Aveva promesso di smantellare il «sistema Orbán» e di riportare l’Ungheria nel solco dello Stato di diritto europeo. A poco più di tre mesi dalla sua vittoria elettorale, però, Péter Magyar lo sta facendo con metodi chiaramente antidemocratici: sfruttando la sua larga maggioranza parlamentare, il nuovo premier sta di fatto neutralizzando Fidesz, il primo partito d’opposizione. Il tutto, ovviamente, nell’agghiacciante silenzio di Bruxelles, che per anni ha invece fatto della difesa dello Stato di diritto la propria principale arma contro Viktor Orbán.
L’ultimo atto di questa controversa offensiva si è consumato ieri con le dimissioni del procuratore generale Gábor Bálint Nagy, che nelle scorse settimane aveva ricevuto un vero e proprio ultimatum dal governo. «Il procuratore generale si è appena dimesso. Così il Paese si libera di un altro burattino di Orbán che ostacolava la trasformazione politica», ha esultato Magyar sui social. Parole alle quali il magistrato ha replicato con un duro monito: «La Procura non può diventare uno strumento per le lotte degli attori politici, né un palcoscenico per interessi politici quotidiani o giochi di potere». Le dimissioni del procuratore, del resto, rappresentano soltanto l’ultimo episodio di questa «caccia all’orbaniano». Nei giorni scorsi, infatti, il Parlamento ha di fatto esautorato il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, eletto nel 2024 con i voti di Fidesz. Magyar aveva inizialmente tentato di affidare la massima carica dello Stato a una figura super partes, proponendo la candidatura della leggendaria campionessa di scacchi Judit Polgár. Quest’ultima, però, ha declinato l’offerta. Analoga sorte è toccata al presidente della Corte costituzionale, mentre il governo ha avviato una profonda riorganizzazione degli apparati statali con l’obiettivo dichiarato di smantellare l’eredità lasciata da 16 anni di governo Orbán.
L’offensiva si è estesa anche al principale partito di opposizione. Martedì, infatti, gli investigatori della Procura hanno effettuato una perquisizione nel centro che ospita i server informatici di Fidesz, nell’ambito di un’inchiesta per presunte appropriazioni indebite e altri reati collegati al Fondo nazionale per la cultura. Secondo gli inquirenti, circa 46 milioni di euro sarebbero stati dirottati verso artisti e organizzazioni vicine all’ex maggioranza attraverso procedure non trasparenti. Fidesz respinge ogni accusa e denuncia invece la matrice ideologica dell’operazione: «L’autocrazia ha superato ogni limite», ha scritto il partito in una nota, ricordando che «in Ungheria non si verificava un episodio del genere dal 1990», cioè dalla fine del regime comunista.
Parallelamente, il governo ha avviato anche le epurazioni culturali. Nel mirino è finito in particolare il Mathias Corvinus Collegium, il potente think tank conservatore considerato uno dei principali laboratori intellettuali dell’esecutivo di Orbán. In questo caso, tra l’altro, Magyar ha ricevuto un aiutino anche da Bruxelles, che circa un mese fa aveva messo al bando la fondazione.
È in questo clima surreale che Orbán ha rotto il silenzio seguito alla sconfitta elettorale di aprile. Nella sua «Dichiarazione di resistenza», l’ex premier ha detto che «è ricominciata l’era della tirannia in Ungheria», invitando i propri sostenitori a utilizzare «tutti gli strumenti pacifici» per opporsi a quello che definisce un sistema ormai «illegittimo».
Le accuse di Fidesz hanno trovato eco anche fuori dai confini ungheresi. «Quanto sta accadendo in Ungheria è grave e rappresenta un brutto precedente. Se la democrazia viene piegata per colpire l’opposizione, non è più democrazia», ha dichiarato il vicepremier italiano Matteo Salvini. Anche la leader del Rassemblement national, Marine Le Pen, ha parlato di «violazioni dello Stato di diritto con la benedizione di coloro che si considerano dalla parte del bene», mentre il vicepresidente dell’Assemblea parlamentare dell’Osce, Eugenio Zoffili (Lega), ha annunciato di voler portare il caso all’attenzione dell’organizzazione che rappresenta, denunciando una «preoccupante deriva antidemocratica».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >