Non comincia sotto i migliori auspici il semestre di presidenza Ue dell’Irlanda. Ieri a Cork nonostante Ursula von der Leyen abbia nei giorni scorsi con la consueta ipocrisia lisciato il pelo alla nazione che «ha costruito una delle economie più dinamiche dell’Europa» (va detto che per Angela Merkel la «I» di Pigs, i Paesi maiali, era proprio quella di Dublino) è andato in scena un formidabile uno-due.
Il nostro ministro per l’Agricoltura e la sovranità alimentare Francesco Lollobrigida ha chiesto a proposito del «pacchetto mare»: «Vogliamo proteggere tutte le specie in pericolo? Ecco, vi segnalo che quella più in pericolo sono i pescatori»; il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato ancora più duro: «Il bilancio Ue a 2.000 miliardi potete scordarvelo, tagliate alcune centinaia di miliardi e soprattutto non parlateci di 2.500 altre assunzioni di burocrati». Forse la Von der Leyen sta scoprendo cos’è il rigore tedesco. Ma la partita più urgente è quella della pesca e Lollobrigida vuole giocarla in attacco fino in fondo. Così scuote i suoi colleghi: «Dobbiamo rivedere il piano comune della pesca totalmente, con indirizzi che modifichino gli aspetti delle nostre politiche che hanno messo in crisi questo settore in maniera così determinante. Dobbiamo farlo perché è giusto e perché oltre ai pesci c’è una specie in pericolo, i pescatori». Ma cosa dice questo piano pesca soprattutto in un momento in cui il caro gasolio sta di fatto costringendo in banchina le barche? Dice che ci saranno altri controlli, altre giornate di fermo pesca, che si dovranno abbandonare alcune reti. Insomma andare per mare sarà un continuo barcamenarsi tra le boe della burocrazia e le secche dei divieti. Ricorda Lollobrigida: «I pescatori in Europa passano da 258.000, quanti erano nel 1990, a meno di 120.000 oggi. In Italia la situazione è ancora peggiore: noi importiamo l’80% del pesce e l’Ue ci ha costretto a tagliare del 40% le giornate di pesca. In Adriatico nel 2020 erano assegnate 116.982 giornate, nel 2026 71.458. E questo vale per molti Paesi: le giornate di pesca nel Mediterraneo occidentale per il “nasello” sono passate da 84.761 nel 2020 a 33.036 nel 2026, meno 61%». Andando avanti così si chiude perché mentre l’Europa si bea della tutela della risorsa mare, la Cina ha oggi 2.500 barche in Mediterraneo dove i Paesi frontalieri stanno aumentando le flotte che operano senza vincoli a fronte delle marinerie europee che «diminuiscono del 28% in 30 anni con punte del 40% in alcuni settori». Dunque chiede Lollobrigida «adeguati finanziamenti, semplificazioni, investimenti sul rinnovamento delle flotte anche per favorire il passaggio generazionale e sulla valorizzazione del pescato europeo, perché siamo totalmente dipendenti dall’estero».
Andrà così? Difficile dirlo, certo è che la Germania sta dando mazzate fortissime sull’Ue. Il cancelliere Fredrich Merz, senza riguardi né per Ursula von der Leyen né per il suo compagno di partito, il capo dei popolari Manfred Weber, è drastico: «Sono inaccettabili 2.000 miliardi di bilancio Ue e ancor più inaccettabili 2.500 nuove assunzioni proprio nel momento in cui la Germania sta riducendo dell’8% entro il 2029 il suo personale». Nella conferenza stampa col leader irlandese Taoiseach Micheál Martin, Merz picchia duro: «Non parlateci di tasse sulle imprese per aumentare le risorse proprie della Commissione né di agevolazioni alle piccole imprese. L’Ue deve fare dei tagli si spesa». Quanto? Gli è stato chiesto, visto che si è parlato di 400 miliardi. Merz ha risposto: «Non voglio essere preciso, ma si deve tagliare di parecchie centinaia di miliardi». Si è capito che il cammino verso il nuovo bilancio Ue è tutto in salita e il confronto tra i Paesi (l’Irlanda è contro la tassa ai colossi del web che hanno la sede fiscale a Dublino, tassa invece proposta da Emmanuel Macron) sarà durissimo.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >