che so, di 50 gigawatt elettrici di picco, dovremmo comunque avere 50 gigawatt convenzionali, e questo anche se gli impianti non convenzionali fossero gratis! L’immediata conseguenza di questa cosa è una e una sola: gli impianti non convenzionali sono pressoché inutili. Siccome poi non sono gratis ma costano un occhio della testa, essi sono anche economicamente dannosi. Per esempio, in Italia sono installati quasi 32 gigawatt non convenzionali (11 di eolico e 21 di fotovoltaico) che però, appunto per la loro intermittenza, producono meno di 5 gigawatt elettrici. Le tecnologie sono quindi farlocche, e nessuno ci investirebbe un centesimo se non un governo che può farlo solo con la forza della legge e con il denaro che non è suo ma di noi cittadini. Gli incentivi statali a queste tecnologie si attestano a oltre 8 miliardi di euro ogni anno. Dai telegiornali di questi giorni apprendiamo che Mario Draghi sarebbe alla ricerca di una tantum di 4 miliardi per frenare l’ascesa delle bollette. Se solo cancellasse questi 8 miliardi (che non sono una tantum ma ogni anno) otterrebbe già un risultato. Ma il suo ministro Roberto Cingolani non sembra capire queste cose, visto che avrebbe dichiarato di avere in programma l’installazione di altri impianti farlocchi al largo delle nostre coste (una ubicazione, questa, che come minimo raddoppia il già elevato costo di questi impianti). Insomma, il primo passo per la riduzione delle bollette è mettere la pietra tombale su eolico e fotovoltaico. Il secondo è riequilibrare il contributo tra le fonti convenzionali. Il contributo dell’idroelettrico è al 17% del fabbisogno grazie al lodevole impegno delle generazioni che avrebbero rubato il futuro ai «Gretini». I quali, oggigiorno al potere, hanno ben pensato di bloccare gli impianti idroelettrici di grossa taglia. Penso a un progetto di collaborazione Italia-Svizzera per un grosso impianto in Val Engadina inutilmente fermo da quasi 20 anni e sul quale anche questo governo non batte alcun colpo. Rimangono nucleare, carbone e gas. La scelta scellerata di inibirci il nucleare è certamente un’altra causa delle nostre elevate bollette. Purtroppo, un eventuale ripensamento, anche oggi stesso, non potrà incidere sul problema del momento. Un’altra scelleratezza è stata la riduzione dell’uso del carbone (dieci anni fa contribuiva per il 17% al nostro fabbisogno elettrico, oggi per il 5%). È, questo, un combustibile economico, facilmente trasportabile e competitivo, e farebbe da calmiere al prezzo del gas, l’unico dei convenzionali da cui dipendiamo e al quale ci siamo legati mani e piedi (e non solo per il fabbisogno elettrico ma anche per il riscaldamento). Non bisogna essere dei geni in economia per comprendere che questa dipendenza da un’unica fonte ci rende estremamente vulnerabili.Insomma, fra le sovvenzioni alle farlocche non convenzionali, lo stallo dell’idroelettrico, l’inesistenza dell’elettronucleare (peggio, ne abbiamo fatto un altro bene d’importazione), con l’uso del carbone in via d’estinzione e con l’esserci messi alla mercé di un solo combustibile - il gas - chi mostra di cadere dalle nuvole, fa pensare che cada dalle nuvole di un altro mondo. RateizzazioneIn ogni caso, parlare a vanvera sembra lo sport favorito. C’è chi chiede la rateizzazione delle bollette, che però son già rateizzate. Chi invoca il nucleare di IV generazione, che però non esiste. Chi invoca la fusione nucleare, che però esiste ancora meno, a dispetto di alcuni annunci sensazionalistici recenti che nulla aggiungono al pio desiderio di sempre. Nell’immediato, le cose da fare sulla generazione elettrica son tre: 1 ) cancellare le sovvenzioni a eolico e fotovoltaico; 2 ) abolire i certificati sulle emissioni di CO2; 3 ) favorire al massimo il carbone rispetto al gas. Nel lungo termine e per il beneficio delle generazioni future: 1 ) installare impianti nucleari di III generazione;2 ) ridurre al minimo, 5-10%, l’uso del gas (questo va riservato all’autotrazione) a favore del carbone.