I nostri anziani «sequestrati» da chi dovrebbe proteggerli
Ansa
  • Gli amministratori di sostegno sono quelle figure nate per difendere chi, a causa di infermità o demenza senile, è impossibilitato a provvedere ai propri interessi Spesso, tuttavia, vanno ben oltre e compiono veri e propri abusi, isolando le persone dalle loro famiglie e disponendone come se fossero loro proprietà.
  • La storia di Chiara, compagna di vita di Antonio, estromessa di punto in bianco dalla sua vita dopo un malore.
  • L’avvocato Michele Capano: «Il giudice tutelare dovrebbe controllare, ma spesso non vuole rotture. E c’è un mercato parassitario da alimentare».

Lo speciale contiene tre articoli

Barbara Pavarotti da 13 mesi non può vedere il suo compagno. Non sa nemmeno dove sia. L’ultimo ricordo che ha di lui è un audio del 10 maggio 2022.

Anna Estdahl per volere dell’amministratore di sostegno poteva vedere la madre solo per 30 minuti.

Marta non poteva andare a trovare la mamma in casa di riposo. L’amministratore di sostegno glielo impediva. Alla fine la madre è morta.

Carla Cannas non poteva sapere come stesse la mamma chiusa in ospedale. Per privacy l’amministratore di sostegno non le dava informazioni. La madre è morta.

Il padre di Cristina D’Antona è stato legato a letto per tre mesi perché voleva uscire dalla Rsa. È morto anche lui.

Della «Bibbiano degli anziani» non parla nessuno. Gli anziani e i fragili sono considerati «materiale di scarto». Come i migranti, in alcuni casi, diventano oggetto di un business su cui fare soldi. La Verità ha fatto un’inchiesta per scoperchiare questo vaso di Pandora.

Un destino crudo spietato implacabile, dove i vecchi valori hanno ceduto il passo a una disumanità senza scrupoli.

«Muoiono soli», ci dicevano durante il Covid. Quante volte ce lo siamo sentiti ripetere, quando per due anni siamo stati privati dei nostri diritti. Ma accade anche oggi. È sempre accaduto.

Ci sono anziani strappati alle loro famiglie, costretti a vivere e morire in strutture che un tempo chiamavamo ospizi. Chi ci incappa sa che dovrà affrontare anni di dolore, angosce e tormenti. E il finale è quasi sempre tragico.

Il compagno della giornalista Barbara Pavarotti è affetto da demenza, l’amministratore di sostegno l’ha chiuso in una casa di riposo della periferia di Roma e ora lei non sa dove sia. «Cellulare sequestrato e zero contatti», ci racconta, «lo Stato mi proibisce di vedere l’uomo che ho frequentato ininterrottamente dal 2009. E ora lui non può più far valere la sua volontà».

La volontà dei «beneficiari» passa in secondo piano. In alcuni casi viene quasi azzerata.

Al punto da non permettere loro di incontrare amici, parenti. Al punto da reciderne i legami, spezzarli, frantumarli, spaccarli e schiantarli sul muro.

Una figura quella dell’amministratore di sostegno (ads) istituita nel 2004, varata a fin di «bene», ma che in fin troppi casi è sfuggita di mano. Si tratta di una disposizione interpretabile.

Dentro ci finiscono tutte le persone, non solo affette da infermità o patologie, ma anche anziani, deboli, chiunque sia privo di autonomia nell’espletamento delle funzioni della vita quotidiana. Gli ads vengono nominati dai giudici tutelari, che spesso vedono i beneficiari in fotografia, e molte volte non sono i parenti stretti. Sono avvocati, persone terze. La scelta, dovrebbe avvenire, «con esclusivo riguardo alla cura ed agli interessi della persona del beneficiario». Ma il recinto dei poteri dell’ads non ha bordi precisi. Si va dalla cura della persona a quella del patrimonio.

L’ads può gestire libretti e conti bancari; vendere beni mobili e immobili. Può regolare a sua discrezione i rapporti sociali e si sa, laddove esistano beghe familiari, a rimetterci sono sempre i vecchi, così come nelle cause di separazione, dove a pagarne il prezzo sono sempre i figli.

Può anche commissionare perizie mediche a esperti di sua fiducia e può chiedere che la persona venga collocata in qualche struttura adibita o in qualche Rsa.

A volte nemmeno i figli, se non autorizzati, possono accedervi.

Marta – nome di fantasia – si è messa in contatto con noi un anno fa. Lei non poteva andare a trovare la mamma in una casa di riposo nelle Marche. L’amministratore di sostegno nominato su volontà dei fratelli, glielo impediva o garantiva visite striminzite. Era la stessa madre ad aver firmato una carta dove chiedeva per favore di essere spostata di struttura – quella era troppo lontana – cosicché la figlia potesse andare a trovarla più spesso. Alla fine la mamma dentro la casa di riposo c’è morta.

Dora Piarulli, di Camaiore (Lucca), la madre di Anna Estdahl, è finita in una rsa contro la sua volontà. «Mia madre», ci dice Anna, «soffriva di depressione, ma ha iniziato a perdere autonomia dopo le due dosi di vaccino. Un anno dopo i vaccini ha avuto un ictus. Dopo il ricovero in ospedale, l’hanno trasferita in struttura contro la sua volontà e con l’inganno. L’ads mi vietava anche di portarla fuori in cortile. Non sapevo nemmeno la terapia che le davano sempre per volere dell’amministratore».

La figlia dopo varie tribolazioni è riuscita a farla uscire dopo un provvedimento del giudice tutelare «ma l’ads è rimasto sempre lo stesso, nonostante mia madre non lo volesse».

C’è anche Carla Cannas di Carbonia, in Sardegna. «L’amministratore di sostegno aveva dato indicazioni ai medici di non dare notizie sullo stato di salute di mia madre». La mamma alla fine è morta. «Dove sono finiti i soldi di mamma? Può un ads negare ai figli informazioni sanitarie sulla madre morente? A questi amministratori vengono dati troppi poteri e tutto avviene senza alcun controllo».

L’ads percepisce un’indennità e ci sono amministratori che hanno sotto di sé anche 50 beneficiari. Se per ognuno prendono 200 euro al mese, fate voi il conto.

La giurisprudenza riconosce al compenso natura non reddituale ma compensativo – remunerativa, e quindi non va dichiarato nel reddito ai fini Irpef e non va maggiorato di oneri accessori. Tombola.

A un’altra Carla – anche qui siamo nelle Marche – è successo che l’amministratore di sostegno del fratello, su indicazione dei servizi sociali del comune, le chiedesse di concedere la casa a qualche povero o a qualche migrante. Alla fine l’ha quasi convinta a venderla «perché così ci puoi pagare le rette della struttura» che sono molto alte. Le vendite vengono affidate ad agenzie che l’amministratore di sostegno conosce. E che dire di Manuela G., di Udine. L’ads del padre vuole vendergli la casa, «ma mio padre non vuole».

Il papà di Cristina D’Antona in struttura c’è finito a 75 anni. «Lo legavano dalle 18 alle 8 del mattino con una fascia», dice in lacrime mostrandoci la foto del padre immobilizzato. Anche qui l’ads era un avvocato. Il padre dopo 4 anni, a gennaio 2023, è morto. La figlia non sa ancora di cosa.

A settembre 2022 un ads che gestiva il conto di un pensionato di 85 anni a Bologna è stato indagato per peculato aggravato, abuso d’ufficio e omissione atti d’ufficio per non aver rendicontato il patrimonio dell’anziano che poi è morto. Dal conto corrente della vittima avrebbe sottratto oltre 70.000 euro e avrebbe messo in affitto l’appartamento tenendo per sé il canone.

Un assessore ai Servizi sociali di Pavia è stato condannato a 11 anni di reclusione per aver messo in atto un «sistematico saccheggio» ai danni di chi era sotto la sua tutela. La sentenza che lo condanna è una sfilza di nomi di vittime con oltre 40 soggetti coinvolti.

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