Il falco olandese usa la guerra per imporci austerità e diktat green
  • Frans Timmermans chiede il taglio dei consumi di gas per fiaccare Mosca. Eppure, quando Berlino ci stringeva accordi, era silente.
  • Lo zar vara restrizioni sui conti di soggetti italiani nelle controllate locali di Intesa e Unicredit. Sanzioni europee in stallo. Vladimir Putin: «Le pressioni sono quasi un’aggressione».

Lo speciale contiene due articoli.

Franciscus Cornelis Gerardus Maria Timmermans, detto Frans, è un omone olandese dalla barba bianca che parla sette lingue (tra cui un ottimo italiano), molto colto, tifoso romanista, Cavaliere dell’ordine della Legion d’Onore francese e portatore di una certa umana simpatia. Peccato sia anche e vicepresidente vicario della Commissione europea, nonché commissario europeo per il Clima e il Green deal europeo. Insomma, uno dei pezzi grossi di Bruxelles.

E peccato che in quella veste si trovi a essere uno dei maggiori artefici dei disastri dell’Unione europea. In una intervista comparsa ieri su La Stampa, Timmermans ha tenuto a farci sapere che siamo in guerra. Una guerra che nessuno vuole e che nessuno ha dichiarato, ma che nel racconto fantastico del partigiano Frans ci impone di «smettere di mettere i soldi in tasca a Mosca, la resistenza inizia dalle nostre case». Infatti «se tutti riducessero la temperatura a casa di un grado si avrebbe una diminuzione di 10 miliardi di metri cubi nella domanda di gas russo. Se raddoppiassimo lo sforzo per rifare le case, avremmo altri 20 miliardi di risparmi».

Quindi, dobbiamo scaldarci di meno per fare dispetto a Vladimir Putin. Siamo alla vertiginosa altezza degli argomenti della collega di Timmermans, la sagace commissaria Margrethe Vestager, che ha suggerito la travolgente strategia di fare docce tiepide ed esclamare, chiudendo il rubinetto, «Tiè, prendi questo, Putin

Questo detestabile paternalismo, peraltro viziato da un etnocentrismo da Ztl, viene rovesciato a piene mani sui cittadini, cui si chiede ora di fare sacrifici. Sulla base di non si sa quale autorità, si chiede ai cittadini di sostenere una economia di guerra, senza essere entrati in guerra, usando la trita retorica del nemico da respingere «casa per casa».

Ma se l’Europa si trova ad essere dipendente per quasi il 50% del fabbisogno di gas dalla Russia è perché nessuna Commissione europea si è mai preoccupata dell’eccessiva concentrazione dell’offerta. Mentre a parole la sicurezza degli approvvigionamenti è uno dei pilastri dell’Unione, nei fatti a Bruxelles hanno chiuso occhi, orecchie e bocca mentre in sedici anni i quattro governi Merkel stringevano accordi e relazioni sempre più profonde con Mosca.

Nessuno a Bruxelles ha mosso un dito quando è stato fatto il Nord Stream 1, che dalla Russia porta 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno direttamente in Germania. Nessuno a Bruxelles ha proferito parola quando quel gasdotto, già enorme, è stato raddoppiato, portando alla mostruosa cifra di 110 miliardi di metri cubi all’anno il volume di gas che a quel punto sarebbe stato importato in Germania direttamente dalla Russia: una volta e mezza l’intero consumo italiano di un anno. È stata Washington ad eccepire e poi di fatto ad impedire che il Nord Stream 2 entrasse in esercizio, non certo Bruxelles, diventata nel frattempo un sobborgo di Berlino, in cui l’eccessiva concentrazione nelle mani di un solo fornitore evidentemente non era considerata un problema.

Perché devono essere i cittadini oggi a pagare per gli errori di ieri di un pugno di tecnocrati politicamente irresponsabili, che perseguono politiche ostentatamente contrarie al buonsenso e al volere dei cittadini? Quale autorità si può riconoscere a chi non risponde mai del proprio operato? Il grave, drammatico e scandaloso deficit democratico dell’Unione europea non è mai stato evidente come ora.

In un sussulto di sincerità, qualche giorno fa la sunnominata Vestager durante un’intervista si è lasciata scappare il vero: «Sull’energia russa l’Europa non è stata ingenua ma avida». Nessuno, in verità, ha mai pensato che l’Europa, o meglio l’Unione europea, possa essere ingenua. Avida, sì. L’energia e le materie prime a basso costo, del resto, sono alla base del modello economico mercantilista tedesco, assieme alla deflazione salariale e al contenimento della domanda interna.

Che dire poi dell’esplosione dei prezzi dell’energia, avvenuta già a partire dall’aprile 2021, un anno prima dell’invasione dell’Ucraina? Anche quella causata dalle asimmetrie create dall’annuncio del Green deal, che ha scoraggiato gli investimenti in idrocarburi, e dall’assetto del mercato europeo del gas così come lo ha disegnato l’Ue, che ha favorito il mercato a breve termine e la volatilità.

Quel «consumare meno» del partigiano Frans non significa ridurre gli sprechi, che è sempre cosa buona. Significa distruzione della domanda, cioè austerità e impoverimento. I consumi di energia sono in calo strutturale nei Paesi avanzati, perché gli utilizzi industriali sono scesi drammaticamente a seguito della de-industrializzazione. L’energia che consumava l’Europa ora è consumata dalla Cina, diventata in meno di trent’anni la fabbrica del mondo. Ecco, noi in realtà dovremmo consumare più energia, per tornare a produrre qui quello che abbiamo portato all’estero. Per far rifiorire industria, lavoro e prosperità in questo Paese c’è bisogno di energia perché c’è bisogno di industria, acciaio, infrastrutture, manifattura. Per decenni le nostre infrastrutture hanno avuto una scarsa manutenzione ed ora cadono a pezzi: è tempo di tornare ad investire sul nostro territorio. È tempo di tornare ad essere quello che siamo già stati, cioè un modello di sviluppo sociale ed economico che furono meraviglia per il mondo. E per farlo serve più energia, non meno, checché ne dica Bruxelles.


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