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/idroelettrico-e-carbone-contro-i-rincari-2656641926.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-benzina-supera-i-2-euro-al-litro-accise-da-ridurre-di-20-centesimi" data-post-id="2656641926" data-published-at="1644655244" data-use-pagination="False"> La benzina supera i 2 euro al litro «Accise da ridurre di 20 centesimi» Mai così alta da 40 anni l’inflazione negli Stati Uniti: a gennaio i prezzi al consumo sono saliti al +7,5% sull’anno dal +7% di dicembre, ai massimi dal 1982. Si tratta di un dato superiore alle attese degli analisti, che stimavano una crescita del 7,3%; su base mensile l’inflazione è ferma al +0,6% come a dicembre, contro un’attesa del +0,5%. Anche Oltreoceano il dato riflette la corsa dei prezzi di cibo, elettricità e alloggi. In Germania, invece, l’inflazione a gennaio è salita del +4,9%, contro il +5,3% di dicembre: il tasso, ha spiegato il presidente dell’istituto nazionale di statistica Destatis, «si è leggermente indebolito a gennaio dopo aver raggiunto il livello più alto in quasi 30 anni a dicembre. Tuttavia, rimane a un livello elevato». Sul tema è intervenuta anche Christine Lagarde, presidente della Bce, che continua a parlare di un possibile rallentamento dell’inflazione nei prossimi mesi nonostante abbia dovuto ammettere il balzo in corso. «I prezzi elevati dell’energia non sono un fenomeno temporaneo; saranno con noi per un po’ di tempo a venire. Ma il livello dei prezzi è già molto alto», ha spiegato il numero uno dell’Eurotower in un’intervista, «Il prezzo del petrolio è passato da meno di 20 euro nell’aprile 2020 a 90 euro al barile ed è altamente improbabile che continui a salire a quel ritmo. Quindi, anche solo per questo motivo, l’inflazione rallenterà». Tuttavia, il livello generale dei prezzi «rimarrà relativamente alto nei prossimi mesi. Dobbiamo analizzare attentamente in che modo gli alti prezzi dell’energia stanno influenzando altri prezzi. L’energia costosa fa salire il costo dei fertilizzanti, i fertilizzanti costosi fanno salire il prezzo del cibo e così via», ha spiegato il presidente della Bce aggiungendo: «Agiremo se necessario, ma tutte le nostre mosse dovranno essere graduali. Se adesso agissimo in modo precipitoso, la ripresa economica potrebbe risentirne e potremmo mettere a rischio posti di lavoro». Sulla stessa linea il presidente del Consiglio Mario Draghi, che nella conferenza stampa in cui ha annunciato il nuovo decreto per affrontare i rincari di elettricità e il gas ha commentato: «Sull’inflazione la Bce e la Banca d’Italia sono le istituzioni più accreditate per fare previsioni. E le previsioni danno un’inflazione alta e crescente ancora per un po’, che poi inizia a calare nel corso di quest’anno. Questo spiega la cautela con la quale la Bce si è mossa». Per Draghi «l’inflazione non va sottovalutata perché riduce il potere d’acquisto delle famiglie»: l’aumento dei prezzi, insieme al caro energia, per il premier fa parte dei rischi che minacciano la crescita. Su questo fronte non va sottovalutato il caro carburanti, con la benzina che è arrivata a superare i 2 euro al litro. «Bene che il governo sia consapevole di questi rischi, ma allora devono seguire subito i fatti. Il rincaro della benzina, salita del 5,8% in meno di un mese e mezzo, non è nemmeno nell’agenda del governo, mentre sarebbe fondamentale ridurre le accise di almeno 20 centesimi per calmierare l’inflazione», ha fatto notare Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori. «Il caro carburanti, infatti, oltre agli effetti diretti sulle tasche degli automobilisti e dei camionisti, con il gasolio salito del 6,6% solo nel corso del 2022, produce effetti indiretti sul rialzo dei prezzi di tutti i beni trasportati su gomma. Anche per questo stanno esplodendo i prezzi dei prodotti alimentari, che passano dal +2,8% tendenziale di dicembre al +4% di gennaio».
La partecipazione della gente al funerale del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, a Pontida (Ansa)
Pontida è tornata a essere il luogo simbolo della Lega per l’ultimo saluto a Umberto Bossi. A tre giorni dalla morte, centinaia di militanti si sono ritrovati davanti all’abbazia di San Giacomo, tra bandiere con il Sole delle Alpi, fazzoletti verdi e striscioni che richiamano i temi che hanno segnato una stagione politica. Su uno, appeso all’ingresso del paese, la frase: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi».
L’arrivo del feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi dalla folla: «Bossi, Bossi», ma anche «Padania libera» e «Libertà». Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il simbolo del movimento. All’interno della chiesa, circa quattrocento posti riservati alla famiglia e alle autorità; all’esterno, i militanti hanno seguito la cerimonia attraverso un maxischermo, raccolti davanti alle transenne che delimitavano l’area. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre tra i presenti si è visto anche Mario Borghezio, con il tradizionale fazzoletto verde. In chiesa, tra gli altri, i presidenti delle Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, diversi ministri e rappresentanti delle istituzioni. L’atmosfera si è fatta più tesa con l’arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini. Indossava una camicia verde, richiamo esplicito alla storia del movimento, ma una parte dei presenti lo ha contestato con cori come «Vergogna» e «Molla la camicia verde». Salvini si è avvicinato alle transenne per salutare i militanti, senza fermarsi, mentre attorno a lui si alternavano applausi e dissenso. Poco dopo, il clima si è ricompattato nel ricordo del fondatore, con nuovi cori «Bossi, Bossi» che hanno accompagnato l’ingresso in abbazia.
Contestazioni anche per l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, mentre è stata accolta dagli applausi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani. Al suo arrivo si sono sentiti slogan diversi, da «Secessione, secessione» a cori con il suo nome. Applausi anche per Luca Zaia e Attilio Fontana, salutati calorosamente dai militanti lungo le transenne. Una presenza diffusa, quella del mondo leghista di ieri e di oggi, che ha segnato tutta la giornata. A spiegare il malumore di una parte della base nei confronti dell’attuale leadership anche le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, che ha parlato apertamente di una «eredità tradita», sostenendo che «la Lega di Salvini non è la Lega».
Durante la funzione e fino all’uscita del feretro, la piazza è rimasta attraversata da cori e richiami identitari. Nel momento conclusivo, mentre la bara veniva accompagnata fuori dalla chiesa insieme alla famiglia e alle autorità, un gruppo di militanti ha scandito: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Dal microfono, Giorgetti è intervenuto con un «per cortesia» per riportare il silenzio e permettere la conclusione della preghiera.
Già dalle prime ore del mattino, Pontida aveva mostrato il volto più riconoscibile del suo popolo: striscioni, bandiere, simboli e una partecipazione che mescolava memoria e identità. Tra i presenti anche giovani militanti, arrivati per rendere omaggio a quello che molti hanno definito il loro punto di riferimento politico. Nel giorno dell’addio al Senatùr, il paese che per anni è stato teatro dei raduni leghisti si è trasformato ancora una volta in un luogo di appartenenza. Tra applausi, tensioni e richiami alle origini, il ricordo di Bossi ha finito per tenere insieme, almeno per qualche ora, una comunità attraversata da divisioni ma ancora legata al suo fondatore.
Continua a leggereRiduci