Domanda asiatica in calo. Teheran colpisce infrastrutture energetiche. Shipping globale nel caos. La guerra aiuta la Russia. Shock energetico prolungato? I sauditi temono petrolio a 180$.
Kaja Kallas (Ansa)
I commissari europei per gli Affari esteri sono sempre state figure irrilevanti nello scenario globale. Pur rappresentando quasi mezzo miliardo di persone e 27 Paesi, tra cui alcune delle principali economie mondiali, il loro parere conta meno di zero.
Non parlo di Federica Mogherini, un peso piuma dei rapporti internazionali che solo ora - a causa dell’inchiesta che ha portato al suo fermo giudiziario - è riemersa dal limbo in cui era confinata dopo la fine della sua carriera politica. No, penso anche a Lady Ashton o Josep Borrell, il predecessore dell’attuale commissario Kaja Kallas: di loro, del loro ruolo nelle diverse crisi che si sono succedute, non resta traccia.
Tuttavia, credo che in fatto di ininfluenza, e soprattutto di incapacità di guardare in faccia la realtà, la donna che oggi si occupa delle relazioni Ue nel mondo superi chiunque l’ha preceduta. Figlia d’arte, perché il padre fu un politico che traghettò l’Estonia dal comunismo all’ingresso nella Ue, lei stessa in passato alla guida del suo Paese, la Kallas è stata indicata da Tallin nella Commissione europea, con l’incarico di rappresentare la Ue nel mondo. Peccato che spesso dimostri di non capire molto di diplomazia e neppure di equilibri internazionali. Ne ha dato prova più volte, anche durante il periodo più complicato dei rapporti tra Ue e Stati Uniti, quando Donald Trump impose i dazi. Tuttavia, la Kallas si supera quando parla di Russia, come ha fatto in questi giorni concedendo un’intervista al Corriere della Sera. Volendo inserirsi nel dibattito sulla difficile trattativa per giungere a un cessate il fuoco in Ucraina, l’alto rappresentante per la politica estera e per la sicurezza comune dell’Unione europea, ha spiegato che per garantire la pace occorre limitare l’esercito russo e contenere il budget militare di Mosca. Ovvio, se vuoi impedire a un Paese di minacciare quelli che lo circondano devi proibirgli di armarsi fino ai denti. È quello che è successo alla fine della Seconda guerra mondiale con la Germania e il Giappone. A entrambi i Paesi fu negata la possibilità di avere un esercito organizzato e anche di possedere la bomba atomica. Ma si dà il caso che sia Berlino che Tokyo fossero stati sconfitti e dunque, insieme alle sanzioni di guerra alle due ex superpotenze economiche e militari, i vincitori imposero misure ferree.
Peccato che la Russia non sia stata sconfitta. Non dico che abbia vinto la guerra, ma di certo non l’ha persa. Dunque, come si fa a imporre delle sanzioni a chi in questo momento si sente forte e a cui si chiede di cessare il fuoco? Come si può ottenere di limitare esercito o budget militare di un Paese che ritiene di essere in grado di continuare la guerra e raggiungere i suoi scopi? Anche un bambino capirebbe che non ci sono le condizioni per pretendere di sedersi a un tavolo di pace imponendo delle sanzioni. Siccome io non penso che Kaja Kallas non sia in grado di comprendere ciò che è chiaro a un ragazzino di prima media, penso che l’alto rappresentante degli Affari esteri della Ue semplicemente non voglia raggiungere alcuna intesa con Mosca. E la capisco anche. Tutti i Paesi baltici, Estonia dunque compresa, hanno una fifa blu di Putin. Avendo conosciuto il comunismo, sanno che non ci si può fidare e soprattutto vorrebbero che la Russia fosse sconfitta una volta per tutte per consentire a loro di vivere tranquilli. Ma sconfiggere una potenza nucleare, per quanto indebolita, non è la cosa più semplice del mondo e anzi si rischia di far scoppiare una guerra peggiore di quella che i Paesi baltici vorrebbero evitare. I politici lituani, estoni, lettoni, insieme a quelli polacchi e ucraini non vogliono tornare sotto il tallone di Mosca e si comprende il perché. Però capisco anche la maggioranza degli italiani che non vuole finire nel mezzo di una guerra con la Russia. Hai voglia a dirgli che si deve scegliere tra libertà e aria condizionata, come spiegò Mario Draghi o, come di recente ha chiarito Sergio Mattarella al corpo diplomatico, che «c’è bisogno di una pace equa, giusta e duratura, rispettosa del diritto internazionale, dell’indipendenza, della sovranità e dell’integrità territoriale dell’Ucraina». Se questo significa armarsi e partire, credo che gran parte dei cittadini del nostro Paese non sia né pronto né d’accordo.
Gli ucraini, con gli estoni, i lettoni, i lituani, i polacchi e i finlandesi vorrebbero che la Nato, ma soprattutto l’Europa, sconfiggesse la Russia, così da renderla inoffensiva. Però questo, appunto, vorrebbe dire entrare in guerra, con ciò che consegue. Sono gli ex Paesi dell’Est, rappresentati da politici tipo la Kallas, insieme ad alcuni «volenterosi» in crisi di consenso, a spingerci verso un conflitto. Uno scontro tra Europa e Russia significherebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale, che coinvolgerebbe giocoforza gli alleati di Putin. Un rischio che non è così lontano, perché a forza di giocare con il fuoco, come dimostra la storia passata, un conflitto può scoppiare senza che quasi nessuno lo abbia deciso. È quello che è successo nel 1915 e a innescare la guerra bastò un casus belli come l’omicidio dell’erede al trono austro-ungarico. Dunque, io andrei piano con l’idea di battere la Russia e minacciare un intervento della Nato o dell’Europa. Così come ci penserei bene prima di usare i fondi congelati di Mosca per finanziare Kiev e acquistare altre armi. Perché di un conflitto si conosce l’inizio, ma quando si entra in guerra nessuno sa quale sarà la fine. Soprattutto, è impossibile prevedere se vinceranno gli aggrediti o gli aggressori, i buoni o i cattivi.
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Nella folle risoluzione approvata dall’Europarlamento si invitano i governi ad abbandonare ogni remora a colpire il territorio russo. E a sviluppare «prove di stress per la legislazione». La piazza di Michele Serra lo sa?
L’Europa ripudia la pace come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e sostiene la guerra come strumento di riconquista della libertà di altri popoli. Sì, lo so che quello che ho appena scritto è l’articolo 11 della nostra Costituzione al contrario. Ma mentre nella nostra Carta si dice che i conflitti armati non servono a sbrogliare le contese fra i Paesi, e dunque si mette al bando ogni proposito bellicoso, nella risoluzione approvata dal Parlamento europeo si sostiene l’opposto. Leggere per credere. Al punto 18, là dove si esortano l’Ue e gli Stati membri a stare fermamente dalla parte dell’Ucraina, il paragrafo prosegue con la seguente affermazione: «Ricorda (il Parlamento, ndr) la sua convinzione che è sui campi di battaglia ucraini che si decide il futuro dell’Europa». Non al tavolo di una trattativa di pace, per quanto complessa sia, ma in trincea, armati di cannoni, missili e carri armati. Non è finita. Dopo aver dichiarato che soltanto con la guerra si costruisce il futuro dell’Unione, i (n)europarlamentari sollecitano i Paesi che fanno parte della Ue a fornire più armi e munizioni a Kiev «prima della fine dei negoziati» e invita tutti, cioè sia i governi che la Nato, a revocare ogni restrizione all’uso dei sistemi d’arma occidentali forniti agli ucraini affinché siano usati «contro obiettivi militari in territorio russo». Cioè, la risoluzione approvata spinge gli Stati dell’Unione a rimuovere gli ostacoli che a oggi impediscono di colpire la Russia. Non le truppe russe che hanno invaso il Donbass, ma centri o strutture in profondità, con quel che ne consegue. In pratica, siamo alla dichiarazione di guerra a Mosca. E infatti, al punto 9 la risoluzione esorta la Ue, «a coordinare risposte congiunte (cioè tra Paesi membri, ndr) simili a quelle utilizzate in tempo di guerra». Al punto 