La baronessa Ursula von der Leyen deve avere affinità con i gamberi perché sulle follie del Green deal fa un passo avanti promettendo qualche alleggerimento e tre indietro facendo diventare sempre più oneroso produrre e lavorare in Europa. Oggi a Bruxelles c’è un appuntamento decisivo: si parla di Ets, i famigerati certificati a pagamento per emettere Co2. Non c’è associazione imprenditoriale che non abbia scritto alla Commissione per dire: è un balzello che uccide la nostra competitività. Ma la baronessa ha fatto finta di niente.
Questo nonostante abbia attorno a sé le macerie dell’industria automobilistica, a cominciare da quella tedesca, nonostante abbia partecipato al vertice con la Cina dove è risultato evidente che Pechino sta facendo soldi con le politiche verdi a discapito dell’Europa, nonostante abbia uno schieramento di Paesi che le hanno detto: basta con questa ossessione green. A guidare questa pattuglia sono Italia e Polonia, la Germania fino a ieri era allineata poi si è sfilata perché deve farsi finanziare il riarmo. A sperimentare la doppiezza del presidente della Commissione europea sono in primis gli allevatori. Non più tardi di una settimana fa Christophe Hansen, commissario all’Agricoltura, Raffaele Fitto, vicepresidente e Olivér Várhelyi, commissario al Benessere e alla salute animale hanno presentato in pompa magna la Livestock strategy assicurando: «Lavoriamo per un settore zootecnico forte e resiliente perché si deve rispondere alle sfide attuali: bassa redditività e aumento dei costi, mutamento delle condizioni di mercato, focolai di malattie animali aspettative della società per standard più elevati di benessere degli animali e sfide ambientali».
E quindi ecco l’Europa buona che vuole più piante proteiche per i mangimi, etichettature d’origine per proteggere dalle contraffazioni, più benessere animale, mattatoi mobili per aiutare la piccola zootecnia. Si devono essere accorti che, grazie al Mercosur quando dal Brasile sono arrivate carni contaminate, la faccenda è seria. Ma immediatamente dopo ecco l’Europa delle follie verdi. Ha pubblicato ieri 400 pagine di regolamento per la tutela delle acque che non fa nessuna distinzione tra sostanze chimiche e sostanze naturali. C’è limite di azoto disperso in ambiente che la Ue considera invalicabile: 170 chili per ettaro. E non importa se è chimica o digestato (gli avanzi del pranzo delle vacche per capirci). Così si dà l’ennesima mazzata alla zootecnia. Coldiretti e Filiera Italia scrivono: «È deludente che l’Europa continui a equiparare il digestato naturale ai concimi chimici, una posizione inaccettabile. È il residuo di un’impostazione ideologica ereditata dal Green deal. Il digestato arricchisce i terreni, valorizza gli effluenti zootecnici e riduce la dipendenza dell’Europa dai fertilizzanti importati». Ma a Bruxelles non si danno per intesi.
La messa al bando del digestato dovrebbe però far drizzare le antenne al ministro per il Made in Italy Adolfo Urso che in vista della discussione di oggi sugli Ets intervenendo all’assemblea di Federchimica ha scandito: «Sugli Ets non ci fermiamo: gli obiettivi climatici non devono compromettere la competitività industriale e la sicurezza economica e conosciamo bene le preoccupazioni delle imprese. Ma il vicepresidente esecutivo della Commissione Stephane Séjourné ha riconosciuto l’intuizione che l’Italia ha avuto sui biocarburanti come strumento per la decarbonizzazione del settore auto». Peccato che i biocarburanti si fanno col digestato e gli scarti di coltivazione e degli allevamenti. Esattamente quelli che la Commissione vuole comprimere. È una presa in giro come quella che rischia di andare in scena anche oggi.
Ursula von der Leyen si è risolta all’ultimo minuto a presentare la revisione del sistema Ets che va fatta entro il mese di luglio per impedire ai Paesi di sviluppare il dibattito. Il tema è rivedere i limiti delle emissioni che rischiano di spingere le fabbriche fuori dall’Europa. Su questo dieci Paesi con l’Italia in testa, gli altri sono Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, chiedono «un’azione pragmatica ed equa per riportare l’Europa a essere una potenza industriale». In poche parole: rivediamo i limiti e le scadenze allungando al 2050 il traguardo della riduzione del 90% delle emissioni, mandiamo in soffitta questo sistema troppo oneroso per le imprese che deve diventare «più flessibile per tenere conto delle specificità di ogni Stato in accordo a elementi come il mix energetico e il Pil pro capite, col prezzo della Co2 che deve essere prevedibile e immune alla speculazione».
Oggi le aziende comprano i certificati sul mercato come fossero azioni e gli Ets hanno un prezzo in continua oscillazione che si aggira sugli 80 euro a tonnellata. Il sistema ha generato quasi 40 miliardi di euro di entrate nel 2024 e oltre 260 miliardi dal 2013. Ursula von der Leyen è in cerca di quattrini e la tentazione di rincarare gli Ets c’è. Lei promette che riguardo al trasporto marittimo e aereo si possono fare aggiustamenti e annuncia una Banca per la decarbonizzazione industriale da 100 miliardi di euro. Lo scontro oggi si annuncia infuocato. Nonostante l’Europa sia la zona del mondo con minori emissioni – la Commissione sostiene che dal 2005 le emissioni si sono dimezzate grazie agli Ets – per tenere alto il totem del Green deal continuano a dirci che è anche la zona del mondo che più si scalda. Ed è un’evidente contraddizione.
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