39, si invitano gli Stati a prepararsi «per le evenienze militari più estreme» e si sollecitano (punto 32) a sviluppare «prove di stress per la legislazione esistente», sottolineando la «necessità di ridurre gli ostacoli presenti nell’attuale legislazione nazionale e della Ue che compromettono l’efficienza della difesa e della sicurezza europea». In altre parole, dalla nostra Costituzione va rimosso l’articolo 11, perché ritenuto d’impiccio qualora la Ue decida di attaccare la Russia o qualche altro alleato di Vladimir Putin. Non solo. Al punto 45 della risoluzione c’è un capitolo che riguarda le forze armate, per le quali bisogna passare dall’approccio basato sul flusso che ha prevalso in tempo di pace a un altro basato sulle scorte. Vale a dire che dobbiamo riempire gli arsenali, preparando anche, come recita l’articolo 51, piani di emergenza e cooperazione economica in caso di conflitto, accelerando la mobilità militare (punto 52), consentendo a carri armati, cannoni e munizioni di transitare tranquillamente, senza troppe formalità, attraverso i confini, senza che le dogane dei Paesi della Ue facciano storie. E consentendo pure la possibilità di una revoca centralizzata e giustificata «delle norme in materia di traffico stradale e ferroviario». Sì, insomma, se serve si chiudono al traffico ordinario le autostrade, si blocca la circolazione dei treni passeggeri per far passare i carri merce carichi di armi.
La risoluzione in sostanza, fissa le regole che devono essere applicate in uno stato di guerra. Siamo cioè alla mobilitazione di massa, alle norme che precedono il coprifuoco. Non c’è ancora la legge marziale con cui Volodymyr Zelensky da tre anni ha reintrodotto la leva obbligatoria e l’arruolamento forzato e Ursula von der Leyen non ha ancora indossato la mimetica come quando faceva il ministro della Difesa di Angela Merkel, ma quanto al resto c’è tutto, compreso il clima prebellico. L’Europa non ripudia la guerra come risoluzione delle controversie internazionali: la prepara. E il Parlamento di Bruxelles, su richiesta di una Commissione che i cittadini non hanno mai votato e dunque scelto, sta impegnando 400 milioni di europei non soltanto a impugnare le armi, ma anche a cambiare le loro costituzioni per consentire l’entrata in guerra.
Non so quante persone parteciperanno domani alla manifestazione sollecitata da Michele Serra in favore dell’Europa. A sinistra in tanti hanno dato la loro adesione. Mi chiedo e chiedo a quelli che scenderanno in piazza sventolando la bandiera blu con le stelline se sanno tutto ciò. Se sono a conoscenza che la Ue da loro sostenuta come garanzia di libertà e democrazia sta preparando una guerra. Se sono dunque favorevoli a un’Unione convinta che il futuro dell’Europa passi dai campi di battaglia e non da una trattativa di pace. Credo che questo, più di tante chiacchiere, faccia la differenza e aiuti a capire chi è per il cessate il fuoco e chi, invece, per attizzarlo.
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2024-12-07
Biden ha (s)finito gli ucraini: «Aumentate di sei volte le fughe di soldati dal fronte»
Ansa
- In attesa dell’arrivo di The Donald, la Casa Bianca promette «una valanga di aiuti» Lavrov al giornalista Usa Carlson: «La Russia rivorrebbe relazioni normali con voi».
- Il «Ft»: progetto aperto agli inglesi. Crosetto: «Le regole Ue bloccano gli investimenti».
Lo speciale contiene due articoli.
Mancano circa sei settimane all’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, che ha già annunciato di voler risolvere il conflitto russo-ucraino e di non voler più sostenere l’esercito di Kiev con ingenti finanziamenti, che gravano sull’economia americana. L’amministrazione ancora in carica di Joe Biden, però, sta facendo tutto il possibile per armare Volodymyr Zelensky e - sostengono alcuni osservatori - per mettere i bastoni tra le ruote al futuro presidente. Stando al Guardian, ad esempio, in questi giorni Washington ha promesso a Kiev «una valanga di aiuti militari», nonché nuove sanzioni contro Mosca. Più nel dettaglio, riferisce il quotidiano britannico, l’amministrazione Biden si è impegnata a fornire, entro metà gennaio (quindi prima dell’insediamento di Trump), «centinaia di migliaia di ulteriori proiettili d’artiglieria, migliaia di razzi e centinaia di veicoli corazzati», senza contare prestiti per 20 miliardi di dollari, finanziati tramite gli asset russi congelati. Insomma, fosse per Biden, la guerra a Est potrebbe proseguire per anni. Incurante della situazione critica dell’esercito ucraino al fronte (riconosciuta dallo stesso Zelensky), la sua amministrazione ha persino chiesto a Kiev di abbassare l’età della leva da 25 a 18 anni. E quindi, in sostanza, di mandare a combattere pure i ragazzini. Una richiesta che, ovviamente, non è stata gradita dai diretti interessati, tra cui il più infastidito è stato senz’altro Dmytro Lytvyn, il consigliere di Zelensky.
Ma in che condizioni versano, appunto, le forze armate ucraine? Su questo spinoso argomento, ha fatto luce ieri un articolo di Bloomberg. Secondo l’agenzia americana, le truppe di Kiev sono esauste e allo stremo delle forze. Con combattimenti sempre più massacranti e in carenza di personale, sono aumentati anche i casi di diserzione o di abbandono delle postazioni. A partire dal 2022, riferisce Bloomberg, «l’Ucraina ha avviato quasi 96.000 procedimenti penali contro i militari che hanno abbandonato i loro incarichi dopo l’invasione russa». Il dato più preoccupante, però, è che la maggior parte dei fascicoli è stata aperta proprio nel 2024, facendo registrare «un aumento di sei volte rispetto agli ultimi due anni».
La mancanza endemica di soldati, inoltre, impedisce ai combattenti al fronte di recuperare energie fisiche e mentali. E questo lo ha ammesso lo stesso Zelensky pochi giorni fa durante un’intervista radiofonica. Al tempo stesso, tuttavia, il presidente ucraino - come specifica Bloomberg - «si è opposto alla possibilità di stabilire una scadenza per il congedo delle truppe». In mancanza di licenze, pertanto, sono aumentati esponenzialmente i casi di assenza senza permesso (fattispecie nota con l’acronimo Awol). In altri termini, i militari esausti, pur senza la volontà di disertare, lasciano le postazioni per avere una tregua e visitare le loro famiglie. Per poi, generalmente, rientrare nei ranghi. Secondo alcune stime, torna al proprio incarico circa la metà degli assenti non giustificati. Il resto, si suppone, potrebbe aver effettivamente disertato.
Un problema molto simile, prosegue Bloomberg, viene affrontato anche dalle forze armate russe. Eppure, a differenza dei nemici, «la Russia può assorbire più facilmente l’emorragia del suo personale militare, dato che la sua popolazione è quasi quattro volte quella dell’Ucraina». Per Kiev, insomma, risolvere questa crisi è una questione di vita o di morte. Anche per questo, di recente, Zelensky ha promesso un’amnistia agli assenti ingiustificati qualora tornino alle loro unità prima del 1° gennaio. Da quando questa disposizione è entrata in vigore, sarebbero rientrati alla base circa 3.000 soldati.
Nel frattempo, Mosca e Minsk hanno siglato un nuovo patto di difesa, che prevede «garanzie reciproche di sicurezza». Una volta giunto in Bielorussia per suggellare l’accordo, Vladimir Putin ha chiarito che il trattato include «l’uso di tutte le forze disponibili», comprese «le armi nucleari tattiche russe» situate sul territorio bielorusso, in caso di pericolo per «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità e l’inviolabilità dei territori della Russia e della Bielorussia». Tra gli armamenti previsti dall’accordo, figurano anche gli Oreshnik, i nuovi missili balistici ipersonici russi, che dovrebbero essere dispiegati in Bielorussia nella seconda metà del 2025.
Sull’uso delle armi nucleari tattiche, inoltre, ha fatto chiarezza Sergey Lavrov. Intervistato a Mosca da Tucker Carlson, giornalista vicino a Trump, il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che «saremmo pronti a usare qualsiasi mezzo per non permettere» agli Stati Uniti e ai loro alleati «di avere successo in quella che chiamano sconfitta strategica della Russia». In pratica, ha specificato Lavrov, l’uso di armi nucleari avverrà solo di fronte a una minaccia che metta in pericolo l’esistenza stessa della Federazione russa. Tra cui rientra, appunto, il ricorso ad «attacchi nucleari limitati» che, secondo Lavrov, la Nato avrebbe preso in considerazione. Eppure, ha ribadito Lavrov, la Russia non desidera affatto questo scenario e intende evitare ogni pericolo di escalation: «Vorremmo avere relazioni normali con tutti i nostri vicini», ha detto, «soprattutto con un grande Paese come gli Stati Uniti». Anzi, ha sottolineato, «non vediamo alcun motivo per cui Russia e Stati Uniti non possano cooperare per il bene del pianeta».
Sul cambio della guardia alla Casa Bianca, peraltro, Lavrov ha dichiarato a Carlson che «l’amministrazione Biden vorrebbe lasciare all’amministrazione Trump un’eredità quanto più negativa possibile». Un po’, insomma, «come ha fatto Barack Obama con Trump durante il suo primo mandato quando, nel 2016, Obama ha espulso i diplomatici russi proprio a fine dicembre».
Ieri, intanto, fonti di Palazzo Chigi hanno riferito che Giorgia Meloni ha avuto un contatto telefonico con Zelensky. Il presidente del Consiglio, si legge nella nota, «ha ribadito il sostegno a 360 gradi che l’Italia assicura e continuerà ad assicurare all’Ucraina e al popolo ucraino, con l’obiettivo di costruire una pace giusta».
«Maxi fondo europeo per la Difesa». Meglio del Pnrr se schiva l’austerità
A Bruxelles, rivela il Financial Times, si starebbe lavorando a un fondo comune per la Difesa con una dotazione da 500 miliardi di euro, che consenta all’Europa di potenziare il settore (anche) per essere pronta a una eventuale e pure assai probabile svolta nella politica Usa, quando Donald Trump si insedierà alla Casa Bianca. Il tycoon ha sottolineato ripetutamente di voler disimpegnare Washington dalla protezione dell’Europa se il Vecchio continente non aumenterà gli investimenti nella Difesa. Il meccanismo di questo fondo intergovernativo, stando a quanto rivelato dal Ft, sarebbe ad adesione volontaria, consentendo così gli Stati militarmente neutrali, come Austria, Malta, Irlanda e Cipro, di restarne fuori senza bloccarlo. Il fondo sarebbe aperto anche alla Gran Bretagna e alla Norvegia, che non fanno parte della Ue. Il modello di finanziamento a cui sta lavorando il Consiglio europeo, che secondo il Ft avrebbe già l’ok di «un gruppo chiave di Stati membri», consisterebbe nella emissione di obbligazioni supportate da garanzie nazionali dei Paesi partecipanti anziché dall’Ue nel suo complesso. La Banca europea per gli investimenti, alla quale è vietato finanziare direttamente gli investimenti in armi, svolgerebbe un ruolo tecnico, contribuendo ad amministrare la società veicolo e a gestire le funzioni di tesoreria. Paesi come Germania, Francia, Italia e Spagna, protagonisti del settore dell’industria degli armamenti, trarrebbero benefici dal progetto, che ricorda per molti aspetti i Pnrr, ma che rispetto a esso avrebbe un fondamentale punto di forza: i soldi non verrebbero dispersi in mille miniprogetti, ma sarebbero concentrati su pochi investimenti di grandi dimensioni. Resta però sullo sfondo una grande questione irrisolta: le spese sostenute dai governi per investire in questo fondo potrebbero essere scorporate dal calcolo del deficit, e quindi non pesare sui parametri imposti dal Patto di stabilità? Al momento questa possibilità, più volte chiesta dall’Italia, è stata sempre negata. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rispondendo al question time al Senato, manifesta la sua preoccupazione su questo aspetto: «Sulle spese della Difesa», sottolinea Crosetto, «c’è un limite che ci verrà chiesto di raggiungere in tempi brevissimi, così come ci aveva chiesto la Nato e a cui non potremo sottrarci. È giusto iniziare a ragionare subito. Probabilmente non ci si è resi conto della gravità nei tempi in cui viviamo e della necessità di aumentare gli investimenti della Difesa», aggiunge Crosetto, «nell’approntamento delle truppe, in tutte quelle che sono finora le inefficienze che purtroppo sono dovute ad una scarsa dotazione finanziaria. Finora quest’anno il Parlamento ha messo a disposizione, con l’approvazione della legge di bilancio, l’1,57% del Pil, ma ricordo a tutti che tutti i governi si sono impegnati ad arrivare al 2% entro il 2028. A questo punto», conclude il ministro, «non posso che manifestare una mia preoccupazione per la possibilità di arrivare a quel risultato, se non cambieremo le regole europee».
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Ansa
- Dopo l’ennesimo attacco degli Houthi alle imbarcazioni occidentali nel Mar Rosso, per la prima volta degli elicotteri americani sono intervenuti uccidendo i miliziani: legittima difesa. Joe Biden però continua a tenere una linea politica ambigua nei confronti di Teheran.
- Scambio di minacce Zelensky-Putin. Il presidente ucraino: per Mosca un 2024 di devastazione. Pechino contro Taiwan.
Lo speciale contiene due articoli.
Mentre la tensione cresce in Medio Oriente, l’amministrazione Biden resta irretita dalla sua controversa politica iraniana. Domenica, elicotteri statunitensi hanno affondato tre imbarcazioni appartenenti ai ribelli yemeniti Huthi, storicamente spalleggiati da Teheran, uccidendone una decina. In particolare, le forze aeree di Washington sono partite dalla portaerei Eisenhower per intervenire a seguito di una richiesta di aiuto da parte della nave mercantile Maersk Hangzhou, che aveva subito un tentativo di assalto dei miliziani filoiraniani. Questi ultimi hanno sparato contro gli elicotteri, inducendoli a reagire. «Gli elicotteri della Marina americana hanno risposto al fuoco per legittima difesa», ha affermato Centcom.
Secondo l’Associated Press, è la prima volta che truppe statunitensi uccidono degli Huthi da quando questi ultimi hanno iniziato i loro attacchi alle navi nel Mar Rosso. Ed è qui che è emerso il dilemma per Joe Biden. Da una parte, il presidente americano vuole scongiurare un allargamento del conflitto nella regione mediorientale. È in questo senso che vanno lette le parole pronunciate dal portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale Usa, John Kirby. «Non cerchiamo un allargamento del conflitto nella regione e non cerchiamo un conflitto con gli Huthi. Il miglior risultato qui sarebbe che gli Houthi fermassero questi attacchi, come abbiamo chiarito più e più volte», ha detto. Tuttavia, dall’altra parte il New York Times ha rivelato che il Pentagono starebbe effettuando pressioni su Biden per convincerlo a condurre dei bombardamenti contro gli Huthi direttamente sul territorio yemenita. Un’opzione che tuttavia il presidente sarebbe restio a intraprendere.
Si tratta di una posizione assai meno risoluta di quella assunta da Londra, che non ha escluso attacchi diretti contro i ribelli filoiraniani. «Siamo disposti ad agire direttamente e non esiteremo a intraprendere ulteriori azioni per scoraggiare le minacce alla libertà di navigazione nel Mar Rosso», ha dichiarato il ministro della Difesa britannico, Grant Shapps. «Gli Huthi non dovrebbero equivocare: ci impegniamo a chiedere conto agli attori malevoli responsabili di sequestri e attacchi illegali», ha proseguito. Domenica, il ministro degli Esteri britannico, David Cameron, durante un colloquio con l’omologo iraniano Hossein Amirabdollahian, ha inoltre affermato che «l’Iran condivide la responsabilità di impedire questi attacchi, dato il suo sostegno di lunga data agli Huthi».
Nonostante alcuni giorni fa Teheran abbia negato di essere coinvolta negli attacchi del Mar Rosso, c’è da dubitare di questa versione. Il regime khomeinista ha infatti schierato la fregata Iris Alborz nel Mar Rosso stesso, mentre - secondo Al Jazeera - Amirabdollahian si è incontrato ieri con il portavoce degli Houthi, Mohammad Abdulsalam, il quale aveva già avuto un recente faccia a faccia col segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Ali Akbar Ahmadian per parlare di «questioni regionali di interesse comune». Tutto questo, senza trascurare che l’altro ieri il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, è tornato a minacciare Israele, in riferimento all’uccisione, avvenuta di recente in Siria, del generale dei pasdaran, Razi Mousavi. «Certamente questo crimine non resterà senza risposta e i criminali sionisti pagheranno per questo», ha tuonato. Non va poi dimenticato che l’Iran è uno storico finanziatore di Hamas. E proprio ieri lo Stato ebraico ha reso noto di aver ucciso Adil Mismah: uno dei comandanti dell’organizzazione, che avevano preso parte al brutale attacco del 7 ottobre. Tutto questo, mentre, secondo indiscrezioni, una delegazione israeliana si sarebbe recata al Cairo per discutere di un eventuale accordo sugli ostaggi con Hamas. Infine, sempre ieri, l’Iran è entrato nel gruppo dei Brics, rafforzando così i propri legami con Russia e Cina. Insomma, mentre la tensione cresce, Biden trasmette a Teheran un’immagine di irresolutezza. Sia chiaro: è giusto e comprensibile che il presidente americano cerchi di scongiurare un allargamento del conflitto. Tuttavia è dall’inizio della crisi di Gaza che continua a tenere una linea ambigua nei confronti di Teheran. D’altronde, difficilmente avrebbe potuto verificarsi il contrario. Dall’inizio del suo mandato presidenziale, Biden si è contraddistinto per un appeasement verso l’Iran. Un appeasement che ha indebolito la capacità di deterrenza degli Usa e che ha indirettamente rafforzato i khomeinisti, oltre ai gruppi da loro supportati (da Hamas a Hezbollah passando per gli Huthi). L’attuale presidente ha sbloccato fondi al regime degli ayatollah e ha riavviato le trattative per rilanciare il controverso accordo sul nucleare iraniano, abrogando la politica della «massima pressione» su Teheran, che era stata attuata da Donald Trump: una politica che andrebbe urgentemente ripristinata. Il problema tuttavia, per Biden, è politico. Se lo facesse, significherebbe riconoscere che il suo predecessore aveva ragione. Un’ammissione che il presidente vuole evitare nel pieno della campagna elettorale per la riconferma. Intanto però l’Iran si fa più baldanzoso. E continua ad alzare il tiro.
Scambio di minacce Zelensky-Putin: «Vi distruggeremo». «Siete finiti»
«Distruggeremo le forze russe». «L’attacco a Belgorod non resterà impunito». Il capodanno in Ucraina e Russia è stato scandito da un forte scambio di minacce tra Volodymyr Zelensky e Vladimir Putin. I due «nemici» hanno approfittato del tradizionale discorso di fine/inizio anno per recapitare un messaggio, l’uno all’altro. Il presidente ucraino ha promesso alla Russia un 2024 di devastazione: «L’anno prossimo il nemico subirà le devastazioni da parte della nostra produzione nazionale», affermando inoltre che l’arsenale a disposizione dell’esercito potrà presto contare su un milione di droni. La risposta dello zar, ovviamente, non è stata da meno: «Nessun altro esercito al mondo possiede armi come quelle di cui dispongono le Forze armate russe. L’Ucraina sta finendo le attrezzature militari e noi aumenteremo la nostra produzione», ha detto nel suo discorso tenuto durante una visita all’ospedale militare Vishnevskij. «L’Occidente», ha continuato Putin, «sta cominciando a realizzare che la Russia non può essere distrutta». Il presidente russo si è poi prodotto in una specie di apertura per una risoluzione pacifica del conflitto, dicendo: «La Russia vuole porre fine alla guerra e il più rapidamente possibile, ma solo alle nostre condizioni», specificando che «il nemico non è l’Ucraina in quanto tale, ma, l’avversario della Russia sono i Paesi occidentali».
Tornando invece sull’attacco ucraino che lo scorso sabato 30 dicembre ha colpito Belgorod, città russa al confine Sud-orientale tra i due Paesi, con un bilancio aggiornato a 25 civili uccisi, tra cui 5 bambini, il presidente della federazione russa ha detto: «È stato un atto terroristico, un’arma indiscriminata con attacchi mirati sulla popolazione civile. Non resterà impunito. Non ricorreremo a bombardamenti sull’area, ma prenderemo di mira i centri decisionali e i siti militari».
Il primo giorno del nuovo anno, però, non è stato caratterizzato soltanto dalle parole dei due leader. I fatti raccontano di altri combattimenti e di un attacco notturno da parte dell’esercito russo concentrato nelle regioni di Dnipro, Mykolaiv e Leopoli, dove i detriti di un drone russo abbattuto dalla contraerea ucraina sono finiti sul tetto di un museo, provocando un incendio che fortunatamente non ha causato nessuna vittima. A Odessa, un raid condotto con i droni ha causato un incendio a un terminal del porto uccidendo una persona e ferendone molte altre. Anche Donetsk ha vissuto una notte di Capodanno sotto le bombe. Qui, però, secondo quanto riferito su Telegram dal capo dell’autoproclamata Repubblica di Donetsk, Denis Pushilin, ad attaccare sono state le forze armate ucraine, provocando 4 morti. Il comando centrale di Kiev ha immediatamente respinto ogni accusa, dicendo che che la responsabilità del bombardamento sull’area è da attribuire a Mosca. L’aeronautica militare ucraina ha comunicato inoltre che nella notte di San Silvestro si è registrato un «record di droni russi», accusando l’esercito russo di aver lanciato 8 missili e 90 velivoli senza pilota, di cui 87 intercettati e abbattuti, su diverse zone del Paese.
E sempre a proposito di discorsi di inizio anno, ha destato molta preoccupazione e fatto drizzare le antenne a molte cancellerie occidentali, quanto detto da Xi Jinping al popolo cinese. Il leader di Pechino, non solo ha ribadito la forte alleanza e amicizia con Putin - «Sotto la nostra guida congiunta la reciproca fiducia politica si è approfondita» - ma ha anche lanciato un messaggio forte e chiaro riguardo a Taiwan: «La Cina sarà sicuramente riunificata. Tutti i cinesi su entrambe le sponde dello Stretto di Taiwan dovrebbero essere legati da un obiettivo comune e condividere la gloria del rinnovamento della Nazione cinese». Parole che lasciano intendere che il pericolo di un’invasione dell’isola da parte dell’esercito cinese è quantomeno reale e concreto, pericolo che a Taipei vorrebbero prevenire con la richiesta di adesione alla Corte penale internazionale dell’Aia, in modo da far desistere Xi da cattive intenzioni.
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